Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 31/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Rissa alla Camera, monetine in piazza”. Editoriale di Pierluigi Battista: “Sull’orlo del precipizio”. Di spalla: “Quei sussidi (sbagliati) all’energia”. Al centro foto-notizia: “Morti 11 immigrati in mare, c’è anche un bimbo”. In taglio basso: “Il conduttore tv confessa: ‘Ho ucciso io il mio socio’ ” e “La stangata dei Parioli: ‘C’era un Madoff tra di noi’ ”. In un box: “Il costoso inganno della sanatoria dei precari”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Prescrizione breve, scoppia la rivolta”. Editoriale di Massimo Giannini: “Il delitto perfetto”. Di spalla: “Libia, Obama pronto a dare armi agli insorti”. Al centro foto-notizia: “Show del premier: via i profughi da Lampedusa. Affonda gommone, un bimbo tra gli 11 morti”. In taglio basso: “ ‘Io, l’ultimo samurai di Fukushima’ ”. 

LA STAMPA – In apertura: “Il premier: svuoterò Lampedusa” e in taglio alto: “Prescrizione breve, bagarre in aula. Assalto alla Camera”. Editoriali di Marcello Sorgi: “Dopo lo show i problemi torneranno” e Marta Dassù: “Due governi decidono per l’Europa”. Di spalla: “Fiat-Chrysler, 100 miliardi di ricavi” e “Gli italiani predatori all’estero”. Al centro foto-notizia: “Tuffo nel mare Artico per il principe Harry”. A fondo pagina: “Silvione l’Africano”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Basilea 3, crescita a rischio” e in taglio alto: “Salini costruirà in Etiopia maxi-diga da 3,3 miliardi” e “Tornano in Europa i big del tessile. E a Prato ritornano gli ordini”. Editoriale di Guido Gentili: “Se il motore resta senza la benzina del credito”. Al centro la foto-notizia: “Giustizia e immigrati. Alta tensione nel Governo” e “Sull’Ipo di Chrysler tempi più lunghi, Fiat al 51 per cento nel 2011”. Di spalla: “Pechino si apre all’Occidente”. In taglio basso: “In Germania la fabbrica a misura di lavoratore anziano”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Giustizia, bagarre alla Camera”. Editoriale: “L’emergenza dei migranti un banco di prova”. Al centro foto-notizia: “Berlusconi: liberiamo Lampedusa. Affonda un barcone, 6 dispersi” e “Truffa a Roma, nuova lista”. In un box: “Consigli per salvare la movida”. In taglio basso: “Olgiata, sangue sul lenzuolo” e “Dibenedetto firma a Boston”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Riecco Berlusconi”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro: “A Prodi tre pensioni al mese”. Di spalla: “L’alibi della cultura per nascondere aumenti di stipendi”. A fondo pagina: “Vivere al massimo pur di pensare al minimo”.  

LIBERO – In apertura: “Fini perde la testa”, con editoriale di Fausto Carioti. Al centro la foto-notizia: “Silvio spettacolo a Lampedusa” e “Mantovano sbatte la porta: ‘Ci siamo presi troppi immigrati’ ”. Di spalla: “C’è da fidarsi del Dna nelle indagini?” e “Piccola biografia di D’Alema lo sparapalle”. A fondo pagina: “Però ‘foera dai ball’ diciamolo ai francesi” e “Il Pd trova un alleato: i Fratelli Musulmani”. 

IL TEMPO – In apertura: “Liti in aula e morti in mare”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Infuria lo scontro sul diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi”. In apertura a destra: “Quanto è difficile vincere una guerra con i ribelli che si sparano sui piedi”. Al centro: “La diffamazione”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Vergogna Vergogna Vergogna”. (red)

2. Assedio alla Camera, volano monetine su La Russa

Roma - “‘Buffone! Venduto!’ . Gridano, insultano, - riporta Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - lanciano monetine come il 30 aprile del ‘ 93, quando i manifestanti assaltarono l’hotel Raphaël dove era asserragliato Bettino Craxi. Ma questa volta il bersaglio è il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il portone sul quale tintinnano, a decine, i centesimi, è quello principale di Montecitorio, cuore delle istituzioni. Sono le sei del pomeriggio, al principio i manifestanti sono una cinquantina, ma in pochi minuti la protesta cresce, preme sul cordone di sicurezza, stringe d’assedio le mura seicentesche della Camera dei deputati. Il sottosegretario Daniela Santanchè, issata su 12 centimetri di tacco, sfida la folla diretta verso l’ingresso. ‘Pinocchio! — le gridano contro, mentre una monetina la colpisce in testa —. Bugiarda!’ . E anche ‘puttana’ . E così il sit in organizzato dal Partito democratico contro la prescrizione breve diventa un caso politico, la causa scatenante della bagarre istituzionale che pochi minuti dopo scoppierà dentro il Palazzo. E a sera i deputati questori della Camera convocano il questore di Roma, Francesco Tagliente, per chiedere spiegazioni sulla gestione della piazza. Come è stato possibile che i manifestanti abbiano potuto schierarsi a una manciata di metri dall’uscio di Montecitorio, che era stato off limits fino alle cinque del pomeriggio? Oggi la risposta, quando la relazione arriverà sul tavolo dell’ufficio di presidenza. L’appuntamento del Pd è per le 18, però i democratici non hanno l’autorizzazione per protestare davanti al Parlamento e si apprestano a gridare i loro slogan davanti alla Galleria Sordi. Ma i ‘viola’ guidati da Gianfranco Mascia, pochi e arrabbiati, riescono a spingersi fin sotto le finestre della Camera, dove alla spicciolata arrivano gli idv Orlando, Barbato, Pardi. I cronisti aprono i taccuini, le luci delle telecamere si accendono, la battaglia può cominciare. Il ministro La Russa – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - si affaccia sulla piazza per vedere che aria tira. Fa qualche passo con gli occhiali poggiati sulla fronte, ride e gesticola con aria di sfida e i manifestanti, un centinaio, lo circ o n d a n o . ‘Non vi potete permettere — li prende di petto il ministro, mentre i carabinieri si stringono a cordone per proteggerlo—. Io non ho paura di nessuno, non pensate di intimidirmi...’ . Partono i fischi, i cori — ‘buffone’ e ‘venduto’ , ‘fascista’ e ‘razzista’ — la piccola folla spinge, ondeggia, preme, partono i lanci di monete e si rafforzano gli insulti: ‘Mafiosi! Leccapiedi! Ladri!’ . Una donna con la maglia verde: ‘State rovinando l’Italia’ . Un tipo con i capelli bianchi: ‘Assassini’ . E un altro: ‘Vi siete venduti per un piatto di lenticchie, schiavi di Bossi’ . Chi evoca le ‘tessere della P2’ e chi chiede le dimissioni di Berlusconi. ‘Fatelo processare’ , grida in un piccolo altoparlante Mascia, che La Russa, in Aula, pur senza nominarlo, accuserà di essere ‘l’organizzatore dei fischi a Berlusconi del 17 marzo’ . Sono minuti concitati, la folla canta ‘Bella ciao’ e la tensione si avverte persino negli scambi nervosi di battute tra commessi della Camera e forze dell’ordine. Il ministro rientra nero in volto e si dirige a larghi passi verso l’Aula della Camera. E mentre le telecamere inquadrano la Santanchè e altre deputate del Pdl che si rifugiano nel palazzo, Rosy Bindi, presidente del Pd e vicepresidente della Camera, si adopera per placare i più esagitati. Li fa spostare qualche metro più in là, li ascolta, tenta di rabbonirli. La piazza intanto si è gonfiata, 300 persone, tanti capelli bianchi, qualche bandiera del Pd e molti vessilli dipietristi. Ma ecco Pier Luigi Bersani al megafono: ‘È una vergogna. Per salvare Berlusconi lasceranno senza giudizio ladri, rapinatori e incensurati come Tanzi’ . Applausi. Più in là – conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - deputati e dirigenti del Pd assistono alla scena con preoccupazione. Sospettano di essere ‘caduti in trappola’ , temono che toccherà a loro scontare politicamente i toni aggressivi del Popolo viola. ‘Il clima era rilassato — azzarda Mascia quando fa buio —. C’era qualche violento che chiedeva azioni dure, ma noi siamo riusciti a contenere i provocatori...’”. (red)

3. In aula rabbia del ministro. Insulta Fini che blocca tutto

Roma - “Rientra nell’Aula che ha presidiato assieme a mezzo governo fin dal mattino – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - e afferra il microfono Ignazio La Russa: ‘A due metri dall’ingresso del Parlamento c’è uno schieramento di qualche centinaio di persone, con chiaro intento intimidatorio, offensivo, violento. Quello che sta accadendo fuori non so se sia frutto della vostra predicazione: sono a due metri dal portone di Montecitorio!’ . Grida, si infervora, racconta della contestazione appena subita sul piazzale della Camera: ‘C’è stata una persona che mi è venuta incontro in modo minaccioso, ho riconosciuto l’organizzatore dei fischi a Berlusconi, è una contestazione premeditata!’ . Brusii dell’Aula, sorrisi ironici, battute. Si arrabbia ancora di più il ministro della Difesa: ‘Io ho reagito, non mi sono spaventato: voi sareste scappati come conigli!’ . Il clima, già teso per la decisione della maggioranza di invertire l’ordine dei lavori e passare al voto sul processo breve, peggiora. Prende la parola il capogruppo del Pd Dario Franceschini, adombra l’ipotesi di un incidente calcolato: ‘La Russa chieda a Maroni perché i manifestanti sono arrivati fino al portone di Montecitorio. E come mai, casualmente, lui che ha un volto noto non ha mancato di uscire dal portone principale per essere vittima di aggressione... Se avvengono episodi di violenza si condannano, ma...’ . L’accusa fa inferocire il ministro. Che ostentatamente si alza in piedi per battere le mani a Franceschini, gli grida ininterrottamente ‘bravo, bravo, bravo, bravo!!’ . Accanto a lui infila gli occhiali, abbassa la testa e finge di leggere qualcosa Franco Frattini, guarda altrove Angelino Alfano, sorride imbarazzato e con la mano tenta di calmare il collega il neoministro Saverio Romano. Ma è Gianfranco Fini, alla presidenza, un metro sopra di lui, a scampanellare contro La Russa: ‘Ministro, la invito a un comportamento più consono!’ . Si volta stizzito l’ex colonnello di An, porta la mano alla bocca, fa al suo ex capo il segno di tacere: ‘Sto solo applaudendo, non mi rompere!’ . Fini insiste: ‘Ministro La Russa, la prego di avere un atteggiamento rispettoso... Ministro La Russa!’ , e lui non si tiene più: si volta, si rimette a sedere, leva il braccio nell’inequivocabile gesto e scandisce un pesantissimo ‘ma vaffa...’ che Fini sente benissimo: ‘Onorevole ministro, non le consento di insultare la presidenza! Sospendo l’Aula!’ . Urla, fischi, grida: ‘Fascista! Fascista! ‘ . Fini e La Russa – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - si guardano negli occhi prima di uscire dall’Aula: ‘Non ti permetto... Io non ti permetto...’ sibila Fini puntando il dito. Poi, uscendo, ai suoi dice in maniera che tutti sentano: ‘Curatelo’ . Replicherà qualche minuto dopo il ministro: ‘Se lo ha detto, mi prenda lui un appuntamento’ , e l’eco di una giornata terribile, in cui i commenti si fanno velenosi e insinuanti (‘La Russa sembrava drogato o ubriaco’ , dice a Exit su La7 Luigi de Magistris), è tutto nei capannelli non solo dell’opposizione, ma della maggioranza, in cui gruppi di deputati si scagliano contro il coordinatore del Pdl: ‘Non ci rappresenta, noi non siamo così, ma basta!’ , mentre il sottosegretario Crosetto se la prende con la collega Santanchè rea di aver portato in piazza La Russa per appiccare l’incendio. Berlusconi, di ritorno da Lampedusa, è furibondo per un incidente di cui davvero non sentiva il bisogno. Incidente che lascia strascichi pesanti. Dal terzo polo chiedono ufficialmente le dimissioni del ministro, La Russa— che sembra essersi calmato — spiega a tutti che ‘non ho offeso Fini, non ce l’avevo con lui, ma con Franceschini’ . Poi chiama l’ex amico per scusarsi. Inutilmente, perché il presidente della Camera gli replica gelido: ‘Non è stata una offesa alla persona ma all’istituzione. La gravità di quanto accaduto sarà quindi valutata dagli organismi di Montecitorio’ . E oggi si riunisce l’Ufficio di presidenza per valutare i fatti: verranno raccolte le relazioni dei questori, poi dovrebbe essere la giunta per il regolamento a decidere le eventuali sanzioni visto che non ci sono precedenti di punizioni per un ministro. Ma La Russa è anche deputato, ed è probabile che la ‘prova tivù’ , nonché le testimonianze dei presenti, facciano scattare la sospensione dalle votazioni per un periodo di tempo variabile (fino a 15 giorni per ‘ingiurie a cariche istituzionali’ ). Sempre che a pagare con la sospensione non siano anche altri deputati di maggioranza e opposizione, che a fine seduta si sarebbero scontrati in Aula: in questo caso, - conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - le prossime delicatissime votazioni potrebbero vedere più di un assente”. (red)

4. Fini perde la testa

Roma - “A Ignazio La Russa – osserva Fausto Carioti su LIBERO - si consiglia un corso di educazione e sopportazione curato dal maestro Gianni Letta. Vedere in aula il ministro della Difesa adeguare il proprio standard comportamentale a quello dei trogloditi che poco prima lo avevano insultato in piazza Montecitorio è stato un tri ste spettacolo. Quando si rappresenta il proprio Paese bisogna saper marcare le distanze dai cavernicoli, anche se questi ti hanno appena tirato le monetine. E quando si è coordinatore di un partito che rappresenta un terzo degli italiani si ha la responsabilità di evitare gesti in grado di danneggiare il proprio schieramento e il governo. Le escandescenze dell’imitatore di Fiorello, che possono costargli anche la sospensione dalla Camera dei deputati, rischiano pure di far passare in secondo piano, o peggio di giustificare, le colpe degli altri protagonisti della vicenda. A iniziare dai vertici del Pd, che hanno organizzato la manifestazione alla quale si sono poi aggregati dipietristi e futuristi. L’altro colpevole è Gianfranco Fini: dare del ‘cocainomane’ a La Russa, come ha fatto ieri il presidente della Camera a microfoni spenti in risposta al ‘vaffa’ dell’ex camerata, non è stato un esempio di imparzialità e lucidità, e rende ragione a chi sostiene che un incarico tanto importante non può essere affidato a un personaggio gonfio di rancori verso il PdL. Tutto è partito dai leader del Pd, i quali non hanno compreso o fingono di non capire che scelte come quella di ieri mettono in moto forze belluine che un partito inesistente come il loro non è in grado di controllare. Alla richiesta della maggioranza di anticipare i tempi per l’approvazione della legge sul processo breve, il Pd ha risposto chiamandola mitica ‘società civile’ a protestare davanti alla Camera. ‘Basta con le amnisti e personali, con le prescrizioni brevi, con le bugie, con le intimidazioni alla magistratura. Basta con l’umiliazione del Parlamento’, si legge nella convocazione in cui si annunciava la presenza alla manifestazione di Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi e altri leader del partito. Presenti pure militanti dell’Idv e altri indignati vari, - prosegue Carioti su LIBERO - mentre l’immancabile Fabio Granata di Fli rivendicava con orgoglio che ‘in piazza per la legalità ci sono anche i giovani chiamati a raccolta da Il Futurista a manifestare davanti Montecitorio. Sono in gioco questioni fondamentali di legalità repubblicana’. Ovviamente la società civile è tale solo nelle favole, e dal ‘presidio democratico’ al lancio di monetine e agli insulti urlati in faccia il passo è stato brevissimo. La Russa è uno di quelli che ne hanno fatto le spese. Tornato in aula visibilmente alterato, il ministro prima ha risposto ‘non mi rompere’ al presidente della Camera che voleva bloccare il suo sfogo, quindi lo ha spedito direttamente a quel Paese. La terza carica dello Stato, adirata, ha sospeso la seduta, chiuso i microfoni e invitato il ministro a curarsi, accusandolo - come raccontano i tanti che erano accanto a Fini - di essere un ‘cocainomane’. È l’ennesima conferma che l’aula di Montecitorio non può essere guidata da un uomo che ha appena fondato un partito il cui obiettivo dichiarato è la fine politica di Berlusconi e del PdL: laddove servirebbero sangue freddo e distacco, c’è un presidente della Camera sin troppo coinvolto nella polemica con il Popolo della libertà e risentito con gli ex aennini rimasti al fianco di Berlusconi. È anche la dimostrazione che avevano ragione i politologi di Fare Futuro, Sofia Ventura e Alessandro Campi, quando insistevano affinché Fini si dimettesse dalla presidenza di Montecitorio: la sua presenza in quel ruolo fa male a Fli e alla Camera. Su La Russa, invece, c’è l’aggravante di aver fornito il pretesto giusto a chi non aspettava altro per dare il via all a faida dentro al PdL. La guerra civile nel partito del premier è esplosa subito dopo lo scambio di insulti con Fini: gli ex An contro gli ex forzisti, i pasdaran di Claudio Scajola contro l’attuale assetto del partito. Tensioni che covavano da tempo e che ieri hanno potuto trovare libero sfogo: l’ultima cosa di cui avevano bisogno Berlusconi e il governo in un momento come questo. Adesso servirà un miracolo del Cavaliere per impedire una lunga serie di morti e feriti. Ma se quello che è accaduto ieri mentre il premier era in trasferta a Lampedusa – conclude Carioti su LIBERO - è stato un anticipo di ciò che avverrà al PdL quando Berlusconi sarà fuori dalla politica, che Dio aiuti il centrodestra”. (red)

5. Battaglia alla Camera, verso fiducia su prescrizione breve

Roma - “Doveva essere il giorno della prescrizione breve per salvare Berlusconi dal caso Mills, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - è diventato quello dello show di La Russa contro Fini e Franceschini. La legge per concedere agli incensurati uno sconto sui tempi di ‘morte’ dell’azione penale, il massimo della pena più un sesto, anziché un quarto, passa in secondo piano. Con essa quel processo breve, in tutto sei anni e mezzo nei tre gradi di giudizio per i reati fino a dieci anni, solo un’indicazione per i giudici che, se ignorata, può produrre una segnalazione dei capi degli uffici al ministero della Giustizia. Di questo si doveva parlare alla Camera. Presenti tutti i ministri, nonostante la Libia, Frattini compreso. Non è andata così. Montecitorio, 18 e 30. Fuori un sit-in di protesta che lambisce il portone principale. Entra la Santanché e le lanciano monetine. Esce La Russa e va peggio. Rientra in aula, racconta l’accaduto, inutilmente Cicchitto tenta di non farlo parlare. Lui si siede al banco del governo ed esplode contro un centrosinistra di ‘provocatori’. Replica Franceschini, La Russa applaude provocatoriamente, Fini cerca di frenarlo, ma si becca un invito ‘ad andare in quel posto’ con tanto di gesto della mano. Tafferugli. Alfano e Frattini sconcertati. La seduta sospesa. Poi rinviata a oggi. Forzisti del Pdl furibondi contro La Russa che ha fatto saltare, come dice Costa, ‘giorni di lavoro sul processo breve’. Accuse pesanti, ‘è un fascista’, ‘sniffa’, ‘odia Fini’. Dice Napoli: ‘La Russa impari da Alfano che si è sorbito gli insulti dell’opposizione senza fiatare’. La Russa rischia sanzioni come deputato, che il finiano Lo Presti invoca apertamente, e di cui si occuperà oggi l’ufficio di presidenza. Di questo si parla oggi, non più della prescrizione breve su cui non è escluso che il governo possa mettere la fiducia. Rispetto al blitz che s’era immaginata la maggioranza e che ha prodotto un furibondo scontro tra centrosinistra e centrodestra, i tempi si allungano, 270 votazioni, più di 20 ore di dibattito concesse da Fini. I dubbi sulla fiducia ci sono, visto che la legge è d’iniziativa parlamentare. Se fosse posta oggi, verrebbe votata martedì. Non erano questi i piani dei berlusconiani. Che sin dal giorno prima – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - avevano deciso l’inversione dell’ordine del giorno. Prima la prescrizione breve, che l’Anm definisce ‘un colpo mortale per la giustizia’ e l’Associazione dei funzionari di polizia ‘un colpo alla sicurezza dei cittadini’, la settimana prossima o quella dopo la Comunitaria con dentro la responsabilità civile. Ma quando l’inversione viene chiesta in aula si scatena la bagarre. Intervengono i grossi calibri. Franceschini, mentre i suoi ritmano ‘vergogna vergogna’: ‘Per fermare il processo Mills state condannando alla prescrizione migliaia di processi’. Rivolto a Bossi: ‘Cosa direte ai padani cui promettete sicurezza?’. A ruota Casini: ‘Siamo alle solite, avevate promesso che avreste tolto di mezzo tutte le norme ad personam, invece ecco un altro ddl per placare le ossessioni giudiziarie del premier’. La Bindi litiga con D’Alema perché vorrebbe abbandonare l’aula. Bersani annuncia: ‘Daremo battaglia dentro e fuori il Parlamento. Voglio capire come la Lega spiegherà la ‘Padania breve’’. Il finiano Bocchino si scaglia contro Frattini: ‘Da italiano sono umiliato nel vederlo in aula mentre i leader Ue discutono sulla Libia’. Alfano, tutto il giorno in aula, non si scompone, lui vede solo ‘un’indignazione programmata dell’opposizione’ che avrebbe reagito così anche senza l’inversione dell’ordine del giorno. Ribadisce che ‘non mercanteggia, né su questa né su nessun altra legge’. Si vota per tre volte, sull’inversione la maggioranza ha 15 voti di vantaggio, sull’ipotesi di sospendere la seduta 16, sulle pregiudiziali di costituzionalità ancora 16. Ma poi – conclude Milella su LA REPUBBLICA - La Russa spezza la corsa della prescrizione breve”. (red)

6. Premier irritato, rovinato il “piano rilancio”

Roma - “Se Berlusconi impreca per un’imprecazione, - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è perché non avrebbe mai immaginato che a coprire il fragore degli applausi conquistati a Lampedusa, sarebbe stato un ‘vaffa’ pronunciato nell’aula di Montecitorio da un suo ministro. E poco importa se La Russa si è poi scusato con Fini, se il titolare della Difesa ha spiegato al presidente della Camera di aver mandato a quel paese ‘solo’ il capogruppo del Pd, Franceschini. Il fatto è che in malora è finita l’ ‘operazione Lampedusa’ del Cavaliere, manovra politica e mediatica che aveva un duplice obiettivo: rilanciare l’immagine del premier nel Paese, proprio mentre nel Palazzo si disputava l’ennesima partita della sfida infinita con la Procura di Milano. Presentandosi agli isolani con la soluzione della ‘fase emergenziale’ determinata dall’invasione dei migranti, Berlusconi voleva infatti riproporsi come uomo di governo in grado di risolvere un problema che si stava protraendo da settimane. Era un modo per rimettersi in sintonia con l’opinione pubblica nello stesso giorno in cui la Camera era impegnata a esaminare il ‘processo breve’ , provvedimento indispensabile al Cavaliere per evitare una sentenza sul processo Mills. È una tattica che Berlusconi aveva già usato un mese fa, quando aveva convocato un Consiglio dei ministri per varare il ‘piano di rilancio economico nazionale’ mentre nelle stesse ore veniva rinviato a giudizio per il ‘caso Ruby’ . E se allora l’operazione non era riuscita, stavolta invece il consenso ricevuto durante la visita a Lampedusa sembrava poter coprire le contestazioni del ‘popolo viola’ , che fuori da Montecitorio protestava contro la ‘legge ad personam’ del Cavaliere. Per certi versi l’assedio al Palazzo e quel lancio di monetine contro i rappresentanti della maggioranza facevano gioco al premier, compiaciuto per le notizie che — mentre era a Lampedusa — gli giungevano da Roma. Perché l’immagine del segretario del Pd assiso su una scaletta mentre tiene un comizio davanti alla Camera, offriva del maggior partito di opposizione l’idea di una forza tutta schiacciata sul fronte giustizialista, evocando — nei pensieri del premier — una ‘deriva extraparlamentare ‘ dei democratici. E il diverbio tra D’Alema e la Bindi, che incitava il gruppo di Montecitorio a lasciare l’Aula per una scelta aventiniana, - prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - ne era la dimostrazione plastica. In questo contesto, il Cavaliere stava ottenendo un altro risultato, perché la logica del muro contro muro aveva finito per togliere margini di manovra al terzo polo, schiacciandolo su posizioni che Casini vuole rifuggire. Peccato che la rissa scatenata in Aula dal ‘vaffa’ di La Russa ha rovinato ‘l’operazione Lampedusa’ di Berlusconi. E il punto non è se il ministro della Difesa sia stato o meno provocato dai manifestanti giunti a pochi passi dal portone della Camera, se l’opposizione non abbia poi espresso la dovuta solidarietà al rappresentante del governo. Quell’imprecazione ha avuto l’effetto di far saltare il gioco del Cavaliere, nel giorno in cui peraltro Fini aveva deciso di rimettere al voto dell’aula di Montecitorio la richiesta del conflitto di attribuzione sul ‘caso Ruby’ avanzato dalla maggioranza. Ma non è certo il problema del rapporto con il presidente della Camera a preoccupare Berlusconi, semmai il fatto che quel ‘vaffa’ ha prodotto una profonda crepa nel gruppo del Pdl, facendo risaltare la differenza (e la distanza) tra gli esponenti di provenienza forzista e la componente degli ex an. In molti hanno provato a fermare La Russa prima che prendesse la parola, dal capogruppo Cicchitto al Guardasigilli Alfano. Sui loro volti — dopo l’incidente — era evidente il disappunto per una sortita che ha offerto all’area vicina a Scajola la possibilità di marcare una linea di separazione, come a simulare una conta interna al partito. La battuta pronunciata dai deputati vicini all’ex ministro dello Sviluppo economico, ‘non vogliamo morire fascisti’ , non era solo un affondo contro La Russa, ma anche un avviso al Cavaliere nel braccio di ferro in corso sugli assetti interni. Così si è apparecchiato il disastro per Berlusconi. A cui è poi saltata anche la pezza messa sull’emergenza immigrazione, dato che le inaspettate dimissioni di Mantovano da sottosegretario all’Interno testimoniano come il problema sia tutt’altro che risolto. Il premier, che già fatica a tenere a bada i Responsabili, non può permettersi un pericoloso scollamento del proprio gruppo nel passaggio parlamentare decisivo, con il ‘processo breve’ da far approvare. I numeri della maggioranza sono talmente esigui che l’opposizione ieri ha avuto gioco facile a rimarcare come i ministri degli Esteri e della Difesa fossero impegnati nelle votazioni mentre la Libia è in fiamme. Perciò Berlusconi ha tenuto per sé l’imprecazione per quella imprecazione, e ha subito frenato le pulsioni di quanti tra i suoi fedelissimi si erano lasciati andare contro La Russa, al punto da auspicarne le dimissioni. L’ ‘operazione Lampedusa’ sarà pur stata rovinata, ma c’è da approvare il provvedimento sulla giustizia che contiene l’emendamento sulla prescrizione decisivo ai fini del processo Mills. Il Cavaliere deve quindi compattare la propria maggioranza e aspettare intanto che si depositi la polvere dello scontro alla Camera: la fiducia sul processo breve – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - verrà posta la prossima settimana. E per quel giorno il premier spera di non dover imprecare ancora”. (red)

7. Il delitto perfetto

Roma - “A Lampedusa il colpo di teatro e la demagogia promozionale, - osserva Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - a Roma il colpo di mano e la macelleria costituzionale. Diciassette anni dopo il suo primo trionfo elettorale del 29 marzo 1994, Silvio Berlusconi regala all’Italia un altro mercoledì nero della democrazia. L’ultimo strappo si è dunque compiuto. Con un atto di forza, tecnicamente eversivo e politicamente distruttivo, la destra inverte l’ordine dei lavori, e impone alle Camere l’approvazione immediata della legge sul processo breve e sulla prescrizione ‘corta’ per gli incensurati. Cioè la trentottesima legge ad personam dell’era berlusconiana. Eccola, la vera ‘riforma epocale’ della giustizia che il presidente del Consiglio ha sempre avuto nel cuore e nella testa. Non è il disegno di legge di revisione costituzionale di Alfano, spacciato tre settimane fa dal guardasigilli al Capo dello Stato e all’opinione pubblica come una ‘svolta storica’. L’epifania di una nuova era, nella quale la destra rinunciava alle leggi tagliate a misura per i bisogni di un solo imputato, per tutelare quelli di tutti i cittadini. E su questa piattaforma proponeva una fase di pacificazione, chiedendo alla magistratura di scendere alle barricate, e all’opposizione di aprirsi al dialogo. Non abbiamo mai avuto dubbi. Ma ora abbiamo la ‘smoking gun’. Quello è stato solo un inganno istituzionale e un tranello comunicazionale. Fabbricato ad arte, insieme alla guerra non guerreggiata contro la Libia e all’emergenza profughi sbandierata e non gestita, per distrarre l’attenzione. Mentre armava malvolentieri i nostri caccia in volo verso Tripoli e le nostre navi in rotta verso Lampedusa, in realtà il Cavaliere militarizzava la sua maggioranza in vista dell’unica battaglia che gli sta a cuore: quella contro la procura di Milano. Una battaglia che lo deve vedere a tutti i costi vincitore, e dunque finalmente e definitivamente libero da tutte le sue pendenze giudiziarie. Il blitzkrieg sul processo breve è la conferma di un lucido progetto di destrutturazione del sistema giurisdizionale ad uso privato. Tutti i passi compiuti in quest’ultimo mese sono stati funzionali all’obiettivo. Lunedì la scena madre a Milano, con il predellino bis davanti a un Palazzo di Giustizia trasformato in palaforum da campagna elettorale: colossale finzione propagandistica, per dimostrare alla sua gente la ‘persecuzione giudiziaria’ dei soliti comunisti. Ieri, nel retroscena di Montecitorio, al riparo dai riflettori concentrati sull’imbarazzante televendita approntata nella nostra povera Ellis Island del Mar di Sicilia, il ‘delitto perfetto’ sul processo breve. Ultimo e tombale ‘salvacondotto’, per mettersi al riparo entro l’estate dalla probabile condanna nel processo Mills. Così, in un giorno solo, il Cavaliere torna Caimano. Cioè quello che, in fondo, non ha mai smesso di essere. A dispetto di tutte le dissimulazioni, alle quali hanno creduto alleati agguerriti e avversari spauriti. E confusi dalla tattica collaudata in un quasi Ventennio. Con una mano, esibita al pubblico plaudente, ti porgo un ramoscello d’ulivo. Con l’altra mano, nascosta dietro la schiena, mi preparo a colpirti con un bastone. Adesso c’è un’aggravante in più. Per salvare il premier, passa una legge che azzera migliaia di processi, e manda impuniti reati comuni gravissimi, dalla rapina alla violenza sessuale. È il prezzo, intollerabile, messo da Berlusconi sul conto degli italiani: per garantire la sua impunità, devono rinunciare alla loro giustizia. Questa è dunque – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - la vera ‘riforma’ del centrodestra. Non c’è da gridare allo scandalo, se di fronte a questo nuovo abuso di potere mezzo Parlamento si sia sollevato, per gridare ‘vergogna’. Quello che stupisce, semmai, è che interi pezzi di una destra che una volta fu legalitaria si adeguino. Dalla Lega agli ex di An. Gente che negli anni di Mani Pulite agitava nell’emiciclo i cappi davanti alla Prima Repubblica (come Bossi, un ministro ormai chiaramente impresentabile) e che oggi difende, perché li incarna, i privilegi della Seconda. Gente che sfilava in piazza per i magistrati (come La Russa, un ministro ormai palesemente inadeguato) che per difendere l’indifendibile insulta a viso aperto il presidente della Camera Fini. Si grida allo scandalo, invece, perché fuori dal Palazzo tornano le folle che contestano e lanciano monetine, come all’epoca di Craxi davanti al Raphael. Ogni forma di protesta violenta va stigmatizzata. Ogni forma di deriva anti-politica va arginata. Il berlusconismo si supera solo con la fatica della politica e con la pazienza della democrazia. Ma manifestare il proprio dissenso, di fronte a quanto accade, è lecito e doveroso. E al premier e ai suoi cantori, che oggi lamentano il ‘clima’, verrebbe da dire: chi semina anti-politica, raccoglie anti-politica. Le scorciatoie populiste non corrono sempre nella stessa direzione. Capita che si muovano all’inverso, e generino populismi uguali e contrari. Su questa linea del fronte, la destra accusa ‘Repubblica’. Usando strumentalmente l’articolo 68 della Costituzione, appellandosi alla sovranità del voto popolare, invocando il ripristino dell’immunità parlamentare e deprecando la bocciatura dello scudo per le alte cariche dello Stato. Ma farebbe bene a ricordare una verità elementare. Storica e politica. Quando scrissero quelle norme, i padri costituenti e i legislatori lo fecero in astratto, e su casi indistinti. Era la grundnorm di Hans Kelsen, concepita per regolare un sistema, non per proteggere un singolo. La questione odierna è totalmente diversa. Qui si vara una legge che, mentre altera e snatura il sistema, entra nella carne viva di una specifica vicenda processuale e strappa una persona (proprio ‘quella’ persona) al suo giudice naturale. In qualunque democrazia occidentale sarebbe inutile rammentare questa abissale differenza, a chi finge di non vederla e non vuol farla vedere ai cittadini elettori. Ma nell’Italia di oggi – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - è doveroso: per rompere la nube tossica di mistificazione politica e di manipolazione semantica che l’egemonia culturale della destra berlusconiana sparge a piene mani sul Paese”. (red)

8. Ogni volta che Repubblica lo iscrive, Napolitano smentisce

Roma - “‘Il Quirinale respinge il condizionamento che si vuole esercitare anche attraverso scoop giornalistici’. Oppure, appena due giorni fa: ‘Fantasie ed elucubrazioni che non meritano smentite’. Giorgio Napolitano – scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO - ha un antico e solido legame con Eugenio Scalfari, puntellato da un’intensa frequentazione privata, personale e telefonica. Due grandi vecchi che spesso si confrontano amichevolmente. Eppure capita altrettanto spesso che il presidente, al mattino, alla lettura dei quotidiani, scorrendo Repubblica, si rabbui. Questo mese, per esempio, è successo due volte: il 9 marzo, quando gli si attribuiva un incontenibile sentimento di stizza nei confronti di Angelino Alfano, latore al Quirinale della bozza di riforma costituzionale della giustizia (‘Non lo riceverà’, preconizzava Repubblica) e martedì scorso: ‘Non piace al Quirinale l’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei giudici. Sbagliato nel metodo, nel merito, nei tempi’. Nel primo caso, Napolitano ha smentito tutto ricevendo il Guardasigilli per due lunghissime ore e concordando con Alfano una dichiarazione che il ministro – felice – offrì subito alle agenzie: ‘E’ andata molto bene’. D’altra parte Napolitano, che certamente non stravede per Silvio Berlusconi, ha costruito rapporti più che cordiali con tutti i giovani ministri emergenti (e anche con Giulio Tremonti, che adora). Martedì scorso, invece, è andata un po’ diversamente. L’irritazione di Napolitano, che si trovava in viaggio di stato oltreoceano, è pervenuta con circa sette ore di ritardo. Ma si è manifestata. Il presidente è rimasto ‘sorpreso’ venendo informato da Repubblica che sarebbe stato un suo intervento a determinare la frenata della maggioranza intorno all’emendamento promosso dal leghista Gianluca Pini sulla responsabilità civile dei magistrati. Per giunta per ‘ragioni di merito’, quando ‘il merito’ – la responsabilità civile dei magistrati – è il cardine della riforma della giustizia che circa due settimane fa gli aveva sottoposto Alfano con reciproca soddisfazione. Infatti la storia è un’altra. L’emendamento Pini è stato fermato per ragioni di opportunità e di metodo, ma dal Pdl. Tre giorni fa, di fronte all’entourage, sul volto di Berlusconi si è dipinto un sorriso quando ha intuito che avrebbe potuto spiazzare il Csm, l’Anm, il Pd e i giornaloni (già tutti in tenuta da battaglia contro l’emendamento Pini) invertendo a sorpresa l’ordine dei lavori alla Camera: prima il processo breve e solo dopo (forse) la responsabilità civile dei magistrati. Il premier (al pari di Napolitano) non sapeva dell’emendamento del deputato leghista, ne ha letto sui giornali anche lui, come tutti. Ma quando gli hanno chiesto ‘presidente, chiediamo di farlo ritirare?’ il Cav. ha risposto sornione: ‘No’. D’altra parte, è stato il ragionamento condiviso anche con Alfano, la responsabilità civile dei magistrati è il piatto forte della riforma costituzionale della giustizia: ‘Per quanto un intervento ordinario sia giusto, non si può rendere monco l’investimento costituzionale del ministro’. La riforma, ammesso che si faccia (Alfano ci crede), - prosegue Merlo su IL FOGLIO - sarà sottoposta a referendum; e l’aspetto più popolare del testo – spiegano dal ministero – è proprio quello che riguarda la responsabilità civile dei giudici. Dunque Napolitano non c’entra nulla nella frenata (‘elucubrazioni’). La verità è che se Repubblica (che non è il Fatto) condivide quasi sempre la linea del presidente, il presidente non condivide quasi mai la linea di Repubblica. Figurarsi se intende farsela dettare. Superato non senza turbolenze il periodo in cui Napolitano firmava il legittimo impedimento e il lodo Alfano, a Repubblica – in questo lontanissimi dai cugini del Fatto – hanno stabilito da circa un anno che il presidente ha sempre ragione (o quasi). Ma il capo dello stato non sempre ricambia. Certo Napolitano non ama le forzature di Palazzo Chigi, ma sulla separazione delle carriere (vecchio pallino migliorista), sulla responsabilità civile dei magistrati e sul giudizio complessivo che riguarda la classe dirigente del Pdl (specie i giovani ministri emergenti) non condivide affatto la linea di Repubblica. Alla pattuglia dei neomiglioristi ex diessini che militano oggi nel Pd – da Enrico Morando a Umberto Ranieri fino a Stefano Ceccanti – il presidente comunicò persino la propria delusione per la ferma contrarietà del Pd a un intervento sulla giustizia. Così quando Repubblica sveste i panni di ‘giornale degli italiani’ – e dalla morte del principe Caracciolo capita spesso – per indossare quelli del ‘quotidiano-partito’, ovvero quando il giornalone lo tira per la giacca, Napolitano si arrabbia. E si arrabbia forse proprio perché, dice chi lo conosce bene, ‘lui tiene in gran conto Eugenio Scalfari’ e il quotidiano di largo Fochetti tutto, malgrado gli sia capitato di sentirsi strattonare persino da Scalfari in persona. A marzo dell’anno scorso – erano i tempi in cui Napolitano controfirmava leggi contestatissime dall’opposizione – il Fondatore di Rep. ricostruì in uno dei suoi fondi domenicali tutte le volte che l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva saputo dire di ‘no’ a Berlusconi (e ci aveva pure litigato). Scalfari raccontava di Ciampi perché Napolitano intendesse: c’è chi firma e chi no. Il presidente, non certo contento, aveva deciso di glissare con il vecchio amico. Almeno per 48 ore. Finché, il giorno dopo, una algida nota del Quirinale risponde a un retroscena di Massimo Giannini secondo cui Napolitano avrebbe voluto respingere il decreto legge sul mercato del lavoro (l’articolo 18). ‘Il Quirinale respinge il condizionamento che si vuole esercitare anche attraverso scoop giornalistici’. Una risposta a Giannini. Ma forse – conclude Merlo su IL FOGLIO - anche all’amico Scalfari”. (red)

9. Napolitano: in Italia “guerriglia” quotidiana

Roma - “‘Il più grande problema della politica italiana è l’hyper partisanship’ , spiega Giorgio Napolitano. Intende – riporta Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - ‘l’attitudine a dividersi’ in forme di partigianeria e faziosità isteriche e ottuse che ‘rendono impossibile una normale dialettica’ . Atteggiamenti ‘per cui si assiste a una guerriglia quotidiana: nessuno ascolta l’altro, non c’è più dialogo e questo determina una delegittimazione reciproca dei fronti in competizione e un grave indebolimento del nostro prestigio nel mondo... In democrazia è necessario un governo forte, quanto una forte opposizione’ . E da noi ‘talvolta direi che le opposizioni non lo sono abbastanza’ . Siede nell’aula magna della New York University, il capo dello Stato, impegnato in una di quelle conversazioni al caminetto (le ‘fireside chats’, messe in scena con tanto di fiamme artificiali sotto vetro) che vengono organizzate per i visitatori più illustri. E lui, presentato come il ‘rappresentante del meglio dell’Italia’ e insignito della Presidential Medal, è l’ospite d’onore. Il professor Weiler lo interroga davanti a 450 tra studenti e docenti, con la curiosità che dimostrano gli americani quando riflettono sul nostro Paese oggi. Molti di loro, giustificatamente, senza capirne granché. Così, il dibattito assume una cifra chiarificatrice quando Weiler gli chiede delle pendenze penali di Berlusconi, dei decreti rinviati dal Quirinale a Palazzo Chigi, delle polemiche sorte sulla nomina di certi ministri. Solo sul primo punto Napolitano evita di entrare: ‘Non faccio commenti sulle singole persone’ . Ma sul resto racconta come vanno le cose dal suo punto di vista. Piuttosto male, cioè, ‘un periodo duro’ . Infatti, spiega, ‘non è un momento facile né per me né per il mio Paese’ . E ‘uno dei grandi problemi’ italiani, oggi, è per lui ‘il profondo scarto tra la politica e la cultura’ . In questo scenario confuso e involgarito un presidente della Repubblica fa quello che può, ‘sottolineando tutto ciò che unisce l’Italia e non la divide’ . Oltre non può spingersi. Non a caso aggiunge, citando Constant, il potere del capo dello Stato è ‘neutro, e viene esercitato allo scopo di garantire la Carta costituzionale e l’equilibrio tra i poteri’ . Questo lascia capire come mai – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - possa accadere che - a norma di Costituzione, appunto - qualche decreto del governo sia respinto dal Colle, come si è visto anche di recente. Perché ‘i decreti nel nostro ordinamento sono eccezioni’ o dovrebbero esserlo, stando a quest’indiretta censura all’eccesso di decretazione d’urgenza. Comunque, siccome ‘il presidente del Consiglio rappresenta la maggioranza parlamentare’ , il capo dello Stato ‘non può obiettare più di tanto’ . Un esempio viene dalle nomine dei ministri, durante le quali -confida -al premier ‘può essere dato qualche consiglio, ma se lui insiste non si può fare altro che dirgli: la responsabilità è tua’ . Il quadro italiano non è però così fosco come può sembrare. Dalla festa per il Giubileo laico è affiorato ‘un entusiasmo e una partecipazione che rafforzano il nostro senso di missione e unità nazionale’ . Senza contare altri momenti del passato più o meno recente cui possiamo rifarci. Tra questi, per Napolitano, che ricostruisce la propria storia politica, la stagione in cui furono varate nuove norme di giustizia sociale (dallo Statuto dei lavoratori alla nazionalizzazione dell’energia elettrica) e l’elezione di Pertini al Quirinale. ‘Battaglie di una sinistra che lei ha contribuito a democratizzare’ , lo incita Weiler, rammentando tuttavia che ‘quel processo è stato lento’ . Sì, concorda il presidente, ‘e ritengo che la sinistra stia ancora pagando il prezzo di tanta lentezza’ . Infine, con un percorso che si proietta indietro nel tempo, ricorda la giovinezza a Napoli, in una famiglia borghese. Il padre avvocato liberale ‘né antifascista né fascista’ e la madre ‘cattolica piemontese’ . La guerra. I bombardamenti e la fuga nei rifugi, ‘tutti, ricchi e poveri, aristocratici e popolo, resi uguali dalla paura’ . E soprattutto ‘l’incontro’ con la lettura di Gramsci: ‘Era il 1947 e fu la scelta fondamentale della mia vita’”. (red)

10. “Aventino” o no, sfida tra Bindi e D’Alema

Roma - “Massimo D’Alema nella parte di Massimo D’Alema e Rosy Bindi – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - nella parte di Rosy Bindi: lo spettacolo è assicurato. La vicepresidente della Camera in mattinata arringa i deputati del Pd nell’emiciclo: ‘Quello che sta succedendo è tremendo e quindi noi dobbiamo dare una risposta straordinaria, dobbiamo uscire dall’Aula, dobbiamo combattere’ . D’Alema che la sta ascoltando la guarda ironico e le chiede gelido: ‘Che vuoi che faccia? Mi tolgo gli occhiali e vado a menare quelli del centrodestra?’ . Il presidente del Copasir fa seguire un sorriso alla sua replica. Ma non si tratta certo di un sorriso di simpatia. L’alterco prosegue per una manciata di secondi, poi tra i due cala il silenzio. Bindi si rivolge altrove, cercando interlocutori più disponibili ad ascoltare la sua chiamata alle armi. È una scena che fotografa le divisioni che attraversano il Partito democratico in questo momento. Di fronte all’offensiva della maggioranza sulla giustizia c’è chi, come la vicepresidente della Camera, vorrebbe l’Aventino e chi, come D’Alema, ritiene invece che un partito che si candida a governare il Paese debba avere senso di responsabilità e delle istituzioni. Nel primo schieramento si ritrova Ignazio Marino: ‘Dimettiamoci tutti’ , propone il senatore-chirurgo. Per la linea dura, sebbene non aventiniana, anche Dario Franceschini, che ha alzato le barricate del Pd proponendo il sit-in davanti a Montecitorio. E infatti anche il capogruppo, oltre a Bindi, suscita qualche perplessità tra molti deputati pd. Tant’è vero che la maggior parte dei veltroniani, a cominciare dal loro leader, non partecipano alla manifestazione davanti alla Camera. Non lo fa Paolo Gentiloni. E nemmeno Beppe Fioroni, che, parlando con alcuni compagni di partito, osserva: ‘Era l’occasione giusta: Di Pietro non c’era, si poteva far capire alla maggioranza come e perché siamo contrari alle loro forzature senza suscitare tutto questo caos’ . Ma è soprattutto Bindi – prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - a essere guardata con più di un sospetto. ‘È sempre in cerca di visibilità’ , commenta Veltroni rivolgendosi a un gruppetto di fedelissimi. E l’intervista rilasciata dalla vicepresidente della Camera a Vanity Fair rinfocola i sospetti. Rosy Bindi infatti rivela che prenderebbe in considerazione una sua candidatura alla premiership del centrosinistra se il suo partito fosse d’accordo. Però non è solo la vicepresidente della Camera a sognare azioni clamorose per inasprire la battaglia contro Berlusconi. C’è voglia di opposizione dura e pura tra gli elettori del Pd. Pier Luigi Bersani che lo sa non sposa la linea di Bindi ma nello stesso tempo non la demonizza. ‘Certamente — spiega il segretario — non si può sempre abbandonare l’Aula. Con i numeri di oggi (ieri per chi legge, ndr) loro ci avrebbero messo un’ora ad approvare tutto quello che volevano. Se noi ce ne andiamo il rischio è che alla fine l’abbia sempre vinta lui, Berlusconi. Ciò detto, è chiaro che ci vuole una risposta straordinaria: io comprendo quelli che la chiedono, capisco i motivi che li spingono. Del resto, avevo detto già tempo fa che il tramonto del berlusconismo avrebbe prodotto eventi tremendi e pericolosi, perciò è ovvio che dobbiamo reagire. Adesso vedremo i modi: per ora niente Aventino, ma di sicuro li faremo ballare’”. (red)

11. Bindi: “Abbandoniamo Parlamento, ormai dittatura”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis a Rosy Bindi su LA REPUBBLICA: “‘Mai più una settimana tranquilla in Parlamento. Mai più una qualsiasi forma di collaborazione con la maggioranza. Avevo difeso l’astensione del Pd sul federalismo regionale. Adesso dico: è stato un errore. Un errore grave, un lusso che non possiamo permetterci. Basta concessioni a Berlusconi. Altrimenti non comunichiamo alla gente la nostra battaglia contro il premier’. Rosy Bindi torna a vestire i panni della pasionaria. La sua è una furia calma, lucida. Molto determinata. La proposta dell’Aventino, che ieri mattina ha provocato una lite tra lei e D’Alema e che è stata smorzata da Bersani, resta una soluzione, forse la strada maestra. ‘Io dico che ci vuole una strategia coordinata e programmata di iniziative. In Parlamento e fuori dal Parlamento. Un’organizzazione scientifica della nostra opposizione. Il momento è tale che non possiamo rispondere con i mezzi ordinari a una situazione straordinaria’. La Bindi è appena tornata a Montecitorio dopo aver calmato i manifestanti davanti alla Camera. Il segretario del Pd respinge l’idea di uscire dall’aula, dell’Aventino parlamentare. ‘Dobbiamo decidere insieme qual è la soluzione migliore. Ma insisto: la non partecipazione può essere più chiara, più diretta, di una partecipazione che non incide e spesso si rivela inutile’. Eppure avete mandato sotto il governo appena qualche ora fa. ‘È vero. Lo abbiamo fatto altre volte se è per questo. Ma succede su provvedimenti poco rilevanti, allora sì. Poi quando si parla delle leggi che interessano Berlusconi, delle norme ad personam si presenta in aula Frattini invece di occuparsi della guerra in Libia. Il ministro dell’Economia dimentica la crisi e viene qui a votare un inversione dell’ordine del giorno. Perché? Perché riguarda il premier, l’impunità a vita del premier’. A quale reazione straordinaria pensa? ‘Non tocca a me dirlo. So però che non è possibile continuare così. Abbiamo bisogno di organizzare scientificamente la vita parlamentare e le iniziative nel Paese. In un modo diverso. Ci sono dei momenti straordinari. Noi viviamo in uno di questi. Se non facciamo niente di nuovo, un gesto di rottura contro l’imperatore, un salto vero, anche il processo breve sarà presto derubricato, metabolizzato, dimenticato. Come è successo per altri provvedimenti vergognosi’. Possibile che non abbia un’idea su come mettere in pratica questo salto di qualità? Si può pensare alle dimissioni sue e di tutti i parlamentari del Pd che hanno ruoli istituzionali? ‘Dobbiamo parlarne insieme. Poi agire. L’ho detto anche a Bersani. Prima di tutto sono d’accordo con il presidio permanente davanti a Montecitorio. La dittatura della maggioranza merita una risposta forte. Non c’è più rispetto per le regole e non c’è rispetto nemmeno per la realtà visto che il Parlamento si accinge a votare un testo che dice: sì, Ruby è la nipote di Mubarak’. Cosa ha detto a Bersani? ‘Che in mezzo a questi passaggi incredibili, dal caso Ruby al processo breve, il Parlamento non può essere un Parlamento con settimane ordinarie. Dove tutto è tranquillo, tutto fila liscio. Ho difeso proprio su Repubblica l’astensione del Pd sul federalismo regionale. Continuo a pensare che nel merito abbiamo fatto bene. Però ci ho ripensato. Oggi dico che astenerci è stato un errore. Se ci fosse stato il federalismo in ballo Bossi avrebbe fatto un casino, si sarebbe messo di traverso sul processo breve’. A brigante brigante e mezzo? ‘Non dico questo. Dico che dobbiamo infilarci nel gioco del ricattato e del ricattatore. Vogliamo mettere in fila gli strappi di questa maggioranza? Il consiglio dei ministri ha impedito al Tesoro di costituirsi parte civile per l’evasione fiscale di Mediatrade. Il 5 aprile si vota sul conflitto di attribuzione: sarà un altro atto di disonore per la Camera. La situazione è insostenibile’. Quando lei ha proposto l’uscita dall’aula, D’Alema ha risposto scherzando: ‘Che faccio, vado a menarli?’. E avete litigato. ‘Ma sono sicura che anche D’Alema pensa a una risposta straordinaria. Ha fatto una battuta. Secondo me non è il momento delle battute’. E le iniziative fuori dal Parlamento? ‘Siamo passati dal milione di donne in piazza al silenzio. Non deve più accadere’”. (red)

12. Sull’orlo del precipizio

Roma - “Malgrado l’esortazione di Giorgio Napolitano da New York, - osserva Pierluigi Battista sul CORRIERE DELLA SERA - la politica italiana ha conosciuto ieri una delle giornate più convulse e sguaiate della storia repubblicana. Ma se si voleva dare plastica rappresentazione del male che secondo il capo dello Stato affligge il nostro sistema politico, a cominciare da un’atmosfera di guerriglia nutrita dalla sistematica e reciproca delegittimazione delle parti, ieri il copione è stato purtroppo recitato alla perfezione. Non un insulto è stato risparmiato nella caotica follia che ha investito e avvilito ieri il Parlamento e la piazza antistante. Non un urlo rauco, non un’invettiva, un gesto di disprezzo, un’espressione smodata, una manifestazione di odio: tutto concentrato in una manciata d’ore. E nessuno ne esce con un profilo di decoro e di innocenza. Nessuno. Non la maggioranza di governo, che non ha esitato a svilire la riforma della giustizia, riducendola con un escamotage parlamentare a scudo per le vicende giudiziarie del premier. Non l’opposizione, tentata addirittura da velleità aventiniane, e che sembra succube di una frenesia da megafono: quella che trasferisce la discussione parlamentare, anche vivace e dura, nell’incandescenza del comizio. Non i ministri che scambiano con il presidente della Camera battute irripetibili. Non il clima da stadio che ha stravolto l’aula di Montecitorio. Non le scene di linciaggio simulato che riesumano le pagine peggiori della guerriglia delegittimante di cui ha parlato il presidente della Repubblica e che riportano ai riti di piazza in auge nella stagione di Mani Pulite: lo spettacolo sconsolante delle monetine, l’assedio al Parlamento, i politici ‘nemici’ bollati indistintamente come ‘mafiosi’ . Difficile distribuire colpe e responsabilità. Quando domina la rissa, non si riesce più a distinguere i colpi dati e quelli incassati. Ma colpisce – prosegue Battista sul CORRIERE DELLA SERA - la disponibilità alla rissa continua. La pretestuosità con cui si coglie ogni occasione per inscenare la solita liturgia della guerra civile ‘a bassa intensità’ , come è stata definita. Ancor più pretestuosa e colpevole quando a pochi chilometri dall’Italia la scena della guerra non è una liturgia, ma una terribile realtà. Non è che la guerra debba silenziare ogni conflitto, o che un’atmosfera di mistica unità nazionale debba anestetizzare il dissenso, o addomesticare la discussione parlamentare. Ma nemmeno può valere il contrario: la politica della provocazione quotidiana e permanente, il braccio di ferro continuo, una spirale di ritorsioni che si avvita senza fine. Lo spettacolo di ieri ha dato a questo scenario intossicato una teatralità di gesti che contribuisce ad alimentare un’atmosfera di ultimatum permanente. Quanto la rissa continua stia nelle corde popolari o non emani piuttosto dal clima chiuso e avvelenato dei palazzi della politica è difficile dire. Ma non è difficile capire che l’orlo del precipizio è vicino. Tra insulti e monetine, - conclude Battista sul CORRIERE DELLA SERA - rischiamo addirittura di non accorgercene”. (red)

13. Nervi saldi o sarà il caos

Roma - “Ogni giorno – scrive Mario Sechi su IL TEMPO - durante la riunione di redazione ci guardiamo in faccia per la domanda di rito: qual è oggi il titolo della prima pagina? I fatti non mancano, ma quel che mi colpisce sempre di più è l’accumularsi degli shock globali, l’affastellarsi di grane giudiziarie, le risposte spesso inadeguate di maggioranza e opposizione, l’aumento vertiginoso della litigiosità nel Parlamento, l’odio palpabile in alcune frange della militanza politica. Di fronte a tutto questo più volte ho avuto la tentazione di titolare così: ‘Gran casino’. Segue risata tra i colleghi, solo che l’ilarità tra noi è sparita, sostituita dalla preoccupazione per le sorti del Paese e dalla sensazione che questa classe dirigente sia alla frutta. Non sono mai stato un qualunquista e non comincerò oggi ad esserlo, sono e resto un realista. Mettiamo allora in fila gli ultimi fatti: 1. Alle porte di casa nostra, in Libia, è in corso una guerra. Il muro del Maghreb è caduto, l’emergenza umanitaria è ciclopica; 2. Un gommone carico di migranti è affondato nel canale di Sicilia: sei superstiti, undici morti, tra i quali un bimbo; 3. Un ottimo sottosegretario come Mantovano si dimette perché il ministro dell’Interno Maroni e il Presidente della Regione Puglia Vendola scambiano la città di Manduria (31 mila abitanti) per un centro d’accoglienza che dovrebbe ospitare 2.700 profughi; 4. L’aula di Montecitorio ha offerto al pubblico una gazzarra indecorosa. Un ministro (La Russa) che manda a quel paese un presidente della Camera (Fini) che a sua volta lo invita a curarsi. Maggioranza e opposizione letteralmente ai materassi; 5. In piazza abbiamo visto il peggio del peggio della sinistra descamisada: insulti, lanci di monetine, scontri verbali, odio puro. Aleggiava il ricordo delle radiose giornate del linciaggio a Craxi. È uno scenario da crac: servirebbero una maggioranza coesa e un’opposizione saggia. Siamo lontanissimi da questa situazione ideale. Nel centrodestra Berlusconi deve tenere in piedi una coalizione che dipende dalle bizze dei ‘responsabili’ mentre la Lega è in campagna elettorale permanente; nel centrosinistra non si capisce chi comanda, dominano spinte centrifughe, sentimenti antiparlamentari e un populismo schiumante di rabbia che allontana l’alternativa di governo. Qualcuno dice che questo sistema politico ‘imploderà’ e sarà sostituito da una nuova stagione di luce. Ho motivo di credere che sia un’illusione, temo in realtà l’anarchia, - conclude Sechi su IL TEMPO - la rottura del patto di solidarietà e la secessione. Insomma, un’avventura al buio la cui definizione politologica è solo una: un gran casino”. (red)

14. Affonda gommone, 11 vittime tra cui un bimbo

Roma - “Nel giorno dell’apoteosi berlusconiana, mentre l’isola viene spazzata e liberata da migliaia di tunisini, - scrive Felice Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - la tragedia umana che s’è abbattuta da due mesi su Lampedusa si ripropone nel peggiore dei modi, con un nuovo naufragio e un pesantissimo bilancio di morte. Perché un gommone partito almeno quattro giorni fa dalla Libia con diciassette migranti provenienti da Gambia e Sudan, Eritrea e Niger è stato travolto dalle onde. Sono finiti tutti in mare. E undici non ce l’anno fatta, compreso un bambino di appena un anno, scomparso tra i flutti con la sua mamma. È questo l’agghiacciante racconto dei sei superstiti che sono arrivati ieri sera su una motovedetta della capitaneria di porto al molo Favaloro, gli occhi felici per essersi salvati, i volti segnati dalla disperazione per i compagni e i parenti che non ci sono più. Tutti giovani, fra i venti e i venticinque anni. Subito visitati dai medici masticando qualche parola sulla loro disavventura. Sarebbe stato un peschereccio egiziano a individuare i sei naufraghi aggrappati come disperati a due bidoni di plastica e due assi di legno che fungevano da panche sul gommone. Ore e ore in mezzo al mare, evocate a gesti, con frasi smozzicate e particolari verificati soltanto a tarda ora con l’ausilio dei mediatori culturali del Centro accoglienza. Una verifica difficoltosa del racconto pur avvalorato dalla testimonianza dell’equipaggio del peschereccio egiziano che, dopo aver lanciato l’allarme, è stato accostato dalla nave della Marina italiana ‘Comandante Borsini’ . Dal mezzo militare dove i sei sono stati rifocillati e assistiti è poi partito il messaggio alla Capitaneria di Lampedusa che ha fatto salpare la motovedetta poi rientrata ieri sera nell’isola. Altri cinque migranti erano giunti nel pomeriggio a Lampedusa, trasbordati su una motovedetta dopo essere stati soccorsi da un secondo motopesca egiziano. Una coincidenza passata ai raggi X degli esperti la comparsa sulla scena di due pescherecci battenti bandiera egiziana. Il sospetto infatti – prosegue Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - è che alcuni possano essere utilizzati per il trasporto illegale di extracomunitari verso Lampedusa, come confermano alla Guardia Costiera mostrandosi cauti sulle prime informazioni ricevute dagli extracomunitari. Un gommone comunque per le cattive condizioni del mare nei giorni scorsi potrebbe essere stato travolto. Così la notizia del nuovo lutto qui fa ombra alla gioia dei tunisini in partenza per Taranto con la nave Excelsior. Ne hanno imbarcati 1.450 diretti alla tendopoli di Manduria. Primo gruppo di una annunciata evacuazione che viene però intercettata dall’arrivo di nuovi migranti. Come è accaduto in mattinata con cento tunisini su due barconi. E in serata addirittura con duecento persone giunte dalle 21 alle 22.30. Erano in centodiciotto su un natante e settanta sul se- condo. Poi un’altra sgangherata carretta con quaranta disperati fra i quali una donna. Tutti approdi avvenuti mentre al molo commerciale, fino all’altra notte invaso da tremila tunisini appollaiati anche nell’accampamento allestito sulla ‘collina della vergogna’, - conclude Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - venivano spazzati gli angoli immondi cominciando una disinfestazione necessaria per impedire l’esplosione di una epidemia forse scongiurata in extremis con le partenze avviate ieri”. (red)

15. Il “muro” francese trasforma Ventimiglia in sala d’attesa

Roma - “Scappano dalla miseria. I migranti che si ammassano a Ventimiglia – si legge su LA STAMPA - di rimanere in Italia non ne vogliono sapere. La terra promessa è la Francia, dove quasi tutti hanno dei parenti e la speranza di trovare lavoro. Nella partita a scacchi con la gendarmeria, quella dei respingimenti, molti iniziano finalmente a farcela. Passano il confine con i treni locali, quelli che fermano in tutte le stazioncine della Costa Azzurra e provano a ricominciare. ‘È colpa vostra, degli europei, se in Tunisia c’è stata la dittatura. Adesso che sono qui voglio la libertà, la democrazia. Un lavoro e poi farò arrivare la mia famiglia’. Abdelhamid Hajjaji, 43 anni, una moglie e quattro figli a Gabes, faceva l’agricoltore perchè nel polo chimico come operaio non c’era posto: ‘Ma non c’è futuro in quella terra e sono scappato. Per 23 anni abbiamo subito e voi europei non vi siete accorti di nulla. Adesso abbiamo bisogno della nostra occasione. Qui a Ventimiglia sono arrivato in corriera e adesso cercherò di passare il confine con il treno’. Abdelhamid è uno dei più vecchi della comunità tunisina che si trova buttata tra le sale d’aspetto e l’ex dogana di Ventimiglia. È il quarto, quinto giorno, la necessità di una doccia e di un passaggio in lavanderia aleggia in modo inquietante ovunque. Le autorità ventilano l’apertura di un Centro di accoglienza temporaneo nell’ex caserma dei Vigili del fuoco ma nel frattempo la trincea dei migranti sono la stazione, i giardinetti e le spiagge. Il cellulare sono in molti ad averlo è il loro legame con quella terra a migliaia di km di distanza. ‘Sono qua perchè voglio un lavoro - dice Jabri Ajnen, 19 anni, arrivato da Gabes anche lui - io a scuola non ci sono potuto andare spiega in un francese stentato - Sono scappato perchè voglio la libertà e voglio costruirmi una vita’. Ma il lavoro? ‘Le fabbriche non assumono, c’è la crisi. E l’abbiamo trovata anche qui la crisi. È per questo che me ne voglio andare in Francia’. Hamour Janoui, 26 anni, ha invece deciso di tornare a casa, l’odissea del migrante lo ha fiaccato. ‘Portatemi dalla polizia - chiede - voglio solo tornare a casa mia. Mia moglie aspetta un bambino, sono stanco per questo viaggio’. Janoui arriva da Kasserine, case bianche in mezzo al deserto dove nel maggio del 1943 si fronteggiarono due generali come Edwin Rommel e George Patton. In commissariato gli dicono che può raggiungere il consolato e chiedere il rimpatrio. Ma i soldi per il biglietto del treno per andare a Genova la Polizia non ce li ha. E Janoui nemmeno. Infila lo zaino e cerca un treno. Disoccupato, un sorriso amaro e al tempo stesso scaltro, Abdel Basset, 28 anni, per parlare un po’ di sé chiede delle sigarette. ‘Quando potevo facevo il muratore a casa - spiega - ma con una moglie e due figli non si può tirare avanti. Sono partito per “Lapeduza” e sono sbarcato. Adesso voglio una nuova vita. Adesso siamo disperati’. Arriva da un posto che si chiama Sidi Bouzid, ai confini con il deserto, da dove è nata la protesta di dicembre e dove si sono verificati i primi scontri con la polizia: ‘C’ero anche io lì in mezzo è stato terribile’. Quando scende la sera – conclude LA STAMPA - i migranti diventano ombre scure a Ventimiglia. Ombre che scompaiono nei corridoi della stazione, per strada, nelle strade buie. Fino all’alba, con la speranza di riprendere il cammino”. (red)

16. Berlusconi: “Lampedusa libera in 48 ore”

Roma - “Gli slogan per il palcoscenico di Lampedusa se li era preparati bene. Frasi ad effetto – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - mentre infuriava la battaglia alla Camera sul processo breve e si consumava lo scontro con la Francia e con l’Ue: la prima colpevole di non accogliere i tunisini che vogliono oltrepassare il confine di Ventimiglia; la seconda di non dare una mano all’Italia. Ma c’è pure un fronte con la Tunisia che non ha un governo stabile, cambia continuamente ministri. Per cui è difficile stringere accordi che garantiscano uno stop alle partenza dei barconi. ‘La nostra ipotesi - ha spiegato il premier per spiegare i ritardi degli interventi era quella di portare i migranti in Tunisia. Gli incontri con le autorità magrebine sono slittati ben quattro volte. Dopo questi quattro appuntamenti mancati, ci hanno confermato che non partiranno più persone’. Vedremo se quanto promesso dal Cavaliere si verificherà. Intanto ha assicurato che riuscirà a svuotare l’isola in 48-60 ore. Ma ancora non si sa dove andranno i tunisini, non c’è ancora un piano di suddivisione tra le Regioni. Non è chiaro se tutti quelli identificati nei vari centri di accoglienza verranno veramente rimpatriati, come ha puntualizzato ieri dallo stesso ministro dell’Interno Maroni, applicando quel ‘fuori dalle palle’ enunciato dal leader della Lega Bossi. Anche Berlusconi ha detto che questo è l’obiettivo. Aggiungendo una nota di colore: ‘Stiamo anche comprando i pescherecci dei tunisini, significa che quando mi ritirerò dalla politica ne prenderò uno e venderò il pesce fresco’. E via al festival delle promesse. Ci sarebbe l’ok di Tremonti ad una moratoria fiscale e previdenziale per Lampedusa. Verrà richiesta alla Ue di istituire una zona franca e al comitato per i Nobel di assegnare il premio per la pace a Lampedusa. Insomma, ‘Lampedusa tornerà un paradiso’. Tunisini tutti a casa? Del resto, dice Maroni, non sono profughi, non scappano da una guerra: sono clandestini e quindi la Tunisia se li deve riprendere. ‘Questo è l’accordo che abbiamo fatto con le autorità tunisine che si sono impegnate, aiutate da noi, a fermare gli sbarchi’. Sistemata la Tunisia, bisogna ora dare una drizzata all’Europa il cui ‘contributo all’azione del governo italiano è stato praticamente zero’. Per Maroni ‘il presidente della Repubblica ha detto qualcosa di assolutamente condivisibile: quello degli sbarchi a Lampedusa non è solo un problema italiano, perché a Lampedusa non c’é solo la frontiera dell’Italia ma anche quella dell’Europa’. La prossima ‘lavata di capo’ Maroni la darà alla Francia, che non sembra affatto intimorita né su questo tema né dalle accuse italiane di protagonismo in Libia. Comunque presto il nostro ministro incontrerà il suo omologo di Parigi per ricordargli che siamo nell’area Schengen e ‘non è possibile che vengano ripristinate le barriere’. Bacchettate a Bruxelles – prosegue La Mattina su LA STAMPA - anche da parte del ministro degli Esteri Frattini (‘L’Europa è assolutamente inerte’). Durissimo nei confronti della commissario all’immigrazione Malmstrom che aveva osservato come l’Italia disponesse già di fondi europei per gestire i flussi. ‘E’ la tipica espressione di una burocrazia europea che pensa che con i denari si possa risolvere tutto. Ci vogliono interventi politici’. Europa addirittura ‘matrigna’ per Osvaldo Napoli, che accusa la Francia, la Gran Bretagna e gli Usa di avere ‘fabbricato con le loro bombe i clandestini’: ‘Loro vogliono eliminare Gheddafi e papparsi i contratti energetici, mentre l’Italia dovrebbe funzionare da discarica della sofferenza umana’. Dall’opposizione si sprecano le critiche. Per la capogruppo Pd del Senato Finocchiaro, Berlusconi è ‘un clown in una tragedia’. L’Udc Buttiglione sostiene che a Lampedusa il premier ha sparato una raffica di spot. ‘Berlusconi vuole aprire un Casinò a Lampedusa? Speriamo non si sbagli con l’accento’, ironizza il vicepresidente del Fli Bocchino”. (red)

17. Vie d’uscita obbligate ma difficili per latitanza europea

Roma - “Al netto degli annunci pirotecnici di campi da golf e casinò da costruire a Lampedusa, e dell’acquisto di un’altra villa, - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - Silvio Berlusconi ha detto che entro due giorni l’isola non avrà più immigrati. Anzi, la sua visita-lampo di ieri è avvenuta proprio perché Palazzo Chigi aveva pronto il piano di sgombero. Non si tratta di una soluzione definitiva, tuttavia. E le dimissioni date ieri dal sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, segnalano un’esasperazione che allunga un’ombra sull’operazione. Il blitz a Lampedusa finisce per apparire il tampone a un’emergenza che sta trasformando il governo in bersaglio di una popolazione esasperata. Il responsabile del Viminale, Roberto Maroni, ammette che ‘se non si fermano gli sbarchi non si può far fronte all’emergenza umanitaria’ . Non solo. Anche l’annuncio del capo della Lega, Umberto Bossi, secondo il quale Berlusconi svuoterà Lampedusa, ‘mandando via’ gli immigrati, va interpretato: per ora saranno smistati in alcuni centri in Italia. Forse una parte, un migliaio, ritorneranno subito in Tunisia; ma i tempi saranno più lunghi di quelli pretesi dal Carroccio. Insomma, il premier ha cercato di ritagliarsi un ruolo quasi da esorcista. Promettendo esenzioni fiscali e zone franche, ha voluto evocare un futuro meno drammatico della realtà terribile delle ultime settimane. La nave alla rada di fronte all’isola dovrebbe garantire che l’umanità in arrivo dal Maghreb sarà immediatamente imbarcata e riportata indietro. In realtà, quella presenza trasmette una simbologia ambigua. Mostra la volontà del governo di contrastare traversate che assumono la frequenza e l’intensità di un esodo. Ma ricorda in parallelo che il pericolo dell’immigrazione clandestina dal Nord Africa è incombente. La nave è un monumento galleggiante all’impossibilità di una strategia diversa da quella del giorno per giorno. E l’Italia rimane sola. Sembra sia stato ricontrattato un accordo con le autorità tunisine perché frenino le partenze. Continua a mancare, però, - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - un interlocutore a livello europeo: l’unico che permetterebbe di decongestionare i centri italiani, e dare il senso di uno sforzo collegiale. Lo scarto di un personaggio stimato come Mantovano per il numero eccessivo di immigrati a Manduria, in Puglia, aggiunge allarme: che rientri al governo o meno. ‘In questo periodo l’Ue è inerte’ , dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini. La risposta piccata arrivata da Bruxelles conferma però che la Commissione non cambierà atteggiamento. Non bastasse, il governo rimane sotto pressione per l’accelerazione sul processo breve. ‘Berlusconi è andato a Lampedusa per portare i riflettori lì mentre alla Camera si comprava il salvacondotto’ , infierisce il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. E le contestazioni contro il centrodestra fuori del Parlamento – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - dicono che la tensione aumenta”. (red)

18. Silvio spettacolo a Lampedusa

Roma - “Ieri Berlusconi è tornato per mezza mattina a fare il Berlusconi. Sbarcato a Lampedusa – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - ha promesso di riportare l’isola alla normalità nel giro di 48 ore, massimo settanta. Due o tre giorni di tempo per trasferire gli immigrati altrove, ripulire la collina, riaprire i negozi. Poi ha aggiunto il carico dell’esenzione fiscale per almeno un anno, promettendo di rilanciare l’economia della più meridionale delle località italiane, con un campo da golf, un casinò e una campagna in tv. ‘Diventerò lampedusano’, ha poi aggiunto rivelando di aver comprato casa in una caletta. Ovviamente i residenti hanno applaudito, conquistati dal discorso a braccio del premier, così come avevano battuto le mani i napoletani il giorno in cui promise di togliere l’immondizia dalle strade e gli abruzzesi quando annunciò che avrebbe dato a tutti una casa in tempi rapidi. Nelle emergenze, Silvio è il più bravo di tutti e del suo impegno non c’è motivo di dubitare: Napoli è stata ripulita e i terremotati non sono rimasti nelle baracche come successe in Irpinia. Però, pur riconoscendo che il Cavaliere quando fa il Berlusconi è imbattibile, dobbiamo aggiungere che in questo caso il problema è risolto a metà. Lampedusa tra due giorni non sarà più invasa dai clandestini, ma questi saranno solo stati spostati in un’altra parte d’Italia. Tolti dall’isola finiranno nel resto del Paese e così succederà anche nel caso ne arrivassero altri, come è altamente probabile. È inutile dunque girarci intorno. L’unico sistema per risolvere la questione degli immigrati è rimandarli a casa. Caricarli su una nave o un aereo e riportarli là da dove sono partiti. Tutti, con la sola esclusione di quelli che hanno diritto allo status di rifugiati perché in fuga da una guerra. Bossi l’avrà anche detto in maniera sgradevole, usando una locuzione dialettale che in Lombardia si dice per togliersi dai piedi un disturbo, ma la sostanza resta la stessa. I clandestini vanno espulsi. Altro che accoglienza o centri disseminati in ogni Regione come chiede anche il capo dello Stato. Dividere le migliaia di extracomunitari in una dozzina di località – prosegue Belpietro su LIBERO - serve solo a frammentare il problema, non a risolverlo. Ma forse ciò che si vuole è solo prendere tempo, in attesa che si risolva da sé, con la remissione in libertà dei clandestini per scadenza dei termini, visto che l’iter burocratico richiederà mesi, oppure con la loro fuga dai centri di raccolta. Che è poi la soluzione suggerita da Bersani. Il segretario del Pd infatti propone di disseminare i clandestini dappertutto, con piccoli raggruppamenti assistiti dal volontariato e non dalla polizia. In pratica, senza alcun controllo. Liberi di andarsene in qualunque momento e di ingrossare le file dell’immigrazione clandestina, la quale si concentra soprattutto al Nord, dove c’è la ricchezza e dove esiste la possibilità di trovare se non un lavoro almeno un espediente per tirare a campare. Il piano del Partito democratico per affrontare la questione è dunque un non piano. O meglio: è il solito sistema tanto caro alla sinistra. Una finta decisione per non decidere proprio nulla. E invece di fronte a uno sbarco che rischia di essere inarrestabile serve un intervento forte e immediato, al fine di scoraggiare altri arrivi. L’attuale legge Bossi Fini non è sufficiente a garantire espulsioni rapide senza passare dai tribunali? Cambiamola. Se necessario copiamola dalla Spagna o dalla Germania, paesi che prima di noi hanno dovuto affrontare la questione e in caso di necessità hanno usato il pugno di ferro. E già che ci siamo variamo anche un provvedimento che consenta l’allontanamento dal territorio nazionale dei cittadini comunitari che non hanno residenza fissa o mezzi di sostentamento. Non ci sono infatti solo i tunisini ad ingrossare i ranghi dell’immigrazione clandestina, ma anche i romeni e cittadini di altri Paesi dell’Est, la cui invasione, sebbene non avvenga via mare, non è meno preoccupante di quella registrata a Lampedusa e colpisce il Settentrione come l’Italia centrale. Anche in questo caso non c’è nulla da inventare. Ha già fatto tutto Sarkozy, il quale ha alzato le spalle di fronte alle proteste dell’Unione europea, convinto che non ci fossero altre strade. Qualche volta, cari Berlusconi, Maroni e ministri vari, bisogna avere il coraggio di tirare diritto e se del caso di scontrarsi, mandando al diavolo i super burocrati di Bruxelles. Oppure – conclude Belpietro su LIBERO - a voi piace andare a rimorchio della Francia solo quando bombarda Tripoli e non quando respinge i clandestini?” (red)

19. Riecco Berlusconi

Roma - “Emergenza profughi, ecco il piano di Berlusconi. Tre giorni – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - per svuotare Lampedusa dall’ondata di profughi, poche settimane per ripristinare la normalità, più un piano di rilancio dell’isola (per dare un segnale ha comperato in pochi minuti una villa da due milioni di euro) e uno di indennizzo per gli abitanti (niente tasse per un anno). Sembra un libro dei sogni, ma già due volte questo governo ha mantenuto promesse altrettanto azzardate: la prima per i rifiuti in Campania, la seconda per l’emergenza terremoto in Abruzzo. Se poi a Napoli e a L’Aquila le cose si sono arenate non è certo colpa dell’esecutivo. I pasticci li hanno combinati in seguito gli enti locali, i burocrati, i magistrati che hanno smantellato la Protezione civile a colpi di discutibili inchieste (per ora soltanto mediatiche) e l’opposizione sorretta dalla stampa amica. Vedremo se anche questa volta una parte del Paese, quella che a parole denuncia inefficienze e ritardi, si metterà di traverso alla soluzione del problema Lampedusa. I primi segnali non sono incoraggianti. Dalla sinistra non ci si dovevano aspettare applausi, ma neppure il solito tono strafottente, arrogante, addirittura violento. Ci manca poco che parlino di un piano ad personam, messo in atto non per salvare cittadini italiani ma per distrarre da altre questioni. In realtà la manovra diversiva l’ha messa in atto proprio la sinistra, organizzando con le sue truppe di contestatori una gazzarra-assedio fuori dalla Camera mentre si stava discutendo la legge sulla prescrizione breve dei processi a carico di persone incensurate. Una norma di civiltà in vigore in tutti i Paesi occidentali che come al solito non piace ai giudici e ai loro alleati politici. L’opposizione, bluffando, sta cercando di farla passare come legge pro Berlusconi, che evidentemente, essendo come tutti noi cittadino italiano, in futuro potrà legittimamente avvalersene se se ne presentasse l’occasione (il principale processo in corso, quello Mills, è già avviato di suo alla prescrizione). Sta di fatto – prosegue Sallusti su IL GIORNALE - che la violenta gazzarra ha ottenuto il suo effetto perché un ministro, Ignazio La Russa, è caduto nel trappolone. Insultato dai manifestanti, se l’è presa in aula con l’opposizione e, ripreso da Fini, ha mandato a quel paese pure lui. Risultato: rissa, seduta sospesa, polemiche con l’opposizione ma anche dentro la maggioranza che non perdona al ministro il rischio che mesi di lavoro e mediazioni su un tema così delicato vengano compromessi da un eccesso di personalismo sfociato in uno scatto d’ira. Qualcuno, tra gli ex Forza Italia, ha anche chiesto a caldo le sue dimissioni. La Russa si è poi scusato. Speriamo basti a ricucire, ma certo non ci voleva. Non oggi, non sul tema della giustizia che in Italia – conclude Sallusti su IL GIORNALE - è una emergenza grave tanto, se non di più, di quella dell’immigrazione”. (red)

20. Dopo lo show i problemi torneranno

Roma - “Se la vita fosse davvero solo uno show e tutto dipendesse dal modo in cui è allestita la messa in scena e sono puntate le telecamere, - osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - l’Italia sarebbe il Paese più felice del mondo e Berlusconi l’uomo più adatto a governarla. Alla fine di questa giornata che ha trasformato l’Isola in una specie di Disneyland - con casinò, case colorate, nuove scuole e niente tasse per tutti - alla fine di questo sogno ad occhi aperti, i lampedusani dicono che l’unica buona notizia, in verità, è che ‘Berlusconi s’è comprato una villa qua’. Dopo aver assistito per giorni e giorni alle repliche di un film del genere catastrofico, che avrebbe potuto benissimo intitolarsi ‘L’invasione’, i cittadini telespettatori ieri si sono trovati di fronte a un’altra storia, titolabile, forse, ‘Lo sgombero’ o ‘L’isola delle meraviglie’. L’arrivo di Berlusconi in una Lampedusa ridotta allo stremo, dove ormai migranti e isolani convivevano in condizioni di stenti e con la forza della disperazione, ha dato vita a un brusco cambio di programma. All’orizzonte, all’improvviso, si sono materializzate due navi, delle sei che, stando agli impegni, sarebbero dovute arrivare in nottata. Duemila poliziotti hanno preso il controllo del centro abitato e delle coste. Docce e gabinetti chimici invocati per giorni, da una comunità che ha rischiato l’epidemia, sono stati montati in bella vista. Gli immigrati, subito rifocillati e muniti di bottigliette d’acqua minerale, sono stati avviati gentilmente a bordo, dove i marinai li accoglievano quasi come croceristi. Ma il clou, dopo un breve consiglio comunale, nella piazza gremita di una folla plaudente, è arrivato con il discorso pubblico del premier, che ha dato vita a uno spettacolo dei suoi. Si sa: non c’è uomo politico che al cospetto di una massa di gente non si lasci andare a promesse e non cerchi di incantarla con le armi della retorica. Ma Berlusconi - questo almeno gli va riconosciuto - è al di fuori e al di sopra di ogni tradizione e precedente. Annunciato da squadre di netturbini che lustravano ogni angolo della piazza, il Cavaliere ha esordito scusandosi per i disagi subiti dalla popolazione e impegnandosi a riconsegnare Lampedusa ai lampedusani entro 48-60 ore. Poi ha proseguito con un gioco pirotecnico di proposte, dal Nobel per la pace da assegnare all’isola per le sofferenze patite a causa della crisi internazionale, alla moratoria fiscale, previdenziale e bancaria, a un piano per il turismo, rovinato dalla trasformazione del luogo in un rudimentale campo profughi. Botto finale, l’annuncio dell’acquisto di una villa a Cala Francese, ‘Le due Palme’, comperata per un milione e mezzo direttamente su Internet, senza neppure visitarla: perché da oggi, così ha concluso Berlusconi tra gli applausi, ‘anch’io diventerò lampedusano!’. Se meno della metà degli impegni assunti fosse realizzabile, occorrerebbe togliersi il cappello davanti a un presidente del Consiglio che ci mette la faccia e cerca di rimediare in prima persona all’incapacità dimostrata dal suo governo nelle settimane passate. Ma Berlusconi, purtroppo, - prosegue Sorgi su LA STAMPA - è il primo a sapere che non sarà così. Lo sgombero dei seimila immigrati clandestini avverrà in un quadro di incertezza, perché per molti di loro non c’è ancora una destinazione certa e nei luoghi che dovrebbero accoglierli già si preparano proteste della popolazione civile, che contesta le parzialità di un piano messo a punto dal ministro leghista dell’Interno, che prevede di considerare le regioni del Nord in gran parte sature di immigrati regolari e destinare al Centro e al Sud i clandestini, in attesa di rispedirli a casa. Anche l’operazione rimpatrio, però, si presenta problematica, a causa della scarsezza di interlocutori attendibili nei Paesi dell’Africa del Nord appena usciti da un cambio di regime, o ancora in piena transizione. Per non parlare dei migranti provenienti dalla Libia, i cui arrivi sono ripresi negli ultimi giorni, e che, fuggendo da un teatro di guerra, in nessun caso sono da considerarsi clandestini rimpatriabili. Nello scenario peggiore - ciò che è sempre prudente prevedere in emergenze come queste - Lampedusa potrebbe dunque essere evacuata per essere rapidamente rioccupata, complice il peggioramento della situazione libica e il miglioramento del clima che rende le traversate più agevoli. Nelle stesse ore, più o meno, in cui Berlusconi dava vita al suo happening lampedusano, un portavoce della Commissione europea ribadiva che dall’Unione l’Italia non può aspettarsi alcun aiuto. Si potrà ancora negoziare, certo, e si potranno adoperare tutti gli strumenti diplomatici a disposizione: ma sarà opportuno cominciare a fare i conti con un’Europa rigida nel valutare quello di Lampedusa, non un aspetto delicato della crisi internazionale a cui, seppure con molte smagliature, la Comunità di Paesi del Vecchio Continente sta cercando insieme agli Usa di trovare una soluzione. Ma, più semplicemente, ed esclusivamente, ‘un problema italiano’. Che poi l’Italia da sola non possa farcela a risolverlo e a fronteggiare un’ondata migratoria diretta anche verso Francia e Germania, dove vivono e lavorano i parenti di molti dei disperati approdati sulle coste lampedusane, al resto d’Europa non sembra importare un granché. Così, prepariamoci: sgovernata e priva di aiuti qualificati, l’invasione cancellata frettolosamente dai teleschermi è destinata a riproporsi allo stesso modo, se non aggravata, nei prossimi giorni. Tal che è possibile prevedere anche il seguito del disastroso reality appena cominciato: senza la via d’uscita degli aiuti stranieri, riavremo la guerra civile tra le regioni che aveva già infangato l’immagine dell’Italia al tempo della crisi della mondezza di Napoli. Con la differenza che ad essere spediti avanti e indietro, o lasciati a marcire in mancanza di soluzioni, - conclude Sorgi su LA STAMPA - non saranno sacchi di rifiuti. Ma uomini, donne e bambini come quelli che tutte le sere dagli schermi delle tv ci guardano con i loro occhi tristi e ci mostrano le pance vuote”. (red)

21. I ribelli libici in rotta ripiegano verso Bengasi

Roma - “I comandi di Gheddafi – riporta Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - hanno imparato presto la lezione. I jet della Nato hanno bombardato le loro colonne di mezzi pesanti? Le concentrazioni di tank e camion lanciarazzi sono facilmente individuabili dai sistemi di puntamento di Tornado e Mirage? Niente problema: da almeno tre giorni la nuova strategia è inviare unità mobili veloci e ben coordinate tra loro, ma disperse sul territorio, con i missili Grad montati sui cassoni. Agilità, ottimo sistema di comunicazioni e continuo flusso di munizioni dalle retrovie li aiutano a confondere la super-tecnologia Alleata, che opera dal cielo e da almeno lunedì non colpisce la loro corsa verso Bengasi. Per il resto, sanno di non avere problemi sul territorio. Le colonne dei rivoluzionari sono come boy scout all’arrembaggio, coraggiosi e spavaldi a parole, conigli impreparati al primo sparo troppo vicino. Fronteggiarli è un gioco da ragazzi. ‘Siamo in ritirata strategica’ , dichiarano i loro ufficiali. In verità scappano a gambe levate. Nelle ultime 48 ore i pro-Gheddafi sono avanzati di circa 300 chilometri. Ora si trovano nelle zone desertiche che precedono la cittadina di Ajdabiya, meno di 160 chilometri più a est c’è Bengasi. E pensare che solo quattro giorni fa i ribelli sognavano ancora di catturare Sirte. Poi c’è stato il crollo. Arrivati nella zona di Nufeila si sono fermati. Qui era il confine storico tra est e ovest che il regime coloniale italiano cercò artificiosamente di cancellare settant’anni or sono, ma dove invece correva l’antica divisione amministrativa ottomana tra le regioni della Cirenaica, che dipendevano direttamente da Istanbul, e invece la provincia autonoma di Tripoli. E proprio da qui hanno contribuito alla controffensiva le tribù e i gruppi di popolazione più legati al Colonnello. I capi dei ribelli a Bengasi non lo vogliono ammettere. ‘Il dittatore ricorre a mercenari africani, ne ha 3.600 sul campo. Abbiamo le prove che uno dei suoi comandanti è Issah Taahr, tra i massimi responsabili dell’esercito del Ciad’ , ha dichiarato ieri il loro portavoce militare, colonnello Ahmad Omar Bani. In realtà tanti elementi lasciano credere che le unità di Gheddafi siano composte sostanzialmente da libici rimasti fedeli alla dittatura. Anche se ieri il Raìs ha subito un colpo durissimo proprio da un suo fedelissimo: il ministro degli Esteri Mussa Kussa che si è rifugiato a Londra dalla Tunisia dopo aver disertato. In un primo momento – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - il portavoce del governo libico ha provato a smentire la notizia affermando che si trattava di una ‘missione diplomatica’ , ma in serata il Foreign Office ha confermato che Mussa era giunto in Gran Bretagna e che si era dimesso da capo della diplomazia libica. Il ministero degli Esteri inglese ha anche emesso un comunicato per ‘incoraggiare le persone attorno a Gheddafi ad abbandonarlo e ad abbracciare un futuro migliore per la Libia’ . Sul piano militare, da Tripoli fanno sapere che a comandare le colonne in avanzata ci sono anche Khamis, il figlio 27enne del Colonnello che la propaganda di Bengasi aveva dato per morto, e la bella figlia 35enne Aisha, fotografata con i capelli biondi al vento su un cingolato. Una descrizione delle truppe del Colonnello ci è stata fatta ieri da Hamed Jerksy, ingegnere alla grande raffineria di Brega. ‘Il mio primo incontro con loro è avvenuto il due marzo. Circa 200 uomini, ben armati e con un’ottima catena di comando. Tutti libici della regione di Sirte. Un paio dei loro ufficiali li conosco bene, lavorano con noi alla raffineria. Hanno fatto un blitz su Brega, ma poi sono stati costretti a ripiegare’ . Più interessante è però la composizione della forza che circa tre settimane fa stava per catturare Bengasi e venne fermata alle porte della città dai pesanti bombardamenti dei jet Nato. Racconta Jersky: ‘Erano una colonna di oltre 4.000 uomini, composta per lo più da beduini dalla pelle nera legata alla tribù degli Awbari, originaria delle regioni sud-occidentali del Sahara libico. Combattenti duri, fedeli al Gheddafi, uniti tra loro da antichi patti di sangue e dai codici d’onore tribali. Erano affiancati da soldati della tribù dei Warfalla, i cosiddetti Beni Walid, originari delle zone appena sud della capitale. Sono soldati me- no coraggiosi e meno disciplinati di quelli di Sirte. Però sono ben armati. Mi ha impressionato il loro sistema di comunicazioni, sono tutti collegati via radio. Nulla a che vedere con l’anarchia che regna tra le fila dei ribelli’ . La loro missione è stata rastrellare la raffineria, danneggiare il piccolo aeroporto e soprattutto sequestrare benzina. Sembra che le truppe del Colonnello siano ripartite verso Sirte e Tripoli con una cinquantina di autobotti della capacità di 12.000 litri ciascuna. Ieri la loro avanzata è stata davvero dirompente, inarrestabile. Ancora all’alba stavano combattendo alle porte della raffineria di Ras Lanuf. Alle undici facevano irruzione verso l’oasi di Agheila, 100 chilometri più a est. Mezz’ora dopo superavano il villaggio di Bashar, 20 chilometri oltre. All’una invadevano Brega praticamente senza incontrare resistenza. Tra i ribelli è stato il fuggi fuggi generale. Migliaia di vetture di ogni tipo in coda a 80 all’ora verso Ajdabiya, raggiunta dal grosso dei guerriglieri verso le quindici. ‘Dove sono i jet Nato? Perché ci hanno abbandonato?’ , quasi piangevano guardando impotenti al cielo. Sparano, ma non si scontrano con il nemico. Gli ospedali locali segnalano numeri irrisori di morti e feriti nelle ultime 48 ore. All’entrata di quello di Ajdabya sono però appesi i nomi e le fotografie di una cinquantina di giovani desaparecidos: non è chiaro se morti, feriti rimasti sul campo, catturati dal nemico. Tra gli uomini ammassati sui cassoni degli automezzi in ritirata si respira ormai un’atmosfera di demoralizzante sconfitta. ‘Non abbiamo comandanti. Non c’è organizzazione. Mancano radio, nessuno ci dice mai nulla sui movimenti del nemico e le azioni da compiere. Ci mancano armi, munizioni. Non sappiamo come fare la guerra’ , lamentano. Qualcuno sogna ancora che arrivino gli istruttori Nato. Ma potrebbe essere ormai tardi. Quando esauriscono i caricatori spesso devono tornare sino a Bengasi per rifornirsi. La logistica è inesistente. Non basta che un negoziante di buona volontà porti scatolette e un fornaio entusiasta ogni tanto arrivi alle linee del fronte col pane del giorno prima. I volontari della rivoluzione sembrano via via perdere la volontà di combattere. Da settimane bivaccano nel deserto, consumano pasti freddi a base di formaggini, pane raffermo, scatolette di tonno e fagioli. Tanti – conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - sognano ormai semplicemente una doccia calda, vestiti puliti ed il letto di casa”. (red)

22. L’uomo dei segreti abbandona Gheddafi

Roma - “Il potente ex capo dell’intelligence libica – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - è fuggito a sorpresa in Gran Bretagna mettendo in luce l’indebolimento del regime di Gheddafi mentre Parigi, Mosca e Washington si dividono sulla decisione di fornire armi ai ribelli bengasini. Moussa Koussa da alcuni giorni aveva fatto perdere le sue tracce e ieri l’agenzia di stampa tunisina ha svelato che nelle ultime 48 ore è stato in Tunisia, da dove è partito dall’aeroporto di Gerba giungendo a Londra in serata. La conferma è arrivata da Downing Street: ‘È arrivato qui di sua volontà’. Moussa Koussa è l’attuale ministro degli Esteri libico ma per molti anni è stato l’onnipotente capo dell’intelligence di Gheddafi: a lui si attribuiscono i complotti per colpire i dissidenti all’estero negli anni Ottanta e ogni sorte di trame terroristiche come anche la trattativa con gli Stati Uniti che portò nel 2003 allo smantellamento del programma nucleare di Tripoli che lo stesso super 007 era riuscito ad acquistare su ordine personale del colonnello. Considerato uno degli uomini più fedeli a Gheddafi nonché in possesso dei segreti - militari ed economici della Jiamahyria, Moussa Koussa incarna il regime di Tripoli e la sua defezione lascia intendere che fra i più stretti collaboratori del colonnello serpeggia il malumore. La decisione di Koussa premia gli sforzi di Washington, Londra e Parigi che negli ultimi giorni hanno più volte rivolto all’entourage del colonnello appelli alla defezione. Tale sviluppo coincide però con la bagarre internazionale sulla fornitura di armi ai ribelli libici. Fonti diplomatiche a Washington assicurano che ‘sono stati i francesi ad aprire questo fronte’ facendo sapere agli alleati di essere pronti a inviare ai ribelli le armi necessarie per fronteggiare le forze di Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha confermato il sostegno all’ipotesi ma la contromossa è arrivata da Mosca, dove il collega russo Sergey Lavrov ha ribattuto: ‘Il Segretario generale della Nato ha detto che si sono mossi per difendere i civili non per armarli, e noi pensiamo che lui abbia ragione’. Come dire: Parigi sta rompendo gli accordi alla base della coalizione che Mosca non ha ostacolato evitando di opporre il veto alla risoluzione Onu 1973. A metà strada fra Mosca e Parigi – prosegue Molinari su LA STAMPA - si colloca il premier britannico, David Cameron, che dice di ‘non escludere’ le forniture di armi adoperando una formula molto simile a quella del presidente americano Barack Obama che in tre interviste tv ha ripetuto di ‘non escludere del tutto’ l’invio di armi pur non essendo a favore di tale ipotesi. L’incertezza della Casa Bianca tradisce la presenza di opinioni differenti dentro l’amministrazione, dove il Pentagono teme che armare i ribelli porti ad un impegno di lungo termine in Libia e l’intelligence conferma la presenza di ‘piccoli gruppi di miliziani di Al Qaeda in Cirenaica’. Secondo la Reuters, Obama avrebbe già autorizzato, firmando un ordine segreto, operazioni di appoggio ai ribelli da parte della Cia. Operazioni che secondo il sito web del New York Times sono già iniziate ‘da alcune settimane’. C’è poi il nodo dell’identità dei ribelli che Gene Cretz, ambasciatore Usa a Tripoli, riassume così: ‘Non sappiamo se possiamo fidarci di loro al 100 per cento’. Bruce Riedel, ex consigliere di Obama sull’antiterrorismo, aggiunge: ‘I jihadisti libici che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan stanno tornando, non sappiamo se sono il 2, il 20 o l’80 per cento dei ribelli’. A fare da deterrente è il precedente dell’Afghanistan, quando l’amministrazione Carter – conclude Molinari su LA STAMPA - decise di armare i mujaheddin contro l’Armata Rossa aiutando a formare combattenti che poi sono confluiti nelle fila di Al Qaeda”. (red)

23. Doveva garantire esilio Gheddafi ed è scappato per primo

Roma - “Ha guidato i servizi segreti della Libia per quindici anni – scrive Luigi De Biase su IL FOGLIO - e lo ha fatto senza risparmio, al punto da guadagnarsi un soprannome di tutto rispetto: chi lo conosce lo chiama ‘inviato della morte’, che è un po’ crudo ma rende bene l’idea. Musa Kusa era l’uomo incaricato da Muammar Gheddafi di trattare con l’occidente, un compito che ha svolto sino a ieri sera, quando ha lasciato il paese per volare a Londra. La sua fuga, raccontata da al Arabiya, è un colpo duro al clan del colonnello. Il presidente americano, Barack Obama, ha tagliato i rapporti con Gheddafi appena la rivolta è cominciata, ma nessuno al dipartimento di stato ha mai chiuso i canali con Kusa. Un vice di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, gli ha parlato la scorsa settimana dopo averlo cercato a lungo – il suo problema è che non risponde mai al telefono, dicono fonti della diplomazia americana. Alcuni inviati francesi lo hanno incontrato martedì in Tunisia. Se le notizie sulla fuga verranno confermate, sarà chiaro che quella riunione è servita soprattutto a stabilire i termini del tradimento. Gheddafi ha messo Kusa alla guida del ministero degli Esteri nel 2009, una manovra per tenerlo sotto controllo e ridurre la sua influenza sulle Forze armate. A prima vista, l’ex numero uno dei Servizi non sembra la spia migliore al mondo: ha sessant’anni, vede male, cammina storto, non sa fare il nodo alla cravatta, ma le sue ‘imprese’ saranno ricordate a lungo dall’intelligence britannica e da quella americana. Nel 1980 è stato espulso dall’Inghilterra per avere ordinato l’omicidio di due dissidenti. Allora era il capo di una delegazione folta che lavorava a Londra sotto copertura diplomatica. La Cia pensa che il suo ruolo fosse ben più importante: Kusa avrebbe diretto l’attentato di Lockerbie del 1988, che fece 440 morti. Nello stesso periodo, Gheddafi lo ha incaricato di avvicinare Washington nei momenti più difficili per il regime. Gli Stati Uniti hanno sempre usato le buone maniere con lui, anche quando la Libia era uno ‘stato canaglia’, un pericolo per la comunità internazionale. I conti in banca di Kusa – prosegue De Biase su IL FOGLIO - sono rimasti esclusi a lungo dalle sanzioni americane – ci sono entrati soltanto ora, con un decreto firmato il 15 marzo dal dipartimento del Tesoro – e i suoi viaggi all’estero non hanno mai subito grossi intoppi. In patria, questo particolare ha sollevato il sospetto che la sua amicizia con la Cia sia ben più radicata di quanto possa sembrare, un dubbio che negli ultimi mesi sarebbe divenuto certezza anche negli ambienti più vicini a Gheddafi. Il ruolo di Kusa è diventato ancora più decisivo dopo l’11 settembre, quando il colonnello ha deciso di abbandonare il programma atomico clandestino. E’ stato il ministro a scortare sino a Tripoli i diplomatici americani incaricati di gestire il negoziato con il rais per conto di George W. Bush, un impegno che lo ha portato in diversi paesi europei, Italia compresa. Kusa ha rivelato alla Cia i contatti fra il regime di Gheddafi e il network di A. Q. Khan, lo scienziato pachistano che ha diffuso i segreti della bomba nucleare nel medio oriente. Come tutti i buoni ufficiali dell’intelligence, Kusa non ha mai fornito informazioni volontariamente, ma senza il suo aiuto la Casa Bianca non sarebbe riuscita a rallentare la proliferazione atomica nella regione. Kusa aveva ora il compito di trovare una soluzione onorevole alla crisi – si dice, ma la notizia è stata smentita, che il ministro avesse in programma anche un viaggio in Italia per un incontro con alcuni rappresentanti del governo. Secondo Omar Khattaly, il portavoce del think tank americano Libyan working group, il ministro era troppo coinvolto con il regime. ‘Saltare dalla nave non è la cosa migliore per lui – dice – Non puoi entrare nel futuro del paese dopo aver passato la vita nei servizi segreti’. Altri sostengono che Kusa avesse ancora qualche carta da giocare e fosse pronto a un accordo con l’occidente per garantire a Gheddafi una vecchiaia tranquilla – ma lontano da Tripoli. Secondo al Arabiya, - conclude De Biase su IL FOGLIO - il ministro è più interessato alla propria salute che a quella del rais. E questa non è una buona notizia per il colonnello”. (red)

24. Armi ai ribelli, cresce il fronte del sì

Roma - “Gheddafi ripassa al contrattacco, - scrive Andrea Bonanni su LA REPUBBLICA - pur registrando le prime grosse defezioni. E la coalizione, che da ieri ha ceduto ufficialmente alla Nato il comando delle operazioni militari in Libia, non sa come fare a vincere la guerra senza poter mandare truppe sul terreno. L’ipotesi di fornire armi agli insorti, che ieri di fronte all’avanzata delle truppe del Colonnello hanno chiesto con urgenza rifornimenti di materiale bellico, comincia a farsi strada, almeno tra i ‘falchi’. Ma si scontra con forti perplessità politiche tra gli alleati, e con i limiti espliciti della risoluzione Onu. I primi a ventilare l’ipotesi di fornire armi al Consiglio di Transizione sono stati, già martedì alla Conferenza di Londra, i francesi, che sono anche gli unici ad avere finora ufficialmente riconosciuto l’organismo di coordinamento degli insorti. Ma ci stanno pensando seriamente anche gli americani, forse i più ansiosi di tutti che la crisi libica arrivi ad una soluzione rapida. Tanto che Obama - si è appreso ieri - ha firmato nei giorni scorsi un ordine esecutivo che autorizza operazioni sotto copertura della Cia per aiutare i ribelli. Hillary Clinton si è spinta a dire che la risoluzione 1973 delle Nazioni Unite ‘potrebbe consentire di fornire legittimamente armi agli insorti’. Ieri infine è stata la volta del premier britannico Cameron, secondo cui ‘nulla è escluso’, per quanto riguarda l’assistenza militare. Ma l’ipotesi si scontra con una serie di forti opposizioni. Prima tra tutte quella del segretario generale della Nato, Rasmussen, secondo cui ‘l’Alleanza è impegnata in Libia per proteggere la popolazione, e non per armarla’. Anche Belgio, Danimarca e Norvegia, tutti Paesi che partecipano alle azioni aeree, hanno espresso la loro contrarietà all’ipotesi. Secondo il governo italiano ‘si tratta di una soluzione estrema, e non è detto che sia una buona idea’. La Russia, per bocca del ministro Lavrov, ha confermato la propria opposizione. E anche dalla Cina, che con la Russia si era astenuta sulla risoluzione 1973, è arrivato un avvertimento alla coalizione. Ricevendo a Pechino il presidente francese Sarkozy, il leader cinese Hu Jintao ha ammonito che ‘se le azioni militari colpiscono popolazioni innocenti e provocano gravi crisi umanitarie, allora violano il mandato originale del Consiglio di sicurezza dell’Onu’. La difficoltà che la coalizione si trova ad affrontare nasce anche dal fatto che la risoluzione Onu parla della necessità di proteggere i civili, mentre la conferenza di Londra appena conclusasi ha detto chiaramente che uno degli obiettivi è la cacciata di Gheddafi. L’ipotesi dell’esilio viene sempre più chiaramente presa in considerazione. Il governo dell’Uganda – prosegue Bonanni su LA REPUBBLICA - ha già fatto sapere che sarebbe disposto ad esaminare favorevolmente una richiesta di asilo da parte del dittatore libico, mentre il Venezuela di Chavez ha per il momento chiuso la porta dicendo che la questione non è all’ordine del giorno. Ieri intanto si è consumata una importante defezione ai vertici del regime libico: il ministro degli Esteri di Tripoli, Mussa Kussa, è partito improvvisamente per Londra: una volta atterrato, ha annunciato di non essere più disposto a rappresentare Gheddafi. È il primo segnale di sgretolamento dell’entourage del Colonnello: una ipotesi su cui la Coalizione ha puntato molte delle sue speranze Ieri, infine, la Nato ha assunto il pieno comando delle operazioni militari. La transizione dovrebbe essere completata entro oggi. Si apre ora la questione degli eventuali ‘caveat’ che ciascun governo può presentare sulle modalità di utilizzo delle forze messe a disposizione. Secondo il rappresentante italiano Riccardo Sessa, ‘noi facciamo operazioni di controllo ed intercettazioni che comprendono una vasta gamma di azioni’”. (red)

25. L’ordine segreto di Obama agli agenti Cia

Roma - “Gli Usa non hanno ancora deciso pubblicamente se armare i ribelli – scrive Guido Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - però possono farlo in modo clandestino. Barack Obama ha autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia. Un ordine — emesso ‘due o tre settimane fa’ — che ha permesso azioni di spionaggio in collegamento con le forze speciali in supporto agli insorti. Ciò significa che gli 007 hanno già lanciato operazioni contro Gheddafi. Il ricorso dei ‘cavernicoli’ — così sono chiamati in gergo i membri delle unità paramilitari— era scontato. Insieme a loro operano francesi e britannici. Distruggono obiettivi particolari — come i depositi di armi chimiche —, eseguono missioni che non possono essere condotte dall’aviazione, eliminano gli “ HVT”, i bersagli di alto valore. Le rivelazioni sull’ordine si intrecciano con il progetto di inviare armi agli insorti, un passo che potrebbe rientrare tra i compiti della Cia nel caso che non siano risolti diversi nodi. Il piano, infatti, ha provocato dissidi— anche forti — all’interno dell’amministrazione Usa. L’interventista Hillary Clinton ha legato la sua cautela all’interrogativo su ‘chi siano davvero’ i ribelli. Pentagono e intelligence temono che le armi finiscano in mani sbagliate. Un confronto nel quale è entrato lo stesso presidente. In un’intervista, Barack Obama ha ipotizzato l’aiuto militare agli insorti. ‘Stiamo ancora valutando, molto dipenderà da quello che faranno le forze di Gheddafi’ . I contrasti a Washington si rispecchiano in quelli sulla scena diplomatica. La Gran Bretagna è convinta dell’opportunità di armare i rivoluzionari, la Francia è più prudente. Contrari Norvegia, Danimarca e Belgio. L’Italia ritiene che sia l’ultima carta da giocare e per ora non appare favorevole. Negativa— in modo severo — la posizione di Russia, Cina e India. Su questa linea il segretario della Nato Rasmussen: ‘Siamo in Libia — ha osservato — per proteggere i cittadini e non per armarli’ . Con questa stessa motivazione, russi e cinesi potrebbero promuovere un’azione al Consiglio di sicurezza. Una grana diplomatica e legale. Gli esperti ritengono che la risoluzione Onu, in virtù dell’embargo, proibisca la fornitura di armi. La stessa Nato può mettersi di mezzo: fonti del Congresso non hanno escluso che gli alleati abbiano frenato nelle ultime 48 ore i bombardamenti sui lealisti. C’è poi la questione tecnica. Di cosa hanno bisogno gli insorti? Non certo solo di fucili e munizioni. Gli scontri – prosegue Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - hanno evidenziato la necessità di ‘pezzi’ controcarro, di lanciarazzi a lunga gittata, di cannoni. Ossia di uno scudo che permetta di difendere le posizioni conquistate. Servono poi apparati di comunicazione e autocisterne per la benzina che sostituiscano le taniche e i bottiglioni usati in questi giorni. Ma più di tutto gli insorti devono essere trasformati in una vera forza combattente. Risultato che si ottiene con il tempo e gli istruttori alleati. In alternativa si può ricorrere a militari dei Paesi arabi o a società private, come avvenne in Bosnia. Gli ‘scarponi sul terreno’ — per alcuni osservatori — significano una lunga presenza nel teatro. Infine c’è la paura che si ripeta quanto è avvenuto in Afghanistan. Gli Usa hanno aiutato i mujahedin contro i russi e poi si sono ritrovati al Qaeda. Già trapelano segnalazioni su islamisti tra gli insorti anche se da Bengasi negano con decisione. E le autorità del Ciad, Paese amico di Gheddafi, hanno sostenuto che i terroristi algerini si sono impossessati di missili anti-aerei rubati nei depositi della Cirenaica. Gli agenti inviati dalla Cia avrebbero, tra i loro compiti, - conclude Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - anche quello di verificare la presenza di eventuali qaedisti”. (red)

26. “Senza anticarro non possono cacciare Gheddafi”

Roma - Intervista di Maurizio Molinari a Jeffrey White su LA STAMPA: “‘È ora di armare i ribelli’. Jeffrey White, ex capo delle analisi militari della ‘Defence Intelligence Agency’ per Medio Oriente e Nord Africa, non ha dubbi ‘sull’urgenza della decisione’. Perché bisogna dare le armi ai ribelli libici? ‘Il conflitto in Libia sin dall’inizio è stato combattuto soprattutto da forze terrestri. Gheddafi ha usato pochi aerei per lanciare qualche bomba e mettere molta paura ai ribelli, ma la sua forza reale sono i reparti blindati. I ribelli non possono battersi senza avere le armi adatte a tale conflitto’. Di quali armi hanno bisogno? ‘Servono soprattutto i missili anticarro, adatti a perforare le blindature dei tank come anche dei mezzi per il trasporto truppe’. Ciò significa però anche fornire l’addestramento necessario... ‘Esatto. Non sono armi sofisticate ma l’addestramento serve. Bastano poche settimane e ne sono state già perse troppe’. Ma addestrarli significa mandare in Libia truppe di terra... ‘Bisognerà mandare dei piccoli contingenti di truppe speciali per un periodo breve. Dare solo i missili antitank è inutile’. Come spiega le resistenze americane ed europee a far arrivare le armi a Bengasi? ‘Con due motivi. Il primo è il timore che queste armi finiscano nelle mani di gruppi fuori controllo, tipo i terroristi in Medio Oriente. L’altro è che i ribelli sono un’entità poco nota, con una struttura di comando incerta’. Sono timori che impediranno alla Casa Bianca di dare l’assenso? ‘Credo che, dopo qualche esitazione, Obama accetterà di far avere i missili antitank ai ribelli. Anche perché non sono armi antiaeree simili ai missili Stinger che vennero dati ai mujaheddin afghani per combattere contro i sovietici. Le armi anticarro sono già piuttosto diffuse fra i gruppi di guerriglieri. Ma i ribelli libici non le possiedono’. Se Washington continua a esitare, Parigi potrebbe decidere di iniziare da sola le forniture di armi... ‘Se avvenisse non mi sorprenderebbe. Sin dall’inizio della crisi la Francia è stata in prima fila e vuole continuare a rimanerci’. Quale scenario militare prevede se i ribelli dovessero rimanere senza armi anticarro? ‘Vi sarebbe uno stallo, con la Cirenaica in mano ai ribelli e la Tripolitania saldamente sotto il controllo di Gheddafi. Potrebbe durare a lungo. Non credo che il raiss come leader possa riuscire a restare in sella, ma i contingenti che possiede, con l’ossatura di reparti blindati bene addestrati, gli possono consentire di bloccare i ribelli, puntando a sopravvivere grazie alla scelta della coalizione di non inviare truppe di terra. L’unica maniera per superare il rischio di stallo è armare i ribelli’. Sperando che le armi non finiscano a cellule jihadiste... ‘Il rischio c’è. Ma non armare i ribelli comporta rischi maggiori’”. (red)

27. Non mandate armi ai ribelli della Libia

Roma - “Non date armi ai ribelli della Libia. La prima ragione – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - è che ‘siamo là per proteggere la gente, non per armarla’, come ha detto ieri con concisione cristallina il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen. La missione ha obiettivi chiari: evitare che l’armata di Gheddafi bramosa di compiere una rappresaglia esemplare sulla popolazione civile faccia irruzione a Bengasi e negli altri centri che non riconoscono il governo di Tripoli. Pompare altre armi magari più potenti nel sistema circolatorio araboafricano aperto, anzi spalancato, a chiunque non è la ricetta ottimale per diminuire la quantità di violenza. La seconda ragione è che i ribelli non sanno che farsene. Quando pochi giorni fa le truppe di Gheddafi in preda al panico sotto i raid aerei si sono ritirate da Ajdabiya e hanno abbandonato sulla sabbia mortai e razzi controcarro, i ribelli hanno mostrato capacità quasi nulle di mettere a frutto quel bottino di guerra. Non erano in grado di usare con un minimo di precisione il nuovo arsenale e neanche sapevano come manovrarlo senza farsi male. La terza ragione è che se i ribelli non brillano nella loro guerra di liberazione è perché mancano di tutto il resto, addestramento, tattica, una direzione dall’alto. Non di armi. Quando le forze del dittatore attaccano, penetrano le loro linee con l’impeto di un mattone che sfonda una finestra. Ma i giornalisti sul campo osservano con raccapriccio che i ribelli neanche si premurano di scavare trincee. Fornire loro altre armi non colmerà questo tipo di handicap. Piuttosto scavassero, mandiamo loro pale e picconi. La quarta ragione è che consegnare armi a bande irregolari di miliziani è un sentiero tenebroso e gli Stati Uniti avrebbero dovuto già imparare questa lezione. Esiste una legge dei sei gradi di separazione anche per le armi, che dice che un missile dato a un ribelle per un’indubitabile giusta causa finirà presto nelle mani di terroristi o di squadroni della morte con pessime intenzioni. La Cia ha speso dieci anni a inseguire gli Stinger forniti ai mujaheddin in Afghanistan per abbattere gli elicotteri sovietici e poi cascati in bocca al peggio del fanatismo pachistano. Ma lo stesso – prosegue IL FOGLIO è successo in Nicaragua con i Contras, che puntarono in fretta le armi contro i civili invece che contro il governo marxista. Oppure in Somalia, dove le armi americane sono finite il giorno dopo l’arrivo sui banchi del mercato centrale di Mogadiscio. O in Libano, dove sono riapparse le pistole mandate da Washington in Iraq e destinate alla polizia. Anzi, spesso i gradi di separazione sono meno di sei. Quanti passaggi di mano dividono un ribelle di Bengasi che vuole battere i mercenari e liberare il paese da Gheddafi da un libico simpatizzante con al Qaida?” (red)

28. Due governi decidono per l’Europa

Roma - “Cosa resta dell’Unione europea – si chiede Marta Dassù su LA STAMPA - dopo la crisi dell’euro e nel bel mezzo della crisi libica? Resta molto in campo economico e molto poco in politica estera. Jean Monnet osservava che l’Europa si è costruita grazie alle crisi. Questa legge è stata in fondo confermata dalla risposta all’esplosione del debito sovrano: dopo essere partita lenta di fronte al rischio default della Grecia, l’Europa è comunque arrivata a un nuovo Patto sull’euro. Con i suoi vantaggi e i suoi limiti. Ma si tratta di un passo in avanti. L’intervento in Libia non sta invece producendo dei progressi nella politica estera comune; anzi, ha dimostrato che l’impianto stabilito con il Trattato di Lisbona - una specie di ministro degli Esteri, con un Servizio diplomatico - non funziona. O è irrilevante. C’è chi sostiene che sia tutta colpa di Catherine Ashton, ormai bersaglio delle accuse più disparate. In realtà, Catherine Ashton è stata scelta apposta dai governi nazionali: apposta per essere, quale Alto Rappresentante della politica estera europea, una ‘non-entity’. La Baronessa inglese sta rispettando questa sua missione. Perché non funziona la politica estera comune? Perché gli Stati europei hanno interessi geopolitici divergenti - o meglio ritengono di averli. Perché i politici usano il terreno internazionale come uno strumento di immagine personale (la ‘ego-diplomacy’, secondo la definizione di Riccardo Perissich). E perché, a differenza di quanto accade in campo economico, non esiste il collante di una moneta unica, non esistono le istituzioni comuni collegate al mercato interno e così via. È chiaro che anche in economia gli interessi nazionali possono divergere: l’Europa è comunque un ambiente competitivo. Ma prevale - almeno per ora - la sensata convinzione che i benefici dell’appartenenza ad un’area economica integrata siano superiori ai costi. In politica estera non è così. Usiamo la Libia come cartina di tornasole. Per la Francia, colta impreparata dalle proteste in Tunisia e in Egitto, la guerre a Gheddafi è l’occasione per tentare di impostare su basi nuove la propria influenza nel Mediterraneo. Per la Germania, è un’impresa inutile e costosa. Quando la Germania pensa alla propria influenza la proietta verso Est, ha in testa una versione aggiornata della ‘Mitteleuropa’. O la proietta sul piano globale, guardando agli interessi commerciali che la spingono verso l’India e la Cina. Non solo. Nicolas Sarkozy crede ancora - che la cosa sia fondata o meno - nell’uso risolutivo della forza come strumento della grandeur francese. Angela Merkel – prosegue Dassù su LA STAMPA - esprime invece la riluttanza tedesca, prodotto storico del secolo scorso, a usare la forza dove non siano in gioco interessi nazionali vitali o dove non sia in gioco il futuro della Nato (lo era in Afghanistan, non sembra esserlo - ancora in Libia). La conseguenza è paradossale: è la prima crisi internazionale che vede due Paesi europei (Francia e Gran Bretagna) in prima fila; al tempo stesso, la politica estera e di sicurezza europea ne esce a pezzi. La tesi di Parigi e Londra, naturalmente, è che non sia così. La loro idea è di agire ‘per conto’ dell’Europa, come uniche potenze rimaste. La percezione degli altri, invece, è che Francia e Gran Bretagna agiscano ‘al posto’ dell’Europa: il che fa una bella differenza. Difficile pensare, ad esempio, che l’accordo franco-inglese del novembre scorso sulla cooperazione militare abbia segnato un progresso dell’Europa della Difesa. È vero che i due Paesi coprono da soli più della metà dei bilanci militari europei; è vero che sono i soli a disporre ancora di armi nucleari e a sedere come membri permanenti nel Consiglio di sicurezza; ma è vero anche che non hanno nessuna intenzione di riversare la loro cooperazione bilaterale in una ‘istituzione’ europea che non sia sotto il loro controllo. L’Agenzia per la difesa, peraltro affidata da pochi giorni a un nuovo direttore francese, non è mai decollata. E il caso della Libia è indicativo dei limiti delle capacità militari esistenti: per riuscire ad intervenire, francesi e inglesi hanno comunque bisogno dei Tomahawk americani. E utilizzano basi italiane. Francia più Gran Bretagna, insomma, non fanno l’Europa, in politica estera e nella difesa. Sono indispensabili ma non sufficienti. Nel frattempo, i due Paesi hanno però occupato gran parte delle posizioni-chiave nel Servizio europeo di Azione Esterna: il segretario generale della Farnesina europea è un diplomatico francese, Pierre Vimont, il capo dell’Africa (o meglio il ‘managing director’, termine in sé abbastanza curioso per indicare i vertici del Servizio Esterno) è un diplomatico inglese, Nicholas Westcott; il capo del Medio Oriente è di nuovo un francese che viene dalla Commissione, Hugues Mingarelli. Sul delicato fronte Sud dell’Europa (in altre posizioni, Cina inclusa, pesa invece la Germania), il Servizio di azione esterna è già franco-inglese: è quasi un’espressione diretta della coppia al comando. Cosa che secondo Charles Grant, direttore del Cer di Londra, permetterebbe uno schema molto semplice per far funzionare la politica estera europea: appaltarla in modo esplicito a Parigi e Londra, secondo un principio di ‘devoluzione’ delle responsabilità compatibile con il Trattato di Lisbona. Quando idee del genere cominciano a circolare, è bene preoccuparsi. I precedenti - da Suez a Ben Ali, attraverso l’Algeria - sconsigliano fortemente una scelta del genere. Italia e Spagna, in particolare, non hanno nessun interesse a una delega in bianco nel proprio cortile di casa. Come sta dimostrando la crisi libica, - conclude Dassù su LA STAMPA - l’alternativa alla responsabilità diretta non è l’Unione europea ma la sua scomparsa”. (red)

29. La rabbia di Assad: "Complotto straniero contro la Siria"

Roma - "Quando un parlamentare tra i piu' devoti, lo interrompe e gli urla 'per te il Medio Oriente e' troppo piccolo, sei il leader di tutto il mondo', - riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - diventa chiaro che il presidente non sta per annunciare quello che i siriani aspettano. Bashar Assad liquida la questione leggi d'emergenza e sotterra sotto motivazioni sociali le speranze di chi e' sceso in strada per chiedere la loro abolizione: 'Prima di abrogarle, ci sono altre priorita'. Bisogna pensare a quei genitori che non hanno abbastanza denaro per pagare le cure dei propri figli' . Promette tutto (salari piu' alti, sostegno economico, educazione) tranne quello che tutti vogliono. Il potere del regime non si tocca, e' incastonato con quelle norme speciali in vigore dal 1963. Con tre ore di ritardo, il leader si presenta davanti all'assemblea. Il discorso viene trasmesso in diretta televisiva e rilanciato dalle radio. Dal podio di legno intarsiato, Assad parte rilassato, all'inizio parla senza leggere gli appunti. Accusa gli 'stranieri di aver ordito un complotto' : 'Un piano avviato gia' da settimane, con sms spediti dall'estero, con le emittenti arabe subito pronte a fomentare e con video amatoriali contraffatti pubblicati su Internet. Una minoranza di siriani cospira dall'interno con questi nostri nemici. Non voglio dire che tutti i manifestanti siano agenti assoldati da altre forze' . Ripete di essere 'per le riforme' e di voler rispondere alle richieste della gente: 'Ma l'unita' e la stabilita' della Siria sono adesso piu' importanti' . Minaccia: 'Se saremo costretti a scendere in battaglia, che battaglia sia' . ù dice di essere dispiaciuto per le vittime ('gli ordini erano chiari, nessuno doveva sparare sui dimostranti' ) ed esalta Deraa, la citta' a sud dove la protesta e' stata piu' dura: 'E' nei nostri cuori, sta in prima linea contro il nemico israeliano. E' impossibile per una persona, allo stesso tempo, difendere la nazione e provare a danneggiarla' . Le parole del presidente, succeduto al padre Hafez nel 2000, sono state respinte dagli oppositori. Pochi minuti dopo la fine dei proclami, la pagina Facebook creata per la rivolta ((97 mila iscritti) incitava i giovani a protestare: 'E' scandaloso che un uomo del genere possa governarci. Tutti in strada ragazzi' . A Deraa il corteo si e' formato, quando i partecipanti ai funerali di quattro vittime della protesta sono affluiti insieme verso il centro. A Latakia hanno manifestato in tremila, scandendo 'Basta con il regime' . Testimoni - prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - hanno raccontano al New York Times che l'esercito avrebbe sparato e almeno due persone sarebbero state uccise. Dal 18 marzo i morti in tutto il Paese sarebbero 61 secondo Human Rights Watch. In strada sono scesi anche i sostenitori del regime. Hanno ripetuto gli slogan urlati dai parlamentari: 'Con le nostre anime e il nostro sangue ci sacrificheremo per te Bashar' . Gli Stati Uniti hanno criticato il discorso 'inconsistente ' : 'Saranno i siriani a giudicare quello che hanno ascoltato e a decidere se Assad ha offerto qualcosa alle loro speranze di riforme. Crediamo saranno delusi' , ha commentato Mark Toner, portavoce del Dipartimento di Stato. 'E' troppo facile parlare di complotti. Le leggi d'emergenza sono incompatibili con i diritti dei cittadini'". (red)

30. Par condicio, richiamo Agcom. Zavoli blocca stop ai talk

Roma - “Il consiglio dell’Agcom – scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - ha adottato, a maggioranza, un ‘ordine a Tg1, Tg4 e a Studio Aperto di riequilibrio immediato tra tempo dedicato alla maggioranza e all’opposizione, evitando altresì la sproporzione della presenza del governo, specie in relazione alla campagna elettorale d’imminente inizio’ . Secondo i dati pubblicati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, tra dicembre e febbraio il governo, il premier e i partiti di maggioranza hanno occupato il 57 per centodel tempo di parola al Tg1, oltre il 72 per centoal Tg4 e il 66 per centoa Studio Aperto. Salvi, per ora, i talk show Rai nel periodo pre-elettorale. Non saranno equiparati alle Tribune elettorali e non dovranno rispettarne le regole. Gli emendamenti presentati Pdl, Lega e Responsabili alla bozza di regolamento per le Tribune politiche e le trasmissioni elettorali sono ‘inammissibili ‘ . Lo ha dichiarato ieri il presidente della Vigilanza Rai, Sergio Zavoli: ‘L’equiparazione determinerebbe effetti impropri sull’autonomia della Rai. Condivido i timori di chi paventa il rischio di ripetere l’esperienza dello scorso anno per le elezioni regionali, quando i timori Rai hanno indotto l’azienda a sospendere i talk show’ . Poi Zavoli cita la legge 28 del 2000 sulla Par condicio e la sentenza della Corte costituzionale del 2002, sempre sulla separazione tra comunicazione politica e informazione e ricorda che le elezioni riguarderanno appena ‘il 27 per centodell’elettorato’ . Oggi il voto finale in commissione e si annuncia un clima da scontro. Alessio Butti, capogruppo Pdl in Vigilanza: ‘Le argomentazioni di Zavoli non hanno convinto nessuno. Mai pensato di chiudere i talk show Rai, i nostri emendamenti mirano a garantire, chi ne ha diritto, ad accedere al servizio pubblico per promuovere programmi e candidati’ . Entusiasta, invece, l’opposizione. Vincenzo Vita, Pd: ‘Decisione ottima e incontestabile’ . Pancho Pardi, Idv: ‘Zavoli ha dimostrato di essere garante dell’imparzialità e del rispetto della Vigilanza Rai verso il pluralismo ed il diritto di espressione’ . Tempesta a viale Mazzini. Il direttore generale Mauro Masi – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA - non solo non si dimette ma oggi proporrà la nomina di Susanna Petruni, vice di Augusto Minzolini al Tg1, alla direzione del Tg2 e poi un pacchetto di vicedirettori al Tg1: Gennaro Sangiuliano vicario al Tg1, poi Fabio Massimo Rocchi, Filippo Gaudenzi, Fabrizio Ferragni, Claudio Fico e Franco Ferraro, caporedattore Sky, assai gradito alla Lega. Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, area Pd, voteranno contro e annunciano un esposto alla Corte dei Conti: ‘I giornalisti Rai sono 1650, esistono 51 vicedirettori di testata e 18 vicedirettori fuori line, 235 capiredattori. Occorre un vicedirettore esterno, nonostante la circolare dello stesso Masi del 4 novembre 2010 che vieta assunzioni esterne fino al novembre prossimo?’ . Contrarissimo alle nomine anche il consigliere area udc Rodolfo de Laurentiis. Il presidente Paolo Garimberti ricorda il successo del voto unanime su Mario Orfeo e fa sapere: ‘Non mi pare che la soluzione individuata vada in questa direzione e anzi mi sembra che anche le altre proposte siano destinate a spaccare il Consiglio. Per evitare questo, mi auguro che possa esserci una ulteriore, necessaria riflessione’. E conclude ricordando di essere contrario ‘in linea di principio’ ad assunzioni di vicedirettori esterni. Masi ci ripenserà?”. (red)


Usa, Italia e le case vuote. Come le tasche

Silvio, un poveretto coi miliardi