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“Il Grinta”. Vecchio, caro western

Quasi una boccata d’ossigeno, nella sua distinzione netta tra i buoni e i cattivi. Quasi un film sperimentale, nel suo ritorno al linguaggio classico del genere. Un’opera che anche senza il riconoscimento degli Oscar ha tutti i numeri per imporsi

di Ferdinando Menconi 

“Il Grinta”, “True Grit”, remake dei fratelli Coen del film di Henry Hathaway, che valse l’Oscar al mitico John Wayne, è il grande sconfitto degli Academy 2011: dieci nomination e neppure una statuetta. Sicuramente fosse stato candidato l’anno scorso avrebbe fatto man bassa, cosa che avrebbe cambiato poco a Jeff Bridges, l’unico non all’altezza dell’originale Grinta del ’69: perché, per quanto Bridges sia un eccellente attore, l’unico vero Grinta è, e sarà sempre, John Wayne e negli western nessun può essere all’altezza del Duca, neppure Clint.

E questo dei Coen è un western, un grande, puro, classico western, che non vuole essere metafora di niente, che non vuole innovare il genere e per questo restituisce al genere la grandezza originaria che ha fatto sognare tante generazioni di ragazzi. In questo senso è un film coraggioso, molto più di tante pellicole che lo sono solo per gli uffici stampa e per chi, intellettuale o sedicente tale, si beve le loro cazzate. Non avrà vinto statuette, troppo forti gli avversari, ma molti sono i film che sono diventati classici senza aver vinto Oscar e Il Grinta dei Coen ne ha tutti i numeri: peccato che il remake del Duca abbia incontrato un Re balbuziente, che ha meritatamente vinto, ma forse non resterà nella storia come la benda del Grinta, indipendentemente dall’occhio che la porta (Bridges, chissà perché, la tiene a destra mentre “the Duke” a sinistra).

Chi grazie a un film del passato ha un futuro davanti, se non tradirà le promesse, è Hailee Steinfeld, che interpreta la ragazzina che assolda il Grinta per ottenere giustizia per l’omicidio del padre, una quattordicenne che non si capisce come mai sia stata candidata come miglior attrice non protagonista: è protagonista eccome, e arriva anche a rubare la scena a Bridges. Non avrebbe vinto comunque, ma è protagonista e ha tutti in numeri per diventare una grande attrice.

Erano tempi che non si vedeva un western come si deve, di quelli cappelli bianchi contro cappelli neri, dove i cattivi sono cattivi e i buoni sono buoni, anche nei loro trascorsi discutibili: il Grinta ha svaligiato una banca, ma era una banca che praticava interessi troppo alti e come dice lui, ed è del tutto condivisibile, rubare a un ladro non è reato. Un concetto brechtiano che filtra in un film hollywoodiano è un bel segnale su possibili prese di coscienza popolari negli States.

Questo, però, può accadere solo perché è un western e siamo quindi lontani dai moralismi salutisti della West Coast e da quelli psicanalitici della East Coast: se uno ha ucciso tuo padre è giusto che tu lo insegua fino alla sua morte, per mano della giustizia o per la tua poco importa. È una sorta di risposta alle voyeuristiche anime pie da plastico di Porta a Porta che chiedono sempre di perdonare chi ti ha offeso: il miglior perdono è la vendetta. A quelli, invece, che, ogni volta che un cittadino si incazza, sostengono che non siamo nel Far West si può solo rispondere che è vero ma solo perché, al contrario del Far West, oggi solo i fuorilegge hanno le armi e non si può supplire più con la giustizia privata, che è pur sempre giustizia, alle inefficienze di quella pubblica, che quasi mai riesce ad esserlo. Non fossimo stati nel Far West la ragazzina non avrebbe mai avuto giustizia, ma lì c’è il Grinta e lei si ritrova in mano un fucile. 

Come si poteva pretendere che potesse vincere una statuetta un film dove l’eroe è un personaggio grilletto facile, whiskey in gola e sigaretta in bocca: uno così può essere solo l’archetipo del cattivo.

I Coen ci hanno regalato una bella epopea ripescando nel passato della cinematografia e di un’America, lontana dai criminali di Wall Street e dei Rating finanziari, dove c’erano ancora eroi e onore, come nell’epica greca o scandinava, prima che il moralismo da soldati blu che ballano coi lupi li castrassero. Il Grinta è un film di rottura più di tanti sperimentalismi, coraggioso come gli eroi degli western dei bei tempi andati.

 

Ferdinando Menconi

 

Secondo i quotidiani del 08/03/2011

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