Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 07/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Le donne tra maternità e lavoro: tutti i numeri del ritardo italiano”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Tre scenari per una crisi”. Di spalla: “Il tesoro dei gladiatori abbandonato sotto i teloni”. Al centro foto-notizia: “Un derby deciderà il campionato” e “Dieci barconi di profughi nella notte a Lampedusa”. In un box: “Gheddafi: senza di me l’Europa sarà invasa”. In taglio basso: “Le basi della morale cristiana sempre nella nostra giornata” e “La tragedia dei due campioncini”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Gheddafi minaccia l’Europa” e a sinistra: “Giustizia, toghe in rivolta: ‘Pronti allo sciopero’ ”. Di spalla: “Se il mondo rinuncia all’arte di ricordare”. Al centro: “Gelmini: la scuola reggerà i miei tagli”. In taglio basso: “Woody Allen promette: ‘Giro un film a Roma’ ” e “Benvenuti a Sant’Agata Città delle Donne”. 

LA STAMPA – In apertura con foto: “Ignorato l’allarme valanghe: due morti”. A sinistra: “Libia, morti e scontri. Notte di sbarchi Lampedusa nel caos”. Al centro: “Giustizia, via libera della Lega: ‘Ma non sia merce di scambio’ ” e in un box: “ ‘Marina Berlusconi mi attacca per paura’ ”. A fondo pagina: “Antonietta e Simona, salti d’oro in Europa”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Conciliazione per le imposte”. Editoriale di Salvatore Padula: “Un lungo incubo aspettando 8 anni per una risposta”. Al centro la foto-notizia: “Metalli strategici. Sulle terre rare l’Europa si muove per trovare fornitori alternativi alla Cina”, “Il carovita presenta il conto su affitti, multe, tariffe e polizze” e “Intercettazioni in aumento ma si riducono i costi. Il record a Napoli e Milano”. Di spalla: “La mimosa di un giorno e le battaglie di un secolo”. In taglio basso: “Al camp per piccoli geni l’hacker darà lezioni di computer”.  

IL MESSAGGERO – In apertura: “Gheddafi: l’Europa sarà invasa” e in un box: “”. Editoriale: “Quando la prudenza crea valore”. Al centro foto-notizia: “Sculli travolge il Palermo, è una Lazio da Champions. E domenica c’è il derby” e “L’attacco di Fini alla sinistra: conservatrice come il premier”. In taglio basso: “Affido lumaca per due gemellini: arriva la sentenza ma loro hanno 20 anni” e “Benedetto, il tecno-garibaldino che fa la rivoluzione con un sensore digitale”.  

IL GIORNALE - In apertura: “I pm guardoni si eccitano”. Editoriale di Magdi Cristiano Allam: “Consigli all’Italia per guidare il rilancio del mondo arabo”. Al centro la foto-notizia: “La coppia anti Cav pronta al bis in tv”, “Se adesso Fini parla come i mafiosi dei libri” e “Ha sbagliato e ha pagato, ora Scajola torni in campo”. Di spalla: “Odiata e corteggiata. Ritratto della Lega maestra di coerenza”. A fondo pagina: “I medici non si fidano dei medici”.  

IL TEMPO – In apertura: “Scegliete: Obama o Gheddafi”. 

IL FOGLIO – In apertura: “Quelli che affittano casa a poco”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “Soldi alla cultura? E come no. Ma attenti alla rete contro Israele”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Piazza continua”. A fondo pagina: “Gheddafi minaccia e canta vittoria. I ribelli: propaganda”. (red)

2. I tre scenari della crisi libica

Roma - “Per quanto essa sia elusiva, vaga e refrattaria a essere imprigionata in definizioni precise, - scrive Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - dall’idea di ‘interesse nazionale’ non si può tuttora prescindere. Nonostante i fiumi di inchiostro versati sui cambiamenti delle relazioni interstatali indotti dalla cosiddetta globalizzazione o, nel caso dei Paesi del Vecchio continente, dall’integrazione europea, l’interesse nazionale resta la principale bussola per coloro che devono decidere le politiche estere come per coloro che ne valutano gli effetti. Cruciali questioni di interesse nazionale, come tutti sanno, sono in gioco per l’Italia nella vicenda libica. A seconda degli esiti di quella crisi il nostro interesse nazionale verrà salvaguardato oppure gravemente danneggiato. Allo stato degli atti, sembrano essere tre i possibili esiti della crisi libica. Nel primo scenario, Gheddafi viene sconfitto, abbandona il potere e gli subentra una nuova classe dirigente che, nonostante grandi difficoltà, si rivela capace di tenere insieme il Paese e di ristabilire normali relazioni con gli altri Stati. Nel secondo scenario, la guerra civile si protrae a lungo e la Libia sprofonda negli inferi, finisce nel girone riservato agli ‘Stati falliti’ , in compagnia di Paesi come la Somalia o l’Afghanistan. Nel terzo scenario, infine, Gheddafi riprende il controllo dell’intero territorio, Cirenaica compresa, al prezzo di un terribile bagno di sangue. Il primo scenario, ovviamente, è il migliore per la Libia ma anche per noi italiani. Si tratterà di stabilire relazioni con una nuova classe dirigente che, presumibilmente, avrà anch’essa interesse a un buon rapporto con l’Italia, che avrà bisogno dei legami economici con noi, tanto più nella fase della ricostruzione post dittatura. Avevamo, è vero, eccellenti rapporti con Gheddafi, il che ci renderà sospetti ai loro occhi, ma è comunque un fatto che, fra gli occidentali, non siamo stati i soli a coccolarlo. Il realismo imporrà ai nuovi dirigenti libici di non rinunciare a una cooperazione vantaggiosa per entrambi i Paesi. Gli altri due scenari, invece, ci danneggerebbero grandemente. Se la Libia diventasse uno Stato fallito, si trasformerebbe in una piattaforma adibita al trasferimento al di qua del Mediterraneo di fiumi di disperati, di caos, di criminalità e terrorismo, ossia dei frutti avvelenati che crescono sempre negli Stati falliti. E noi saremmo in prima linea, i primi a subirne le conseguenze. In uno scenario ‘somalo’ diventerebbe prima o poi inevitabile un intervento militare della comunità internazionale volto a frenare il caos. Nonostante le insidie e l’alto rischio di fallimento a cui un intervento militare andrebbe incontro. Ma anche il terzo scenario, quello che prevede un Gheddafi di nuovo vittorioso in Libia, sarebbe pessimo per noi. In politica internazionale l’ipocrisia è la regola. Fino a ieri tutti, non solo noi italiani, fingevano di non sapere che Gheddafi fosse un turpe dittatore che aveva sempre fatto strame di diritti umani. Lo fingevano i governi, i banchieri, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, persino la prestigiosa Lse (la London School of Economics and Political Science di Londra) destinataria di generosi finanziamenti libici, e tantissimi altri. Adesso però l’incanto si è rotto, adesso Gheddafi è un paria, un ricercato dell’Interpol, un possibile imputato del tribunale penale internazionale. D’ora in poi, - prosegue Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - fare affari con lui diventerà molto difficile. Se Gheddafi riconquisterà la Libia, per l’Italia saranno dolori, pagheremo un costo economico salatissimo. Per non parlare della difficoltà di ristabilire rapporti di cooperazione su materie sensibili come il controllo dell’emigrazione dall’Africa. La questione dei rapporti economici Italia Libia ha due facce. C’è, in primo luogo, il destino del centinaio di imprese che operavano fino a pochi giorni fa in Libia e il futuro ruolo dell’Eni. Adesso che anche noi abbiamo scaricato Gheddafi, un vendicativo dittatore di nuovo in sella potrebbe decidere di spazzarci via a vantaggio di meno scrupolosi concorrenti. La Cina, soprattutto, un Paese che non ha problemi a trattare con i peggiori dittatori, sarebbe certo lieta di subentrare alle nostre e alle altre imprese occidentali. E c’è poi la questione dei fondi sovrani, dei cospicui investimenti dello Stato libico in Italia (la presenza in Unicredit, Finmeccanica, Eni, il ruolo della Banca libica con sede a Roma, eccetera). Per ora, in omaggio alle direttive Onu, abbiamo congelato, come altri Paesi, i beni della famiglia Gheddafi e ci siamo dichiarati pronti, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini, a congelare anche i fondi sovrani se ciò verrà deciso dall’Onu o dall’Unione Europea. Ma è un tema delicatissimo. Da un lato, sarà impossibile per noi non ottemperare alle eventuali richieste in tal senso degli organismi internazionali. Dall’altro lato, sarà di particolare danno farlo dal momento che i libici sono uno dei principali investitori sulla nostra piazza e, per giunta, un congelamento dei loro capitali sarebbe un pessimo segnale per altri investitori. In ogni caso sarebbe per noi una perdita secca e pesante. Posto dunque che non solo ai libici ma anche a noi conviene che Gheddafi se ne vada, si può constatare quanto siano state improvvide le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 26 febbraio secondo cui Gheddafi va processato di fronte al Tribunale penale internazionale, l’apertura di un procedimento a suo carico da parte del Tribunale dell’Aja, l’allerta dell’Interpol per impedire che egli e il suo entourage possano espatriare. Non bisogna mai mettere un dittatore che non ha ancora abbandonato il potere con le spalle al muro. Serviva un salvacondotto, non un processo. Magari Gheddafi è davvero pronto, come ha detto, a morire con le armi in pugno. Ma un salvacondotto, come alternativa al bagno di sangue, doveva comunque essergli offerto. E dovrà essergli offerto. Conviene anche agli entusiasti della cosiddetta ‘giustizia internazionale’. Per dimostrare – conclude Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - che fra i suoi effetti perversi non ci sia anche quello di prolungare le sofferenze dei popoli”. (red)

3. Scegliete: Obama o Gheddafi

Roma - “Morire per Tripoli? Il dibattito politico italiano – scrive Mario Sechi su IL TEMPO - sta girando intorno a questa domanda senza avere il coraggio di porla in maniera chiara e definitiva. C’è una paura diffusa a dire quel che si pensa, a rompere il muro del politicamente corretto, a infrangere gli steccati di parte che sono stati eretti in un mondo che non è più lo stesso. Quando per primo Il Tempo ha rotto il tabù con un titolo netto e non tartufesco - ‘Liberiamo Tripoli’ - una valanga di telefonate mi è arrivata da amici, politici, intellettuali, lettori del mio giornale, uomini e donne che credono ancora nella libertà. E sanno che questa ha un prezzo. Tutti mi dicevano: ‘Grazie di averlo fatto, ora ci sentiamo più liberi di dire queste cose’. Ecco, con la stessa libertà e franchezza devo dire che condivido le cose dette ieri da Walter Veltroni sulle piazze vuote per i patrioti libici. L’ex segretario del Pd ha avuto il coraggio di mettere il popolo della sinistra di fronte alla sua ipocrisia e a una responsabilità: la libertà non è un bene esclusivo di qualcuno. Se crediamo che sia un valore universale, allora dobbiamo impegnarci a difenderla e a diffonderla per tutti. E invece le piazze del Belpaese – piene di antiamerikani, sempre – per i nostri vicini che affrontano i carri e i caccia di Gheddafi con una contraerea medievale e un coraggio da leoni, per questi combattenti veri i progressisti illuminati non trovano un minuto da perdere. Ma sì, diciamolo: la Libia non ci toccherà l’anima finché non staremo al freddo e pagheremo il pieno di benzina a peso d’oro. Noi, un popolo di migranti che usciva dalla guerra in macerie, liberato dagli americani, ci siamo dimenticati che cosa siamo e da dove veniamo. Con altrettanta franchezza devo dire che non condivido neanche un po’ le parole di Roberto Maroni, un politico che stimo ma da cui stavolta mi separa una visione del mondo che considero profondamente errata. Quando Maroni dice ‘gli americani si diano una calmata’, forse infiamma il suo popolo, ma non contribuisce a fare una seria analisi della situazione libica. Al Qaeda e i fondamentalisti in queste rivolte non hanno alcun ruolo, lo sanno tutti. Perfino i Fratelli Musulmani in Egitto sono stati presi in contropiede. Maroni non deve parlare di rischio fondamentalismo, ma dire chiaramente che cosa vuol fare l’Italia al di là della più che nobile e utile missione umanitaria. Vogliamo assistere alla carneficina in corso senza muovere un dito? Liberissimi di stare alla finestra mentre le milizie gheddafiane aprono il fuoco perfino contro le ambulanze, ma poi bisogna avere il coraggio di guardarsi allo specchio la mattina, trovare le parole per spiegare che in Libano, Kosovo, Iraq e Afghanistan siamo l’avamposto dell’Occidente mentre della Libia – letteralmente creata dagli italiani – non ci importa un fico secco e se resta Gheddafi in fondo siamo pure contenti. E davvero – si chiede Sechi su IL TEMPO - gli americani devono darsi una calmata? Io penso che abbiano tutto il diritto di intervenire, di farsi sentire e di regolare una volta per tutte i conti con il Colonnello. Fu Gheddafi a ordinare il 21 dicembre 1988 l’abbattimento del volo Pan Am 103 mentre sorvolava il cielo di Lockerbie, in Scozia. L’attentato costò la vita a 270 persone. La maggior parte delle vittime (189) erano cittadini americani. I nostri partitanti se vogliono possono leggere le relazioni sul disastro per scoprire che cosa accadde a quella povera gente. I corpi per effetto della decompressione si deformarono, alcuni furono sbalzati fuori e impattarono al suolo da un’altezza di 9mila metri in due minuti. Gli altri rimasero agganciati alle cinture di sicurezza, vivi, tra sofferenze indicibili. Fino al crash a terra alla velocità di 800 chilometri orari. L’impatto provocò un cratere di 47 metri. La Casa Bianca – conclude Sechi su IL TEMPO - ha una buona ragione per occuparsi della Libia. E noi dobbiamo stare dalla parte giusta”. (red)

4. Gheddafi all’attacco, ma i ribelli resistono

Roma - “Quando la tv di Stato – riporta Alberto Simoni su LA STAMPA - annuncia che i fedelissimi di Gheddafi hanno il controllo di Tobruk, non lontano dal confine con l’Egitto, gli insorti smentiscono. Ras Lanuf e Tobruk sono saldamente in mano ai ribelli, tutta la regione orientale, la Cirenaica, da quando ha scaricato il raiss è rimasta ‘libera’, dice un portavoce del Consiglio nazionale dei ribelli (Cnl) che aggiunge: ‘Tutto l’Est è libero, il mondo ci riconosca’. Difficile comunque sbrogliare la matassa, fra voci, smentite, sin grottesche operazioni di propaganda e controinformazione. Doppie versioni, verità dal duplice volto La guerra - o la guerriglia - si combatte a colpi di fucile, con le sventagliate delle mitragliatrici, con le colonne di tank che avanzano e la contraerea degli insorti che rivendica successi; ma si combatte, oggi come non mai in questi 20 giorni di ‘rivolta libica’, in un vortice di notizie contraddittorie. Con città che nel volgere di poche ore passano sotto il controllo ora dell’una ora dell’altra fazione. Le forze ribelli avanzano verso Ovest, puntando su Tripoli, il cuore del potere del Colonnello. Le truppe lealiste contravanzano verso Est con l’aviazione a proteggere le truppe di terra e a martellare dall’alto i rivoltosi. Duplice l’obiettivo della controffensiva: fermare i pick-up con le mitragliatrici che sono la punta dell’avanzata degli insorti e riconquistare terre e città perdute. A Ras Lanuf e a Ben Jawad, città costiere, 160 chilometri a Est di Sirte, si è combattuto aspramente, i medici dell’ospedale di Ras Lanuf hanno contato due morti e 22 feriti, fra cui 4 ribelli in condizioni gravissime. Qui un giornalista francese è stato ferito a una gamba. Non è grave. L’artiglieria del regime ha preso a cannonate Ras Lanuf, gli insorti giurano di aver abbattuto un elicottero e due aerei del regime. Poco più in là, a Ben Jawad, nel giro di poche ore si va da una città nelle mani dei ribelli a una riconquistata dall’esercito del raiss. E con gli insorti pronti a riorganizzarsi per lanciare una nuova offensiva su Ben Jawad. Poco più a Ovest invece Nawfaliyah, 80 chilometri da Sirte, è - assicura Bashir Abdul Gadir, comandante dei ribelli - ‘sotto il nostro controllo’. A Ras Lanuf – prosegue Simoni su LA STAMPA - due aerei del regime sarebbero stati abbattuti. A Zawiah, 50 chilometri a Ovest di Tripoli e fulcro della controffensiva del regime sabato, ieri è stato lanciato un nuovo attacco. I ribelli sono asserragliati nel cuore della città, intorno i check-point dell’esercito del Colonnello e l’artiglieria che sbuffa. Youssef Shagan, portavoce della resistenza, spiega che ‘siamo ancora in controllo della piazza. Ma due ragazzi sono morti in un’ora e mezza di furiosa battaglia’. Le truppe d'élite sotto il comando di Khamis, figlio di Gheddafi, ieri hanno sferrato un assalto contro Misurata, la terza città del Paese. Offensiva fallita a detta di un testimone che ha raccontato che i tank dopo aver sparato sulla città e sui civili hanno fatto ritorno nelle basi. Ma ci sono morti, ‘molti che non riusciamo nemmeno a contare, la situazione è degenerata’, dicono quelli di Amnesty International. Fonti mediche dicono che nella sola Misurata sono cadute 18 persone, gli insorti alzano il bilancio a 38, 22 miliziani filo-Gheddafi e 16 rivoluzionari. ‘Zawiah e Misurata sono sotto il nostro controllo. I rivoluzionari hanno catturato 20 soldati e preso un carro armato’, spiega poi il Cnl mentre l’Onu chiede di poter entrare a Misurata per i soccorsi. Chi ha provato ad entrare e a prendere contatto con i ribelli sono stati un commando dei sei Sas (Special Air Service) inglesi e due agenti dello spionaggio. Missione fallita. Ieri mattina infatti sono stati catturati dai ribelli del Cnl a Bengasi. ‘Non conoscevamo la natura della loro missione, ci siamo rifiutati di parlare con loro’ ha spiegato un portavoce. Poi è scattata la mediazione del governo di Londra, con il ministro degli Esteri William Hague che ha ammesso il flop ma ha chiarito di avere ‘intenzione, consultandoci con gli oppositori, di mandare un’altra squadra per rafforzare il dialogo a tempo debito’. Gli agenti e la squadra speciale – conclude Simoni su LA STAMPA - sono stati rispediti in Inghilterra in serata”. (red)

5. L’ultima minaccia: “Se cado Europa invasa da immigrati”

Roma - “Gheddafi continua a fare il suo gioco. Innanzitutto – scrive Vincenzo Nigro su LA REPUBBLICA - continua a blandire e minacciare il mondo. Ripete all’Europa che ‘senza di me sarete invasi dal migliaia di immigrati, che nessuno sarà in grado di fermare’. Poi ripete che se salta lui ‘arriveranno i terroristi, Bin Laden verrà a installarsi in Nord Africa, attaccheranno la Sesta flotta americana, ci saranno degli atti di pirateria qui, alle vostre porte’. La verità è che il Colonnello nel suo delirio geopolitico comunque è entrato in una fase in cui non ha più paura. Sono passati 20 giorni dall’inizio della rivolta libica, più o meno 15 da quando Bengasi è sotto il controllo dei ribelli, e una delle condizioni psicologiche e politiche perché un leader sotto attacco possa essere convinto a cedere è stata ampiamente superata. La giornata di ieri, in cui la propaganda gheddafiana ha mobilitato il popolo di Tripoli in una coreografia massiccia, è stata l’ulteriore punto di svolta in un percorso che sembra avere un solo esito: visto che non ha paura, Gheddafi potrebbe rimanere al suo posto. Alle 5,30, prima dell’alba, è esplosa improvvisa una sparatoria massiccia. Ci sono due versioni: una vede un attacco di ribelli o di una fazione gheddafiana dissidente, sulla strada dell’aeroporto militare di Maatiga, vicinissimo al centro della città. Poco alla volta però la sparatoria ha cambiato segno e suoni. All’inizio erano in azione chiaramente armi pesanti, ma ora dopo ora la forza degli spari si è ridotta mentre l’intensità e la provenienza è aumentata. Segno che armi leggere, Kalashnikov e pistole, erano stati dati in mano alle milizie e ai cittadini, e che l’ordine era stato di scendere in strada e ‘festeggiare’. E infatti già alle 10 del mattino cortei di auto di militanti, con giovani e vecchi venivano portati in processione davanti agli occhi dei giornalisti, oppure nella Piazza Verde, ingolfando il lungomare. Centinaia di auto per migliaia di persone. Se quella del mattino presto era stato effettivamente un tentativo di assalto o di penetrazione in città, le sparatorie di ‘gioia’ potrebbero essere state una copertura decisa in pochi minuti per nascondere lo scontro. Il che – prosegue Nigro su LA REPUBBLICA - dimostrerebbe che il Colonnello in poche ore sarebbe riuscito a mobilitare migliaia di persone, a dare ordine di armarsi (ieri anche i civili sparavano in aria) e farli convergere sulla Piazza Verde. L’altra ipotesi è che dalla mattinata di sabato, per rispondere alle proteste del venerdì soffocate nel sangue e nei lacrimogeni, Gheddafi avesse dato ordine di mobilitare Tripoli. Una super-processione armata, dura e combattiva, di fronte ai giornalisti, quindi rivolta al mondo, e di rimbalzo indirizzata rivolta al popolo di tutta la Libia. Lo slogan lanciato per portare la gente in piazza era ripreso da radio e televisioni dalle 7 del mattino: ‘Abbiamo raggiunto una tregua con le tribù, la guerra è finita, scendiamo in piazza’. Altri messaggi falsi per convincere i sostenitori alla massima mobilitazione erano ‘abbiamo riconquistato tutte le città in mano ai terroristi, Zawiya, Ras Lanus e anche Bengasi’. Una bugia pronunziata mentre le forze armate del colonnello in effetti continuavano una manovra a tenaglia innanzitutto sulle città ad Est di Tripoli, quelle verso la Tunisia, più pericolose per il regime se rimangono in mano ai ribelli. Ma nel frattempo, oltre a confermare al mondo che lui non si nasconde e che a Tripoli il popolo lo sostiene, Gheddafi ha continuato ad applicare la sua strategia militare che chiameremo ‘uccidi e nascondi’. Così come gli strateghi neo-con americani credevano di sloggiare Saddam Hussein con pochi minuti di bombardamenti ‘shock and awe’ (colpisci e terrorizza), Gheddafi passato il momento in cui pochi bombardamenti forse lo avrebbero indotto alla fuga, sta applicando il suo sistema. Uccide e nasconde i cadaveri degli oppositori a Tajura, il quartiere ribelle alla periferia Ovest in cui ogni notte la polizia segreta uccide o sequestra un membro di ciascuna famiglia per avere in mano ostaggi. ‘Uccide e nasconde’ i ribelli di Zawiya, la cittadina che da giorni è circondata dai suoi uomini e viene cotta a fuoco lento, per evitare che foto di morti o informazioni su stragi finiscano in giro nel mondo. Un altro esempio del ‘nascondere’ sono le interviste come quella del Colonnello che Gheddafi o quelle di suo figlio. Saif ieri sera ha rafforzato le parole del padre, dicendo che ‘se non ci aiuta contro Al Qaeda (i ribelli sono sempre terroristi, ndr), l’Italia e l’Eni usciranno dalla Libia’. Ancora un pezzo di propaganda mentre prosegue l’offensiva militare. E quando la 32esima Brigata guidata dal figlio Khamis – conclude Nigro su LA REPUBBLICA - avrà finito il lavoro sporco nell’Ovest, di sicuro una alla volta proverà ad attaccare le città della Cirenaica, fermandosi forse soltanto prima di Bengasi. Uccidi e nascondi”. (red)

6. “O me o Al Qaeda, l’Europa tornerà ai tempi di Barbarossa”

Roma - Intervista al leader libico Muammar Gheddafi sul settimanale Journal du Dimanche, tradotta dal CORRIERE DELLA SERA: “Qual è la situazione oggi? ‘Vede… Sono qui…’ . Cosa succede? ‘Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura’ . Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda? ‘I leader vengono dall’Iraq, dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri’ . Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli? ‘I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio’ . Pensa che tutto questo sia pianificato? ‘Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya’ . Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato? ‘No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci’ . Quali opzioni le si offrono? ‘Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente’ . Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra? (Risata). ‘Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv’ . Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia… ‘Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole’ . Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve ‘andarsene’ e lasciare il Paese… ‘Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?’ . La Cirenaica è una regione dove lei ha sempre avuto dei detrattori. Non c’è richiesta di una più grande autonomia, di federalismo? ‘E’ una regione poco popolata, che rappresenta il 25 per centodella popolazione. Nel piano attuale, le abbiamo accordato 22 miliardi di dollari di investimenti. E’ una regione della Libia un po’ viziata’ . Cosa si aspetta oggi? ‘Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi’ . Quali interventi? ‘So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione’ . I piloti sono vostri prigionieri? ‘Sì, ed è normale’ . A sentir lei, tutto va bene’ . ‘Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte’ . Lei agita lo spettro della minaccia islamica… ‘Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!’ . Lei sembra pensare che il tempo giochi in suo favore… ‘Sì, perché il popolo è frastornato per quel che accade. Ma voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente’ . Alle democrazie non piacciono i regimi che sparano sulla propria popolazione… ‘Non ho mai sparato sulla mia gente! E voi non credete che da anni il regime algerino combatte l’estremismo islamico facendo uso della forza! Non credete che gli israeliani bombardano Gaza e fanno vittime fra i civili a causa dei gruppi armati che si trovano lì? Non sapete che in Afghanistan o in Iraq l’esercito americano provoca regolarmente vittime fra i civili? Qui in Libia non abbiamo sparato su nessuno. Sfido la comunità internazionale a dimostrare il contrario’ . Gli americani minacciano di bloccare i suoi beni bancari… ‘Quali beni? Sfido chiunque a dimostrare che io possegga un solo dinaro! Questo blocco dei beni è un atto di pirateria, fra l’altro imposto sul denaro dello Stato libico. Vogliono rubare denaro allo Stato libico e mentono dicendo che si tratta di denaro della Guida! Anche in questo caso, che ci sia un’inchiesta, affinché sia dimostrato a chi appartengono quei soldi. Quanto a me, sono tranquillo. Posseggo solo questa tenda’”. (red)

7. Libia, spari e tripudio nella capitale

Roma - “E’ buio pesto alle cinque del mattino, - riporta Guido Ruotolo su LA STAMPA - che in Italia sono le quattro. Sveglia di soprassalto. Colpi di Kalashnikov, o almeno sembrano tali. In pochi secondi siamo tutti pronti a muoverci, nel caso fosse necessario. Insomma, pronti a evacuare. Del resto si dorme vestiti ormai da più di dieci giorni. Dagli angoli delle finestre si vedono i traccianti in aria. Fa paura Tripoli perché sembra giunta l’ora fatale, la resa dei conti e trovandoci qui, con questi protagonisti, la resa che si annuncia potrebbe essere senza esclusione di colpi. Era atteso questo momento ormai da più di due settimane, da quel 17 febbraio quando è iniziata la rivolta in Cirenaica. Sì, anche a Tripoli si era sparato le prime notti, tra il 20 e il 22 febbraio - ma mai come questa notte -, poi, è vero, c’erano state le proteste del venerdì, all’uscita dalle moschee dove i fedeli erano andati a pregare, represse duramente, con morti e feriti. E le retate nelle case degli oppositori, e Internet che da giovedì ci ha lasciati. Ma in sostanza Tripoli continuava ad essere saldamente in mano a Gheddafi e alle sue milizie. E la città con i suoi due milioni e mezzo di abitanti rappresenta quasi la metà della popolazione della Libia. Dunque, colpi di Kalashnikov, poi quelli sordi delle pistole e quelli inconfondibili delle mitragliatrici pesanti poste sui gipponi. Addirittura, nel silenzio della notte, c’è chi riusciva a ricostruire da dove venivano sparati i colpi disegnando così una mappa della città che combatteva. I primi colpi sono partiti da Tajura, il quartiere ribelle protagonista delle proteste di questi giorni. Siamo in periferia, i colpi si avvicinano. Il lungomare, il porto, il quartiere Dhara dove si trovano alcune ambasciate, compresa la nostra. Le sparatorie si sentono anche verso Piazza Verde, la piazza della Rivoluzione, e poi dietro la Medina, l’hotel Corinthia. Per un’ora – prosegue Ruotolo su LA STAMPA - si va avanti con le stesse sequenze: come fossero fraseggi di sparatorie seguiti poi da silenzi, pause. Pochi secondi e via di nuovo con i colpi. Certi proiettili sembra che ti sfiorino, si fa attenzione a non sporgere il corpo, a ripararsi dietro le finestre e le mura delle scale. C’è un guardiano di un edificio vicino che impugna il Kalashnikov e si diverte a colpire come se fosse un bersaglio posto a terra. Ogni tanto il fragore degli spari viene interrotto dal passare di sirene e lampeggianti. Si vedono cortei di auto della polizia, gipponi carichi di miliziani. Le prime luci dell’alba. Strane sensazioni che devono essere messe a fuoco. Indizi di un qualcosa che non quadra. Una cantilena viene diffusa da un megafono, da un altoparlante. E poco dopo anche la preghiera del muezzin, come se nulla fosse. E poi quelli che erano traccianti si trasformano in fuochi d’artificio. Sono ormai le sette e passa del mattino. Un paio d’ore e qualcosa in più di sparatorie. Dietro il maestoso Corinthia, l’hotel di lusso dei maltesi, di fronte alla Medina, più che traccianti si vedono quelli che sembrano fuochi d’artificio. Ma come, siamo all’alba di domenica, che qui è come se fosse il nostro lunedì, inizio di settimana lavorativa, e si spara all’impazzata e poi si fanno esplodere fuochi d’artificio? Quale festa ci siamo persi? C’è qualcosa che non quadra. Lentamente diventano nitidi i contorni di questa scena sfocata. La televisione di stato annuncia che il Leader, Muammar Gheddafi, ha trovato una intesa con le più importanti tribù, c’è una tregua, si stanno riconquistando le città ribelli della Cirenaica e non solo: Tobruk, Raf Lanouf, Misurata. Può cadere anche Bengasi da un momento all’altro. Tutte notizie smentite poco dopo dai portavoce dei ribelli, del Consiglio nazionale libico che ha sede a Bengasi. La sonnolenta Tripoli è sveglia oramai. Dal tetto si vedono scene di tripudio. Cortei di centinaia di auto, di jeep, di monovolumi, di camioncini carichi all’inverosimile sono imbottigliati sul lungomare, in direzione Piazza Verde. Clacson e colpi di mitra o pistola sono la colonna sonora di questa domenica mattina. Dopo tre ore di sparatorie, la città impazzita si riversa per le strade. È vero, sicuramente sono i fedelissimi del raiss, che non fanno mistero di adorare il Colonnello come se fosse un mito vivente, baciando la sua immagine. Però colpisce questa prova di forza. Gheddafi è in grado di mobilitare la piazza anche all’alba di una domenica mattina. Anche se con la menzogna, colpisce questa capacità del raiss di fare propaganda, di essere il protagonista per nulla messo all’angolo degli avvenimenti. Lascia gli ormeggi un rimorchiatore stracarico di persone. Festeggia anche lui la vittoria, con la sirena assordante va avanti e indietro, di fronte al lungomare. La televisione di stato diffonde le immagini di Piazza Verde piena di bandiere verdi. Che prova di forza, riuscitissima, questa del Leader. Che minaccia: ‘Se cado io migliaia e migliaia di stranieri vi invaderanno’. Altro che all’angolo. Il raiss – conclude Ruotolo su LA STAMPA - sfida l’Occidente. Chi lo ha dato per sconfitto deve ricredersi. Venderà cara la pelle, Gheddafi. E lo ha dimostrato in questi giorni”. (red)

8. Il Colonnello sfugge a un blitz all’alba

Roma - “Le raffiche, sempre più intense, ti buttano giù dal letto poco dopo le cinque del mattino. Prima – riporta Fausto Biloslavo su IL GIORNALE - sparano i kalashnikov e poi aumenta il calibro. I martellanti ta-ta-ta sono ripetuti ed in certi momenti continui, come se qualcuno aprisse il fuoco e altri rispondessero in una vera e propria battaglia a colpi di mitragliatrici pesanti. Fuori è ancora buio ed i giornalisti cominciano a pensare che stia accadendo qualcosa digrosso, un colpo Bimano contro il regime di Gheddafi. Soprattutto quando le raffiche si avvicinano alla zona centrale della capitale. La sparatoria va avanti per un’ora e mezza, con l’intensità di una battaglia. Subito dopo il regime annuncia che si tratta di festeggiamenti per le controffensive governative lanciate su tutti i fronti ed invita la popolazione a scendere in piazza attraverso la tv pubblica. Strano che si festeggi con mitragliatrici pesanti, prima dell’alba, quando tutti dormono ed in giro ci sono solo posti di blocco. Fonti occidentali a Tripoli confermano che ‘si è trattato di un prolungato conflitto a fuoco’. Probabilmente il blitz di un commando arrivato da est, dalla zona di Tajoura, nido dei ribelli alle porte di Tripoli e ha cominciato a sparare subito dopo l’aeroporto militare sul lungomare. Poi le intense raffiche si sono spostate verso la piazza Verde, il centro della capitale e dal nostro albergo si sentivano avvicinare verso la cittadella fortificata di Bab alAzizia, dove vive Gheddafi. Sul muro di cinta esterno, però, non si nota alcun segno di battaglia. Un’altra ipotesi è quella della cattura di uno dei capi clandestini della rivolta a Tripoli, che ha resistito ingaggiando un conflitto a fuoco nel tentativo di scappare. Nella guerra della disinformazione che si combatte in Libia non si capirà mai cosa è accaduto, ma alle sette del mattino, dopo un’ora e mezza di raffiche i sostenitori di Gheddafi scendono in piazza festanti. Per la prima volta, anche i civili, sono armati e sparano in aria davanti alle telecamere. ‘Non è solo un segno di giubilo, ma un avvertimento. Non provateci ad infiltrarvi a Tripoli per un colpo di mano. Siamo pronti a combattere e scatenare la guerra civile’ spiega una fonte de Il Giornale nella capitale. In piazza i fan del colonnello sembrano autoconvincersi che la vittoria è vicina. ‘Tre città ribelli sono cadute e le truppe governative marciano su Bengasi (il quartier generale della rivolta da)’ ripetono all’unisono. La realtà sul terreno – prosegue Biloslavo su IL GIORNALE - sembra ben diversa. I fedelissimi di Gheddafi sono all’attacco, ma non riescono a sfondare. I berretti rossi di Khamis, il figlio del colonnello che comanda la 32ma brigata, hanno preso d’assalto per due giorni consecutivi Al Zawia, la sacca ribelle 40 chilometri ad ovest di Tripoli. Ieri sera i rivoltosi in città confermavano a Il Giornale di essere circondati, ma di non aver perso il controllo della ribattezzata piazza dei Martiri. Dalla base aerea di Misurata altre unità dei berretti rossi, con l’appoggio dei carri armati hanno attaccato la terza città del paese ad est della capitale. Uno dei capi della sollevazione, Salan Siwi, dichiara a Il Giornale: ‘Stiamo combattendo e non riescono a piegarci’. L’unico vero successo della giornata è la riconquista da parte governativa di Bin Jawed, una delle ultime difese prima di Sirte, la città natale di Gheddafi. Oltre all’offensiva militare gli emissari del colonnello stanno mediando con le tribù, almeno una tregua. Sul piatto mettono una valanga di soldi ed un nuovo governo di unità nazionale. Gheddafi cerca la rivincita e allo stesso tempo lancia minacce trasversali agli occidentali. L’Europa verrà ‘invasa da migliaia’ di immigrati, che ‘nessuno sarà in grado di fermare’ ha dichiarato in un’intervista al settimanale francese Le Journal de Dimanche. Non a caso sono stati avvistati, nelle ultime ore, otto barconi zeppi di clandestini diretti a Lampedusa, cinquanta miglia a sud dell’isola. Almeno 200 immigrati si sarebbero imbarcati a Zarzis, in Tunisia. Altri 81 sono arrivati oggi. Gheddafi – conclude Biloslavo su IL GIORNALE - auspica ‘che una commissione d’inchiesta dell’Onu o dell’Unione Africana venga in Libia’ per indagare sui presunti massacri. Poi il colonnello annuncia: se vincessero i ribelli, ‘Bin Laden verrà ad installarsi in Africa del Nord. Alle vostre porte avrete una guerra santa nel Mediterraneo’”. (red)

9. Il caro petrolio allarma gli Usa: “Pronti a usare riserve”

Roma - “La Libia – riporta Federico Rampini su LA REPUBBLICA - può far ‘deragliare’ la ripresa economica americana, con il petrolio che è balzato da 90 a 105 dollari il barile in un solo mese? Barack Obama non vuole correre questo rischio e sta valutando l’opportunità di attingere alle riserve strategiche di petrolio, come ‘cuscinetto’ per attutire lo choc dei prezzi energetici. Nelle riserve strategiche ci sono 727 milioni di barili, acquistati dal governo e custoditi per far fronte alle emergenze. Lo ha annunciato il capo dello staff della Casa Bianca, William Daley, sottolineando il carattere eccezionale di un simile provvedimento: ‘E’ una misura che in passato è stata presa molto raramente. Ci stiamo pensando’. Fino a venerdì scorso il governo era parso riluttante nei confronti di un gesto che può avere ripercussioni negative: segnalando ai mercati quanto sia seria l’emergenza, si può innescare un’ulteriore speculazione al rialzo su petrolio e gas. Il segretario all’Energia, Stephen Chu, venerdì aveva detto: ‘Non vogliamo essere troppo reattivi. Non è auspicabile che quando i prezzi vanno su ci sia il panico, e quando vanno giù si dimentica tutto’. L’Amministrazione Obama era anche rassicurata dall’intervento dell’Arabia saudita, che svolgendo il suo ruolo di ‘banca centrale del petrolio’ ha aumentato la produzione per compensare l’ammanco di approvvigionamenti dalla Libia. Ma cinque senatori democratici hanno lanciato un appello alla Casa Bianca perché usi le riserve strategiche, sottolineando che l’aumento dei prezzi dell’energia colpisce duramente i consumatori: oltre alla benzina (salita a 3,50 dollari il gallone) sono coinvolti anche i carburanti per il riscaldamento domestico, mentre molte aree degli Stati Uniti sono ancora sotto un clima invernale. La storia della Strategic Petroleum Reserve – prosegue Rampini su LA REPUBBLICA - è strettamente legata alle convulsioni politiche nel mondo arabo. Fu creata come reazione all’embargo petrolifero decretato dall’Opec nel 1973-74, uno strumento di pressione sull’Occidente dopo la guerra israelo-araba dello Yom Kippur. Fu usata per un altro scossone geopolitico, la guerra del Golfo nel 1991 (dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein). Più di recente gli Stati Uniti vi hanno attinto per periodi brevi, in occasione di uragani che hanno interrotto gli approvvigionamenti nel Golfo del Messico. Vendere sul mercato una parte delle riserve sarebbe anche un buon affare, che contribuirebbe a ridurre un po’ il deficit pubblico”. (red)

10. Ondata di profughi, dieci barconi a Lampedusa

Roma - “Prima sei, poi otto. Alla fine – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - il conteggio si è fermato a dieci. E’ il numero dei barconi approdati o ancora in navigazione verso Lampedusa che nel tardo pomeriggio erano stati avvistati da un Atr 42 della Guardia di finanza in perlustrazione nel Canale di Sicilia. Un’improvvisa impennata nel flusso di immigrati dopo giorni di relativa calma. A Lampedusa ci si prepara all’impatto anche se non ci sono notizie certe sul numero complessivo dei migranti in arrivo. ‘Sappiamo soltanto che sono appena sbarcati i primi 155, tra cui una donna’ , spiegano dalla Capitaneria di Porto. Erano tutti a bordo di un solo barcone: intercettati ad una quindicina di miglia dall’isola sono stati trasbordati su una motovedetta della Finanza che è arrivata al molo intorno alle 23. Ora si attende il resto. ‘Secondo stime fatte dalla stessa Guardia di finanza— spiega il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis — complessivamente dovrebbero arrivare circa mille persone’ . Una situazione che era ampiamente attesa ma che crea comunque allarme e una comprensibile concitazione. In serata il sindaco si è messo in contatto telefonico col ministro dell’Interno Roberto Maroni al quale ha chiesto di potenziare da subito il ponte aereo. ‘Il ministro spiega il sindaco — mi ha assicurato che già domani (oggi ndr) gli aerei riprenderanno a fare la spola con la Sicilia e il Sud Italia per trasferire gli immigrati. Io non ho motivo di dubitare che questo avvenga. Lampedusa potrà reggere l’impatto di questi barconi e di altri che sicuramente arriveranno solo se non si fermerà per un solo minuto il ponte aereo’ . Prima che scattasse il nuovo allarme sull’isola c’erano stati piccoli sbarchi rispettivamente di 80 e 15 persone che sono andati ad aggiungersi ai circa 400 profughi già ospiti del centro di accoglienza. Ora tutto dipende dal numero esatto dei nuovi arrivi. ‘Noi siamo pronti — spiega Cono Galipò, responsabile della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza — fino a 700-800 persone non ci sarebbero grossi problemi. Se invece il numero dovesse essere più alto andremmo incontro a qualche criticità. Comunque siamo qui per fronteggiare qualunque situazione’ . Per certi versi, qualche settimana fa, la prima ondata di arrivi fu molto più traumatica. Nel giro di soli due giorni arrivarono tremila immigrati e, tra l’altro, con il centro di accoglienza ancora chiuso. Tanto che molti rimasero a dormire sul molo o in alloggi di fortuna messi a disposizione dalla parrocchia e dal comune. Anche per quanto riguarda il numero di volontari, operatori umanitari e uomini delle forze dell’ordine in questo momento l’isola è più preparata di quanto non lo fosse allora. La vera incognita è capire se i migranti in arrivo sono l’inizio di quell’ondata di proporzioni bibliche della quale si è più volte parlato o soltanto una fiammata temporanea. Il resto dei barconi attesi a Lampedusa a tarda sera erano segnalati ancora a 30-40 miglia e due pattugliatori della Finanza sono usciti in mare per intercettarli in modo da poter eventualmente prestare soccorso oppure scortarli fino al molo. Stando alle prime notizie della capitaneria – conclude il CORRIERE DELLA SERA - pare che i barconi abbiano preso il mare dal porto di Zarzis in Tunisia dove gli scafisti si sarebbero organizzati approfittando di un allentamento nei controlli. E sicuramente sono tunisini quegli già sbarcati sull’isola”. (red)

11. Veltroni striglia il Pd: “In piazza per i libici”

Roma - “‘Ma perché nessuno scende in piazza per i patrioti libici? Se non ora, quando?’. La riflessione di Walter Veltroni su Facebook, - scrive Antonella Rampino su LA STAMPA - poi approfondita in un’intervista al Tg3 nel quale l’obiettivo è il governo non abbastanza pronto nel condannare Gheddafi, non abbastanza lesto nell’attuare le sanzioni della Ue e sospettato di ‘aspettare per vedere chi vince, perché poi si tratterà di riallacciare le relazioni con la Libia’, centra al cuore un obiettivo collaterale: il Pd. L’ex segretario striglia il suo partito, che peraltro a differenza di Udc e Idv al Trattato italo-libico diede il voto in Parlamento, nel momento in cui sente affievolirsi quella tensione ideale che tanto bene incarna il presidente degli Stati Uniti Obama: se si perdono di vista i diritti umani, niente di buono è possibile, ‘in questi tempi mannari in cui viviamo’, sempre per usare le parole dello stesso Veltroni. Il tutto proprio nel giorno in cui il Pd di Bersani ‘scopre’ che il presidente del Consiglio ha investimenti diretti in Libia: ‘Berlusconi recida i legami con i fondi libici’. Si tratta della quota del 10 per cento che, attraverso una società con sede a Malta, il fondo sovrano libico Lia detiene in Quinta Communications, la società di cinema e televisione in cui Berlusconi attraverso Fininvest è socio di Tarak Ben Ammar. Berlusconi tace, ma il finanziere franco-tunisino consegna alle agenzie di stampa un (già noto) elenco di partecipate in Italia dal fondo libico, ‘Eni, Finmeccanica, Unicredit, Juventus, Retelit e Olcese’, oltre alla lunghissima lista di partecipate libiche nel mondo, dalla Chevron alla Nestlé. Dimenticando che, mentre Inghilterra, Germania e Spagna hanno immediatamente seguito gli Stati Uniti nel congelare tutti i fondi libici, anche se ‘indirettamente riconducibili’ alla lista di 26 persone del clan Gheddafi, secondo la lista varata dal Consiglio di Sicurezza Onu e perfettamente recepita dal regolamento emesso da Bruxelles giovedì scorso, l’Italia tarda. La Farnesina – prosegue Rampino su LA STAMPA - ha chiesto a Bruxelles ‘ulteriori ragguagli’, come dire che il governo vuole siano scritti nero su bianco i nomi dei fondi libici, sovrani e non. Ritenendo invece già intoccabile l’investimento in Unicredit (la quota è del 7,5 per cento), esercitato attraverso la Banca centrale libica: anche il regolamento della Ue, come la risoluzione 1970 dell’Onu specificano infatti che non devono essere intaccati dalle sanzioni beni riconducibili al popolo libico, per non danneggiarlo. Per giunta, sabato scorso da Istanbul Frattini e Tremonti sembravano aver sviluppato idee diverse in materia: il ministro degli Esteri assicurava che l’Italia applicherà le sanzioni ‘così come richiesto dall’Europa’. Il superministro dell’Economia confessava un dubbio: e se poi Tripoli decide di vendere, e butta sul mercato le quote azionarie nelle nostre società? L’attendismo italiano però non è solo tecnico, è anche politico. È vero, come dice Veltroni, che poi con la Libia bisognerà riallacciare i rapporti. La diplomazia italiana, su questo fronte, è già al lavoro: abbiamo i contatti - ha assicurato Frattini al Copasir - anche con i capitribù ostili a Gheddafi, oltre che con i ‘ribelli’ che si sono costituiti in forma di ‘consiglio nazionale’. Ieri – conclude Rampino su LA STAMPA - ci hanno assicurato che non intendono separarsi da Tripoli”. (red)

12. Berlusconi, doppia sfida su giustizia e riassetto governo

Roma - “Nella settimana che dovrebbe partorire la ‘riforma epocale’ della giustizia, - scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - Silvio Berlusconi cerca di mantenere i nervi saldi. La sua strategia, maturata negli ultimi giorni, è chiara: mandare un segnale forte ai magistrati attraverso una riforma costituzionale che, se va bene, vedrà la luce a fine legislatura, ma che avrà certamente l’effetto di tenere i riflettori puntati sulle prevedibili proteste di quella ‘casta’ — come la considera il premier — che non fa altro che ‘perseguitarlo’ e che si dimostra tetragona ad ogni cambiamento. Dall’altra parte, la sua annunciata presenza nelle aule di giustizia dei numerosi processi a suo carico (il lunedì sarà dedicato alle varie udienze), dovrebbe dare altrettanta forza mediatica all’operazione delegittimazione di un pool di magistrati che rappresentano per il Cavaliere il vero, pericolosissimo nemico da sconfiggere. Perché anche ieri, ad Arcore, a guastargli l’umore non sono state tanto o non solo le grane legate al rimpasto, alle amministrative, alle nuove dichiarazioni di Gianfranco Fini, che pure ha fatto sapere che non si può vivere di solo antiberlusconismo: ‘Lo fa perché è all’angolo, i sondaggi lo danno per sconfitto e tenta di sopravvivere alle amministrative. Ma io non mi fido, nemmeno voglio starlo a sentire, figuriamoci se posso pensare di riavvicinarmi a lui’ , il suo commento gelido sull’ex alleato. No, a rovinargli la giornata sono state le notizie di foto scattate a Villa San Martino che riprendono alcune delle ragazze sue ospiti in tenute e atteggiamenti pericolosamente sexy e che, scrive La Stampa, sono state allegate agli atti dell’inchiesta. Potrebbero essere pubblicati questi scatti? C’è la possibilità che qualche giornale dia spazio a immagini certamente imbarazzanti, che farebbero il giro del mondo? Questo il rovello, queste le domande ai suoi interlocutori, che non hanno potuto rassicurarlo più di tanto: chi può escludere che qualche sito Internet le pubblichi, che qualcosa prima o poi venga alla luce? Non solo: anche la notizia che nella causa civile sul risarcimento a Carlo De Benedetti per il caso Mondadori sono stati nominati ‘tre giudici che fanno parte di Magistratura Democratica’ non ha reso per niente allegro il premier, che teme di vedersi ingiustamente condannato a pagare fior di milioni che metterebbero in difficoltà le sue aziende. Per questo, - prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - anche nel suo entourage hanno tutti chiaro che è ‘sulla giustizia, attorno alla giustizia e dalla giustizia’ che ci si possono attendere guai ed eventuali sconquassi per il governo nei prossimi mesi, visto che ‘per quest’anno ormai le elezioni non ci saranno’ . Perché l’impatto dei processi per i quali si attende una sentenza a breve (Mills) o quello che — se il conflitto di attribuzioni non lo sospenderà— lo vedrà protagonista assoluto in uno scenario particolarmente difficile e cioè il giudizio per concussione e prostituzione minorile del Rubygate, è considerato potenzialmente rovinoso. In questo quadro, più di un grattacapo al premier lo provoca il rimpasto annunciato da settimane ma non ancora in dirittura d’arrivo. I Responsabili battono cassa ormai a voce alta, e pretendono posti di governo in tempi brevissimi. Ma a parte il prevedibile valzer di ministri (Saverio Romano dovrebbe approdare all’Agricoltura, per Cultura e Politiche comunitarie se la vedranno Paolo Bonaiuti e Giancarlo Galan, possibile anche uno spacchettamento delle Attività produttive per far rientrare Scajola), sui sottosegretariati è ancora buio fitto. Se poi si tiene conto dell’esigenza di tenere ancora qualche posto disponibile per eventuali nuovi ingressi in maggioranza — e il giorno della verità potrebbe essere quello in cui l’Aula dovrebbe votare sulla richiesta di conflitto di attribuzioni— si capisce come per Berlusconi la cautela sia d’obbligo. La partita del rimpasto, peraltro, si incrocia a quelle delle nomine negli enti e società partecipate (previste per i primi di aprile) nonché al puzzle delle amministrative. Terreno sul quale molti ostacoli – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - restano ancora da superare, sia nella scelta di candidati forti per città simbolo di una vittoria o una sconfitta nella tornata elettorale (come Napoli) sia nelle intese difficili da siglare con una Lega tentata dalla corsa solitaria”. (red)

13. La riforma spot elettorale di Silvio

Roma - “Giovedì al Consiglio dei ministri – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - approderà la ‘riforma epocale della giustizia’, come l’ha definita Berlusconi. Una riforma costituzionale con un lungo percorso parlamentare che potrebbe arrivare alle Camere come ‘un cavallo di razza’ e uscirne ‘un ippopotamo’ (sempre per rimanere alle definizioni del premier). In questo lasso di tempo andranno avanti i processi a carico del Cavaliere, il quale ha cambiato strategia difensiva, promettendo di essere presente alle udienze tutti i lunedì. Vuole guardare in faccia i suoi giudici e i testimoni (ragazze ed escort soprattutto) che verranno chiamati dai pm per inchiodarlo. Lui è arciconvinto di poter ribaltare il tavolo dell’accusa, ma se questo non sarà possibile potrà gridare al complotto ai suoi danni e ai danni del popolo sovrano. Potrà prendersela con le solite ‘toghe rosse’, ben sapendo che la sua base elettorale è ormai vaccinata al credo della persecuzione giudiziaria. E poi se lo condannano per il caso Ruby o per una delle altre inchieste milanesi, Berlusconi ha pronto il pistolotto: ‘Certo, cosa potevo aspettarmi? Mi condannano perchè sto facendo la grande riforma della giustizia e vogliono farmela pagare’. Rimangono comunque alcune incognite. Che testo uscirà dal Parlamento dopo le forche caudine delle due letture previste dalla Costituzione? Filerà tutto liscio con il capo dello Stato? Le opposizioni riusciranno a far passare il messaggio che le riforme costituzionali fanno schifo e sono un alibi per far passare le leggi ad personam? E dentro la maggioranza non volerà una mosca? Per il momento sembra di no, o quasi. Un problema c’è sull’immunità parlamentare. Bossi va avanti come un treno, tanto quello che gli interessa è il federalismo e la trattativa sulle nomine pubbliche). Gli ex An – prosegue La Mattina su LA STAMPA - non sono terrorizzati dagli attacchi che vengono loro dal Fli che li accusano di avere svenduto i vecchi comuni valori del Msi e di An: legge e ordine. ‘Quello che verrà portato al Cdm - spiega il capogruppo Gasparri - è scritto nel programma sottoscritto anche da coloro che ora lo contestano’. Fini tanto per non fare nomi. ‘Sono cose dette e ridette da molti anni. Poi - precisa Gasparri - si discuterà il dettaglio, ci saranno mille confronti, come è normale durante l’iter parlamentare in due letture. Ora Fini si scandalizza ma ha cambiato idea strumentalmente’. Quanto a Briguglio e Granata, che evocano il Vietnam contro le riforme della giustizia e Gelli come ispiratore, Gasparri è tranchant: ‘Parliamo di persone serie e di quelle irrilevanti. E se ne fanno una questione di legge e ordine, ricordo tutte le posizioni di Fini che non sono lontane mille miglia dalla destra. Semmai il mio elettorato di riferimento è indignato per la politicizzazione della magistratura: noi ex Msi siamo stati le cavie della magistratura di sinistra negli anni ‘70. Ricordo che volevano sciogliere il Msi’. Tuttavia c’è un punto su cui sia gli ex An sia la Lega non sono d’accordo con gli amici provenienti da Fi: il ritorno all’immunità parlamentare. Il ministro Giorgia Meloni sostiene che ‘in un Parlamento di “nominati”, non possiamo calare l’immunità. E’ un tema sul quale è legittimo discutere, ma il ripristino dell’immunità non può prescindere dalla modifica della legge elettorale’. Quanto alla riforma della giustizia, ‘vedremo le carte, la questione è complessa. Un tema come la separazione delle carriere mi sento di sostenerlo. Altre questioni sono da vedere più a fondo, come la discrezionalità dell’azione penale’. Insomma, - conclude La Mattina su LA STAMPA - i soli titoli non bastano. Comunque l’immunità mai. Spiega il vice capogruppo vicario Pdl alla Camera Massimo Corsaro che l’elettorato ex An e quello della Lega hanno la sensazione di essere di fronte ‘a un attacco violento contro Berlusconi. Il fatto che si facciano certi interventi legislativi per bloccare questo attacco è vissuto come giusto. E’ invece contestata l’immunità. Questo sarebbe difficile farlo passare’”. (red)

14. Magistrati pronti alla rivolta: “Sciopero immediato”

Roma - “Assicurano che lo ufficializzeranno a tempo debito, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - ma già se lo dicono tra loro. Anche al vertice dell’Anm: ‘Se questi vanno avanti, altro che sciopero faremo’. E la magica parola, sciopero, corre nelle mailing list delle toghe per un intero pomeriggio, rimpalla nelle telefonate, assieme all’ormai famoso, forse abusato, ma pur sempre valido slogan ‘se non ora, quando?’. Per dirla con il pm di Milano Armando Spataro: ‘Se vengono annunciate riforme epocali, occorrono risposte altrettanto epocali...’ Le prime fondate indiscrezioni sulla riforma costituzionale della giustizia compaiono su Repubblica. Trapela la minaccia di una norma transitoria che farebbe entrare in vigore subito parti definite ‘devastanti’ dai giudici, come il ridimensionamento del Csm, l’autonomia della polizia giudiziaria, il nuovo potere della difesa nei processi. L’esistenza di tal norma non viene ufficialmente smentita per tutta la domenica. Si scatena l’allarme, parte il tam tam della voglia di reagire, di non essere schiacciati da una riforma che subito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ribattezza ‘la controriforma’. Quella che, negli scambi di messaggi sul web, fa dire a un’autorevole toga di Magistratura democratica: ‘L’Anm dovrebbe deliberare immediatamente uno sciopero’. L’accelerazione sul ddl costituzionale produce uno shock. Cui non può che seguire la necessità di un’immediata e forte reazione. Spataro parla a RaiNews24, ribadisce che ‘nessuna delle riforme annunciate serve per far funzionare la giustizia e per rispondere agli interessi dei cittadini’. Poi, a sera, invia in rete il suo messaggio. Cita Gustavo Zagrebelsky: ‘Ciò che viene presentato come il "nuovo costituzionale" difficilmente potrebbe fregiarsi del titolo di disegno costituzionale organico. Siamo a un bivio: o questa china, o la difesa e la rivitalizzazione della Costituzione che abbiamo. Ognuno...faccia la sua scelta’. Spataro, già protagonista di una lettera appello a Napolitano, chiede all’Anm ‘una risposta in tempi rapidi che non consista nell’ennesimo, per quanto ottimo e condivisibile, comunicato stampa’. Aggiunge che questa ‘non è una messa in mora’, ma la richiesta di ‘una mossa epocale a una riforma epocale’. Non c’è ancora un testo ufficiale, è vero, - prosegue Milella su LA REPUBBLICA - ma le anticipazioni disegnano un ddl che riscriverà tutto il capitolo della Costituzione sulla magistratura. Scrive il magistrato di Trani Francesco Messina: ‘Se dovesse passare la devastazione della giustizia che si legge sui giornali, non saranno pochi coloro che penseranno seriamente di cambiare lavoro. Ritengo che nessuno di noi abbia studiato e agito, mirando al modello di magistrato che si vorrebbe imporre’. Chi vuole cambiare le regole ‘avrà il problema di trovare altre persone disponibili’. E l’annuncio di una possibile fuga, l’ammissione che se il cambiamento delle regole sarà proprio quello, molti magistrati potrebbero anche decidere di lasciare la toga e cambiare mestiere. Non è più tempo di ‘cincischiare’, né di ‘sfogliare margheritine’. È tempo di reagire. Il magistrato di Bologna Marco Imperato ricorda il suo appello con 137 adesioni in cui chiedeva all’Anm di sbarcare su Facebook proprio per contrastare i quotidiani attacchi di Berlusconi e aprirsi alla gente. Ma riconosce anche che la minaccia della riforma non è, né potrebbe, essere immediata. Ben che vada, se essa dovesse effettivamente andare avanti, se il governo arriverà fino al termine della legislatura, se ne parla tra due anni. Questo spinge alcuni, anche nell’Anm, ad avere un tono più meditativo. ‘Facciamo uno sciopero. Bene. E poi? Ne rifacciamo uno a ogni passaggio parlamentare? I nostri passi devono essere più attenti e tenere conto che Berlusconi, mentre tenta in tutti i modi di liberarsi dei suoi processi, ora gioca a fare lo statista. Gliel’avrà consigliata Ferrara ‘sta storia delle riforme epocali’. Attendere? Interrogarsi? Prevale l’input a lanciare subito un segnale forte – conclude Milella su LA REPUBBLICA - per dire ‘fermatevi, lasciate la Costituzione com’è, non fate prevalere la voglia di dare una lezione ai giudici’”. (red)

15. Gelmini: la scuola reggerà nonostante i tagli

Roma - “Nessun problema per la prossima ondata di tagli alla scuola: 19.700 cattedre in meno per la stagione 2011-2012 (nel triennio 2009-2011, alla fine, saranno 87.400) e una flotta di professori di medie e superiori pensionati e non sostituiti. Nessun problema per il taglio delle ore di lezione per gli studenti, lo stallo dei docenti precari non assunti, come raccontato ieri da Repubblica. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, - scrive Corrado Zunino su LA REPUBBLICA - appena presentato il libro di favole dedicato alla figlia attingendo alle storie popolari recuperate dalle pro loco d’Italia, da Ca’ Foscari, Venezia, assicura: ‘La scuola è in grado di reggere. Abbiamo previsto un ridimensionamento della pianta organica legato al fabbisogno effettivo di cattedre’, spiega ricordando il piano di riordino previsto nella finanziaria del 2008, il taglio Tremonti organizzato per abbassare la quota stipendi nel budget a disposizione della scuola: oggi il personale costa il 94 per cento del bilancio del ministero. ‘Nel tempo abbiamo avuto un proliferare di cattedre non proporzionato al numero degli studenti’, dice ancora la Gelmini. ‘Non licenziamo nessuno perché nella pubblica amministrazione non si può e non si deve licenziare nessuno. Si tratta di contenere l’aumento del numero delle cattedre accumulato di anno in anno senza una ragione precisa: oggi questi esuberi non ce li possiamo permettere’. I precari? ‘Abbiamo siglato accordi con molte Regioni per favorire comunque l’impiego all’interno della scuola del personale precario. Il governo ha deciso, poi, di bloccare l’insorgere di nuovo precariato controllando il numero degli ingressi e facendo in modo che questo combaci con il numero effettivo di professori necessari. Ci siamo tenuti larghi, gli ingressi saranno il 30 per cento in più dei professori necessari’. Chiude la Gelmini: ‘La scuola non ha la capacità di fare occupazione all’infinito, diversamente ne va di mezzo la qualità. La scuola serve innanzitutto agli studenti, a formare la classe dirigente di domani e quindi sono indispensabili gli investimenti nella qualità, non solo nel numero degli insegnanti. E alla scuola, poi, abbiamo chiesto lo stesso sacrificio che abbiamo imposto all’università, alla pubblica amministrazione, a tutti i comparti dello Stato. Si deve ridurre la spesa ordinaria e favorire gli investimenti in qualità’. Il Pd attacca, - prosegue Zunino su LA REPUBBLICA - attraverso Francesca Puglisi: ‘Certo che la scuola è in grado di reggere anche quest’ultimo taglio, come l’asino a cui il contadino smise di dare da mangiare. I primi giorni reggeva benissimo, sembrava anzi più tonico, poi morì. L’obiettivo del governo, ormai è chiaro, è uccidere la scuola pubblica’. Maurizio Zipponi, responsabile lavoro e welfare dell’Italia dei valori: ‘In un triennio sono stati tagliati 132mila posti di lavoro e quasi 25mila precari, in due anni, hanno perso l’incarico annuale. Se a questo si aggiunge la riduzione degli stipendi agli insegnanti ci si rende conto di una volontà scientifica di demolire la scuola pubblica mentre, contemporaneamente, vengono finanziate le parificate’. Crescono, intanto, le adesioni alla manifestazione di sabato prossimo a Roma che al titolo originario, la difesa della Costituzione, dopo le frasi del premier sugli ‘insegnanti che inculcano’ ha visto affiancarsi la ‘difesa della scuola pubblica’. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha già annunciato la presenza del partito e così l’Italia dei valori, Sinistra e libertà, i verdi e la sinistra oggi fuori dal Parlamento. Ci saranno la Cgil, - conclude Zunino su LA REPUBBLICA - alcuni sindacati di base e diverse associazioni. Divisi gli studenti universitari”. (red)

16. Dell’Utri: il Pdl va ristrutturato subito 

Roma - Intervista di Fabrizio Roncone a Marcello Dell’Utri sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Mio caro amico, io apprezzo molto la sua diplomazia dialettica, ma o si decide a farmi una domanda diretta, a dirmi perché mi ha chiamato, o sarò io che...’ . Ha ragione, senatore Marcello Dell’Utri. La domanda è questa: crede di poter dare qualche consiglio a Silvio Berlusconi, alla vigilia di settimane che per lui s’annunciano piuttosto delicate? ‘E lei davvero pensa che Silvio abbia bisogno di qualche mio consiglio?’ . Tutti abbiamo bisogno di consigli. Per esempio: lei cosa gli consiglierebbe di fare con il Pdl? ‘Ah, beh!... gli consiglio di muoversi, di mettere mano con urgenza alla struttura del partito’ . Con urgenza? ‘Già. Stiamo perdendo tempo, purtroppo. Una certa ristutturazione avrebbe dovuto farla parecchi mesi fa e...’ . Ristrutturazione. Può essere più preciso, senatore? ‘Vede: c’è gente che sta lì ormai da quindici anni, altri hanno due, tre, a volte addirittura quattro incarichi... sono diventati dei collezionisti di incarichi... Ci sono presidenti di Provincia e di Regione che non mollano la poltrona, che stanno seduti non ricordo più nemmeno da quando. E tutto questo, per un partito, è deleterio’ . Gira voce che Claudio Scajola, dopo la vicenda giudiziaria legata alla sua casa con vista sul Colosseo, possa tornare nel partito con un ruolo di rilievo. ‘No no, non esiste...’ . Lei dice che non... ‘Intendiamoci: quando fece il coordinatore del partito, una decina di anni fa, Scajola assolse il compito con grande bravura. Solo che adesso...’ . Adesso? ‘Non mi sembra che un certo tipo di ritorno possa essere realizzabile’ . Lei ha un’idea precisa su come andrebbe rinforzato il partito. ‘Direi proprio di sì...’ . Prosegua. ‘Allora, io penso questo: il coordinatore di un partito è un po’ come l’amministratore delegato di un’azienda. E perciò mi chiedo: quanto durerebbe un’azienda con tre amministratori delegati? Poche settimane, temo. Purtroppo, il Pdl di coordinatori ne ha esattamente tre. Troppi, francamente ‘ . Va bene, capito: ne basterebbe uno. E lei chi sceglierebbe tra Bondi, La Russa e Verdini? ‘Verdini, senza dubbio!’ . Verdini che... ‘Che non solo è un uomo di una certa, e non scontata, cultura. Ma che è pure uno straordinario organizzatore e motivatore. Perché, vede: io penso che, a questo punto, il Pdl abbia bisogno non solo di una nuova struttura organizzativa, ma anche di nuovi entusiasmi. Ci sono ad esempio dei giovani che meriterebbero di avere più spazio. C’è tutta una base che chiede di essere coinvolta nella vita del partito da troppo tempo affidata alle solite facce...’ . A chi sta pensando? ‘Ma no, lasci stare...’ . No, senatore, scusi: La Russa e Bondi, li abbiamo individuati. Poi, nella struttura piramidale del partito, ci sono i capigruppo di Camera e Senato, cioè Cicchitto e Gasparri. ‘Ma un capogruppo vale l’altro... cosa vuole che sposti un capogruppo? No, mi ascolti: è l’ossatura complessiva del partito che va ripensata. E Berlusconi, posso assicurarglielo, sta riflettendo proprio su questo’ . Ci sarà anche un rimpasto nell’esecutivo a Palazzo Chigi? ‘Sì, certo’ . Berlusconi dovrà pensare a un mucchio di cose, mentre, sul suo orizzonte, si stagliano quattro processi. ‘Già... però siccome Berlusconi è Berlusconi, ne verrà fuori brillantemente’ . Ma non sarà facile. Specie nella vicenda Ruby dove... ‘Io sono convinto che il cambio di strategia, l’idea insomma di presentarsi in aula, sia assolutamente giusto’ . Interpreti questa nuova strategia. ‘Credo che Silvio si sia reso conto che continuare a battere la strada dei vari impedimenti non avrebbe portato da nessuna parte e, anzi, avrebbe persino nascosto qualche rischio concreto’ . Rischi, senatore, di che natura? ‘— come appare evidente, il processo Ruby avrà un eccezionale effetto mediatico e diventerà, con ogni probabilità, un processo politico... E allora se la scena deve essere questa, beh, tanto vale che Berlusconi si presenti in aula e si difenda’ . Ci saranno le telecamere di tutto il pianeta e Berlusconi ha una certa familiarità, diciamo così, con le telecamere. ‘Sì, lui è notoriamente piuttosto abile. E tuttavia, ecco, con l’affetto che si può immaginare, vorrei dargli un altro piccolo consiglio...’ . Sarebbe? ‘Mah... mettiamola così: forse un po’ di sobrietà, a volte, non guasterebbe. E non aggiungo altro’ . Anche perché con un po’ di sobrietà in più, non sarebbe accusato di prostituzione minorile e concussione. ‘Eh no, scusi, non prenda le mie parole alla lettera...! Io parlo di sobrietà in generale... non so, per esempio: anche quando dichiara, quando parla, a volte Berlusconi esagera un po’, no?’ . (Marcello Dell’Utri, palermitano, 69 anni, senatore della Repubblica per il Pdl, creatore di Publitalia, fondatore di Forza Italia, ammiratore dell’Opus Dei, uomo potente, scaltro, capace di rara gentilezza, appassionato collezionista di libri antichi— è lui ad aver scoperto alcuni diari, dalla controversa autenticità, di Benito Mussolini — condannato in Appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è uno dei pochi, fraterni amici del Cavaliere)”. (red)

17. Bersani: No passi indietro, patto con Terzo polo si farà

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis al segretario del Pd Pierluigi Bersani su LA REPUBBLICA: “La linea resta uguale: arrivare a un’alleanza ‘tra moderati e progressisti’, tra il Terzo polo e il centrosinistra classico. ‘Abbiamo delle buone occasioni per realizzare questo incontro - spiega Pier Luigi Bersani -. Alle amministrative, nel passaggio dal primo al secondo turno. In Parlamento, con le battaglie sui temi costituzionali’. E se nel Partito democratico qualcuno mette in dubbio la strategia, in vista di tempi lunghi per il voto, ‘deve con precisione indicare un’altra strada. I semplici dubbi non è che non aiutino me, non aiutano l’alternativa a Berlusconi’. Il segretario del Pd parla anche della contestata raccolta di firme per le dimissioni del premier, costellata di sostenitori fasulli online, da Stalin a Hitler a Ruby. ‘Sono contento che abbia firmato Paperino. Credo invece che contro Berlusconi non firmerà mai la Banda Bassotti’. Fini è sicuro che quest’anno non ci saranno le elezioni anticipate. Lo pensa che lei? ‘Non faccio previsioni. So però che le fasi non cambiano ogni 15 giorni. E la fase che stiamo vivendo è quella del tramonto berlusconiano. Sarà un crepuscolo che creerà tensioni drammatiche sul piano politico e istituzionale. Berlusconi si difenderà con tutte le energie per sopravvivere e alla fine del ciclo la ricostruzione democratica avrà bisogno di un concorso di forze. Sono parole che ho pronunciato un anno e mezzo fa. Non ho cambiato idea’. La ‘linea della fermezza’, dopo la sconfitta del 14 dicembre e il voto più lontano, rischia di farle pagare un prezzo anche nel Pd? ‘Sfortunatamente l’idea che le fasi cambino a ogni pie’ sospinto fa breccia anche nel centrosinistra. Pur non facendo pronostici, credo che il governo non arriverà alla fine della legislatura. Allora dico che il nostro campo si deve reggere su tre parole-chiave: tenuta, grinta e progetto. Berlusconi userà tutta la sua determinazione. Noi dobbiamo avere più grinta e più tenuta, non di meno. Nonostante la sua tenacia i sondaggi dimostrano che sta perdendo la presa sull’opinione pubblica mentre l’opposizione migliora la sua capacità di parlare ai cittadini. Eppoi si vota, altro che. A maggio dieci milioni di italiani vanno alle urne per le amministrative. A loro diciamo: vota per la tua città ma anche per il tuo Paese’. Ha detto che sarà un test nazionale. Se l’esito fosse negativo, si dimetterà? ‘Non ci penso nemmeno a un esito negativo. So che si voterà in universo politico trasformato rispetto a cinque anni fa. Ma mi aspetto un buon segnale rispetto ai dati delle politiche, delle Europee e delle regionali. Sarebbe un messaggio nazionale’. Ci sono dubbi sull’autenticità dei dieci milioni di firme contro il premier. Online sono tantissime quelle taroccate. ‘Fra quelle già raccolte e quelle che arriveranno ai milioni di moduli distribuiti alle famiglie l’obiettivo è raggiunto. Sapevamo che su Internet ci saremmo esposti alla goliardia del centrodestra. Ma chi vuole metterla in burla sbaglia. Abbiamo una certa esperienza di banchetti: non è mai stato così facile raccogliere adesioni. Il nostro compito adesso è tenere viva questa straordinaria partecipazione. I sondaggi confermano che per gli italiani Berlusconi è l’ostacolo alla soluzione dei problemi. E non parliamo dell’immagine all’estero. Nei rapporti con certi regimi ci vuole il senso della misura. Il baciamano a Gheddafi è parso l’omaggio a un dittatore non alla Libia. Oggi rischiamo di pagare un prezzo salato nel rapporto con quei popoli’. Il progetto del Pd è oscurato dalle incertezze sulle alleanze? ‘Ho sempre detto che prima delle alleanze c’è il progetto di governo e che il Pd ha la responsabilità di proporlo. Abbiamo un pacchetto di riforme sociali e sulla democrazia. Da lì partiamo. La proposta politica del partito resta assolutamente ferma, si rivolge ai moderati e ai progressisti. Al momento giusto tireremo le somme. L’importante è che il Pd abbia questa impostazione generosa e aperta che ora viene compresa dai cittadini più ancora che dalle forze politiche’. La riforma della giustizia non è una legge ad personam. Il Pd può almeno aspettare il testo prima di emettere la sentenza? ‘Le carte vanno viste, per carità. Il punto è che da 17 anni non vediamo mai niente di accettabile. Io non mi aspetto niente di buono. E nel frattempo ci sono nell’aria e in Parlamento ipotesi di ulteriori leggi ad personam che vanno inquadrate in un’offensiva generale del premier contro la magistratura alla quale ci opporremo. È la solita bandiera populistica di Berlusconi, il solito modo di non andare ai problemi concreti, la solita chiamata a un giudizio di Dio sulla sua persona. Le chiacchiere non possono nascondere che la giustizia è l’unico settore che non ha visto uno straccio di cambiamento a favore dei cittadini. La riforma è solo un grande diversivo e la ricerca di un terreno di scontro’. Sui referendum il Pd ha le idee chiare? ‘Sì all’abrogazione del legittimo impedimento. Sì all’abrogazione della legge sul nucleare non per ragioni ideologiche ma perché siamo contro il piano del governo. Peraltro l’esecutivo ha appena fatto un danno alle energie rinnovabili, uno dei pochi settori in crescita, mettendolo nell’assoluta incertezza. Sull’acqua valuteremo. Abbiamo un progetto contro la privatizzazione, l’esito referendario ci porta verso una soluzione non convincente’. 23 parlamentari del Pd hanno abbandonato il partito in questi tre anni. Non è preoccupato? ‘Mi dispiace molto. Ma registro che nel Paese siamo compresi meglio. Lo dicono i sondaggi’. Scegliere subito il candidato premier darebbe una mano all’opposizione? ‘Quando ci saranno le elezioni sarà chiaro lo schieramento e verrà definito il leader che come in tutte le democrazie deve emergere da un processo politico. Anche negli Stati Uniti si decide il candidato in ragione della scadenza elettorale. Una certa deformazione del concetto di leadership è il riflesso del berlusconismo che è in noi, come diceva Gaber’. Lei è sempre in campo? ‘Non escludo affatto la mia candidatura. Per il leader del maggior partito di opposizione oltre che un problema di volontà è un dovere d’ufficio esserci. Questo non significa mettere la persona davanti al processo politico’”. (red)

18. Prestigiacomo: “Almeno stavolta lasciamo stare Ruby”

Roma - Intervista di Roberto Giovannini al ministro Stefania Prestigiacomo su LA STAMPA: “Ministro Stefania Prestigiacomo, come mai non era presente all’assemblea delle donne del Pdl di sabato? ‘Avevo dato piena adesione ma avevo degli impegni istituzionali in Sicilia. Ogni interpretazione maliziosa è infondata’. Da scadenza un po’ rituale quest’anno l’8 marzo si celebra in un’atmosfera molto più movimentata. Si ritorna in piazza contro voi e il vostro governo? ‘È vero, era una data un po’ annegata nella retorica. Quest’anno dalla retorica forse si vuole passare alla strumentalizzazione politica, ma non credo che faccia molto presa sulle donne. La manifestazione del 13 febbraio è stata sicuramente poderosa, ma non mi è piaciuta, aveva una chiara finalità di attacco al governo. Chiaramente una manifestazione politica. La dignità della donna non è un’idea di destra o di sinistra. Oggi le donne ai vertici ci sono, e semmai bisogna pensare alle donne senza lavoro, a quelle discriminate, a quelle che subiscono violenze. Su questo bisogna impegnarsi a modificare una cultura che vede sempre soccombere in certe situazioni la parte femminile. Non mi sembra siano queste le rivendicazioni della piazza’. Che pensa della proposta sulle quote rosa nei Cda delle aziende? ‘Da ministro delle Pari Opportunità si sa quanto mi sono battuta sulle donne nelle liste elettorali. Nelle aziende è complicato, diventa quasi punitivo per chi magari ha titoli e donna non è. Però è vero che con tante donne bravissime, le nomine - anche quelle del nostro governo - sono tutte al maschile. Sono convinta che sia una legge giusta, ma dubito che passerà in un Parlamento a maggioranza di uomini. È una battaglia che va fatta’. Secondo lei questo governo ha fatto abbastanza per le donne? ‘Tantissimo. I governi Berlusconi dal ‘94 a oggi hanno varato leggi contro la riduzione in schiavitù, la pedopornografia, le discriminazioni e le molestie nei luoghi di lavoro, lo stalking, per il gratuito patrocinio nei processi di violenza sessuale. Le colleghe del centrosinistra, che pure stimo, non possono vantare questi risultati. Questo vorrei dire alla piazza che parla di dignità delle donne’. Parliamo del caso Ruby e di Berlusconi. Leggendo le intercettazioni, da cui emerge che il premier non mostra una considerazione particolarmente alta per le donne, non si sente in imbarazzo? ‘Mi sembra che ci giocate, non vedo nessi... Comunque, leggendo pezzi di queste intercettazioni - che peraltro mi hanno proprio stufato - sono stata colpita da certe affermazioni dei genitori di queste ragazze, incoraggiate a farsi avanti per avere chissà quale fortuna o successo nel mondo dello spettacolo. Questo è un aspetto abbastanza triste che però è una realtà. Dobbiamo interrogarci come sia possibile che ci siano genitori simili. Per il resto, non credo che si possa collegare la giornata dell’8 marzo a una vicenda che ha invece il segno di grandissima violenza - giudiziaria e non solo - contro il Presidente Berlusconi. Tutti hanno capito che dietro c’è un evidente accanimento’. In questi mesi ha avuto diversi momenti difficili con i suoi colleghi di governo, da Scajola a Tremonti, per fare due esempi. ‘È il segno che tra di noi c’è una dialettica vera e vitale. Io ho denunciato pubblicamente varie volte che per raggiungere gli obiettivi posti al mio ministero servono anche risorse. Ho sofferto, e dovuto accettare tagli molto pesanti su un bilancio già sottodimensionato. Ma alla fine la mediazione si è realizzata, come pure nel caso delle rinnovabili’. Oltre agli ecologisti, però, anche gli imprenditori del comparto criticano la mediazione raggiunta da lei e Romani. ‘Hanno ragione, hanno ragione, non si possono bloccare gli investimenti e va subito aperto il tavolo per definire il nuovo quadro. L’esplosione delle domande - e del costo del sostegno - è stato dovuto al provvedimento ‘Salva Alcoa’. Sarebbe stato un errore - come nella prima stesura del provvedimento - bloccare gli incentivi. Abbiamo fatto invece bene a decidere di fissare tetti di potenza annui e calmierare e rivedere gli incentivi, che effettivamente sono i più alti d’Europa e rischiano di creare un mercato assistito. Mi sono battuta per salvare questo settore, che è fondamentale oggi e in futuro, ma vogliamo un mercato vero con imprenditori veri, privilegiando l’utilizzo in proprio dell’energia rispetto alla commercializzazione. Lo faremo nelle prossime settimane, anche approfondendo alcuni aspetti tecnici del decreto, che impongono chiarimenti’”. (red)

19. Fini: “La sinistra? Conservatrice come Berlusconi”

Roma - “Davanti ai quadri futuristi arrivati da tutta Italia, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - Gianfranco Fini chiude con un ‘numero’ già sperimentato in altri discorsi: ‘Con la schiena dritta, a testa alta, coscienti di essere dalla parte di chi ci crede davvero!’. Dalla platea del cinema Adriano i dirigenti dei circoli del Fli fanno scattare un caldo applauso, ma il battimani si esaurisce in ventuno secondi. Un disincanto in qualche modo messo nel conto dallo stesso leader del Fli: dopo il congresso di Milano di 3 settimane fa e la diaspora di parlamentari, Fini ha fatto ai suoi un discorso di metodo, a futura memoria, più da presidente della Camera (vecchia maniera) che da leader politico. ‘Un discorso interessante perché preannuncia una nuova stagione: se Fini avesse voluto un applauso per i tg o per far titolo, avrebbe fatto battute a effetto. Ma non le ha fatte volutamente’, chiosa il presidente dei deputati futuristi Benedetto Della Vedova. Effettivamente Fini - rimossi tutti i temi di attualità - ha indicato alla sua classe dirigente periferica il percorso di una ‘lunga traversata nel deserto’, mentre per il presente ha suggerito un Fli portabandiera del ‘vero centrodestra’. E per farlo ha proposto l'immagine di un partito che ‘non deve avere il timore di essere ultraortodosso, perché se c’è qualcosa nella quale abbiamo ecceduto è stato quello di voler sempre e comunque voler rappresentare una voce fuori dal coro’. Insomma, ‘non occorre sempre essere coloro che rappresentano un’altra verità’. Almeno nelle intenzioni la piccola novità di autoposizionamento proposta da Fini appare proprio questo profilo meno arrabbiato e meno ‘anti-berlusconiano’. Di maniera invece – prosegue Martini su LA STAMPA - i passaggi dedicati alla sinistra, che viene accostata così al centrodestra: ‘Siamo in presenza di due grandi assetti conservatori’ e dunque ‘essere alternativi a questo centrodestra non significa non essere alternativi a una sinistra’, che ha come unica ‘bandiera’ l’antiberlusconismo. Questa equidistanza tra Berlusconi e Bersani è stata sottolineata nelle ore successive da agenzie e tg, ma i passaggi dedicati alla sinistra sono parsi più punzecchiature che polemiche politiche. Proprio l’interpretazione che ne dà in serata la presidente del Pd Rosy Bindi: ‘Dobbiamo comunque porci il problema di come collaborare per ricostruire l’Italia’. Sui transfughi, Fini ha chiesto di non parlarne più, non prima di averne etichettati alcuni come ‘ominicchi e quaquaraquà’. I referendum che incombono? Tutta da buttare la riforma della giustizia? Il Fli avrà la forza di presentare il simbolo alle amministrative? Fini ha glissato su tutte le questioni più attuali, non ha mai nominato il Terzo polo, ma si è dilungato sull’Italia del 2010 e ha anche auspicato una battaglia del Fli ‘per ridefinire il profilo urbanistico delle città del 2050’. Alla fine, guardando il cinema pieno (600 persone), il sondaggista Luigi Crespi chiosava così: ‘Un po’ depressi ma vivi’. E’ stato pubblicato sul sito di Futuro e libertà il testo dello Statuto provvisorio, che era stato approvato dal congresso senza darne lettura ai delegati. Uno statuto – conclude Martini su LA STAMPA - che disegna un partito fortemente gerarchizzato e che contiene una norma che per quanto scritta in un italiano poco lineare sembrerebbe produrre effetti originali: premesso che il presidente del Fli (nel caso specifico Fini) se non può esercitare le sue funzioni le trasmette al vicepresidente (nel caso Italo Bocchino), se a sua volta il vice si autosospende, ‘il presidente può comunque sostituire il vicepresidente’”. (red)

20. Saviano torna in tv: “Marina mi attacca per paura”

Roma - “Di nuovo insieme. Tra successi e polemiche politiche, - si legge su LA STAMPA - la coppia proprio ‘non scoppia’. Anzi, rilancia e annuncia il raddoppio. Roberto Saviano e Fabio Fazio ci riprovano. Pronti al bis di ‘Vieni via come’. Forse, il successo più grande e osteggiato della storia di Raitre: oltre il 30 per cento di share, e punte superiori ai dieci milioni di spettatori. Lo annunciano in Tv, dagli schermi di Raitre a ‘Che tempo che fa?’, dove ieri sera l’ospite d’onore era proprio l’autore di Gomorra. Una puntata ‘monografica’ per dire, tra l’altro, sì, che ‘hanno deciso’, che ‘Vieni via con me’ la rifacciamo, che ‘c’è la voglia di rifarla’, (e giù una sorta di elenco degli elenchi) e raccontare tante altre sfide: sulla politica, la giustizia, la libertà. Temi sui quali Saviano non indietreggia, e rilancia, quando ritorna sulla ‘macchina del fango’, oggetto di uno dei suoi più apprezzati, ma anche discussi e attaccati monologhi televisivi. ‘Una macchina del fango - ribadisce - che colpisce chi lotta contro certi poteri e i governi’, spiegando che ‘la delegittimazione non si è fermata. Anzi, il motto di certi giornali dell’area che protegge il governo è portare avanti un’equazione: tanto voi non siete meglio di noi’. E’ lì, insomma, per Roberto Saviano, in quel momento che ‘la macchina del fango pesca qualche elemento della tua vita privata’. Una vita privata, ‘che è sacra, e va difesa’, sostiene lo scrittore, ma il ‘reato è un’altra cosa’. ‘La debolezza - spiega in Tv - è una cosa, l’estorsione un’altra, così si mette a rischio la democrazia’. Quindi, il caso Ruby. Tutti quegli atti giudiziari, quelle carte che per l’autore di ‘Gomorra’ testimoniano ‘carte di solitudine, di una persona anziana, di un uomo solo, di un uomo che si trova in quella situazione’. E, aggiunge: ‘A questo si risponde con la felicità, come hanno fatto le donne scese in piazza. Dov’è il puritanesimo? Il moralismo? Anzi, c’è una voglia di dire che il Paese è altro, che il Paese vuole vivere e che è tutt’altro rispetto a una sessualità che arriva allo scambio, all’estorsione, al racket’. Poi, - prosegue LA STAMPA - il suo passaggio polemico dalla Mondadori a Feltrinelli. Saviano, spiega che è avvenuto in conseguenza degli attacchi che Marina Berlusconi gli ha rivolto, ‘per paura politica’. ‘La prima volta - spiega - sono stato attaccato quando il premier disse che “Gomorra” faceva male all’Italia, come se chi scrive certe cose ne fosse responsabile. Marina è intervenuta da editore per difendere il padre’; il secondo attacco quando dedicò la laurea ad honorem ai magistrati milanesi: ‘Eppure avevo pensato a Ilda Boccassini perché aveva seguito le inchieste sulla mafia’. Contraddizioni, spiega, che col tempo sono ‘diventate pesanti perché non ci si può professare libero editore e poi, quando qualcosa non va, darmi addosso, cosa che non è stata fatta quando altri autori hanno criticato il governo. L’ho interpretato come una paura politica da parte di Marina Berlusconi che forse non ha avuto il coraggio di dirmi chiaramente che non sopportava più i miei discorsi’. Ora invece ‘sono felice che Feltrinelli si sia innamorata dei miei monologhi’. E aggiunge: ‘Io in politica? Per me rimane vero quello che ho già detto. Oggi fare bene il proprio mestiere è già rivoluzionario. Per salvare il proprio Paese basta fare bene il proprio mestiere’”. (red)

21. Soldi alla cultura? Attenti alla rete contro Israele

Roma - “Soldi alla cultura: e come no? Noi amici di Berlusconi, amico di Gheddafi, dunque amici di Gheddafi anche noi, - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - avremo scritto negli scorsi mesi una cinquantina di articoli, firmati Giulio Meotti, per mettere in guardia i lettori: attenti, queste campagne di boicottaggio di Israele, così popolari tra gli studenti e i professori delle università britanniche, sono sospette. Non eravamo nell’anticamera della verità, come diceva il gesuita padre Pintacuda, con i nostri sospetti. Eravamo nel pieno della verità la più documentata possibile. Il soldo libico, e molti altri soldi di origine islamica, entrano di brutto nella guerra di civiltà contro gli ebrei e i crociati cristiani, come ci chiama Osama bin Laden, nella predisposizione del terreno giusto per isolare, umiliare, intimidire l’unica democrazia del medio oriente e i suoi sostenitori, nel novero dei quali noi del Foglio abbiamo il nostro piccolo posto. Berlusconi, che un italiano un po’ scemino e infreddolito di Helsinki ha chiamato ‘don Silvio’ in un cartello di protesta, ha fatto come doveva politica estera con il Colonnello, e ha risolto il contenzioso coloniale di un secolo, la questione delle ondate di immigrazione clandestina selvaggia a mezzo pirateria navale, per non parlare del riscaldamento delle nostre case e della benzina che ci consente di circolare. Ma questi veri ‘don’ (è il loro titolo accademico) delle università progressiste di Londra, Oxford e Cambridge, questi datori di lezioni morali e produttori di visioni del mondo in cui non c’è posto per il paese degli ebrei, ora fuggono a gambe levate, in preda alla vergogna, per aver preso soldi a palate dal caro Colonnello, per aver pasticciato con le lauree dei suoi figli, per aver istituito accademie intere a pagamento intitolate agli emiri che oggi sono finiti sotto il fuoco della protesta. Dopo le dimissioni del direttore del sacrario della cultura mondiale ‘de sinistra’, il capo operativo della London School of Economics, un commentatore del New Statesman, foglio assai radicale, ha detto: ‘Le spie di Cambridge lavoravano per Stalin clandestinamente, non lo facevano con il bollo in ceralacca dei cancellieri delle Università inglesi’. Soldi alla cultura: e come no? Io non sono scandalizzato – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - che una istituzione culturale faccia i suoi compromessi. Non faccio il mozzorecchi del giorno dopo, non ecciterei mai una stupida protesta studentesca contro chi ha pagato le borse di studio. Ci sono molte ragioni per sbarazzarsi di Gheddafi e dei suoi figli piuttosto invadenti, più di quelle che fino ad ora hanno accampato i suoi nemici tribali senza voce e senza leader riconosciuti, ma tra queste non primeggiano i suoi finanziamenti all’accademica occidentale. Bisogna sbarazzarsi invece dei boicottatori di Israele e della loro cultura illiberale, dei comitati di studenti e professori che hanno cercato di scavare di nuovo la fossa agli ebrei riuniti nel loro focolare nazionale, bisogna sbarazzarsi dei loro loschi pregiudizi ispirati al più farlocco umanitarismo ideologico. E di una rete, bisogna sbarazzarsi. Perché i finanziamenti non vanno alle borse di studio solamente, vanno alla propaganda paraislamista in tutto l’occidente. L’America è letteralmente inondata di finanziamenti sauditi, le più prestigiose istituzioni accademiche e culturali negli Stati Uniti – e si tratta di vere potenze economiche – sono bagnate dell’oro e dell’oro nero che viene da Riyad, lo stesso che istituisce una nuova madrassa al mese in Pakistan, e che scava come si è visto nel profondo, prendendosi la vita dei martiri della tolleranza in terra islamica e proteggendo il circuito del terrore. Spero di non dover sentire più suonare la campana del boicottaggio, anche in Italia. I campanari – conclude Ferrara su IL FOGLIO - si sono allontanati per la vergogna”. (red)

22. Nomine, da Eni a Terna ipotesi conferma dei vertici

Roma - “‘Fli non conta assolutamente nulla nell’ambito delle nomine. Anzi, quei manager che hanno avuto o hanno simpatie nei miei confronti è meglio che dicano subito che è stato un abbaglio’ . Gianfranco Fini – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - ci scherza su, i suoi amici dirigenti forse un po’ meno, ma la situazione è proprio questa. A tre settimane dalla presentazione delle liste dei consiglieri, la partita per le nomine nelle società pubbliche appare come un braccio di ferro esclusivamente politico. Sentite Gianfranco Rotondi, che guida l’area degli ex Dc e Psi del Pdl. ‘Noi siamo saldamente nel partito e non dobbiamo trattare. Possiamo far valere le nostre opinioni dall’interno e questo vale sia per le amministrative che per le nomine, Enel e Finmeccanica comprese’ dice Rotondi, che oggi stesso riunirà i suoi per fare il punto sulle candidature. Anche la Lega ha già messo in chiaro le sue pretese: rimasta finora fuori dagli incarichi più prestigiosi nelle big di Stato, e forte del patto di governo stretto con Silvio Berlusconi, la Lega stavolta vuole poltrone pesanti. Non bastasse, su tutto pende un altro rischio ‘politico’ mica da poco. La possibilità che la partita per Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste, finisca per intrecciarsi con quella del rimpasto di governo. Si aprirebbe uno scenario da brivido, difficile da spiegare ai fondi internazionali che investono nelle grandi società pubbliche italiane. Anche per questo c’è chi spinge per la linea più ‘tecnica’ possibile, che passa per la conferma di gran parte dei management attuali. A dispetto dei crescenti appetiti politici, le quotazioni dei vertici in carica di Eni, Enel, Poste, Terna e Finmeccanica sono quasi tutte in rialzo. Paolo Scaroni all’Eni e Fulvio Conti all’Enel appaiono solidi, e così i due presidenti, Roberto Poli e Piero Gnudi (anche se Bossi vorrebbe la guida della società elettrica per Flavio Tosi). Lo stesso Francesco Guarguaglini, presidente di Finmeccanica finito in mezzo alle inchieste della magistratura, dopo il record di fatturato e due anni e mezzo di lavoro garantiti dagli ordini acquisiti, è in gran recupero. Potrebbe essere confermato, magari con due amministratori delegati: Giuseppe Orsi (capo azienda di AgustaWestland, spinto dalla Lega) per la difesa, Giuseppe Zampini (oggi all’Ansaldo Energia) per il civile. Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Terna, dice di voler restare al suo posto. E anche alle Poste salgono le possibilità di una conferma per Massimo Sarmi, benché al suo posto puntino anche Danilo Broggi, oggi in Consip (da verificare l’appoggio della Lega) e Massimo Ponzellini, vicino sia a Umberto Bossi che a Giulio Tremonti. La situazione, al momento, è ancora fluida. Molto dipenderà dall’atteggiamento di Silvio Berlusconi di fronte alle pressioni della politica, ma non tutto. Perché – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - c’è un’altra bella incognita che pende su tutta la vicenda, e che forse non a caso agita da giorni molti palazzi romani. L’inchiesta su Luigi Bisignani, ex uomo di fiducia di Raul Gardini, una condanna passata in giudicato per Enimont, al centro di un potentissimo network di relazioni. Nel mondo imprenditoriale, nella politica e nel governo”. (red)

23. Mamme italiane senza aiuti. Lavora solo una su due 

Roma - “Perfino nell’Europa del 2011, - scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un’oggettiva difficoltà di vivere. Questo dicono i dati che l’Eurostat, l’istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell’ 8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario. Il caso Italia La famiglia con i suoi carichi è dunque un fattore penalizzante per il lavoro femminile, e questo lo si sapeva da sempre. Come si sapeva che la penalizzazione si allevia, quanto più la madre può contare su asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza: meno asili a disposizione, meno madri in grado di conservare il loro impiego. Ma è il secondo dato, quello che più colpisce: i due Paesi, su tutti, in cui alle donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, sono Malta e l’Italia. Per confermarlo, la statistica seziona impietosamente le diverse tipologie familiari. Ecco qualche esempio al volo: donne senza figli, media Ue 75,8 per cento di occupazione; Germania 81,8, Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; fanalini di coda l’Italia (63,9), e Malta (56,6). Madri con un figlio: media Ue 71, 3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; ultime in fondo all’elenco: Italia 54,1, e Malta, 37,4. Panorama ribadito dalla colonna dedicata alle madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61, 7, Olanda 71,3; e l’Italia? Un tuffo all’in giù: in questa categoria, risulta infatti occupato solo il 41,3 per cento delle donne (ancora una volta, superate in peggio soltanto dalle maltesi: 29,6 per cento). Se poi si allarga la visione a tutta l’occupazione femminile, il quadro generale è altrettanto grigio: ovunque la donna lavora meno dell’uomo, e in tutta la zona Euro l’occupazione femminile è calata in media dello 0,6 per cento dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2 per cento. Non solo. Esiste anche un’altra statistica, - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - che prende in considerazione il cosiddetto tasso di inattività economica: persone che neppure cercano un’occupazione, gente al di fuori del mercato del lavoro. Nel 2009, nella Ue, erano in questa condizione 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l’ 8,2 per cento e il 22,1 per cento del totale. Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività era bloccato al 13 per cento in Svezia o in Danimarca, ma balzava al 35,5 per cento in Italia, e al 51,1 per cento a Malta. Un altro piazzamento in coda all’Europa. Frutti avvelenati dei vecchi pregiudizi, ‘la donna deve pensare ai figli’ e via dicendo? Non sembra: in Spagna, uno dei Paesi più tradizionalisti, si è dimezzato in 30 anni il numero di coloro che nei sondaggi ritengono giusta questa affermazione. Più probabilmente, concordano gli esperti di Bruxelles, la crisi iniziata nel 2008 ha colpito di più le fasce più deboli: piove sul bagnato, insomma. La tendenza C’è anche qualche sorpresa, nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni — Olanda, Finlandia, Ungheria— la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia — note per i buoni e numerosi asili nido — dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio. Quanto agli uomini con famiglia, il loro è un percorso esattamente contrario: più sono i figli a carico (almeno fino a due), più cresce il tasso di occupazione. Gli esperti non offrono in questo caso una spiegazione, si limitano ad allineare le cifre: uomo con un figlio, media Ue 87,4 per cento(Italia 88 per cento); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). Ancora una volta – conclude Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - l’Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa”. (red)

24. “Pronto a salire se Rcs su mercato. Scalate? Impossibili”

Roma - “Rcs, Generali: Diego Della Valle – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - è tornato ieri sui temi ‘caldi’ che lo hanno visto intervenire più volte nelle ultime settimane. L’imprenditore marchigiano non si è tirato indietro rispondendo alle domande di Lucia Annunziata nel corso della trasmissione ‘In mezz’ora’ . Anzi, su più punti ha ‘rincarato la dose’ . E ha spiegato di aver scelto proprio ‘In mezz’ora’ per metter in chiaro le sue idee sulla ‘rivoluzione pacifica’ del mondo economico per ‘modernizzare il sistema’ , che dice di portare avanti con il sostegno di molti. Nel suo scontro in varie puntate con il presidente del Leone Cesare Geronzi, Della Valle, consigliere della compagnia triestina, ha chiesto di recente che le Generali escano da Rcs Mediagroup vendendo la quota sindacata, pari al 3,7 per cento. E si è detto pronto ad aumentare la propria partecipazione, pari al 5,4 per cento, nella casa editrice. Ieri lo ha ribadito: ‘Se il ‘Corriere’ dovesse andare sul mercato io e anche altri saremmo interessati ad accrescere le nostre quote. Io parlo solo per me però, avendo molti amici con cui parlo, imprenditori e in alcuni casi già investitori di Rizzoli, non ci sarebbe un grande problema’ . L’imprenditore ha invece escluso poi un possibile ingresso in Rcs del premier Silvio Berlusconi: ‘Non ci credo e non sarà possibile. Se c’è il libero mercato ognuno giocherà la sua partita. E noi ci saremo’ . Una scalata su Rizzoli? ‘Ora è pura fantascienza’ . Il ‘Corriere’ ha spiegato ‘non è una signora che aspetta alla fermata del tram, è una bellissima azienda che ha 18 azionisti perbene’ . È poi difficile che quote rilevanti possano arrivare ora sul mercato: ‘C’è un patto di sindacato che tutti noi rispettiamo e quindi per almeno un paio d’anni non può arrivare sul mercato nulla di preoccupante. Mi auguro che una volta finito il patto, ci sia la possibilità per chiunque di noi ne abbia voglia di investirci’ . Della Valle ha poi riproposto l’affondo su Geronzi: Generali deve vendere la sua quota in Rcs perché ‘l’attuale presidente di Generali fa un utilizzo improprio del ruolo piccolo che ha in Rcs, dando l’impressione che ne è lui alla guida. Tutto ciò non è vero. Se vogliamo avere una vita tranquilla, ma abbiamo un presidente che vive in maniera massmediatica il suo ruolo, meglio vendere allora quando conviene, almeno così entriamo nei ranghi’ . Non si può utilizzare la quota in Rizzoli ‘per dare l’impressione che si possa supervisionare la comunicazione di parte del Paese. Bisogna fare un passo indietro, mettere i piedi per terra, e rendersi conto che Rizzoli è una casa editrice, quotata in Borsa, e che bisogna occuparsi di fare grandi giornali di qualità’ . Il Leone dovrebbe vendere anche la quota in Ntv, la società concorrente di Fs che ha fra i soci Luca Cordero di Montezemolo e lo stesso Della Valle? L’imprenditore risponde che Ntv è un ‘grande affare’ . Ogni decisione però ‘spetta al consiglio di amministrazione’ , che è ‘eccellente’ . Sempre sul consiglio del Leone, l’imprenditore sottolinea l’auspicio che ‘possa decidere in armonia’ . E aggiunge: ‘Chi pensava di metter le mani sulle Generali come se fossero un’azienda dei Colli Romani faccia un passo indietro e si cominci a considerare che sono uno dei grandi asset di questo Paese’ . E, aggiunge senza però riferimenti specifici, ‘le norme sull’onorabilità degli amministratori delle banche andrebbero estese anche alle assicurazioni’. Della Valle – conclude il CORRIERE DELLA SERA - ha infine spiegato la distinzione fatta tra Geronzi e Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo: ‘Quando dicevo ‘arzilli vecchietti’ intendevo tutte e due le persone, ma non per accomunarle in un disegno: il distinguo che ho fatto dopo è sulla qualità’ . Nelle operazioni cosiddette di ‘sistema’ ‘credo che Bazoli gestisca con la convinzione vera di fare un’operazione che faccia bene al sistema. Penso invece che Geronzi le faccia con la convinzione che poi possano far comodo alla gestione della sua carriera. Questa è la differenza’”. (red)

25. Ecco perché Della Valle attacca Geronzi

Roma - “L’intervista di Diego della Valle alla trasmissione ‘In mezz’ora’ di Lucia Annunziata su Rai Tre – osserva Francesco Forte su IL GIORNALE - ha messo in luce la duplicità del personaggio, che mentre si atteggia a imprenditore di libero mercato, che non vuole fare politica, ma guardare solo al compito delle imprese di fare profitto, in realtà intreccia la politica, con gli affari, tramite i giornali. E una tradizione che ha avuto il suo apice con personaggi come Gianni Agnelli e la famiglia Pirelli. Anche ora, come allora, ci sono centrali di potere finanziario quali il salotto buono Mediobanca e i giornali, attorno al gruppo Rizzoli Corriere della Sera. E anche ora vige il principio che le quote azionarie si pesano, non si contano: gli intrecci di potere, mediante i patti di sindacato e gli incroci azionari, tra banche, assicurazioni, imprese e giornali, fanno sì che gli azionisti che stanno nei consigli di amministrazione sono ‘più eguali degli altri’, cioè a parità di quote, contano di più. Della Valle occupa un ruolo di ‘più eguale degli altri’ grazie alle partecipazioni in Mediobanca e Rcs e a quella in Generali, al fatto che siede nei consigli di amministrazione di Rcs e Generali. Questa, oltreché a Mediobanca e Rcs, partecipa con il15 per cento alla Ntv di cui Della Valle è azionista di maggioranza assieme a Luca Cordero di Montezemolo e assieme a Sncf, la ferrovia di Stato francese che ha il 20 per cento. Ntv ha in concessione da Rfi, appartenente al 100 per cento a Ferrovie dello Stato Spa, l’alta velocità sulle tratte Torino-Napoli e Venezia-Roma in concorrenza con Trenitalia di Fs al 100 per cento. Della Valle non ha le maniere tradizionali del ‘salotto buono’. Nell’intervista all’Annunziata – prosegue Forte su IL GIORNALE - ha nuovamente definito ‘arzilli vecchietti’ i due esperti banchieri Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, e accusato questo secondo di fare un uso improprio del suo potere di presidente di Generali mediante la quota che questa ha in Rcs. Ciò ‘dando l’impressione che è lui alla guida di Rcs. Tutto questo non è vero’. Perciò Generali deve vendere la sua quota in Rcs. Del resto, secondo Della Valle, la quota di Generali in Rizzoli non è una partecipazione economica, ma di sistema e va venduta nell’interesse degli azionisti. Ora, il super Diego è certamente un bravo imprenditore. Il gruppo Tod’s è una grande impresa, multinazionale cresciuta per merito economico, al di fuori della politica, che fa buoni utili. E Della Valle è anche diventato primo azionista di Saks Fifth Avenue, prestigiosa casa statunitense di grande distribuzione nella fascia alta, superando con il suo 19 per cento il magnate messicano Carlos Slim, che ne ha il 16 per cento. E sin qui super Diego è convincente. Ma non lo è affatto come stratega di Assicurazioni Generali, nelle sue tirate contro Geronzi, piene di contraddizioni. Infatti, se Geronzi ha poco peso in Rcs, perché gli altri azionisti o il management del gruppo e i suoi giornalisti dovrebbero credere che ne ha, come se fossero dei bambini anziché degli esperti bene informati, dato il ruolo che hanno e il compito che svolgono? E perché se Geronzi fa un uso improprio ditale piccolo potere, facendo credere di averlo, mentre non lo ha, perché Generali dovrebbe vendere la quota in Rcs? Non si è mai sentito dire che una società debba vendere le sue quote azionarie in un’altra società a causa del fatto che il suo presidente, che conta poco in questa seconda società, fa credere di contare molto. E poi, perché la vendita in questione sarebbe una buona scelta economica per Generali, mentre Della Valle stesso dichiara candidamente all’Annunziata che adesso Rizzoli Corriere della Sera rende poco, ma in futuro renderà molto e quindi, per lui si tratta di un buon affare? Perché una società ben capitalizzata come Generali che ha una partecipazione che al presente rende poco, ma in futuro renderà molto, la deve vendere quando vale poco? Per fare un piacere a Della Valle che così può acquistarsi quella quota? Da questi contorcimenti emerge il disegno che non è economico, ma politico-economico, quello di accrescere la propria quota in Rcs, per costruirvi un’alleanza di sistema in cui lui sia ancora più eguale degli altri che ora. Per adesso – conclude Forte su IL GIORNALE - a super Diego sembra di essere ancora un ‘padrone del vaporetto’, ma ambisce a diventare un ‘padrone del vapore’”. (red)

26. Consigli all’Italia per guidare rilancio del mondo arabo

Roma - “Caro presidente Silvio Berlusconi, - scrive Magdi Cristiano Allam su IL GIORNALE - nel nostro incontro privato a Roma lo scorso 25 gennaio mi ha colpito il profondo senso di amarezza per l’ingratitudine che lei avverte poiché, a fronte di una grande generosità che ispira il suo rapporto con il prossimo specie se in difficoltà, si ritrova a essere trattato quasi fosse un nemico dell’umanità. Ebbene oggi lei, più di ogni altro leader europeo, per la sua dote di imprenditore di successo e perla specificità della realtà culturale, sociale ed economica degli italiani, può riscattarsi a testa alta ed essere annoverato tra i grandi della Storia promuovendo il ‘Piano Berlusconi per lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Mediterraneo’. La tragedia umana che si sta consumando sull’altra sponda del Mediterraneo costituisce indubbiamente una catastrofe per quelle popolazioni in termini di vittime e di distruzioni. Al tempo stesso, piaccia o no, dobbiamo ammettere che è anche una nostra sconfitta per esserci fin qui limitati a considerare la dimensione materiale delle relazioni bilaterali e multilaterali senza curarci della dimensione ‘spirituale’, ovvero del rispetto dei diritti fondamentali della persona che sono l’essenza della nostra comune umanità, della condivisione dei valori che sono alla base della democrazia sostanziale che non si esaurisce nel processo elettorale, dell’affermazione dello stato di diritto che garantisce tutti senza alcuna discriminazione e vincola tutti senza alcuna eccezione. Eppure la straordinarietà delle rivolte popolari che agitano gran parte dei Paesi a Sud e a Est del Mediterraneo, che hanno già portato all’allontanamento dal potere dei capi di Stato in Tunisia e in Egitto e stanno facendo vacillare la tirannia di Gheddafi che sta perpetrando un genocidio ed è già stato denunciato dall’Onu per crimini contro l’umanità, offrono una rara opportunità all’Europa di voltare pagina se riuscirà a leggere correttamente l’evolversi della situazione senza scadere in infondati parallelismi con il nostro 1989 obnubilati dal fascino dello spontaneismo della piazza, svalutare criticamente il nostro passato che ci ha visto ahimè complici dei dittatori pur di aver garantiti il petrolio e il gas, i fondi sovrani e l’ accesso ai loro allettanti mercati, ad assumere delle scelte sagge e lungimiranti che salvaguardino i nostri legittimi interessi nel medio e lungo termine in un contesto di condivisione dello sviluppo umano, della giustizia sociale, dello stato di diritto, della democrazia sostanziale e della pace trai popoli del Mediterraneo. Ebbene affinché questa prospettiva si traduca in realtà è necessario conseguire tre obiettivi: 1) Risolvere alla radice la piaga della sofferenza economica favorendo l’avvento del ceto medio per colmare il divario tra una casta che monopolizza la ricchezza e una maggioranza fin troppo povera, incentivando la crescita dei micro, piccoli e medi imprenditori avvantaggiando principalmente i giovani che mediamente costituiscono tra il 60 e il 70 per cento delle popolazioni a Sud e a Est del Mediterraneo. 2) Affermare una concezione sostanziale della democrazia che si fonda sulla condivisione dei valori non negoziabili della sacralità della vita di tutti, della centralità della dignità della persona e del primato della libertà di scelta, compresa la libertà religiosa degli ebrei e dei cristiani e di conversione dei musulmani senza essere condannati a morte per apostasia. In particolare bisogna arginare l’ascesa al potere degli integralisti e degli estremisti islamici che praticano la dissimulazione per partecipare alle elezioni e, una volta egemonizzato il potere, uccideranno la democrazia sostanziale, imporranno la dittatura islamica e tenteranno di abbattere la nostra civiltà in crisi valoriale e identitaria perché ci vergogniamo delle nostre radici giudaico-cristiane e siamo sempre più succubi della dittatura del relativismo al punto che non sappiamo più chi siamo, raccordandosi con i pionieri del califfato islamico che sono già tra noi arroccati nelle moschee, nelle scuole coraniche, negli enti assistenziali e finanziari islamici, nei tribunali sharaitici che noi abbiamo concesso in ossequio all’ ideologia dell’islamicamente corretto. 3) Accreditare il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele quale Stato del popolo ebraico come un principio non negoziabile, parte integrante e indissolubile dei rapporti bilaterali e multilaterali con l’Unione Europea. Dobbiamo porre fine all’ideologia dell’odio contro Israele e gli ebrei nell’interesse di tutti, perché da sempre viene strumentalizzata per perpetuare le dittature bellicose e aggressive, mantenere i popoli arabi e islamici in uno stato di sottomissione, bloccare la crescita economica e la giustizia sociale, negare la democrazia sostanziale e sabotare la pace tra i popoli. Se siamo d’accordo su queste premesse, caro presidente Berlusconi, - prosegue Allam su IL GIORNALE - arriviamo al dunque. Diciamo subito che se non vuole ripetere l’insuccesso della Conferenza economica per il Medio Oriente e il Nordafrica avviata dagli Stati Uniti a Casablanca nel 1994 e sospesa a Doha nel 1997, del Partenariato euro-mediterraneo avviato a Barcellona nel 1995 e ormai lettera morta, dell’Unione per il Mediterraneo annunciata nel 2008 a Parigi e che non ha mai visto la luce; e se vuole andare oltre alle semplici dichiarazioni di buoni intenti come la ‘Banca per lo sviluppo del Mediterraneo’ annunciata da Craxi nel 1990, di un ‘Piano Marshall’ peri Territori palestinesi da lei annunciato nel 2009 e la promessa finora disattesa dei leader dei G-8 all’Aquila di donare 20 miliardi di dollari all’Africa entro il 2012, dobbiamo innanzitutto convincerci che l’investimento a favore dello sviluppo delle popolazioni e della pace nel Mediterraneo non è un’ opera di beneficenza; al contrario corrisponde alla promozione dei nostri legittimi interessi economici nonché alla salvaguardia della sicurezza e della pace nostra e dei nostri figli. Anche in politica, quella degli statisti che hanno a cuore l’interesse della prossima generazione e non quella dei politicanti che si preoccupano solo della prossima elezione come sottolineò De Gasperi, vale la regola che prevenire è meglio che curare le conseguenze delle malattie. Finora abbiamo collezionato errori su errori. Sbagliare è umano, perseverare sarebbe diabolico. Vorrebbe dire che ci vogliamo veramente del male. Non dobbiamo più occuparci solo della dimensione materiale dei rapporti bilaterali o multilaterali. Non possiamo pertanto assegnare a una banca il compito di promuovere lo sviluppo concepito solo in termini economici. Smettiamola di favorire solo i potentati economici interessati alle grandi opere dai discutibili benefici per la maggioranza della popolazione. Se ci vogliamo veramente bene e se vogliamo il bene dei nostri dirimpettai, mettiamoli nella condizione di essere loro i protagonisti della loro stessa emancipazione economica, diamo loro gli strumenti finanziari e formativi in un contesto politico e giuridico favorevole affinché da emarginati si trasformino in micro, piccoli e medi imprenditori. Facciamolo con la logica di chi è interessato a riscattare la loro dignità, aiutandoli affinché non debbano più chiederci aiuto. Prendiamo esempio dal Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus che concede il microcredito a chi non è in grado di dare garanzie bancarie scommettendo sulla sua umanità. Il 98 per cento dei prestiti elargiti dalla sua Grameen Bank (Banca del villaggio) viene restituito e a beneficiarne sono, al 94 per cento, donne giovani, analfabete e sottomesse. C’è una similitudine tra la realtà del Bangladesh, dove Yunus ha iniziato l’attività del microcredito, e quella di diversi Paesi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, considerando la percentuale dei giovani, della diffusione dell’analfabetismo e della condizione di sottomissione della donna. Caro presidente Berlusconi, - continua Allam su IL GIORNALE - probabilmente è più fruttuoso sul piano dell’immagine e del riscontro immediato in termini di voti investire nella militarizzazione delle coste, nella costruzione di centri di accoglienza e centri di espulsione, nell’ampliamento delle carceri che ospitano per oltre il 30 per cento stranieri nonostante siano circa il 5 per cento della popolazione residente cavalcando l’onda pericolosa del razzismo. Ma lei ha un’opportunità unica di fare un investimento di medio e lungo termine per essere ricordato nella Storia d’Italia come uno statista saggio e lungimirante, che ha scelto di agire anziché reagire, di prevenire anziché curare, per assumersi interamente la propria responsabilità anziché tramandare ai figli e ai nipoti un fardello insopportabile e ingestibile. Promuova la nascita di una Fondazione che operi sull’altra sponda del Mediterraneo attraverso lo strumento del microcredito, accompagnandolo con un percorso formativo che diffonda la cultura dei diritti fondamentali della persona, dei valori non negoziabili, della democrazia sostanziale, della pace tra i popoli. Favorisca l’accesso al microcredito ai giovani, soprattutto alle donne, che sono le più emarginate tra gli emarginati ma sono al tempo stesso la principale leva del cambiamento. Non dia l’immagine del colonizzatore ma bensì del sincero benefattore che si prodiga per il bene autentico del prossimo. Che tuttavia non corrisponde all’elemosina. La Grameen Bank esige la restituzione del credito elargito perché il vero obiettivo è formare delle persone responsabili capaci di ergersi a protagoniste della loro vita. L’economista sudafricana Dambisa Moyo ha denunciato il fiume di denaro che dalle tasche dei poveri dei Paesi ricchi vanno a finire nelle tasche dei ricchi dei Paesi poveri perché hanno alimentato i regimi africani dittatoriali e corrotti e hanno accreditato la cultura del parassitismo e della sottomissione tra i popoli. Ci insegna che gli africani più che di denaro hanno bisogno di formazione per riuscire ad essere pienamente se stessi a casa propria. Questa è la soluzione da perseguire nel Mediterraneo. Dobbiamo investire in quelle terree a beneficio di quelle popolazioni perché dobbiamo favorire il loro radicamento a casa loro. Non è nemmeno lontanamente immaginabile che l’Italia o anche l’Europa possano accogliere dall’oggi al domani 50mila o addirittura milioni di disperati in fuga dalla guerra, dalla miseria o dall’ingiustizia sociale. Non abbiamo altra scelta che assumere con grande serietà la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Mediterraneo. Lo dobbiamo fare per noi e per loro. Lei, presidente Berlusconi, - conclude Allam su IL GIORNALE - oggi ha questa opportunità unica e irripetibile. Rifletta attentamente, si affranchi dai lacci e lacciuoli del teatrino della politica, si elevi dalle miserie umane che ci appartengono ma che possiamo accantonare. Tutto ciò di cui oggi leggiamo e sentiamo passerà in secondo piano se il nome di Silvio Berlusconi sarà abbinato al leader italiano che ha saputo avviare sull’altra sponda del Mediterraneo un contesto affine al nostro, dove prevalgono l’amore per la vita, la considerazione della dignità della persona, il rispetto per la libertà di scelta, la promozione di uno sviluppo finalizzato al bene comune, la pace trai popoli”. (red)

Milano. La città della Letizia

Morto un Ffweb se ne fa un altro