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Madri e lavoratrici. Che problema

Far coesistere i due piani è sempre più difficile, specialmente in un Paese come il nostro in cui scarseggiano sia gli asili pubblici che quelli aziendali. Ma la questione va addirittura al di là dell’aspetto logistico: perché in ogni caso l’educazione dei figli non è un impegno part-time

di Sara Santolini

Oggi è l'8 marzo. La giornata internazionale delle donne che dovrebbe ricordare tra l’altro le loro conquiste sociali, politiche, economiche. Nonostante ormai nei Paesi occidentali questa ricorrenza non sia diventata molto di più che una scusa come un altra per fare baldoria, e una giornata nella quale regalare rami di mimosa – simbolo scelto dall'UDI, l'Unione donne italiane, nel 1946 per celebrare la prima giornata internazionale della donna dopo la fine della guerra – i loro diritti sono ben lontani dal poter essere semplicemente celebrati. Anche in Italia.

Il problema di essere donna in una società tutta maschile, nata, cresciuta e costruita intorno ai ritmi e alle tendenze degli uomini, è che prima o poi, al di là dei propri personali convincimenti, si andrà a cozzare contro i suoi meccanismi. Nemmeno l’imprenditrice più caparbia, la manager più convinta della bontà del sistema capitalistico, l’economista più liberista possono sottrarsi al senso di inadeguatezza che accompagna necessariamente il loro desiderio di diventare madri. Non fosse altro perché devono rinunciare a qualcosa per poter continuare a far parte del “sistema”. E così devono scegliere se avere una famiglia, abbandonando qualsiasi attività lavorativa di un certo impegno e ogni prospettiva di carriera che nella nostra società diventa spesso l’unico (ed erroneo) paramento del successo personale, oppure se vivere una maternità a metà lasciando che i propri figli vengano cresciuti da asili nidi e baby sitter. Che, in ogni caso, non sono e non rimangono altro che delle agenzie educative estranee alla famiglia, della quale non dovrebbero in nessun caso sostituire la presenza. 

Secondo l’Eurostat, nell’Unione Europea il tasso di occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero dei figli. E questo dato è più significativo in quei Paesi dove asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza sono meno presenti o meno efficaci. Ora che il guadagno sembra essere diventato il valore fondante della nostra società le donne che scelgono, o sono costrette a scegliere per motivi economici, di continuare a lavorare anche dopo essere diventate madri lo fanno letteralmente a proprie spese. Queste mamme che devono pagare qualcuno perché si occupi dei propri figli devono fare i conti con le rette degli asili o delle bambinaie. In questo modo spesso il costo-opportunità del loro lavoro si riduce tanto da spingerle ad abbandonarlo. Anche perché non esistono politiche efficaci a loro sostegno. 

In questo campo nel panorama europeo l’Italia è, assieme a Malta, il fanalino di coda. Qui da noi lavora solo il 59 per cento delle donne con un figlio contro una media europea del 71,3; il 54,7 di quelle con due figli, contro una media continentale del 69,2; e solo il 41,3 delle donne con più di due figli, contro una media europea del 54,7 per cento. Non è che le donne italiane non vogliano avere una prole cui dedicarsi. È che, in aggiunta a tutte le altre difficoltà, sono costrette a rimandare quel momento vuoi perché non hanno la tranquillità economica necessaria, vuoi per non perdere il lavoro, data la scarsa attenzione delle aziende nei loro confronti e la crisi economica che rende assai difficile trovare una nuova occupazione dopo aver lasciato quella vecchia. Vuoi, infine, per inseguire un modello di affermazione di se stesse che, al di là del fatto che venga raggiunto oppure no, finisce spesso col derubarle comunque della possibilità di avere e crescere dei figli. 

Certo: lo sviluppo di politiche di sostegno alla maternità e all’infanzia non può che migliorare la situazione delle donne e limitare la loro espulsione dal mondo del lavoro, ma non basta la possibilità di accedere a un asilo pubblico, o privato e però offerto a prezzi accessibili, a risolvere le problematiche dell’essere madre in questo millennio.

 

Sara Santolini

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