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Media, veline e pubblicità: praticamente un bordello

Prosegue la querelle tra “Striscia la notizia” e il gruppo Espresso-Repubblica, con accuse reciproche di speculare sull’uso del corpo femminile. Ma in realtà lo fanno entrambi: e non può essere che così, in un mondo della comunicazione che è succube degli inserzionisti

di Alessio Mannino 

Premessa: questo articolo parla del nulla. Di fuffa, ciarpame, spazzatura audiovisiva. Ma un nulla che fa muovere milionate di euro e che, oltre che anima del commercio, è il motore dell’economia dei consumi: la pubblicità. 

Protagonisti di questo immaginifico niente, nella farsa in questione, sono una trasmissione leader di ascolti, Striscia la Notizia, e il principale gruppo “progressista” dell’editoria italiana, Espresso-Repubblica. Sono giorni che si combatte il duello fra Antonio Ricci, il sommo inventore della finta satira paracula, e il sussiegoso quotidiano della sinistra finanziaria. Il motivo della discordia è l’uso del corpo femminile nelle immagini pubblicitarie. Evento scatenante: la puntata di Matrix del 24 febbraio in cui viene mandato in onda un video provocatorio realizzato da Striscia che ritrae foto di donne nude, semi-nude e in pose osé riprese da giornali e siti del gruppo Espresso, alle quali è stato sovrapposto, a mo’ di sfottò, il sonoro del serioso documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. Ricci intende così rispondere alla “macchina del fango” che ha assunto le sue veline a sinonimo corrente delle ragazze-oggetto. 

Il giorno dopo è pronta la replica di quella santona del politicamente corretto che è Natalia Aspesi. L’opinionista della posta del cuore difende la propria parrocchia che, dice, deve pur vivere di pubblicità, a maggior ragione perché non allineata (sottinteso: a Berlusconi, proprietario di Mediaset a cui Ricci fa arrivare un sostanzioso assegno mensile dagli introiti pubblicitari). Contro-risposta a mitragliera di Striscia: un altro giornale anti-berlusconiano, Il Fatto, non mostra tette e natiche scoperte; le stesse veline intervengono per rivelare che loro studiano danza da ben quattordici anni; si fa rivedere lo spezzone di una intervista alla Aspesi in cui la supponente signora dice che sì, insomma, fare la “puttanona” potrebbe dare anche “grandi soddisfazioni”; e si arriva fino a coinvolgere il Manifesto, altro foglio affetto da moralismo, che avrebbe censurato una lettera di Ricci sulla querelle. 

Una bega massmediatica in piena regola, una delle tante. Dunque ordinaria amministrazione, si dirà correttamente. Resta il tema di fondo: la crassa ipocrisia sui contenuti veicolati dalla pubblicità. Da una parte c’è un Ricci che sostiene che quei Savonarola neo-femministi dei repubblichini montano campagne in nome della dignità della donna e poi si mantengono con lo sfruttamento sessista delle loro forme sbattute in pagina come fanno tutti. Dall’altra c’è una lobby editoriale che ricorda la necessità inderogabile di ricorrere alle reclames, anche le più volgari, per sopravvivere sul mercato. 

Hanno ragione e torto entrambi. Perché è senza dubbio vero che il bacchettonismo e il disgusto per ragazzotte che sgambettano «come un animale da circo» (Aspesi) fanno ridere, visto che l’impudicizia, la pochezza, la mancanza di talento, la sguaiataggine e l’ossessione del lubrico e dell’ambiguo sono caratteri precipui dell’intera società dello spettacolo. Prendersela con le veline o, come parecchi fanno, col programma-totem del riccismo, Drive In, è guardare il dito e non vedere la luna. Ma è anche vero che nello spettacolo triviale e falso per definizione che è il dibattito pubblico, un posto d’onore spetta al giornalismo considerato serio, impegnato, “politico” come quello di Repubblica. Uno show che se deve continuare, è anche vero che non può rifiutarsi di finanziarsi secondo i modi scelti dalla fonte primaria di entrate, cioè appunto spot e inserzioni. 

Ne deriva un cortocircuito che esemplifica magnificamente – e squallidamente – l’assenza di anima, di cultura, di senso estetico ancor prima che etico che sta alla base di ciò che viene chiamata impropriamente “informazione”, televisiva o stampata che sia. Un vuoto che genera l’ipocrisia come regola: pecunia non olet, ma ci si deve dare un tono, una coerenza, un’aura di superiorità morale che non possono esserci perché al contrario i soldi puzzano, eccome se puzzano. Quelli, intendiamoci bene, che arrivano da una sistematica distruzione dei tre capisaldi del pensiero: il buono, il bello e il vero. La pubblicità ne fa strame ogni ora di ogni giorno riducendo logica, etica ed estetica a un cumulo di stronzate sognanti per bambini mai cresciuti. E a pomparcele a forza negli occhi e nelle orecchie sono tutti gli attori in scena, che da quel letamaio traggono la possibilità di propagare le loro, di stronzate. Ricci o Aspesi, fa veramente poca differenza. 

Alessio Mannino 

 

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