Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 28/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “ ‘Immigrati, rimpatri forzosi’ ” e in taglio alto: “Gli insorti puntano sulla città del raìs”. Editoriale di Mario Monti: “Il patto per l’Euro”. Al centro: “La Merkel sconfitta dai Verdi” e “Assad prova a resistere e promette riforme”. In taglio basso: “Le città riscoprano la bellezza. Il federalismo le può aiutare” e “Chef italiano tra gli eroi d’America”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Immigrati, inferno a Lampedusa”, con l’analisi di Ilvio Diamanti: “La sindrome dell’assedio”. Di spalla: “Svolta in Germania, disfatta Merkel alle Regionali” e “Cancelliera senza coraggio”. Al centro foto-notizia: “In Libia comando Nato. Gheddafi si ritira da Sirte. I ribelli avanzano: ‘Controlliamo il petrolio’ ” e “Responsabilità civile, l’offensiva del Csm”. In taglio basso: “Allarme a Fukushima. ‘Radiazioni altissime’ ” e “La rivincita dei blogger i guru dell’informazione”. 

LA STAMPA – In apertura: “La Sicilia dice basta: ‘Immigrati al Nord’ ”. Editoriale di Lucia Annunziata: “A Damasco il gorgo del mondo”. Al centro: “Germania, il tonfo della Merkel” e “Eppure alla Ue si lavora”. In un box. “ ‘Radiazioni fuori controllo’ ”. A fondo pagina: “ ‘Attenti ai cinesi, sono qui solo per spiare’ ”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “L’Italia divisa dalle tasse”. Editoriale di Alberto Zanardi: “Le promesse sull’Irap tradite dalla politica”. Al centro la foto-notizia: “Oltre Harry Potter. Da oggi la Book Fair a Bologna” e “Le reti d’impresa prendono il volo: già siglati 33 accordi”. Di spalla: “Il lavoro che unisce Tremonti e Visco” e “Assunzioni bloccate in 16 università”. In taglio basso: “Decalogo dei giudici per chi usa Facebook in ufficio”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Emergenza a Lampedusa”. Editoriale: “Equilibrio per una riforma necessaria”. Al centro foto-notizia: “Roma americana, trattativa finale. Aquilani: vogliono tornare giallorosso” e “Cultura, Letta a Napolitano: fondi sicuri, presto disponibili”. In un box: “Germania, sconfitta la Merkel. Alle Regionali vincono i Verdi”. In taglio basso: “Fukushima, evacuati i tecnici”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Clandestini, Tremonti taglia”. Editoriale di Magdi Cristiano Allam: “Da immigrati a imprenditori”. Al centro la foto-notizia: “Bocchino chiede scusa alla moglie” e “Merkel e Sarkò, batosta alle urne. Pesano il nucleare e Gheddafi”. Di spalla: “Berlusconi in aula. E’ la controffensiva al golpe dei giudici”. In un box: “L’Italia difende l’idea di Europa dai raid francesi”. A fondo pagina: “Un sonno a due facce per un letto a due piazze”. 

IL TEMPO – In apertura: “Ricchi in casa. Popolare”. Al centro la foto-notizia: “Il petrolio in mano ai ribelli”. 

IL FOGLIO – In apertura: “Perché la rivolta in Siria ci deve fare paura”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “Nichi Vendola sta diventando un tipaccio”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Italiano subito”. In taglio alto: “Gheddafi perde il petrolio”. (red)

2. Maroni a Regioni: Accogliete profughi o agiremo d’imperio

Roma - Intervista di Fiorenza Sarzanini al ministro Roberto Maroni sul CORRIERE DELLA SERA: “‘La Tunisia aveva promesso un impegno immediato per fermare i flussi migratori, ma le barche continuano ad arrivare. Se non ci sarà un segnale concreto entro i prossimi giorni, procederemo con i rimpatri forzosi’ . Il ministro dell’Interno Roberto Maroni alza il tiro in materia di contrasto agli sbarchi. Fa propria e rilancia la linea della Lega, poi analizza la posizione dell’Italia nella coalizione che partecipa ai raid in Libia: ‘Per provare a uscire dal pantano, l’unica soluzione è quella diplomatica proposta da Franco Frattini in accordo con la Germania’ . Venerdì al rientro da Tunisi lei si era mostrato fiducioso sulla collaborazione con il governo locale. Che cosa è cambiato? ‘Sono arrivate altre mille persone che dicono di essere tunisine. E poi, a bordo di due barconi provenienti dalla Libia, circa mille tra somali ed eritrei. Non siamo in grado di sostenere questi ritmi e dunque bisogna adottare un nuovo atteggiamento’ . E crede che l’uso della forza sia la strada giusta? ‘Potrebbe trasformarsi nell’unica possibile se gli sforzi diplomatici del governo italiano dovessero fallire. I somali e gli eritrei non possono essere rimpatriati perché scappano dalla guerra e hanno diritto alla protezione internazionale. Per usare l’espressione del governatore Zaia ‘non hanno le scarpe firmate’, dunque li assisteremo e rinnoveremo all’Europa la richiesta di attivare la distribuzione tra gli Stati membri. Ma questo non può valere per i tunisini’ . Dunque che cosa ha in mente? ‘Il problema è estremamente complesso e non esistono soluzioni facili come quella dei mitra evocata dal governatore della Sicilia Lombardo. Mercoledì mattina si riunisce l’unità di crisi a palazzo Chigi. Io confido che il governo tunisino faccia quello che ha annunciato, però se non ci sarà un intervento vero per fermare le partenze chiederò al governo di attuare la proposta di Bossi e di procedere ai rimpatri forzosi. Siamo attrezzati per farlo. Li mettiamo sulle navi e li riportiamo a casa’ . — senza attendere il nullaosta delle autorità tunisine? ‘Le loro procedure sono troppo lente e in ogni caso non hanno mai accettato i rimpatri collettivi’ . Pensate di usare le navi militari? ‘Su questo è in corso una valutazione giuridica legata alla mancata adesione del Paese di provenienza, potremmo usare quelle civili’ . Intanto Lampedusa è ormai allo stremo. Come pensa di risolvere il problema degli stranieri accampati ormai ovunque? ‘Vorrei ricordare che sull’isola non ci è stato consentito di allestire una tendopoli. In ogni caso abbiamo individuato alcune aree dove allestiremo campi temporanei per l’identificazione e l’espulsione che potranno ospitare fino a 500 persone ciascuno. Si tratta di tende e moduli abitativi gestiti dal Viminale perché destinati a chi è clandestino e deve essere tenuto sotto controllo prima di essere rimandato a casa’ . Una sorta di Cie a cielo aperto. Saranno distribuiti in tutte le Regioni? ‘Sono siti individuati un po’ ovunque dal ministero della Difesa in aree militari dismesse. Stiamo valutando attentamente i siti con le prefetture perché, a differenza dei profughi, queste persone non hanno diritto a rimanere in Italia e quindi contiamo di esaurire le procedure nel più breve tempo possibile e poi rimpatriarli’ . Frattini aveva proposto di elargire almeno 1.500 euro a chi accetta di essere rimpatriato e poi avete offerto alla Tunisia soldi e mezzi. Non rischiamo di ritrovarci sotto ricatto, proprio come avvenne con il regime libico? ‘È una situazione completamente diversa perché noi dipendevamo da Tripoli per l’approvvigionamento di petrolio ed energia, mentre con la Tunisia le parti sono invertite, sono loro a dipendere da noi soprattutto nel settore turistico visto che ogni anno ci sono 600 mila italiani che visitano il loro Paese’ . E questo è stato fatto pesare? ‘Durante gli incontri abbiamo già sottolineato la decisione di alcune compagnie che organizzano crociere e per motivi di sicurezza hanno escluso la Tunisia dai loro tour. Loro sanno bene che per tornare alla normalità hanno bisogno di noi. In ogni caso voglio ribadire che i rimpatri assistiti sono programmi finanziati dall’Europa nell’ambito della cooperazione con gli Stati terzi e sono gestiti dalle organizzazioni internazionali, nessun contributo diretto agli immigrati come invece erroneamente è stato detto’ . Lei ha annunciato un piano per la distribuzione dei profughi con una stima di 50.000 persone che potrebbero arrivare dalla Libia in Italia. Crede davvero di riuscire ad assisterle? ‘Sono rimasto male impressionato per l’atteggiamento di alcuni amministratori locali che ufficialmente mostrano buona volontà e poi sottobanco cercano motivi per evitare di essere coinvolti. Lo ripeto: l’unica regione esclusa sarà l’Abruzzo. Altrove si procederà secondo il piano che ho sottoposto alle regioni, che prevede un tetto massimo di 1.000 profughi ogni milione di abitanti’ . Chi decide dove alloggiarli? ‘I governatori in accordo con province e comuni’ . E se ci saranno rifiuti? ‘Allora saremo noi a individuare le aree. Io sono un fautore della condivisione di queste scelte impegnative, ma se questo non è possibile— e soprattutto di fronte a una situazione di emergenza che riguarda profughi che scappano dalla guerra in Libia — saremo costretti ad agire d’imperio’ . Il ministro Frattini propone un asse con la Germania per arrivare a una soluzione diplomatica in Libia. Lei condivide questa linea? ‘Sin dall’inizio la Lega era contraria alla partecipazione dell’Italia alla guerra e avevamo chiesto di comportarci come la Germania. È stato un errore e mi sembra che la soluzione Frattini sia l’unica possibile se si vuole uscire da un pantano che può rivelarsi molto pericolosa’ . Che intende? ‘Secondo le ultime informazioni Gheddafi è riuscito a portare dalla sua parte anche la tribù che gli era più ostile, quella dei beduini. Forse chi ha voluto questi raid non ha analizzato le capacità finanziarie illimitate del Raìs, non ha saputo valutare la sua forza. Per questo ha ragione Frattini quando dice che bisogna coinvolgere nella trattativa tutte le tribù’ . L'Italia sostiene gli insorti? ‘L’Italia dialoga con chi può rappresentare la transizione, sapendo perfettamente che la realtà non è mai come appare. Basti pensare che alla guida dei ribelli ci sono gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia di Gheddafi. Non possiamo lasciare zone fuori controllo, soprattutto tenendo conto dell’influenza che i Fratelli musulmani hanno in quell’area e dunque del sopravvento che può essere preso dai fondamentalisti. La Libia deve essere messa in una situazione di stabilità’ . Passando alla politica interna, nell’ultima votazione il federalismo comunale è passato con il voto contrario dell’Udc e l’astensione del Pd. E’ un segnale di collaborazione? ‘Forse il Pd credeva che bocciando il federalismo la Lega se la sarebbe presa con Berlusconi e avrebbe fatto cadere il governo. Quando hanno capito che noi rimanevamo leali e questi mezzucci non sarebbero serviti hanno deciso di astenersi compiendo quello che io ritengo un giusto passo in avanti. Del resto il federalismo fa comodo anche a loro che hanno moltissimi amministratori locali. Diciamo che siamo sulla strada giusta, anche perché quello dell’Udc io lo interpreto come un atto di coerenza’ . Era proprio necessario nominare ministro Saverio Romano? ‘Io lo conosco perché è stato mio sottosegretario al welfare e l’ho molto apprezzato. Più in generale posso dire che se neanche il presidente della Repubblica ha bloccato questa nomina vuol dire che non esistevano i presupposti per farlo’ . In realtà lo stesso presidente ha voluto sottolineare che non poteva farlo. ‘La Costituzione prevede la presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva. Sulla base di questo posso dire che si tratta di una scelta che rispettiamo e abbiamo condiviso’”. (red)

3. Berlusconi annuncia un vertice straordinario

Roma - “Ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza sbarchi a Lampedusa, - scrive Maria Antonietta Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - cui potrebbe partecipare lo stesso presidente della Regione Sicilia, Raffele Lombardo, che in ogni caso sarà a Roma, dopodomani per parlare con Berlusconi. Già ieri il premier ha avuto un colloquio telefonico di dieci minuti con il governatore. ‘Ho avuto la disponibilità di un armatore per avere delle navi. Parlerò di nuovo con i ministri Maroni e La Russa e ti farò sapere sulla richiesta di un Consiglio dei ministri apposito per Lampedusa’ , così lo ha tranquillizzato Berlusconi, che ha riferito a Lombardo di aver già discusso con i ministri dell’Interno e della Difesa della possibilità di non far più sbarcare immigrati nell’isola e di accoglierli a bordo di navi per poi smistarli nei centri di accoglienza. Berlusconi però non ha fatto il nome dell’armatore contattato. Intanto, secondo quanto reso noto dalle forze dell’ordine, sono quasi 5.500 i migranti che hanno raggiunto l’isola, superando così con il loro numero quello degli isolani, e altri barconi con trecento persone a bordo, sono stati avvistati e sono in arrivo. Dal 1mo gennaio — sempre secondo le fonti ufficiali — sono sbarcati complessivamente 18.501 migranti. Nei primi tre mesi dell’anno scorso era arrivati in 27. Quasi tutti i clandestini arrivati sono tunisini. Tanto che ieri il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, ha annunciato che non ci saranno aiuti al governo tunisino per sostenere il turismo in quel Paese, se c’è violazione degli accordi sui flussi migratori. ‘Siamo pronti a fare la nostra parte per aiutare la Tunisia a creare le condizioni per la ripresa del turismo— ha sostenuto la Brambilla — ma solo dopo che avremo verificato, nei fatti, il totale rispetto degli accordi presi dal loro governo con il nostro’ ‘e solo in quel caso’ . Il ministro – prosegue Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - constata che ‘i continui sbarchi di clandestini tunisini verso l’Italia, e in particolare verso l’isola di Lampedusa, hanno già arrecato un serio danno non solo alla popolazione residente ma all'intero turismo siciliano e nazionale’ . E quindi in queste condizioni sarà prioritario per il governo Berlusconi sostenere il turismo in Italia. Quanto al contributo di 1.500 euro a migrante per il rimpatrio, il ministro degli Esteri Frattini ha risposto a Umberto Bossi fortemente contrario a pagare: ‘L’Europa cui spesso ci siamo rivolti, ha detto di essere disponibile a darci finanziamenti provenienti da un fondo europeo. Mi sembra strano che si debba dire di no’”. (red)

4. Clandestini, Tremonti taglia

Roma - “Giulio Tremonti – scrive Antonio Signorini su IL GIORNALE - torna nel bel mezzo dell’agone politico. Anche se nel caso del ministro dell’Economia, non poteva che essere quello internazionale, delle strategie degli stati di fronte alle grandi trasformazioni nordafricane e arabe. Non rinuncia a dire la sua sulle ripercussioni domestiche, ma non per distinguersi dal governo. Anzi, a Lucia Annunziata che durante il suo In 1 /2 ora cercava di stuzzicarlo, il responsabile dell’Economia ha risposto confermando le scelte dell’esecutivo. A partire dall’immigrazione. Sui rifugiati e i migranti le tesi del ministro sono sovrapponibili a quelle di Umberto Bossi. Tesi che ieri, nell’intervista a Rai3, Tremonti ha sostenuto e alle quali ha dato una cornice teorica. Poche battute sulla proposta di dare 1.700 euro a ogni tunisino rimpatriato. ‘È una cosa che ancora non ho studiato’. Anche se, ha precisato, ‘sarebbero comunque soldi europei. Voglio vedere quale è il giro dei soldi, tenga conto che i soldi europei sono comunque soldi italiani’. La via maestra è quella ‘di aiutarli a casa loro’. E in questo caso il riferimento è ai clandestini. ‘Le proposte sono quelle fatte da tempo con Umberto Bossi e poi con il governo italiano al G7 dell’Aquila’. Se intere popolazioni cercano di scappare dai rispettivi paesi è colpa della globalizzazione che ‘alcuni pazzi hanno voluto spingere’. Della speculazione che ha colpito anche i beni primari, come il cibo, e i paesi dove le disponibilità economiche sono nulle. ‘Quello che da noi è il carovita - ha sottolineato ribadendo un suo cavallo di battaglia - in Africa è la vita’. La ricetta giusta non può essere quella dell’accoglienza senza criterio. Giusto essere buoni, ma il buonismo no. ‘Questa retorica sbagliata della accettazione di milioni di persone in Europa’ porta alla ‘reazione dell’estrema destra, dei movimenti nazisti’, che nel Nord del continente già si fa sentire. Complicato uscirne. Ma la strada non può che essere quella che aveva ispirato la proposta fatta da Berlusconi, Bossi e dallo stesso Tremonti anni fa. ‘Destinare una quota dell’Iva, via volontariato, per aiutare’ chi viene da quei paesi, ma ‘in casa loro’. Sussidiarietà internazionale. Perché la ricetta del ministro dell’Economia non contempla il passaggio di fondi da stato a stato. Formula bocciata dalla storia. ‘Quei soldi finiscono in armamenti o vanno in Svizzera’. Meglio quindi – prosegue Signorini su IL GIORNALE - fare arrivare quei fondi, finanziati dai cittadini con i loro consumi, a chi si occupa direttamente delle popolazioni. La tesi di fondo di Tremonti sulle le rivolte nei paesi magrebini e arabi è che sia un problema di distribuzione delle risorse. ‘Difficile governare con diseguaglianze troppo grosse. Quando hai minoranza ricchissima e base popolare poverissima tutto diventa ingestibile. L’innesco è stato la speculazione’. Gli effetti si faranno sentire anche oltre l’area. ‘È una catena di rivoluzioni che inizia dall’Atlantico e arriverà in Asia. Dentro ci sono ragazzi e donne che rifiutano limiti alla loro vita e reagiscono contro governi e regimi corrotti: c’è voglia di un mondo diverso, è assolutamente positivo e non fermabile’. Sono ‘popoli che si rimettono in marcia’. Contro ‘dittatori, regimi, ladri’. Fa parte di questo scenario la Siria: ‘Penso che la Siria è un fatto molto importante è la caduta di un regime in piedi almeno mezzo secolo’. Ma in quel caso la soluzione non sarà un intervento militare pero rato dalle potenze dell’emisfero Nord. ‘Non essendoci il petrolio in Siria, penso che voglia di intervenire sia più modesta che altrove’. Differente la situazione in Libia. ‘Quello - ha spiegato - è un paese diverso dagli altri, con tribù in contrasto tra di loro. Per questo l’intervento è più complesso. In ogni caso la via maestra è quella dell’Europa’. Abbiamo ‘una politica estera in ministro è giusto che si trovi una soluzione’. Quello che è certo è che il prezzo, in termini economici, ancora lo dobbiamo pagare. Le crisi si faranno sentire nei portafogli delle famiglie e nella finanza. ‘Sta cambiando il mondo emettere in conto che ci siano anche fatti di impatto finanziario è possibile ed è doveroso’ per chi analizza queste vicende’. Inevitabile anche ripensare agli strumenti per rispondere alle nuove sfide. Non si salva, nell’analisi di Tremonti, - conclude Signorini su IL GIORNALE - nemmeno il G20, che era nato in teoria per questo, per includerei paesi emergenti, ma non basta più. ‘In due anni è invecchiato. Non c’è l’Africa, solo quella del Sud. La struttura deve cambiare perché non rappresenta più il mondo’”. (red)

5. Il Pdl fa la faccia feroce per rimontare la Lega

Roma - “Uno smarcamento repentino e plateale. In una domenica segnata da una modesta quantità di tric-trac polemici, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - i leader del Pdl in Parlamento hanno lanciato in rapida sequenza un messaggio univoco e che fino ad ieri era considerato “politicamente scorretto”: i clandestini che stanno arrivando in Italia siano rispediti nei Paesi di provenienza, in particolare in Tunisia. La sequenza è eloquente. Ore 13,11, Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl: ‘Non bisogna mai complicare cose di per sé difficili: da un lato ci sono i rifugiati reali, dall’altro i clandestini che vanno restituiti ai loro Paesi. Il resto sono variazioni su un tema difficile’. Ore 15,47 Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl: ‘Il bonus agli immigrati è un’eventualità, ma l’obiettivo numero uno è quello di riaccompagnare i clandestini in Tunisia’. Ore 16,10, Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl: ‘Occorre adoperarsi per il rimpatrio dei clandestini, vi è un limite di capienza oggettiva oltre il quale il Paese non può spingersi’. Morale della favola: il Pdl fa la “faccia feroce” ai clandestini e la fa persino più feroce di quella proposta (almeno finora) dalla Lega. Certo, i vertici parlamentari del Pdl si muovono per motivi collegati alla recente, positiva missione dei ministri Maroni e Frattini in Tunisia (i paesi di provenienza devono dare comunque il proprio benestare al rimpatrio), ma a spingerli sono soprattutto motivi politici, anzi elettorali. Lo fa capire un’altra dichiarazione ufficiale da parte del vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli: ‘Le navi che trasportano gli immigrati in altre località devono prendere un’altra rotta e puntare decisamente su un porto tunisino. Il governo traccheggia un po’ troppo su Lampedusa...’. Il governo traccheggia? Un personaggio come Napoli non ce la può avere certo con il Presidente del Consiglio e infatti lui, a domanda, conferma: ‘E’ giusto che la Lega sappia che su questi temi, anche noi del Pdl abbiamo le idee chiare. Ed è bene che, in vista delle amministrative, lo sappiano anche gli elettori’. Il messaggio – prosegue Martini su LA STAMPA - è fin troppo eloquente: il Pdl - nella speranza di una rimonta nei confronti dell’alleato leghista - ha deciso di iniziare la volata in vista delle elezioni amministrative del 15 e 16 maggio, che vedranno coinvolte città fondamentali come Milano, Torino, Napoli e Bologna, ma anche realtà medie (Trieste, Cagliari) o medio-piccole, in particolare nella zona (il Nord) dove si gioca la partita Lega-Pdl. Tutte realtà estremamente interessanti per testare lo stato di salute dei partiti della maggioranza. Il fixing - destinato a fissare i rapporti di forza fino alle elezioni Politiche - sarà determinato dai risultati che Pdl e Lega otterranno al primo turno di Comunali e Provinciali, proprio perché in prima battuta si vota anche per le liste di partito. E dunque la sera del 16 maggio si potrà verificare l’attendibilità dei sondaggi, che oramai - e da mesi - attestano il Pdl costantemente sotto il 30 per cento (era al 37,4 per cento alle Politiche 2008) e la Lega sempre sopra il 10 per cento (era all’8,3 per cento nel 2008). Percentuali che, se confermate, potrebbero tradursi, in diverse realtà del Nord, ad altrettanti sorpassi del Carroccio ai danni del Pdl. Certo, la Lega deve ancora prendere una decisione importante: in quali comuni e province andrà da sola? La tentazione autarchica è indirettamente confermata dallo stesso Umberto Bossi. Quando gli chiedono se la Lega ha davvero intenzione di correre da sola nei comuni mediopiccoli, lui risponde: ‘Non si può ottenere il Federalismo e dare il “pacco” a Berlusconi nelle amministrative’ ma poi aggiunge che la partita ‘è appena iniziata’ e che in ogni caso - a partire da Milano - ‘a decidere sarà Giorgetti’. Al quartiere generale del Pdl – conclude Martini su LA STAMPA - arrivano notizie frammentarie sulle intenzioni della Lega, ma una volta escluse scelte solitarie nei comuni più importanti (Milano e Torino), test a macchia di leopardo sono considerati possibili ma non ancora decisi in comuni come Bologna, Varese, Pordenone, Gorizia, Siena, Busto Arsizio, Gallarate, Arcore ma anche in province significative come Pavia e Mantova”. (red)

6. I ribelli (e i raid) mettono in fuga le truppe del raìs

Roma - “‘Grazie Allah, grazie Nato!’ . Guardano felici al cielo i ribelli vittoriosi. Sparano all’impazzata – riporta Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - con i mitra puntati verso l’alto, non contro il nemico, a celebrare un successo che solo otto giorni fa sembrava perduto. ‘Se non ci fossero stati i vostri jet, le colonne di Gheddafi ci avrebbero massacrato’ , ammettono in tanti. Non sono più soli. E allora via veloci verso Ovest, per superare la linea del fronte appena dopo le raffinerie di Ras Lanuf dove si erano impantanati meno di due settimane fa. Ieri pomeriggio il tabù è stato infranto. In serata avevano raggiunto la cittadina di Ben Jawad. ‘Lunedì siamo a Sirte, la strada per Tripoli è aperta. Gheddafi prepara le valigie’ , cantano inebriati di gioia. Un’avanzata di 400 chilometri in 48 ore. Ora i due grandi poli petroliferi della Libia centrale (Brega e Ras Lanuf) sono nelle loro mani. ‘Il Qatar ci ha già promesso aiuti per l’esportazione degli oltre 130.000 barili di greggio che siamo in grado di produrre subito’ , spiegano ottimisti a Bengasi. Dopo la caduta sabato mattina di Ajdabiya, la loro offensiva si è trasformata in un gigantesco salto in avanti. Ma è sufficiente osservare il loro comportamento sul terreno e ricordare le vicende belliche recenti per suonare un campanello d’allarme. La Rivoluzione del 17 febbraio ha compiuto ieri il suo 40esimo giorno e non è detto che i trionfi delle ultime ore debbano perpetuarsi senza ombre sino a Tripoli. ‘Non abbiamo imparato nulla dalle battaglie delle ultime settimane? Stiamo correndo troppo veloci. Occorre fermarsi, riorganizzare le truppe, studiare strategie di attacco per la presa della Sirte, dove sono le tribù fedeli a Gheddafi e dove non c’è stata alcuna rivolta di piazza’ , sostengono diversi avvocati e intellettuali che compongono i circoli del governo transitorio a Bengasi. Tutto lascia credere che i problemi di fondo che indeboliscono le truppe rivoluzionarie non siano risolti. In ordine d’importanza: gravi tensioni tra i giovani rivoluzionari e i veterani del vecchio esercito che dovrebbero guidarli; la mancanza di organizzazione e addestramento; la superiorità delle armi dei gheddafiani. Le conseguenze si sono viste nelle battaglie tra lunedì e sabato per la presa di Ajdabiya. Poche centinaia di soldati di Gheddafi sono riusciti a resistere. Se non fossero tornati i caccia francesi e britannici per colpire i tank anche nella zona urbana, ci sarebbe stato il rischio che riprendesse l’offensiva su Bengasi. Da allora – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - l’avanzata dei rivoluzionari è stata un gioco da ragazzi. Gipponi lanciati all’inseguimento dei nemici senza sparare un colpo. Così 80 chilometri più avanti è stata presa Brega, poi per altri 50 fino al villaggio di Bashar e l’oasi di Agheila. Ieri mattina ancora avanti per 100 chilometri: Ras Lanuf. Qui è stato necessario organizzare pattuglie. Bisognava sincerarsi che i depositi locali di gas e greggio fossero intatti. La cittadina ha 40.000 abitanti, la maggioranza è fuggita, ma tra i pochi rimasti non mancano i militanti pro Gheddafi. Sono le avvisaglie delle difficoltà dei prossimi giorni. Una quarantina di chilometri a ovest di Ras Lanuf, superato il villaggio di Ben Jawad, l’oasi di Nufliah segna il confine storico tra Libia orientale e occidentale. Qui comincia il territorio delle tribù pro Gheddafi di Sirte. I rivoluzionari sperano con la loro presenza di incitare a nuove sommosse la popolazione locale. Non è detto che sia semplice. Certo Sirte è nel mirino: ieri sera gli aerei della coalizione hanno lanciato i primi raid, con almeno due forti esplosioni udite in città. Giornalisti occidentali sono stati portati da Tripoli a Sirte viaggiando su pulmini bianchi senza alcuna insegna ‘press’ , costretti ad avvertire le rispettive ambasciate per non correre il rischio di essere colpiti dai jet Nato. Mentre i gheddafiani hanno cominciato a spostarsi da Sirte: ieri – conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - una colonna di venti automezzi militari (con artiglieria anti aerea) ha lasciato la città natale del Colonnello verso Tripoli, seguita da decine di automezzi civili”. (red)

7. Comando alla Nato, oggi il via a Londra

Roma - “La Nato – riporta Marco Zatterin su LA STAMPA - scrive la parola fine su Odyssey Dawn e prende il comando - ‘con effetto immediato’, assicura il segretario Anders Fogh Rasmussen - di tutte le operazioni militari per una nuova missione battezzata ‘Unified protector’. Domani, a Londra, grande vertice col passaggio di consegne ufficiale fra la ‘Coalizione dei volenterosi’ che ha scatenato l’attacco contro Gheddafi il 19 marzo e il Patto Atlantico, occasione in cui si spera di comporre anche i dissidi fra gli alleati che rendono tesa la vigilia dell’incontro. Tesi sono i rapporti Roma-Parigi, con la Francia che lavora a una ‘soluzione diplomatica’ elaborata col Regno Unito, e l’Italia che ha cominciato a metter giù delle idee concertate con alcuni Paesi fra cui la Germania, certo non il più forte dei partner possibili in questa fase. E intanto la Turchia si offre come mediatore per raggiungere ‘il più presto possibile’ un cessate il fuoco tra le parti in Libia. Ieri i 28 ambasciatori dell’Alleanza hanno chiuso il primo cerchio. Già il comitato militare della Nato aveva espresso parere favorevole ad assumere la responsabilità del controllo per garantire l’embargo sulle armi e la ‘no fly zone’ su Tripoli e Bengasi, anche nella versione ‘plus’, con la possibilità di colpire obiettivi di terra in base al principio del ‘dovere di proteggere’. Alle sei del pomeriggio si è riunito il Consiglio atlantico, in cui siedono i rappresentanti diplomatici delle capitali. Alle 20,11 l’intesa veniva annunciata. ‘La Nato attuerà tutti gli aspetti della risoluzione Onu, nulla di più, nulla di meno’, ha spiegato Rasmussen. ‘L’obiettivo è proteggere i civili e le aree popolate attualmente minacciate dall’attacco del regime di Gheddafi’, ha aggiunto un diplomatico non a caso, visto che la Turchia si è battuta per evitare ogni sorta di azione extra. ‘Ora tutto dipenderà da noi’, ha poi precisato la fonte, riferendosi al pattugliamento aereo che potrà comportare anche attacchi al suolo. Odyssey Dawn è finita, i capofila americani si sfileranno dal ponte di comando, Bruxelles sale in cattedra, ma l’epilogo richiederà 48-76 ore per questioni tecniche. Ora i militari sanno cosa fare e proprio ieri il generale canadese Charles Bouchard è stato nominato comandante della ‘Task Force Multiforze Combinata’ che da Napoli guiderà tutte le forze impegnate, Nato e non Nato. Restano due incognite, legate. Una – prosegue Zatterin su LA STAMPA - riguarda la presenza di un ‘gruppo di contatto’ politico che faccia da riferimento per le stellette impegnate in Libia. La Francia lo vorrebbe. L’Italia è contro, e il ministro degli Esteri Frattini ne esclude la possibilità, ‘tanto meno a due’, ha detto con riferimento a Londra e Parigi. Fonti diplomatiche prevedono la nascita di ‘un gruppo ad alto livello politico’ che avrà ampie responsabilità, militari, umanitarie e strategiche. Ieri ‘tutti gli ambasciatori hanno ribadito la centralità dell’Alleanza nella direzione politica del dossier libico’ L’altro dubbio riguarda il futuro. Dal teatro di guerra arrivano notizie rincuoranti e c’è smania di cominciare a ragionare sul futuro, il che vuol dire convincere Gheddafi a cedere il potere e accettare l’esilio (senza dimenticare che sul raiss indaga il Tribunale dell’Aja). La ricetta sarà discussa a Londra, e potrebbe essere nel piano anglofrancese di cui ancora non si ha contezza dei dettagli. Quella dell’esilio, ha concesso Frattini al Tg1, ‘è una delle opzioni che la comunità internazionale valuta’. I lavori fervono. ‘Abbiamo avviato una concertazione per costruire consenso - ha dichiarato il portavoce della Farnesina Maurizio Massari -. La convergenza di vedute è sostanziale’. La ricetta del possibile percorso per la pace contiene ingredienti come il cessate il fuoco, l’avvio di un dialogo politico fra le fazioni, la definizione di soglie democratiche per le nuove forze libiche, la sottolineatura dell’esigenza di lasciare ai libici le scelte sul futuro. A Londra - dove in qualità di osservatore parteciperà anche il Vaticano col nunzio apostolico - bisognerà far quadrare il cerchio. Proprio il Papa – conclude Zatterin su LA STAMPA - ha lanciato un appello ‘per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi’. Rasmussen gli ha risposto indirettamente auspicando ‘decisioni con effetto immediato’”. (red)

8. Il “piano B” degli alleati. La destinazione è Tripoli?

Roma - “I ribelli libici – scrivono Farid Adly e Guido Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - hanno alzato le loro bandiere sulla ‘mezzaluna petrolifera’ , l’arco di territorio compreso tra Bengasi e Ras Lanuf. Ora puntano i binocoli su Sirte, simbolo e feudo di Gheddafi. Un successo reso possibile dall’appoggio diretto dei raid aerei della coalizione. Un intervento che ha ribaltato l’andamento del conflitto civile e apre nuove prospettive anche se il Colonnello continua a resistere. La campagna, ribattezzata ‘Protezione unificata’ e sotto guida Nato, entra in una nuova fase. No-fly zone Gli alleati hanno imposto l’area di interdizione agevolmente. I jet di Gheddafi non si sono quasi mai levati in volo e quei pochi che hanno provato a farlo sono stati abbattuti. Spazzati via la gran parte dei missili anti-aerei più pericolosi anche se antiquati (Sam 2 e 5). Merito della ‘ramazza’ americana: i Tomahawk sparati dal mare. I governativi hanno ancora dei sistemi mobili e ordigni che possono essere usati da un solo uomo. Centinaia di Sam 7 e un numero minore di sofisticati Sa 24, forse arrivati dal Venezuela. La tattica Privo di protezione aerea, al regime sono rimaste poche carte. La prima è quella del soffocamento delle città ribelli nell’Ovest. Con il fuoco dei cannoni e dei cecchini, con il taglio di luce e acqua. Di più non può fare. I blindati si nascondono nel centro abitato, si muovono raramente — di solito di notte —, hanno problemi a rifornirsi. Inoltre c’è una questione di numeri. Gheddafi conterebbe su 10-15 mila soldati scelti— come la Brigata Khamis e il Nono Battaglione — e forse altrettanti militari di livello inferiore. Uno schieramento ridotto— integrato dai mercenari africani — che non può coprire linee molto lunghe. I lealisti difendono qualche punto strategico, altrimenti cedono terreno. Dopo aver perso Ajdabiya, le truppe di Gheddafi si sono ritirate verso Sirte: ciò vuol dire che non avevano una seconda linea dove attestarsi. Le immagini dal ‘fronte’ mostrano in modo evidente che i gheddafiani non hanno adottato particolari misure di protezione. I caccia li hanno inchiodati senza pietà, sorprendendoli in alcune occasioni mentre dormivano o mangiavano. In sostanza le milizie assediano le località ribelli, ma a loro volta sono assediate dal cielo. Il regime – proseguono Adly e Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - sta concentrando la difesa su alcune basi. Importante è Sirte: la fuga di civili e il ripiegamento verso Tripoli di alcuni reparti non sono però un buon segno. Altra località chiave è Zintan che controlla la rotta verso la base meridionale di Sebha. Il Raìs non ha esitato a picchiare duro. Deve evitare di perdere le località che si sono ribellate a Ovest, da Zawiya a Misurata. Questo spiega perché le sue offerte di cessate il fuoco sono finte. Se non si spara più la popolazione torna in piazza. Tripoli cercherà poi di ottenere rifornimenti attraverso Sebha (la rotta del deserto) e il confine algerino. Gli alleati Gli alleati hanno detto a microfoni aperti: spetta ai libici decidere il loro destino, non forniamo una copertura aerea ai ribelli, non vogliamo uccidere Gheddafi. Tre messaggi che devono trovare un’applicazione pratica e che nascondono tante ambiguità. Se devono essere i ribelli a determinare l’esito della crisi è necessario trasformarli in un movimento vero. Hanno bisogno di armi ma gli inglesi— in pubblico— dicono no, più disponibili Usa e Francia. Hanno bisogno di un esercito: lo stanno costruendo sotto la guida del generale Haftar, tornato dall’esilio. Ci vorranno mesi. Gli insorti, poi, sono divisi: i velleitari vogliono l’assalto a Sirte, i prudenti preferirebbero spingere i lealisti alla resa. La coalizione studia un piano B che permetta alla rivoluzione di raggiungere Tripoli. Non volendo schierare truppe di terra, l’alleanza usa una tenaglia. Da un lato apre la strada ai ribelli. Dall’altro continua i raid che demoliscono lo scudo nemico. Stringendo la morsa è possibile che la difesa si spezzi. Ecco perché l’affermazione del Pentagono che non c’è un appoggio diretto suona falsa. Senza l’ombrello dei caccia i ribelli sarebbero ancora a Bengasi. I rovesci militari di queste ore spingeranno il Colonnello ad arroccarsi e con i lealisti nascosti tra le case per la coalizione cresce il rischio di fare vittime civili. Fino ad oggi è andata bene e — come ha raccontato il segretario alla Difesa Usa Gates — il regime è stato costretto a usare i cadaveri dei ribelli per mostrare ‘le stragi dei crociati’ . Ma se gli alleati intendono sfruttare il momento favorevole dovranno sferrare attacchi più intensi. Crescerà la pressione sull’asse Tripoli Sirte e le incursioni per salvare Misurata. Washington, che ha fretta di rendere meno ampia la sua partecipazione, è convinta che la strategia funzioni ma deve convincere tutti i membri della coalizione sulla necessità di bombardare a lungo. Anche quegli obiettivi dove i civili non sono in pericolo: vedremo se i partner accetteranno. Per piegare i dubbiosi, Hillary Clinton sostiene che si vedono i primi effetti. Crescono le defezioni nel regime — assicura —, è l’inizio di un processo per portare all’uscita di scena di Gheddafi. L’esilio che permetterebbe di evitare scelte drammatiche e di affermare che i libici hanno davvero deciso il loro futuro. Purtroppo – concludono Adly e Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - questi sono solo auspici. Sempre Robert Gates, che avrebbe fatto a meno della terza guerra, ha avvertito: ‘Il cambio di regime è complicato’”. (red)

9. Hillary ai fedeli del raìs: “Abbandonate il regime”

Roma - “Gheddafi è rimasto senza armatura e il regime può franare dall’interno, ma nessuno può prevedere quanto durerà l’operazione ‘Odyssey Dawn’: è questo – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - il messaggio che Hillary Clinton e Robert Gates recapitano agli americani, preparando il terreno a quanto dirà questa notte il presidente Barack Obama parlando dalla National Defence University di Washington. In una raffica di interviste ai maggiori talk-show domenicali, il Segretario di Stato e il capo del Pentagono descrivono l’intervento militare in Libia come una scelta necessaria che sta iniziando a dare frutti. ‘Abbiamo tolto l’armatura a Gheddafi’, dice Gates, sottolineando il successo dell’imposizione di una ‘no fly zone’ destinata a ‘comportare l’impiego di meno risorse in futuro rispetto a quanto avvenuto finora’ e dunque a costare di meno al Congresso. Ciò che conta per Hillary Clinton è che ‘grazie al lavoro svolto dalla coalizione iniziamo a vedere dei risultati sul terreno’, perché ‘le truppe di Gheddafi non assediano più Bengasi ma stanno iniziando a tornare indietro verso Ovest’, consentendo ai ribelli di ‘riconquistare il terreno perduto’. I bollettini militari avvalorano tale lettura: se pochi giorni fa le unità lealiste sembravano in procinto di espugnare Bengasi, ora i ribelli hanno ripreso Ajdabiya, il terminal petrolifero di Brega e avanzano verso Ras Lanouf. Ma sulla durata delle operazioni di ‘Odyssey Dawn’, ora guidata dalla Nato, Gates non si sbilancia: ‘Nessuno può dire quanto a lungo resterà attiva la “no fly zone”‘, spiega, sottolineando che, se nell’Alleanza c’è chi ipotizza un periodo di tre mesi, al Pentagono ‘c’è chi pensa che potrebbe durare molto di più’. Ciò significa che le valutazioni dell’intelligence assegnano ancora a Gheddafi una consistente capacità di controllare la Tripolitania. Forse per questo Gates lo incalza, suggerendo che ‘potrebbe esserci un crollo interno nel regime’ grazie all’abbandono del Colonnello da parte dei militari più fedeli. E per dimostrare di avere informazioni dettagliate su quanto avviene nell’entourage del Colonnello, - prosegue Molinari su LA STAMPA - Gates aggiunge di aver letto ‘documenti che descrivono come le forze del regime spostino i cadaveri dei civili uccisi per far credere che la loro morte sia stata causata dalla coalizione’. Gates ostenta sicurezza sul fatto che la sorte politica di Gheddafi è segnata: ‘Non dovrebbe sentirsi troppo sicuro dopo 42 anni di dittatura, se fossi in lui smetterei di affiggere quadri’. Come dire, non riuscirà a rimanere in sella a lungo, anche se l’obiettivo di Odyssey Dawn è ‘proteggere i civili libici e non un cambio di regime’, come ribadisce Clinton al fine di tracciare la differenza con gli interventi militari decisi da George W. Bush. Anche Hillary fa capire che il regime potrebbe crollare dal di dentro e si rivolge esplicitamente alle ‘persone che stanno attorno a Gheddafi’: ‘Voglio mandargli un messaggio: siete sicuri di voler diventare dei paria e di voler finire davanti al Tribunale penale internazionale? Tocca a voi uscire allo scoperto e cambiare la direzione degli eventi’. L’appello alla defezione non potrebbe essere più esplicito, ma quando i conduttori di Cbs, Nbc, Fox e Abc le chiedono che cosa pensi delle obiezioni dei leader del Congresso sul fatto che Obama non ha chiesto all’aula l’autorizzazione di impiegare le truppe, la replica è: ‘È una domanda che merita risposta’. Ciò significa che sarà Obama a darla quando parlerà oggi alla nazione, all’1,30 di notte ora italiana. I repubblicani lo aspettano al varco. Il senatore dell’Indiana Richard Lugar picchia duro: ‘Il presidente non ci ha ancora illustrato un piano sull’impegno in Libia, sugli obiettivi che si propone, su come vuole raggiungerli e sulle spese che affronteremo’. A difendere la Casa Bianca – conclude Molinari su LA STAMPA - ci pensa Joe Lieberman, senatore indipendente del Connecticut, secondo il quale ‘innumerevoli civili in Libia sono stati salvati da un intervento che ha fatto capire con chiarezza a regimi e dittatori arabi, a cominciare da Bashar al-Assad, qual è il prezzo che pagheranno se decideranno di ricorrere alla repressione per non ascoltare le istanze dei loro popoli’”. (red)

10. “Dialogo per la riconciliazione”. La proposta italiana

Roma - “Saranno 35, secondo il Foreign office britannico, - scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - i ministri degli Esteri che parteciperanno domani a Londra alla conferenza internazionale sulla Libia. La discussione riguarderà le urgenze della fase che è stata aperta dalla rivolta anti-regime e il futuro ancora tutto da scrivere per l’attuale Giamahiria. A parlare di come continuare ad applicare la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che autorizza il ricorso a ‘tutte le misure necessarie’ per proteggere i civili minacciati dalle forze di Muammar el Gheddafi, ci saranno anche il segretario generale dell’Onu, il sudcoreano Ban Ki Moon, e il presidente della commissione dell’Unione africana, il gabonese Jean Ping. All’inizio della settimana scorsa la diplomazia italiana si aspettava che dalla conferenza uscisse un comitato politico della ‘coalizione dei volonterosi’ , un organismo tenuto ad affiancare il coordinamento della Nato nella seconda fase dell’azione internazionale avviata dai bombardamenti su obiettivi libici compiuti da Francia, Usa e altri. Come ricorda una massima, una settimana è un tempo lungo in politica: adesso la Farnesina non vuole affatto qualcosa del genere, calcola che dovrà essere la cornice della Nato a contenere l’attivismo del presidente francese Nicolas Sarkozy, il primo a far colpire dai suoi aerei le forze del Colonnello. ‘Nessuno lo potrebbe pensare’ , ha detto ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini sull’eventualità di un organismo di regia basato su un asse anglo-francese. È al governo tedesco, che il 17 marzo a New York si è astenuto sulla risoluzione 1973, che quello di Silvio Berlusconi guarda per costruire consenso intorno a una proposta per il cessate il fuoco in Libia da accompagnare con un ‘dialogo di riconciliazione nazionale’ . In pratica, - prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - per gettare le basi di una sede di confronto tra il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, il governo ad interim degli insorti, e rappresentanti di tribù libiche e altri soggetti politici. Il portavoce della Farnesina Maurizio Massari ha sostenuto che su questo ci sarebbe convergenza ‘con altri Paesi’ , non solo la Germania. La partita aperta dalle rivolte arabe valica i confini di Maghreb e Medio Oriente. Oggi a New York il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che interverrà all’Assemblea generale dell’Onu, sarà ricevuto da Ban Ki Moon. ‘La catena delle rivoluzioni arriverà fino in Asia’ , ha previsto, intervistato su Raitre da Lucia Annunziata, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale, pur avendo dichiarato sulla Libia meno di altri, si è studiato dati sull’uso di Internet tra i giovani arabi. L’Asia che conta nel mondo, oggi, è innanzitutto la Cina. Sulla risoluzione 1973, astenuta come la Germania. Per quella scelta il governo di Berlino è stato criticato sia da atlantisti della Cdu sia da difensori dei diritti umani verdi e socialdemocratici. Possibile – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - che le esigenze di un’azione visibile sulla Libia inducano a proposte condivise con Frattini, ieri più ruvido del solito verso il Colonnello. ‘Abbiamo segnalazioni secondo le quali le truppe di Gheddafi metterebbero i civili morti come falsa prova che sarebbero stati colpiti dalla coalizione’ , ha affermato. Poi: ‘Non possiamo pensare di ridare lo scettro a Gheddafi’”. (red)

11. La Siria alla resa dei conti, governo verso dimissioni

Roma - “È la crisi più profonda, la resa dei conti per Damasco. La protesta divampata anche in Siria dopo il contagio dal Maghreb – scrive Giampaolo Cadalanu su LA REPUBBLICA - ha spinto il presidente Bashar al Assad a schierare le truppe a Latakia, per fronteggiare le contestazioni: è la prima volta in undici anni di governo. La città portuale è diventata il centro degli scontri negli ultimi giorni, dopo Dera’a e Homs. Nelle prossime ore Assad dovrebbe rivolgersi al popolo, con tutta probabilità in un discorso televisivo. Forse l’ex studente di oftalmologia diventato leader quasi contro voglia sottolineerà le notizie di apertura, magari ripetendo quello che la sua consigliera Bouthaina Shaaban ha già annunciato ai microfoni di Al Jazeera: le leggi d’emergenza in vigore dal 1953 saranno abrogate, ha detto la Shaaban, senza però dare una scadenza precisa. O magari il presidente sceglierà di ribadire che ‘entro la settimana sarà cancellata l’articolo 8 della carta costituzionale, che prevede il Baath come partito unico’ e ‘nelle prossime ore il governo si dimetterà’, come i funzionari di Damasco hanno anticipato alla tv panaraba Al Arabiya, aggiungendo che verrà anche varata una legge per la libertà di stampa. Oppure Bashar potrebbe fare appello ai concittadini, come ieri ha fatto il suo ministro degli Interni, esortando la popolazione, ‘per la sua stessa sicurezza’, a non seguire gli appelli via Facebook o via Sms per partecipare alla protesta nella piazza Umayyad della capitale. Ma al di là dei contenuti del discorso in tv, per il regime è ormai arrivato il punto di non ritorno. La spinta della contestazione sta mettendo Bashar alla prova in maniera decisiva. I primi segnali sembrano suggerire che il figlio di Hafez al Assad cercherà di sopravvivere all’onda rivoluzionaria concedendo aperture graduali. Ma lo spostamento delle truppe verso Latakia – prosegue Cadalanu su LA REPUBBLICA - lascia pensare che il presidente vuole considerare ancora valida l’ipotesi di ricorrere al pugno di ferro. E il ricorso agli autoblindo e al bagno di sangue appare ancora possibile, tanto più che gli osservatori considerano altamente improbabile un intervento occidentale come quello in Libia. Se questa eventualità non fosse stata esplicitamente esclusa dal Dipartimento di Stato Usa, basterebbe comunque uno sguardo alla situazione geopolitica: la Siria, considerata da altre amministrazioni Usa come ‘paese canaglia’, fa parte di uno schieramento anti-israeliano ed è al centro di una ragnatela di legami delicatissimi, con il sostegno ai palestinesi di Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah. In parole povere, un intervento in Siria appiccherebbe il fuoco all’intero Medio Oriente. La decisione di Bashar, se ricorrere o no alla brutalità, dipenderà da fattori diversi, ma soprattutto dalla prevista reazione delle Forze armate. La repressione selvaggia sarebbe una scelta molto pericolosa per lo stesso presidente, visto che la truppa sunnita difficilmente accetterebbe di aprire il fuoco sui dimostranti sunniti per ordine di uno sciita alawita. Negli scontri dei giorni scorsi sono morte, secondo fonti mediche, ‘dozzine di persone’. Le cifre si accavallano, l’ultima stima è di Human Rights Watch, secondo cui a Latakia le persone uccise negli scontri sarebbero una sessantina. La situazione nella città portuale è particolarmente delicata, perché Latakia ospita una miscela di appartenenze etnico-religiose ed è una roccaforte della minoranza alawita a cui la famiglia Assad appartiene. La polizia siriana – conclude Cadalanu su LA REPUBBLICA - ha anche fermato due cittadini americani: uno studente che, a detta del padre, si limitava ad assistere alle manifestazioni, e un ingegnere dal doppio passaporto, Usa-Egitto, accusato di aver ceduto immagini delle proteste”. (red)

12. Promesse, l’ultima trincea

Roma - “Il governo – scrive Antonio Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - è pronto a dimettersi. Fine dello stato di emergenza, in vigore dal 1963. Ventata di libertà per la stampa e probabile tramonto del partito unico Baath, con apertura alle forze di opposizione. Pronta una pioggia di riforme, che verranno annunciate e spiegate al popolo dal presidente Bashar Al Assad. Un delizioso sogno realizzato? Meglio affidarsi al realismo e alla prudenza. Con troppa fretta gli ottimisti parlano di svolta, ma da qui a dire che la notte della repubblica siriana sia finita e che si spalanchino le finestre alla democrazia ce ne corre. Il fatto che ad alcuni giornalisti, non certo graditi al regime, sia stato detto che il permesso scadeva indica, infatti, il contrario. Siria complicata, e vien da dire Siria amara. Quel Paese è infatti l’incrocio di quasi tutte le contraddizioni del Medio Oriente. Kissinger diceva che gli arabi non possono fare la guerra senza l’Egitto né possono fare la pace senza la Siria. Oggi quella dottrina è tramontata perché il mondo è cambiato radicalmente, e forse la Damasco malata di burocrazia sovietica (va ricordato che la Siria era il satellite regionale dell’Urss) non ha ancora assorbito la frustata della rivoluzione giovanile, accompagnata da Twitter, Facebook, e cementata quotidianamente dalla tv araba Al Jazeera. Damasco vede in pericolo il suo delicato baricentro: alleata dell’Iran, sponsor di Hezbollah e Hamas, ‘protettrice’ del ricco Libano, formalmente in guerra con Israele, capofila del fronte che dice no ai possibilisti moderati e vuol imporre orgogliosamente la propria strada. È vero – conclude Ferrari sul CORRIERE DELLA SERA - che la Siria è rimasta il Paese-bandiera del laicismo arabo mediorientale, e che l’eventuale caduta del regime favorirebbe la dura reazione (la vendetta) degli estremisti islamici sunniti, che non dimenticano il massacro del 1982 nella città di Hama. Ma quel che il presidente Bashar dovrà capire è che ora le parole non bastano. Perché una promessa tradita sarebbe davvero fatale”. (red)

13. A Damasco il gorgo del mondo

Roma - “La Siria – scrive Lucia Annunziata su LA STAMPA - sta rapidamente raggiungendo un punto di non ritorno. Di fronte al presidente Assad si apre un bivio molto semplice: di qua le riforme, di là la repressione. Quale sarà la direzione che Damasco prenderà si saprà in non tanto tempo. Ieri le cose lasciavano sperare: sono state annunciate la cancellazione dopo 48 anni dello stato d’emergenza imposto nel 1963 e le dimissioni dell’attuale gabinetto di governo. Ma alla fin fine, come ci hanno insegnato fin qui le altre rivolte arabe, il livello di riforme necessarie a calmare le acque o è molto alto o è inesistente. E la leadership dell’erede del Leone di Damasco, come lo definisce nella sua migliore biografia Patrick Seal, non ha mai dato fin qui particolari segni di forti capacità né strategiche né politiche - nemmeno nel senso di forza repressiva che il padre era capace di scatenare. Per cui, se tanto dà tanto, al di là anche delle intenzioni della presidenza, molto presto la Siria potrebbe diventare terreno di intervento di altre potenze regionali. Non intendiamo qui né un’occupazione militare né tanto meno un intervento diretto degli occidentali. I giochi dentro questa nazione sono però troppi e troppo aperti perché la rivolta contro gli Assad proceda troppo a lungo e vada fuori controllo. La ribellione siriana sarà pure, infatti, parte dell’onda delle rivoluzioni popolari del Nord Africa, ma sposta l’asse della storia dal Mediterraneo alla regione a più alta tensione del mondo - il triangolo petrolifero tra Iran, Iraq e Arabia Saudita. Il paradosso è dunque che proprio un Paese senza petrolio, qual è la Siria, rischia di aprire una falla nel faticoso equilibrio che negli ultimi dieci anni si è costruito intorno alla cassaforte energetica mondiale. L’importanza di Damasco è scritta sulla carta geografica, dove si colloca, oggi come nei secoli scorsi, al centro di un vasto incrocio. Sul vicino Libano esercita da anni un protettorato senza scrupoli, che negli anni ha fatto sentire il suo pugno di ferro nei momenti chiave - dal bombardamento contro il generale cristiano maronita Michel Aoun a Beirut Est, con cannoni di lunga gittata, nel 1989, all’uccisione nel 2005 dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri che aveva guidato la rinascita del Libano dopo la Guerra civile. Oggi il ruolo di Damasco – prosegue Annunziata su LA STAMPA - è quello di costituire un santuario politico per gli Hezbollah che senza governare pienamente controllano la vita politica in Libano, e per le forze palestinesi radicali di Hamas nella Striscia di Gaza: è tramite la Siria, infatti, che arriva a questi movimenti l’appoggio logistico (armi) e politico dell’Iran. A proposito di religione, va notato che la Siria è governata dagli Assad che sono una minoranza sciita alawita in un Paese a maggioranza sunnita. L’esatto contrario di quel che è stato l’Iraq di Saddam Hussein, per intenderci. Il che la dice lunga nel rapporto con l’Iraq attuale. La tensione inter-islamica è all’origine di uno degli episodi della formazione della Siria moderna la cui memoria oggi rischia di avere molto peso negli eventi di questi giorni: nel 1982, nella città di Hama, Assad padre sterminò ventimila persone per dare una lezione ai Fratelli Musulmani. Oggi però l’esercito popolare è a maggioranza sunnita, e questo mette a rischio la coesione dell’intervento del governo centrale. Delle frontiere che la Siria ha con Israele e con la Turchia, e del ruolo che ha nella politica di questi due Paesi, si sa molto. Infine va considerato il legame, anche sociale, fra la Giordania e la Siria, entrambi Paesi con una vasta popolazione di palestinesi, retaggio del conflitto arabo-israeliano. E in Giordania l’opposizione islamista agita le piazze e ha chiesto le dimissioni del primo ministro Maaruf Bakhit. Quante possibilità ci sono che questo gorgo non diventi un ingovernabile caos che si scarica su tutti i Paesi confinanti? Per Washington infatti la Siria pone un serio dilemma. L’indebolimento degli Assad sarebbe positivo per gli Usa perché indebolirebbe l’influenza regionale iraniana. Ma una crisi non risolta bene e presto rischierebbe di scalfire il precario equilibrio iracheno. Per ora si sa che a Damasco il nuovo ambasciatore Usa, Robert Ford, sta fortemente consigliando al Presidente la via delle riforme. Ma lo scenario è pronto, come si diceva, per una sorta di apertura a un intervento di potenze esterne. È possibile che più o meno apertamente si muova l’Iran: un po’ di settimane fa, come si ricorderà, subito dopo la caduta di Mubarak, il Canale di Suez fu attraversato da due navi da guerra iraniane. La loro apparizione nel Mediterraneo suscitò allarme. Quelle navi erano dirette in Siria, e ancora lì stanno. Si muove tuttavia anche la Turchia, altra potenza che in questa crisi libica ha assunto peraltro un maggior ruolo nei confronti degli Stati Uniti. Fra Istanbul e Damasco corrono relazioni, anche recenti, ‘fraterne’, con una vigile presenza dell’abile Erdogan sul fragile giovane Assad. Un altro dilemma dunque si è aperto, - conclude Annunziata su LA STAMPA - un altro gioco nel Grande Gioco. Un altro possibile deragliamento del mondo arabo, in una maniera o nell’altra, è dietro l’angolo”. (red)

14. La strategia di partecipare ai processi

Roma - “Quando stamane alle dieci, dopo otto anni di assenza, .- scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - l’imputato e presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrà rimesso piede in un’aula di giustizia, al tribunale di Milano, le agenzie di stampa saranno già piene di sue dichiarazioni. Per il suo ritorno davanti ai giudici il Cavaliere si sarà fatto precedere da un’intervista rilasciata a Canale 5, ovviamente anche sui magistrati e le sue inchieste. L’ultima volta fu nel 2003, ricordano a Palazzo Chigi. Dopo otto anni spesi a difendersi in pubblico, sui giornali o sulle televisioni, nei comizi o dovunque ritenesse opportuno, fuorché davanti a una toga, Berlusconi riprende dunque il suo abito da imputato (anche se nel procedimento di oggi, Mediatrade, l’imputazione non è ancora formalmente arrivata) per difendersi nel luogo deputato a farlo dal codice di procedura penale. C’è almeno una ragione per cui il premier ha deciso che affronterà alcune udienze dei suoi quattro processi, compreso quello che inizierà il 6 aprile prossimo e la cui figura chiave è la ragazza marocchina soprannominata Ruby. Nella pluriannuale battaglia politica con i magistrati è ormai prossimo il momento finale: il governo ha varato un riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario e se verrà approvata Berlusconi potrà dire di aver vinto lui, di non averla promessa invano per 15 anni. In questa cornice la presenza ai processi serve anche per coagulare consenso intorno alla riforma. Serve al politico e al capo del governo, non solo per dimostrare in presa diretta, e non solo attraverso i propri legali, l’infondatezza I delle accuse, testimoni o quantomeno provarci, ma anche per dare l’immagine di chi è ‘costretto a governare perdendo tempo’ con i processi, perché se congiura c’è stata sotto il profilo penale congiura è per il Cavaliere anche quella istituzionale e politica che ha permesso alla Consulta di bocciare tutte le ipotesi di sospensione dei procedimenti. E i simpatizzanti e gli elettori del Pdl, chiamati a raccolta, saranno scenografia utile per queste tesi. Ieri – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - Berlusconi era ad Arcore con i suoi legali e oggi probabilmente dirà che ha dovuto fare i salti mortali per lavorare sulla Libia e contemporaneamente sui presunti atti illeciti di suoi dirigenti amministrativi che avrebbero lucrato su vecchie e complesse compravendite di diritti televisivi. Dirà che è di nuovo in tribunale per dare una prova di tranquillità, perché non ha nulla da temere e perché è assurdo che si imputi al capo azienda, al proprietario, fatti oggetto di accertamento compiuti da suoi dipendenti, perché ‘quello che negli anni non è mai valso per tante aziende, pubbliche e private, per quelle mie vale sempre, il responsabile sono sempre io’ . Dirà il Cavaliere che Mediatrade, come gli altri processi, come quello su Ruby e le notti di Arcore, sono solo la prova di una persecuzione giudiziaria a suo carico, che lo ha visto finora sempre assolto o prosciolto e la cui storia e i tempi sono la prima dimostrazione di un accanimento senza precedenti, accanimento che ogni tanto gli fa credere di essere Al Capone. Sarà ovviamente la prima tappa di una possibile nuova, lunghissima, stagione elettorale. A maggio arrivano le Amministrative e il processo Ruby sarà già iniziato: alle iniziative dei pm si replicherà nei comizi e anche in udienza. Ma le udienze proseguiranno anche dopo l’estate e poi nel 2012 quando il ritorno al voto politico sarà ormai prossimo. Nel processo Ruby i difensori di Berlusconi stanno per depositare l’elenco dei loro testimoni. Si tratterebbe – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - di almeno una settantina di persone, già sentite nell’ambito delle indagini difensive, tra cui il ministro Franco Frattini, i parlamentari del Pdl Valentino Valentini e Paolo Bonaiuti, il giornalista Carlo Rossella, il cantante Apicella, il personale in servizio ad Arcore e anche Mohamed Reda Hammad, l’interprete presente il 19 maggio scorso a una pranzo di Stato tra Berlusconi e Mubarak”. (red)

15. Berlusconi in aula. Controffensiva al golpe dei giudici

Roma - Oggi ci sarà. A meno di improvvisi cambi di programma, che con il Cavaliere certo non sono mai da escludersi, - scrive Adalberto Signore su IL GIORNALE - questa mattina Silvio Berlusconi rimetterà piede in un’aula di tribunale dopo quasi otto anni. Un gesto più che altro simbolico, per confermare la sua disponibilità a dedicare i suoi lunedì agli impegni processuali e per preparare il mese che verrà, visto che il 6 aprile si aprirà il processo per il Rubygate con inevitabile rimbalzo della notizia non solo in Italia ma anche all’estero. L’intenzione, ribadita ieri ad Arcore in più d’una conversazione telefonica, è dunque quella di dare corso alla strategia preparata nelle ultime settimane dagli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo. Che - nonostante il Cavaliere consideri quella nei suoi confronti una vera e propria ‘crociata mediatico-giudiziaria’ messa in campo dalla procura di Milano - consigliano comunque una sua presenza in aula. Per non dare adito alla solita polemica sul legittimo impedimento o comunque per spuntarla. E per mandare il messaggio di un presidente del Consiglio che pur considerandosi vittima di ‘un tentativo di golpe bianco’ da parte dei pm milanesi non snobba comunque le aule di tribunale. Tutto ovviamente con le necessarie cautele del caso. Tanto che per il suo ritorno a palazzo di giustizia - l’ultima volta era il 17 giugno 2003, quando rese dichiarazioni spontanee nel processo Sme per il quale fu poi assolto - il Cavaliere sceglie comunque un’udienza non certo esplosiva e comunque a porte chiuse: né telecamere, né fotografi, né giornalisti potranno raccontare l’evento in presa diretta. Si tratta, infatti, di un’udienza preliminare squisitamente tecnica per la vicenda Mediatrade. La novità, però, sta nel valore simbolico della sua presenza. E nel come Berlusconi deciderà di comportarsi. Ieri, - prosegue Signore su IL GIORNALE - nei briefing con Ghedini e Longo, si è esclusa la possibilità di dichiarazioni pubbliche all’ingresso in tribunale o durante l’udienza (dove peraltro non sarebbe neanche tecnicamente possibile). Mentre certamente alla fine dell’udienza si fermerà a salutare i circa mille sostenitori che dovrebbero arrivare da tutte le province della Lombardia su input del Pdl lombardo (che ha anche messo a disposizione dei pullman). Per ribadire che i magistrati lo costringono a dedicare il suo tempo ai processi piuttosto che all’attività di governo. Il ritorno di Berlusconi nelle aule di giustizia, insomma, sancisce in qualche modo un vero e proprio cambio di strategia che sarà destinato a concretizzarsi davvero nel mese di aprile in vista anche delle amministrative di maggio. Una partita che si gioca su quattro grandi città (Milano, Napoli, Torino e Bologna) che dovrebbero finire due al centrodestra e due al centrosinistra. Il Cavaliere, però, sa bene che l’inchiesta Ruby ha portato dei contraccolpi. D’altra parte, è da tempo la sua convinzione, ‘l’unico obiettivo dei magistrati non è certo arrivare a una condanna ma sputtanarmi sui giornali grazie a intercettazioni peraltro illecite’. E, forse, proprio a Milano qualche riflesso c’è stato se nell’ultimo sondaggio Letizia Moratti è ferma al 48 per cento. Il che – conclude Signore su IL GIORNALE - significherebbe dover andare al ballottaggio”. (red)

16. Calderoli: servono cinque sottosegretari in più

Roma - Intervista di Gianni Martini al ministro Roberto Calderoli su LA STAMPA: “Un quarto d’ora di pausa prima di intervenire all’incontro con i sindaci che vogliano capire di federalismo. Sono in 200 ad aspettarlo ma il ministro Calderoli si concede una pausa di un quarto d’ora. Nel cortile del palazzo della Provincia dove padrona di casa è la compagna Gianna Gancia. L’abbigliamento è da primavera romana. Poco adatto ai dieci gradi di Cuneo, con la neve ancora alle porte. Sull’iPhone scorre le agenzie. Mai tanti immigrati in Italia. ‘Clandestini. E devono tornarsene a casa. Altro che 1700 euro di premio. Diventerebbe la fonte principale di reddito per la Tunisia. Li si rimandi a casa e basta. Sennò questi organizzano i viaggi per ritirare il bonus’. Ma c’è una questione umanitaria. ‘Ce ne sono mille di questioni in queste settimane. Noi dobbiamo rispettare la risoluzione dell’Onu, non andare oltre. È un momento drammatico. Siamo in una crisi economica mondiale, c’è stato il terremoto in Giappone di cui non abbiamo ancora percepito in pieno le conseguenze, anche economiche, che colpiranno tutto il mondo, anche noi. E ora le rivolte’. Non si doveva intervenire? ‘Mancava chiarezza di idee. È chiaro che non possiamo condividere l'interventismo dei francesi. Ognuno per proprio conto. Per questo siamo per il coordinamento unico della Nato per il rispetto della no fly zone’. Governo diviso. ‘Il governo tiene. Se guardate i sondaggi è chiaro che in un clima del genere non c’è un solo governo europeo che ha cresciuto i consensi tra gli elettori. Ma il nostro è solido e continua a lavorare. Sul federalismo stiamo concretizzando quanto promesso, malgrado le mille difficoltà in più per i numeri risicati. Avevamo indicato la soglia minima dei 330, o in caso contrario tornare al voto. Berlusconi ha garantito che avrebbe ritrovato la maggioranza dopo la questione Fini. E l’ha fatto’. Che dice il popolo leghista di questa campagna acquisti di parlamentari? ‘Non applaudiamo chi cambia casacca. Ma è sempre accaduto. In tutte le legislature. Con gruppi che si formano, che cercano di diventare determinanti. Che ondeggiano. D’altronde non c’è l’obbligo per il parlamentare di restare fedele alla coalizione. Fosse per me lo imporrei. Vieni eletto con quel partito, se cambi idea te ne vai, non passi dall’altra parte. E’ che qui sono di più quelli che se ne sono andati di quelli che hanno aderito alla maggioranza. Con questi numeri tutto è più complicato. Siamo in parità in troppe commissioni. Un percorso in salita per il federalismo come per ogni riforma. Ma ci sono anche aspetti positivi’. Ovvero? ‘Si è costretti a discutere,a un coinvolgimento. Il confronto fa bene, se non è finalizzato a bloccare le riforme. Anche la Costituzione prevede che ci vogliano i due terzi del Parlamento per le riforme della carta. Sul federalismo c’è un’apertura del Pd. Staremo a vedere. Ero e resto ottimista’. Basterebbe cambiare la sua legge elettorale, quella che definì ‘Porcellum’? ‘Poteva farlo il centrosinistra. Ma nessuno ha mai davvero voluto cambiarla, né ci stanno pensando ora a farlo. Piace troppo ai segretari dei partiti. La vollero Follini e Casini, Fini e Berlusconi e con i paletti che diedero era il massimo ottenibile. Ma andavano cambiati i collegi premiando davvero i candidati che prendono più voti. Come in Spagna’. Quindi il governo regge e non cambia. Nessun rimpasto? ‘Ne ho letto solo sui giornali. In argomento c’era solo l’uscita di Bondi. Noi avevamo avanzato richieste sull’Agricoltura che ci interessa, è il nostro mondo. Per ora va così, ma non esiste rimpasto in agenda’. Neppure tra i sottosegretari? ‘Rispetto al governo Prodi abbiamo diminuito di quaranta il numero dei sottosegretari. E’ che a volte non bastano. Io mi sono trovato nell’assurda situazione di avere dieci commissioni diverse nella stessa giornata, dove il governo dev’essere presente. Impossibile seguirle tutte. Ci servono più uomini che abbiano la delega del ministro’. Quanti? ‘Cinque sottosegretari in più’. A quando i risultati veri sul federalismo? ‘Ci siamo. Vedrete che, malgrado la crisi, chi è sul territorio avrà più risorse senza aumentare le tasse. Anche se ci sono ancora tante cose da fare. Una di cui si parla poco: la revisione della Tarsu. Ci sono tremila Comuni che la applicano come tassa aggiuntiva. Dovrebbe servire a pagare il servizio e non diventare una tassa mascherata in più, o non è mai finita’”. (red)

17. Romano: “Leghisti tranquilli, non favorirò il Sud”

Roma - Intervista di Francesca Schianchi al ministro Saverio Romano su LA STAMPA: “Tra i primi atti da ministro, venerdì, ha inviato una lettera a Tremonti e Fitto, ‘quattro schede progettuali relative al piano nazionale per il Sud’. Ma è veloce a rassicurare anche il Nord: ‘Vedrò in settimana i presidenti Cota e Zaia’. ‘Sono un ministro del Sud per tutta l’Italia, le nostre aree geografiche devono sempre più e sempre meglio armonizzarsi’, predica, anche se ricorda con un pizzico di orgoglio che il primo ministro dell’Agricoltura dell’Italia unita, Giuseppe Natoli, era un siciliano come lui. A cinque giorni dalla sua discussa nomina, il neo responsabile dell’Agricoltura Saverio Romano sospira: ‘Sono giorni di grande lavoro. Sto entrando nel vivo delle questioni’. Ministro, non avrà ragione chi nella Lega si preoccupa che lei possa favorire il Mezzogiorno? ‘No, semplicemente ci sono decisioni importanti da prendere ed è previsto un incontro interministeriale domani sui fondi Fas destinati al Sud. Ma questa settimana ho anche già in agenda un incontro con i governatori leghisti di Piemonte e Veneto’. Fatto sta che Bossi, a chi gli ha chiesto se la sua nomina sia giusta, ha risposto vago ‘Speriamo’… ‘Mi aspetto di essere giudicato da Bossi come da tutti su quello che riuscirò a fare come ministro, questa nuova avventura che ho intrapreso con entusiasmo’. Il Carroccio spinge per avere un sottosegretario all’Agricoltura... ‘Perché no? Da siciliano so bene quanto è importante accorciare le distanze tra Nord e Sud, e il ministero dell’Agricoltura è uno strumento formidabile con cui si è fatta l’Unità d’Italia. E non è vero che spingendo per infrastrutturare e aiutare la crescita del Sud non si facciano gli interessi del Nord: se il Mezzogiorno cresce, cresce anche il Nord’. Il tema che più sta a cuore alla Lega sono le quote latte: il ministro Romano con chi sta, con gli splafonatori o con l’Europa? ‘Non faccio la scelta con chi stare, mi impegno a risolvere il problema. E penso che ci riuscirò. L’Europa è un luogo dove se sei presente e autorevole, fai valere le tue ragioni e la trattativa può portare a soluzioni anche di problemi che sembrano insormontabili. Per questo rafforzerò la mia presenza a Bruxelles’. Ma chi ha prodotto troppo ha sbagliato o no? ‘Non è un problema di chi sbaglia e chi no. Per esempio, si sbaglia in funzione del superamento di un limite di quote assegnato: se quel limite fosse alzato, nessuno avrebbe sbagliato. Cercherò di dare una risposta alle esigenze degli allevatori, che vivono di questo, e di evitare che sia penalizzato il nostro Paese’. Bossi garantisce che la Parmalat non andrà ai francesi… ‘La difesa del made in Italy sarà uno dei punti di riferimento del mio lavoro. Sul caso specifico, bisogna poi vedere le soluzioni possibili’. E gli ogm? Il leghista Zaia era contrario, Galan più liberista. Lei? ‘Non amo gli ogm. Ho un atteggiamento laico, capisco che è difficile frenare gli ogm, ma se riusciamo a limitarli facciamo un buon servizio all’agricoltura e ai produttori’”. (red)

18. La cattiva legge che vuole punire le toghe

Roma - “Proviamo – scrive Giancarlo De Cataldo su LA REPUBBLICA - a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell’ormai famoso emendamento-Pini. Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare. Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso. La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino. Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria. Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice. Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria. Falso. Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano ‘di tasca propria’. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si può rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni. Quanto alla seconda categoria di cittadini che ‘non pagano di tasca propria’, ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtù di un articolo della legge sul finanziamento, ‘rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave’. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, è lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica. Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della società, e godono di un regime particolare. I giudici no. Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l’errore giudiziario in sé. E infatti – prosegue De Cataldo su LA REPUBBLICA - l’emendamento Pini introduce la categoria della ‘violazione manifesta del diritto’ come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di ‘manifesta violazione del diritto’ è un motivo di ricorso in Cassazione. L’ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all’interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d’altri tempi, la famosa funzione ‘nomofilattica’ della Cassazione. Qui l’emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l’abrogazione di un’altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilità per ‘l’attività di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove’. Il diritto secondo l’on. Pini è mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l’uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati. Quinto argomento: l’ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall’Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d’Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l’adozione di formule vaghe e indeterminate come ‘negligenza grossolana’ e via dicendo. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un’interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che ‘la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilità dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non è in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell’interrogazione’. Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perché i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo. Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma è bene saperlo. Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c’è poco da opporre. Trent’anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c’è sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo – conclude De Cataldo su LA REPUBBLICA - lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge”. (red)

19. Csm verso il Plenum. Sul web la protesta dei magistrati

Roma - “Mailing list delle toghe, quelle di ogni singola corrente della magistratura e quella globale dell’Anm, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - intasate per l’allarme sulla stretta che la maggioranza si appresta a imporre sulla responsabilità civile per i giudici. Oggi punibili solo ‘per dolo o colpa grave’, domani per ‘manifesta violazione del diritto’. Cioè qualsiasi decisione giuridica valutabile come anomala. Al Csm togati e laici di centrosinistra sono decisi, nonostante quella che si apre sia una settimana ‘bianca’, quindi di vacanza, a insistere per approvare prima in commissione Riforme, già domani, e poi giovedì in un plenum straordinario, un documento che suoni come una presa di distanza. Nel quale si dichiari come una formula ambigua per chiedere il risarcimento danni alle toghe che sbagliano rischia solo di colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e paralizzarne scelte e decisioni. La commissione per le Riforme, presieduta da Vittorio Borraccetti (Md), è già fissata. Il plenum è stato chiesto, ma dovrà essere autorizzato da Napolitano. È presumibile che i componenti laici, che già hanno accusato i colleghi di voler trasformare il Consiglio in una ‘terza Camera’ che emette verdetti politici, si opporranno. D’altra parte, è vero che la norma sulla responsabilità marcia diritta verso il voto e potrebbe essere legge in poco tempo. Oggi, assieme al processo e alla prescrizione, entrambi ‘brevi’, essa apre una settimana legislativamente calda sul fronte giustizia, per il numero e la portata delle questioni in ballo. Basta guardare il programma di Montecitorio. Da oggi pomeriggio vanno in aula la legge comunitaria, con la nuova formula sulla responsabilità, e il processo breve. Domani il presidente Gianfranco Fini riunisce la giunta per il regolamento che dovrà decidere il destino del conflitto di attribuzioni per Ruby. Come caso ‘fuori dalla prassi di Montecitorio’, così lo ha definito il presidente della Camera, il conflitto sicuramente andrà in aula. Se non questa, al massimo la prossima settimana. In questa la maggioranza vorrebbe votare su responsabilità e prescrizione breve, dove i tempi non sono contingentati. Gli uomini di Niccolò Ghedini – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - stanno lavorando per rendere meno vago il testo del leghista Gianluca Pini, il relatore della Comunitaria. Il quale conferma che ci saranno delle modifiche. La norma, nell’attuale versione, rischia di scontrarsi con un altolà della commissione Bilancio, chiamata domani alle 15 a dare il parere sui costi. Lì saranno i finiani a dare battaglia. Ancora ieri Nino Lo Presti confermava che, prima del parere, pretenderà di conoscere quale sarà l’impatto di una responsabilità in versione ‘larga’. In polemica con il Pdl Enrico Costa, che gli consigliava di presentare un emendamento per far pagare direttamente le toghe, Lo Presti replica che, ‘senza cambiare l’articolo 28 della Costituzione questo è impossibile’. Se la Bilancio, dove i numeri non sono nettamente a favore della maggioranza, dovesse bocciare la norma, il rinvio sarebbe inevitabile. Ma proprio per questo – conclude Milella su LA REPUBBLICA - oggi pidiellini e leghisti lavoreranno per un nuovo testo. Di cui dovrà tenere conto anche la commissione Riforme del Csm”. (red)

20. Franceschini lancia il “patto delle opposizioni”

Roma - “‘Il Pd deve aprirsi, perché è sotto i nostri occhi che la fascia dei cosiddetti ‘aggiunti’ si è ristretta, rischiamo di tornare alla vecchia somma di Ds e Margherita’. Dario Franceschini – scrive Giovanna Casadio su LA REPUBBLICA - lo dice a margine del seminario di Cortona. Lì, quarto appuntamento di Areadem - quella che una volta era la minoranza e che oggi fa asse con Bersani - il cattolico democratico Franceschini pone il problema. Offre un paio di proposte. La prima è quella di ‘un’assemblea dei mille talenti italiani’, ovvero ‘una chiamata’ della società civile, di intellettuali, insegnanti, ricercatori, economisti, imprenditori, sindacalisti, artisti, terzo settore: ‘Per ottenere idee e suggerimenti’. I Democratici siano insomma in ascolto: aprano porte e finestre. Solo così ‘l’alleanza per la ricostruzione’ davanti ‘alle macerie anche istituzionali che lascerà il berlusconismo’ sarà davvero possibile. Un’alleanza che comincia - e questo è l’altra idea lanciata da Franceschini - con un ‘patto tra tutte le opposizioni anche in Parlamento’. Sono due questioni che porrà sul tavolo della direzione, oggi. ‘È vero che Vendola, Fini, Casini, Di Pietro sono tutti politicamente lontani tra di loro - spiega - Ma un grande partito deve saper metterli insieme per la ricostruzione del paese. Per questo noi Democratici abbiamo bisogno di una grande unità perché il ruolo del Pd è centrale per la ricostruzione del paese e della nostra democrazia’. In direzione stamani molti nodi al pettine, dal federalismo alla strategia, agli scontri interni. L’ultimo – prosegue Casadio su LA REPUBBLICA - è quello tra gli ex Ppi. Beppe Fioroni ha risposto ieri all’affondo di Franco Marini che ha partecipato al dibattito di Cortona. Marini aveva detto che gli ex Ppi passati in Modem (la corrente di Veltroni), e che si dichiarano sempre più a disagio, avrebbero fatto ‘la fine dei Responsabili’. Una specie di profezia di tradimento. Fioroni in un editoriale online su ‘Il domani d’Italia’ accusa Marini (di cui è stato il pupillo) di essere ‘un vecchio lupo marsicano che non azzanna più’, essendosi messo al servizio di chi vuole ‘ordine e disciplina’. Franceschini usa espressioni più soft, però afferma che una cosa è non condividere la leadership, altra minacciare sempre di andarsene: ‘Questa è una malattia’. A Cortona la tre giorni di dibattito ha visto il confronto anche con Bertinotti e Casini. Il leader Udc ha aperto sull’analisi (‘Ci vorrà un’alleanza per la ricostruzione post Berlusconi’) ma nessun impegno immediato. E Franceschini rimarca: ‘Forse qualcuno ha paura di perdere qualche consenso’”. (red)

21. Bindi: nessun asse segreto con Bossi

Roma - Intervista di Giovanna Casadio a Rosy Bindi su LA REPUBBLICA: “‘Sul federalismo regionale ci siamo confrontati nel merito, ma nessuno si illuda che ci siano possibilità di collaborare con i leghisti’. Per Rosy Bindi, l’attrazione tra Carroccio e Pd è da escludere. Eppure, presidente Bindi, Bossi ha ringraziato i Democratici per il federalismo regionale. Dice che si era messo d’accordo con Bersani sull’astensione parlamentare. Un certo feeling c’è e potrebbe essere coltivato? ‘Non sono al corrente di colloqui particolari tra il mio partito e il partito di Bossi. Non è il caso che Bossi millanti una telefonata con Bersani che è stata smentita. Il dialogo non c’è, salvo quello che tutti conoscono, cioè l’intervista del segretario alla Padania e il nostro comportamento in Parlamento. Bossi ci ringrazia e fa bene, perché con il nostro lavoro in Bicamerale abbiamo impedito o contenuto i danni del "loro" federalismo. Abbiamo messo ancora una volta sub iudice quel provvedimento la cui attuazione non potrà essere avviata prima del 2013, e solo a condizione che ci siano le risorse. Questa è la clausola di salvaguardia. E sia chiaro che, se non cambia la politica economica del governo, le risorse non ci saranno mai. La riforma allora sarebbe da riscrivere. Al leader leghista suggerirei poi di non vendere in Padania quel che ancora non c’è: è stato votato il presupposto per il federalismo, non è ancora l’attuazione della riforma’. La scelta di tendere la mano alla Lega sul federalismo sta agitando le acque del suo partito. C’è chi avrebbe preferito un no. Perché vi siete astenuti? ‘Ci siamo astenuti perché sono state accolte tutte le nostre proposte: noi abbiamo dato per l’ennesima volta prova di essere un’opposizione non pregiudiziale, che si confronta nel merito. Se quel provvedimento fosse andato in aula sarebbe stato comunque approvato e senza i miglioramenti che ci sono stati. Politicamente non ci siamo comunque distratti. Proprio in queste settimane i leghisti sono stati promotori alle Camere della prescrizione breve, dell’inserimento della responsabilità civile dei magistrati nella legge comunitaria, del via libera al conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Il Carroccio strumentalizza la tragedia di Lampedusa per lucrare consenso. Ha tenuto sotto scacco il Parlamento sulla Libia. Non ci sono possibilità di collaborazione con una forza così’. Bersani ha tuttavia rivolto un appello al Carroccio: siamo noi a garantire l’orizzonte federalista, smettetela - ha detto - di tenere bordone a Berlusconi. Questa sembra un’avance. Lei come la interpreta? ‘Credo che Bersani abbia voluto ricordare alla Lega i misfatti di cui si sta rendendo corresponsabile: sostiene un premier con quattro capi di imputazione. Noi parliamo agli elettori della Lega, per ricordare che il federalismo lo abbiamo introdotto noi nella Costituzione, sta nel dna del Pd, non in quello nella maggioranza’. Il Pd non pecca di tatticismo, in nome della spallata a Berlusconi? ‘Stiamo perseguendo un obiettivo strategico, che è quello di ricostruire l’Italia dopo Berlusconi. Questa è la strategia dentro cui ci muoviamo e che offriamo alle opposizioni e a tutto il paese, agli elettori della Lega come a quelli del Pdl. Se andassimo a votare Berlusconi non vincerebbe perché non ha più la maggioranza, ma dobbiamo conquistare anche il suo elettorato a un impegno di ricostruzione dell’Italia. Per mandare a casa Berlusconi occorre la capacità di muoversi anche nel breve periodo. Sappiamo bene che dobbiamo fare scoppiare le contraddizioni nella Lega perché - nessuno lo nega - il Carroccio ha ora in mano il governo più di quanto ce l’abbia lo stesso Berlusconi. Il premier ha consegnato a Bossi la golden share della sua maggioranza, noi non gli daremo quella del paese’”. (red)

22. “Difendiamo Parmalat con le regole francesi”

Roma - “Punta sugli scenari internazionali in via di forti cambiamenti ‘perché in ballo non c’è solo la stabilità dell’euro ma di tutta l’architettura finanziaria del mondo’ . Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti – scrive Roberto Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - riflette sul ruolo del fondi sovrani che potrebbero essere ritirati in qualsiasi momento da Wall Street e dall’Occidente per andare al ‘servizio dei popoli’ . Anche per questo Tremonti boccia il G20 ‘che è invecchiato, non rappresenta più il mondo, non c’è l’Africa, non c’è il mondo arabo ma solo l’Arabia Saudita, è una struttura che deve cambiare’ . Rispondendo alle domande di Lucia Annunziata a ‘in Mezzora’ su Rai3 Tremonti affronta anche alcuni problemi ‘locali’ . Come la patrimoniale, l’altro giorno rilanciata ancora dalla Cgil, che per il ministro non risolve il nodo centrale che ‘è quello di ridurre la spesa pubblica’ . ‘Occorre aumentare le tasse a chi evade tasse -spiega ricordando i risultati sopra le previsioni della lotta all’evasione-il problema della nostra finanza non è tassare di più ma spendere di meno’ . Così come conferma che l’Italia chiederà all’Europa di seguire la stessa linea della Francia per regolare le scalate alle aziende strategiche. ‘Tradurremo le norme francesi’ spiega lasciando capire che ci sarà spazio anche per una serie di emendamenti in grado di irrobustire il ruolo della Consob (l’authority che regola il funzionamento della Borsa) specialmente sul ‘change control’. Ma la Parmalat è davvero strategica? ‘Il latte è così poco strategico che in Francia sta in cima all’elenco dei settori da proteggere -precisa il ministro -basterebbe applicare in Italia il testo francese direttamente, per avere quell’effetto’. ‘Parmalat è nata e cresciuta in Italia e si svilupperà ancora dall’Italia’ , ha voluto tranquillizzare Antonio Sala, presidente del gruppo Lactalis Italia, rispondendo anche alle parole del leader della Lega Nord Umberto Bossi che l’altro giorno si era detto contrario ad un passaggio di Parmalat in mani francesi. Per Tremonti comunque – prosegue Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - vale la pena fare una battaglia per l’italianità anche perché -ha ricordato -l’Italia ‘aveva un’azienda pubblica enorme, l’ha divisa, l’ha spacchettata, ha fatto spezzatino e a chi ha dato un pezzo dello spezzatino? Al monopolio pubblico di un altro Paese e questo a me non sembra giusto’ . Naturalmente strategica è anche l’energia e qui il ministro dell’Economia non si sottrae a una riflessione sul nucleare dopo la tragedia giapponese e la decisione del governo di un anno di moratoria. ‘A livello personale credo che ci vuole tempo per capire -afferma Tremonti -non bisogna fare scelte emotive ma le emozioni sono parte delle decisioni politiche’ . In questo momento, sottolinea Tremonti, ‘noi in Italia non abbiamo centrali ma stiamo pagando il tentativo di averle, il nucleare ci è costato moltissimo e ancora ci costa il decomissioning di quelle fatte o tentate’ . Certo se l’Italia avesse l’energia atomica per far funzionare le industrie sarebbe più competitiva e avrebbe un maggiore tasso di crescita ma è anche vero che non ha il ‘debito nucleare’. I costi di ristrutturazione da che parte stanno? I Paesi che hanno il nucleare lo devono spiegare”. (red)

23. Ai Verdi il Land Mercedes. Storica sconfitta della Merkel

Roma - “Enorme sconfitta di Angela Merkel, ieri, - riporta Danilo Taino sul CORRIERE DELLA SERA - nelle elezioni regionali più importanti del 2011. E una piccola rivoluzione nel panorama politico della Germania. Dopo 58 anni, il partito della Cancelliera perde il controllo dell’importantissimo Land del Baden-Württemberg, nel Sud del Paese. I suoi alleati nel governo nazionale, i liberali dell’Fdp, crollano vertiginosamente. I grandi vincitori sono i Verdi, che per la prima volta potranno ora avere un ministro presidente (governatore) in un Land, e che Land, il ricco e popoloso Baden-Württemberg di Stoccarda, terra di straordinarie imprese a cominciare dalla Mercedes. Sono ora il partito tedesco emergente. Anche nella Renania-Palatinato, altra regione dove si è votato ieri, i Verdi hanno praticamente triplicato i loro voti, grandi vincitori a spese dei socialdemocratici che continueranno a governare ma hanno perso il 10 per cento dell’elettorato. Nel Baden-Württemberg, bastione storico dei cristiano-democratici che lo hanno governato dal 1953, la Cdu della signora Merkel rimane il primo partito ma perde il 5 per cento rispetto alle elezioni del 2006, al 39 per cento. I suoi alleati liberali (5,3 per cento, voti più che dimezzati) superano lo sbarramento elettorale per il rotto della cuffia, ciò nonostante la maggioranza di centrodestra al governo nella regione non ha più i numeri per guidarla. Sul fronte opposto, i socialdemocratici della Spd non approfittano della situazione, anzi perdono il 2,1 per cento per scendere al 23,1 per cento. In compenso i Verdi balzano dall’ 11,7 per cento al 24,2 per cento. Avendo superato la Spd, avranno il diritto di nominare loro il ministro-presidente nella nuova coalizione verde-rossa che andrà al governo a Stoccarda: Winfried Kretschmann sarà il primo politico dei Grüne a guidare un Land tedesco. Le ragioni della sconfitta di Frau Merkel e del centrodestra – prosegue Taino sul CORRIERE DELLA SERA - sono numerose, in buona parte locali, legate ad esempio al progetto di abbattere la vecchia stazione di Stoccarda, sostenuto dall’attuale governatore della Cdu, Stefan Mappus, e opposto strenuamente dai Verdi e da buona parte degli abitanti. Sicuramente, però, la svolta dei giorni scorsi effettuata dalla signora Merkel sul nucleare — quando ha improvvisamente ribaltato il suo sostegno all’energia atomica dopo il disastro di Fukushima — ha avuto l’effetto opposto a quello desiderato dalla Cancelliera: gli elettori, tendenzialmente antinucleari da sempre, non le hanno creduto, hanno giudicato che la mossa fosse elettoralistica e hanno preferito votare i Grüne, in fatto di opposizione all’atomo una garanzia. Per Frau Merkel si apre una fase ancora più difficile di quella che ha dovuto affrontare finora. A livello nazionale, il governo perde voti nel Bundesrat, la camera delle Regioni formata da rappresentanti dei governi dei Länder. Soprattutto, viene alla luce la criticità del rapporto tra la Cdu e i liberali, partito in caduta libera elettorale. Il ruolo del leader di questi ultimi, Guido Westerwelle (che è anche ministro degli Esteri), sarà messo in discussione, all’interno del partito: ma il governo di Berlino ora ha di fronte la realtà di una fase drammaticamente calante dal punto di vista elettorale, qualcosa che creerà tensioni e potrebbe avere esiti imprevedibili. La stessa Cancelliera dovrà spiegare al suo partito, dove non ha sfidanti credibili ma che comunque non è contento di perdere e lo farà sapere, se ha una strategia politica per recuperare tra ora e le elezioni federali del 2013 i consensi per restare al governo. La Cdu rimane il partito dominante della Germania, sopra al 30 per cento dei voti. La Spd non riesce a uscire dalla sua crisi di consensi, abbondantemente sotto al 30 per cento. Tra i due grandi partiti popolari storici – conclude Taino sul CORRIERE DELLA SERA - emergono i Verdi, partito non più di sola marca ambientalista ma sempre più rappresentante di ceti sociali medio borghesi sensibili all’ambiente: con loro la Cdu e l’Spd dovranno fare i conti per governare in futuro”. (red)

24. Da stella dell’Europa a leader senza coraggio

Roma - “L’Europa, che l’ha subita come leader senza averla scelta, - scrive Andrea Bonanni su LA REPUBBLICA - l’aveva già ampiamente bocciata. Ora la bocciatura, sonora, clamorosa, arriva anche dai tedeschi. Il declino di Angela Merkel si tinge di grigio, come la sua ascesa. Il grigiore di chi non riesce ad essere all’altezza del ruolo che la Storia le ha affidato. ‘Una ragazza viziata, che ha paura della propria ombra’, era stato già anni fa il lapidario commento che Helmut Kohl, suo padrino politico, aveva confessato ad un vecchio amico italiano. E certo in quel commento ci doveva essere un’ombra di rammarico per aver promosso ‘das Madchen’, ‘la ragazza’, al vertice del Paese più importante d’Europa proprio in virtù di quel suo basso profilo che l’ha fatta preferire a concorrenti dalla personalità più forte e controversa. La storia, certo, non si fa con i ‘se’. Ma è assai probabile che in passato, con Merkel cancelliere, non ci sarebbe stata la riunificazione tedesca. Non ci sarebbe stato l’euro. Non ci sarebbe stato quel moto di orgoglio del rifiuto della guerra in Iraq che ha salvato l’anima dell’Europa nelle tenebre dell’era Bush. Tutte svolte che hanno richiesto alla Germania coraggio e lungimiranza. Così come, oggi, il salvataggio dell’Ue dalla crisi dei debiti sovrani attraverso un fondo comune, e l’intervento in Libia che riscrive il profilo dell’Europa nei confronti della rivoluzione araba, sono conquiste ottenute nonostante la Merkel e la sua testarda resistenza ad assumere qualsiasi rischio. La Cancelliera resta, naturalmente, una figura molto potente sulla scena europea, grazie al peso preponderante della Germania. Governa un paese che, nonostante la crisi globale di questi anni, ha un tasso di crescita record. È paradossale che nonostante questo perda le elezioni: ma è la conferma che l’economia, da sola, non basta a supportare una leadership politica. Anche a Bruxelles, la Cancelliera ha dovuto incassare una serie di sconfitte che non hanno precedenti nella storia recente. I suoi colleghi le hanno imposto la creazione del fondo salva stati e il suo successivo potenziamento, le hanno svuotato il Patto di competitività, che lei aveva voluto gettare sul tavolo dei capi di governo senza neppure tradurlo dal tedesco. E all’ultimo vertice – prosegue Bonanni su LA REPUBBLICA - l’hanno addirittura costretta a sostenere l’intervento militare in Libia che Sarkozy ha imposto voltando le spalle alla Germania e lavorando d’intesa con Londra. L’aspetto paradossale di questa tragedia del grigiore, è che tutti i ‘nein’ della Merkel, tutte le sue esitazioni, nascevano dal timore di scontentare l’opinione pubblica tedesca. Ha avuto paura di sfidare l’egoismo dei propri elettori venendo in aiuto della Grecia e degli altri Paesi strangolati dai debiti. Ha avuto paura di seguire la Francia nella sfida a Gheddafi. Ha avuto paura di dare all’Ue un Presidente di alto profilo e un ministro degli esteri autorevole. Ha avuto paura di creare una difesa europea e di dotare l’Europa di un bilancio degno di questo nome. Tutto questo in nome dei sondaggi d’opinione, per inseguire i fantasmi e le fobie del proprio elettorato. Ed ora è proprio questa opinione pubblica che sanziona il declino di una Cancelliera che non ha saputo dare alla Germania la leadership che le spetta in Europa, e all’Europa il ruolo che le spetta nel mondo. Si potrebbe obiettare che l’ultimo sgambetto, quello del capitombolo finale, per la Merkel non è arrivato dall’Europa ma dal Giappone. Il trionfo dei verdi dimostra che Fukushima fa più paura di Tripoli, di Atene e di Bruxelles. Ma anche sulla questione nucleare Kohl l’aveva ammonita, questa volta pubblicamente, a non inseguire i sondaggi, a dimostrare il coraggio e la coerenza che si richiede ad un vero leader. Angela Merkel non lo ha ascoltato. E i tedeschi l’hanno punita. Il messaggio che arriva dalle urne del Baden-Wuerttemberg e della Renania è che non si governa un grande Paese inseguendone i sondaggi e le paure. Ed è un messaggio che, a ben vedere, - conclude Bonanni su LA REPUBBLICA - manda un raggio di speranza anche per noi italiani”. (red)

25. Il patto per l’Euro

Roma - “Le decisioni prese venerdì dal Consiglio Europeo – osserva Mario Monti sul CORRIERE DELLA SERA - renderanno un po’ meglio governabile l’economia europea, in particolare quella della zona euro. La crisi finanziaria che ha colpito vari Paesi potrà essere fronteggiata con interventi più adeguati di quelli messi in campo finora. Il formarsi di nuovi focolai di crisi sarà meno probabile, grazie al rafforzamento della disciplina preventiva. Sarà più difficile per un singolo Paese persistere a lungo in situazioni squilibrate, e capaci di trasmettere gli squilibri agli altri Paesi, perché si è ora accettato un più intenso monitoraggio comune. Se nel nuovo sistema di governance la stabilità resta indubbiamente l’obiettivo principale, quello della crescita entra in modo più incisivo che nel vecchio patto, il quale solo per omaggio verbale era stato denominato ‘Patto di stabilità e di crescita’ . Si è capito che una crescita insufficiente, oltre a creare evidenti problemi economici e sociali, è spesso una delle cause più rilevanti degli stessi squilibri finanziari. Nel nuovo ‘Patto per l'euro’ , sottoscritto dai 17 Stati della zona euro ma aperto anche agli altri 10 Stati membri della Ue (6 vi hanno già aderito), si delineano misure, e procedure di monitoraggio, intese ad accrescere la competitività e l’occupazione. Rimane però un’asimmetria. Gli interventi che ogni Stato farà, e i risultati che otterrà, in tema di stabilità (sostenibilità della finanza pubblica e stabilità finanziaria) saranno sottoposti a controlli e sanzioni più cogenti di quelli applicabili agli interventi e ai risultati in tema di crescita. È perciò probabile che, in termini di effetti concreti, il nuovo patto conduca a rafforzare più la stabilità che la crescita. Va comunque dato atto al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, e a quello della Commissione, José Manuel Barroso, di avere notevolmente migliorato, e reso più accettabile agli altri Stati membri, l’originaria proposta formulata dalla Germania e dalla Francia. Oltre ad essere confuso, - prosegue Monti sul CORRIERE DELLA SERA - quel documento avrebbe avuto una scarsa credibilità. Infatti l’enforcement degli impegni presi sarebbe stato puramente intergovernativo, cioè rimesso al collusivo ‘scambio di favori’ tra Stati membri, senza l’impiego dei poteri della Commissione e della Corte di Giustizia. In più, la proposta veniva proprio dai due Paesi che, dopo essere stati i principali genitori del primo ‘Patto di stabilità’ nel 1997, l’avevano insieme mandato in frantumi nel 2003 quando, trovandosi essi in violazione, avevano esercitato pressioni sufficienti a far sì che il Consiglio Ecofin non seguisse le proposte di ammonimento presentate dalla Commissione. Anche nella versione adottata venerdì, comunque, si pone un problema di credibilità dell’effettivo enforcement, ma meno che nel progetto franco tedesco. Due elementi a favore della crescita, introdotti nel nuovo patto, meritano di essere segnalati. Si è finalmente riconosciuto che una delle poche leve concrete— e assistite da veri poteri di intervento della Ue sugli Stati membri — per stimolare la competitività, la crescita e l’occupazione è lo sviluppo del mercato unico. I capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio europeo si sono impegnati a sostenere le proposte che la Commissione — sulla base del Rapporto sul mercato unico, presentato al presidente Barroso nel maggio scorso — si appresta a formulare in aprile nel Single Market Act. Inoltre, nel ‘Patto per l’euro’ , il Consiglio europeo ha aderito per la prima volta alla strategia di coordinamento della fiscalità, con l’impostazione pragmatica— e non antagonistica rispetto al desiderio degli Stati membri di conservare la sovranità fiscale (che essi, con qualche illusione, pensano di detenere tuttora)— raccomandata nel Rapporto citato. Si apre così un nuovo cantiere che sarà rilevante per semplificare gli adempimenti fiscali delle imprese, ma anche per porre un argine alla penalizzazione fiscale del lavoro rispetto a fattori di produzione come il capitale che, grazie alla maggiore mobilità, approfittano particolarmente di una concorrenza fiscale incontrollata. Per la crescita, per l’occupazione, per l’equità sociale e, in ultima analisi, per la stessa accettabilità dell’integrazione europea da parte dei cittadini, si aprono prospettive nuove. Infine, una considerazione sull’Italia. Per il nostro Paese, il nuovo ‘Patto per l’euro’ comporta l’esigenza di un percorso ancora più risoluto verso il riassorbimento dell’eccesso di debito pubblico, sia pure nel quadro di valutazioni che terranno conto di alcuni fattori compensativi, piuttosto favorevoli all’Italia. E possiamo essere certi che l’Ue sorveglierà l’adempimento di questa parte del patto in modo più attento e cogente di quanto farà per gli aspetti pro crescita che pure sono inclusi nel patto. D’altra parte, l’Italia ha bisogno di aumentare la propria crescita più degli altri Paesi, sia perché da molti anni cresce meno, sia perché solo attraverso una maggiore crescita sarà possibile conseguire il plus di disciplina finanziaria che ci viene richiesto, senza che il Paese sprofondi in un ulteriore differenziale negativo di crescita. Sarà perciò essenziale ‘aggrapparsi’ il più possibile agli orientamenti che ci vengono dalla ‘Strategia Ue 2020’ e ora dal nuovo ‘Patto per l’euro’ , radicarli pienamente nella coscienza del Paese, trasformarli in stimolo per accelerare le riforme strutturali necessarie. Speriamo che il ‘Piano nazionale di riforme’ , segnalato su queste colonne appena si profilò un anno fa come un riferimento europeo da prendere al volo per indurre il Paese a ragionare sul proprio futuro, venga ora dibattuto largamente e valorizzato pienamente. Manca qualche settimana a fine aprile, scadenza per la presentazione del piano a Bruxelles. Chissà se, - conclude Monti sul CORRIERE DELLA SERA - con l’impulso del governo e con l’aiuto delle opposizioni, con l’apporto delle parti sociali e dei media, il Paese riuscirà ad alzare per un momento lo sguardo, a discutere del proprio avvenire”. (red)

26. Fukushima, è giallo sulla radioattività

Roma - “La notizia che nel reattore numero 2 di Fukushima era stata rilevata una radioattività 10 milioni di volte superiore al normale fa il giro del mondo e mette tutti in allarme. Ma dodici ore dopo – si legge su LA STAMPA - Tepco, il gestore della centrale, convoca una conferenza stampa d’urgenza: c’è stato un errore di calcolo, le radiazioni nell’acqua trovata nei sotterranei dell’edificio della turbina collegata a quel reattore sono 100 mila volte, e non 10 milioni di volte, più alte del solito. Un livello comunque pericoloso e tale da giustificare l’allontanamento dei tecnici che lavoravano per localizzare l’origine della perdita. Il vicepresidente della Tepco, Sakae Muto, si scusa: ‘Mi dispiace molto, prometto che non avverrà mai più un errore di questo tipo’. E spiega l’origine dell’errore: elementi radioattivi diversi sono stati combinati nel corso dell’analisi dei campioni prelevati, ad esempio, mettendo insieme ‘iodio-134 e cobalto-56’. Anche l’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese chiede una verifica, mentre a Tokyo trecento persone, in prevalenza mamme con bambini, protestano contro la centrale nucleare di Hamaoka e altre centinaia manifestano a Nagoya scandendo lo slogan ‘Non abbiamo bisogno del nucleare’. L’errore e la smentita sono un nuovo colpo alla credibilità della Tecno, già accusata da Greenpeace di aver nascosto ‘almeno tre incidenti nucleari’ avvenuti tra il 1980 e il 1990. Altri due si erano verificati nel 2002 e nel 2007. Il portavoce dell’Agenzia giapponese sulla sicurezza nucleare, nella conferenza stampa serale presso l’ufficio del primo ministro, non usa giri di parole: ‘Tepco conosceva dal 18 marzo la fuoriuscita di 200 millisievert/ora nel piano interrato del reattore n.1, sei giorni prima dell’incidente. Avrebbero dovuto essere già ipotizzabili i successivi problemi al reattore numero 3. Tepco sapeva che era possibile la perdita altamente radioattiva, ma non ha allertato i suoi dipendenti’. Per tutto questo – continua su LA STAMPA - già si parla delle pesanti sanzioni cui la società verrà condannata, mentre una fonte di governo anticipa la stretta regolamentare: ‘La priorità è ora risolvere l’emergenza di Fukushima, poi si dovrà fare una revisione ad ampio raggio sul nucleare’. Ma i tormenti del Giappone non sono finiti. Ieri notte è stata registrata una nuova scossa di magnitudo 6,5, con epicentro a una profondità di 10 chilometri a 133 chilometri al largo di Sendai, la città già semidistrutta dal sisma dell’11 marzo scorso. L’Agenzia meteorologica nipponica ha lanciato l’allarme tsunami a tutta lla prefettura di Miyagi. Oggi intanto il Giappone affronterà il problema del blocco delle importazioni dei suoi prodotti alimentari, deciso da Australia, Singapore e Hong Kong dopo le perdite radioattive. Tokyo è decisa a lottare per salvare il suo export, tanto più che si è autoregolamentata, bloccando la vendita di latte e di quelle verdure sulle quali sono state rilevate alte percentuali di radioattività. Domani, - conclude LA STAMPA - in una riunione informale all’Organizzazione Mondiale del Commercio, il Giappone ricorderà a tutti i Paesi membri che non si possono stabilire restrizioni commerciali senza prove scientifiche”. (red)

27. “I nuovi reattori sicuri? Solo cosmesi”

Roma - Intervista di Danilo Taino a Carlo Rubbia sul CORRIERE DELLA SERA: “La crisi di Fukushima non chiuderà l'era nucleare, secondo il Premio Nobel Carlo Rubbia. Apre però una fase nella quale le idee nuove per produrre energia avranno un impatto molto maggiore. Nel nucleare ma anche in campi alternativi: non tanto i soliti solare, vento, biomasse ma tecnologie nuove, mai pensate prima. Rubbia è dal giugno scorso il direttore scientifico dell’Institute for advanced sustainability studies di Potsdam, vicino a Berlino. Si tratta di un centro sostenuto dal governo tedesco e dalle maggiori istituzioni di ricerca della Germania nel quale lavorano fisici, chimici, economisti, scienziati sociali di tutto il mondo. Obiettivo, produrre idee. ‘Una fabbrica di idee da mettere a disposizione di tutti, del governo tedesco ma anche al resto del mondo’ , spiega Rubbia. All’istituto di Potsdam, voluto da Angela Merkel, il professore dedica la metà del suo tempo. In questa intervista, racconta come vede il mondo dell’energia dopo Fukushima e rivela tre idee piuttosto straordinarie elaborate dal super think-tank che dirige. Per quel che riguarda il nucleare, Rubbia dice che la reazione ‘dell’intelligentsia sarà di fare piccole modifiche, di mettere le pompe più in alto per proteggerle dallo tsunami. Ma il problema è diverso: le centrali di oggi si fondano su modelli probabilistici. I quali dicono che ci vorrebbero centomila reattori per avere un incidente grave all’anno. Invece non è così, perché la concatenazione degli eventi l’incidente lo fa succedere. Occorre passare a un modello deterministico, dove l’incidente non può accadere. Anche quando si parla di reattori di terza generazione, si parla di cambiamenti cosmetici, serve altro’ . L’altro a cui si riferisce Rubbia sono le centrali a torio. Le propone da tempo ma la novità sta nel fatto che l’iniziativa di svilupparle è stata presa da cinesi e indiani. Pechino l’ha lanciata ufficialmente a fine gennaio, Delhi ha in corso studi avanzati. In altre parole, i due maggiori Paesi emergenti, affamati di energia, hanno deciso di prendere la leadership nel futuro del nucleare, prima di Stati Uniti ed Europa. Una centrale a torio — spiega Rubbia— ha i vantaggi di non produrre plutonio per usi militari, di lasciare scorie che si esauriscono in un tempo limitato— quattro-cinque secoli — rispetto all’uranio e quindi possono essere controllate e soprattutto di potere essere spenta quando si vuole. ‘In più— dice Rubbia— per produrre un giga watt servono tre milioni e mezzo di tonnellate di carbone l’anno, oppure 200 tonnellate di uranio 235. Ma di torio ne basta una tonnellata l’anno e il torio è abbondantissimo in natura, ce n’è molto anche nell’Italia centrale’ . È questa, secondo il Premio Nobel, la strada nucleare da seguire dopo Fukushima: al momento, l’iniziativa è in mano a cinesi e indiani, i quali calcolano che il torio potrebbe garantire le loro esigenze energetiche per i prossimi 20-30 mila anni. ‘Piuttosto che investire 30 miliardi nel nucleare vecchio, l’Italia farebbe bene a investirne tre in questa tecnologia’ , dice il professore. Le unthinkable ideas di Rubbia &C, le idee impensabili frutto dei primi mesi di lavoro a Potsdam, aprono invece territori nuovi. Eccone tre. Prima: stabilito che catturare l’anidride carbonica e metterla nel terreno non funziona — ‘È difficile, costoso, gli ambientalisti sono contrari’ — l'idea è quella di bruciare fossili senza produrre anidride carbonica. Invece di usare direttamente il gas metano, lo si scompone in un tubo a mille gradi in idrogeno e carbonio: l’idrogeno diventa il combustibile pulito e il black carbon diventa la base di altri prodotti, dalle fibre a elementi sintetici. Seconda idea: dal momento che il petrolio non serve solo a produrre energia elettrica ma si usa anche nelle automobili, negli aerei, nei fertilizzanti, nelle materie plastiche, con cosa sostituirlo quando scarseggerà? ‘Con un liquido, come fanno i brasiliani con l’etanolo prodotto dalla piante— dice Rubbia—. Ma la nostra idea è di catturare l’anidride carbonica che già viene prodotta ed è già anche pagata e mischiarla con idrogeno per produrre metanolo, poi trasformabile in tanti modi, dall’etanolo all’urea, alle resine. Così l’anidride carbonica da passività si trasforma in asset’ . Terza strada, i clatrati, in particolare il cosiddetto burning ice, ghiaccio che brucia. ‘Si tratta di una sostanza chimica nella quale molecole di acqua formano un lattice solido che racchiude al proprio interno metano— spiega il professore —. Di recente si è scoperto che di questa sostanza ce n’è un’enorme quantità nel mondo, in sedimenti profondi e nei fondali degli oceani: le stime attuali, conservative, indicano una potenzialità di diecimila giga tonnellate, un’enormità confrontata con le poche centinaia di giga tonnellate di metano e petrolio convenzionali’ . Questo per dire che, dopo Fukushima, la questione energetica potrebbe non essere poi così disperata. A guardarla da Potsdam”. (red)

Referendum. Mobilitarsi per il quorum

Putin in Serbia. Si avvicina l’Unione euroasiatica