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Thyssenkrupp: fu omicidio

La sentenza è solo di primo grado, ma fissa un principio importantissimo come il “dolo eventuale”. Significa che il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza, da parte delle aziende e dei manager, configura una responsabilità diretta che va punita penalmente. I cosiddetti “incidenti” diventano a tutti gli effetti dei crimini 

di Sara Santolini

Venerdì, com’è noto, si è concluso il primo grado del processo per il rogo dell’acciaieria di Torino della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni Spa del 6 dicembre 2007 a causa del quale morirono sette operai. Il processo costerà all’azienda nove milioni e mezzo di euro tra indennizzi alle parti civili, spese processuali e pene pecuniarie. La società è stata inoltre condannata all'esclusione da agevolazioni e sussidi pubblici e al divieto di pubblicizzare i suoi prodotti per 6 mesi. Ma l’aspetto di maggior rilievo è un altro. È la pesante condanna a carico dei manager, ritenuti direttamente responsabili dell’accaduto. All’amministratore delegato della società, Harald Espenhahn, sono stati comminati a 16 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario “con dolo eventuale”. Agli altri cinque imputati, accusati di omicidio colposo, pene comprese tra i 10 e i 13 anni di carcere.

La sentenza è la prima del genere: mai, in precedenza, per delle morti sul posto di lavoro un amministratore delegato ha ricevuto una pena così alta, né è stato mai ipotizzato l’omicidio volontario. L'azienda da parte sua ha definito la condanna «incomprensibile e inspiegabile», mentre Cesare Zaccone, uno dei legali della difesa, è deluso: «Siamo totalmente insoddisfatti» ha dichiarato, «andremo in appello ma non credo otterremo molto di più». Secondo Ezio Audisio, altro avvocato della Thyssenkrupp, «è stata sposata la linea dei pubblici ministeri, che noi continuiamo a ritenere infondata». E ancora Franco Coppi, già legale di Giulio Andreotti e ora parte della difesa dell’azienda, considera la sentenza formulata «in modo frettoloso sull’onda dell’emozione», e tutta l’azione contro la Thyssen un «processo politico» contro «la fabbrica dei tedeschi».

In realtà la sentenza è il traguardo di un processo dal quale sono emerse gravi e consapevoli carenze nella sicurezza dell’acciaieria. In questa prospettiva l’ “incidente” smette di essere tale e si configura invece come una “tragedia annunciata”: lo stabilimento era in via di dismissione e pertanto le risorse per la sicurezza, stanziate dopo un analogo incendio in Germania, erano state dirottate a Terni, dove si sarebbe trasferito l’impianto. È questo dirottamento, sottoscritto proprio da Espenhahan, con la conseguente mancanza di sistemi di rilevazione d’incendi e di manutenzione, dagli estintori inutilizzabili alla generale decadenza della struttura di Torino, ad aver portato i pm alla convinzione che, almeno in questo caso, le morti sul lavoro non sono dovute al fato o a mancanze dei lavoratori, come vorrebbe la difesa della Thyssen: stavolta è omicidio. 

Secondo il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, si tratta di «una giusta sentenza, una sentenza diversa e la vera differenza rispetto ad altre connesse è che si introduce il dolo, significa che c’è un comportamento che determina e non solamente l'assenza di prevenzione». Mentre per Giovanni Centrella, sindacalista della UGL, la sua importanza «sta nell'aver sottolineato quale livello di responsabilità hanno le imprese nei confronti dei propri dipendenti quando non garantiscono la loro salute e sicurezza nei luoghi di lavoro». 

È forse la fine della pretesa mancata responsabilità delle aziende e dei loro amministratori, pagati per farle guadagnare sempre di più, a prescindere dalle conseguenze. Se la sentenza di primo grado verrà confermata, e soprattutto se comincerà a fare giurisprudenza, proprietari e manager dovranno finalmente smettere di ragionare solo in termini di costi e di profitti. Tagliare i fondi per la sicurezza dei lavoratori, oppure dirottarli dove possono essere meglio sfruttati, non è solo una scelta contabile: è il presupposto di possibili vittime. Persone che non muoiono per caso ma che vengono assassinate. E i cui assassini, perciò, devono essere identificati e puniti.

 

Sara Santolini

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