Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Il voto in Finlandia e la (dis)Unione Europea

Impennata della formazione nazionalista e xenofoba guidata da Timo Soini, che sfiora il 20 per cento e si pone a ridosso dei primi due partiti. Tra i temi essenziali del movimento ci sono l’ostilità nei confronti degli immigrati e, soprattutto, una posizione euroscettica. A cominciare dalla contrarietà al finanziamento Ue dei Paesi sull’orlo del default

di Davide Stasi

In Finlandia trionfano gli euroscettici. Le recenti elezioni politiche hanno premiato il partito dei “Veri finlandesi”, nato nel 1995 sulle ceneri del “Partito rurale finlandese”. Dalla sua fondazione, il movimento ha conosciuto una crescita progressiva alle elezioni politiche: dai tre seggi del 2003 al raddoppio dei voti nel 2007. Alle ultime elezioni sono esplosi, ottenendo il 19% dei voti, poco meno dei conservatori, al 20,4%, e a un soffio dai socialdemocratici, avanti di soltanto un decimo. Con queste cifre i “Veri finlandesi” diventano il terzo partito del paese, mettendo all’angolo il partito centrista, che ha ottenuto il 15,8, una percentuale che lo condannerà a passare dal governo all’opposizione.

In termini di seggi, la situazione appare complicata per il leader conservatore, probabilmente incaricato di formare il governo. Jyrki Katainen, guida della “Coalizione Nazionale”, in un parlamento composto da 200 deputati, potrà contare sui 44 seggi conquistati dal suo partito, e dovrà scegliere, per costituire una maggioranza, tra i 42 seggi dei socialdemocratici o i 35 del partito del carismatico Timo Soini, l’artefice principale dell’irresistibile avanzata elettorale dei “Veri finlandesi”. Entrambe le ipotesi però pongono problemi non irrilevanti, non soltanto al futuro capo del governo finlandese, ma a tutta l’Europa unita.

I socialdemocratici, infatti, hanno una posizione filo-europeista consolidata, ma guardano con preoccupazione alla necessità dell’Unione di intervenire continuamente a sostegno di economie disastrate, come quella del Portogallo e dell’Irlanda. Pur non negando la disponibilità a sostenere i “bailout”, ovverosia le iniezioni di liquidità dall’esterno, da tempo chiedono una netta revisione dei criteri con cui le sovvenzioni comunitarie vengono calcolate ed erogate. Ben più netta la posizione dei “Veri finlandesi” che, semplicemente, si oppongono alle procedure di salvataggio dei paesi europei in crisi. Ma che soprattutto sono portatori di alcune proposte politiche forti che, secondo gli analisti, hanno contribuito non poco a portare al voto una quota considerevole (più del 70%) di cittadini finlandesi. Oltre all’euroscetticismo spinto, il partito di Soini si caratterizza per un ruvido e palese carattere xenofobo. Entrambi gli elementi hanno attecchito, nel tempo, tra la popolazione finlandese, colpita come le altre dalla crisi economica e turbata dall’immigrazione crescente.

Ora i “Veri finlandesi” annunciano di voler passare all’incasso: il loro 19% non può essere trascurato, e Soini ha tutta l’intenzione di farlo pesare, specie sulle decisioni che riguardano immigrazione e politica europea. All’orizzonte c’è la necessità di salvare il Portogallo, e il monitoraggio continuo di altre economie in bilico, Irlanda, Spagna e Italia in primis, come ha mostrato recentemente il Sole 24 Ore. Sia che i “Veri finlandesi” vengano cooptati in un governo multicolore, sia che li si lasci fuori, c’è il fondato timore che la loro influenza su questi temi si farà sentire pesantemente.

Si parla di timore, e ci si riferisce ovviamente ai filo-europeisti. Ossia a coloro che nell’Europa unita credono, per qualche ragione. E che tendono a negare l’ennesimo segnale politico che arriva dal successo elettorale dei “Veri finlandesi”. Ovunque movimenti simili, localmente radicati, ostili verso chi non fa parte della comunità autoctona, e verso l’Unione Europea, mietono crescenti successi, i loro temi fanno presa, producendo risultati elettorali maiuscoli. Ed è la prova provata che, dopo qualche anno di tentativi, si è riusciti a fare l’Europa della finanza e delle banche, ma l’Europa degli europei è di là da venire. I cittadini se ne sono accorti da tempo, perché l’unica cosa che si è integrata, oltre alla finanza, è il crollo della loro qualità della vita.

Ma c’è un secondo elemento alla base del successo di partiti nazionalisti come i “Veri finlandesi”. Un elemento più complessivo e ampio, che va sotto il nome di globalizzazione. Ferma restando la funzione chiave del carisma di questo o quel leader, si chiami Soini, Bossi o Le Pen, è un fatto che il modello globale di vita, oltre che di economia, smette di apparire così seducente e ineluttabile non appena gli si contrapponga un modello diverso, fortemente radicato nell’identità comunitaria locale. Sia chiaro: non c’è mai da rallegrarsi quando un partito xenofobo si afferma. Il sospetto che l’ostilità all’immigrato sia strumentalizzata per la mera acquisizione del potere è più che legittimo, guardandosi alle spalle di qualche decina d’anni. 

Rimane però emblematico l’innegabile successo con cui si affermano sempre di più quei movimenti che rigettano totalmente la globalizzazione e tutto ciò che ne discende, descrivendo ai cittadini una visione nuova, chiara, e soprattutto alternativa.

 

Davide Stasi

Tutti dottori? Impossibile

Parmalat: assolte le banche