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Gli Stati Uniti sono accerchiati (dalla decadenza)

Doveva essere il 4 marzo, invece sarà il 18, forse: parliamo del giorno in cui negli Stati Uniti si dovrebbe raggiungere quello che viene chiamato, da quelle parti, Shutdown. È il termine con il quale si definisce il giorno in cui, in sostanza, negli Stati Uniti finiscono i soldi e lo Stato è costretto a lasciare senza denaro tanti settori pubblici. Naturalmente se, nel frattempo, non verrà approvato un taglio al bilancio decisamente pesante. L'amministrazione Obama ha dunque chiesto al Congresso americano, che dovrà discutere e approvare il bilancio, di attendere ancora qualche giorno rispetto a quello - il 4 marzo - in cui di fatto lo Stato Federale è, conti alla mano, in deficit di bilancio. Da allora al 18 si tratta pertanto di dare un seguito al taglio, già approvato a febbraio, come ricorderà chi legge queste pagine visto che ne avevamo dato conto, di 61 miliardi di dollari. Seguito che deve necessariamente essere con un nuovo rifinanziamento statale. In caso contrario, Obama, appunto, dovrà dichiarare lo shutdown: licenziamenti, pagamenti degli stipendi congelati e varie mancanze a carico dei servizi. Certo non un bello scenario, considerando che gli Usa si stanno sforzando al contempo di far ripartire l'occupazione e l'economia. 

Naturalmente di questo non si parla, né le agenzie di rating decidono di intervenire su un Paese, gli Stati Uniti, che di fatto è insolvente da anni.

Non solo: il più grande abbaglio degli altri paesi del mondo, ovvero Obama, considerato da molti, anche in Italia, come colui che avrebbe potuto traghettare gli Usa fuori da un pantano in cui liberismo sfrenato e amministrazione Bush lo avevano infilato, si trova ora a dover fare i conti con i problemi, certamente ricevuti in dote, delle tragedie economiche e umanitarie di Iraq e Afghanistan. Nel primo caso dovrebbe essere ormai di dominio pubblico che una normalizzazione a stelle e strisce, dopo l'aggressione, non c'è stata e che in quel luogo si continua a combattere, continuano a mancare i servizi più essenziali (anche acqua ed energia) per una larghissima fetta della popolazione e, come in tutti i luoghi in cui il nostro modellio di sviluppo si è insediato e ha messo i propri governi fantoccio, la corruzione dilagante sta portando grossa parte del paese alla guerra civile.

Per il secondo punto, malgrado le dichiarazioni dei Petreus di turno, tutto è in bilico sino alla primavera, ormai dietro l'angolo, dove ovviamente i resistenti afghani riprenderanno la guerriglia, temporaneamente sospesa vista la stagione invernale che è particolarmente sfavorevole in tal senso. Sinteticamente: tra qualche settimana dovremmo tornare a rilevare la cronaca di una nuova stagione di battaglie. Con quello che ne consegue in merito a morti e opinione pubblica.

Allo stesso tempo, in tutto il Medio Oriente la superpotenza che fu è accerchiata da situazioni affatto favorevoli: i fatti del Barhein, dell'Oman, della Tunisia, dello Yemen, dell'Egitto lo confermano. In buona sostanza, tutti (o quasi) i paesi filo-atlantici o comunque con governi fantoccio, che siano sultanati, con dittatori o di altro tipo, collusi con gli Stati Uniti, sono in rivolta.

Per non parlare della Libia, che rappresenta al momento una ulteriore grande incognita, e l'Iran, che ha fatto passare per la prima volta le proprie navi militari da Suez, né più né meno di come hanno fatto le navi da guerra Usa.

Il declino statunitense è insomma gravissimo. Economicamente, geo-politicamente e, in una certa misura, anche culturalmente. Problemi interni tenuti nascosti a stento, problemi internazionali ormai irrimediabilmente visibili a tutti e l'unica stampella, dal punto di vista finanziario, offerta proprio dal più acerrimo nemico, ovvero la Cina, che per ora - per ora - non rende manifesto l'abbandono definitivo del dollaro a favore dello Yuan per il solo motivo che ancora non le conviene farlo.

Ciò non impedisce ancora però, purtroppo, che molti paesi, Europa in primo luogo, continuino a dare credito e attenzione a Obama e ai suoi, per esempio negli sviluppi attuali della situazione libica, concedendogli i favori e gli onori che una volta - e non ne eravamo d'accordo neanche allora - gli si potevano concedere in virtù del fatto che erano ancora la più imponente potenza mondiale, ma che oggi si rivelano, evidentemente, come antistorici.

Se Gheddafi non è più un referente politico per gli altri paesi del mondo, a maggior ragione non dovrebbe esserlo Obama, almeno dal punto di vista strategico. Ma l'Europa al momento è ancora assente, come sappiamo, e il massimo che sa fare è proseguire a rimorchio di una ex-potenza che conduce tutto l'occidente al declino.

 

Valerio Lo Monaco  

Petrolio su, crescita giù

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