Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 24/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “ ‘Gheddafi si fermi, poi la mediazione’ ”. In taglio alto: “Merkel boccia il nucleare. In Italia deciso lo stop di un anno”. In un box: “I terroristi tornano a colpire Gerusalemme”. Editoriale di Massimo Nava: “Kosovo, Iraq, Libia”. Di spalla: “Che succede in un mondo con meno America”. Al centro foto-notizia: “Liz Taylora, la diva più grande che sfidò ogni regola” e “Romano all’Agricoltura, le riserve del Quirinale”. In taglio basso: “ ‘La ‘Ndrangheta cresce al Nord, reagite’ ”, “Scalata alla Parmalat: tre mesi per fermarla” e “Spettacolo: tornano i fondi (con una tassa sulla benzina)”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Raid su Tripoli, il raìs resiste”. A sinistra: “Romano ministro. I dubbi del Colle. ‘E’ indagato’ ”. Editoriale di Massimo Giannini: “Un premier sotto ricatto”. Al centro foto-notizia: “Bomba alla fermata dell’autobus. Torna il terrorismo a Gerusalemme” e “Spettacolo, sì ai fondi ma aumenta la benzina”. In un box: “Nube nucleare in Italia. A Tokyo acqua vietata ai bambini”. In taglio basso: “Liz Taylor, gli occhi di Hollywood”. 

LA STAMPA – In apertura: “Libia, l’Italia comanda la flotta” e a sinistra: “Romano ministro i dubbi del Colle”. In taglio alto: “Addio a Liz, la diva con gli occhi viola”. Editoriale di Marcello Sorgi: “Una nomina in cambio di due voti”. Al centro foto-notizia: “Torna l’incubo del terrorismo a Gerusalemme” e in un box: “Portogallo, il governo cade sui tagli. Socrates lascia”. A fondo pagina: “La cultura inquina”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Decreto contro le scalate” e in taglio alto: “Ghizzoni: UniCredit migliora, focus sul mercato domestico” e “Il Cipe sblocca 1,8 miliardi per la ricerca”. Editoriale di Roberto Napoletano: “L’orgoglio di un’identità”. Al centro la foto-notizia: “La guerra in Libia. Roma guiderà la missione navale per garantire l’embargo sulle armi” e “Rimpasto, Romano all’Agricoltura. Riserva del Colle: chiarisca le accuse. Di spalla: “Perché l’Italia non cresce”. In taglio basso: “La Consob deve risarcire i risparmiatore truffati”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Senato diviso, ma sì alla missione” e in un box: “Bomba esplode alla fermata del bus: un morto e 30 feriti a Gerusalemme”. Editoriale: “Un’altra occasione sprecata”. Al centro foto-notizia: “Addio a Liz Taylor, ultima diva di Hollywood” e “Romano ministro, dubbi del Colle”. In un box: “Ruby, primo sì al conflitto di attribuzione”. In taglio basso: “Parmalat, un freno ai francesi” e “Cultura, fondi dalla benzina”. 

IL GIORNALE - In apertura: “A casa i finti profughi”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro la foto-notizia “Benzina più cara? Colpa di Moretti & C.” e “I dubbi liberali sul governo”. In un box: “Il rischio nucleare viene dalla politica”. Di spalla: “Romano ministro. Giallo sul via libera del Quirinale”. A fondo pagina: “Proviamo a mettere la Patria prima degli egoismi”. 

LIBERO – In apertura: “Armi francesi ai ribelli”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Nei guai per colpa del mini Napoleone”. Al centro la foto-notizia: “I figli di Silvio sono più ricchi di lui” e “Ora rischiamo l’invasione dei poligami”. Di spalla: “Le penne dritte che tremano davanti al Colle”. A fondo pagina: “Lauree taroccate: il nuovo vizietto tutto padano” e “Ci tassano la benzina per finanziare i cinematografari”. In un box: “Romano ministro ma è scontro con Napolitano”. 

IL TEMPO – In apertura: “Gheddafi resiste. I suoi no”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Gheddafi e Sarkozy resistono nei loro bunker, l’Italia prova a fare politica”. In apertura a destra: “Così il governo blinda Parmalat e attende il Pd sulle aziende strategiche”. Al centro “Rivoluzione culturale” e “Elogio di un politico diverso”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “ ‘Tu ministro io impunito’ ”. A fondo pagina: “Annientata aviazione del raìs. Mozioni, scontro al Senato”. (red)

2. Libia, Ostinazione francese, governo prova mediazione

Roma - “La speranza di una risposta compatta del Parlamento sulla Libia – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - si è sbriciolata. Invece di una sola risoluzione, ieri sera al Senato ne sono state presentate e votate ben cinque: una di Pdl e Lega insieme, e ben quattro delle opposizioni. E, nonostante una ricerca affannosa dell’unanimità, alla fine ognuno ha privilegiato la sua. Il governo ha cercato di accreditare col ministro degli Esteri, Franco Frattini, e con quello della Difesa, Ignazio La Russa, l’immagine di un’Italia con ‘piena dignità’ di fronte agli alleati occidentali. Ha giustificato l’intervento militare e spiegato che la ‘precondizione’ posta dalla coalizione internazionale è che Gheddafi esca di scena. Ma l’assenza di Silvio Berlusconi ha allungato sul dibattito l’ombra di una posizione dovuta. Tanto che qualcuno si chiede se il presidente del Consiglio abbia scelto di non esserci a prezzo di molte critiche, per avere un residuo margine di manovra nei confronti di Ue, Usa, Nato. È quanto parrebbe di capire da alcune affermazioni che Berlusconi fa nel colloquio con il Corriere. Certo, non avere parlato in Senato non aiuta, e rende la situazione ancora più confusa. Fra l’altro, il vertice di oggi a Bruxelles e quello di martedì a Londra sulla Libia promette di riproporre le tensioni emerse fin dall’inizio della missione militare. La Francia, soprattutto, non vuole rinunciare al ruolo di avanguardia spregiudicata nei bombardamenti. Così, Frattini annuncia ‘un’unica catena di controllo affidata alla Nato’ . Ma il suo omologo francese, Alain Juppé, dice che a Londra si vedrà che ‘la guida politica’ non è dell’Alleanza atlantica. Dunque, sembra lecito pensare che i tempi per un’intesa nella coalizione internazionale si allungheranno. E in questo limbo non si può escludere che Gheddafi si puntelli a danno degli insorti; che la guerra ‘di fatto’ di alcune nazioni europee continui; e che nel frattempo il dittatore libico possa essere tentato di mandare un avvertimento terroristico all’ex alleato italiano. Questo spiegherebbe, in parte, la cautela berlusconiana. Il premier – prosegue Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - percepisce l’incoerenza della posizione attuale del suo governo rispetto ai rapporti passati con Tripoli. La mediazione con la Lega riflette dunque una preoccupazione profonda. Nelle file dello stesso governo Berlusconi si profila una sorta di ‘ala francese’ , opposta a quella ‘tedesca’ che continua a diffidare del metodo e degli effetti dell’intervento militare. Elenca infatti La Russa: il trattato di amicizia del 2008 con la Libia è sospeso. La speranza che Gheddafi scelga l’esilio è sfumata. E i bombardamenti hanno evitato maggiori vittime. Ma il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, sostiene che ‘è difficile negare che siamo in guerra... Se una missione punta ad alleviare le sofferenze dei civili, le bombe non vanno in questa direzione’ . L’opposizione, con Anna Finocchiaro, sottolinea queste discrepanze. La resistenza di Parigi a rientrare nei ranghi atlantisti può creare le premesse di un lungo, velenoso stallo politico-militare. L’unica certezza è che Pdl e Lega marciano in sintonia; e che i costi della missione per ora ricadono interamente sull’Italia con l’arrivo di migliaia di immigrati dal Maghreb. E sotto voce, - conclude Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - nel governo si ammette che non sarà facile uscire da questo pasticcio occidentale”. (red)

3. Libia, Berlusconi: Italia non è in guerra e non ci entrerà

Roma - Colloquio con il premier Silvio Berlusconi sul CORRIERE DELLA SERA: “Al mattino in Consiglio dei ministri ha potuto finalmente rivendicare la ‘linea vincente’ dell’Italia nella gestione della crisi libica. I primi giorni della missione, segnati dalla spinta francese a chiudere con le armi la partita con il colonnello Gheddafi, sembrano archiviati e l’umore del presidente del Consiglio migliorato. ‘Abbiamo ottenuto non solo il pieno coordinamento Nato di tutte le operazioni della missione — spiega al telefono — ma anche l’applicazione puntuale della risoluzione dell’Onu. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione civile, l’Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci’ . Le ore dell’incertezza sul comando delle operazioni e sugli obiettivi della coalizione (proteggere i libici dalla repressione delle milizie del Raìs o promuovere il cambio di regime con la sconfitta e l’eliminazione del Colonnello?) sono, per il Cavaliere, definitivamente superate. Ci sono tre punti chiari sull’azione occidentale in un Paese così strategico per gli interessi italiani: creazione di una ‘no-fly zone’ che impedisca all’aviazione di Tripoli di colpire le città in mano ai ribelli, embargo delle armi alla Libia, difesa della popolazione civile in balìa delle armate del Raìs. ‘Era tutto già chiaro da sabato quando la missione è stata decisa — aggiunge il capo del governo —. Ne ho parlato con il premier inglese David Cameron e con il segretario di stato americano Hillary Clinton, ed erano perfettamente d’accordo’ . Ma d’accordo non era certamente Nicolas Sarkozy che ha esercitato un’egemonia sulla prima fase della missione, con strappi che lasceranno qualche strascico nei rapporti con Roma. Il Cavaliere non vuole polemizzare con il presidente francese, ritiene che ora sia il tempo dell’unità. Certo il ministro Alain Juppé ha appena dichiarato che quello della Nato sarà solo ‘un coordinamento tecnico’ mentre le decisioni politiche sulla missione verranno prese altrove. I distinguo francesi non saranno facili da archiviare e peseranno nella discussione che i capi di stato e di governo europei avranno oggi a Bruxelles. Ma su questo punto Berlusconi è netto: ‘Quella della Nato è un’assunzione piena di responsabilità. Ripeto, sono tutti d’accordo, c’è solo qualche resistenza da parte francese’ . Le cronache di questi giorni sono piene di interrogativi su cosa può accadere in Libia dopo i primi raid aerei. Quanto dureranno le operazioni militari, è possibile una mediazione che spinga il Colonnello a lasciare il Paese? E non c’è il rischio che l’operazione ottenga solo risultati parziali o addirittura si trasformi in una sconfitta per la coalizione anti Gheddafi? ‘In questo momento nessuno può dire qualcosa di certo sugli esiti e sulla durata della missione— ragiona il premier italiano —. Mi sembra che ancora una mediazione non sia matura. La pensano così anche Vladimir Putin e personalità come l’ambasciatore libico Abdulhafed Gaddur che conosce bene la situazione a Tripoli. Gheddafi è ancora fiducioso di potercela fare perché ha il controllo pieno della capitale’ . Il premier italiano non ha avuto contatti con il Colonnello, con cui c’è stata per nove anni una lunga amicizia politica e personale. Ne conosce il carattere caparbio, soprattutto di fronte a quella che appare una sfida di vita o di morte. È convinto però che ci sia un passo decisivo che il Raìs deve compiere: l’accettazione del cessate il fuoco, la fine degli attacchi ai ribelli di Bengasi e delle altre città che si sono liberate del dominio di Tripoli. ‘Siamo tutti tesi a chiedere a Gheddafi un vero cessate il fuoco — dice Berlusconi— la fine delle ostilità da parte del Colonnello è la condizione sine qua non per ogni mediazione. Dopo si potrà aprire la fase della diplomazia’ . Il Cavaliere è soddisfatto, dopo le tensioni con la Lega dei giorni scorsi, dell’accordo trovato nella maggioranza sulla risoluzione in nove punti che impegna il governo italiano nella crisi libica. Ci sono condizioni come quelle sul ‘ritorno più rapido possibile ad uno stato di non conflittualità’ e sull’impegno dell’Unione Europea al ‘pattugliamento del Mediterraneo’ contro l’immigrazione clandestina, particolarmente care al partito di Bossi. ‘È una mozione pienamente in linea con quanto pensa tutta la maggioranza. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò a Bruxelles e insisterò con i colleghi europei perché vengano accettati gli impegni previsti nel documento’ . Berlusconi, dunque, non sarà in Parlamento per il voto sulla mozione, come richiesto dalle opposizioni e dallo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini. ‘La situazione è ormai molto chiara, non ci sono novità che dobbiamo affrontare— spiega —. Il ministro degli Esteri Franco Frattini è perfettamente in grado di rappresentare il governo. D’altra parte io sono impegnato nel vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione e non posso mandare un altro al posto mio’ . Le battute finali riguardano il rapporto con l’opposizione e la possibilità, ormai svanita, che su un tema così importante ci fosse un voto bipartisan in Parlamento. ‘Il centrodestra, quando era all’opposizione si è comportato in maniera diversa su temi così cruciali per il Paese — conclude il premier—. Ma ora abbiamo l’opposizione che abbiamo e non mi aspetto nulla di diverso. D’altra parte sono gli stessi che organizzano, dovunque io vada, squadre di contestatori che mi aspettano urlando ‘mafioso, mafioso’. Il mio governo i mafiosi li sta arrestando come mai in passato, ha inasprito le norme per il carcere duro, ha sequestrato miliardi di beni alle cosche. E il mafioso sarei io?’”. (red)

4. Il successo della politica low profile del Cav. in Libia

Roma - “Preso di contropiede, come tutti gli altri leader politici e maître à penser intellettuali, dalle vicende del Nordafrica, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - Silvio Berlusconi ha scelto di adottare un comportamento riservato e quasi reticente, quello che viene definito un ‘basso profilo’. I suoi denigratori ne hanno tratto pretesto per sostenere che non ha nessun peso nella situazione internazionale, nessuna idea sul come far valere in queste procellose circostanze l’interesse nazionale italiano, insomma che sarebbe confuso e intontito come un pugile che ha subito un vero e proprio colpo d’incontro devastante. Col passare delle giornate, però, la cautela del premier sembra essere diventata l’involucro minimalista di una strategia, invece, piuttosto ambiziosa. L’Italia ha interesse a una situazione di stabilità nel Mediterraneo, il che da una parte richiede una risposta inequivocabile alla repressione sanguinosa delle rivolte popolari da parte dei tranelli locali, ma anche una capacità di iniziativa politica che non si limiti ad esasperare e militarizzare i conflitti. Perché l’azione militare sia commisurata a obiettivi politici chiari è necessario definire un quadro di riferimento certo del coordinamento delle forze, altrimenti ciascuno può forzare la situazione con atti unilaterali che limitano fino ad annullarlo lo spazio, già ristretto, dell’iniziativa politica. L’Italia ha insistito per un coordinamento operativo affidato alla Nato e ha lasciato aperta la strada per fornire al dittatore libico una via d’uscita che eviti il precipitare della guerra civile. Dopo vari tentennamenti, ora quelle posizioni hanno ottenuto l’appoggio sostanziale dell’America e della Gran Bretagna, il che pone i falchi francesi sulla difensiva. Si vedrà alla fine chi ha messo in campo la tattica più efficace, ma è fuori dubbio che esista un’opzione italiana, che sta in campo e conquista progressivamente sostegno e ruolo, come dimostra l’attribuzione al nostro paese della guida delle operazioni marittime. Non è richiesto, né è prevedibile, - conclude IL FOGLIO - che le opposizioni apprezzino pubblicamente l’azione del governo, basta che non la ostacolino per miopi ragioni propagandistiche, come se l’Italia non avesse interessi nel Nordafrica che erano tali prima e resteranno tali dopo il governo Berlusconi”. (red)

5. Libia, Nei guai per colpa del mini Napoleone

Roma - “Avrebbe dovuto essere una guerra lampo, - osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - una specie di passeggiata per consentire al Napoleone tascabile di gonfiare il petto e appuntarsi la medaglia per la riconferma alla guida della Francia. Invece più passano i giorni e più si ha la sensazione che quella libica sia una trappola in cui l’ambizione e la spregiudicatezza di Sarkozy hanno fatto cadere l’Occidente. I cui esiti sono difficilmente immaginabili, ma certamente diversi da quelli sognati dall’inquilino dell’Eliseo. Da una settimana insistiamo nel dire che la missione in Libia non ha né capo né coda, che è stata decisa in tutta fretta, senza fissarne gli obiettivi e ignorando chi avrebbe potuto prendere il posto di Gheddafi una volta che questi fosse stato deposto. Dopo sei giorni di missili, i fatti ci danno ragione. Non solo si registrano le prime titubanze americane, ma anche gli inglesi cominciano a esitare e ad ammettere la fase di stallo in cui è precipitato lo scontro: cioè che non si sa come piegare le truppe del raìs né come costringerle alla resa. Nonostante le centinaia di missili sparati contro Tripoli e le altre città libiche, nonostante gli aerei del beduino siano stati distrutti o impossibilitati ad alzarsi in volo, gli insorti rimangono sotto assedio e non hanno la forza di contrattaccare e rovesciare il regime. Ciò dimostra principalmente che la grandeur ha giocato un brutto scherzo al presidente francese, perché lo ha spinto a sottovalutare il nemico, il quale, seppur ferito, si rivela un leone ancora in grado di tirare qualche zampata e di azzannare alla gola chiunque gli vada troppo vicino. Sarkò rischia insomma d’averci fatto finire in un vicolo cieco, dal quale è difficile uscire limitando i danni. Un conflitto lungo e sanguinoso a sessanta miglia dall’Italia infatti non è una minaccia solo per noi, ma per l’intera Europa, soprattutto se questa ha scatenato e foraggiato lo scontro. Già, perché da quel che si capisce, i ribelli non sono spuntati a un tratto soltanto per il desiderio di affrancarsi dal capo tribù tripolitano, ma sono stati incitati a prendere le armi contro Gheddafi proprio dalla stessa Francia, la quale ha avuto un ruolo determinante nelle recenti vicende. Ieri il nostro Franco Bechis – prosegue Belpietro su LIBERO - ha rivelato l’esistenza di contatti tra Parigi e gli insorti, alzando il velo su una missione lungamente studiata, che mirava a fomentare la rivolta contro il raìs. Certamente non un’operazione di beneficenza, giacché la Francia tenta inutilmente da tempo di concludere con la Libia un affare da 10 miliardi di euro in aerei e sistemi elettronici. Ma a queste notizie, già da sole in grado di gettare un’ombra inquietante su Odissea all’alba, ora se ne aggiunge un’altra, raccontata pochi giorni fa dal Chanard Enchaîné, cioè dal giornale satirico che pizzicò l’ex presidente Giscard d’Estaing con in mano i gioielli regalati da Bokassa, il sanguinario dittatore centrafricano. Secondo il settimanale francese, nei giorni immediatamente successivi alla rivolta di Bengasi, il controspionaggio d’Oltralpe avrebbe rifornito gli insorti di cannoni da 105 mm e di batterie antiaeree. Le armi sarebbero arrivate nascoste tra gli aiuti umanitari inviati dalla Francia, la quale si sarebbe premurata di assistere i ribelli insegnando loro anche come usare l’artiglieria. In pratica, Sarkozy non si è limitato a incitare l’opposizione a Gheddafi a ribellarsi, ma l’ha pure armata e addestrata. E, dopo aver scatenato una guerra civile o per lo meno averla sollecitata tramite i suoi agenti, il De Gaulle da taschino ha scatenato l’inferno sulla Libia, confidando in una rapida capitolazione del raìs. Che invece non c’è stata e non si sa se ci sarà, così la guerra ha preso una brutta piega e nessuno sa bene come andrà a finire. Avendo Sarkozy sbagliato tutti i calcoli, gli scenari che si aprono non sono tranquillizzanti. O l’Europa si imbarca in una guerra vera, cioè non da videogioco dove basta premere un pulsante per distruggere la postazione dell’avversario, e dunque con un intervento terrestre, oppure il beduino rischia di risorgere dalle macerie. In tal caso nella migliore delle ipotesi si andrebbe verso una Libia spartita in due: ad est la Cirenaica libera (ovvero una specie di protettorato francese), a ovest la Tripolitania in mano a Gheddafi. Nel peggiore, ci ritroveremmo al punto di prima, ossia con il puzzone di nuovo alla guida dell’intero Paese, ma più arrabbiato e più vendicativo. Ovviamente resta sempre l’ipotesi estrema, cioè quella di farlo secco, con un missile o un sicario ben remunerato. Ma visto come sono andate le cose, se l’incarico lo si affida al consorte di Carla Bruni si rischia che sbagli mira. Insomma, siamo messi male. E tutto perché l’anno prossimo in Francia si vota. Speriamo almeno – conclude Belpietro su LIBERO - che le elezioni le vinca Marine Le Pen, sennò chi lo tiene per altri cinque anni Sarkozy?” (red)

6. Nato, non c’è l’intesa. Roma guiderà la missione navale

Roma - “È fumata nera, ancora una volta. Anzi nebbione, - scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - un nebbione fitto sull’operazione più complessa degli ultimi anni, l’attacco a Gheddafi. Dopo l’ennesimo vertice a Bruxelles fra gli ambasciatori dei 28 Paesi Nato, un portavoce descrive il vuoto assoluto: ‘non c’è nessuna novità’ . Resta cioè senza risposta la domanda più importante di tutte: a chi spetta il comando delle operazioni militari contro la Libia? Alla Nato, hanno detto Barack Obama e la Gran Bretagna, insieme con l’Italia (il ministro Franco Frattini, ancora ieri: ‘È necessario tornare alle regole di un'unica catena di comando e controllo assicurata dalla Nato’ ); no, ha ribattuto il neo-ministro degli Esteri francese Alain Juppé, il controllo politico spetta a ‘una cabina di regia ‘ composta dai ministri degli Esteri anche del mondo arabo, e alla Nato può toccare al massimo ‘un ruolo tecnico’ sulle singole azioni. E annuncia un incontro martedì prossimo a Londra del ‘gruppo di contatto’ , ossia del ‘comitato politico’ allargato della coalizione. Risultato: lo stallo, e la rinnovata confusione sui mezzi, i limiti, gli obiettivi reali della ‘coalizione dei volenterosi’ . Intanto, gli americani, attraverso il segretario alla Difesa Robert Gates, avvertono che sabato dovrebbero cedere il comando delle operazioni. Oggi se ne riparlerà al vertice dei capi di Stato e di governo della Ue. Ma c’è anche qualche notizia di segno diverso: da ieri, la Nato è entrata ufficialmente nelle operazioni contro la Libia, se non in cielo almeno in mare. Non sta più a guardare. Sotto il suo stemma e sotto un comando italiano, 16 navi di 7 diversi Paesi pattugliano il Mediterraneo contro il traffico d’armi in direzione di Tripoli; e il Paese che più di tutti ha contribuito a questa missione navale (con 6 navi) è la Turchia, la grande Turchia musulmana. Non è stato facile convincerla, e non è certo un caso se il tentativo è stato fatto con tanta forza. Tutto questo, e la partecipazione alle incursioni aeree di qualche Paese arabo come il Qatar, lo ha voluto più di tutti Barack Obama, il presidente americano: perché quando gli Usa passeranno ad altri il comando delle operazioni aeronavali, nessuno possa dire che questa è una ‘crociata cristiana’ — parole già usate da Gheddafi— contro l’Islam. Hillary Clinton ieri ha precisato che nei prossimi giorni ‘ci saranno nuovi annunci’ di adesione alle operazioni di altri Paesi arabi. C’è anche un’altra domanda – prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - che attende risposta: quando, alle navi della Nato, si affiancheranno i suoi aerei, per imporre anche loro una definitiva ‘no-fly zone’ , una zona di interdizione al volo? I piani militari sono tutti pronti, è stato annunciato da giorni, le strutture sono operative, le risorse non mancano: sono le decisioni politiche, che latitano. Intanto, mentre in terra d’Europa si incrociano i fioretti della diplomazia, nei cieli si incrociano ugualmente le ali dei cacciabombardieri. E la tensione complessiva non cala. Ma al quartier generale della Nato, c’è comunque molta soddisfazione per la decisione di dare il via alla missione navale. E anche per quella di affidare all’Italia il comando della stessa missione: sarà il contrammiraglio Ronaldo Veri a guidare la nostra squadra di 4 vascelli — l’ammiraglia, una fregata, un sottomarino, una nave ausiliaria— insieme con le altre squadre schierate da Canada, Spagna, Gran Bretagna, Grecia, Stati Uniti e Turchia”. (red)

7. Kosovo, Iraq, Libia

Roma - “Non è necessario – osserva Massimo Nava sul CORRIERE DELLA SERA - essere pacifisti militanti per sostenere che la guerra sia una cosa orribile e ingiusta. Almeno sul piano etico, è difficile accettare che qualcuno possa decidere di bombardare e uccidere, anche quando i bersagli siano terroristi o dittatori. La guerra giusta è come il rischio zero nel nucleare: più grande è la falla nel sistema, più spazio c’è per polemiche e avvertenze prima dell’uso. Ma l’orrore per la guerra non può tramutarsi in indifferenza verso massacri e impotenza della comunità internazionale di fronte a gravi violazioni dei diritti umani. Il mondo è lontano dall’ideale della pace universale di Kant: occorre quindi l’accettazione (anch’essa morale) di guerre giustificabili, se non giuste. È uno dei criteri fondanti delle Nazioni Unite: i diritti dei popoli sono più importanti della sovranità degli Stati. Le polemiche sull’intervento in Libia e il rinfacciarsi fra destra e sinistra il sostegno a questa guerra o la condanna di guerre precedenti (dal Kosovo all’Iraq) avrebbero meno senso se alcuni punti fossero condivisi. In primo luogo il fatto che pochi interventi militari internazionali abbiano avuto un sostegno e una legittimazione così ampi quanto l’operazione ‘Odissea’ in Libia, decisa dopo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, con il sostegno della Lega araba e di molti Paesi europei. Si può argomentare sul ‘gallismo’ dei francesi, sugli eccessi di protagonismo elettorale di Sarkozy, sulle divisioni non sorprendenti dell’Europa, sul recalcitrare della Lega araba dopo i primi missili, sull’opportunità o meno del comando Nato — necessario per il coordinamento delle operazioni, meno utile per le sensibilità dei Paesi arabi — ma sono appunti che non stravolgono la sostanza giuridica della decisione di bombardare la Libia. Tra l’altro, si tratta di un intervento multilaterale: non più soltanto occidentale, non più a guida americana. La Francia ha capito la posta in gioco e ha scommesso, con un occhio ai propri interessi, sul futuro della regione. Che potrà essere incerto, però sarà probabilmente senza alcuni dei dittatori di oggi. Non è stato così per l’intervento in Iraq, deciso unilateralmente dagli Stati Uniti, con il falso pretesto delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam. Non è stato così nemmeno in Kosovo, poiché il bombardamento della Serbia di Milosevic fu deciso in ambito Nato, adottando la tesi di un intervento ‘difensivo’ . Solo successivamente – prosegue Nava sul CORRIERE DELLA SERA - intervennero le Nazioni Unite, con una risoluzione che fra l’altro rispettava l’integrità della Federazione jugoslava (così si chiamava ancora il Paese di Milosevic) e non prevedeva l’indipendenza del Kosovo. L’intervento in Afghanistan fu legittimato dalle Nazioni Unite che dopo l’attentato alle Torri Gemelle affermarono la necessità di combattere con ogni mezzo il terrorismo. Valse per gli Usa il diritto all’autodifesa. Nella caduta di Kabul fu determinante l’Alleanza del Nord, la parte del popolo afghano che si opponeva ai talebani e che era doveroso aiutare. Furono sostenute dal consenso della comunità internazionale le operazioni in Somalia e a Timor Est. Purtroppo non si trovarono Paesi ‘volenterosi’ per arrestare i genocidi in Ruanda e Cambogia. Agli argomenti giuridici, si possono muovere obiezioni sul piano morale. Milosevic e Saddam erano meno rispettabili di Gheddafi? E nei confronti di Milosevic e di Saddam l’Occidente non aveva intrattenuto quel genere di rapporti ambigui (affari, forniture di armi, rispettabilità e riabilitazione politica) che oggi vengono ricordati a proposito del rais libico? Le vittime della pulizia etnica nella ex Jugoslavia o della dittatura di Saddam erano più innocenti dei cittadini di Bengasi? La risposta, per quanto insoddisfacente, non può che essere politica. Se motivazioni morali e legittimazione giuridica dovrebbero essere argomenti condivisi, è la politica che stabilisce una gerarchia che offre il fianco alla polemica. Ed è la politica che — sempre a posteriori — stabilisce in base ai risultati la ‘convenienza’ di un intervento. Nel caso dell’Iraq, è arduo negare le conseguenze dei bombardamenti sulla popolazione civile, lo stillicidio di attentati seguito all’occupazione militare, l’instabilità, il prezzo pagato dall’America e dall’Occidente in termini d’immagine ed esposizione al terrorismo. Per fare la guerra a Saddam si è scoperto il fronte afghano, si è permesso che il terrorismo accentuasse la presenza nel Paese, si sono forniti argomenti al fondamentalismo islamico. Nel caso del Kosovo, le durissime operazioni della polizia serba avrebbero portato Milosevic al Tribunale dell’Aia per crimini di guerra. Si decise di appoggiare la secessione organizzata dai guerriglieri kosovari. Il distacco del Kosovo completò il processo di disgregazione della Jugoslavia. Chi scrive fu critico nei confronti di un intervento giuridicamente approssimativo, ma occorre riconoscere la preoccupazione morale di non veder ripetersi i massacri della Bosnia e l’obiettivo politico — non scritto in nessuna risoluzione, esattamente come oggi per Gheddafi — di sbarazzarsi di Milosevic, considerato un pericoloso e permanente fattore d’instabilità. Anche se poi fu la democratica rivoluzione dei serbi a cacciarlo. Nel caso della Libia, molte condizioni giuridiche, politiche e morali sembrano rispettate. Senza contare che in Libia, come in larga parte del mondo arabo, - conclude Nava sul CORRIERE DELLA SERA - è in atto una rivoluzione per affermare libertà e diritti”. (red)

8. La missione di Barack: un patto con gli arabi

Roma - “Convincere gli arabi a partecipare a Odyssey Dawn, spingere i turchi a togliere il veto al ricorso alla Nato e porre fine alla rissa fra gli alleati europei: sono i tre fronti del negoziato – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - sul quale Barack Obama è impegnato, con l’obiettivo di arrivare in fretta all’accordo sulla formazione del comando multilaterale cui il Pentagono lascerà la guida dell’intervento. Sono le difficoltà di tale trattativa ad aver obbligato Obama a partire in anticipo da El Salvador - rinunciando alla visita alle rovine Maya - per dedicarsi sull’Air Force One a una teleconferenza con Joe Biden, Robert Gates e Hillary Clinton. Gates ha fatto tappa a Mosca e al Cairo arrivando alla conclusione che ‘le trattative sono complicate’ perché ‘stiamo tentando di creare un centro di comando e controllo senza precedenti’ oltre al fatto che ‘lo stiamo facendo in corsa’, ad attacco avviato. Le difficoltà a cui allude riguardano il piano di creare un comando a due teste: una militare, gestita dalla Nato, ed una politica, alla guida delle operazioni. È uno sdoppiamento di responsabilità che richiama il modello applicato dall’Onu in alcune missioni dei caschi blu e in questo caso la Casa Bianca lo ritiene utile per far coincidere due necessità: lasciare le operazioni militari in mano alla Nato, l’unica con i mezzi per gestirle, e coinvolgere a pieno titolo i Paesi della Lega Araba, per assicurare la veste multilaterale. Ma gli ostacoli abbondano, e a rendersene conto è il vicepresidente Biden che sta tentando di ottenere la partecipazione alle operazioni dai leader di Algeria, Kuwait, Giordania e Emirati. In alcune occasioni lo stesso Obama ha fatto seguire interventi diretti ma senza esito. Il Qatar è l’unico dei 22 membri della Lega Araba che finora ha accettato di inviare aerei e le ripetute giravolte di Amr Moussa, segretario generale, sulla no fly zone aumentano l’incertezza. A complicare la trattativa c’è il fatto che tre dei più stretti alleati appaiono fuori gioco: l’Egitto è in piena transizione politica, lo Yemen in preda ai disordini e l’Arabia Saudita non è intenzionata ad aiutare Obama, imputandogli mosse errate sulle rivolte arabe. Fino a quando il tassello arabo mancherà, - prosegue Molinari su LA STAMPA - la Turchia di Erdogan - contraria perfino alle sanzioni a Gheddafi - continuerà a esitare nel dare l’avallo all’uso delle strutture militari Nato, avvalorando così le perplessità di Parigi, favorevole ad affidare Odyssey Dawn a un comando esterno all’Alleanza. Per questo ieri Obama ha chiamato per la seconda volta il premier turco, sottolineando come un patto Nato-arabi potrebbe far cadere i dubbi di Ankara su una ‘guerra occidentale in Libia’. Le dispute fra europei sono nel portafoglio di Hillary che ne segue la moltiplicazione. Il risultato è una fibrillazione che fa temere a Obama di non riuscire a risolvere ‘in alcuni giorni’ il nodo del comando. Senza contare i dubbi che lui stesso fa trapelare sui ribelli, dicendo alla Cnn ‘spero che si organizzino’. Da qui l’offensiva del Congresso che mette alle strette il Presidente: i repubblicani lo accusano di aver trascinato la nazione in un conflitto mai autorizzato, i democratici esitano a difenderlo, e la replica di Obama che ‘i nostri aerei e le nostre navi presto lasceranno il compito ad altri’ si basa sul veloce trasferimento dei comandi. Il Presidente è dunque – conclude Molinari su LA STAMPA - fra due fuochi: per placare il Congresso deve riuscire a creare rapidamente una coalizione Nato-arabi che non ha precedenti. Nel tentativo di rassicurare il Congresso, Gates dice ‘potremmo raggiungere l’accordo entro sabato’”. (red)

9. Che succede in un mondo con meno America

Roma - “Un presidente il cui stile di comando è quello di un ‘capo del cerimoniale del Pianeta’, accusa un ex consigliere per la sicurezza nazionale nella Casa Bianca di Bill Clinton. E mentre – scrive Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - lo storico Niall Ferguson scomoda Shakespeare per dipingere un Barack Obama metà Amleto, metà Macbeth— dilaniato dai dubbi, spinto all’azione da cattivi consiglieri — l’Economist sostiene che il leader americano brilla per prudenza, ma non ha mai un guizzo di coraggio politico. Quel coraggio politico che fa grande un presidente e gli assicura il rispetto del mondo. Personalizzare la questione, insistere sulle incertezze del ‘guerriero riluttante’ , può essere legittimo, ma serve a poco: meglio prendere atto che quello che sta scorrendo sotto i nostri occhi è solo un assaggio di ciò che avverrà col declino della leadership americana. Un evento evocato da anni e che era atteso da molti con malcelata impazienza. Certo, ci sono i conflitti interni di un uomo che cerca di conciliare le nobili aspirazioni di un Nobel per la Pace con le responsabilità del commander in-chief delle forze armate Usa, in questi giorni all’attacco in Libia. Ma queste sono tensioni che il presidente ha imparato ad amministrare, come ha spiegato ancora ieri in un’intervista televisiva. Lo ha dimostrato, ad esempio, ordinando raid degli aerei senza pilota della Cia contro le basi della guerriglia talebana in Afghanistan e Pakistan molto più numerosi e devastanti rispetto a quelli dell’era Bush. In questi giorni stiamo assistendo soprattutto al parziale sfarinamento della leadership di un Paese sfiancato da quasi un decennio di combattimenti in Afghanistan e Iraq — lo ‘stato di guerra’ più lungo della storia americana — e da una gravissima crisi economico-finanziaria. Tutto ciò sta facendo perdere poco a poco agli Stati Uniti la saldezza psicologica, la volontà politica, l’energia economica e anche la disponibilità di un dispositivo militare un tempo virtualmente illimitato: i fattori che hanno fin qui consentito a questo Paese di esercitare il ruolo di ‘gendarme del mondo’ . Nulla di rovinoso, se il mondo si fosse preparato a entrare in quella epoca del nuovo equilibrio multipolare che lo stesso Obama ha più volte invocato contrapponendo, almeno a parole, la sua visione di ‘presidente del dialogo’ all’unipolarismo dell’era Bush. Quello che è accaduto in questi giorni – prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - rende purtroppo evidente che non solo i leader mondiali— a partire da quelli europei — sono tutt’altro che pronti ad entrare in questa nuova era, ma che in pochi sembrano alla ricerca degli attrezzi necessari per affrontare i problemi nuovi e formidabili che derivano dall’incrocio tra il declino della leadership Usa e la crescente complessità delle mappe geopolitiche. Mappe nelle quali non solo si sono moltiplicati i focolai di tensione e sono emerse nuove, spregiudicate potenze regionali, ma costellate anche da dittatori — ora sfidati da forze ribelli — che non sono più i capi delle povere tribù di un tempo: spesso sono ‘raìs’ che hanno accumulato miliardi spesi per acquistare armi sofisticate, per dotarsi di eserciti di mercenari e, magari — com’è avvenuto nel caso della Libia — anche per procurarsi i giudizi generosi di centri studi e di intellettuali autorevoli, disposti a ‘certificare’ il ravvedimento di un colonnello fin lì considerato il capo di uno ‘Stato canaglia’ . Le dispute di questi giorni, è vero, hanno fatto improvvisamente emergere il vuoto di autorità che rischia di essere lasciato dagli Stati Uniti, ma questo è solo il primo di una serie di problemi. Entrando in una nuova realtà multipolare i leader della comunità internazionale dovranno affrontare almeno tre ordini di sfide: chi comanda, chi paga, come si costruisce il consenso di popoli con interessi e sensibilità diverse su una specifica azione di ‘polizia internazionale’ . Per ora ci si sta concentrando sulla soluzione del primo nodo: bisogna tranquillizzare l’Onu e la Lega Araba, conciliare nel cuore dell’Europa l’interventismo francese col ‘neutralismo’ tedesco ed evitare che si ripeta lo spettacolo inquietante di una disputa tra Londra e Washington sulla legittimità di un attacco mirato alla persona di Gheddafi. Però in prospettiva le altre due questioni diventeranno altrettanto importanti. Già oggi, nell’America attanagliata da una crisi di bilancio senza precedenti, è cominciata la contabilità del costo di ogni missile Tomahawk lanciato sulla Libia, di ogni missione di sorvolo della Cirenaica. Appena atterrato a Washington, di rientro dalla sua prima missione nell’America latina, Obama ha trovato la richiesta del capo della maggioranza repubblicana alla Camera, John Boehner, di andare a riferire al Congresso sull’attacco in Libia. Molti leader conservatori sono favorevoli all’intervento, ma cresce — a destra come a sinistra— l’opposizione di chi non vuole, invece, che i soldi dei contribuenti siano spesi per sostenere un nuovo conflitto nel quale non sono in gioco interessi vitali degli Usa. Insomma, prima o poi gli altri protagonisti del mondo multipolare dovranno assumersi non solo più responsabilità politiche ma anche una quota maggiore degli oneri che tuttora gravano in massima parte sul dispositivo bellico Usa. Infine – conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - la costruzione del consenso: forse la sfida più difficile di tutte perché mentre un dittatore riesce comunque a galvanizzare i suoi con poche parole d’ordine— combattere per la terra, la casa, il proprio dio— l’esperienza dimostra che è assai più arduo dare morale, motivazioni forti, a una coalizione di Paesi con storie, culture e interessi diversi”. (red)

10. Obama: “Evitata catastrofe, ma Gheddafi può resistere”

Roma - Su LA REPUBBLICA un’intervista della Cnn al presidente Usa Barack Obama: “Presidente Obama, in Libia il mandato delle Nazioni Unite autorizza la coalizione a istituire la no-fly zone, a proteggere la popolazione civile, ma non ci sono margini che consentano di dare la caccia a Gheddafi. Lei ha detto che il raìs ha perduto la sua legittimità. Ma allora, a che punto siamo? Come procederà la missione? Gheddafi potrà restare a Tripoli se non violerà la no-fly zone? ‘Finora abbiamo portato a termine con successo gli obiettivi previsti dalla missione così come sono stati definiti dalle Nazioni Unite, ovvero creare una no-fly zone e garantire protezione alla popolazione nel momento in cui tutto ciò si rendeva assolutamente necessario. Gheddafi ha scagliato i suoi soldati contro il suo stesso popolo. Ha ordinato loro di andare a Bengasi e non avere alcuna pietà. Ora che la comunità internazionale ha dato vita a questa coalizione, i suoi uomini si sono ritirati da Bengasi. Gheddafi potrebbe cercare di restare nascosto ad aspettare, anche in presenza di una no-fly zone e anche se le sue truppe sono state umiliate. Tenga ben presente, però, che non disponiamo solo di strumenti militari, per ottenere il risultato che Gheddafi se ne vada. Abbiamo anche predisposto sanzioni internazionali molto rigide, abbiamo congelato i suoi beni, e continueremo a esercitare tutta una gamma di pressioni diversificate su di lui’. Potrà offrire aiuti militari ai ribelli? Lo farà? ‘Tutti auspichiamo che al più presto i ribelli siano in grado di organizzarsi e dar vita a un governo legittimo. In linea teorica potremmo veder ricomparire tutto quell’entusiasmo che il popolo libico ha manifestato per un cambio di governo fino a qualche settimana fa, prima che Gheddafi lo soffocasse con la forza bruta e la violenza. Esamineremo tutte le opzioni a nostra disposizione, ma per adesso il nostro primo compito è quello di preparare il terreno, così che le forze di Gheddafi non possano attaccare il popolo libico, e mantenere la no-fly zone. Una volta fatto ciò, il ruolo degli Usa sarà significativamente minore, perché esiste una coalizione internazionale, che ha una base molto ampia e che include anche alcuni stati arabi, che condivide gli stessi obiettivi’. Non vede alcuna contraddizione nel fatto che un premio Nobel per la pace autorizzi il ricorso alla forza nell’ottavo anniversario dell’inizio della guerra in Iraq? Lei si oppose a quella guerra. E alcuni affermano che lei dovrebbe restituire quel premio. ‘Quando ho ricevuto il premio Nobel ho detto chiaramente che mi sembrava paradossale, in quanto ero già impegnato in due guerre: stavamo per procedere al ritiro del nostro contingente dall’Iraq e mi stavo ancora occupando della guerra in Afghanistan, che si stava trascinando da molti anni. Ma chiaramente, non eravamo ancora riusciti a concentraci a sufficienza sull’obiettivo primario, quello di proteggere il popolo americano. Sono abituato a questa contraddizione: sono il comandante in capo e al contempo una persona che aspira alla pace. Sulla Libia, vogliamo solo consentire al popolo libico di autodeterminarsi. Non stiamo invadendo un Paese. Non stiamo intervenendo da soli. Stiamo agendo sotto il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come mai prima d’ora, e con una tempestività che non ha precedenti. Abbiamo un compito preciso, circoscritto, stiamo salvando vite umane. E non credo che il popolo americano veda alcuna contraddizione nel fatto che chi ha a cuore la pace voglia anche evitare che degli esseri umani siano massacrati da un dittatore attaccato al potere’”. (red)

11. Lampedusa, immigrati via sulla nave San Marco

Roma - “Potessero, forse impedirebbero perfino foto e riprese tv: perché Lampedusa ormai – scrive Federico Geremicca su LA STAMPA - è come il tappeto - il classico tappeto - sotto il quale nascondi la polvere che non ti va di raccogliere e gettare dove vorrebbero decenza e pulizia. Loro, infatti - i migranti - restano gettati qui perché altrove non li vogliono, e appena provi a spostarne un po’ scoppia la grana e si minaccia la rivolta. Ieri - lo vedremo - è toccato a Mineo, ma il grosso (come da mesi) tocca sempre e ancora a Lampedusa, isola meticcia - ormai - i cui scogli, le cui banchine, i cui bar, le cui strade, le cui spiagge sono occupati da migliaia di tunisini stremati e disperati. A loro, ieri, la Repubblica italiana ha mostrato finalmente il proprio volto: tonnellate di acciaio grigio-guerra, quelle della nave anfibia San Marco. Alla fine di una giornata contrastata e nervosa, passata nella rada davanti al porto, in serata ha fatto rotta verso Augusta con 500 migranti a bordo. Da Augusta saranno trasferiti - ma lo si è appreso solo dopo un interminabile pomeriggio di conferme e di smentite - nell’ormai noto “Villaggio della solidarietà” di Mineo, non lontano da Catania. Peccato che il villaggio avrebbe dovuto ospitare (parola di Berlusconi) solo nuclei familiari e migranti che avessero fatto domanda d’asilo; e peccato che della decisione nessuno avesse informato il sindaco, il civilissimo e però rabbioso Castanìa. ‘Lei mi dice una cosa che a me non risulta - spiega il sindaco al telefono quando sono le tre del pomeriggio e la notizia non è ancora ufficiale -. Fosse vero quello che lei racconta sarebbe un raggiro clamoroso e un’offesa: ho impiegato settimane per convincere la popolazione ad accogliere una certa tipologia di migranti e se ora il governo cambia le carte in tavola non so bene qui come finirà. Nessuno mi ha informato di questa storia: io di solito misuro le parole, ma le dico che questa è una vera e propria vergogna’. Come finirà lo si vedrà oggi, quando i migranti arriveranno a Mineo. Ma che il governo abbia cambiato le carte in tavola, lo si può dire fin da ora. Non solo quel villaggio verrà utilizzato come un qualsiasi Centro, ma Maroni pare aver cambiato linea anche circa il profilo delle migliaia di disperati in arrivo da un’area preda di rivolte e guerre: sono clandestini a cui applicare, semplicemente, la vecchia Bossi-Fini. Cioè reclusione, identificazione e poi via coi rimpatri. E il peggio – prosegue Geremicca su LA STAMPA - è che una linea così - considerato lo stato in cui è stata ridotta l’isola - ora trova consensi e sostegno nella maggioranza di una popolazione stremata almeno quanto i migranti con cui convivono da mesi. Se la linea non dichiarata era il tanto peggio tanto meglio, se la strategia era far diventare insostenibile la situazione per poi far passare modi bruschi e maniere spicce, complimenti al ministro dell’Interno: è riuscito nell’intento. Infatti, non solo per i lampedusani ma soprattutto per i migranti, qualunque cosa è meglio di questo dormire all’aperto coperti di stracci e buste di plastica, pisciare nei vecchi bunker sopravvissuti alla guerra, mangiare quando si può e rischiare malattie di ogni tipo. Perché magari le immagini non rendono del tutto l’idea: ma in molte sue aree Lampedusa è un maleodorante formicaio di anime in pena e gente disperata. Ieri le autorità italiane sono riuscite a portarne via di qui poco oltre un migliaio: ma 200 nuovi fuggiaschi sono arrivati durante il giorno e per la notte ne erano attesi un numero almeno tre volte superiore. Tutto somigliaal disperato tentativo di svuotare il mare con un cucchiaio: tanti ne partono, tanti ne arrivano. E Lampedusa è ben oltre il collasso: è un luogo che non si riconosce più e che regge ancora solo grazie al pugno di uomini - marinai, volontari, carabinieri e gente di buona volontà - che provano a fronteggiare una situazione che non è più corretto definire ‘emergenza’. Il capo del governo qui non s’è mai visto, avendo altro cui pensare; e nemmeno i ministri dell’Interno e della Difesa hanno ritenuto opportuno portare una parola di conforto ai loro uomini al lavoro da settimane per 16 o anche 18 ore al giorno; sono fugacemente apparsi un paio di sottosegretari. C’è un luogo che più di tutti dà una stretta al cuore: sono i locali della riserva marina. Ospitavano mappe, foto dell’isola, poster con le diverse specie animali: ora vi sopravvivono - letteralmente vi sopravvivono - una paio di centinaia di ragazzini tunisini. Dormono per terra, spesso senza neppure una coperta, respirano un’area nauseabonda fatta di sudore e di pipì, guardano smarriti il tempo che passa senza più nemmeno la forza di chiedersi che cosa sarà domani. Sono anche loro scorie, effetti collaterali della tragedia che travolge il Maghreb. Ma sono ragazzini, - conclude Geremicca su LA STAMPA - alcuni semplicemente bambini. E non è giusto che paghino così”. (red)

12. A casa i finti profughi

Roma - “Per un attimo – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - abbiamo sperato che la nave da guerra San Marco, salpata da Lampedusa con un carico di cinquecento immigrati appena sbarcati sulle coste dell’isola, facesse rotta sulla Tunisia, Paese dal quale gli indesiderati ospiti provenivano. Purtroppo non è andata così. La San Marco attraccherà in Sicilia e il suo carico umano verrà disperso per l’Italia, come lo saranno i successivi. Dicono che è il prezzo della guerra, ma così non è. Di libici, sulle carrette del mare, non c’è traccia. I sudditi di Gheddafi sono sì alle prese con una guerra civile, ma non hanno nessuna intenzione di lasciare il Paese: stavano benissimo dove sono e sperano di tornare a stare bene al più presto. L’ondata che ci sta invadendo arriva dalla Tunisia, dove poche settimane fa è stato deposto un tiranno mascherato e insediato un governo democratico. Non c’è logica nello scappare da una libertà ritrovata, non ci sono le basi per dichiararsi perseguitato politico o sentirsi in pericolo di vita. E, in effetti, sui ventimila arrivi degli ultimi giorni, soltanto tremila hanno fatto richiesta di asilo. Sono praticamente solo uomini. Dubito che tutti siano davvero nelle condizioni di dover scappare, fosse solo per il fatto che non conosco uomini che lascerebbero moglie e figli a casa in balìa di presunti aguzzini. Più facile che tra questi tremila la maggior parte millanti e la restante sia in fuga sì, ma non dal tiranno. Più probabilmente scappano dalla polizia dopo essere evasi dalle carceri (nelle quali si trovavano per reati comuni) durante i giorni della rivolta. Arruolare i tunisini tra le persone in diritto di ospitalità sull’onda emotiva della guerra e ii peggior servizio che possiamo fare ai profughi veri, se e quando questi arriveranno. E come intasare un ospedale di finti ammalati: si sprecano risorse ed energie che potrebbero essere esaurite nel momento del vero bisogno. Le leggi che nel nostro Paese regolano immigrazione e ospitalità non risultano essere state sospese, e semmai l’eccezionalità del flusso deve portare a stringere le maglie, non certo ad allargarle. Credo che proprio alla luce di tutto questo – prosegue Sallusti su IL GIORNALE - il governo abbia ieri deciso di inserire il problema dei clandestini nella risoluzione che il Parlamento deve approvare sulla crisi libica. Berlusconi chiede che la coalizione militare si impegni a bloccare sulle coste africane i trafficanti di uomini e i loro carichi. Ovviamente questo non piace alla sinistra, che più problemi e casino ci sono in Italia più spera di trarne vantaggi politici ed elettorali. Bersani fa il finto tonto sulla pelle di quei disgraziati e sulla sicurezza di noi italiani. È addirittura offeso perché alle Camere ieri non è andato a parlare Berlusconi in persona, ma il ministro Frattini. Qualcuno gli spieghi che un motivo c’è, e non secondario. Il premier, probabilmente, non può parlare con Bersani in quanto impegnato con altri interlocutori che chiedono riservatezza e basso profilo. Chi sono? Forse lo sapremo nei prossimi giorni. Per risolvere anche le crisi più drammatiche a volte contano più i rapporti personali che la forza militare. A volte, per ottenere risultati, serve di più dire ‘per Gheddafi mi sento addolorato’, che non seguire l’etichetta. Insomma, - conclude Sallusti su IL GIORNALE - da queste parti qualcuno sta mediando davvero per mettere fine alla guerra. Se ne sono accorti tutti, americani compresi, salvo Bersani. Che sulle cose importanti arriva sempre con un po’ di ritardo”.  (red)

13. Il premier forza la mano per garantirsi “quota 330”

Roma - “C’è da gestire la guerra in Libia per garantirsi un ruolo internazionale nell’area del Maghreb e c’è da affrontare la guerra in Parlamento per non soccombere nel conflitto con la magistratura: per questo – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - Silvio Berlusconi ha forzato la mano ieri, ottenendo dal capo dello Stato la nomina di Saverio Romano a ministro delle Politiche agricole. Il premier deve stabilizzare la propria coalizione e raggiungere l’obiettivo alla Camera che da tempo si è prefissato: ‘quota 330’ . Serve al Cavaliere scalare quella vetta e conquistare deputati alla causa, per oltrepassare indenne il mese di luglio, evitare le secche in cui potrebbe arenarsi il suo governo, confutare le obiezioni della Lega e soprattutto ottenere il varo di quei provvedimenti che segneranno l’ultimo atto della sfida infinita con la Procura di Milano, a partire dalla ‘prescrizione breve’ . ‘Quota 330’ garantirebbe al Cavaliere una maggioranza a ‘geometria variabile’ e gli permetterebbe di gestire il rapporto con i nuovi alleati senza gravi affanni, impedendo che qualcuno diventi indispensabile, sfuggendo così al prezzo politico che di volta in volta sarebbe costretto a pagare per l’appoggio all’esecutivo. Non è un percorso facile, tuttavia è l’unico possibile per Berlusconi, conscio del fatto che di qui in avanti ogni passaggio parlamentare sarà determinante. La crisi libica non ha mutato i suoi piani negli affari interni, semmai ha ovattato lo scontro che si approssima, e sul quale è (quasi) completamente concentrato. Al punto da avere ormai (quasi) completamente delegato le altre questioni, se è vero che in Consiglio dei ministri Gianni Letta e Giulio Tremonti sembrano aver costituito una sorta di direttorio. Questa è l’impressione che ne hanno ricavato gli esponenti dell’esecutivo nel corso delle ultime riunioni a Palazzo Chigi. Parole e opere testimoniano — agli occhi dei ministri — un’unità gestionale e di intenti tra il sottosegretario alla presidenza e il titolare dell’Economia. Le frizioni che hanno caratterizzato in passato il loro rapporto sembrano superate, quantomeno accantonate in nome della realpolitik, e cioè della consapevolezza che in questa fase molto difficile la priorità è garantirsi una reciproca stabilità. Non a caso nel governo si attendono le prossime nomine nelle aziende pubbliche per capire se il patto esiste ed è solido. Sono intanto numerosi gli indizi a sostegno di questa tesi, non solo il fatto che ieri i decreti più importanti sono stati appena illustrati ai rappresentanti del governo, mentre i testi erano nelle disponibilità di Letta e Tremonti. L’episodio più eclatante – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - risale però al penultimo Consiglio dei ministri, quando — in assenza dell’inquilino di via XX settembre — il tema del finanziamento delle missioni militari ha innescato un dibattito sul bilancio, che ha fatto emergere le critiche sulla gestione del portafoglio dello Stato. Con i dossier sul conflitto in Libia e sull’emergenza immigrati, nessuno immaginava che Berlusconi avrebbe preso la parola facendo sterzare in modo imprevedibile la discussione: ‘Alla luce dei nuovi vincoli europei, dovremo quanto prima avviare un confronto sull’economia e studiare un progetto per il rilancio del governo’ . ‘Credo sia opportuno procedere con i temi all’ordine del giorno’ , è intervenuto Letta, spegnendo un pericoloso focolaio d’incendio, che anche ieri stava per divampare. La lettera con cui Sandro Bondi si è accomiatato dal governo era un esplicito atto d’accusa alla gestione della politica economica di Tremonti, ‘colpevole’ di non aver garantito ‘un gioco di squadra’ e di aver consegnato così alle opposizioni ‘un’immeritata vittoria’ . A Letta è toccato leggere quel documento, e lo stesso Letta si è incaricato di spegnere un tizzone che in molti avrebbero voluto tramutare in fiamma. Niente da fare, eppure a dimettersi dai Beni culturali era uno dei coordinatori del Pdl... Berlusconi sarà pure rimasto ‘commosso’ dalle parole di Bondi, così ha detto in una nota. Se in Consiglio dei ministri non ha proferito verbo sull’argomento, sarà stato forse perché era concentrato sull’appuntamento al Quirinale con il capo dello Stato. Per il Cavaliere era determinante garantire la nomina di Romano alle Politiche agricole, in attesa di gestirsi in serata il gruppo dei Responsabili dove la tensione è altissima, in vista del prossimo giro di incarichi. Un passo alla volta verso ‘quota 330’ , il premier sta portando avanti il disegno del rimpasto in due fasi, così da evitare un passaggio formale in Parlamento per un voto di fiducia, e in modo da avere una maggioranza quanto più solida possibile, ora che si andrà allo scontro sul conflitto di attribuzione per il ‘caso Ruby’ e sui provvedimenti di giustizia che lo porrebbero al riparo da una sentenza sul ‘caso Mills’ . Il fianco della Lega non lo preoccupa, anche perché — garantiti i numeri a Montecitorio — spetta agli uomini di Umberto Bossi gestire il nodo del federalismo fiscale nel rapporto con le opposizioni. Le polemiche sulla festa dell’Unità d’Italia hanno stressato i rapporti con il Pd, tanto che nel giorno della commemorazione alla Camera Roberto Calderoli era furibondo: ‘Ho sudato sette camicie per scrivere insieme ai Democratici il decreto sul federalismo regionale e provinciale, e ora il loro segretario fa saltare tutto. È un incredibile caso di miopia politica: invece di provare a disarticolare la maggioranza, ci spingono nelle braccia del Pdl. Mi auguro si ricredano’. Non è certo sull’opposizione che Berlusconi fa affidamento. Il premier – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - ha in testa un altro schema e un altro obiettivo. Il resto lo ha (quasi) completamente delegato. Tanto che ieri in Consiglio dei ministri è rimasto a lungo assorto nei propri pensieri. Così profondamente assorto che molti l’hanno visto assopirsi”. (red)

14. Nomina Romano, Repubblica: Un premier sotto ricatto

Roma - “Un presidente del Consiglio sotto ricatto. Un governo – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - a responsabilità e a sovranità limitata. Da qualunque parte la si osservi, l’Italia offre di sé un’immagine da fine Impero. Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana. Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un’opinione pubblica confusa e disinformata, non vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della ‘democratura’ berlusconiana. La ‘promozione’ di Saverio Romano a ministro è l’ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale. L’emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l’ennesimo schiaffo allo Stato di diritto. Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio. Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa ‘campagna acquisti’ che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini. La sparuta pattuglia dei cosiddetti ‘responsabili’, assoldati tra le anime perse dei ‘disponibili’ di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno. Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro. A costo di imbarcare, al dicastero dell’Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario. Volendo, si potrebbe partire da lui stesso. Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l’attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso ‘legittimo impedimento’ pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c’è di più e di peggio. Da un lato, appunto, c’è la sottomissione a un truce ricatto, che la dice lunga sulla condizione di ‘minorità’ di questa maggioranza: si è dotata di un fragile argine numerico, ma non dispone più di un solido margine politico. Dall’altro lato, - prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - c’è la sfida alle istituzioni. La scorsa settimana, nel primo incontro al Quirinale sul rimpasto, il presidente della Repubblica aveva già segnalato al Cavaliere che l’eventuale proposta di Romano ministro sarebbe stato un problema serio, viste le pesantissime ipotesi di reato che tuttora pendono sul personaggio in questione, per il quale esiste una richiesta di archiviazione ma sul quale il gip non si è ancora pronunciato. Ancora l’altro ieri sera, Napolitano aveva ripetuto a Gianni Letta che se il premier non avesse desistito dal suo intendimento, il Capo dello Stato avrebbe accettato la sua proposta perché non esistono ‘impedimenti giuridico-formali’ tali da giustificare un diniego, ma non avrebbe rinunciato a rendere pubbliche le sue ‘perplessità politico-istituzionali’ sulla nomina. Nonostante questi avvertimenti, il presidente del Consiglio è andato fino in fondo. E ha costretto il Colle a un atto clamoroso e irrituale: un comunicato ufficiale in cui si auspica un rapido chiarimento sulla posizione processuale del neo-ministro, in relazione alle ‘gravi imputazioni’ che lo riguardano. Un episodio che non ha precedenti. La presunzione di innocenza è una garanzia costitutiva di ogni Stato liberale. Ma che credibilità può avere un governo in cui, dal presidente del Consiglio in giù, è un contino viavai di indagati, inquisiti, processati? E fino a che punto può spingersi il cinismo politico di un premier, che pur di galleggiare fino alla fine della legislatura, è pronto a sottoscrivere qualunque ‘patto’, anche il più scellerato, solo per salvare se stesso e il suo governo? In questa logica, perversa e irresponsabile, rientra anche la questione della giustizia. Quanto è accaduto tre giorni fa in commissione, alla Camera, è l’ennesimo scandalo della democrazia. L’emendamento al disegno di legge sul processo breve, presentato dal carneade pidiellino Maurizio Paniz (il patetico Cirami di questa sedicesima legislatura) abbatte i tempi della prescrizione per gli incensurati. Più ancora di quelle che l’hanno preceduta, è una norma tagliata a misura per i bisogni processuali del Cavaliere. Grazie a questo trucco legislativo, il processo Mills decadrà prima dell’estate, e il premier sfuggirà ad una probabile condanna. La vergogna non è tanto la ‘cosa in sé’: di misure ad personam il Cavaliere se n’è fatte approvare ben 38, in diciassette anni di avventura politica. Il vero scandalo è nella menzogna eletta a metodo di governo. Solo tre settimane fa, nel quadro della controffensiva politico-mediatica orchestrata da Berlusconi e dalla Struttura Delta, il governo aveva spacciato al Paese la sua ‘storica riforma della giustizia’. Vendendola agli italiani, al capo dello Stato e all’opposizione come una ‘svolta di sistema’, che per la prima volta non avrebbe contenuto norme atte ad incidere ‘sui processi in corso’. Quindi mai più giustizia ad uso personale, mai più leggi ad personam. Un mossa astuta, propagandata e camuffata con tutti i mezzi del network informativo e televisivo di cui il premier può disporre. Una mossa che aveva accecato i soliti ‘addetti al dialogo’ del Pd. Avevamo scritto che quella non era affatto una ‘riforma storica’, ma una ‘controriforma incostituzionale’. Avevamo scritto che prima di andare a vedere cosa c’era nella mano visibile del Cavaliere, bisognava capire cosa c’era in quella nascosta dietro alla sua schiena. Ora lo sappiamo. È l’ultima conferma – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - che in Italia, finché c’è Berlusconi, la legge non sarà mai uguale per tutti. Noi l’abbiamo capito da un pezzo. Ora speriamo che l’abbiano capito anche le anime belle del centrosinistra”. (red)

15. Romano, Il Colle: dubbi sulla nomina

Roma - “Ha fatto quel che sentiva di dover fare e che poteva fare, Giorgio Napolitano. Ha prima chiesto ‘informazioni’ – scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - sullo stato del procedimento a carico di Francesco Saverio Romano ‘per gravi imputazioni’ . E poi, quando è ‘risultato che il giudice per le indagini preliminari non ha accolto l’inchiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo, e che sono previste sue decisioni nelle prossime settimane’ , ha espresso freddamente a Palazzo Chigi le proprie ‘riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale’ . Tutto inutile. Compreso l’invito ad attendere, almeno, il pronunciamento della magistratura. In Silvio Berlusconi è prevalso l’istinto di sopravvivenza, per cui non ha ceduto d’un palmo e ha formalizzato subito la proposta d’insediare alle Politiche agricole l’esponente di quei Responsabili appena giunti in soccorso del centrodestra. Il premier ha ottenuto il risultato che voleva. Ma a prezzo di nuove polemiche in Parlamento e di un nuovo strappo con il presidente della Repubblica, tale da rendere forse ancora più difficile la coabitazione tra i due ai vertici dello Stato. Tutto era cominciato una decina di giorni fa, quando il Cavaliere si era presentato al Quirinale annunciando l’intenzione di un rapido rimpasto. La scusa ruotava, allora come ieri, sul rischio che la maggioranza appena rinsaldata si sfaldasse e che la legislatura potesse chiudersi di colpo in una fase critica su diversi fronti (e quello che più preoccupa Palazzo Chigi è il fronte della giustizia). L’attesa benedizione non era però avvenuta, per questioni di merito e di metodo. Anzitutto, aveva osservato il Colle, il maxi allargamento con moltiplicazione dei sottosegretari e spacchettamento di dicasteri, era reso impossibile dal tetto sancito dalla legge Bassanini: divieto non aggirabile con decreti-legge. In secondo luogo c’era il problema delle pendenze penali di Saverio Romano, già allora indicato come futuro ministro. Ora, se Berlusconi ha abbozzato sul primo punto (con la promessa agli esponenti della ‘terza gamba’ della maggioranza di un disegno di legge grazie al quale potrà accontentarli presto), non è però arretrato su Romano. Ha scelto una linea dura, per lui obbligata, ed è andato fino in fondo. Alzando le spalle – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - davanti alle obiezioni e ai dubbi del capo dello Stato e trasmessi in via riservata fino all’altra sera a Gianni Letta. Facendo votare le nomine (con il contestuale spostamento di Galan alla guida dei Beni culturali, lasciati dal dimissionario Bondi) al Consiglio dei ministri, ieri mattina. E presentandosi subito dopo al Quirinale, in compagnia del ministro in pectore, per una cerimonia di giuramento che le fonti del Colle hanno eloquentemente descritto svolta in un ‘clima di franchezza’ . Una mossa che, oltre a fare piazza pulita di ogni estremo tentativo di moral suasion, ha disarmato Napolitano. Al quale, anche per non andare allo scontro su un principio costituzionale come la presunzione d’innocenza, non è rimasto che mettere agli atti la sua irritazione (proprio come accadde un anno fa, con la vicenda Brancher). Lo ha fatto con una nota nella quale rendeva esplicite le sue ‘riserve’ e che chiudeva con un ‘auspicio’ destinato a pesare sulla responsabilità assuntasi ieri dal premier: ‘Che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione’ di Romano. Un testo che a qualcuno è magari sembrato poca cosa, mentre ad altri è invece parso troppo. Come allo stesso neoministro, che ha contestato all’Ufficio stampa del Quirinale di aver fatto ‘confusione’ , ricevendone un gelido invito a rileggersi il comunicato, dove ‘non gli si attribuisce la qualifica di imputato’ . Sta di fatto che il passo compiuto ieri da Giorgio Napolitano è comunque il massimo consentitogli dall’articolo 92 della Costituzione e dalla prassi. Infatti, ai capi dello Stato non compete esercitare forme di ‘sindacato penetrante’ su questo tipo di designazioni. Che sono parte essenziale – conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA - della funzione di indirizzo politico di un governo e ricadono quindi sotto la sua responsabilità”. (red)

16. Gelo Napolitano-premier sui 'guai' del neoministro

Roma - “‘Presidente, mi assumo io la responsabilità politica della proposta: questa nomina è necessaria per l’equilibrio e la stabilità del governo’. Silvio Berlusconi – scrivono Francesco Bei e Umberto Rosso su LA REPUBBLICA - ha deciso di forzare la mano a Napolitano. Così, in un teso colloquio alla presenza di Gianni Letta, mentre fuori dalla porta aspetta trepidante Saverio Romano accompagnato dalla moglie e dal figlio dicianovenne, si consuma l’ultimo strappo tra palazzo Chigi e il Quirinale. Perché Napolitano non si dà affatto per vinto, anzi ci tiene a ribadire che le sue ‘perplessità politico-istituzionali’ restano intatte, esattamente come erano state già comunicate nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. È infatti da tempo, almeno dalla visita del premier al Colle di una settimana, che va avanti questo braccio di ferro sotterraneo sul nome del ministro dell’Agricoltura. Una nomina che Napolitano ritiene quantomeno inopportuna finché non si sarà definitivamente chiarita la posizione del politico siciliano davanti al Gip. Ma per Berlusconi il tempo stringe. I Responsabili, dilaniati al loro interno su chi deve andare al governo e chi resterà a bocca asciutta, su una cosa sono invece tutti d’accordo: il premier deve accettarli al tavolo, altrimenti lo faranno saltare. A cominciare dalla giustizia, il terreno scelto per le azioni di guerriglia. Il Cavaliere sa di avere il coltello alla gola: a Montecitorio ieri si votava in giunta sul conflitto d’attribuzione e tra poco dovrà pronunciarsi l’Aula. I Responsabili, come si è visto, sono determinanti. Così come sull’emendamento Paniz sulla prescrizione breve, che salverà Berlusconi da una condanna al processo Mills. Non c’è più tempo per esitazioni e per dare ascolto ai richiami del Colle alla ‘prudenza’. Il Cavaliere vede a rischio la stessa tenuta della maggioranza e, con questa minaccia, si presenta al Quirinale: ‘Senza la nomina di Romano non posso escludere una crisi di governo’. È una forzatura evidente, perché non è il Colle a dover risolvere i problemi della maggioranza. ‘I decreti di nomina dei ministri - si fa notare al Quirinale - si firmano valutandone tutti i requisiti’. Quello di Berlusconi è un diktat per mettere Napolitano con le spalle al muro: ingoiare il rospo Romano per evitare le elezioni. Il capo dello Stato non può che prendere atto della decisione del Cavaliere di andare avanti comunque ma, poco prima di entrare nella sala della Pendola per il giuramento del neo-ministro, annuncia al premier e a Letta l’intenzione di rendere pubbliche le sue riserve. È l’ultima carta che gli resta in mano. Come promesso, - proseguono Bei e Rosso su LA REPUBBLICA - l’inchiostro del decreto di nomina non si è ancora asciugato che già le agenzie di stampa battono i flash sul comunicato del Quirinale. Lasciando solo al premier il peso di una scelta ritenuta azzardata. Perché spingersi fino a rifiutare la nomina, come pretendevano i dipietristi (e anche molti del Pd e di Fli, pur senza dirlo apertamente), non è stato ritenuto possibile. Già la scelta di formalizzare le proprie obiezioni in una nota pubblica è stata una decisione sofferta, ma dal Colle si fa presente che non sussistevano le ragioni giuridiche e formali per arrivare ad una aperta rottura istituzionale con il governo. Dal Quirinale erano comunque partiti diversi segnali di grande preoccupazione indirizzati a Palazzo Chigi sui procedimenti aperti. Tanto da spingere Saverio Romano al contropiede: lunedì ha fatto arrivare a Gianni Letta tutto il fascicolo giudiziario che lo riguarda. Un faldone che deve aver soddisfatto il sottosegretario, che infatti ha provveduto a inviarlo a Donato Marra, il segretario generale del Quirinale, accompagnandolo da una nota autografa. Come a dire: per noi è pulito. Anche Berlusconi, pressato da Alfano e Schifani, due grandi sponsor del neo ministro, garantiva che ‘tutti i casi sono chiusi. Su Romano non c’è nulla’. Il clima rilassato della cerimonia del giuramento deve poi aver convinto i presenti che l’annuncio di Napolitano - renderò pubbliche le mie perplessità - forse non andava preso alla lettera. Il capo dello Stato tratta amabilmente il neoministro e la moglie, indica il figlio e si lascia andare a una battuta: ‘Che giovanotto, è più alto di lei!’. Cortesie umane, scambiate da Berlusconi e Romano per un’accettazione della nomina. E invece no, dopo poco arriva la doccia fredda. Ora, dopo il blitz e la rampogna del Quirinale, Berlusconi mastica amaro. ‘Siamo diventati una repubblica presidenziale - si lamenta il premier con i fedelissimi - ormai Napolitano ci mette sotto tutela’. Eppure – concludono Bei e Rosso su LA REPUBBLICA - non una parola viene pronunciata contro Napolitano, né dal Cavaliere né dai suoi, nonostante l’ira consumata in privato. ‘Non possiamo andare allo scontro totale con il Quirinale - spiega il premier - altrimenti offriamo il pretesto a Fini e Casini per buttarsi nelle braccia del Pd e lanciare la Santa Alleanza contro il sottoscritto’”. (red)

17. Romano: “Il peccato originario di noi siciliani…”

Roma - Intervista di Amedeo La Mattina al ministro Saverio Romano su LA STAMPA: “Ah, il ‘peccato originario’ di essere siciliani... Ce lo portiamo sempre dietro come una maledizione!’. Saverio Romano sospira. Già nei giorni scorsi ripeteva agli amici che il ‘peccato originario’ stava complicando e rallentando la sua nomina, nonostante che il pm Di Matteo abbia chiesto l’archiviazione dell’indagine per mafia a suo carico. Ma ora vuole dimenticare l’incidente con il Quirinale, gettare ‘cisterne d’acqua’ su quello che definisce ‘un equivoco’. Eppure c’è rimasto male, molto male a leggere quella nota quirinalizia fatta dopo il giuramento e la piccola festicciola di venti minuti. Un brindisi anche con il figlio e la moglie del neoministro dell’Agricoltura. E con il presidente Napolitano che scherzava sull’altezza del giovane Romano, parlava di un amico comune, il pittore romagnolo Alberto Sughi. ‘Il Capo dello Stato è stato cordialissimo e non ha fatto cenno a quanto è stato scritto nel comunicato. Per questo sono dispiaciuto, non me lo aspettavo. Tanto che ho dichiarato che secondo me quelle cose lui non le pensa’. Il Quirinale però ha spiegato di non avere mai detto che Romano è imputato. ‘E invece è stato detto: se si legge bene il comunicato si parla di imputazioni e le imputazioni non sono astratte. Comunque, pazienza... Ci sarà modo e occasione per chiarire con il Presidente della Repubblica, che io rispetto molto. Per me la vicenda è chiusa, voglio occuparmi di politica e da domani mi metto a lavorare’. Tuttavia il peccato originario continua a gravare su Romano. ‘Se sei nato in Sicilia, allora di riffa o di raffa un po’ mafioso devi essere per forza, e se poi fai politica è la fine. Per fortuna Berlusconi è un garantista e io non sono indagato, non ho un processo e nemmeno una piccola condanna’. Nella maggioranza c’è chi sostiene che Napolitano abbia voluto mettere le mani avanti per quello che potrà accadere in futuro. ‘Non lo so, non voglio fare dietrologie - risponde il ministro dell’Agricoltura - anche perché ho molto rispetto per il Capo dello Stato. Oggi voglio dirlo: io ho votato per la sua elezione a Presidente della Repubblica’. Continua a ripetere che forse c’è stato un equivoco con l’ufficio stampa che Napolitano non può smentire del tutto. ‘Però il fatto che ci sia stata una rettifica, per il Quirinale è già una cosa dolorosa. Ecco, mi fermo qui. Io sono tranquillissimo. Di Matteo non è uno che fa sconti! Sono assolutamente sicuro che ci sarà l’archiviazione, non ho nulla da temere’. Infine il capitolo dei Responsabili. Ieri due di loro si sono presentati in ritardo alla riunione della giunta per le autorizzazioni che stava votando il conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Alla fine si sono schierati con i berlusconiani dopo che la notizia dell’ingresso di Romano nel governo. ‘Sciocchezze’, così il neoministro liquida questa voce. ‘Il gruppo dei Responsabili ha sempre dimostrato saggezza proprio perché la responsabilità è la ragione sociale del gruppo’”. (red)

18. Tassa sulla benzina per i fondi alla Cultura

Roma - “‘Basta con la cultura vista come Cenerentola della politica italiana. Tutto questo deve finire altrimenti sarà veramente una vergogna inaccettabile per il Paese’. Giancarlo Galan – scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - è appena entrato al ministero per i Beni culturali. Le idee sembrano chiare: ‘Le decisioni sugli strumenti economici per tutelare il paesaggio e il patrimonio culturale, sui fondi per i musei e le mostre, per il cinema e il teatro, per gli enti lirici e le orchestre, per le istituzioni culturali, per le biblioteche, per tutto ciò che incarna la nostra identità nazionale, l’identità della Patria come ha detto qualcuno, agli occhi del mondo non possono essere prese dal solo ministro dell’Economia perché ha i cordoni della borsa. Scelte così importanti devono coinvolgere governo e Parlamento, anche con un confronto aperto con le forze dell’opposizione’ . Il messaggio a Giulio Tremonti sembra molto chiaro. Galan ricorda che ‘durante il quindicennio trascorso alla presidenza della regione Veneto mi sono continuamente occupato di due grandi enti lirici come Fenice e Arena e di una eccellenza come la Biennale di Venezia, il cui prestigio è intatto nonostante le difficoltà che vivono tutte le istituzioni culturali. Ora dovrò capire come stanno le cose al ministero, incontrerò tutti i direttori generali. Oggi sono arrivate buone notizie col reintegro del Fus. Ma tutto questo non può, non deve arrivare dopo lo sciopero di quel teatro o dopo le proteste di quel gruppo di attori. Occorre che il sistema politico italiano riconosca strutturalmente l’importanza fondamentale della cultura. Abbiamo poco tempo a disposizione e vorrei essere messo nelle condizioni di lavorare bene. Avrò come bussola l’operato di grandi ministri come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey’ . Galan – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA - approda al ministero mentre rientrano (lo ha annunciato il sottosegretario Gianni Letta) quasi tutti i fondi tagliati da Tremonti e che avevano portato agli scioperi del settore e alle dimissioni di Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio Superiore. Con un piccolo aumento delle accise sulla benzina (1-2 centesimi al litro, ha detto Letta) il ministero potrà contare su 236 milioni di euro annui: 149 milioni per il Fondo Unico dello Spettacolo, 80 milioni per la tutela e il recupero del patrimonio storico-artistico, 7 milioni agli istituti culturali. Sempre ricorrendo alle accise, viene abolito l’aumento di un euro per i biglietti al cinema. Soddisfatto Gianni Letta: ‘Un aumento così forte faceva giustamente nascere il timore che interrompesse il flusso di crescita, o rappresentare un messaggio negativo’ . — per Pompei viene adottato un piano straordinario di manutenzione potenziando i poteri di tutela della Soprintendenza e anche gli organici. Verrà inviata una task-force di archeologi, architetti e operai specializzati per gli interventi più urgenti. Infine, questione essenziale per gli organici del dicastero, vengono sbloccate le assunzioni di archeologi attraverso l’utilizzo delle graduatorie degli idonei. Il pacchetto è l’ultimo provvedimento che porterà la firma di Sandro Bondi. Nelle ultime settimane, stando alle ricostruzioni (per esempio quella della Uil-Beni culturali) il ruolo di Gianni Letta è stato fondamentale. Proprio Letta, giocando di sponda col capo di gabinetto di Bondi, Salvo Nastasi, è riuscito a ‘convincere’ Tremonti e a individuare un meccanismo (le accise sulla benzina) che consentirà di non rimettere mano alla Finanziaria e, contemporaneamente, a non ridurre il dicastero a una scuola vuota priva di fondi e incapace di tutelare il patrimonio storico artistico italiano. In più, col sistema delle accise, il finanziamento sarà stabile e non suscettibile di tagli nelle leggi finanziarie. Fondamentale, per sbloccare tutto, è stato l’intervento del maestro Riccardo Muti al teatro dell’Opera. La sera del 17 marzo, in pieno accordo col sovrintendente Catello De Martino, dopo la rappresentazione del ‘Nabucco’ ha esposto uno striscione contro i tagli davanti al presidente Giorgio Napolitano e a Silvio Berlusconi. Un incontro tra Muti, Tremonti e il sindaco Alemanno (presidente dell’Opera) – conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA - ha definitivamente convinto il ministro dell’Economia sull’importanza di ripensare l’intero comparto dei finanziamenti alla cultura”. (red)

19. Dubbi liberali sul governo

Roma - “Si ha l’impressione – scrive Nicola Porro su IL GIORNALE - che ogni tanto (un po’ troppo spesso, per la verità) all’interno dei governo si insinui uno spiritello malvagio che ne combina di tutti i colori. Insomma, come fa un liberale ad accettare che con decreto si tolgano dei quattrini dalle tasche degli automobilisti per depositarli in quelle di Nanni Moretti? Come fa un liberale a sopportare che, sempre con un decreto, il governo si impicci delle assemblee di un’azienda privata, e per di più quotata in Borsa (già venduta all’estero anni fa), per favorire un’alternativa a un’acquisizione straniera? E come fa un liberale a tollerare la sbalorditiva giravolta sul nucleare? Cerchiamo di essere molto chiari. La prerogativa delle sciocchezze non è solo del governo italiano. Basti pensare al nucleare: la signora Merkel, tutta preoccupata dai suoi pessimi risultati elettorali, sta facendo ben di peggio di quanto ha deliberato l’Italia con la sua moratoria. Ma il punto, caro presidente Berlusconi, è che Lei, solo poche settimane fa, in una bella lettera al Corriere della Sera aveva riaffermato con vigore la necessità di una scossa, di una frustata all’economia italiana. Nel Consiglio dei ministri all’uopo convocato, aveva abbozzato un’ipotesi di lavoro. Ma certamente aveva indicato una strada: più liberalizzazioni, più libertà di impresa. Questa è roba che ancora piace. Per carità, aprire il mercato crea problemi: soprattutto a coloro che godono e sfruttano le chiusure. Ma, caro presidente, è davvero convinto che gli italiani siano ‘felici di contribuire con un centesimo delle proprie tasse al finanziamento della cultura’? È davvero convinto... Stop, sarebbe meglio dire. Si è forse improvvisamente convinto che sia giusto un prelievo forzoso su 37 milioni di patenti italiane, oltre a ciò che già abbondantemente pagano, per compiacere un’industria che è certamente grande, ma proprio per questo potrebbe badare a se stessa? Caro presidente, le avranno detto come costoro le hanno risposto: ‘Sono soldi che ci spettavano’. Ecco, presidente, davvero un liberale può sopportare l’idea che tutto spetti a tutti? Davvero si può pretendere da avvocati, commercialisti, ragionieri, giornalisti, tassisti, costruttori e via dicendo, maggiori liberalizzazioni, e dunque più competizione e merito, e poi decretare in un Consiglio dei ministri che una società come Parmalat, quotata in Borsa, debba finire soltanto a qualcuno che ha il passaporto italiano? Chi decide cosa sovvenzionare e proteggere e cosa no? E’ evidente – prosegue Porro su IL GIORNALE - che ci si mette in un cul de sac. Abbiamo sostenuto la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che lei ha proposto, esattamente per questo motivo. Non si sarebbero più commessi gli errori del passato, con liberalizzazioni ad personam, ma l’intero sistema sarebbe stato improntato alla libertà di impresa. Si ha l’impressione che il sistema ora rischi di essere improntato agli umori del Consiglio dei ministri. Ai suoi piani, più che a quelli del mercato. L’agroalimentare è certamente un settore strategico. Come tutti quelli che producono ricchezza. Ma facciamo un gioco al contrario. Sa forse indicarci, con la medesima perversa logica con cui si intende bloccare il mercato nel caso Parmalat, quale settore non sia strategico? Paradosso dei paradossi, nel settore elettrico-nucleare, strategico per definizione, aveva inevitabilmente dovuto affidare la tecnologia ai francesi. Lei, gran borghese che si è fatto da solo, indugi qualche volta nell’aristocratique plaisir de déplaire di Baudelaire. Racconti piuttosto che, grazie alla sbornia del fotovoltaico, nei prossimi 20 anni gli italiani avranno le proprie bollette gravate di oneri impropri per 80 miliardi di euro. Dica che aumentare le tasse sulla benzina utilizzando il ricavato a favore dei teatri lirici et alia è una straordinaria imposta regressiva: toglie a tutti, tra cui i più deboli, per dare a pochi. Sostenga con forza che il mercato non lo si può invocare, come l’arbitro, solo quando fa comodo e definirlo cornuto quando ci assegna un rigore contro. Oppure, come direbbe lei, - conclude Porro su IL GIORNALE - si astenga dall’eccitare i liberali con quei bei propositi liberalizzatori consegnati al Corriere e al Consiglio dei ministri di sole poche settimane fa. Meglio rassegnati che delusi”. (red)

20. L’addio di Bondi: resterò al fianco di Silvio

Roma - Intervista di Paolo Conti all’ex ministro Sandro Bondi sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Oggi sono finalmente sereno. E veramente non ho alcun rammarico per la scelta delle dimissioni’. Sandro Bondi il giorno dell’addio. Appare triste e affaticato, ma insieme tranquillissimo. La sensazione di un peso tolto per sempre. Aveva ricevuto una piena fiducia in Parlamento e molti inviti a restare, fino a ieri stesso. Ma perché, alla fine, si è dimesso? ‘Ho ricevuto la fiducia del Parlamento, è vero. Ho vissuto un periodo duro, caratterizzato dalle polemiche e dalle aggressioni nei miei confronti dopo il crollo di quel manufatto a Pompei, dalla presentazione di una mozione di sfiducia da parte delle opposizioni e dalle conseguenze del drammatico taglio delle risorse. Eppure nemmeno dopo la fiducia sono riuscito ad ottenere i fondi necessari per continuare le riforme che avevo intrapreso. Proprio in questi ultimi giorni poi, dopo l’ulteriore congelamento di fondi da parte del ministero del tesoro, la mia figura pubblica è stata letteralmente sottoposta ad un massacro mediatico’ . Dicono che il suo vero nemico sia stato Tremonti. Ma perché ha subìto tutti quei tagli? ‘La mia ‘colpa’ è stata quella di non avere solo chiesto maggiori fondi, come tutti i miei predecessori, ma di avere impostato delle riforme liberali del settore. Questa mia posizione non è stata evidentemente compresa dal ministro Tremonti’ . Cosa ha pensato quando invece Tremonti ha promesso un reintegro del Fus al Maestro Riccardo Muti e al sindaco di Roma, Gianni Alemanno? ‘Tremonti ha concesso una attenzione al sindaco di Roma e al Maestro Muti ben superiore a quella che ha concesso a me come ministro. E credo inoltre che egli sia stato molto più sensibile agli editoriali del Corriere della Sera, che lo invitavano a comprendere le ragioni della cultura, piuttosto che alle mie preoccupazioni e alle mie proposte’ . Non crede che Berlusconi avrebbe dovuto aiutarla proprio durante i giorni dei tagli? ‘Il presidente Berlusconi non mi ha mai fatto mancare la sua vicinanza e comprensione’ . Cosa pensa delle dimissioni di Carandini? ‘Carandini è non solo un grande studioso e uomo di cultura, ma è anche persona intellettualmente onesta. Gli sono ancora grato di avere accettato la mia proposta di assumere la presidenza del Consiglio nazionale dei beni culturali e lo prego di restare al suo posto, perché il ministero, tanto più oggi, non può rinunciare al suo autorevole contributo’ . Quale eredità crede di lasciare al dicastero? ‘Ho cercato di cambiare, di stringere un’alleanza fra questo ministero e l’economia, sbloccando grandi opere pubbliche e agevolando la realizzazione delle metropolitane di Roma e di Napoli. Ho introdotto una nuova direzione per la valorizzazione del nostro patrimonio storico affidandola ad un manager come Mario Resca, cioè a competenze organizzative che fin qui mancavano. Ho difeso strenuamente le prerogative dello Stato nella difesa del paesaggio e dei beni culturali e ho esercitato questa prerogativa non guardando in faccia nessuno, come sa anche il sindaco di Roma a proposito del vincolo sull’Agro Romano, di cui sono veramente fiero’ . Non la addolora che il reintegro del Fus sia arrivato proprio il giorno in cui lei lasciava il ministero? ‘No, sono soddisfatto per il mio amico Giancarlo Galan, che può intraprendere questa sua nuova esperienza politica e di governo con maggiore tranquillità’ . E adesso che farà? ‘Come ho detto tante volte, il mio desiderio è restare al fianco del presidente Berlusconi: ed è l’unica cosa che mi tiene ancora legato alla politica. Ma non sono interessato a mostrine o ruoli particolare. Voglio cercare di offrirgli il mio contributo. E di svolgere bene il mio ruolo di senatore. Tutto qui’”. (red)

21. Bondi, Il Foglio: Elogio di un politico diverso

Roma - “Sandro Bondi, che ha lasciato ieri il ministero dei Beni e delle Attività culturali, - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - è quel che si dice una brava persona. E’ intelligente, colto, appassionato. Di Berlusconi è da sempre ammalato, gli vuole bene in modo patologico. Il capo politico offre una chance ai suoi collaboratori, che talvolta, piuttosto raramente, gliene sono grati. Ma l’attaccamento di Bondi a Berlusconi non ha la minima impronta di opportunismo, e la sua gratitudine è umana, psicologica, perfino sentimentale, come dimostra la motivazione della sua rinuncia – caso rarissimo – senza attuali e tangibili contropartite. Bondi è coordinatore del partito fondato da Berlusconi, e per adesso mantiene quell’incarico affidato a un triumvirato, ma se ne va dal ministero nella più sovrana incertezza sul proprio futuro, dicendo e scrivendo a destra e a manca che è interessato a un cambio di vita, basta che gli lascino un ruolo di consigliere e di assistente del suo amico politico e gli permettano di lavorare anche in seconda fila, con riservatezza, per realizzare un rapporto meno febbrile e per lui devastante con la lotta politica. Bondi infatti è la prima vittima italiana conosciuta della sindrome da lotta politica. Questo è il paese classico della politica, la politica la fanno tutti, e tutti vorrebbero farla direttamente o indirettamente, tutti sicuri di trovare un posto di combattimento e di poter esercitare l’arte di ‘intrare nel male quando necessario’, come diceva il Machia nel ’500. Tutti forse è troppo, diciamo quasi tutti. Ma Bondi no. Bondi è uscito dalla retrovia del partito, si è misurato con un ministero chiave delle battaglie per l’egemonia nella società e nelle classi dirigenti, e si è accorto che il Colosseo dei leoni, in confronto, era un luogo per educande. Non è un gladiatore. Non pretende nemmeno di esserlo, la sua celebre mitezza non ha trovato corresponsione alcuna né tra gli amici né tra i nemici. I colleghi del governo, in testa quel famoso sadico di nome Tremonti, non gli hanno mollato nemmeno un piccolo ossetto da rodere, lo hanno letteralmente affamato. E l’applauso che ieri ha accompagnato le sue dimissioni – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - sapeva lontano un miglio di senso di colpa, visto che la correttezza di Bondi, politicamente sciagurata, nel fare male e tardi la battaglia interna per i finanziamenti alla cultura, è stata ripagata con un assegno culturale generoso (era ora!) emesso dall’Economia e da Gianni Letta nel momento stesso in cui Sandro mollava. I nemici, poi, nella loro crudeltà priva di senso, spoglia di ogni sentimento cavalleresco, si sono accaniti su di lui, che ha lavorato piuttosto bene finché ha potuto farlo, e lo hanno letteralmente strappato, come si fa con l’anello debole della catena, coprendolo di ingiurie e dileggio fino a farlo letteralmente impazzire, imputandogli perfino il crollo di Pompei. Fosse stato appena possibile, avrebbero chiesto di votargli la sfiducia per una indiretta responsabilità nell’omicidio di Avetrana. Io ammiro i capi che hanno il fuoco nella pancia, che sanno resistere sempre e comunque, che non si fanno trascinare dall’avventura dell’amore, privato e pubblico, perché l’amore è la cosa più bella del mondo e anche la più lontana dalla politica e dalle sue leggi. Ma ammiro contraddittoriamente anche Bondi, che la sua testimonianza di intellettuale e di persona comune, di italiano strano e diverso, l’ha data invece con un clamoroso, e a suo modo storico, cedimento di carattere. Bondi politico si è per adesso schiantato al suolo da un’altezza inimmaginabile, nascerà un altro Bondi con un altro rapporto con le idee e la politica, lontano dalla cucina, che per lui è troppo calda. Bondi ha guadagnato qualcosa per sé, e buona fortuna. La politica italiana – conclude Ferrara su IL FOGLIO - ha perso una competenza, una dedizione perfino folle, un attaccamento al fair play, al gioco duro ma corretto, di cui avrebbe disperatamente bisogno. Ben le sta”. (red)

22. La Merkel boccia il nucleare. In Italia stop di un anno

Roma - “Tutte le procedure – scrive Roberto Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - per la realizzazione e la localizzazione degli impianti per il nucleare si fermano per un anno. Mentre si allungano fino a 24 mesi i termini per la definizione della strategia per il ritorno dell’atomo. Lo ha stabilito il Consiglio dei ministri con una ‘moratoria’ che esclude l’iter del deposito nazionale per lo stoccaggio e le attività dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Così come non tocca il referendum che si svolgerà regolarmente il 12 e il 13 di giugno. La sindrome giapponese ha colpito anche il Veneto dove la Lega si è alleata con l’opposizione e ha approvato una mozione che dice ‘no al nucleare in Veneto’ . Unico gruppo a votare contro quello del Pdl mentre l'Udc ha deciso di non partecipare al voto e Unione Nord Est si è astenuta. Il pericolo Fukushima ha prodotto effetti anche all’estero. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che ‘prima si uscirà dal nucleare e meglio sarà’ . Una dichiarazione che si aggiunge al blocco di tre mesi del funzionamento delle sette centrali più vecchie e agli stress test sugli attuali impianti europei decisi da Bruxelles. La Merkel ieri ha definito ancora una volta ‘transitoria’ l’attuale tecnologia nucleare e ha sottolineato, politicamente preoccupata dall’avanzata dei Verdi e dalle elezioni regionali di domenica prossima, che ‘il dibattito deve svilupparsi su basi razionali’ . Per il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ‘il governo ha fatto una scelta responsabile e nell’interesse dei cittadini, l’Italia si muove in sintonia con gli altri Paesi europei che dopo il dramma giapponese stanno definendo nuovi e più condivisi criteri di sicurezza’ . Per Romani ‘ora bisogna guardare avanti e, al di là dell’atomo, essere all’avanguardia nelle nuove tecnologie energetiche’ . Come le rinnovabili – prosegue Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - per le quali entro settimana prossima sarà pronto il decreto che ridisegna il meccanismo degli incentivi per renderli economicamente sostenibili per il sistema Paese. Ieri intanto il consiglio dei ministri ha approvato anche un altro decreto, che recepisce una normativa europea, che definisce le norme per la cattura e lo stoccaggio della Co2 nel sottosuolo. ‘Si tratta di un metodo— ha spiegato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che ha partecipato alla presentazione di un progetto laboratorio a Brindisi realizzato dall’Enel— che consente alle centrali che utilizzano combustibili fossili come il carbone e il gas, di iniettare l’anidride carbonica nel sottosuolo, un passo avanti per lo sviluppo di un sistema energetico pulito e in linea con Kyoto’ . Il nucleare continua a far discutere. E se davanti a Palazzo Chigi manifestazione con striscioni del tipo ‘Piuttosto che rimandare è meglio eliminare’, del comitato Vota sì per fermare il nucleare, per il leader della Cisl Raffaele Bonanni ‘Questi giochetti mediatici ci hanno stufati, ora devono decidere come si sostengono le fonti alternative’. Intanto la Sogin, - conclude Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - la società pubblica che cura lo smantellamento delle centrali, ha firmato con i prefetti delle sette Province interessate un protocollo per prevenire ‘ogni possibile infiltrazione mafiosa’”. (red)

23. Ruby, primo sì al conflitto Camera-pm

Roma - “La si può raccontare con le parole di Maurizio Paniz, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - il berlusconiano cui i numeri hanno dato la meglio nella giunta per autorizzazioni di Montecitorio dov’è finita 11 a 10: ‘È successo quello che doveva succedere, la Camera eserciterà la sua prerogativa costituzionale’. Inoltrerà alla Consulta il conflitto contro la procura di Milano sul caso Ruby. Colpevoli, quei pm, di aver derubricato a ordinaria concussione, senza riconoscergli il rango ministeriale, la telefonata del premier in questura per liberare Ruby. Su cui Paniz insiste: ‘Poteva essere la nipote di Mubarak’. A Milano già mettono le mani avanti. In procura dicono che il processo, Consulta o non Consulta, comincerà e andrà avanti. La Corte deciderà sull’ammissibilità, poi entrerà nel merito, ma nel frattempo il dibattimento, com’è avvenuto altre volte (ma su questo la difesa è di opposto parere e cita il caso Abu Omar), arriverà ‘fino’ alla sentenza. La storia che Paniz dà per scontata la si può descrivere come fa l’opposizione. La Pd Marilena Samperi: ‘Il Parlamento sta per essere mortificato un’altra volta’. La collega Donatella Ferranti: ‘È una brutta pagina per la politica, così si scardinano i principi costituzionali’. L’Udc Pierluigi Mantini: ‘È destituita di fondamento l’accusa ai pm di voler sovvertire l’ordine della Carta’. Il finiano Nino Lo Presti: ‘Che il governo si assuma la responsabilità di sollevare lui il conflitto’. L’Idv Federico Palomba: ‘È una ritorsione indecente’. Lontani, polemici, arrabbiati. Dopo lo scontro sulla prescrizione breve, tocca al conflitto. Mentre il Csm preannuncia, dopo la richiesta di Aniello Nappi (Movimento per la giustizia), che discuterà in plenum della nuova leggina per Berlusconi. Forse pure della riforma della giustizia, visto che Vittorio Borraccetti (Md) ne ha fatto istanza al vice presidente Michele Vietti. Ma a prescrizione e riforma ora si sovrappone il ricorso alla Corte. Con tutta l’urgenza di farlo perché deve arrivare in mano agli alti giudici ‘prima’ che il processo cominci il 6 aprile. Del conflitto oggi si saprà la sorte. Il presidente della Camera Gianfranco Fini riunisce la giunta per il regolamento che dirà l’ultima parola sull’opportunità, tutta politica considerato che di mezzo c’è un processo al premier, di mandarlo in aula. Fini non si metterà di traverso. E il caso Ruby – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - potrebbe costituire un precedente, potrebbe andare in aula senza un voto nell’ufficio di presidenza. Dura due ore la riunione della giunta per le autorizzazioni e finisce com’era previsto che finisse per la logica dei numeri. Anche se per oltre un’ora il brivido di un possibile rivolgimento l’opposizione lo assapora tutto. Quando restano vuoti i banchi dei due Responsabili. Le cui facce, racconta la Pd Anna Rossomando, ‘fanno capolino proprio quando sui nostri telefonini arriva la notizia che Romano sta per diventare ministro’. In giunta lo dichiara pure Lo Presti. Ne fa fede il dettagliato resoconto della seduta. Il testo recita che il deputato di Fli ‘prende atto dell’arrivo dei colleghi che arrivano solo adesso per motivi legati al preannunziato rimpasto di governo’. Paniz le considera ricostruzioni ‘fantasiose’. ‘Io sto ai fatti, avevo detto a tutti che potevano arrivare per le 11, tant’è che anche Antonio Leone si è presentato a quell’ora’. Ma la suspense è innegabile. Poteva finire 10 a 9 per l’opposizione. Che però, per un pelo, non ha perso una gamba, quella del finiano Giuseppe Consolo che, ‘solo per disciplina di partito’, ha votato contro il conflitto, come fa notare il Pdl Enrico Costa. Per lui, ideatore del lodo Consolo (solo la Camera decide sulla ministerialità), il conflitto c’è tutto. I berluscones sono entusiasti, come il vice presidente Francesco Paolo Sisto: ‘Abbiamo sventato l’ennesimo tentativo dell’opposizione di violare la Carta in nome del solito antiberlusconismo a prescindere’. Dal fronte opposto – conclude Milella su LA REPUBBLICA - un grido: ‘A stravolgerla Carta per salvare il premier siete sempre voi’. Super parte, tace il presidente Pierluigi Castagnetti”. (red)

24. Governo blinda Parmalat e aspetta Pd 

Roma - “Sulla campagna italiana dei francesi – si legge su IL FOGLIO - il governo va ai tempi supplementari, mentre si formano nuove possibili cordate italiane per Parmalat, vero obiettivo dell’esecutivo. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge anti scalate straniere. Dopo l’offensiva francese delle settimane scorse, e i casi Bulgari, Edison e Ligresti, e soprattutto dopo l’accelerazione dell’offensiva transalpina su Parmalat di Lactalis, salita due giorni fa al 29 per cento spiazzando tutti, il governo ha varato una norma che, a differenza delle indiscrezioni circolate nei giorni scorsi, non è sistemica e non individua i settori industriali da blindare. Fino alle ultime ore si pensava a una norma alla francese, impostata sul decreto Villepin che nel 2006 permise di proteggere Danone in nome di undici settori economici da tutelare, rispetto a un’offerta dell’americana Pepsi. Il provvedimento di ieri prospetta invece una soluzione interlocutoria (sui tempi) e mirata (su Parmalat). Il decreto prevede infatti una modifica al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, concedendo possibili proroghe dei termini per la convocazione delle assemblee degli azionisti delle società. Anche di quelle già convocate, com’è appunto il caso di Parmalat: l’assemblea dell’azienda di Collecchio è fissata in terza convocazione per il 14 aprile e quindi può slittare di un mese dopo una delibera del cda. Trenta giorni utili per permettere a cordate alternative a Lactalis di aggregarsi. Non a caso il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, ha detto che il suo dicastero sta ‘seguendo con grande attenzione la vicenda per salvaguardare l’intera filiera produttiva’. Fra i soggetti italiani c’è in primo piano il gruppo Ferrero insieme con Banca Intesa, già azionista al 2,4 per cento del gruppo agroalimentare guidato dall’ad, Enrico Bondi. Accanto a Intesa lavorerebbe anche Bnl, istituto che finanzia stabilmente anche la Ferrero, mentre l’ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, ieri ha smentito ogni partecipazione dell’istituto di Piazza Cordusio, nonostante alcune dichiarazioni di segno diverso, due giorni fa, del vicepresidente Fabrizio Palenzona. Il fattore tempo consentirà al governo di studiare ulteriori misure, questa volta sistemiche, per le difese anti francesi. Nell’ultima riga del comunicato di ieri di Palazzo Chigi si legge infatti di ‘altre ipotesi di intervento normativo che potranno tra l’altro prendere la forma di emendamenti’. Dunque – continua su IL FOGLIO - la lista dei settori da salvaguardare potrebbe arrivare nelle prossime settimane, anche se lo scenario più accreditato, confermato al Foglio da fonti della presidenza del Consiglio, è che l’approccio scelto sia piuttosto a livello di governance; si starebbe pensando insomma di introdurre ‘poison pill’, cioè norme per rendere più difficili scalate ostili, come il congelamento dei diritti di voto oppure soglie inferiori al 30 per cento del capitale per far scattare l’obbligo di Opa. Insomma, la soluzione scelta ieri dal governo è quella del temporeggiamento; non c’è stata la blindatura che la stampa internazionale aveva criticato in anticipo, ad esempio con la Lex Column del Financial Times che tifava per il mercato, che ‘ha tutto da guadagnare dalla vittoria di Lactalis a Collecchio’. A tifare per il mercato, in Italia, non sono molti. Distinguo dal Pd: secondo Enrico Letta, ‘sì alla reciprocità, no al protezionismo’, mentre Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, parla di un provvedimento come ‘pezza emergenziale’. Aperturismo che, insieme all’inedito endorsement dell’ex premier Romano Prodi arrivato tre giorni fa proprio sulla strategia tremontiana, lascia pensare che il prender tempo di Via XX Settembre possa servire anche a trovare una piattaforma bipartisan sul dossier scalate straniere. Perplessi gli industriali: ‘Interventi mirati a singoli casi non risolvono il problema di fondo e, cambiando le regole del gioco in corso di partita, rischiano di indebolire la capacità dell’Italia di attrarre investimenti esteri’, ha commentato Confindustria. Da alcuni grandi gruppi – conclude IL FOGLIO - trapela poi il timore che in Parlamento possa esserci una corsa a emendamenti protezionistici”. (red)

25. La mossa del cavallo

Roma - “Il decreto del governo nato sulla scorta della vicenda Parmalat – scrive Francesco Forte su IL FOGLIO - è un’abile mossa del cavallo di tipico stile tremontiano. Consiste in una proroga di termini di assemblee di società da convocare o già convocate, con liste di nomi da votare per le cariche sociali. Nulla si dice circa l’eventuale tutela dell’interesse nazionale nel caso di opa da parte di un soggetto estero o sul controllo con una quota del 29 per cento, nel caso di società ad azionariato diffuso, nel mercato del latte. E nel frattempo possono prepararsi eventi che Lactalis può intuire solo in modo vago e su cui l’opposizione dovrà esporsi. Che cosa può accadere in questo intermezzo? Provo a elencare le varie ipotesi: a) un’azione politica di moral suasion nei confronti del governo e della finanza francesi a non tirare troppo la corda, onde evitare la rottura di rapporti cui i francesi tengono; b) un’azione di moral suasion nei confronti di un’eventuale cordata italiana composta di banche e imprese e fondi di investimento per un’opa su Parmalat; c) emendamenti parlamentari dell’opposizione con parere contrario del governo su cui la maggioranza ‘va sotto’, i quali introducono una normativa simile a quella francese sull’interesse nazionale, prima che il governo abbia potuto consultare Bruxelles su un tema che riguarda chiaramente le regole della comunità europea; d) emendamenti della maggioranza cui il governo dà il suo assenso, con l’accordo di larga parte dell’opposizione, che limitano l’efficacia delle norme per la tutela dell’interesse nazionale ai soli stati ove vigono le medesime regole per i medesimi settori. Nel frattempo il governo consulterà Bruxelles e rifletterà, ma le carte dovranno scoprirle per primi gli altri. Certamente una norma di reciprocità con la Francia è difficilmente oppugnabile da parte dei francesi e anche da parte della Commissione europea, in quanto non si può certo invocare il principio ‘quod licet Iovi non licet bovi’. Ciò anche se la tesi della tutela dell’interesse nazionale in sé – prosegue Forte su IL FOGLIO - è priva di senso in un’economia di mercato di concorrenza la quale, data la dimensione delle imprese adatta al progresso tecnologico e l’esistenza di un mercato globale, ha bisogno della libertà degli investimenti internazionali. Forse che gli Stati Uniti hanno storto il naso sull’opzione di Fiat su Chrysler e sulle acquisizioni in America di imprese militari da parte di Finmeccanica? Ci si lamenta che non abbiamo abbastanza investimenti esteri, ma allora perché dobbiamo dire no a quelli che consistono nell’acquisto di nostre imprese? Se l’obiettivo è la crescita, dobbiamo attivare tutti gli stimoli possibili per non rimanere al tasso di crescita dell’1 per cento previsto dal Fondo monetario internazionale per il 2011. Rimane d’altra parte vero che abbiamo così poche grandi imprese multinazionali – a causa delle politiche sbagliate di privatizzazione e delle errate gestioni commissariali affidate a Mediobanca dopo i processi penali di vario genere – che sarebbe molto sgradevole che anche Parmalat finisse in Francia. Gli economisti chiamano questi problemi come questioni di ‘second best’. E in concreto – conclude Forte su IL FOGLIO - il nostro maestro operativo di ‘second best’ è Cesare Geronzi, che aveva capito che Parmalat andava salvata senza farla fallire perché è una bella impresa di uno storico ducato del buon food”. (red)

26. Bomba a fermata bus. Torna l’incubo Jihad a Gerusalemme

Roma - “L’incubo del terrorismo – si legge su LA REPUBBLICA - ha l’aspetto del bus 74 con la fiancata accartocciata per l’esplosione di una bomba lasciata dentro uno zaino a una fermata dei mezzi pubblici all’entrata occidentale della Città Santa. La deflagrazione, un silenzio sordo, poi le urla dei feriti, dei passanti, le sirene che invadono l’aria. Una tragedia che la città conosce bene ma che da anni non si ripeteva più e stava entrando nel ricordo. Il terrorismo di marca palestinese è invece tornato a colpire ieri pomeriggio con uno-due chili di esplosivo fatti saltare in aria in una delle zone più affollate della città, fuori dal Centro internazionale convegni e proprio di fronte alla stazione centrale. Studenti, famiglie, lavoratori in coda vicino alla pensilina sotto una pioggia fastidiosa, sono stati investiti dall’esplosione con un bilancio che poteva essere ancor più pesante: una donna è rimasta uccisa e una trentina i feriti ricoverati nell’Ospedale Hadassah con vari livelli di gravità. Erano quattro anni che nella città non si verificavano attacchi simili ma la tragedia arriva in un momento in cui la tensione tra Israele e gli integralisti di Gaza è salita alle stelle, con nuovi lanci di razzi dalla striscia Gaza e diversi raid aerei di risposta che lunedì hanno provocato la morte di otto palestinesi, tra cui due bambini. Una situazione che il vicepremier israeliano, Silvan Shalom, poche ore prima dell’attentato, aveva definito simile ai giorni precedenti l’operazione "Cast Lead". Il premier Benjamin Netanyahu - che ha ritardato di qualche ora la partenza per Mosca per presiedere il gabinetto di sicurezza - avverte che Israele ‘è deciso a colpire elementi terroristici e a negare a loro i mezzi per attaccare i nostri cittadini. E questo richiederà uno scambio di colpi che potrebbe durare un certo tempo’. Intanto Gerusalemme cerca di riprendersi dallo choc. Il sindaco, Nir Barkat, ha chiesto ai cittadini di elevare il livello di attenzione. A spaventare gli israeliani è soprattutto il fatto che non c’è stata alcuna segnalazione dell’intelligence, come ha confermato anche il primo cittadino. L’attentato non è stato rivendicato ma la Jihad Islamica, tramite il suo portavoce, Abu-Ahmed, lo ha definito una ‘risposta naturale ai crimini di Israele’, silenzio da parte di Hamas. Netta invece – continua su LA REPUBBLICA - la condanna del presidente dell’Anp, Abu Mazen, e del premier Salam Fayyad, che ha parlato di ‘atto vergognoso’. Mosca ha denunciato ‘il barbarico atto di terrore’ mentre il presidente Usa Barack Obama ha avvertito che Israele, ‘come ogni altro Paese, ha un diritto di autodifesa’. La bomba è esplosa a Gerusalemme ma tutti gli occhi sono puntati su Gaza. Da giorni proseguono i lanci di missili e mortati contro le zone israeliane circostanti, mai dal 2008 sono stati sparati tanti razzi dalla Striscia - 52 solo sabato scorso - dove sembrava che Hamas fosse riuscito a imporre anche agli altri gruppi armati una sorta di tregua con Israele. Ma a Gaza dopo il crollo di Mubarak attraverso i tunnel del contrabbando sotto il confine con l’Egitto stanno arrivando grandi rifornimenti di armi ai gruppi integralisti che sparano non più ‘Qassam’ fatti in casa ma missili di fabbricazione russa e cinese che hanno un raggio d’azione ampio come i Grad esplosi ad Ashdod e a Beersheba, che hanno causato solo un ferito perché le sirene di allarme delle città hanno suonato tempestivamente. La Jihad Islamica si è assunta la responsabilità del fuoco. Per prudenza in tutte le aree minacciate, incluse le città, le scuole e i nidi di infanzia resteranno chiusi fino a domenica. Da giorni droni e elicotteri israeliani costantemente sorvolano Gaza alla ricerca di gruppi di miliziani responsabili dei tiri per poi attaccarli con i missili e si preparano, annunciano i portavoce militari, ‘altre azioni militarmente restrittive’”. (red)

Nucleare. Una moratoria per i gonzi

Tutto male. Tutti in piazza