Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Nucleare. Questa energia “pulita”

Il professor Matthew Bunn, di Harvard, prova a difendere le centrali atomiche sostenendo che in ogni caso il loro utilizzo è inevitabile, per ottenere tutta l’energia di cui abbiamo bisogno. Ma il nodo è proprio qui: la necessità non è affatto assoluta, ma dipende dall’attuale sistema di produzione e consumo

di Sara Santolini

Su Repubblica è apparsa un’intervista a Matthew Bunn, docente a Harvard che è stato consulente della Casa Bianca per le politiche nucleari. La sua voce viene citata come mediana tra i cosiddetti “nuclearisti” e quelli che di nucleare non vogliono sentir parlare. Eppure, la sua è una posizione che ha qualcosa di profondamente in linea con il “nuclearismo” a tutti i costi: la convinzione che del nucleare non si possa fare a meno. 

Questa convinzione è supportata da una serie di postulati sciorinati con una naturalezza tale da farli sembrare inevitabili. Secondo Matthew Bunn «da un lato abbiamo una popolazione mondiale che continua a crescere e pretende di avere elettricità a basso costo. Dall'altro la minaccia dei cambiamenti climatici ci impone di ridurre drasticamente le emissioni. Per vincere questa sfida dobbiamo assolutamente sfruttare tutte le opzioni a disposizione, compresa quella nucleare, rendendo le centrali sicure». 

L’esigenza di «avere elettricità a basso costo» è dovuta a un aumento demografico correlato al mantenimento e all’espansione del nostro modello di sviluppo a tutto il pianeta. La previsione che ci sia bisogno di elettricità a basso costo sempre in quantità maggiore presuppone che non si possa fare altro che continuare a crescere a livello industriale come finora, a produrre merci anche se non ne abbiamo bisogno, a riempire magazzini e poi a costruirne di nuovi anche se i mercati non avranno più il potere d’acquisto necessario, e dunque diminuendone i costi di produzione anche fino alle estreme conseguenze sul lavoro umano. 

Riguardo ai rischi del nucleare lo studioso sostiene che «i reattori di quarta generazione possono migliorare molto la sicurezza, ma già oggi ci sono impianti molto più sicuri di quello giapponese». Ma poi aggiunge che «nessuna tecnologia esistente oggi avrebbe saputo evitare una tragedia come quella avvenuta a Fukushima». Dunque la sicurezza completa, quella che permetterebbe di essere del tutto tranquilli, non esiste. Dovremmo votare il nostro pianeta al rischio di inquinamento da radiazioni al fine di poter avere disponibili tutte le merci che vogliamo. Insomma, per poter rinnovare il guardaroba a ogni stagione o cambiare cellulare ogni sei mesi. Inoltre per il dottor Bunn non bisogna dimenticare «che tsunami e terremoto hanno fatto quasi trentamila vittime, mentre per l'incidente alla centrale non è morto nessuno. Di contro negli Stati Uniti ogni anno migliaia di persone muoiono per patologie legate alle polveri sottili emesse dalle centrali a carbone, senza contare gli effetti delle attività estrattive». 

Il problema insormontabile, però, è che non si può considerare l’energia nucleare energia “pulita” se non c’è un grado di sicurezza del 100% sul funzionamento delle centrali. Questo perché un singolo incidente in questi luoghi produce danni estesi nel tempo e nello spazio in nulla paragonabili a quelli delle pur nocive centrali a carbone o similari. Trentamila vittime sono moltissime, ma di contro sono nulla rispetto a quante ne potrà fare negli anni a venire l’inquinamento da radiazioni sulle persone, il terreno, l’acqua, l’aria provocato dall’incidente di Fukushima. Basti pensare, per esempio, che dal 1986 nelle zone più vicine a Chernobyl, come Bielorussia, Russia e Ucraina, l’incidenza del cancro alla tiroide è raddoppiata e che tuttora non accenna a calare.

«Se guardiamo cosa serve per fermare il riscaldamento globale», aggiunge il docente durante l’intervista, «vediamo che occorrerebbero ogni anno nel mondo 25 o 30 nuove centrali». Oppure, bisognerebbe farne a meno.

 

Sara Santolini

Nucleare. Il trucco degli “stress test”

Precari. E disgregati