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L’acqua in bottiglia fa bene. Al business

In Italia non esiste l’obbligo di adeguarsi alle linee guida sulle tariffe da corrispondere per lo sfruttamento commerciale delle sorgenti. Le imprese ovviamente ne approfittano. E i cittadini le assecondano di buon grado, soggiogati dalla falsa convinzione che il prodotto confezionato sia non solo più gradevole ma anche più salutare

di Pamela Chiodi

In occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, qualche giorno fa sono scese in piazza circa un milione e 400mila persone per chiedere la modifica della legge che impone la privatizzazione del servizio idrico. Ma le preferenze di molti cittadini italiani hanno già da tempo determinato una forma di privatizzazione: quella delle sorgenti la cui concessione viene data a società che imbottigliano l’oro blu. Che tanto piace agli italiani. 

Nonostante diversi studi accertino che l’acqua del rubinetto sia migliore rispetto a quella confezionata, in Italia nel solo 2009 sono stati imbottigliati 12,4 miliardi di litri d’acqua. Secondo i dati del dossier Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia, presentato da Legambiente e dalla rivista Altroconsumo, si tratta di un business che ha fruttato nel 2009 circa 2,3 miliardi di euro, con un volume d’affari in continua crescita. Come specificato dal rapporto, i consumi di acqua in bottiglia sono quintuplicati dal 1980 ad oggi. Cifre da capogiro se si pensa che ogni anno un italiano consuma più di 190 litri di acqua minerale; il più alto consumo europeo. 

A questa crescita però, non è corrisposto un aumento proporzionale delle tariffe pagate dalle oltre trecento imprese imbottigliatrici alle Regioni italiane. Infatti, non esiste una legge nazionale che disciplini precisamente le tariffe di concessione applicate alle quasi duecento fonti d’acqua. L’unico regolamento esistente risale al 2006 e consiste in linee guida che definiscono le varie tariffe differenziandole in tre gruppi: «da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa». Ma queste linee guida non essendo obbligatorie sono ancora ferme sulla carta. Di conseguenza, le imprese riescono a trarre profitti considerevoli dallo sfruttamento delle fonti d’acqua. 

«Eppure», spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, «per l’altissimo valore della risorsa idrica e l’impatto ambientale, causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia, le Regioni dovrebbero attivare al più presto un lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua che porterebbe anche ad un forte incremento dei fondi incassati. Al contrario, oggi le Amministrazioni che incassano i canoni, in gran parte dei casi non riescono nemmeno a raggiungere una quota sufficiente a coprire le spese necessarie per i controlli o per lo smaltimento delle bottiglie di plastica utilizzate». Il business dell’acqua minerale «prevede l’uso di oltre 350 mila tonnellate di Pet», con un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di Co2», dice  il direttore del mensile Altraeconomia, Pietro Raitano. «Se venissero fissate tariffe adeguate, assisteremmo ad un riallineamento dei prezzi al consumo che sarebbero più corrispondenti ai reali costi della minerale. Vedremmo anche meno pubblicità e il bisogno indotto di acqua in bottiglia si ridimensionerebbe, portando il nostro Paese nella media europea». 

Non sono chiari i meccanismi secondo i quali dovrebbe succedere ciò che dice Raitano. Se le imprese dovessero pagare una quota maggiore sullo sfruttamento delle fonti di acqua, di conseguenza aumenterebbero il prezzo finale ai consumatori che non sembrano intenzionati a rinunciare all’uso di acqua in bottiglia. Un’indagine di febbraio svolta da Mineracqua, la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali Naturali, delle Acque di Sorgente e delle Bevande Analcooliche, ha rilevato che gli italiani sono molto legati alla bottiglia d’acqua, fondamentalmente per due motivi: il gusto e la salute. Quella confezionata avrebbe un sapore più delicato rispetto a quello dell’acqua del rubinetto che «risulta più pesante e con un gusto sgradevole di cloro. Sul piano salutistico, l'acqua minerale confezionata è migliore di quella del rubinetto perché contribuisce maggiormente al benessere fisico, è sicura e controllata». Per la maggior parte degli intervistati l'acqua minerale è considerata «il prodotto più indispensabile per la salute». Che, si sa, non ha prezzo. 

Far accettare gli aumenti, nel caso in cui le Regioni dovessero applicare le linee guida del 2006, non sarà difficile. Basterà creare messaggi pubblicitari ancora più accattivanti. E magari scegliere di puntare sulla promozione dei diritti umani o sulla tutela dell’ambiente. 

Pamela Chiodi

 

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