Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Siamo a posto: torna Scajola

A neanche un anno dallo scandalo della casa al Colosseo l’ex ministro per lo Sviluppo economico torna a farsi avanti. Con un ragionamento tipico di questi tempi: se non c’è condanna penale non c’è problema. E Berlusconi potrebbe accoglierlo a braccia aperte, perché nel PDL e in vista delle elezioni un organizzatore senza scrupoli gli fa un gran comodo

di Davide Stasi

Un sussulto d’angoscia ha serrato la gola dei pochi italiani per bene rimasti aprendo il Corriere della Sera di domenica. Claudio Scajola sta per tornare. Sì, ricordate bene: è quello della casa comprata “a sua insaputa”, espressione divenuta epica non solo tra gli autori di satira, ma anche per il suo stesso ideatore, che ora, contrito e redento, la definisce «grottesca, infelice, stupida». Non viene in mente all’ex ministro di dircene una sostenibile e sensata al suo posto. Non ce n’è bisogno: sembrano passati cent’anni da allora, la stampa non si è più occupata della “cricca” e dei suoi maneggi immobiliari, e l’opinione pubblica ora è concentrata su Ruby e il suo satiro. Nella narrazione collettiva, quella vicenda è già prescritta.

Scajola lo sa: il tempo medica tutto, soprattutto in politica e soprattutto in Italia. Di degenerazione in degenerazione, la misura è stata passata da tempo, e la melma ha ormai tracimato a un livello tale che le persone consapevoli, la minoranza, ormai sono anestetizzate, mentre quelle incoscienti sono troppo impegnate con le rate e la cassa integrazione per interessarsi all’ennesimo riciclo di casta. Lui, a buon peso, pone sul piatto l’elemento giudiziario e dice: «se però ora si dovesse accertare che davvero non ho colpe, e se questo è un paese normale, credo di poter legittimamente ricominciare a fare politica. O no?».

Scajola sa benissimo che questo è ben lungi dall’essere un paese normale, come sa che elementi penali sufficientemente rilevanti da configurare un’ipotesi di reato a suo carico in sostanza potrebbero non esserci. Dalla sua ha poi le dimissioni, che oggi si compiace di rappresentare come immediate, mentre è noto che cercò di trattenere la poltrona anche coi denti. E a completare l’opera di frettolosa ripulitura l’ex ministro aggiunge l’imminente cessione del famoso “appartamentino” con vista Colosseo: «ho messo in vendita quella casa e ho promesso di riprendermi solo i 600 mila euro che avevo speso, devolvendo in beneficienza il resto». Un’anima pia, insomma. Dunque pronta a rientrare in scena.

In realtà il punto è sempre lo stesso. Quand’anche i magistrati non riuscissero a trovare elementi a carico di Scajola, e questi uscisse dalla vicenda senza incriminazioni, il fatto politico resta. Sovrapporre fatti giudiziari e politici è parte della strategia berlusconiana per trascinare la magistratura su un campo che non le è proprio. Ma soprattutto serve per associare due elementi diversi per natura: la fedina penale e l’opportunità politica. In un paese normale, poco importerebbe se Scajola non venisse incriminato: rimarrebbe un ministro che si è fatto pagare un appartamento da un imprenditore, a sua insaputa o meno (e sono gravissime entrambe le ipotesi), e che dunque è, e resta, impresentabile.

Ma c’è un problema. Il PDL è un bordello, in tutti i sensi, e Berlusconi è preoccupato. Ultimamente ha fatto incetta di servitori, al mercato di Piazza Montecitorio, ma i nuovi acquisti hanno una fame dannata di incarichi e prebende e hanno preso a muoversi in modo scomposto. Ergo, serve un colonnello efficiente e senza scrupoli, un alter-ego capace di concentrarsi sul partito con l’arroganza necessaria a serrare i ranghi. Il “ducetto”, com’era amorevolmente soprannominato Scajola in Forza Italia, è la persona giusta. E allora via con lo sdoganamento, con l’appoggio di una sessantina di parlamentari. Ma soprattutto Scajola è uomo di organizzazione e di elezioni. Buona parte delle ultime vittorie elettorali di Berlusconi si devono a lui. E il suo ritorno in pista la dice lunga su quanto il Cavaliere si senta sicuro in sella. Per questo lo recupera dal cassonetto dove lo aveva gettato.

Ed è un riciclo di tutto rispetto, nell’ottica berlusconiana: Scajola è il primo politico italiano divenuto ministro dell’interno pur avendo alle spalle tre mesi di reclusione, scontati nel 1983 a seguito di una brutta storia di mafia, concussione e casinò, scoperta nel suo feudo imperiese, a Sanremo. Una vicenda da cui Scajola è uscito assolto nel 1990, ma non con formula piena, bensì per carenza di prove. La stessa fortunosa fattispecie che sembra in procinto di evitargli problemi con la casa al Colosseo. Un intreccio, quello tra mafia e feudo scajoliano del Ponente ligure, che persiste tuttora, in modo piuttosto evidente, essenzialmente all’insegna della cementificazione selvaggia, tratto distintivo della Liguria contemporanea. I magistrati da tempo volteggiano attorno all’ex ministro e al sistema mafioso del Ponente a cui sembrerebbe collegato

Ma Scajola vuole rientrare nel gioco della politica che conta, nonostante questo. O forse proprio per questo.

 

Davide Stasi

“Il Grinta”. Vecchio, caro western

Madri e lavoratrici. Che problema