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Chi difende Asia Bibi muore

Dopo il governatore del Punjab, ucciso il 4 gennaio, gli integralisti islamici eliminano anche il ministro pachistano per gli “Affari delle minoranze”. Shabaz Bhatti era l’unico membro del governo a essere di religione cristiana ed era contro la legge sulla blasfemia

di Ferdinando Menconi 

Chi tocca Asia Bibi, la donna cristiana del Punjab condannata a morte in Pakistan per “blasfemia”, muore, ma chi muore sono solo coloro che difendono il diritto a professare liberamente la propria religione criticando la legge pakistana sulla blasfemia, la più dura al mondo: arriva addirittura a vietare agli islamici Ahmadi, poiché tengono in considerazione la morte e la resurrezione di Cristo, di definirsi musulmani, pena la morte.

Morte che, però, non raggiunge effettivamente i blasfemi, visto che molte sono le condanne a morte ma nessuna è stata eseguita nell’ultimo periodo, ma si abbatte su chi li difende o su chi critica la legge. Il primo a pagare con la vita era stato Salman Taseer, governatore del Punjab, regione dove risiedono ancora minoranze non islamiche nonostante le pulizie etniche che seguirono la partizione dell’India. Ad assassinarlo, il 4 gennaio scorso, fu una delle guardie del corpo assegnategli per proteggerlo. Era invece praticamente senza scorta, probabilmente per meglio proteggerlo visto l’inquietante precedente, il ministro per gli “Affari delle minoranze”, Shahbaz Bhatti. Ma anche questa soluzione non ha funzionato: ieri è stato crivellato da una ventina di proiettili.

Il governo di Islamabad ha ordinato una immediata e approfondita inchiesta per individuare i colpevoli dell’attentato in cui è caduto l’unico ministro cristiano del governo. Va detto però che l’azione del commando ha colto di sorpresa l’intelligence pakistana: come si poteva dar credito alla denuncia di un ministro infedele riguardo alle minacce ricevute, subito dopo la morte del governatore, per essersi anch’egli interessato alla sorte di un’infedele blasfema? Come possiamo noi, quindi, ritenere che l’inchiesta sarà seria? Non invochiamo certo fasulli “interventi umanitari”, né ingerenze negli affari interni di uno “stato sovrano”, nonostante dimostri averne ben poca di “sovranità”: pare contraddittorio, ma violerebbe il mondialismo occidentalista dei diritti dell’uomo e delle nazioni. Tuttavia, a costo di apparire come antislamici, ci arroghiamo, non il diritto che farebbe troppo Sacri Principi dell’89, ma la libertà di sdegnarci e disprezzare chiunque ritenga di risolvere così i problemi delle minoranze e viva la religione in questa maniera.

Ricordiamo che Asia Bibi non ha mai insultato il Profeta, si è solo espressa in una maniera che appariva non accettare la superiorità dell’Islam. Tanto basta per una condanna. Se avesse bestemmiato, per come si intende il bestemmiare da noi, non avrebbe fatto in tempo ad arrivare viva alla denuncia formale: altro che le polemiche nostrane sul Grande Fratello. Considerati ancora più indegni di vivere sono stati, però, coloro che si sono mossi contro la legge sulla blasfemia, addirittura definita, dalla prima vittima, “kala kanoon” [legge nera] per come questa può essere piegata agli interessi dei fanatici e dei nemici personali: eppure il Profeta voleva che le minoranze del libro fossero protette dall’Islam, certo pagando una Dimma e ammettendo la propria inferiorità, ma comunque protette, al contrario dei politeisti che potevano solo scegliere fra conversione e morte.

Comunque la si pensi il Pakistan ha perso un grande uomo. Uno che, dopo le esplicite minacce e il consiglio di lasciare il paese, ha continuato a svolgere il suo compito di ministro per le minoranze con totale dedizione e, letteralmente, fino in fondo: averne noi di politici di così elevata statura morale. Non sono solo i cristiani a pagare per l’integralismo islamico paki: bisogna ammettere che nelle diatribe interne, un po’ come ai tempi delle guerre di religione europee, gli islamici si massacrano soprattutto fra loro. Negli omicidi derivati dalla blasfemia della contadina Asia Bibi, però, oltre alle persone, si è sparato ai principi di tolleranza e libertà: saranno forse principi mondialisti, ma è solo grazie a quelli che possiamo stare qui a scrivere e leggere senza particolari paure. E chissà quanti di noi, se minacciati come il ministro Shahbaz Bhatti continuerebbero a farlo? 

Gli avvoltoi della libertà si avventano sulle dittature morenti del Nord Africa, specie quella di Gheddafi (sdoganato in occidente da Prodi che se ne fa anche vanto), dimenticando, almeno fino a quando anch’esse non dovessero rantolare sotto i colpi di qualche rivolta interna, che ce ne sono altre, e pure armate di atomica al contrario di quella iraniana, che vengono criticate sottovoce: il Pakistan ha più armi di distruzione di massa di Saddam, ma sono un regalo USA per difendere l’occidente dall’atomica Indiana. I sottoprodotti della Guerra Fredda rischiano di avere effetti collaterali inimmaginabili.

Non si andrà, però, molto oltre i lanci d’agenzia perché tutto discende da Asia Bibi che ha solo bestemmiato, e neppure in un reality  tivvù. Quindi nessuna esclusione dalla casa. E neppure la lapidazione, come invece ci hanno da bere per Sakineh mistificando sia il capo d’accusa, omicidio e non adulterio, sia la modalità di esecuzione della condanna a morte, corda e non pietra. Ma in quel caso, ripetendo la menzogna fino a farla diventare verità, si poteva portare acqua ai mulini giusti. Magari qualcuno potrà anche convincersi che la difesa delle minoranze pakistane equivale a seguire un complotto degno del “Cimitero di Praga” di Umberto Eco e che il ministro e il governatore uccisi volevano solo Facebook e stile di vita occidentale – altro che libertà: concetto astruso e sempre meno rivendicato – ma forse costoro tutti i torti non hanno visto che dei pagani e dionisiaci Kalash, la più antica tradizione pakistana ancora viva, non gliene frega niente a nessuno, o quasi.

Intanto, comunque, nel Punjab la pulizia etnica continua con rinnovato vigore e in un crescente disinteresse: non solo è scarsamente strumentalizzabile, ma rivela che le cose sono sempre più complesse di quanto si vorrebbero fossero. È impossibile ricondurre la complessità del mondo alla morale dei primi western, cappelli bianchi contro cappelli neri: per quanto ci si sforzi non si potrà mai tranciare oggettivamente fra bene e male. Quello che ci rimane è solo poter registrare che la tolleranza religiosa del regime di Saddam Hussein, o del vecchio OLP, non esiste più nei paesi islamici, anche (o soprattutto?) in quelli amici dell’occidente. Ed è stata, in quelli “liberati”, una delle maggiori vittime dell’esportazione della democrazia: che si sia esportato un prodotto più fasullo delle merci taroccate prodotte a tutto spiano dai cinesi, altri amici democratici con cui si fanno ricchi affari? 

Ferdinando Menconi

 

Della questione abbiamo parlato, tra l'altro, qui:

/la-voce-del-ribelle/2010/11/17/morire-per-una-bestemmia.html

/la-voce-del-ribelle/2010/11/25/grazia-imminente-per-asia-bibi-tensione-in-pakistan.html

/la-voce-del-ribelle/2011/1/5/polveriera-pakistan-ucciso-il-governatore-del-punjab.html

 

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