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Secondo i quotidiani del 08/03/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “L’Europa congela i beni libici”. E a sinistra: “Così saranno conciliati i tempi lavoro-famiglia”. Editoriale di Beppe Severgnini: “Il fattore donne e il Paese”. Al centro foto-notizia: “Il francese Arnault aggiunge Bulgari ai suoi gioielli” e “La benzina corre e arriva a 1,61. Un record storico”. In taglio basso: “Il Papa risponderà alle domande in tv” e “Troppi laureati senza lavoro. Matricole in fuga dall’università”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “La Nato: pronti a fermare Gheddafi” e a sinistra: “Ruby, Fli all’attacco: ‘No al conflitto d’attribuzione’ ”. Editoriale di Maurizio Ferraris: “Il desiderio del Sultano e l’etologia della politica”. Di spalla: “Il ritorno dell’8 marzo. Un futuro rosa è possibile”. Al centro foto-notizia: “Università, crollano le nuove iscrizioni” e “Bulgari diventa francese, se ne va un altro marchio”. In taglio basso: “Niente tv, ora è Internet a darci la buonanotte” e “La canzone di Grossman per il figlio caduto al fronte”.  

LA STAMPA – In apertura: “La Nato avverte Gheddafi”. Editoriale di Lucia Annunziata: “Ma per ora vince il raìs”. Di spalla: “Bulgari diventa francese” e “Ho fatto il testamento biologico”. Al centro foto-notizia: “Benzina oltre ogni record: 1,56” e “Operazione alla mandibola, Berlusconi 4 ore sotto i ferri”. A fondo pagina: “Masoch Italy”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “La Nato in campo per la Libia” e in taglio alto: “ ‘Poche infrastrutture per il web, ma l’industria deve innovare’ ”, “Maxi riordino per le professioni della sanità” e “Lavoro e famiglia: spazio a part time e orari flessibili”. Editoriale di Francesco Sisci: “Quattro assi per domare il dragone nuova Cina”. Al centro la foto-notizia: “La Francia conquista Bulgari” e “Moody’s boccia il governo greco”. Di spalla: “8 marzo, la mimosa e il welfare” e “Quote rosa? Con le ali volano meglio”. In taglio basso: “Lo sviluppo del sud, dal Gattopardo al Grande Fratello”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Ultimatum a Gheddafi” e in un box: “Nuovi sbarchi a Lampedusa, l’allarme di Maroni”. Editoriale: “L’onore dell’arma un bene prezioso”. Al centro foto-notizia: “La fuga, l’inseguimento, l’omicidio: ecco gli ultimi istanti di Yara” e “Berluscono operato per quattro ore alla mandibola: è già a casa”. In un box: “Otto marzo, inezie e lunghi coltelli”. In taglio basso: “Bulgari diventa francese” e “Svendopoli a Roma, il giallo delle gare fantasma”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Berlusconi sotto i ferri, il partito dell’odio fa festa”. A sinistra: “Le toghe minacciano. E il pm Spataro guida la rivolta”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “Ricatto a mano armata”. Al centro: “Libia, venti di guerra vera. Ultimatum Nato al raìs” e in box “La Cina ci compra, ci copia e ci chiude” e “Se il made in Italy ha perso i gioielli”. A fondo pagina: “Il diritto alla vita e i diritti delle vita”. 

LIBERO – In apertura: “Il pistolero pistola”. Editoriali di Vittorio Feltri: “Lo sciopero ad personam” e Maurizio Belpietro: “Le domande scomode che irritano Fini”. Al centro la foto-notizia “Silvio si è fatto la dentatura nuova”. A fondo pagina: “La famiglia Bocchino costa 9 milioni l’anno”. 

IL TEMPO – In apertura: “Gheddafi resiste e noi paghiamo”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Gheddafi prepara la battaglia perfetta contro i ribelli di Sirte”. In apertura a destra: “Pattugliare la Tunisia. La Lega lo vuole, il Cav lo chiederà all’Europa”. Al centro “Alla sbarra francese”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “La metà che manca”. Di spalla: “Obama evoca azioni Nato anti-Gheddafi: ‘Basta stragi’ ”. (red)

2. Ultimatum della Nato a Gheddafi

Roma - “Rullano i tamburi di guerra anche in Europa, - scrive Marco Zatterin su LA STAMPA - con tutti i ‘se’ e i ‘ma’ di circostanza. ‘Se Gheddafi e il suo regime continueranno ad attaccare sistematicamente la popolazione civile - avverte il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen - non posso immaginare che la comunità internazionale e l’Onu rimarranno a guardare’. È il primo accenno alla possibilità di aprire in Libia un nuovo fronte per l’Alleanza oltre quello afghano, un messaggio che assume anche il sapore di un ultimatum al raiss. ‘La violazione del diritto umanitario internazionale è oltraggiosa e il nostro lavoro è quello di pianificare ogni eventualità’, avverte il danese. L’atmosfera si fa ogni ora più incandescente. Dalla Casa Bianca Barack Obama conferma che la Nato studia ‘una vasta gamma di opzioni, tra cui potenziali opzioni militari’. Nel quartier generale di Evere gli architetti militari dell’Alleanza non escludono alcuna ipotesi, mentre Francia e Regno Unito si preparano a chiedere alle Nazioni Unite una risoluzione su una ‘no fly zone’ nei cieli libici. Il Congresso Usa spinge in questa direzione e la Lega Araba non ha nulla da ridire, anzi. E si unisce agli Usa anche il Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo. Una bozza per il Palazzo di Vetro scritta da Londra e Parigi dovrebbe essere pronta a breve, nonostante la manifesta contrarietà espressa da Russia e Cina, entrambi membri con diritto di veto. Il ministro degli Esteri Frattini definisce ‘difficile’ un coinvolgimento di nostri aerei, ma ‘per lealtà non si può negare l’utilizzo delle basi’. Comunque, ha precisato, ‘parliamo di riflessioni su un divieto di sorvolo, non di un attacco’. L’ipotesi di un’interdizione al volo prende dunque quota, - prosegue Zatterin su LA STAMPA - principalmente per impedire ai caccia del dittatore libico di levarsi per bombardare i pozzi petroliferi e i civili. Una eventuale missione militare non ha certo i confini definiti in questo momento, però si immaginano varie fasi, da una forza di interposizione da inviare in tempi brevi a uno schieramento di soldati che intervenga una volta che Gheddafi fosse disarcionato. ‘Comunque - spiegano fonti dell’Alleanza - qualunque ipotesi, anche la più drastica, difficilmente coinvolgerebbe personale italiano per ragioni di prossimità geografica’. Rasmussen lancia il sasso ma non rinuncia ai distinguo. ‘Noi condanniamo fortemente l’uso della forza contro la popolazione libica - ha affermato il segretario dell’Alleanza - e sia chiaro che non abbiamo alcuna intenzione di intervenire in Libia, pur se ci stiamo predisponendo a ogni possibilità’. Gli aerei di ricognizione Awacs infatti, controllano 24 ore su 24 i cieli libici, precisa il rappresentante permanente Usa alla Nato Ivo Daalder. ‘Ogni azione - precisa intanto Rasmussen - potrà essere realizzata solo dietro mandato del Consiglio di Sicurezza’, a partire dalla ‘no fly zone’, mossa che il danese definisce ‘a contenuto militare’. A suo avviso la comunità internazionale ‘è di fronte ad un dilemma’. Una strada di questo drammatico bivio si rifà ‘ai sistematici attacchi alla popolazione civile che ci spingerebbe ad intervenire’. L’altra è quella della piena consapevolezza del fatto che ‘un intervento militare dall’esterno potrebbe creare una reazione da parte del mondo arabo’. Il caso sarà discusso giovedì dai ministri della Difesa della Nato alla presenza del rappresentante Ue Cathy Ashton, che a colazione vedrà i ministri degli Esteri Ue, alla vigilia del vertice a Ventisette. L’opzione militare non viene considerata a cuore leggero. Il 2011 è l’anno che la Nato ha indicato per l’inizio del ‘phase out’ dall’Afghanistan. ‘Prevedo più combattimenti per quest’anno - ha spiegato l’ex premier danese - abbiamo aumentato il numero delle truppe internazionali e i taleban sono sotto pressione ovunque’. Una campagna libica, cento anni dopo quella italiana del 1911, - conclude Zatterin su LA STAMPA - sarebbe un impegno di cui anche i bilanci degli alleati farebbero con piacere a meno”. (red)

3. Obama preferisce la “via indiretta” con armi saudite

Roma - “Per Robert Gates, il capo del Pentagono, - riporta Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - gli inviti di molti parlamentari Usa a intervenire militarmente in Libia sono ‘parole a vanvera’ pronunciate senza conoscere la realtà. È la stessa linea del dipartimento di Stato (‘Siamo lontani dal prendere una simile decisione’, dice Hillary Clinton) e della Casa Bianca dove il capo di gabinetto di Obama, William Daley, va addirittura all’attacco: ‘Qui c’è gente che parla di ‘no-fly zone’ sulla Libia come se fosse un videogame’. Ma la pressione politica cresce: il fronte interventista, fin qui limitato ai leader repubblicani, da John McCain a Mitch McConnell, si sta allargando ad esponenti democratici di rilievo come John Kerry e l’ex governatore del New Mexico, Bill Richardson. Il presidente non vuole farsi coinvolgere in un altro conflitto senza fine e considera anche la ‘no-fly zone’ sulla Libia— un’area vasta più della California e del Texas messi insieme — un impegno troppo gravoso per un apparato militare già sotto pressione su molte ‘zone calde’ : Iraq, Afghanistan, Mar della Cina, Golfo Persico, passando per la lotta ai pirati somali nell’Oceano Indiano e a quelli che infestano lo stretto di Malacca. Obama, però, capisce anche che, dopo aver intimato più volte a Gheddafi di lasciare il potere, non può assistere passivamente al massacro dei ribelli. Tenta, allora, una mossa che ricorda la ‘dottrina Reagan’ degli anni ’80: aiutare i rivoltosi appoggiati da Washington non con un intervento diretto, ma fornendo armi e sostegni logistici. Robert Fisk ha scritto ieri sull’Independent che la Casa Bianca ha chiesto all’Arabia Saudita di sostenere i ribelli libici armandoli e fornendo loro denaro. Per contenere la controffensiva di Gheddafi gli insorti hanno bisogno soprattutto di razzi anticarro e di missili antiaerei: armi comunque ‘made in Usa’ , ma se a fornirle sarà l’Arabia, gli Usa eviteranno un coinvolgimento diretto e al tempo stesso ridurranno la pressione esercitata dagli interventisti sul governo Obama. La famiglia reale saudita non avrebbe, però, ancora dato una risposta alla richiesta di Washington. Dalla vicenda Iran-Contra nell’era Reagan al sostegno della guerriglia afghana durante l’invasione sovietica, - prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - l’Arabia si è prestata più volte, in passato, ad agire per conto degli Usa. Stavolta, però, è tutto più complicato. Intanto perché lo stesso regime di Riad è sotto la minaccia di movimenti ribelli: le manifestazioni del ‘giorno dell’ira’ contro la monarchia sunnita organizzata dai movimenti della minoranza sciita (10 per centodella popolazione) sono state vietate. Ma il re si sente assediato: non avrebbe remore a colpire quel Gheddafi che solo un anno fa ha tentato di assassinarlo, ma teme le ripercussioni di un suo intervento a fianco degli americani. Del resto, anche da punto di vista Usa, l’operazione si presenta piena di rischi: in teoria i sauditi potrebbero trasferire le armi a Bengasi in 48 ore con un ponte aereo, ma poi bisognerebbe garantire comunque una copertura aerea per impedire bombardamenti dei jet di Gheddafi o attacchi dei suoi ‘tank’ . Senza dimenticare il rischio di ritrovarsi di nuovo ad armare potenziali nemici, come avvenne in Afghanistan coi razzi antiaerei ‘Stinger’ forniti a una guerriglia antisovietica, poi diventata antiamericana. Oggi, a combattere contro Gheddafi, nell’Est della Libia, ci sono molti ‘jihadisti’ dell’Islam radicale. E, ricorda il Washington Post, a scorrere l’elenco degli uomini di Al Qaeda colpiti dai ‘droni’ (gli aerei senza pilota della Cia) in Pakistan e Afghanistan ci si imbatte in molti nomi che finiscono con ‘al-Libi’ , cioè ‘il libico’ . Nonostante tutte queste preoccupazioni, i conservatori Usa chiedono insistentemente un intervento militare Usa contro Gheddafi, mentre il Wall Street Journal accusa Obama di abdicare alle sue responsabilità. Intanto, come detto, - conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - la tesi dell’intervento militare ‘limitato’ comincia a fare proseliti anche tra i democratici: Bill Richardson chiede di armare i ribelli e la ‘no-fly zone’, mentre l’ex candidato alla Casa Banca, John Kerry, giudica eccessiva la prudenza del Pentagono. E propone un coinvolgimento bellico in scala ridotta: attacchi aerei ‘mirati’ alle piste degli aeroporti libici per impedire il decollo dei jet di Gheddafi”. (red)

4. Accordo Usa-Ue, “Raìs delegittimato se ne deve andare”

Roma - “C’è l’accordo – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - fra l’amministrazione Obama e le maggiori potenze europee sulla necessità che Gheddafi lasci il potere ed in queste ore la ‘pianificazione prudente’ della Nato si articola in contatti con Paesi africani e arabi che potrebbero partecipare all’intervento. Questo emerge al termine di quattro giorni che hanno visto susseguirsi riunioni sulla Libia alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e al Pentagono nelle quali i più stretti consiglieri del presidente su Medio Oriente, Nordafrica, Africa e Europa hanno definito, in contatto con gli alleati, l’approccio alla crisi in atto facendo emergere la considerazione che ‘le rivolte arabe che tutti aspettavano ma nessuno aveva previsto con precisione possano diventare l’evento che segnerà l’amministrazione Obama’. Il punto di partenza sono le parole pronunciate giovedì dal presidente Obama nella East Room: ‘Gheddafi è delegittimato e deve andarsene’. Nelle ultime 96 ore le ambasciate americane a Londra, Parigi, Berlino, Roma e Madrid hanno verificato le reazioni in merito da parte dei maggiori alleati europei e la conclusione arrivata sulla scrivania del presidente è che ‘c’è intesa sulla necessità che il regime di Gheddafi abbia fine’. Durante una delle riunioni, è stato sollevato l’interrogativo su ‘cosa potrebbe avvenire se il colonnello Gheddafi rimarrà al potere’ e la risposta arrivata dal consigliere di Obama è stata: ‘This is not the plan’, non è questo il piano. Il solido accordo politico Usa-Europa sulla rimozione di Gheddafi dal potere ha consentito alla Nato di dare inizio a quella che a Washington viene descritta come ‘una prudente opera di pianificazione’ del possibile intervento militare che deve l’aggettivo ‘prudente’ al fatto di prendere in considerazione ogni opzione: intervento umanitario, zone cuscinetto, accecamento elettronico delle comunicazioni del regime, imposizione di una zona di interdizione di volo (no fly zone) o di una zona di interdizione di movimento truppe (no drive zone), o altro. Usa e potenze europee – prosegue Molinari su LA STAMPA - sono accomunati dalla convinzione che l’intervento in Libia non possa essere svolto solo dalla Nato, nel timore di innescare una spirale antioccidentale nelle piazze arabe in questo momento protagoniste di rivolte a favore delle riforme. Da qui la necessità di ‘coinvolgere altre nazioni’, come osserva un diplomatico al corrente della maratona di riunioni sulla Libia, a cominciare da ‘membri della Lega Araba e dell’Unione Africana’. Washington, Parigi e Londra avrebbero già contattato più capitali arabe ed africane per verificare la possibilità di una loro partecipazione ad un intervento umanitario e uno degli interlocutori più favorevoli a tale scenario è Amr Mussa, l’egiziano che guida al momento la Lega Araba e si è spinto fino a ipotizzare di affidare a aviazioni arabe la "no fly zone". Ma fra Obama e i partner europei vi sono anche terreni dove l’intesa ancora non c’è. Il più importante ha a che vedere con la legittimazione internazionale dell’intervento umanitario. Parigi e Londra infatti spingono per ottenere una nuova risoluzione dell’Onu che apertamente autorizzi l’operazione mentre Washington ritiene che la risoluzione 1970 - votata all’unanimità sulla base del capitolo VII che prevede l’adozione di misure per ‘restaurare pace e sicurezza’ - sia già una base sufficiente, tanto più che tornare al Consiglio di Sicurezza potrebbe significare affrontare un braccio di ferro con Pechino e Mosca destinato a complicare il rilancio delle relazioni bilaterali con questi Paesi. A conti fatti tuttavia sono le convergenze con l’Europa che pesano di più e fanno dire ai collaboratori di Obama che ‘gli alleati dell’Ue sono sempre più dei partner globali’. Tornando in auge dopo oltre due anni in cui Washington ha guardato soprattutto a Russia e Cina. A complicare lo scenario legato a un intervento militare arrivano, da Kabul, le parole del capo del Pentagono Bob Gates e del generale David Petraeus. I microfoni di una tv – conclude Molinari su LA STAMPA - hanno catturato uno scambio di battute fra i due. ‘Penso - ha detto Petraeus - che avrà più pensieri del solito, state per lanciare una sorta di attacco contro la Libia o qualcosa del genere, vero?’. ‘Si esattamente così’, ha replicato Gates”. (red)

5. Ecco i piani Usa per fermare Gheddafi

Roma - “Sono cinque – riporta Federico Rampini su LA REPUBBLICA - gli ‘scenari di guerra’ che la Casa Bianca sta studiando per la Libia. Alcuni desiderabili anche se costosi, altri temuti: tutti e cinque prevedono una internazionalizzazione della guerra civile in atto. Il preferito in assoluto naturalmente è ‘il sesto’: Gheddafi che si dimette, come ieri sera ha lasciato sperare Al Jazeera, sarebbe un trionfo per le pressioni di Barack Obama. Il presidente americano gli ha intimato di ‘andarsene subito’, e ha lanciato pesanti avvertimenti ai suoi collaboratori ‘che risponderanno di tutte le loro responsabilità’. Per la Casa Bianca è inaccettabile invece lo status quo, il prolungamento della carneficina, il paese spezzato in due: sarebbero troppo alti i costi, non solo umanitari ma economici (caro-petrolio), geopolitici, strategici. Lo scenario A per Washington è l’intervento militare della Nato con il mandato del Consiglio di sicurezza Onu. È quello che Obama ha in mente quando lancia a Gheddafi l’avvertimento: ‘In risposta alla violenza che continua, stiamo consultando gli alleati della Nato per un ampio ventaglio di opzioni, inclusa quella militare’. Lo stesso presidente auspica però una decisione ‘della comunità internazionale’, più ampia possibile. Una risoluzione Onu spianerebbe la strada a diverse azioni: ‘Armi ai ribelli’, è il primo passo evocato da Jim Carney, portavoce della Casa Bianca. ‘Soldi agli insorti’, aggiunge il democratico John Kerry, vicino a Obama nonché presidente della commissione Esteri al Senato: è lui a suggerire che l’America dirotti verso un ‘governo provvisorio’ di Bengasi parte dei 30 miliardi di beni libici congelati per le sanzioni. E poi la ‘no-fly zone’, l’interdizione dello spazio aereo alle forze di Gheddafi. Con l’avvertenza di William Daley, capo dello staff di Obama: ‘La no-fly zone non è un videogame’. In altri termini: come ammonisce il segretario alla Difesa Robert Gates (‘non parliamone a vanvera’), va preparata con bombardamenti a tappeto per neutralizzare le difese di Gheddafi. Ma prima ancora di affrontare le incognite militari, questo scenario A si scontra con un ostacolo politico: Russia e Cina finora sono contrarie, e senza di loro la no-fly zone non passa al Consiglio di sicurezza. Di qui lo scenario B, - prosegue Rampini su LA REPUBBLICA - l’opzione immediatamente successiva: a bloccare i massacri di Gheddafi è un intervento militare della Nato in alleanza con la Lega araba e l’Unione africana. Il vantaggio per Obama è la saldatura con il mondo arabo (che ha detto no a un intervento marcatamente ‘occidentale’). Il presidente premio Nobel della pace darebbe così il segnale che questa non è l’ennesima guerra per il petrolio, non c’è dietro il vecchio riflesso imperialista. Gli svantaggi: il piano B somiglia alla ‘coalizione dei volonterosi’ che George Bush mise assieme per la guerra in Iraq. Non a caso il piano B piace molto ai repubblicani, da John McCain a Mitch McConnell che denunciano ‘l’inazione di Obama, l’illusione di agire con l’Onu’. Infine, che farebbero in quell’ipotesi Russia e Cina? La Casa Bianca è preoccupata per le informazioni della sua ambasciata a Pechino, secondo cui i cinesi starebbero aiutando Gheddafi con forniture di armi. Lo scenario C è la variante ‘economica’, che prevede di ‘mandare avanti l’Arabia saudita’: prima con aiuti finanziari ai ribelli, poi con un intervento militare. L’America fornirebbe ai sauditi tutto l’appoggio logistico e l’importante copertura della guerra elettronica: spionaggio satellitare, intercettazioni delle comunicazioni. Vista la confusa situazione in Egitto, nel mondo arabo solo i sauditi hanno i mezzi e possono agire per conto dell’America. Ma vorranno farlo? Qui interviene lo scenario D, il più temuto di tutti, l’Apocalisse che la Casa Bianca evoca anche per sbloccare le resistenze saudite: la Libia diventa un’altra Somalia, la guerra tribale s’incancrenisce, nel caos s’infila Al Qaeda e si conquista quel ruolo da protagonista che finora le è sfuggito nelle altre rivoluzioni arabe. L’internazionalizzazione del conflitto sarebbe inevitabile anche in questo caso, ma avverrebbe nelle condizioni peggiori: per strappare i pozzi petroliferi dalle mani di Al Qaeda. L’elenco degli scenari non è completo senza l’ipotesi E, che in realtà è una variante del primo. La no-fly zone applicata dalla Nato parte come un’operazione condotta dai cieli. Ma Gheddafi riesce a proseguire le violenze contro i civili, e la no-fly zone risulta insufficiente. Oppure Gheddafi abbatte un aereo americano e cattura dei piloti. Sono situazioni che spingono verso l’escalation con truppe terrestri, in una fase in cui il dispositivo militare americano è già ‘iper-stressato’ dalle guerre in Iraq e Afghanistan. È quel che evoca per Obama – conclude Rampini su LA REPUBBLICA - la frase del suo amico Colin Powell: ‘Quando sento che i politici parlano di operazioni chirurgiche, corro a rifugiarmi in un bunker’”. (red)

6. Libia, l’attimo è fuggito?

Roma - “La comunità internazionale – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - si sta muovendo in Libia, ma non sarà troppo tardi? C’è stato un momento in cui l’obiettivo comune – isolare e fermare il presidente Muammar Gheddafi – ha superato le note divisioni al Consiglio di sicurezza dell’Onu e ha portato alle sanzioni, in un attimo di unità raro e importante. Poi l’attimo è passato, ogni paese ha cominciato a valutare gli interessi in gioco, le conseguenze, l’effetto sulla regione e sul mondo, e così hanno avuto la meglio i vari interessi nazionali. Ora la Nato dice che non si può stare a guardare, che Gheddafi deve smettere di massacrare il suo popolo oppure l’intervento alleato sarà inevitabile. Barack Obama, presidente riluttante, come lo ha definito il Wall Street Journal, appoggia l’iniziativa della Nato e prepara un discorso in cui metterà a fuoco – dicono le indiscrezioni – una svolta nella sua politica estera a favore di un ‘regime alteration’: fare pressioni sui regimi alleati perché si aprano alle riforme democratiche. Fermare Gheddafi è necessario, ma come? Secondo fonti d’intelligence, il colonnello sta usando soltanto un terzo delle sue capacità militari, il che significa che sul terreno può essere molto più forte, sia contro i ribelli sia contro gli stranieri. Il potere del colonnello è solido e il multilateralismo mostra le sue debolezze, ma alla Casa Bianca non c’è un presidente che vuole arrischiarsi sulla via unilaterale, auspicata invece dal premier britannico David Cameron. Obama teme le ripercussioni sull’opinione pubblica, il riaccendersi del mai sopito antiamericanismo. Come ha detto Veltroni e ha sottolineato il Sole 24 Ore, la minaccia è sempre presente: lo dimostra il pacifismo militante italiano che in questi giorni non riempie certo le piazze contro il regime di Gheddafi, idolo dell’antiamericanismo. Russia e Cina non autorizzeranno un intervento, la prima l’ha detto esplicitamente, la seconda si nutre e cresce grazie alla politica della non ingerenza. Un mandato dell’Onu non ci sarà, quindi si dovrà intervenire – se ci sarà la volontà politica – con una coalizione di volenterosi (l’Italia ha già detto che non può impedire l’utilizzo delle basi). E allora sì che le piazze pacifiste si riempiranno”. (red)

7. L’Europa verso nuove sanzioni contro i fondi libici

Roma - “La procedura scade stamani alle dieci - riporta Federico Fubini sul CORRIERE DELLA SERA - e il diavolo può nascondersi proprio nei dettagli di quel conto alla rovescia. È infatti solo a metà mattinata, a Borse aperte, che i ventisette Paesi dell’Unione europea disabiliteranno il fondo sovrano di Muammar Gheddafi. Il governo italiano in teoria potrebbe mettere un veto sulla decisione, ma fino a ieri sera non ne aveva alcuna intenzione. Salvo intoppi in altre capitali, da oggi dunque partecipazioni e investimenti del raìs per 30 o 40 miliardi di euro in almeno cinque Paesi europei finiranno ‘congelate’ con un atto legale di Bruxelles. Nella lista c’è l’aristocrazia del capitalismo industriale e finanziario di un continente, non solo di Piazza Affari. Sui listini di Milano la Libyan Investment Authority (Lia, una delle entità prese di mira dalle nuove misure europee) detiene il 2,01 per cento di Finmeccanica, circa l’ 1 per cento dell’Eni e il 2,59 per cento di Unicredit. Sempre del primo istituto italiano per valore degli attivi, la banca centrale della Libia ha il 4,61 per cento ma anche questa figura fra le società colpite dalle nuove sanzioni. In Italia le misure interessano poi la Juventus in quanto partecipata al 7,5 per cento dalla Libyan Arab Foreign Investment Company, la società che gestisce i beni della Lia ed è inclusa nei provvedimenti. Coinvolte sono inoltre la squadra della Triestina (la Lia ne controlla il 33 per cento), il gruppo tessile Olcese (partecipata al 31 per cento) e Retelit. A Roma c’è però un interesse libico che resterà fuori dalle sanzioni in arrivo: si tratta dell’Ubae, la banca che gestisce le transazioni di gas e petrolio. In Ubae la maggioranza assoluta è della Libyan Foreign Bank (controllata dalla banca centrale di Tripoli), e l’istituto conta fra i soci minori anche l’Eni (al 5,4 per cento), Intesa Sanpaolo e Telecom Italia (entrambe all’ 1,8 per cento). Anche gruppi strategici di altri Paesi europei - prosegue Fubini sul CORRIERE DELLA SERA - presentano fra gli azionisti eccellenti entità da oggi paralizzate. Il fondo sovrano libico è presente ovunque: in grandi banche come la francese Bnp Paribas o la britannica Standard Chartered, in gruppi dell’energia come Bp, Royal Dutch Shell e la spagnola Repsol, in società delle telecomunicazioni come Vodafone e la Alcatel Lucent di Parigi, in grandi gruppi dei media fra i quali la britannica Pearson e la francese Lagardère e nel conglomerato industriale tedesco Siemens. Tutti loro da domani avranno un socio bloccato. La Libia di Gheddafi non potrà più votare in assemblea, non incasserà dividendi, non potrà esprimere rappresentati negli organi societari (era successo a Farhat Bengdara, governatore a Tripoli e vicepresidente di Unicredit), né le sarà concesso di disporre delle azioni in portafoglio. Il punto delicato, in questo passaggio europeo, è proprio qui. In linea di diritto infatti almeno fino alle dieci di stamani i libici hanno il controllo delle loro partecipazioni. Finché sono in tempo, potrebbero voler salvare i propri beni smobilizzando bruscamente tutte le posizioni di Borsa in giro per l’Europa in cambio di denaro liquido. Per i listini sarebbe un terremoto, con ogni probabilità evitabile se solo le società interessate penseranno a prendere provvedimenti per tempo. Pearson per esempio l’ha fatto quando nei giorni scorsi ha bloccato in anticipo l’azionista di Tripoli. Gli Stati Uniti si sono già mossi in questo senso la scorsa settimana, con congelamenti per trenta miliardi di dollari di quote in grandi gruppi come Exxon, Chevron o Honeywell. In pochi giorni - conclude Fubini sul CORRIERE DELLA SERA - l’Occidente ha disabilitato così un fondo sovrano arabo da circa 70 miliardi di dollari, ovviamente senza rendere il denaro. Facoltosi dittatori petroliferi, in giro per il Medio Oriente, prenderanno nota”. (red)

8. Roma avvia i contatti con gli insorti. “Con discrezione”

Roma - “E’ alla scelta delle parole, è alle sfumature – scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - che bisogna prestare attenzione per capire quale confronto parallelo si svolge tra Paesi alleati mentre i notiziari si concentrano sulla repressione delle rivolte ordinata in Libia da Muammar el Gheddafi. Senza cercare scontri frontali, il governo di Silvio Berlusconi sta utilizzando ampiamente i margini di manovra a disposizione per distinguere la propria immagine da quella di un altro partner della Nato e dell’Unione europea, la Gran Bretagna. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, che in serata aveva in programma una telefonata con il segretario di Stato americano Hillary Clinton, ha dichiarato da Unomattina che l’Italia ha contatti con il Consiglio provvisorio degli insorti formato a Bengasi. ‘Con discrezione’, ha aggiunto. L’espressione suona singolare per un’operazione pubblicizzata in tv. Ma è facile capire con chi ce l’aveva Frattini. ‘Altrimenti si rischiano superficialità e confusione’, ha proseguito. ‘I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio provvisorio ha detto che si rifiutava di incontrarli’, ha sottolineato evocando la sfortunata missione degli inviati di Londra. Il Regno Unito aveva ottimi rapporti con re Idriss e l’Italia è il primo partner economico della Giamahria del suo defenestratore Gheddafi, tuttavia – prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - c’è anche dell’altro nella partita in corso che vede il premier britannico David Cameron affannarsi nel cercare di maturare gratitudine dagli insorti e Berlusconi sempre un passo indietro rispetto alle condanne del Colonnello emesse dai principali alleati europei e dagli Usa. Cameron è stato il più risoluto nella Nato nel chiedere di impedire i decolli degli aerei di Gheddafi che possono bombardare gli oppositori. Frattini, a Porta a porta, ha sostenuto che ‘l’attacco verso i civili crea le condizioni per una riflessione su una no-fly zone’. Per riflettere occorre tempo, non fretta. ‘Ci vuole un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu’ , ha ribadito Frattini promettendo, nel caso, basi e supporto logistico. Non aerei italiani. Per quanto singoli membri del governo definiscano sospeso il Trattato di amicizia italo-libica, la tesi si spiega anche tenendo presente un aspetto. Una risoluzione dell’Onu per la no-fly zone imporrebbe all’Italia quel ‘rispetto della legalità internazionale’, evocato nell’articolo 4 del Trattato, che esonererebbe di certo dal divieto previsto nello stesso comma: quello di usare o far usare contro la Libia basi esistenti sul nostro territorio. La rappresentanza d’Italia presso l’Onu coltiva i rapporti con Abdulrramahan Shalgam, l’ambasciatore di Tripoli in rotta con Gheddafi. I contatti tra Farnesina e Consiglio libico sarebbero stati per lo più telefonici, però un rappresentante di quest’ultimo, Ahmad Gehani, ha annunciato un incontro sostenendo che ‘forse si potrebbe parlare anche di un riconoscimento’. Fino a ieri, a Roma in pubblico non se ne parlava. Mentre Obama non escludeva azioni militari, a Milano Roberto Maroni ha definito ‘un errore molto grave’ interventi militari. Lo stesso ministro dell’Interno, poco diplomaticamente, aveva suggerito agli americani di ‘darsi una calmata’. Non si sa se ci sarà guerra con la Libia, ma tra gli alleati – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - c’è una certa animazione. Percepibile pure da Tripoli”. (red)

9. Ex ministri e ambasciatori, il volto dell’opposizione

Roma - “Il pattugliatore ‘Libra’ – scrive Guido Ruotolo su LA STAMPA - è ormeggiato nel porto di Bengasi, la capitale della Cirenaica liberata. Sono gli aiuti umanitari per una popolazione stremata. Una missione pilotata, concordata con quello che si presenta come il governo provvisorio della Libia post Gheddafi. I rapporti di Roma con Bengasi sono stati allacciati grazie ai contatti con la filiera degli ambasciatori che hanno abbandonato il raiss e si sono messi al servizio ‘dell’unità nazionale, della libertà e della sicurezza della Libia’. Contatti stretti ‘seppur in maniera discreta’, precisa il ministro degli Esteri Frattini che ricorda come ‘noi abbiamo conoscenze migliori di altri e infatti siamo spesso richiesti in queste ore’. ‘Gli inglesi ci hanno provato, ma il Consiglio ha detto “ci rifiutiamo di incontrarli”‘. Invece, sottolinea il capo della Farnesina, ‘noi conosciamo l’ex ministro della Giustizia che ora è a capo del Consiglio di Bengasi. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che hanno detto che, da ora, sono al servizio del popolo libico (e non più del regime)’. ‘Alcuni di loro - ha concluso Frattini - stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso’ E questo aiuta a capire quello che sta succedendo: nessuna vocazione secessionista da parte della Cirenaica ma il tentativo di cancellare il regime Gheddafi. Si chiama Consiglio nazionale libico, Cnl, l’organismo provvisorio di governo della Libia. Ne fanno parte 30 membri, solo alcuni nomi sono noti. E sono radicati per il momento soltanto a Bengasi e in Cirenaica. Il Cnl è guidato dall’ex ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil, bengasino anche lui come lo è l’ex ministro dell’Interno, Abdulfettah Farag Al Obedi, passato con i rivoltosi poche ore dopo essere stato spedito a Bengasi da Gheddafi per trattare con la Cirenaica in rivolta. I due ex ministri non sono gli unici amici della diaspora interna al regime. Si fa fatica a ricostruire l’identità dell’opposizione in Libia, dopo 41 anni di Gheddafi. Basti pensare al massacro avvenuto nel 1996 nel carcere di Abu Salim di 1200 detenuti. Oppositori, islamisti, prigionieri comuni. Una mattanza riconosciuta dallo stesso regime. Uno degli avvocati delle famiglie delle vittime, Fathi Terbil, ha rappresentato la minaccia che ha fatto deflagrare la Libia, il 17 febbraio scorso. L’avvocato Terbil adesso è uno dei trenta componenti del Cnl. Negli ultimi 41 anni – prosegue Ruotolo su LA STAMPA - gli oppositori di Gheddafi sono stati figli di quel regime, ministri o presidenti di governi cancellati e spariti nel nulla. Alla fine degli Anni 70, il leader fece ammazzare all’estero gli esuli che non vollero far ritorno a casa. E poi c’è stata sempre la Cirenaica, le tribù di quella regione che non hanno mai trovato una intesa duratura con Tripoli, con Gheddafi. In una delle prime interviste, Seif Al Islam, il figlio (ex) riformatore del regime, in questi giorni di guerra civile, dopo aver ripetuto a mo’ di cantilena, la storia che sono i terroristi di Al Qaeda a fomentare la rivolta in Cirenaica, ha detto - contraddicendo quanto affermato con maggior enfasi dal padre - che ‘i capi della rivolta tre settimane fa parlavano di riforme con mio padre’. Terroristi o capi tribù? Di certo, nel Cnl c’è il professore di Scienze politiche Fathi Mahamad Baja, ex dirigente di una banca agricola, e Zubiar Ahmed Al Sharif, uno dei prigionieri politici liberati. In questi ultimi anni, grazie alla fondazione Gheddafi guidata dal figlio Seif, sono stati scarcerati centinaia di militanti del gruppo islamista combattente, da non confondere con i Fratelli Musulmani. E una vocazione islamista è molto presente nell’opposizione in Cirenaica. Naturalmente un peso importante l’avrà la filiera diplomatica che si è schierata contro Gheddafi. A partire dall’ambasciatore all’Onu, Abdurrahim Shalgam, di Ghat, compagno di scuola di Muammar Gheddafi. Console a Palermo, ambasciatore a Roma e poi ministro degli Esteri prima di approdare alle Nazioni Unite dove, il Cnl di Bengasi, lo ha nominato suo rappresentante. Con Shalgam si è schierato anche l’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, prima console a Palermo poi ambasciatore presso la Santa Sede e, infine, a Roma. Ci sono poi gli ambasciatori in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, Grecia e Malta. Il Cnl – conclude Ruotolo su LA STAMPA - sta muovendo i suoi primi passi dialogando proprio con Roma e assicurando che gli accordi in materia di contrasto all’immigrazione clandestina rimangono validi, mentre Gheddafi minaccia di far arrivare in Italia, in Europa, migliaia e migliaia di disperati”. (red)

10. Libia, il dilemma occidentale

Roma - “Liberarsi di Gheddafi – osserva Lucio Caracciolo su LA REPUBBLICA - non è difficile. Basta ricolonizzare la Libia. Sarà per pudore, per ingenuità o perché non amano complicarsi la vita studiando più di una mossa alla volta, ma gli interventisti d’Occidente sembrano rimuovere le conseguenze di ciò che vogliono. In un territorio privo di qualsiasi traccia di Stato, la sconfitta di una parte non significa automaticamente la vittoria dell’altra. O meglio delle altre, perché in Cirenaica non c’è ancora un vero capo né un fronte unitario. In Libia il potere era Gheddafi. La differenza con Ben Ali e con Mubarak è che una volta caduto il leader, a Tripoli non c’è rete autoctona che garantisca contro l’anarchia. Dunque: o un potere esterno colma il vuoto, oppure siamo nella Grande Somalia. A due passi da casa nostra. Gheddafi e i suoi oppositori divergono su tutto, salvo che su due punti. Primo: non vogliono un pezzo di Libia, la vogliono tutta. Non amano trovarsi stranieri fra i piedi, se non come strumenti della propria lotta. Così il colonnello attinge a variopinti manipoli di tagliagole a contratto, mentre i ribelli gradirebbero dalle potenze esterne protezione dai cieli, armi, forse addestratori, ma non corpi di spedizione che nel vuoto libico inevitabilmente scadrebbero a forze di occupazione. La memoria dei colonialismi europei è troppo fresca, anche fra popolazioni tanto giovani. E orgogliose. Per chi l’avesse rimosso, valga la disavventura di un drapello di spie e messi britannici accorsi in non richiesto soccorso delle milizie anti-Gheddafi. Una di quelle missioni da forze speciali che non troppo segretamente impegnano le intelligence occidentali, inclusa la nostra, ansiose di capire chi siano i rivoltosi e come si possa aiutarli a sbarazzarsi (sbarazzarci) di Gheddafi. Scoperti con un arsenale degno di James Bond, i britannici sono stati catturati dai miliziani del Consiglio rivoluzionario di Bengasi e poi riaffidati alla Marina di Sua Maestà, che incrociava al largo. Accompagnati dal paterno monito di uno degli ufficiali ribelli: ‘Non ci si comporta così durante un’insurrezione’. Dopo i proclami iniziali, a Washington come nelle capitali europee sembra prevalere la sobrietà. Nessuna delle fazioni in lotta sembra avere la forza per imporsi sull’altra - o sulle altre, vista l’eterogeneità degli schieramenti e degli interessi, tribali e non tribali. Un lungo stallo è probabile. Con la partizione di fatto della Libia fra Tripoli e Bengasi. E forse altri soggetti. A meno che qualcuno dei suoi – prosegue Caracciolo su LA REPUBBLICA - non faccia fuori Gheddafi, o che il fronte degli insorti si frammenti sotto l’impulso della controffensiva tripolina. Solo l’intervento di una coalizione a guida americana, per cui un mandato internazionale sembra inevitabile, potrebbe disintegrare ciò che resta del regime. Poi però i conquistatori dovrebbero assumere il controllo della terra liberata. Un mandato a termine, che rischierebbe di prolungarsi nel tempo. E che contro le intenzioni degli occupanti li costringerebbe a vestire panni coloniali, direttamente (vedi Bremer in Iraq) o indirettamente (vedi il primo Karzai in Afghanistan). Nessuno in America o in Europa vuole conquistare la Libia. Ma nessuno in America o in Europa può escludere di intervenire, prima o poi, per fermare i massacri (e gli esodi). Quelli veri o quelli inventati dalla disinformazione. Risultato: potremmo sentirci costretti a fare ciò che non vogliamo. Chi vuole liberare la Libia rischia infatti di doverla occupare. Vediamo come. Il primo passo nella trappola potrebbe rivelarsi la ‘no fly zone’. Come ricordato dal responsabile del Pentagono, Bob Gates, ‘no fly zone’ è sinonimo di guerra. Comincerebbe con un attacco alla contraerea di Gheddafi. Il quale non perderebbe l’occasione per provocare gli americani sperando di costringerli sul terreno. In ogni caso, impedire ai peraltro scassatissimi aerei del colonnello di bombardare il nemico - e di passaggio la sua gente - difficilmente porterebbe alla liberazione di Tripoli. Mentre coinvolgerebbe l’Italia in guerra, perché gli americani userebbero la nostra base di Sigonella, che senz’altro offriremo. A quel punto, due ipotesi. O americani e alleati assistono dall’alto dei cieli libici allo stallo - e quindi al prolungamento dei massacri - che hanno contribuito a creare. O gli americani (forse con un paio di inglesi) mettono gli stivali sulla sabbia e guidano le colonne degli insorti fino alla capitale. Nel primo caso, si produce il contrario del proclamato fine umanitario. Nel secondo, Obama deve grattare il fondo delle risorse militari e delle casse pubbliche, salvo poi accollarsi la gestione di un territorio comunque refrattario. Il 25 febbraio, arringando i cadetti di West Point, Gates ha stabilito: ‘Qualsiasi futuro ministro della Difesa che consigli il presidente di spedire di nuovo una grande armata americana di terra in Asia o nel Medio Oriente o in Africa ‘dovrebbe farsi esaminare il cervello’, come il generale MacArthur osservò con tanta delicatezza’. L’impressione – conclude Caracciolo su LA REPUBBLICA - è che il riferimento alla guerra di Libia, esplosa in quelle ore, fosse implicito. Anche per un altro motivo, che a Washington sussurrano appena: ‘La Libia conta poco. Incrociamo le dita e teniamoci pronti alla vera emergenza: l’Arabia Saudita’”. (red)

11. Maroni: “Previsioni giuste. Rischiamo l’invasione” 

Roma - “‘L’Europa è già invasa’. Lancia un nuovo allarme – riporta Virginia Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. E ribadisce che sarebbe un grave errore invadere la Libia. Spiega il ministro: ‘Da un mese sono arrivati circa 8 mila clandestini, molti di più di quelli arrivati nell’intero 2010. Abbiamo subito lanciato l’allarme e preso le misure per contrastare questo flusso’ . ‘Quelle che il governo italiano può mettere in campo’ , aggiunge, sottolineando che ‘l’Ue, invece, può sviluppare un’azione diplomatica forte, ad esempio nei confronti della Tunisia per fermare questa emorragia di sbarchi’. Il ministro rivendica la fondatezza del suo precedente allarme: ‘Gli sbarchi di questa notte lo dimostrano — dice —. C’è il rischio di un’invasione di massa dovuta alla crisi perdurante del Maghreb. Confido che la riunione del Consiglio europeo dell’ 11 marzo impegni finalmente l’Europa a una politica forte e a un progetto efficace per riportare stabilità nei Paesi del Maghreb. Noi siamo pronti a fare quello che abbiamo fatto con l’Albania all’inizio degli anni 90 ma da soli non possiamo farcela’. Il ministro chiarisce anche il suo invito al presidente Obama a ‘darsi una calmata’. ‘L’ha detto la stessa Clinton— evidenzia — se si interviene nel modo sbagliato, la Libia può trasformarsi in un nuovo Afghanistan’ . Sull’eventualità che la Nato possa intervenire: ‘Prima di cominciare a bombardare, ci pensi l’Europa’. Critiche dal Pd: ‘Maroni— accusa Alberto Losacco— alza i toni sull’immigrazione per coprire l’imbarazzo della Lega sulla giustizia’”. (red)

12. Veltroni: “Sparito Bush, spariti i pacifisti”

Roma - Intervista di Lina Palmerini a Walter Veltroni sul SOLE 24 ORE: “Onorevole Veltroni, lei ha puntato il dito contro il silenzio dei pacificisti e ha invitato a manifestare a sostegno dei ribelli libici. Ma con quale obiettivo? La mia riflessione è nata dallo sconcerto che ho provato nel sentire tanta indifferenza. Mi fa impressione vedere che - nelle coscienze di centro-sinistra Gheddafi non susciti la stessa indignazione provata e manifestata contro dittatori cileni o argentini. E che non via sia la stessa partecipazione verso i ribelli libici come ci fu per le guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan. Mi rendo conto che ora non c’è più un Bush da contestare e non siamo più dentro una schematica ripartizione di ruoli. Siamo, però, in un mare aperto in cui serve una bussola nuova, in cui il tema libertà-non libertà conti più di prima. E diventa un errore enorme non avere il coraggio di manifestare per stare dalla parte di chi si ribella. Non avere il coraggio di investire per la democrazia e libertà. Qual è la ragione del silenzio e delle piazze deserte? Credo siano due le ragioni. La prima è che siamo entrati in una spirale di egoismo sociale e di riduzione del nostro orizzonte che include solo ciò che ci è vicino mentre quello che accade lontano lo guardiamo su Internet o in Tv ma con un sostanziale disinteresse. La seconda ragione è che era molto più facile stare dentro lo schema tradizionale dei conflitti del ‘900, quello in cui le opzioni possibili erano: giusto/sbagliato; amici/nemici. Quei conflitti erano definiti da una storia che non esiste più, quella dell’ordine di ferro della guerra fredda mentre oggi è il caos a dominare la scena internazionale ed è molto più difficile orientarsi. La sua era una critica al Partito democratico? In questo caso, no. Il Pd è stata l’unica forza politica a reagire anche con una manifestazione. No, mi sorprende l’assenza dì sindacati, associazioni, movimenti. Tutti ricordiamo le piazze piene di manifestanti contro la guerra in Iraq. E adesso? II Pd dovrebbe fare autocritica dopo le relazioni con Gheddafi e il sì al trattato di amicizia con la Libia? In un altro momento storico quelle relazioni sono state comprensibili, sia pure con esagerazioni in entrambi in fronti, sia del centro-destra che del centro-sinistra. Ma oggi non regge più questo schema e il silenzio diventa incomprensibile e sbagliato. Ma le rivolte comporteranno un rischio-estremismo? Mi rendo conto che c’è un margine d’imponderabile nuovo. Queste rivolte del maghreb non sono come quelle contro regimi fascisti o comunisti dove – sia pure soffocata - esisteva una cultura democratica. Qui invece c’è il rischio che sfugga qualcosa, che possano prevalere le spinte integraliste. Ma la domanda è: a questo punto, che interesse ha ]’occidente a essere così timido e impacciato di fronte a chi si ribella ai regimi? Credo che abbia ragione Angelo Panebianco quando dice che gli sbocchi possibili di questa crisi siano tre: una vittoria dei ribelli e un nuovo governo; la disintegrazione dello Stato come per la Somalia; infine, il ritorno di Gheddafi. Ecco, sono d’accordo sul fatto che solo il primo scenario sia per noi quello auspicabile. Il secondo esito rischia di far esplodere due bombe, quella dell’islamismo e dell’immigrazione di massa mentre l’ultimo è impensabile. Eppure la prudenza sul Rais, anche di una parte del Pd nei primi giorni, è stata dettata dall’incertezza sulla sua fine. Credo che ormai non ci sia più nessuno in occidente che pensi di tornare a parlare con Gheddafi dopo il massacro dei civili e dopo la condanna dell’Europa, degli Stati Uniti e della stessa Lega araba. Pensa che da queste rivolte si possa trovare un nuovo baricentro tra realpolitik e idealismo? Baricentro è la parola giusta. Non siamo "anime belle" e sappiamo che con la Cina - per esempio - è necessario dialogare per ragioni economiche. Tuttavia credo che l’occidente debba mettere in campo l’idea di costruire nuovi network di forze e culture democratiche altrimenti vinceranno le forze estremiste e islamiche. Ha ragione Marta Dassù quando dice che le società - per come sono strutturate e per i nuovi mezzi di comunicazione - saranno sempre più difficili da controllare e che sarà sempre più un errore di prospettiva politica sostenere i dittatori. A meno di pagare, poi, un prezzo verso chi si ribella. In queste ore si sta giocando questa partita: la gente che si ribella a Gheddafi guarda con attenzione all’occidente e se saremo indifferenti farà fatica a dimenticarsene. Con il rischio che questo alimenti l’integralismo. La Nato non esclude l’opzione militare, il Pd la sosterrà? Mi sembra che oggi (ieri, ndr) il segretario generale Rasmussen, abbia spiegato che si voglia usare al massimo lo strumento della deterrenza e della pressione internazionale per far cessare i massacri. Credo sia corretto. Frattini ha annunciato contatti con il consiglio provvisorio di Bengasi, una buona correzione di rotta? L’Italia ha gestito malissimo questa vicenda, a cominciare dalle parole di Berlusconi che non voleva chiamare Gheddafi per non disturbarlo. Il Governo ha impiegato molto tempo per arrivare a dire quello che oggi dice Frattini, cioè, che Gheddafi è over. Temo sia troppo tardi. E vorrei ricordargli che c’è anche l’Egitto e la Tunisia e per noi questo vuol dire tre emergenze: immigrazione, Islam, petrolio. Anche solo considerando un punto di vista meramente egoistico c’è ragione per concentrarsi su una soluzione che dia stabilità all’intera area. I nostri interessi economici in Libia sono più che rilevanti: miliardi di euro di investimenti di aziende pubbliche e private. Ritiene si debbano tutelare e come? Agendo rapidamente verso l’unica soluzione possibile: aiutare una nuova classe dirigente e un nuovo governo. Non credo che i nostri investimenti possano essere salvaguardati meglio con un ritorno di Gheddafi. O pensiamo che il Rais non metta in conto ritorsioni? E gli allarmi di Maroni sull’immigrazione? Il Pd non ha mai incontrato la sintonia dei cittadini su questo punto. L’allarme è eccessivo ma il problema è reale e l’Europa non può lasciarci soli a fronteggiare un’emergenza umanitaria. Noi non siamo solo l’Italia. Noi siamo la punta dell’Europa verso il Mediterraneo e, nonostante la scarsa credibilità internazionale che ci ha procurato questo Governo, non credo che Bruxelles debba usarla come alibi per scaricare solo su di noi il problema degli sbarchi”. (red)

13. Corsa senza freni, benzina oltre 1,61

Roma - “Peggio di tre anni fa. Allora fu la Grande Crisi globale, scatenata dal crac dei mutui subprime negli Stati Uniti, che fece schizzare il greggio Usa a 147 dollari al barile. Oggi – scrive Gabriele Dossena sul CORRIERE DELLA SERA - è la rivolta in Libia, con il barile di petrolio che è cresciuto ‘solo’ a 105 dollari (118 dollari le quotazioni raggiunte ieri dal Brent, il greggio europeo del Mare del Nord), a far raggiungere un nuovo record al prezzo dei carburanti: 1,59 euro al litro la media nazionale di un litro di verde, contro 1,56 euro del luglio 2008. Un raffronto impietoso. Però, subito giustificato dall’Unione petrolifera: è vero che oggi in termini nominali i prezzi dei carburanti sono tornati sui livelli del 2008 anche se i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati risultano inferiori, ma questo è l’effetto del deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, che nel 2008 si attestava intorno a 1,59 rispetto agli 1,39 di oggi (-12,6 per cento). In pratica, precisa l’associazione dei petrolieri, ‘la debolezza della moneta europea pesa sui prezzi odierni per 6,7 centesimi euro al litro in più rispetto ai picchi di tre anni fa e il confronto con allora non può prescindere da questa considerazione’ . Di fatto la corsa dei prezzi della benzina, in alcune aree del Sud ha addirittura sfondato quota 1,61 euro, dove oltre alla scarsa concorrenza nella rete distributiva (come l’assenza di punti vendita all’interno dei grandi centri commerciali o la mancanza di stazioni di servizio ‘no logo’ , le cosiddette pompe bianche, senza marchio) si somma pure, come in Campania, l’aggravante delle addizionali regionali. Per le famiglie e per numerose categorie produttive – prosegue Dossena sul CORRIERE DELLA SERA - questo nuovo salasso si preannuncia come una zavorra il cui peso potrebbe aumentare ulteriormente. Per intanto la Coldiretti ha già stimato un aggravio di almeno 200 milioni di euro sul comparto agricolo. I camionisti denunciano tramite la loro associazione Cna-Fita rincari del gasolio del 40 per centoin due anni. Ma i più allarmati sono i consumatori, secondo cui tutti questi aumenti rischiano di ricadere sulle famiglie italiane con una stangata da 1.200 euro, tra esborso diretto per il fare il pieno e aumento dell’inflazione. Per questo le associazioni che aderiscono a Casper chiedono di bloccare le tariffe energetiche per tutto il 2011, tagliare le accise e sterilizzare gli aumenti dei prezzi dei carburanti; mentre Adusbef e Federconsumatori chiedono anche l’immediata entrata in vigore delle misure definite nell’accordo con la filiera petrolifera. Anche l’opposizione chiama in causa il Governo: ‘È inaccettabile — accusa il leader del Pd, Pier Luigi Bersani— che non intervenga sugli aumenti dei carburanti. Il ministro Tremonti riduca le accise applicando la norma del governo Prodi’ . Uno spiraglio di speranza per ‘calmierare’ i prezzi del greggio arriva da diversi produttori Opec (Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Nigeria), che stanno affiancando l’Arabia Saudita (primo produttore mondiale di petrolio), aumentando l’offerta in modo da compensare i cali delle forniture dalla Libia. Lo ha anticipato ieri il Financial Times, citando fonti industriali. Ma per vedere gli effetti di queste iniziative sul mercato petrolifero – conclude Dossena sul CORRIERE DELLA SERA - bisognerà aspettare almeno un mese. Salvo ulteriori complicazioni”. (red)

14. Il fattore Maghreb nella campagna elettorale

Roma - “Al Viminale – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - sono convinti che l’ ‘invasione’ attraverso il Mediterraneo sia all’inizio; e che dunque condizionerà, anzi sovrasterà l’agenda del governo almeno per il 2011. L’atteggiamento italiano nei confronti della crisi libica va letto su uno sfondo che mescola indissolubilmente politica estera e interna. Sia la pressione dovuta all’arrivo degli immigrati via mare, sia il rischio di infiltrazioni terroristiche stanno dando al ministero di Roberto Maroni un’esposizione inedita. Fanno apparire strategico ‘il fronte sud’. Sulla capacità di presidiarlo si giocherà una futura campagna elettorale. Umberto Bossi ha anticipato che il fattore Maghreb avvantaggerà il centrodestra. Di fronte ad un’ondata di cui già si intravedono le proporzioni, il governo tenta di gestirla rassicurando un’opinione pubblica preoccupata. Ma deve fare i conti con l’atteggiamento di parte dell’Occidente. La ‘linea italiana’ sulla Libia miscela prudenza e fiducia nella diplomazia e frena la tentazione di risolvere la crisi con un intervento militare, sebbene dettato da ragioni umanitarie. Ma è difensiva, dopo l’ultimatum occidentale di ieri. L’ipotesi di fare ‘come in Albania’ non è facile da tradurre in pratica. La reazione spietata di Gheddafi sfida la comunità internazionale. Alimenta il progetto di ricorrere alla forza. Le notizie dall’Onu su una risoluzione di Francia e Gran Bretagna, tesa a creare uno spazio aereo in Libia vietato ai velivoli del regime, vanno in questo senso: la famosa no fly zone, che presuppone però accordi internazionali assai complicati. Il presidente Barack Obama ieri – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non ha escluso ‘l’opzione militare’ della Nato. E, se anche fosse solo un’arma di pressione su Gheddafi, agita l’Italia, che con Maroni ha già esternato in modo a dir poco irrituale: ‘L’America si dia una calmata’ . Ieri il ministro dell’Interno si è corretto solo in parte. ‘Se si interviene in modo sbagliato, la Libia può trasformarsi nel nuovo Afghanistan e nella nuova Somalia: consegnata ai terroristi’ . È la tesi che l’Italia cercherà di far valere nel vertice dell’Ue venerdì a Bruxelles. La macchina anti-Gheddafi è partita. Per il ministro degli Esteri, Franco Frattini, difficilmente il ‘Colonnello’ resterà al suo posto. Il timore, però, è che qualunque soluzione penalizzi gli interessi italiani. Il governo ritiene che una ‘pacificazione’ guidata dall’Occidente vada studiata a fondo: tanto più che la Russia già dice no a un ‘intervento militare straniero’ . La Lega chiede che l’Ue pattugli le coste libiche, oltre a preparare sanzioni finanziarie. Il fantasma – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è la radicalizzazione xenofoba di un’Italia spaventata dalla prospettiva di diventare una sorta di ‘grande Lampedusa’”. (red)

15. La Lega: Pattugliare Tunisia. E amministrative col Pdl

Roma - “Una missione militare italiana di pattugliamento delle coste tunisine in funzione antimigratoria sotto l’egida dell’Unione europea. La proposta – scrive IL FOGLIO - potrebbe essere avanzata il 11 marzo prossimo da Silvio Berlusconi al Consiglio d’Europa. L’idea è del ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ieri pomeriggio ne ha discusso con Umberto Bossi a margine del Consiglio federale della Lega. ‘Dobbiamo parlarne subito con Berlusconi’, ha detto Maroni al proprio leader. Al momento in cui questo giornale va in stampa, i due ministri padani sono in viaggio da Milano verso Roma e sembra stiano per incontrare il premier che, sebbene abbia subito un lungo intervento chirurgico alla mascella, sta bene e ha ospitato i figli per cena riservandosi un pasto di cibi liquidi. Maroni è seriamente preoccupato dall’ipotesi di un esodo migratorio indirizzato verso l’Italia (ieri sera ci sono stati nuovi sbarchi a Lampedusa) e ha avuto modo di manifestare più di qualche perplessità sulle politiche finora adottate dagli Stati Uniti nei confronti della Libia. ‘Se parte un colpo dalle coste libiche verso navi occidentali che succede? E’ un atto di guerra. Bisogna stare lontani da lì se non si ha prima un interlocutore o un solido ombrello internazionale’. Per questo l’idea del ministro è quella di chiedere l’impegno del Consiglio d’Europa e di affidare alla marina italiana il pattugliamento del tratto di mare che ci separa dalla Tunisia. Per la Libia si vedrà. Ma Bossi e Maroni non vogliono soltanto avanzare la richiesta di una missione di pattugliamento navale del Mediterraneo. Attendono che il Cavaliere li informi dei contenuti della riforma della giustizia che dovrebbe approdare giovedì in Cdm. Nulla di definitivo è stato deciso dai vertici leghisti in proposito. Tuttavia la disponibilità è massima, purché non si parli di immunità parlamentare. Con il Pdl nei capoluoghi, soli altrove Di fronte al proprio stato maggiore, riunito a Milano, Bossi ha tracciato una doppia strategia: con il Pdl al governo nazionale, ma liberi di correre anche da soli al nord. ‘E’ sempre successo che in alcuni comuni ci siamo presentati da soli. Dov’è la notizia?’. Eppure la linea parzialmente ratificata ieri è di quelle che permetteranno all’opposizione di denunciare ‘il nervosismo e l’imbarazzo’ leghista nei confronti della propria alleanza con il Cavaliere. Ma la realtà appare più complessa. Perché se in alcuni comuni minori (come Rimini) – prosegue IL FOGLIO - è quasi certo che Pdl e Lega si divideranno, lo stesso non vale per i capoluoghi e le città più popolose. Come fanno notare al Foglio ambienti del Pdl: ‘A Rimini, come a Bologna, è possibile che Udc-Fli e Pdl corrano assieme. Significa forse che Fini e Berlusconi sono amici?’. D’altra parte, se nella Lega ieri si è fatta professione di autonomismo territoriale, si è però confermata la solidità del patto di governo. Nei confronti del premier assediato dai tribunali prevale un’istintiva solidarietà, manifestata anche da quel Maroni che le ricostruzioni giornalistiche nelle settimane passate hanno descritto in una posizione di fronda. Le riflessioni di Bossi ieri hanno ricalcato le parole di Roberto Calderoli: ‘E’ evidente che nessuna di quelle misure andrà a ricadere sui processi a Berlusconi. Il problema della giustizia italiana è garantire processi in tempi certi altrimenti non è giustizia’”. (red)

16. Lega al voto col Pdl solo nelle grandi città

Roma - “La Lega correrà con il Pdl alle prossime elezioni amministrative, - si legge su LA REPUBBLICA - ma solo nei Comuni capoluogo di provincia. È invece pronta a presentarsi da sola nei piccoli centri della Lombardia e del Veneto. In cambio, chiede a Silvio Berlusconi garanzie sull’approvazione del federalismo regionale previsto a metà maggio e il massimo impegno del premier nel sollecitare all’Unione europea il pattugliamento delle nostre coste, senza che la responsabilità del contrasto all’immigrazione clandestina ricada esclusivamente sull’Italia. Richiesta che dovrebbe essere formulata già al prossimo Consiglio dei capi di Stato e di governo della Ue il prossimo 11 marzo. Con una mossa a sorpresa, ieri, il consiglio federale del Carroccio, riunito al gran completo nella storica sede milanese di via Bellerio, ha lanciato un segnale distensivo a Berlusconi in vista delle elezioni amministrative del 15 maggio. Distensivo, ma condizionato. La Lega sosterrà il candidato del Pdl nelle grandi città come Milano, Torino, Bologna. Non correrà da sola nemmeno nei capoluoghi di provincia come Mantova e Pavia. Su Varese, Bossi deciderà solo dopo aver valutato i pro e i contro in un faccia a faccia con il sindaco in carica Attilio Fontana. ‘Non è Berlusconi che concede – aveva precisato solo pochi giorni fa il ministro dell’Interno Roberto Maroni – è la Lega che decide’. Chiarendo così che il Carroccio è sì un fedele alleato del governo, ma che non sempre può far digerire alla sua base certe scelte. Mani libere, invece, nei piccoli centri, - scrive LA REPUBBLICA - dove la Lega è pronta a presentarsi con propri candidati alternativi a quelli del Pdl. Come a Gallarate o Busto Arsizio, importanti centri del Varesotto, o in numerosi comuni del Veneto. ‘Abbiamo portato a casa solo il primo round del federalismo – ha detto ai suoi il leader maximo del Carroccio Umberto Bossi per giustificare la sua scelta a quanti chiedevano il grande passo – Berlusconi è in difficoltà, ma sta mantenendo i patti, non possiamo indebolirlo in questo momento delicato. A maggio si vota il federalismo regionale, non possiamo andare da soli. Non ci sono i presupposti’. Concetti che i vertici leghisti hanno ribadito in serata a Berlusconi in persona durante una cena ad Arcore, presente anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. A tener banco durante il Federale, però, è stata soprattutto la paura di una vera e propria invasione di massa di immigrati e dissidenti polititici sulle coste italiane. ‘Un intervento militare in Libia sarebbe un errore molto grave – ha sostenuto il ministro Maroni, bocciando preventivamente ogni ipotesi di missione militare internazionale in Libia – Prima di decidere di bombardare, prima che i guerrafondai abbiano il sopravvento, bisogna sviluppare una politica di aiuti. Ci vuole un piano dell’Unione europea che aiuti la transizione democratica. Un contingente di forze di sicurezza e un maggiore impegno dell’Europa’. Anche nel pattugliamento delle coste italiane per fermare l’invasione dal Nord Africa. Per affrontare l’emergenza Maroni ha proposto al parlamentino della Lega l’istituzione di un tavolo di coordinamento anche tra i sindaci leghisti per individuare i luoghi dove eventualmente accogliere questi profughi e magari evitare sorprese dell’ultimo momento. Proposta che il ministro dell’Interno ha rilanciato, - conclude LA REPUBBLICA - e il Consiglio Federale gli ha concesso carta bianca praticamente su tutta la linea”. (red)

17. Vertice con la Lega su riforme e nuovi ministri

Roma - “È il momento delle scelte che segneranno la fase due della legislatura, - scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - e Silvio Berlusconi non vuole perdere tempo prezioso. Lo dimostra il fatto che, nonostante l’operazione subìta, il premier ha ricevuto ieri sera ad Arcore, a cena, l’intero stato maggiore della Lega e il ministro Tremonti, per fare il punto sui temi caldissimi che saranno affrontati e in parte risolti questa settimana. Riforma della giustizia in primo luogo, alla quale il Carroccio deve dare il definitivo via libera in vista del Consiglio dei ministri di giovedì che dovrà vararla. Ma anche rimpasto, ormai imminente, anche se con ogni probabilità parziale, perché un primo giro di nomine dovrebbe riguardare i posti di ministro vacanti e solo in un secondo momento si metterebbe mano alla complessa partita dei sottosegretari. C’è poi il capitolo amministrative, e in prospettiva del Consiglio europeo straordinario di venerdì bisognerà mettere a punto la linea del governo sulla crisi libica, il problema immigrazione e le misure economiche che andranno eventualmente prese se l’impennata del prezzo del petrolio produrrà una fiammata inflazionistica. Tanti insomma i nodi al pettine per un Cavaliere agguerritissimo, sempre preso dalla sua battaglia infinita contro i magistrati che a suo giudizio lo tormentano con processi risibili e minacciano perfino di ‘costringermi a vendere le aziende’ per pagare risarcimenti record nella causa civile su Mondadori. Una battaglia che, per essere vinta, necessita del sostegno di una maggioranza militarizzata e super coesa. Per questo diventa cruciale il rimpasto che — se le condizioni di salute del premier lo permetteranno — potrebbe arrivare già giovedì, o slittare alla prossima settimana. Le caselle che vanno immediatamente riempite – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - sono quelle dei ministeri rimasti vacanti (le Politiche comunitarie, i vice ministeri delle Attività Produttive e dell’Economia), e quella che dovrebbe liberarsi a breve se Sandro Bondi confermerà la sua intenzione di dimettersi. Posti già quasi assegnati: Saverio Romano, leader dei Responsabili, andrebbe all’Agricoltura, Galan si sposterebbe alla Cultura e Paolo Bonaiuti approderebbe alle Politiche comunitarie. Più complesso il puzzle degli ambitissimi sottosegretariati: non solo c’è la corsa dei tanti che si aspettano un riconoscimento per la propria fedeltà o per il passaggio dall’opposizione alla maggioranza, ma c’è anche la necessità, spiega Ignazio La Russa, di dare respiro a ministri oberati di lavoro. Per questo l’intenzione è di sottoporre al Quirinale un decreto per aumentare i sottosegretariati (il cui numero è fissato per legge) di almeno dieci unità, ma prima di distribuire incarichi si attende che si concretizzi un ulteriore allargamento della maggioranza (si mira a 4-5 nuovi ingressi). L’occasione – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - potrebbe essere quella del voto — per cui ancora non c’è l’okay di Fini — sul conflitto di attribuzioni tra Camera e giudici di Milano sul processo Ruby”. (red)

18. Giustizia “Non è un tabù”, nell’opposizione c’è chi apre

Roma - “C’è chi dice no, - scrive Alessandro Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - ma c’è anche chi vuole vedere le carte. Non tutta l’opposizione è compatta nel respingere in toto la riforma costituzionale della giustizia e, sia pure con mille riserve e pregiudiziali, si fa sentire qualche voce che apre sui principi illustrati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. La premessa comune è la stessa per tutti: no a leggi ad personam. Lo dice Francesco Rutelli e lo ripete Pier Ferdinando Casini. Per il Pd è un leitmotiv, ancora di più per l’Italia dei valori. Detto questo Rutelli aggiunge che ‘in Italia c’è bisogno di riforme della giustizia e se il governo proporrà riforme si può e si deve discutere nell’interesse di tutti’ . Casini si rivolge direttamente al Pdl: ‘Se volete dare serenità alla riforma, immagino che cancellerete tutte le leggi ad personam’. A quel punto, ‘se il testo non ha intenti punitivi, è serio e affronta questioni all’ordine del giorno da tempo, ci siederemo al tavolo e vedremo’ . Ci sono dei paletti, ovviamente. Per esempio l’Udc è da sempre contrario alla separazione delle carriere, ma aperto alla separazione delle funzioni. ‘Se vuole essere una riforma epocale— sottolinea Casini — deve guardare ai cittadini e all’arretrato’ . Conferma Roberto Rao: ‘Vedremo il testo: una parola in più o in meno cambia completamente la portata di una norma’ . Anche Futuro e libertà, come anticipato l’altro giorno da Gianfranco Fini, andrà a vedere. Per Roberto Menia, con i distinguo noti, la riforma è ‘sacrosanta’. Anche Vincenzo Consolo – prosegue Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - è aperturista: ‘Il metodo lascia perplessi e siamo contrari al processo breve se questo significa sanare situazioni pregresse a favore del premier’ . Ma su molte norme c’è una condivisione: ‘Sono convinto che sia necessaria una separazione delle carriere, il che non significa mettere il pm alle dipendenze del Guardasigilli. Così come il doppio Csm è una conseguenza inevitabile’ . Quanto alla responsabilità dei giudici, Consolo è possibilista: ‘Sono per punire la colpa grave e il dolo. Altra cosa sono la colpa lieve e la diversità di interpretazione delle norme’. Chi aderisce quasi in toto ai principi enunciati da Alfano sono i radicali. ‘Sulla separazione della carriere — ricorda Rita Bernardini— abbiamo persino promosso un referendum’ . Per non parlare di quello sulla responsabilità dei magistrati, che passò nel 1987 e rimase inapplicato. La Bernardini vorrebbe anche smantellare l’obbligatorietà dell’azione penale: ‘Finora è lasciata al totale arbitrio dei magistrati. Ci troviamo sul groppone cinque milioni di processi arretrati e con il sistema di prescrizioni attuale si realizza un’amnistia di classe’ . I radicali propongono che il Parlamento stabilisca delle priorità. Ma vanno oltre: ‘Ci vuole una vera e propria amnistia per riportare la legalità nelle carceri. Ne ho visitate 150 e garantisco che stiamo promuovendo la tortura nelle celle: gente malata che non viene curata, tossicodipendenti e casi psichiatrici lasciati nel più completo abbandono’ . Il senatore pdl Domenico Nania chiama in causa il Pd: ‘Nella riforma ci sono punti già sostenuti dal centrosinistra e anche Violante parlò di un organo terzo che sostituisca la giustizia domestica per i magistrati’ . Il Pd, però, o è contrario o è silente. Sono poche le voci che si levano per discutere sul merito. Per il veltroniano Giorgio Tonini ‘il tema non è tabù’ , anche se resta la solita discriminante sulle leggi ad personam. Violante è cauto: ‘Il clima non è rassicurante. E poi mi preoccupa più quello che non c’è nella riforma, che quello che c’è: per esempio, perché non si fa un tribunale per ogni capoluogo di provincia, riducendo così il numero dei 136 attuali, 80 dei quali non hanno magistrati a sufficienza?’ . Scartata la separazione delle carriere, ‘che non mi convince’ , Violante apre sulla ‘terzietà del giudice’. Che però ‘può essere raggiunta con altre forme’ . Concludendo: ‘Con gli insulti che arrivano dall’altra parte non si va da nessuna parte e il Pd ha già presentato molte proposte di legge: però andremo a leggere anche la proposta del governo’”. (red)

19. Violante: “Ora dialogare è perdere tempo”

Roma - Intervista di Jacopo Iacoboni a Luciano Violante su LA STAMPA: “No, stavolta no. Neanche Luciano Violante, uno dei meno ossessionati dall’antiberlusconismo, crede possibile dialogare sulla riforma della giustizia del tandem Alfano-Ghedini. ‘In queste condizioni sarebbe una perdita di tempo’, dice l’ex presidente della Camera. Il quale nel suo Magistrati (Einaudi) cita Francis Bacon invocando sì ‘un equilibrio’ tra potere politico e giudiziario (‘I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono’): solo che ‘oggi il trono ambisce a schiacciare i leoni’, scrive. Come mai è così secco ora? ‘Vede, le condizioni politiche impediscono qualsiasi apertura, in questo momento. E questo sia per ragioni legate al contesto, sia per ragioni di merito delle proposte. E poi ci sono le motivazioni di tipo morale’. Nel quadro di cui lei parla c’entra anche il giudizio morale sul premier per la vicenda Ruby? ‘Naturalmente sì. Uomini politici si sono dimessi per molto meno, altrove. Mentre il presidente del Consiglio neanche ci pensa. E questo è imbarazzante. Non ci può dialogare con un indagato di reati così infamanti, che non ha neanche questa sensibilità elementare: difendersi da semplice cittadino’. Però i suoi avvocati ora dicono che si presenterà in tribunale i lunedì, e la vendono come massima dimostrazione di disponibilità, non solo processuale ma in fondo anche politica. ‘Ma il punto è che poi la sua linea sulla giustizia - o il rapporto con la magistratura - non la danno gli avvocati, la dà il premier, e sappiamo di cosa è fatta. Delle solite storie sulle sinistra legata ai pm, sull’accordo tra Fini e l’Anm, su tutta una complottologia per riscrivere la vicenda italiana...’. Qualcuna delle idee di cui parla Alfano non era così distante da certe cose che anche il Pd voleva fare, o no? ‘L’alta corte è una mia idea da anni, ma gettata lì, in mezzo a tante altre cose, acquista tutto un altro significato. Anche la separazione delle carriere dei pm, fatta così, è un pericolo. Il vero problema riconosciuto da tutti, ossia la terzietà del giudice, non viene certo risolto creando una corporazione di pm, sganciati dalla magistratura, che di fatto diventano dei superpoliziotti, per di più senza il vaglio terzo, o peggio, sottoposti al controllo del potere politico’. E se inserissero alcune riforme che voi giudicate davvero utili? Giustizia civile, snellimento dei tribunali... ‘Certo il testo influisce negativamente, ma influiscono anche le mancate riforme, cioè tutto quello che - mentre dice di riformare la giustizia - la maggioranza non fa: il Senato federale, la riduzione dei parlamentari o, per stare alla giustizia, un solo esempio: noi abbiamo 134 tribunali in Italia, e ottanta di questi sono privi del numero di magistrati sufficiente e farli funzionare. Se si facesse un tribunale ogni provincia, il problema sarebbe risolto. Ma di questo, ovviamente, non sento parlare. Tra l’altro basterebbe una legge ordinaria, non una modifica costituzionale’. A cosa, a parte le vicende personali del premier? ‘Servirà, come il presunto federalismo, a politicizzare le uniche vere elezioni in vista: le amministrative; nelle quali il Pdl farà campagna dicendo ‘vedete? stiamo facendo le riforme che prima Fini non ci faceva fare’...’”. (red)

20. Un boomerang epocale

Roma - “E’ bastato l’annuncio che la riforma della giustizia sta per essere approvata dal Consiglio dei ministri per poi affrontare l’iter parlamentare, particolarmente lungo e complesso perché implica modifiche alla Costituzione, - si legge su IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - che dalla magistratura associata e dalle opposizioni è partito un incredibile fuoco di sbarramento. Il procuratore milanese Armando Spataro chiarisce l’atteggiamento pregiudizialmente barricadero quando sostiene che se vengono annunciate riforme epocali, occorrono risposte altrettanto epocali . Non gli passa nemmeno per la testa l’idea che di fronte allo stato comatoso della giustizia italiana una riforma ci vuole proprio. E’ ragionevole avere idee diverse da quelle del governo su come agire su un sistema bloccato, ma quella che si profila è una battaglia puramente conservatrice, che considera una bestemmia la sola parola riforma. Immediato naturalmente è venuto l’appoggio di Futuro e libertà (nonostante Gianfranco Fini continui a negare qualsiasi intesa con l’ala politicizzata della magistratura). Carmelo Briguglio minaccia nientemeno che un Vietnam parlamentare , anche lui, naturalmente, ancora prima di conoscere il testo della riforma proposta, mentre Leoluca Orlando vuole bloccare questa pericolosa deriva fascista . Insomma nessuno pare interessato ai mali della giustizia, evidenti a tutti e che sono stati denunciati anche dalle massime autorità giudiziarie nel corso delle inaugurazioni dell’anno di attività dei tribunali. Opposizioni e magistratura associata pensano solo a come suscitare un’ondata di agitazioni, a cominciare dallo sciopero dei giudici, dato addirittura per scontato e considerato insufficiente dai più infervorati. Un’opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall’interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l’esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell’opposizione sono segnali di un’altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa”. (red)

21. Urso: “Andiamo a vedere senza pregiudizi”

Roma - Intervista di Fabio Martini ad Adolfo Urso su LA STAMPA: “Di questi tempi fare la coscienza critica dentro un partito può diventare un’impresa rischiosa, e Adolfo Urso se ne è accorto ieri pomeriggio, quando gli hanno fatto leggere un dispaccio di agenzia nel quale il suo sodale di partito Fabio Granata gli dava del ‘quaquaraquà’ imputandogli di aver invocato coerenza tra scelte passate e future del Fli. Urso ha letto, è restato per qualche attimo in silenzio e poi ha distillato le parole ad una ad una: ‘Quest’abitudine di offrire una immagine caricaturale e di denigrare chi ha un’idea diversa dalla tua è la malattia infantile del comunismo, che ha pervaso il berlusconismo e rischia di corrodere il progetto originario del Fli. E’ l’opposto della destra che diciamo di volere: tollerante, pragmatica, non ideologica. Ogni idea ha la sua legittimità, anche se fosse espressa da una sola persona’. Cinquantatré anni, siciliano di Alcamo, propugnatore di nuove frontiere sin dai tempi dell’Msi, un’attitudine all’innovazione valorizzata da Fini in tutti i passaggi critici, dopo il recente accantonamento Adolfo Urso si prepara a dare voce all’’ altro Fli’, quello che esclude ogni tentazione sinistrorsa. L’esperienza insegna che sulla giustizia Berlusconi è sempre sopra le righe e stavolta ha annunciato una riforma epocale... ‘Parlando di giustizia, il diavolo si nasconde nei cavilli. Bisogna aspettare i testi, disponendosi senza pregiudizi, con lo stesso atteggiamento che avemmo nei confronti della riforma dell’Università. Naturalmente evitando norme ad personam’. La separazione delle carriere è un tabù per la sinistra ma è sempre stato un punto fermo per Fini e per tutta la ex An: la voterete? ‘Faceva parte del programma che abbiamo sottoscritto tutti come parlamentari del centrodestra. Lo stesso vale per la proposta dei due Csm, purché non siano subordinati all’autorità politica’. Per il pacchetto giustizia il suo amico Granata ha promesso un Vietnam... ‘Una esternazione sorprendente, rilasciata poche ore dopo dichiarazioni di segno diverso, espresse dal presidente dei deputati e dal presidente della Camera’. Lei pensa che il Fli dovrà battersi nel referendum per l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento? ‘Quella è una legge proposta dall’Udc, che noi abbiamo votato, denunciando delle forzature che fortunatamente sono state cassate dalla Corte Costituzionale. Come faremmo a votare per l’abrogazione di quella legge?’. Qualcuno nel Fli accarezza questa idea, così come quella di votare contro il nucleare e la privatizzazione della gestione dell’acqua... ‘Mi sorprende. La legge sullo sviluppo che comprende la scelta del nucleare l’abbiamo votata nel 2009 ed è stata rilanciata nel documento votato all’unanimità dall’Assemblea costituente del Fli. Quanto all’acqua, sa come si chiama la legge per la liberalizzazione sui servizi pubblici, ricalcata su una direttiva comunitaria? Si chiama Legge Ronchi’. Sì, ma Granata fa capire che gente come lei è una zavorra... ‘Se qualcuno lo pensasse veramente, lo dica: sono pronto a togliere il disturbo’”. (red)

22. Mastella: “Toghe ostili a ogni cambiamento”

Roma - Intervista di Fabrizio Roncone a Clemente Mastella sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Beh, sì, devo dire che mi fa piacere vi siate ricordati del sottoscritto, di Clemente Mastella, dell’ex Guardasigilli che per cercare di mettere mano al sistema Giustizia di questo Paese non è che s’è scottato, oh, no no, molto di più... perché io fui fiocinato, arpionato, infilzato... insomma mi misero letteralmente fuori gioco e...’ . — si faccia fare una domanda, onorevole. ‘Ehm... sì sì, certo, mi dica...’ . Andiamo con ordine: era il 16 gennaio del 2008, giusto? ‘Esattamente. E che succede quel giorno? Mi ritrovo al centro di una curiosa coincidenza. Perché mentre io devo andare in Parlamento a riferire sullo stato della Giustizia in Italia, che è l’annuale solenne appuntamento del Guardasigilli con le due Camere, la Procura di Santa Maria Capua Vetere chiede gli arresti domiciliari per mia moglie, Sandra Lonardo, e per due assessori regionali del mio partito, l’Udeur, teorizzando che nel 1998 io avrei fondato un partito con l’idea di costituire un’associazione a delinquere...’ . E lei si dimise. ‘E che dovevo fare? Però...’ . Ecco, prosegua. ‘Fu chiaramente una roba a orologeria. E non so dirle se fu una vendetta, non ho prove, non posso dirlo. Ma è certo che ero stato io a varare la riforma dell’ordinamento giudiziario, che poi è quello attualmente in vigore’ . Che ricordo ha dei giorni in cui mise mano al sistema giudiziario? ‘Sul fronte politico ebbi due tipi di ostilità diverse. Nel centrodestra mi fecero la guerra perché io cercavo di concertare i cambiamenti anche trovando un’intesa con l’Associazione nazionale magistrati, da loro ritenuta il peggio del peggio possibile...’ . E nel centrosinistra? ‘Nel mio schieramento avevo un solo voto di vantaggio, al Senato. E così, ogni volta, pregavo Giulio Andreotti, che era a favore della riforma, di non mancare, e scongiuravo Francesco Cossiga, che era contrario, di restarsene a casa’ . E Cossiga? ‘Mi voleva bene, e restava in poltrona’ . Altri ostacoli? ‘Erano altrove, ed erano i peggiori e più temibili’ . Sia più chiaro. ‘Mi accorsi, giorno dopo giorno, che c’erano pezzi di magistratura assolutamente ostili a qualsiasi genere di cambiamento. Anzi, le dico di più: penso che fossero animati da una sola, squallida ideologia...’ . Quale? ‘Il potere per il potere. Il tutto con dosi di pregiudizio assoluto nei confronti dell’essere umano che di mestiere fa il politico. Guardato, considerato come un vero pericolo’ . Sente di poter dare qualche consiglio all’attuale ministro della Giustizia, Angelino Alfano? ‘No, guardi: io sono qui, a Strasburgo, ho i miei impegni da parlamentare europeo e poi devo pensare anche al processo, che inizierà tra qualche settimana... certo immagino che Alfano paghi la fatica di chiunque faccia il Guardasigilli in questo Paese, dove dovresti amministrare la Giustizia senza però averne la forza...’ . (La notte che Mastella seppe di essere stato nominato ministro della Giustizia nel secondo governo Prodi, camminando sul marciapiede di piazza Argentina, a Roma, le mani in tasca e gli occhi bassi, cupo e nervoso, sussurrò: ‘È una responsabilità enorme...’ . Tremendo presagio)”. (red)

23. Lo sciopero ad personam

Roma - “L’argomento non è dei più appassionanti, - scrive Vittorio Feltri su LIBERO - però bisogna trattarlo - e me ne scuso coi lettori - perché rischia di diventare l’ennesimo pomo della discordia politica. Alludo alla, riforma della giustizia di cui si parta, da oltre quindici anni senza costrutto, nel senso che se ne parla e basta. Ora qualcosa si muove. Berlusconi pare deciso a fare sul serio e sta preparando una bozza di legge costituzionale. Sul contenuto della quale sono filtrate solo indiscrezioni, ma, ciò è stato sufficiente a irritare i magistrati che, pertanto, hanno maturato l’idea di protestare clamorosamente. Come? Ovvio, con uno sciopero. E soltanto una minaccia o un programma? Non è dato sapere. In ogni caso sarebbe uno sciopero preventivo, secondo la moda inaugurata da. Bush; o meglio, uno sciopero ad personam in quanto le toghe non possono avercela con una legge che non c’è ancora e che forse non ci sarà. Semmai ce l’hanno con l’uomo che da anni sogna di portarla a compimento e che non è mai riuscito a, passare dalla fase onirica a quella, della concretezza. Anche i magistrati, come tutti i lavoratori, godono del diritto ad astenersi dal lavoro per venire a capo di una vertenza. Peccato che qui non ci sia in ballo alcun contenzioso di tipo professionale. Semplicemente i giudici sono contrari al fatto che Berlusconi si permetta di elaborare, ed eventualmente far approvare in Parlamento, una qualsivoglia riforma che li riguardi. Essi forse non gli riconoscono i titoli - visto che è indagato e perfino sotto processo - per ficcare il naso nella giustizia che lo persegue (invano) da anni. Sicché la situazione è se non ad- dirittura grottesca. La magistratura – prosegue Feltri su LIBERO - è tenuta ad applicare i codici penale e civile e non a discuterli o, peggio, a piegarli a proprio piacimento. Infatti fra i suoi poteri non c’è quello legislativo che invece è attribuito alle Camere. E allora perché sciopera in opposizione a una riforma soltanto ventilata e non ancora approvata? Mi sembra chiaro: desidera intimidire il presidente del Consiglio, indurlo a desistere dal proposito di modificare il sistema giudiziario. Ecco perché lo abbiamo definito sciopero preventivo o ad personam. Preventivo perché diretto a impedire (illecitamente) che il premier faccia il suo mestiere; ad personam perché il premier si chiama Silvio Berlusconi, notoriamente nel mirino di varie Procure. In conclusione, non siamo davanti a una lite sindacale, con una corporazione (quella dei giudici) che agisce in difesa di un contratto di lavoro (o per migliorarlo), e con una controparte (lo Stato) impegnata a non concedere nulla, ma a un autentico conflitto fra poteri, a una lotta fra istituzioni. In ultima analisi, capirei se i giudici, a riforma varata, facessero sentire la loro voce. Viceversa – conclude Feltri su LIBERO - urlano contro un provvedimento che esiste solo nella testa del Cavaliere. È il più classico processo alle intenzioni. Un inedito nel nostro Paese. Ci toccava anche questo”. (red)

24. Pd e Fli: “Conflitto d’attribuzione inammissibile”

Roma - “Un mercoledì di fuoco per la maggioranza. Sul fronte della riforma costituzionale della giustizia – scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - e su quello del conflitto di attribuzione per il Rubygate. Il Guardasigilli Angelino Alfano affronterà il capo dello Stato e gli sottoporrà, per un dovuto gesto di convivenza istituzionale, l’‘epocale’ ddl (così lo definisce il Cavaliere) che separa le carriere e il Csm. Nella giunta per le autorizzazioni della Camera il finiano Nino Lo Presti darà battaglia sulla richiesta dei capigruppo della maggioranza (Pdl, Lega, Responsabili) di rendere la Camera protagonista del conflitto alla Consulta per rivendicare la ministerialità della concussione commessa dal premier nella famosa telefonata in questura del 27 maggio. Altrettanto farà il Pd, che da un lato considera ‘punitiva’ (Dario Franceschini) e ‘ad orologeria’ (Donatella Ferranti) la riforma costituzionale, dall’altro boccerà il conflitto come ‘inammissibile’ (Marilena Samperi, Ferranti). Due forche caudine. Napolitano, che pure ha sempre chiarito la sua estraneità al merito di provvedimenti che vivono poi una lunga vita parlamentare, potrebbe eccepire sull’assenza di qualsiasi confronto con l’opposizione nello sforzo di realizzare ‘una riforma condivisa’. La questione preliminare che Lo Presti porrà in giunta, e gli argomenti giuridici e storici che intende sottoporre ai colleghi, potrebbe rallentare di molto l’avvio della discussione sul conflitto, se non addirittura fermare, salvo che la maggioranza, in forza dei suoi numeri, non tenti di bloccarla con una richiesta di voto. Marciano di pari passo, come sempre, le questioni processuali di Berlusconi e le riforme sulla giustizia. Che i giudici, pronti allo sciopero, considerano ‘di piena ritorsione e punizione’ proprio per via delle inchieste contemporanee. Le accomuna anche il leader Udc Pier Ferdinando Casini – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - quando agli uomini del Cavaliere dice: ‘Se volete dare serenità alla riforma immagino saranno cancellate tutte le leggi ad personam’. Un auspicio vano, visto che il capo del governo vuole andare avanti sule intercettazioni e il processo breve e che nella stessa riforma ci sono punti - l’inappellabilità delle sentenze, l’autonomia della pg dal pm, i rafforzati poteri delle difese - che se approvati avrebbero immediati effetti sui processi. Né, in coincidenza con il conflitto e con i quattro dibattimenti in corso a Milano, il premier ritiene di fermare la riforma. Giovedì il testo sarà in consiglio dei ministri, e lui stesso ci sarà per approvare questo ddl ‘epocale’. Ma non è detto invece che il conflitto possa fare passi avanti. Il presidente della Camera Gianfranco Fini convocherà la giunta per il regolamento, in cui si discuterà se esso può andare in aula direttamente senza il preventivo lasciapassare dell’ufficio di presidenza, solo quando si sarà pronunciata nel merito la giunta per le autorizzazioni. E qui entra in scena Lo Presti che esprime in giunta la posizione dei futuristi. Una battaglia già annunciata e ieri confermata. ‘Non solo solleverò la questione pregiudiziale perché ritengo la richiesta del centrodestra inammissibile, ma chiederò che la giunta acquisisca l’intero provvedimento che ha portato i magistrati di Milano a chiedere il rito immediato per Berlusconi’. Ma Lo Presti, che in queste ore sta studiando gli atti parlamentari e i lavori che portarono alle legge del 1989 in cui si disciplinava l’articolo 96 della Costituzione sui reati commessi dai ministri, ritiene che in quell’iter si evidenzi come non spetti alla Camera il potere di decidere sulla natura ministeriale o meno del reato commesso da un componente dell’esecutivo, bensì ‘solo’ quello di autorizzare, oppure no, il prosieguo dell’inchiesta, qualora i giudici abbiano però già acclarato che il reato è di natura ministeriale. Lo Presti cita, come ulteriore pezza d’appoggio, anche la recentissima sentenza della Cassazione sull’ex Guardasigilli Clemente Mastella, in cui si dà per scontato che pronunciarsi sulla ministeriale è potere dei giudici e non del parlamento. Se questo è l’assunto – conclude Milella su LA REPUBBLICA - il conflitto è inammissibile perché la decisione spetta alla magistratura giudicante. La cui decisione Lo Presti chiede comunque che si attenda”. (red)

25. Francia, il presidente non si processa

Roma - “Jacques Chirac molto probabilmente – scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - non sarà processato. Ma non sono i cavilli procedurali dei grandi avvocati parigini a far questione. Né si può esagerare con i paragoni tra capi europei dell’esecutivo (perché questo sono per l’attualità giudiziaria e per la storia l’ex presidente francese e il presidente del Consiglio italiano): Chirac infatti è Berlusconi più Napolitano, dirigeva il governo come il suo successore Nicolas Sarkozy, di cui il premier François Fillon è solo un capo di gabinetto operoso, ma il presidente eletto esprime l’unità nazionale in una Repubblica riplasmata in senso bonapartista e subliminalmente monarchico dal grande riformatore Charles de Gaulle. Però la notizia, per il pubblico italiano e per quello francese, è grande e significativa. I capi politici alla fine non si processano. Il paese che tagliò la testa al Re è venuto a consigli più miti. Da Daniel Cohn-Bendit, il leader del 1968, ai vecchi comunisti, fino ai liberali e centristi, tutti convengono sul fatto che quello a Chirac è un processo morto e sepolto, di cui un paese serio non sente la necessità. Nessuno, tranne Jean-Marie Le Pen, un Di Pietro che ha fatto il parà, si indigna per la prospettiva, prossima, di un rinvio sine die del dibattimento che riguarda l’ex capo dello stato. La Francia è infatti quel paese in cui una cretinata bolsa come il pamphlet “Indignatevi!” (lo ha liquidato ieri senza tanti complimenti Pierluigi Battista nel Corriere) vende milioni di copie. E’ la patria spirituale della cultura pseudougonotta e pseudogiacobina delle Barbara Spinelli, parigina di residenza e d’attacco, e dei suoi compagnon d’armes nella crociata neopuritana contro Berlusconi e l’impresentabile popolo-paese che egli rappresenterebbe alla perfezione. Eppure, - prosegue Ferrara su IL FOGLIO - questo è il lato della cosa da osservare con occhi spregiudicati, storie di abuso d’ufficio, con le connesse ipotesi di corruzione impropria e altri reati di un certo peso, non paralizzano il paese durante il mandato del suo capo eletto, che non è immune, è addirittura “inviolabile”, e non lo lasciano impietrito in un sentimento di vendetta a cose fatte, nel dopo. La Corte costituzionale francese, paese molto serio e con un acuto senso dello stato già notato dal Machiavelli nel 1500, è presieduta da un famiglio politico del gollista Chirac, Jean-Louis Debré. I due di recente hanno cenato assieme senza scandalo, sebbene possa toccare proprio al Conseil constitutionnel di esaminare il dossier processuale, perché sono “questioni costituzionali preliminari” quelle che un coimputato dell’ex inquilino dell’Eliseo ha sollevato per ammazzare il processo. Da noi invece le cene private sono reati, orribili espressioni di conflitto di interessi, e nella nostra mentalità inquisitoria tutto è proibito e sospetto e fradicio tranne quanto è consentito dai gestori dell’opinione pubblica e della magistratura d’assalto. Sia lode alla Francia che non si lascia sputazzare dal mondo, che preserva la propria dignità, che non fa pornopolitica. Con una preghiera: i cugini e i loro amici italiani – conclude Ferrara su IL FOGLIO - la smettano di tormentarci con l’indignazione”. (red)

26. I veltroniani incalzano Bersani

Roma - “Il sostegno di Dario Franceschini. Il via libera di Massimo D’Alema. Persino la ‘simpatia’ di Antonio Di Pietro – scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - che anziché sferrare il solito attacco al Pd dice: ‘Penso che Bersani guardi al dopo Berlusconi, con l’obiettivo di una ricostruzione delle basi democratiche. Non ha proposto un’ammucchiata’. Dopo l’intervista a Repubblica che conferma l’apertura al Terzo polo e l’obiettivo finale di un’alleanza costituente, il segretario del Pd incassa alcuni apprezzamenti di peso. Ma allo stesso tempo apre ufficialmente lo scontro con la minoranza che fa capo a Walter Veltroni. ‘Se la linea è quella di stare fermi, faremo poca strada - spiega il veltroniano Stefano Ceccanti -. Perché gli altri partiti si muovono. E si muove anche il quadro generale’. Movimento democratico si chiama, giustappunto, l’area creata dall’ex segretario, da Gentiloni e da Fioroni. Quest’area vuole chiudere definitivamente la stagione della larga alleanza. ‘Senza voto anticipato a breve non ha più senso - insiste Enrico Morando -. Abbiamo bisogno invece di seguire la rotta del Lingotto 2, di un nuovo congresso e di un nuovo leader’. Veltroni? ‘Non è detto’, risponde Morando. Ma non è neanche escluso. Un’alternativa che piace in quel campo è Matteo Renzi. Fioroni lo considera una specie di figlioccio. Per D’Alema è riduttivo leggere le parole di Bersani come una semplice ‘apertura al Terzo polo. Il segretario rilancia l’idea di un governo costituente per il bene dell’Italia’, dice il presidente del Copasir. E non parte, secondo D’Alema, dallo ‘schieramento politico, ma dai bisogni del Paese. Per questo il ragionamento è giusto’. Il capogruppo del Pd alla Camera Franceschini invita tutti a non farsi condizionare dai sondaggi: ‘Ha fatto bene Bersani a rilanciare la proposta di un’alleanza larga. Non si può ricostruire dalle macerie con una vittoria al 30 per cento. Anche se a vincere fossimo noi’. Di Pietro boccia l’intesa con il Terzo polo. ‘Ma Bersani - osserva - fa un discorso più alto e più complesso: per la ricostruzione ognuno deve fare la sua parte con senso delle istituzioni’. Il responsabile Giustizia Andrea Orlando è convinto che ‘quello di Bersani sia un progetto strategico. L’emergenza non è finita, dobbiamo offrire al Paese una via d’uscita in una fase straordinaria’. Va oltre Livia Turco: ‘Sono d’accordo con il segretario. Ci vuole generosità e bisogna tenere aperto il progetto. E Bersani è il miglior candidato premier’. Ma le critiche – prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - non mancano. Tace Casini ma si sa che punta all’autonomia dell’area moderata. Il coordinatore di Fli Roberto Menia chiude la porta a un dialogo con la sinistra, ipotesi che ha già fatto parecchi danni tra i finiani. ‘La nostra prospettiva è diversa - dice Menia -. Non ci sarà nessun patto del centrosinistra col Terzo Polo’. Benedetto Della Vedova è altrettanto netto: ‘Stiamo facendo un’altra cosa’. Per Sinistra e libertà parla Fabio Mussi: ‘Con il Terzo polo il Paese finisce nelle mani di Berlusconi’. L’offensiva vera però partirà dentro il Partito democratico. Modem annuncia una nuova assemblea per il 4 aprile, prima dunque delle amministrative. La tregua interna si può considerare archiviata. ‘La risposta di Bersani è sbagliata’, attacca ancora Morando. E Walter Verini, il dirigente più vicino a Veltroni, chiede un cambio di rotta deciso, altro che rimanere fermi sulle proprie posizioni. ‘C’è un po’ di tempo a disposizione, il nostro problema oggi è allearci con gli italiani, non con i partiti’. Verini pensa che Bersani abbia confuso il capo con la coda. ‘La coalizione è il punto di arrivo non la base di partenza. Nelle parole del segretario vedo un ragionamento ribaltato’”. (red)

27. Brunetta: “Gli stati generali dell’economia da fare”

Roma - “Entro il 15 aprile – scrive il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta su IL FOGLIO - l’Italia dovrà presentare a Bruxelles due documenti: il Programma di stabilità e il Programma nazionale di riforma. Il governo sta lavorando alla predisposizione di questo secondo documento che in bozza e già stato presentato il 5 novembre in Consiglio dei ministri e che per aprile dovrà avere una veste definitiva. Questo significa essenzialmente, secondo le procedure del semestre europeo, dotarlo di numeri, cioè di una quantificazione delle risorse, dei risultati attesi, dell’impatto sull’economia di tutte le azioni previste per sostenere la crescita, ovviamente nel rispetto dei vincoli finanziari posti dal Programma di stabilità. Ma questo documento dovrà rappresentare anche qualcos’altro. In questo documento si dovrà condensare il programma d’impulso alla crescita che il governo ha in discussione e che deve rispondere a una fase delicatissima non tanto e non solo dell’economia italiana, quanto dell’economia europea per i suoi squilibri interni e nei suoi rapporti con l’economia mondiale. I problemi dell’Italia possono essere affrontati solo se guardiamo a questo più ampio contesto. La crisi del nord Africa e del medio oriente, i suoi contraccolpi sul prezzo del petrolio e le generali implicazioni dell’aumento dei prezzi dei beni agricoli, uniti alle politiche monetarie espansive dalle due parti dell’Atlantico inducono a parlare di stagflazione, cioè d’inflazione e stagnazione delle economie. In questo quadro, è del tutto inutile discutere se il futuro è più o meno roseo, poiché molto dipenderà da ciò che accadrà fuori dell’Italia. Ciò che importa è che l’Italia trovi una forte condivisione interna su un programma di azione che non dovrà essere solo di emergenza con un occhio al breve periodo, ma che deve dare la “scossa” all’economia italiana proprio perché affronta nodi strutturali con uno sguardo al lungo periodo. Solo la chiarezza delle prospettive e delle scelte coerenti può mettere in moto le risorse finanziarie e reali che esistono ma che oggi sono o ferme o incerte sul da farsi. La proposta di riunire quelli che il governo ha chiamato gli stati generali dell’economia per la definizione e la condivisione di queste scelte ha questa finalità. Ma cosa si deve intendere per stati generali dell’economia? In primo luogo sarebbe bene dire quello che non devono essere. Non devono essere una riunione delle corporazioni italiane, cioè il tavolo in cui le rappresentanze di una struttura ancora troppo corporativa dell’economia italiana presentano le proprie richieste, più o meno settoriali e asfitticamente di breve periodo. Gli stati generali servono a riunire le intelligenze, le conoscenze e le esperienze di tutte le articolazioni economiche della società italiana, e anche di quella politica, che hanno capito che tutti gli interessi particolari potranno trovare una tutela efficace nell’ambito di una economia più libera, con più concorrenza, e quindi con più crescita. L’inflazione importata si compensa con l’effetto della maggiore concorrenza sui prezzi e la stagnazione si combatte con il dinamismo e l’innovazione conseguenti anche alle liberalizzazioni. Se questa deve essere l’ambizione, gli stati generali dell’economia si dovrebbero riunire intorno a pochi temi di fondo, essenzialmente a quelli che nella bozza di Programma nazionale di riforma sono stati chiamati, riprendendo il linguaggio della strategia “Europa 2020”, i colli di bottiglia dell’economia italiana. Si tratta di colli di bottiglia molto interconnessi tra di loro. Ricordo i principali: la questione fiscale, la riforma del welfare e del mercato del lavoro, la liberalizzazione dei mercati, soprattutto dei servizi e delle professioni, e la connessa azione di riforma della Pubblica amministrazione come strumenti congiunti di aumento della produttività ed efficienza del sistema, ricerca e innovazione. Questi colli di bottiglia li troviamo nella loro interconnessione nella predisposizione del Piano per il sud, cioè nell’azione di aggressione alla questione meridionale e agli squilibri territoriali. Vediamo gli stati generali dell’economia come un’azione di consultazione e lavoro pratico interno a questi nodi, che si svolga in continuità in un arco molto limitato di giorni, per confrontare e analizzare una molteplicità d’interventi, piccoli e grandi, coordinati e convergenti su ognuno di questi colli di bottiglia. Il fine è soprattutto andare alla ricerca della coerenza, nel suo significato non solo di compatibilità finanziaria reciproca ma di attenzione a evitare che il perseguimento di un obiettivo, o il superamento di un collo di bottiglia, scardini le premesse per il raggiungimento di un altro obiettivo. Un obiettivo di confronto cruciale è quello di individuare e definire tutte le azioni normative e finanziarie che consentano di spostare il sistema di convenienze dall’investimento a breve all’investimento a lungo termine. Se, infatti, l’aumento della competitività dell’economia italiana richiede una forte azione d’investimento nelle infrastrutture materiali e soprattutto immateriali, il cui finanziamento non potrà basarsi sulla finanza pubblica, ciò implica che sia necessario attrarre investimenti a lungo termine dal settore privato, nazionale e internazionale. Questi stati generali dovrebbero avere una caratteristica fortemente tecnica, ed essere, quindi, preparati in tal senso convocando le rappresentanze d’interessi sui singoli temi non nella loro veste di portatori di interessi particolari, ma come apportatori di conoscenze particolari utili alla definizione della coerenza dell’insieme. Quindi, un luogo di elaborazione e non di negoziazione corporativa di decisioni che spettano al governo e al Parlamento. Ma proprio perché fondati su un confronto tecnico essi assumerebbero la più alta rilevanza politica e democratica, perché la condivisione o meno delle scelte possibili avrebbe le caratteristiche della chiarezza delle posizioni”. (red)

28. Bulgari è francese, controllo a Louis Vuitton

Roma - “Bulgari – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - è il nuovo gioiello sulla corona di Bernard Arnault, patron di Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy) e re del lusso mondiale. Dopo mesi di trattative con Arnault stesso e soprattutto con Toni Belloni (il manager italiano numero due del gruppo), i cugini Paolo e Nicola Bulgari e il loro nipote Francesco Trapani (amministratore delegato) nel fine settimana hanno raggiunto l’accordo, approvato domenica sera dai rispettivi consigli di amministrazione. Lvmh emetterà 16,5 milioni di azioni in concambio dei 152,5 milioni di azioni Bulgari attualmente detenute dalla famiglia. Lvmh promuoverà poi un'Opa, al prezzo di 12,25 euro per azione sulle quote degli azionisti di minoranza: per il gigante francese, che da circa dieci anni non nascondeva il suo interesse, il prezzo complessivo dell'operazione ammonta a 4,3 miliardi di euro. ‘Bulgari era uno degli ultimi marchi disponibili sul mercato a godere di una simile notorietà, era importante che si unisse a noi piuttosto che a un concorrente’, ha detto ieri Bernard Arnault a Le Monde, confermando implicitamente la battaglia silenziosa in corso con il gruppo svizzero Richemont che già detiene il marchio Cartier. Per Bulgari si tratta del coronamento della forte risalita del 2010, dopo avere perso 47 milioni nel 2009. L’anno scorso il gioielliere romano, che presenterà i risultati tra pochi giorni, ha migliorato il suo giro d’affari del 15,4 per cento, superando il miliardo di euro. E associando Bulgari ai marchi Tag Heuer, Chaumet, Zenith, Hublot, Fred, Vuitton e Dior, Lvmh raddoppia la dimensione del suo impegno nel settore orologeria e gioielleria e può quindi concorrere da pari a pari con Cartier e Tiffany. ‘Se riusciremo a raggiungere gli obiettivi di sviluppo che ci siamo fissati, il prezzo pagato si dimostrerà un ottimo investimento’ , dice Arnault. I francesi assicurano che non fermeranno alcuna linea di produzione di Bulgari, che a sua volta attenuerà la dipendenza da Swatch per le forniture. Trapani resterà amministratore delegato ‘nel breve periodo’, - prosegue il CORRIERE DELLA SERA - per entrare poi nel comitato esecutivo di Lvmh e assumere, nell’ultima parte del 2011, la direzione di tutte le attività di orologeria e gioielleria. Toni Belloni, protagonista dell’affare per Lvmh, ha sottolineato che si tratta della più grande operazione in venti anni di acquisizioni. I cugini Bulgari e Trapani diventeranno il secondo azionista familiare del gruppo Lvmh, dopo Arnault. In Borsa il titolo Bulgari è volato fino a guadagnare il 59,42 per cento a 12,10 euro. Lvmh domina le cronache dal 23 ottobre scorso, quando il gruppo annunciò di essere entrato ‘con intenzioni non ostili’ nel capitale di Hermès, fino a detenerne poi più del 20 per cento. L’operazione Bulgari ha un valore anche nell’ottica della scalata a Hermès. Arnault vuole dimostrare che è in grado di trattare su basi amichevoli con grandi marchi a struttura familiare, senza snaturare il prodotto e senza sconvolgere la struttura di comando. Per questo ieri il capo di Lvmh ha voluto sottolineare che ‘con la famiglia Bulgari ci siamo immediatamente capiti e abbiamo raggiunto molto presto un’intesa sul modo di lavorare insieme’ . La speranza – conclude CORRIERE DELLA SERA - è che anche gli eredi del sellaio Thierry Hermès si lascino, alla fine, convincere”. (red)

29. “Gli italiani preferiscono giocare in serie minori”

Roma - Intervista all’ad di Bulgari Francesco Trapani su LA STAMPA: “‘Non le nascondo che mi sarebbe piaciuto riuscire a creare un’aggregazione di marchi e di società con radici italiane’. Francesco Trapani, amministratore delegato di Bulgari, ha appena annunciato il matrimonio con Lvmh, un ‘cambiamento superepocale’, lo definisce scherzando. E frutto anche dei “no” ricevuti dagli imprenditori del nostro Paese. ‘Per anni - racconta - ho parlato con tantissimi imprenditori italiani che sono nel nostro variegato settore del lusso con l’obiettivo di trovare una strada per metterci insieme’. E invece? ‘Purtroppo gli italiani sono come sono: estremamente attaccati al controllo. Preferiscono giocare in una serie minore, essere piccoli, lasciarsi sfuggire opportunità di business, ma non perdere il controllo delle loro attività’. Quindi la via di Parigi è divenuta obbligatoria. ‘Gli anni sono passati, in Italia non si è riuscito a creare niente di più grande. I grandi gruppi internazionali si sono mostrati interessati’. Perché era necessaria questa aggregazione? ‘Ho dovuto tenere in considerazione diversi aspetti. Da un parte la struttura della mia famiglia e di come essa evolverà nel futuro’. In che senso? ‘Da un lato i miei zii, che essendo della generazione precedente avevano la maggior parte delle azioni, non sono più giovanissimi. Dall’altro l’ultima generazione è costituita da persone che hanno interessi e attività che nulla hanno a che fare con il business’. Insomma c’era anche un problema di ricambio generazionale? ‘In qualche modo, a termine, c’era anche il problema del passaggio generazionale’. Quali altri aspetti ha considerato prima dell’integrazione in Lvmh? ‘Penso che il mondo del lusso darà in futuro grandi soddisfazioni. Ma è un business che sta diventando sempre più grande, sempre più globale. Paesi che prima non erano di grande interesse, ora sono sono diventati delle grandi opportunità del futuro: oggi bisogna essere forti in India come in Cina, in Russia, in Medio Oriente, in Brasile’. Bulgari non poteva ballare da sola? ‘Dopo la crisi, Bulgari stava risorgendo in maniera molto forte. Non è detto che bisogna essere per forza grandi. Ma se si ha l’ambizione di creare tanto valore, il fatto di essere relativamente piccoli è, a mio avviso, un problema in più. Per questa ragione abbiamo lungamente pensato di fare qualcosa per unirci ad altri’. Ed è andata bene. ‘Non lo nascondiamo: le condizioni finanziarie sono estremamente interessanti. Dall’altra parte la famiglia è stata chiamata - con l’esponente più operativo che sono io - anche a gestire tutte le aziende che nel gruppo si occupano di gioielli e orologi’. In Francia, però, divampa la polemica: Hermès resiste all’assalto di Lvmh. Dicono che ne snaturerebbe l’aspetto artigianale. ‘Non capisco questa posizione. Credo che Lvmh, in vent’anni di gestione Arnault, abbia dimostrato non solo di saper comperare aziende e marche, ma anche di essere in grado di svilupparle e di renderle dei grandissimi successi di mercato. Inoltre in questo gruppo hanno una caratteristica’. Quale? ‘Hanno la filosofia adatta per le marche. Le lasciano piuttosto libere di percorrere quella che ritiene essere la strada giusta per il futuro, decentrano la gestione. Certo, poi sono gli azionisti di controllo: vogliono capire, sapere. Ma la loro filosofia è che a costo di perdere delle sinergie preferiscono l’indipendenza delle marche’. Dopo quest’accordo il made in Italy italiano è più forte o più debole? ‘Il made in Italy dovrebbe dar vita a un’azienda simile a quelle che ci sono all’estero per essere veramente alla pari. La verità è che in Italia non ci sono né aziende con un singolo marchio che hanno dimensioni di quelle estere con un unico brand - e faccio riferimento per esempio a Hermès o Chanel - e non ci sono nemmeno i grandi colossi’. Quindi il made in Italy è costretto a emigrare. ‘Non farei discorsi sull’italianità. L’attività del lusso italiano ha bisogno di economie di scala. Ha bisogno di aggiungere alla creatività e all’artigianalità anche le dimensioni, perché dietro queste ci sono la finanza e l’organizzazione. Il lusso ha bisogno di soldi per fare gli investimenti e di capacità manageriale per fare bene le cose’”. (red)

30. Ecco perché volano mattoni al vertice di Generali

Roma - “Questione di polizze? No, - si legge su IL FOGLIO - di mattone. ‘C’è una questione immobiliare da chiarire e da sciogliere’, dicono al Foglio soci e di amministratori di Generali. Da Leonardo Del Vecchio, che ha lasciato il board proprio dopo essersi scontrato con i manager su questioni immobiliari, a Francesco Gaetano Caltagirone, che da esperto ingegnere ritiene il business triestino nel real estate poco redditizio e dunque non sapientemente gestito, i malumori nel gruppo triestino riguardano poco l’ennesima sortita di Diego Della Valle contro Cesare Geronzi che, secondo il patron di Tod’s, fa un uso improprio della quota in Rcs posseduta dal Leone, e molto invece il business immobiliare. Questione di mattone, quindi, più che di polizze e di editoria. In quasi 180 anni di attività il gruppo assicurativo ha accumulato un patrimonio di oltre 24 miliardi che i manager puntano a far salire a quota 30 miliardi nel giro di qualche anno, portando la quota al 9 per cento del patrimonio totale in gestione. Il 2010 per esempio tra investimenti e disinvestimenti ha visto un saldo positivo di 0,7 miliardi, col risultato che oggi i cespiti immobiliari ne rappresentano più del 7 per cento a valore di mercato e il 5,5 per cento a valore di libro. Quanto alla tipologia degli asset, spicca la preferenza per gli uffici, che oggi rappresentano il 78 per cento del patrimonio contro l’8 per cento del residenziale. Gli investimenti core si concentrano prevalentemente in Italia, Francia e Germania, seguite da Austria, Svizzera e Spagna e, fuori dall’Europa, Israele. A questi si affiancano gli investimenti che si indirizzano prevalentemente verso gli Stati Uniti (New York, Washington, Boston, San Francisco e Chicago). Il futuro vedrà un rafforzamento nei paesi dell’Europa dell’Est (Praga, Varsavia), il Far East (Cina con Shangai, Beijing, Shenzhen, Guangzhou) e probabilmente l’America Latina. Ieri il Corriere Economia segnalava proprio come ‘le assicurazioni puntano forte sul mattone’. Una tendenza che è anche il risultato di un regolamento in fieri dell’Isvap, l’autorità che vigila sulle compagnie assicurative: ‘In buona sostanza – ha scritto Stefano Righi sul Corriere Economia – permetterà di liberare risorse dai bilanci delle singole compagnie a favore dell’investimento sul mattone. La tesi è che nel lungo periodo il mattone garantisce il capitale investito dall’inflazione e genera reddito sotto forma di affitti’. Un business immenso – prosegue IL FOGLIO - ma poco redditizio e troppo frammentato in società diverse, sostengono i critici anche interni del gruppo triestino. Nel caso del patron di Luxottica, però, la misura è diventata colma quando ha scoperto che le Generali gli facevano concorrenza in Francia, dove Del Vecchio opera attraverso la Foncière des Régions (che controlla in Italia Beni Stabili). Questione di torri: il 4 luglio del 2007 Fds aveva acquisito per 486 milioni la Tour Gan nel quartiere parigino degli affari, la Défense, alla compagnia assicurativa Groupama. Sempre alla Défense il Leone ha finanziato la costruzione della Torre Generali firmata Valode & Pistre (500 milioni di budget iniziale) che doveva essere ultimata nel 2011 ma non è ancora partita. Il niet del Leone a Kellner Si aggiungano i dubbi di alcuni azionisti sull’investimento nell’housing sociale, ovvero nell’edilizia popolare (ma le operazioni di sistema non erano bandite dal galateo triestino?) con una fiche da 300 milioni nella Polaris, sgr di diritto lussemburghese, made in Cariplo; e su quel pacchetto di acquisizioni nell’est Europa da oltre 200 milioni che stavano molto a cuore al socio e magnate ceco Petr Kellner ma non sono passati nel comitato investimenti, come ha svelato Oscar Giannino su Panorama. Quel pacchetto con tutta probabilità rappresentava una contropartita a un altro niet ricevuto da Kellner in casa del Leone. L’indizio si trova in un articolo del Corriere della Sera a firma di Massimo Mucchetti del 10 ottobre 2010: il 23 settembre, scrive Mucchetti, il capo operativo di Generali, Giovanni Perissinotto, porta al comitato investimenti la proposta di acquistare per 300 milioni un certo numero di immobili situati nella Repubblica Ceca e offerti da Petr Kellner, azionista al 2 per cento e consigliere della compagnia. In assenza dell’offerente, il comitato accetta l’idea di comprare la sede di Praga delle Generali, mentre per gli altri edifici di meno certa convenienza si orienta al rinvio. L’iniziativa dell’oligarca, legato al management, fa discutere: sembra dettata dall’esigenza di rifinanziare il recente acquisto del suo pacchetto Generali. Nella stessa riunione, Perissinotto propone l’adesione a un fondo investimenti infrastrutturali promosso dalla Ferak, una finanziaria vicentina azionista della compagnia. Il comitato dà il benestare per 100 milioni e lamenta il fatto che il nome di Generali sia stato speso già ai primi del mese. La questione immobiliare si è poi esacerbata con la richiesta avanzata da Caltagirone – e non esaudita da Perissinotto – di istituire una direzione ad hoc per valorizzare il comparto immobiliare che risponda al direttore finanziario Raffaele Agrusti. Perissinotto traccheggia alimentando così malumori e perplessità su un piglio operativo che non tiene conto dell’esperienza nel settore di grandi soci come l’ingegnere romano. Francesco Manacorda sulla Stampa ha ricordato che, regnante a Trieste Antoine Bernheim, viene scelta la francese Anne Marie de Chalambert e sotto di lei l’ad di Generali Properties Giancarlo Scotti. Poi la de Chalambert esce e il suo posto resta vacante. Due mesi fa il management propone di portare anche il settore immobiliare sotto il responsabile degli investimenti Philippe Setbon, ma l’idea viene bocciata da alcuni consiglieri; tra di loro Caltagirone. Perissinotto rivendica di aver raggiunto un rendimento del 4,5 per cento dal mattone del Leone e ricorda che gli immobili sono a copertura delle riserve tecniche, ossia delle polizze degli assicurati. Quindi per lui – conclude – prosegue IL FOGLIO - la questione non si pone: in Generali Immobiliare resta presidente Raffaele Agrusti e ad Scotti. Ma per l’Ingegnere romano, e non solo per lui, la questione è tutt’altro che chiusa”. (red)

Squatter. Gli “acchiappa-case”

“Il Grinta”. Vecchio, caro western