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Cataclismi: punizioni di Dio o lezioni per l’uomo?

Inquietante ma non inedita, l’interpretazione proposta ai microfoni di Radio Maria. I disastri naturali sarebbero determinati da una volontà specifica del Creatore, che in tal modo «ci richiama al fine ultimo della nostra vita». Una specie di bacchettata all’umanità riottosa. E chi se ne frega se muore anche chi non c’entra un bel niente

di Davide Stasi 

Hanno fatto velocemente il giro di tutto il web le parole del prof. Roberto De Mattei, pronunciate durante una trasmissione di Radio Maria, a riguardo della sciagura occorsa al Giappone. Citando una riflessione di monsignor Mazzella, arcivescovo di Rozzano Calabro, ha sostenuto che «le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita». Inoltre «se la terra non avesse catastrofi, eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, e non ricorderemmo che siamo cittadini del cielo». Infine: «le catastrofi sono i giusti castighi di Dio. Alla colpa del peccato originale si aggiungono le nostre colpe personali e quelle collettive, e mentre Dio premia e castiga nell’eternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni». Un lanciafiamme in una polveriera. Sulla Rete si è scatenato un inferno di critiche asperrime sia contro di De Mattei, storico di matrice cattolica e noto antievoluzionista, sia contro Mazzella.

Quella espressa tramite Radio Maria è una posizione su cui non vale la pena soffermarsi troppo. È un mix di misticismo punitivo da cristianesimo medievale e di marketing buono per beghine ottuagenarie e cattolici sempliciotti e un po’ ottusi, ossia per l’audience principale dell’emittente. Nonché una perfetta espressione dell’innata tendenza della Chiesa ad appropriarsi di ciò che non le appartiene: oggi un cataclisma naturale, come nel passato le opere d’arte pre-cristiane, ad esempio i poemi di Virgilio. Un’altra mossa di marketing anche questa, adatta a forzare la mano alla realtà e far rientrare tutto dentro a quel disegno superiore che è la base ideologica di una struttura di potere che molto spesso è fin troppo terrena.

Perché poi Dio dovrebbe voler punire proprio il Giappone e i giapponesi, non è chiaro. L’allusione è forse al fatto che non sono cristiani: e se questa fosse la lettura, allora l’indignazione avrebbe un senso, trattandosi di qualcosa di pari, se non peggiore, al tanto bistrattato fondamentalismo islamico. Se invece si sostituisce all’ira divina una normale azione della natura, e ai peccati degli uomini e delle nazioni la loro arroganza razionalista, forse il concetto può girare meglio.

È noto, infatti, che dall’era del positivismo ad oggi, l’uomo, attraverso il progresso tecnico e tecnologico, ha imparato a modificare la natura per asservirla al proprio benessere. Già la prima agricoltura organizzata rientra in questo campo ma, com’è evidente, l’intrusione umana sugli equilibri naturali è diventata sempre più invasiva e impropria, mano a mano che si industrializzava e che il “progresso” si muoveva per la soddisfazione di interessi economici (di pochi) più che di bisogni reali (di molti).

Al netto dei tanti passi avanti che, ad esempio in campo medico, oggi salvano la vita a tante persone, alla fine ha prevalso l’arroganza razionalista e industriale nell’approccio alla natura. Ben presto ci siamo convinti di poterla non solo sfruttare a nostro vantaggio, ma di poterla saccheggiare e dominare. Forse anche sfidare, come nel caso del nucleare. Dimenticando però che si tratta di una forza indomabile, e che l’uomo è solo una piccola particella dell’insieme. Seppure, forse, più intelligente delle altre.

Uno dei primi a intuire questa anomalia fu Giacomo Leopardi. Ne “La ginestra, o fiore del deserto” (1836) si fece beffe delle magnifiche sorti e progressive del genere umano di fronte alla forza potenzialmente devastante di un qualunque vulcano. In realtà odiava la natura, giudicata come un’entità malvagia che, di nascosto, congiura per l’infelicità di tutti (il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, da “A se stesso”, 1835), ma grazie a quel sentimento seppe cogliere il punto: il genere umano è sempre in pericolo di fronte alla natura, ed è superbia cercare di dominarla o sfidarla.

Seguendo il suo pensiero, oggi si può dire che l’uomo e la sua arroganza, al di là di ogni ricamo religioso o superstizioso, devono più di altri trarre insegnamento dalla durissima lezione giapponese, e comprendere che l’obiettivo deve essere una vita in equilibrio armonico con la natura, scambiando risorse con essa, e soprattutto rispettandone i limiti. E a impararlo dovrebbero essere, primi fra tutti, coloro che oggi ancora balbettano che le centrali nucleari in Italia non sarebbero un rischio, perché un terremoto come quello giapponese da noi non accadrebbe mai.

 

Davide Stasi

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