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Il Pdl contro i libri di testo “comunisti”

Capitanata da Gabriella Carlucci, una ventina di deputati del centrodestra denuncia le presunte manipolazioni a senso unico dell’insegnamento scolastico. Il ministro Gelmini si associa auspicando «una visione oggettiva dei fatti e soprattutto degli eventi storici». Un finto buon senso che nasconde una mistificazione ancora peggiore: quella secondo cui la Storia si basa sugli eventi, anziché sulle loro motivazioni

di Federico Zamboni

L’aggettivo è il solito: comunisti. Che per l’occasione, e non è nemmeno la prima volta, viene indirizzato contro i libri di testo in uso nelle scuole, a cominciare da quelli di Storia. Invece che offrire agli studenti delle nozioni imparziali, essi mirerebbero a manipolarli dando luogo a «un puro e semplice tentativo di indottrinamento ideologico». Il cui scopo, come sottolinea Gabriella Carlucci, che insieme ad altri 18 deputati della maggioranza ha formalmente richiesto l’istituzione di un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta, è «gettare fango su Berlusconi» e «plagiare le giovani generazioni a fini elettorali».

Manco a dirlo, il ministro dell’Istruzione si accoda: «Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso. Io penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva dei fatti e soprattutto degli eventi storici. Credo che si dovrebbero evitare letture interessate di parte e cercare di consentire ai ragazzi di esercitare la propria formazione su libri di testo che siano indipendenti e rispettosi della veridicità storica degli accadimenti».

Apparentemente sembra un discorso pieno di buon senso, essendo ovvio che l’insegnamento scolastico non debba essere fazioso. In realtà è un classico caso di strumentalizzazione, per cui si prende un principio che in termini generali ha una sua fondatezza e poi lo si banalizza. Da un lato sorvolando sui limiti intrinseci della sua applicabilità. Dall’altro agitandolo come uno spauracchio. Al contrario di quello che asserisce la Gelmini, infatti, «una visione oggettiva dei fatti e soprattutto degli eventi storici» è semplicemente impossibile: la Storia non si limita certo a elencare avvenimenti ma cerca di individuarne le motivazioni, per cui i margini di interpretazione sono ampi e inevitabili. Con buona pace del ministro, che invece di fare affermazioni apodittiche dovrebbe entrare nel merito e prendere atto della complessità della questione, la sospirata «veridicità storica degli accadimenti» non esiste affatto, se non sotto forma di versione maggioritaria, o persino generalizzata, all’interno di una data cultura e di una certa epoca. 

Si pensi alla Guerra di Secessione statunitense, ad esempio. Come ha scritto proprio ieri Ferdinando Menconi, ricordando il 150esimo anniversario dell’attacco nordista a Fort Sumter, la vulgata recita che si sia trattato di un conflitto ispirato da ragioni squisitamente idealistiche, connesse all’abolizione della schiavitù. Appena si approfondisce un po’ viene fuori che le cose stavano assai diversamente e che c’erano precise ragioni di carattere economico. Ovverosia politico, nel senso della concezione generale della società e del potere.

Oppure, per venire all’immediata attualità, si pensi all’intervento occidentale in Libia. I fatti dicono che l’Onu ha approvato una risoluzione, la 1973/2011, in cui si afferma il principio della tutela della popolazione civile, dopo di che alcune nazioni hanno cominciato a bombardare sistematicamente le forze armate di Gheddafi. Ma se ci si limita a dirla così non si è spiegato un bel niente, di quello che sta accadendo. Non è che si sia tracciata una ricostruzione “obiettiva”. Si sono accostate due circostanze che, di per se stesse, non chiariscono nulla. Perché i veri “avvenimenti” non sono mai gli eventi in quanto tali, ma i motivi che li hanno determinati. E questi motivi, va da sé, non sono indicati in nessun atto ufficiale (che peraltro costituirebbe a sua volta un elemento da valutare e non una verità assoluta) ma sono oggetto di un’investigazione che è tutta da realizzare, dapprima dai contemporanei e in seguito dagli storici.

Il vero problema, dunque, non è che i libri di testo riflettano, in un modo o nell’altro, il punto di vista di chi li ha scritti. Benché sia vero che ci sono state delle omissioni e delle forzature unilaterali– e la stessa Gelmini ha gioco fin troppo facile nel citare ad esempio le foibe – l’antidoto non è fare delle commissioni d’inchiesta e, come afferma ancora il ministro, investire della questione il parlamento. Che è sì «sovrano», ma che non brilla certo per spessore culturale e per autonomia di giudizio dei singoli membri. 

Il punto nodale è un altro. È che l’attività didattica dovrebbe sviluppare il più possibile la crescita culturale degli studenti, ovverosia dei futuri elettori, abituandoli a scavare a fondo e ad andare al di là di qualsiasi pregiudizio. Incamminandosi su un percorso duro e pieno di insidie che comincia a scuola ma che poi va proseguito vita natural durante, a cominciare dalla consapevolezza della parzialità dei media. 

Esattamente il contrario di quel “pensiero unico” che è alla base dell’attuale modello di società. 

 

Federico Zamboni 

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