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Turchia bifronte su Libia e curdi

Erdogan invoca il principio di autodeterminazione per i popoli in rivolta e liquida come una «assurdità» l’ipotesi di un intervento militare della Nato contro Gheddafi. Lo stesso principio, però, si guarda bene dal riconoscerlo nei confronti della minoranza curda 

di Davide Stasi

Gli USA e il suo cane da guardia europeo, la Gran Bretagna, stanno sbavando sul petrolio libico. Si stanno guardando le tasche per vedere se sono rimasti abbastanza soldi per esportare, ancora una volta con le armi, un po’ di democrazia anche in casa Gheddafi, prendendosi in cambio un po’ (un bel po’) di oro nero. 

Il peso dei conflitti mediorientali tutt’altro che chiusi, però, li rende incerti: le opinioni pubbliche, ma soprattutto le casse domestiche, non sembrano più in grado di supportare un nuovo impegno militare. Per questo al momento l’ipotesi sul tavolo resta quella, tutto sommato limitata, della no-fly zone. Ovvero la chiusura dello spazio aereo libico, imposto con la forza da velivoli militari internazionali e finalizzato a privare il raìs del sostegno dell’aviazione. Tutta l’Europa si allinea scodinzolante al padrone angloamericano, camuffato sotto il mantello dell’Alleanza Atlantica, tranne un guastafeste: la Turchia.

Due giorni fa il primo ministro Reçep Tayyip Erdogan, nell’ambito dei colloqui NATO sulla questione libica, ha bollato come una «assurdità» l’ipotesi di un intervento occidentale in Libia. L’uomo che, nei disegni di Washington, doveva essere il muro contro l’espansione del fondamentalismo islamico, si è espresso in modo inequivocabile: «la Turchia», ha detto Erdogan, «è contro l’ipotesi di una no-fly zone. Considera l’ipotesi del tutto impensabile, nemmeno da discutere». E non è una posizione irrilevante. La Turchia ha il secondo esercito più ampio nei 28 paesi NATO, e negli ultimi anni ha esteso la sua influenza in Medio Oriente, dove il suo crescente peso economico ha contribuito a rinnovare vecchi legami con i vicini.

Erdogan si è opposto alle sanzioni argomentando che queste andrebbero a danneggiare essenzialmente la gente comune, senza intaccare il potere di Gheddafi. Con una franchezza che ha sorpreso molti, ha fatto anche notare che la fremente mobilitazione occidentale è probabilmente dovuta a preoccupazioni più legate al petrolio che a questioni umanitarie. A buon peso, ha sottolineato che la mission della NATO non è quella di interferire negli affari interni degli altri paesi: «il futuro di ogni paese è definito dal popolo. Dai libici in Libia, dai tunisini in Tunisia, dagli egiziani in Egitto».

Non è la prima volta che la Turchia prende in contropiede la diplomazia occidentale e americana: già nel 2003 Ankara aveva vietato all’esercito USA l’utilizzo del territorio turco in preparazione dell’attacco all’Iraq, attirandosi il plauso di tutto il Medio Oriente. Posizione replicata un anno fa, quando sfidò Washington votando contro la risoluzione dell’ONU che stabiliva sanzioni all’Iran e al suo programma nucleare. Ma se allora la decisione serviva a consolidare il ruolo di leadership della Turchia nel teatro mediorientale, oggi le prese di posizione di Erdogan hanno una funzione tutta interna.

Il governo turco cerca così di rispondere alle accuse di aver tentennato nell’esprimere le proprie valutazioni sugli eventi nordafricani, specie su quelli libici. Ma soprattutto, a breve (in giugno), sarà chiamato al confronto elettorale. Assumere una posizione retoricamente anti-NATO è quindi strumentale, per Erdogan, ad acquisire il consenso di quelle crescenti fasce di opinione pubblica nazionale sempre più critiche nei confronti degli USA, di Israele e delle loro politiche in Medio Oriente.

L’improvvisa riscoperta dei valori dell’autodeterminazione dei popoli rischia però di essere un’arma a doppio taglio per il governo di Ankara. Se è vero, infatti, che il destino di un paese dev’essere deciso dal proprio popolo, allora anche i curdi avrebbero il diritto ad autodeterminarsi. Cosa che tentano di fare da molto tempo, ma senza successo proprio a causa della violenta repressione turca. E le elezioni sono occasioni ghiotte anche per loro, che infatti hanno annunciato la rottura unilaterale del “cessate il fuoco” stipulato ad agosto con il governo di Ankara, accusato di aver approfittato della tregua non per costruire un dialogo capace di risolvere il nodo curdo, ma per spacciare elettoralisticamente l’assenza di atti terroristici come una pace ritrovata.

Molti leader politici turchi ora cercano di abbassare i toni, auspicando che non ci sia un ritorno alle armi e promuovendo l’apertura di nuovi tavoli di confronto. Altri ritengono che il conflitto sia inevitabile, dopo anni di repressioni violente. Secondo Selahattin Demirtaş, uno dei leader del Partito per la Pace e la Democrazia, filo-socialista e filo-cutdo, «il sud est dell’Anatolia è una polveriera vicina ad esplodere, su proporzioni incontenibili, e nessuno ne è consapevole». Forse la rottura unilaterale della tregua da parte curda è l’inizio dell’esplosione. E certo il binario doppio e contraddittorio di Erdogan sull’autodeterminazione dei popoli, retoricamente valida per l’estero, ma irricevibile all’interno, non aiuta né aiuterà a rasserenare il clima nel prossimo futuro.

Davide Stasi

Secondo i quotidiani del 04/03/2011

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