Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 20/04/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il governo rinuncia al nucleare”. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia: “La frattura culturale”. Di spalla: “Tremonti: ‘Conti pubblici da correggere nel 2013-2014’ ”. Al centro foto-notizia: “L’Europa apre all’Italia sugli immigrati” e “Milano, il candidato Pdl chiede scusa a Napolitano: ‘Mi dimetto dalla lista Pdl’ ”. In taglio basso: “Multa per un sorpasso: torna in carcere Maso” e “Sotto inchiesta i lavori al teatro San Carlo”. In un box: “Blitz a Gaza. Muoiono i rapitori di Arrigoni”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Il governo cancella il nucleare” e a sinistra: “Manifesti anti-pm, Lassini si dimette e chiede scusa al Colle”. Editoriale: “Il peso del silenzio”. Di spalla: “Papa Wojtyla e il mistero della terza pallottola”. Al centro foto-notizia: “Sbarco record a Lampedusa, Frattini: vendetta di Gheddafi”. In taglio basso: “Finisce nel sangue la caccia ai killer di Arrigoni” e “Marchionne attacca la Fiom: ‘Intesa Bertone o andiamo via’ ”. 

LA STAMPA – In apertura: “Nucleare, stop a nuove centrali” e in due box: “Lassini lascia e accusa: ‘Così parò Berlusconi’ ” e “Tremonti: sì al decreto sviluppo e ci sarà anche una manovra’ ”. In taglio alto: “Libero Concutelli, il killer di Occorsio”. Editoriali di Marcello Sorgi: “Il premier si toglie un peso” e Ugo Magri: “Ma si sente isolato e tradito”. Di spalla: “Maxi sbarco a Lampedusa”. Al centro foto-notizia: “Il secondo addio di Fidel, via anche dal partito” e “Libia, un mese sotto le bombe”. A fondo pagina: “Disturbo psicologico”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Lo stop del governo sul nucleare”. In taglio alto: “Per la cultura i soldi ci sono ma il 55 per cento non viene speso” e “Bpm, aumento di capitale da 1,2 miliardi”. Editoriali di Federico Rendina: “Un Paese senza politica energetica” e Alessandro Plateroti: “Il gestore sia unico e indipendente”. Al centro la foto-notizia: “Debito americano sotto osservazione. La Cina chiede tutela per gli investitori”. Di spalla: “Sacrificati i diritti dei giovani” e “Manifesti anti-pm, Lassini chiede scusa e si ritira”. In taglio basso: “Tremonti: serve una manovra dello 0,5 per cento all’anno nel 2013-2014” e “Parmalat, avanza il piano B: una cordata a guida Cdp con il supporto delle banche”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Follia a Milano”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Al centro la foto-notizia: “Montezemolo sceglie Travaglio” e “Centrali nucleare, abbiamo scherzato”. Di spalla: “Tremonti: ‘Cambiamo i trattati, l’Europa sta fallendo’ ”. A fondo pagina: “La vera Cupola è di sinistra e va all’università”. 

LIBERO – In apertura: “Rovinati dall’Euro. Così”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Anche Tremonti scopre che l’Ue non funziona”. Al centro la foto-notizia: “Attenti al ‘metodo Travaglio’ ” e “Pronta la ghigliottina per Fini”. Di spalla: “Il Pdl caccia l’unico innocente patentato”. In un box. “Che errore mollare il nucleare”. A fondo pagina: “Il giornale dei padroni ‘opera di comunismo reale’ ” e “Castro ammette il fallimento e lascia il partito”. 

IL TEMPO – In apertura: “Qui serviva Cossiga”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Così Pdl e Lega cercano di contenere la foga pre elettorale del Cav.”. In apertura a destra: “I Castro affidano ai militari la stagione delle riforme cubane”. Al centro: “Romanzo puritano”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Elezioni denuclearizzate”. In taglio alto: “La ritorsione del Rais: 700 profughi a Lampedusa”. (red)

2. Perché nessuno si traccia le vesti

Roma - “È accaduto esattamente ciò che si poteva immaginare. Nessuno scandalo, - scrive Sergio Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - per come vanno le cose in Italia. Bisognerebbe solo avere il coraggio di ammetterlo, evitando il ricorso a formule ipocrite. Perché la scienza, qui, c’entra come i cavoli a merenda. Diciamo le cose come stanno: nel centrodestra nessuno si è stracciato le vesti dopo che il governo ha archiviato un’avventura atomica mai cominciata davvero. Perché come era apparso sempre più chiaro man mano che l’incidente di Fukushima si manifestava in tutta la sua tragica dimensione, il referendum di giugno si sarebbe rivelato un passaggio politicamente catastrofico per l’attuale maggioranza. Non soltanto. Nel governo c’era pure qualcuno convinto che l’ondata emotiva abbattutasi dal Giappone su tutta l’Europa avrebbe esposto un centrodestra non antinuclearista a qualche rischio anche alle prossime elezioni amministrative. Meglio allora mandare pietosamente in soffitta ogni progetto. Dunque è accaduto esattamente ciò che si poteva immaginare. Nessuno scandalo, per come vanno le cose in Italia. Bisognerebbe soltanto avere il coraggio di ammetterlo, evitando soprattutto il ricorso a formule ipocrite come quella infilata nell’emendamento che seppellisce per la seconda volta (e probabilmente in modo definitivo) le ambizioni nucleariste del quarto governo Berlusconi, dove si giustifica lo stop a tutti i progetti ‘al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche’ . Perché la scienza, qui, c’entra come i cavoli a merenda. All’energia atomica si può essere favorevoli o contrari, con argomentazioni valide per entrambe le posizioni. Il problema della sicurezza esiste ed è molto serio. Come quello dello smaltimento delle scorie radioattive, mai risolto. Qualche nuclearista convintissimo, come l’ex ministro repubblicano dell’Industria Adolfo Battaglia, oggi si dice perfino persuaso che tenendo conto di tutte le variabili in gioco il tanto sbandierato minor costo del nucleare rispetto alle altre fonti è una favola. Dall’altro lato, per contro, si afferma che oltre a essere nettamente più a buon mercato l’energia atomica non ha emissioni nocive per l’atmosfera contrariamente ai combustibili fossili con i quali alimentiamo i nostri impianti. E che ci hanno reso schiavi dei Paesi produttori di petrolio. Aggiungendo che la sicurezza – prosegue Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - ha fatto passi da gigante e che non avrebbe senso opporsi alla costruzione di centrali nucleari in un Paese che ne ha decine a poca distanza dai propri confini, dalla Francia alla Slovenia. Senza considerare che una scelta del genere contribuirebbe ad affrancare l’Italia dalla sua notevole dipendenza dall’estero anche in termini di importazioni: non vogliamo l’energia atomica ma ne compriamo a rotta di collo dai francesi. Ebbene, la decisione di fare marcia indietro non ha niente a che fare con la valutazione ponderata di tutti questi fattori, unico elemento che avrebbe potuto giustificare una presa di posizione seria. Certo, dopo il dramma di Fukushima si stanno riconsiderando in tutta Europa i progetti nucleari. Sulle centrali di vecchia generazione è stato giustamente acceso un faro: e non potrebbe essere diversamente. Ma tutto questo sta avvenendo sulla base di analisi e considerazioni tecniche sulle quali si discute e si discuterà ancora a lungo. La scelta italiana invece appare dettata unicamente da motivazioni di carattere politico. Per giunta di breve respiro. Tanto da far sorgere il sospetto che anche nel rilancio del nucleare (ricordiamo che era stato uno dei cavalli di battaglia del centrodestra alle ultime elezioni politiche) l’aspetto veramente importante fosse il possibile dividendo politico. Nei cinque anni consecutivi passati in precedenza al governo, Silvio Berlusconi si era mostrato piuttosto tiepido verso l’eventualità di un ritorno al nucleare. Ogni qualvolta l’ipotesi riaffiorava veniva rammentato come in seguito al referendum del 1987 l’Italia (che pure era stata all’avanguardia in questo campo) aveva perduto progressivamente tutte le proprie competenze. E che a quel punto sarebbe stato complicatissimo rimettere in moto una macchina ferma da almeno tre lustri. Poi, passati non più quindici, ma vent’anni, ecco l’inversione a U. Va detto che nemmeno dopo quel colpo di teatro il rilancio del nucleare è sembrato essere davvero in cima ai pensieri del governo. Basti considerare che le operazioni sono rimaste ferme per almeno cinque mesi nel periodo intercorso fra le dimissioni del ministro Claudio Scajola e la nomina del suo successore Paolo Romani. E che al varo della famosa agenzia per la sicurezza nucleare, per capirci quella che dovrebbe dire ‘dove’ si faranno le centrali, si è arrivati dopo un estenuante braccio di ferro sulle persone da mettere a capo di quella struttura. Rimasta per mesi, dopo la sua costituzione, senza nemmeno una sede fisica. Chiuso ora mestamente per la seconda volta il capitolo nucleare, resta un’incognita. Che costo ha avuto finora, e avrà nei prossimi anni, - conclude Rizzo sul CORRIERE DELLA SERA - questa decisione? Qualcuno al governo si è posto la domanda? E soprattutto, ha una risposta?” (red)

3. I professionisti del trucco

Roma - “Nell’incauta megalomania sviluppista del governo in carica, - osserva Giovanni Valentini su LA REPUBBLICA - il piano nucleare aveva assunto il valore emblematico di una ‘guerra santa’, una crociata per affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica e restituirla alle ‘magnifiche sorti e progressive’ di una vagheggiata ripresa economica. Ora, dunque, lo stop alla proliferazione delle centrali atomiche non è soltanto un dietrofront, una retromarcia, una ritirata strategica per non urtare la corrente d’opinione alimentata dall’incubo di Fukushima ed evitare così il referendum in calendario a metà giugno. È anche l’ammissione esplicita di una sconfitta annunciata. Una fuga dalle responsabilità. Una dichiarazione di impotenza programmatica. Ma è soprattutto la più smaccata e plateale rinuncia a governare un processo di crescita economica e sociale, in una prospettiva responsabile di sostenibilità: cioè di rispetto dell’ambiente, della sicurezza e della salute collettiva. Tanto il nucleare era diventato il perno di una ‘politica generale’ per la maggioranza parlamentare di centrodestra, quanto appare adesso l’opzione scellerata e impraticabile di un’effettiva minoranza elettorale. Forse non c’è metro di paragone più concreto e preciso per misurare la distanza fra Paese (il) legale e Paese reale nell’Italia di oggi, colpita dallo tsunami politico e morale di un governo autoritario privo di autorevolezza che pretende di imporre la forza del dispotismo su quella della ragione. Con tutta la solidarietà umana per l’ammirevole popolo giapponese, possiamo solo consolarci con la considerazione che - come all’epoca di Chernobyl - anche questa catastrofe è servita almeno a fermare la corsa verso il rischio atomico. E pensare che, subito dopo il disastro di Fukushima, il nostro governo aveva proclamato - per bocca del sedicente ministro dell’Ambiente - che ‘la linea italiana rispetto al programma chiaramente non cambia’. Poi, nel Parlamento e nella società civile, era scattata la cosiddetta ‘pausa di riflessione’. Fino alla moratoria suggerita dal ripensamento del ministro Tremonti, a cui segue ora questa fermata obbligatoria per fugare gli spettri del nucleare e le paure del referendum in una sorta di esorcismo nazionale. Con l’abrogazione delle norme sulle nuove centrali, - prosegue Valentini su LA REPUBBLICA - non si abroga però il diritto dei cittadini di schierarsi contro questa scelta e contro questa politica. Ne fanno fede in pratica tutti i sondaggi d’opinione, registrando e documentando una consapevolezza diffusa, largamente maggioritaria, prodotta da una radicata ostilità e ulteriormente accresciuta nelle ultime settimane da un’inversione di tendenza perfino nell’elettorato di centrodestra. Questo non può essere perciò un trucco, un sotterfugio, un escamotage per eludere o aggirare la volontà popolare. Il capitolo si deve chiudere definitivamente qui. Né tantomeno sarebbe lecito strumentalizzare lo stop sul nucleare per boicottare i quesiti referendari sulla privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento: altrimenti, avrebbe ragione Antonio Di Pietro a parlare di ‘truffa’ più o meno organizzata. Per una coincidenza che non è certamente occasionale, la resa del governo arriva proprio all’indomani del richiamo ufficiale dell’Unione europea all’Italia sulle fonti rinnovabili. Contro le alchimie del decreto che porta la firma del ministro Romani, la Commissione di Bruxelles sollecita un meccanismo di incentivi più chiaro e più certo, in modo da non compromettere gli investimenti e non danneggiare il programma comune. Ed è questa la strada maestra da percorrere con determinazione, all’insegna del solare e dell’eolico, per sostenere lo sviluppo economico nel settore e nell’intero sistema produttivo. Sappiamo bene che le rinnovabili, da sole, non risolvono la questione energetica. E sappiamo anche che, oltre al risparmio e all’efficienza, occorre utilizzare un mix di fonti in rapporto al trend di mercato e all’evoluzione tecnologica. Ma sappiamo pure che, allo stato attuale, il nucleare costa ancora troppo e non è sicuro; che il problema dello smaltimento delle scorie non è affatto risolto; e che la sicurezza dei cittadini, della loro salute e della stessa sopravvivenza, viene prima di qualsiasi altro interesse. Referendum o meno, - conclude Valentini su LA REPUBBLICA - l’ordine delle priorità non cambia”. (red)

4. Il premier si toglie un peso

Roma - “Non capita molto spesso – osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - che Berlusconi e Bersani possano brindare insieme, ma stavolta invece sì. La decisione del governo di cancellare i piani per il nucleare, pur salvando l’Agenzia preposta al settore per non dare la sensazione di una completa (e prematura) smobilitazione, annulla di fatto il referendum promosso in materia da Di Pietro e dagli ambientalisti. Anche se sarà la Corte di Cassazione a doversi pronunciare per sospendere materialmente la consultazione, la delusione dei promotori, accompagnata dalla moderata soddisfazione del Pd e dal silenzio governativo (è sempre spiacevole dover ammettere di esser tornati sui propri passi), lasciavano intendere già ieri che la sorte del referendum è segnata. E con quello del voto sul nucleare, probabilmente, anche il destino degli altri due, sul legittimo impedimento e sulla privatizzazione dei servizi di distribuzione dell’acqua. L’unione di tre argomenti così eterogenei era stata considerata strategica per tentare di superare, dopo quasi tredici anni, l’endemica crisi attraversata dalle consultazioni referendarie, tutte fallite negli ultimi tempi perché l’affluenza alle urne non ha più raggiunto la fatidica soglia della metà più uno degli elettori prevista dalla legge per la validità del voto. Specie dopo l’incidente di Fukushima, dovuto al terremoto in Giappone, era sicuro che il referendum sul nucleare avrebbe fatto da traino agli altri due, uno dei quali, avendo al suo centro il legittimo impedimento, legge già depotenziata dalla Corte Costituzionale, e in scadenza ad ottobre, era stato proposto con l’intento di trasformarlo in una sorta di giudizio popolare su Berlusconi e sui suoi attacchi ai giudici. In questo senso si può dire che il Cavaliere, già oberato dalla campagna elettorale per le amministrative e dalla ripresa dei processi di Milano, ha preferito non correre ulteriori rischi. Una ragionevole prudenza, in linea con atteggiamenti corrispondenti di altri governi europei - a cominciare dalla Merkel, che ne ha pagato il prezzo nelle recenti elezioni locali tedesche -, preoccupati degli effetti emotivi della paura del nucleare sui cittadini. E una frenata ragionevole, anche in giorni in cui il premier, fin dai primi comizi della corsa per i sindaci, ha alzato i toni della sua campagna fino all’inverosimile. Inoltre – prosegue Sorgi su LA STAMPA - una decisione non sgradita, come s’è visto, al Pd, che aveva accolto di malavoglia la mobilitazione referendaria dipietrista e che si sarebbe cimentato ancor più svogliatamente nella campagna per il voto: il cui merito, in caso di sconfitta del premier, sarebbe andato tutto al leader di Italia dei Valori, e le cui conseguenze, in caso contrario, di vittoria del governo o dell’astensione, sarebbero ricadute sul maggior partito di opposizione. A questo punto l’onere di sostenere le consultazioni rimaste in piedi, sottraendole all’apatia e alla scarsa partecipazione che potrebbe affossarle, oltre che alla calura estiva del 12 giugno, data assai poco mobilitante in cui non a caso è stato fissato l’appuntamento con le urne, pesa tutto sulle spalle di Di Pietro. Che non a caso - diversamente dal Pd che quasi ha festeggiato la moratoria nucleare del governo, attribuendosene non si sa perché il merito -, ha denunciato il nuovo attentato di Berlusconi ai referendum e alla volontà popolare”, conclude Sorgi su LA STAMPA. (red)

5. Centrali nucleari, abbiamo scherzato

Roma - “L’atomo è scomparso un’altra volta. Non per scelta. Non per scienza. Non per calcolo. Ma così, per quieto vivere, - osserva Vittorio Macioce su IL GIORNALE - perché di questi tempi non si sa mai. C’è il Giappone, la paura, questo sentimento apocalittico che ci accompagna verso il futuro, ci sono le elezioni, c’è la voglia di dare retta alla folla e alle sue emozioni. Magari ci sono anche i sondaggi. Fatto sta che il governo ha chiuso la cartelletta con su scritto programma nucleare, quello che doveva cominciare nel 2013 e entrare in funzione con molto ottimismo nel 2020, e ha spento la luce. Archiviato. È bastato un emendamento nella legge omnibus: abrogate tutte le norme previste perla realizzazione degli impianti. Il nucleare non fa per noi. Bersani si è messo a saltellare dicendo che questa è una vittoria del Pd. I verdi, Legambiente e tutti quelli che la notte non dormono peri troppi incubi sono convinti di aver salvato l’Italia e un po’ forse anche il mondo. Perfino nel Pdl molti giurano di non aver mai pensato sul serio al nucleare. Tutti innamorati del sole e dei mulini a vento. Da sempre. Dai tempi di Chernobyl. Ma il problema vero non è questo. Si può essere favorevoli o contrari. Si può puntare su una nuova strategia energetica. Si può parlare come fa Giorgia Meloni di rinnovabili e nucleare pulito. Si può aspettare la fusione fredda o scoprire la particella di Dio. Quello che fa male è ipotecare il futuro con scelte di pancia, condizionate dalla cronaca, dal passato prossimo e dalle profezie Maya. Questa volta il governo ha mancato di coraggio. Non si può parlare del nucleare come una grande scelta e poi fare marcia indietro solo perché le immagini di Fukushima fanno tre- mare i polsi. Il governo ha avuto paura della scelta impopolare. Peccato. Il governo non ha usato la ragione. Si può anche dire: è razionale rinunciare al nucleare. Ma almeno pensateci, fateci capire, lasciate che la cronaca evapori. La politica non si fa con le pagine dei giornali. Niente. Puro qualunquismo. Non è neppure solo tattica. Qualcuno dice che la mossa del governo sia un modo per salvare il futuro del nucleare. Il passo indietro scongiura il referendum. È appunto una mossa tattica. Si sposta la torre e si cerca l’arrocco. Magari è vero. Un voto contrario degli italiani sulle centrali sarebbe stata una pietra tombale. Infatti Di Pietro il referendum lo vuole fare lo stesso. Aspettiamo. Aspettiamo la risacca e il riflusso. Un giorno qualcun altro – prosegue Macioce su IL GIORNALE - ci verrà a dire che l’opzione nucleare resta la più sicura e la più economica. C’è quella frase che tiene aperto lo spiraglio: ‘Si terrà conto delle indicazioni stabilite dall’Ue e dai competenti organismi internazionali’. Significa che a settembre l’Europa potrebbe dirci che le centrali possiamo e dobbiamo farle. Forse anche questa è tattica: un catenaccio utile che magari tifa anche vincere, ma che catenaccio resta. La beffa è che di questo, prima dello tsunami giapponese, cominciavano ad esserne più o meno certi in tanti. Tutti ottimisti. Non solo il governo. Non solo Veronesi. Non solo gli industriali. C’era un tempo, neppure tanto lontano, un anno e poco più, in cui un Bersani ottimista sosteneva: ‘Il ritorno al nucleare è un orizzonte su cui riflettere. Non solo le energie rinnovabili, ma anche l’atomo pulito di quarta generazione’. C’era il Pd che a Strasburgo votava a favore di nuovi finanziamenti europei per il nucleare. Tutto vero. Tutto scritto. Questo accadeva quando il Pd sognava un’anima non più torva e reazionaria. Poi è arrivata la crisi economica, terremoti e maremoti, disgrazie e maledizioni. Il risultato è che sul cielo della sinistra sono tornati a svolazzare i corvi. Gli apocalittici hanno aperto gli armadi e sono tornati in piazza con i mantelli neri: ricordati che devi morire. Ecco, questo è il cuore del problema. Non solo l’atomo. Non il fatto che ora si riparta da zero e bisogna reinventarsi un piano energetico. Non che in questo dannato Paese di Nostradamus e apprendisti stregoni l’unica ricetta sicura sia restare fermi. Non muoversi e se proprio bisogna fare un passo, mi raccomando, che sia a marcia indietro. La vera beffa della fuga a passo di gambero del governo è che si è arreso ai malumori degli apocalittici. Va bene. Archiviamo il nucleare. Preghiamo che in Francia, Svizzera e Slovenia non succeda mai nulla. Ma per favore lasciamo che a farci paura siano le parole di uno scienziato, di un ingegnere, perfino di un carpentiere o di un elettricista. Non lasciamoci fregare dalle prediche di un venditore d’almanacchi”, conclude Macioce su IL GIORNALE. (red)

6. Mossa anti-quorum per il legittimo impedimento

Roma - “Prima una brusca frenata, poi una retromarcia precipitosa. Inevitabili – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - per evitare di andarsi a schiantare nelle urne. L’ultimo sondaggio, planato due settimane fa sul tavolo di Berlusconi, ha certificato infatti il baratro che stava per aprirsi sulla strada del governo: i contrari al nucleare, dall’incidente di Fukushima, erano balzati avanti di venti punti, arrivando a sfiorare il 70 per cento. E tra questi, notizia ancora più allarmante per palazzo Chigi, anche il 50 per cento degli elettori del Pdl. Percentuali disastrose, soprattutto se calate nel clima della campagna elettorale per le amministrative. In gioco, per il Cavaliere, non c’era più soltanto la costruzione di quattro centrali atomiche, ma la sua stessa sopravvivenza politica: ‘Non ci possiamo permettere una sconfitta di queste proporzioni, il governo ne sarebbe travolto’. Oltretutto si sarebbe trattato di un tripla bocciatura della politica governativa. A mezza bocca molti ministri ammettono che a giocare un ruolo importante nella decisione di mettere uno stop al nucleare sia stato infatti il referendum sul legittimo impedimento, che avrebbe beneficiato di un effetto traino per il concomitante quesito anti-atomo. Senza contare la privatizzazione dell’acqua. Insomma, una debacle per Berlusconi, con una sconfitta senza appello nelle urne che avrebbe potuto portare a una crisi di governo. A determinare la svolta è stato Giulio Tremonti, già prima di Fukushima scettico sulla sostenibilità economica del programma atomico del premier. Non è un caso se ieri il ministro dell’Economia si sia molto speso sui ‘benefici locali’ di contro ai ‘malefici generali’ del nucleare in caso d’incidente, invitando a valutare gli enormi costi che stanno affrontando i Paesi, come la Germania, che hanno deciso di abbandonare le vecchie centrali. È stato del resto proprio Tremonti a mettere nero su bianco, nel Programma nazionale di riforma approvato giovedì scorso, la moratoria al nucleare ‘fino a che le iniziative già avviate a livello di Unione europea non forniranno elementi in grado di dare piene garanzie sotto il profilo della sicurezza’. Ma è chiaro che Berlusconi, se tatticamente è costretto alla ‘pausa di riflessione’, - prosegue Bei su LA REPUBBLICA - non accetta di rinunciare tout court a quella che fino a ieri - insieme al ponte sullo Stretto - è stata la bandiera del suo programma elettorale. Ragionando con i suoi, il premier ieri ha scavato la nuova trincea dove schierarsi dopo la ritirata: ‘Deve essere l’Europa a farsi carico di questo problema. Serve una direttiva che fissi dei criteri di sicurezza comuni, a cui tutti dovranno conformarsi. E noi, come gli altri, ci atterremo a quegli standard europei’. Che il premier intenda tornare presto alla carica lo si capisce in fondo anche dalla road map che traccia il ministro Paolo Romani. ‘Il referendum - spiega - avrebbe introdotto nel nostro dibattito degli elementi irrazionali, emotivi, delle chiusure ideologiche di cui non sentiamo davvero il bisogno. Io resto nuclearista, il problema ora è capire come possiamo andare avanti e il governo su questo ha le idee chiare: entro l’estate convocheremo una Conferenza per l’Energia e in quella sede presenteremo la ‘nuova strategia energetica nazionale’’. L’idea è dunque quella di far passare l’ondata referendaria restando aggrappati agli scogli, per poi tornare a riproporre il nucleare, ma solo dopo che si sarà pronunciata la commissione europea. ‘Il nucleare - ripete Romani - è un problema europeo, basti pensare che 14 paesi non ce l’hanno e 13 sì. L’Europa è divisa in due e deve trovare una posizione comune: noi ci adegueremo’. Il problema è che ormai, nella stessa maggioranza, il fronte degli scettici sta ingrossando giorno dopo giorno le sue file. Di Tremonti s’è detto, per non parlare di Stefania Prestigiacomo, la prima a sollevare il problema all’indomani dell’incidente giapponese. Ma è tra gli ex An - dove resistono molti reduci delle campagne antinucleare del Fronte della Gioventù - che si registra la più alta concentrazione di ambientalisti. Nel governo il loro portabandiera è Giorgia Meloni, che ieri a fatica tratteneva la sua soddisfazione: ‘Ormai è finita’. Fabio Rampelli, antinuclearista della prima ora, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - gela le speranze di Romani di ritirare fuori il dossier tra qualche mese: ‘Per questa legislatura è chiusa, se ne riparlerà nella prossima, lo sa anche Berlusconi. E noi saremo sempre qui a metterci di traverso. Piuttosto il governo pensi a come trasformare un apparente svantaggio, la mancanza di centrali, in una opportunità: fare dell’Italia l’avanguardia nelle fonti di energia rinnovabili e nella ricerca sul nucleare pulito’”. (red)

7. Il sindaco chiama il premier. “Danneggia anche te”

Roma - “‘Non ho bisogno di fare il sindaco’ . È stata una telefonata lunga, tesa e complicata, - scrive Elisabetta Soglio sul CORRIERE DELLA SERA - quella che c’è stata ieri mattina fra il sindaco Letizia Moratti e il presidente Silvio Berlusconi. Il premier, avvertito dal coordinatore lombardo Mantovani dell’intenzione del sindaco di dimettersi nel caso in cui fosse rimasto in lista per il Pdl Roberto Lassini, ha cercato di convincerla ad attenuare i toni: ‘Letizia, pensaci bene’ . Ma la Moratti è stata risoluta come forse mai è stata in questi cinque anni da sindaco. Berlusconi ha insistito a lungo, cercando di spiegarle le implicazioni politiche del suo aut-aut, difendendo non il contenuto dei manifesti ma l’esasperazione di un uomo che è stato vittima della giustizia ingiusta e che ha dovuto restare 50 giorni in carcere e aspettare cinque anni prima di venire riconosciuto innocente. Ma la Moratti, pur ribadendo stima e fedeltà al ‘mio presidente’ , non è arretrata di un passo: ‘Silvio, questa cosa danneggia anche te’ . E al premier che insisteva invitando ad una maggiore cautela nella presa di posizioni, ancora una volta: ‘Silvio, credimi, questa storia sta danneggiando anche te’ . Fino alla dichiarazione che ha lasciato Berlusconi senza altri argomenti: ‘Non ho bisogno di fare il sindaco’ . Certo, in questa fase la Moratti ha un grandissimo potere contrattuale: fuori lei dalla competizione elettorale, il Pdl e il centrodestra resterebbero a piedi. E perderebbero la città su cui invece, come ha spiegato lo stesso presidente, domenica scorsa al Teatro Nuovo, ‘si farà un test nazionale’ . Per questo Berlusconi – prosegue Soglio sul CORRIERE DELLA SERA - ha dato l’obiettivo di far vincere la Moratti al primo turno e impedire alla sinistra la spallata al governo che vorrebbe dare, cominciando proprio dalla roccaforte lombarda. In realtà, fra i due non si è misurata una prova di forza fine a se stessa. L’attacco alla magistratura coinvolgendo le Br ha ‘offeso in modo indecoroso e inaccettabile’ le vittime del terrorismo. Il sindaco ne ha fatta una questione di principio e su questa non tornerà indietro. E Berlusconi – conclude Soglio sul CORRIERE DELLA SERA - ha scelto il male minore”. (red)

8. L’autore dei manifesti: “Pentito, scuse a Napolitano”

Roma - “‘Dimissioni irrevocabili’ dalle liste del Pdl. Più – scrive Maurizio Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - una lettera di scuse al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e alle vittime del terrorismo. Si conclude così la giornata più difficile dell’avvocato Roberto Lassini, il ‘patrocinatore’ dei manifesti ‘Via le Br dalle procure’ , candidato nelle liste del Pdl alle amministrative milanesi. Ma la vicenda è destinata ad avere un seguito: perché ci sono molti dubbi legali sul fatto che Lassini possa ‘dimettersi’ dalle liste elettorali. E alla domanda se in caso di elezioni ‘forzate’ fosse comunque disposto a rinunciare al posto in Comune, Lassini non risponde. Si allontana dalla sala e si chiude in un’altra stanza. Tutti lo cercano. Lui è chiuso nel comitato elettorale di via Rugabella con i suoi fedelissimi. C’è anche Tiziana Maiolo. Per decidere cosa fare. Da una parte le parole di Napolitano, ma soprattutto il diktat del sindaco Letizia Moratti: ‘O io o lui’ . Lassini non vuole mollare. Non per l’aut aut del primo cittadino. L’ex sindaco di Turbigo parla anche con il premier Silvio Berlusconi. Mistero fitto sulla conversazione. Anche se un alto dirigente del Pdl si lascia scappare una frase significativa: ‘Se fosse stato per Berlusconi, Lassini avrebbe dovuto resistere’ . E lo stesso avvocato, qualche ora dopo, conferma questa impressione: ‘È vero— dice ai microfoni della Zanzara— nei manifesti che ho fatto c’erano le stesse cose già dette da Berlusconi’ . La svolta arriva con la telefonata del coordinatore regionale del Pdl Mario Mantovani, pressato a sua volta dalla Moratti. Lassini si precipita in viale Monza su una Smart. Il dado è tratto. Dimissioni. Ma come? Si sentono pareri ed esperti legali. Fonti diverse dicono cose diverse. È possibile cancellarlo dalle liste? È impossibile? C’è un precedente giuridico che va nel primo senso. Altri dicono il contrario. Tecnicamente, si apprende al Viminale, dopo la presentazione ufficiale delle liste, non è possibile più cancellarsi. Alle 19 e 30, - prosegue Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - un Lassini nervosissimo si presenta davanti alle telecamere. Legge la lettera a Napolitano. Si dice ‘amareggiato e pentito’ . ‘Di questo chiedo pubblicamente scusa a Lei che rappresenta la nostra Repubblica e il popolo italiano’ . Ricorda il suo passato di ‘perseguitato’ della giustizia: ‘Mi rendo conto che il messaggio espresso in quel manifesto, da me in qualche modo patrocinato, tradiva una rabbia personale con cui ho convissuto per anni e non teneva in giusta considerazione il dolore di altri italiani e l’attacco non voluto allo Stato’ . Ripete: ‘Ho sbagliato’ . ‘Voglia accettare le mie scuse più sentite che rivolgo anche, e soprattutto, a tutte le vittime del terrorismo e ai loro familiari che con il dolore devono convivere’ . È solo il primo atto. Il passaggio più delicato arriva adesso. ‘Ho rassegnato le mie dimissioni irrevocabili dalla lista elettorale del Pdl e le ho consegnate nelle mani di Mantovani, ma la battaglia per una giustizia giusta portata avanti da Berlusconi proseguirà. Abbiamo ricevuto tante adesioni. Non abbandoneremo la battaglia’ . A chi gli chiede se si sente un capro espiatorio non risponde. Stesso silenzio alla domanda su chi sia il mandante. Mantovani conferma: ‘Lassini ha fatto il suo dovere. Ha chiesto scusa per un gesto inconsulto e inaccettabile. Domani (oggi per chi legge, ndr) ci recheremo all’Ufficio elettorale per verificare le modalità delle dimissioni’ . Ma è sicuro che tutto filerà liscio? ‘I legali del sindaco Moratti mi hanno dato assicurazioni in questo senso’ . Nel frattempo il comitato elettorale di Lassini smobilita. Anche se i supporter non si danno per vinti e assicurano che di lui si sentirà parlare per tutta la campagna elettorale. Solo a questo punto – conclude Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - l’avvocato si lascia andare a una battuta: ‘Chiedo scusa anche ai giudici, ma io sono piccolo piccolo... pensate che quando ero in carcere mi chiamavano il tangentopolino, ero il sindaco del quinto raggio’”. (red)

9. Alfano e il caso Lassini

Roma - “Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - non ha aspettato un nanosecondo per stigmatizzare come meritava il manifesto indecente di Roberto Lassini, che non è personalmente indecente come il suo slogan, e lo ha dimostrato per come ha reagito, scusandosi con una giustizia che lo aveva trattato con violenza da capro espiatorio, nel mezzo della bufera che il suo gesto spudorato di rabbia ha suscitato. Ma qui si tratta di simboli, di opinioni espresse in modo ignobile in un contesto radicalizzato dal più estenuante attacco portato da un ordinamento dello stato in toga alla sovranità politica dei cittadini. Opinioni nell’ordine del simbolico sono in teoria sottoponibili al processo per vilipendio, vecchia conoscenza del diritto d’antan, ma il ministro non è orientato ad autorizzare l’azione penale. D’altra parte non l’ha fatto, elaborando una piccola giurisprudenza liberale che gli fa onore, in casi molto diversi su uno spettro di opinioni e attacchi simbolici di varia natura. Sabina Guzzanti, attrice e investitrice finanziaria assai nota, aveva dileggiato e offeso il Papa, e contro di lei si è evitato di procedere in giudizio per vilipendio di capo di stato estero. Antonio Di Pietro aveva dato del vigliacco al presidente della Repubblica, e anche questo caso giudicato immeritevole di un processo per un reato d’opinione. Lo stesso accadrà per Lassini, che meriterebbe una ventina di virtuali frustate da un inesistente tribunale talebano del Popolo della libertà, gravemente danneggiato dalla sua uscita priva di pudore, ma eviterà le maglie della vecchia giustizia di origine e ispirazione autoritaria. Alfano – conclude IL FOGLIO avrà la sua piccola parte di gogna, e di onore”. (red)

10. Mantovani: “Non è iscritto, il Pdl non c’entra”

Roma - Intervista di Andrea Montanari al coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani: “‘Finalmente sono sereno e sollevato – ammette Mario Mantovani, coordinatore lombardo del Pdl e sottosegretario alle Infrastrutture, alla notizia della rinuncia di Roberto Lassini alla candidatura nella lista del Pdl a Milano – Abbiamo raggiunto la soluzione che tutti avevano auspicato’. Senatore Mantovani, veramente lei, fino a domenica, aveva difeso Lassini. ‘Perché credevo che quella storia dei manifesti fosse uno scherzo. Io non li avevo mai visti se non pubblicati sui giornali’. Poi, però, li ha visti. ‘Certo. Ormai la vicenda era diventata pubblica. È stato quando ho letto le dichiarazioni di Lassini che ho capito che la sua candidatura non era più sostenibile’. Lassini ha partecipato alle manifestazioni contro i magistrati di Milano che il Pdl lombardo, cioè lei, ha organizzato davanti a Palazzo di Giustizia. ‘Fa l’avvocato. Va tutte le mattine in Tribunale. Si è trovato lì per caso e ha partecipato alla manifestazione. Nulla di strano’. Lei ribadisce che non sapeva nulla di questi manifesti? ‘Assolutamente no. Non è il nostro stile’. Eppure è stato iscritto nel registro degli indagati il capo della sua segreteria. ‘Ha già presentato la sua lettera di dimissioni. È sul mio tavolo. Deciderò il da farsi, ma mi dispiace molto’. Non se lo aspettava? ‘Assolutamente no. Sono rimasto sorpreso. Il Pdl non c’entra nulla in questa vicenda. È un ragazzo che crede nelle sue idee. È giovane, ma questa volta ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Forse ha esagerato’. Non le sembra poco credibile che i vertici del partito non ne sapessero nulla? ‘Mi creda, è così. Io non ne ero assolutamente al corrente. E questo mi dispiace’. Non crede che manifestazioni come quelle che avete organizzato contro i giudici contribuiscano ad avvelenare il clima? ‘Guardi che il clima era già avvelenato dal fatto che Berlusconi era stato chiamato a presentarsi in tribunale. Il presidente del Consiglio ricopre una carica pubblica e merita rispetto. Come tutte le altre cariche istituzionali. Non è una questione politica, ma di giustizia’. Berlusconi è stato chiamato in Tribunale perché, secondo la Procura, ha commesso dei reati... ‘A Berlusconi hanno dato del mafioso, dello stupratore della democrazia. Vorrei che i magistrati intervenissero anche quando vengono affissi manifesti con questi tipo di accuse e quando qualcuno assale il premier in pubblico’. Cosa le ha chiesto Lassini in cambio della sua rinuncia? ‘Nulla. Del resto non poteva fare altro visto che non è iscritto al Pdl’. È sicuro che rispetterà i patti? ‘Mi ha firmato una copia della sua dichiarazione di dimissioni irrevocabili dalla sua candidatura e mi ha promesso che domani (oggi, ndr) si recherà all’ufficio competente per ritirare la sua candidatura’. Il regolamento elettorale non sembra contemplare questa ipotesi. ‘Il sindaco Moratti è convinta che sia possibile, ma in ogni caso, anche se Lassini fosse eletto, ha promesso che si dimetterà’. Non teme che questa vicenda peserà sul voto? ‘È stato un incidente di percorso. Se si guardano altre liste, c’è anche di peggio. Abbiamo ancora un mese davanti. Faremo valere le nostre buone ragioni’”. (red)

11. Follia a Milano

Roma - “Gli ultimi sondaggi – osserva Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - dicono che sia il Pdl sia Silvio Berlusconi stanno recuperando terreno nella fiducia degli elettori. Che evidentemente hanno graditole ultime mosse sui temi della giustizia e la denuncia, forte come forse non lo era mai stata prima, della politicizzazione di certi magistrati. Scontro che ieri ha fatto una vittima, colpita dal fuoco amico del Pdl. Roberto Lassini, autore degli ormai famigerati manifesti ‘fuori le Br dalle Procure’, ha infatti annunciato che ritira la sua candidatura a consigliere comunale di Milano. Se non lo avesse fatto, Letizia Moratti, furente per quelle scritte, si sarebbe ritirata dalla corsa, lasciando il centrodestra senza candidato sindaco a Milano. Tra minacce, ricatti e tentativi di mediazione si è conclusa così la folle giornata di Milano. Letizia Moratti è stata accontentata. Speriamo che lo siano anche gli elettori che tra pochi giorni dovranno eleggere il nuovo sindaco e il nuovo consiglio. Il silenzio di Berlusconi sulla vicenda dice più di tante parole. Forse perché a pagare peri toni forti dello scontro è sempre e solo una parte politica (per esempio gli insulti che Di Pietro rivolge in Parlamento a premier e go verno sono ben più pesanti e gravi) e mai i magistrati. Napolitano, altro esempio, - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - avrebbe dovuto pretendere le dimissioni del segretario dell’Associazione nazionale magistrati che nei giorni scorsi aveva definito il Parlamento ‘non moralmente legittimato a legiferare’. Insomma, il vilipendio vale soltanto se contro i magistrati, i quali pare stiano indagando per cercare i responsabili dei manifesti di cui sopra manco stessero dando la caccia a un serial killer nonostante un padre già ci sia. E siccome al ridicolo non c’è mai fine, non mi meraviglierei se alcuni telefoni fossero già stati messi sotto controllo, così, tanto per buttare un po’ di soldi pubblici. Ovvio che tra i magistrati non ci sono infiltrati delle Brigate rosse. Meno ovvio era scaricare malamente (e ipocritamente) un cittadino, per di più vittima della malagiustizia quale è Roberto Lassini, che sia pur attraverso una sciagurata provocazione ha voluto urlare in faccia alla Procura di Milano tutta la sua rabbia per gli abusi dei pm. A mio avviso Lassini è moralmente compatibile con una lista Pdl più di quanto lo siano molti altri che pure ci figurano. Credo che la Moratti – conclude Sallusti su IL GIORNALE - abbia sbagliato a porre la questione pubblicamente in questo modo. Speriamo abbia fatto bene i conti”. (red)

12. Il Pdl caccia l’unico innocente patentato

Roma - “Forse è inutile dirlo, ma lo dico lo stesso a scanso di equivoci. Parlo a titolo del tutto personale e magari – osserva Vittorio Feltri su LIBERO - qualcuno della redazione non condividerà ciò che sto per scrivere. Pazienza, se ne farà una ragione. Riassumo brevemente la vicenda che mi accingo a commentare. Roberto Lassini, avvocato milanese, chiede e ottiene di essere inserito come indipendente nella lista Pdl per l’elezione del consiglio comunale di Milano. Ha le carte in regola. Stimato professionista, di fede liberale, è stato vittima di quella che comunemente viene definita malagiustizia: negli anni turbolenti di Tangentopoli, fu incarcerato una cinquantina di giorni, e, cinque anni più tardi, scagionato e quindi riabilitato. La scorsa settimana sui muri di Milano compaiono manifesti rossi con la seguente scritta: ‘Via le Br dalle Procure’. Scandalo, vituperio, denuncia, polemica. Chi ha affisso quella frase ignominiosa? Roberto Lassini alza il ditino e confessa: io. Precisa che si trattava di una goliardata, una espressione forte da non intendersi in senso letterale. Insomma, un paradosso, che poi è una verità acrobatica. Non bastano le scuse dell’avvocato (ai famigliari dei magistrati assassinati dal comunismo armato) a placare gli animi della sinistra. Urla e strepiti crescono fino a diventare un boato con la reprimenda di Giorgio Napolitano. Il quale – prosegue Feltri su LIBERO - batte la sella (l’autore del manifesto) per colpire l’asino (Berlusconi). Ormai non si trattiene più nessuno. Il presidente del Senato, Schifani, si unisce al coro degli indignati (una folla) per sentirsi meno solo, forse. E ieri esplode anche il sindaco uscente di Milano, e aspirante al rientro, donna Letizia Moratti: ‘La mia candidatura è incompatibile con la presenza in lista di Lassini’. Traduco in lingua bossiana: foeura di ball. Mi domando se sia possibile depennare un candidato da una lista già depositata. Ma questi sono dettagli tecnici. Resta il fatto, molto grave, che il Pdl voglia cacciare l’unico proprio politico in grado di esibire il certificato di innocenza firmato dalla casta dei giudici. Lassini in effetti va in giro con l’assoluzione in tasca, ed essendo stato in prigione quasi due mesi e avendo speso una fortuna allo scopo di difendersi da accuse infondate, vanta il diritto di lagnarsi della giustizia. Nella circostanza del manifesto vermiglio recante l’auspicio che le Br se ne vadano dalle Procure, di sicuro egli ha esagerato. Ma se i suoi travagli (ingiusta carcerazione) non sono una causa esimente, meriteranno almeno di essere considerati una attenuante. Nulla, a Lassini non concedono nulla e pretendono di eliminarlo dalla competizione elettorale. Lo pretendono nemici e amici che vedono in lui una specie di untorello, quando invece è un cittadino onesto un po’ incazzato perché ha subito l’onta della galera pur non avendo commesso reati. Se c’è uno ad aver ragione di gridare contro i magistrati che arrestano la gente con eccessiva disinvoltura, questi è proprio lui. D’accordo, ha sbagliato a tirare in ballo le Br. Ma quante storie. Il capo dello Stato aveva il dovere di dedicargli una ramanzina? Mah. Di certo, visto che gliel’ha dedicata, poteva anche ricordare - contestualmente - che l’errore di Lassini – conclude Feltri su LIBERO - è comunque meno sgradevole di quello patito da lui per la negligenza di coloro che ora si stracciano le toghe per il suo manifesto”. (red)

13. Caro Napolitano, tutte le indecenze valgono esternazioni

Roma - “Gentile presidente della Repubblica, - scrive Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - lei ha una solida formazione politica e sa che il linguaggio istituzionale è fatto di dosaggi attenti e di equilibri molto delicati. Nella sua eminente funzione di custode della Costituzione e di garante del regolare funzionamento del sistema repubblicano, e dello stato di diritto, lei fa sforzi encomiabili per non cedere alla partigianeria, per non dare illegittima soddisfazione a quanti le chiedono brutalità politica e spirito di fazione. Però nelle ultime settimane noi abbiamo ascoltato la sua parola, forte e autorevole, nel solo caso del manifesto milanese in cui le procure vengono equiparate alle Brigate rosse, un esempio di insensibilità politica che ha per risvolto simbolico, come abbiamo scritto subito, una ‘vera indecenza’. Un atto autolesionista, ma che ferisce la memoria delle vittime in toga del terrorismo brigatista, e che non è giustificabile nemmeno da parte di chi sia stato vittima della malagiustizia. Alle parole di deprecazione lei ha deciso di dare intensità e durata riparatoria con una giornata in cui l’onore restituito alla memoria dei giudici assassinati, dovuto, sarà purtroppo sovrastato da una feroce strumentalità politica a sfondo elettorale. Pazienza. Ciò che tuttavia è criticabile, con il rispetto dovuto alla sua persona e alla sua funzione, è il sorvolare su altri eventi di inaudita gravità che si sono succeduti nel tempo recente. Un magistrato in servizio, impegnato in inchieste delicate che riguardano l’uso dei pentiti di mafia o dei mezzi pentiti rateali, uno scandalo per lo stato di diritto, ha tenuto un comizio in piazza contro un disegno di legge di riforma costituzionale all’esame del Parlamento. Un altro magistrato ai vertici dell’Associazione di categoria dei togati ha parlato di una maggioranza parlamentare moralmente delegittimata a legiferare. Si moltiplicano gli attacchi alla divisione dei poteri, e con essi la violazione di un principio, mal codificato anche come illecito disciplinare, qual è quello della riservatezza e dell’equilibrio nella funzione dell’indagare e del giudicare. Non posso dire – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - che lei non abbia mai censurato con autorevolezza questi atteggiamenti gladiatori di magistrati, anzi lo ha fatto in occasioni solenni, ma nel dosaggio lei ha scelto di calcare la mano su un’opinione gravemente censurabile mentre, pur non avendo diretti poteri di intervento disciplinare, ha lasciato correre, nel suo ruolo di persuasione morale, su un attacco altrettanto se non più insidioso alla pace civile e al regolare funzionamento delle istituzioni in questo paese: la rumorosa rivolta dei magistrati contro il potere legislativo espressione della sovranità popolare. Lei, gentile presidente, è a capo del Consiglio superiore della magistratura, e non è accettabile anche solo il sospetto di una sua sottovalutazione del problema che cerco di rappresentarle e che la riguarda direttamente. Lo stesso può dirsi della affermazione, da parte di un esponente molto noto della nomenclatura politica e intellettuale della sinistra, l’ex parlamentare Alberto Asor Rosa, di una tesi mostruosa, di cui l’autore adesso si vergogna ‘accantonandola’, tesi avanzata e discussa come un elemento di normale amministrazione nel panorama scassato del discorso politico pubblico: la necessità di una ‘azione di forza dall’alto, coadiuvata da polizia e carabinieri, per congelare le Camere’ e attuare quello che tecnicamente può e deve definirsi come un colpo di stato contro la Costituzione e le leggi della Repubblica. Anche questo è un tema che la riguarda direttamente, sul quale ha ritenuto di osservare un rigoroso silenzio. Accolga, presidente, queste mie critiche come un invito all’equilibrio, non come un tentativo di scaricare opportunisticamente le responsabilità di chi ha concepito o avallato con imprudenti dichiarazioni, come ha fatto il presidente del Consiglio, il manifesto di rabbia incontrollata apparso sui muri di Milano. Siamo tutti in un precario equilibrio, e per questo la campagna di delegittimazione della politica e delle istituzioni va stroncata dovunque si affacci, - conclude Ferrara su IL FOGLIO - anche quando rivesta una patina di cultura salottiera o si copra dietro la funzione giudiziaria. Con osservanza”. (red)

14. Soddisfazione del premier: “Recuperati 4 punti”

Roma - “‘Abbiamo recuperato quattro punti e questo è l’importante’ . A Berlusconi – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - le polemiche piacciono, e talvolta piacciono di più i risultati che producono. Il primo frutto dei toni e dello scontro in materia di giustizia secondo il presidente del Consiglio è germogliato in queste ore, sotto forma di numeretti e grafici utili per affrontare con successo il voto amministrativo. Lo raccontava ieri a Palazzo Grazioli, al termine dell’incontro con il leader dei ribelli libici, un Cavaliere che nelle vicenda dei manifesti, nella tensione con il Quirinale, nelle polemiche interne al Pdl sul passo indietro di Lassini, vedeva comunque il bicchiere mezzo pieno. Non potrà uscire dalla lista elettorale, almeno tecnicamente, ma se qualcuno nello staff del premier pronostica addirittura una messe di voti per l’ex democristiano che ha fatto infuriare Letizia Moratti e il Quirinale, e provocato un’onda di disapprovazione nel suo stesso partito, vuole dire che i conti ad Arcore si fanno con un altro metro. Del resto il copyright del manifesto incriminato, l’accostamento fra toghe e Brigate rosse, appartiene al presidente del Consiglio, che lo usa in modo ormai disinvolto, in pubblico e in privato, almeno da un mese. Ne ha parlato anche nella cena della settimana scorsa con i corrispondenti stranieri, addirittura rimarcando la maggiore gravità dei tratti eversivi dei magistrati rispetto ai terroristi, essendo i primi dei pubblici funzionari. Ieri Berlusconi ha avuto da ridire e non poco sulla decisione del sindaco di Milano (la telefonata ha avuto toni molto accesi). Continua a registrare le differenze che ieri sera, dopo il Tg1, - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - ha anche rimarcato Giuliano Ferrara: magistrati che fanno comizi contro il governo e nessuna istituzione che dice nulla, tantomeno il Colle; manifesti e talk show contro il premier, ‘in cui mi viene dato del mafioso’ , e nessuno dice nulla; intellettuali come Asor Rosa che invocano un intervento militare per neutralizzare il governo e nessuno continua a dire nulla; mentre un uomo che è stato in galera per 50 giorni e assolto solo dopo cinque anni, visto che è del Pdl, non ha diritto alla rabbia, allo sfogo. Ieri Berlusconi ha riconosciuto che stampare quei manifesti ‘è stato un errore’ , ma nessuno ovviamente potrà convincerlo che è un errore anche il messaggio che i manifesti riportano, perché quell’accostamento, lessicalmente e storicamente indigeribile, riflette comunque le sue convinzioni sul ruolo che una parte della magistratura svolge da alcuni anni, un ruolo che ritiene fuori dall’alveo costituzionale, tollerato troppo da troppe istituzioni, paragonabile moralmente all’eversione. Per questo ieri il Cavaliere ha ingoiato un rospo, - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - si è tappato la bocca e si è consolato con i suoi sondaggi”. (red)

15. Ma si sente solo e tradito

Roma - “‘Sto malissimo...’. Con l’umore a terra. La voce che è un lamento. A metà mattina – scrive Ugo Magri su LA STAMPA - il Cavaliere viene informato: ‘Tra poco la Moratti annuncerà che o lei o Lassini’, autore dei manifesti anti-giudici. E Silvio, al telefono con un amico di quelli veri, si lascia andare: ‘Ecco, vedi? Mi fanno intorno terra bruciata’, napalm sui pretoriani più coraggiosi. L’ ondata di condanne lo disturba. Capisce di essere lui il bersaglio per interposta persona. In fondo l’ex sindaco di Turbigo si era limitato a riempire i muri con quello che il premier vomita sui magistrati pubblicamente (‘cellule rosse’) e in privato (‘brigatismo giudiziario’). Difatti gli è chiaro con chi ce l’avesse Napolitano l’altro giorno, quando ha fulminato i manifesti con la sua scomunica: ‘Se l’è presa con me, quando la vera vittima sono io. Basti vedere tutte le porcate che questi pm mi fanno, e mai che il Quirinale spenda una parola di esecrazione...’. Da Napolitano, però, in fondo se l’aspettava. Molto più dispiacere gli fanno quanti, nel Pdl, sono corsi dietro all’uomo del Colle. Facendo propria l’indignazione presidenziale. La Moratti in primo luogo. Che bisogno c’era di mettere l’aut aut? Quando più tardi si sono sentiti al telefono, Berlusconi è stato elusivo perché Letizia ha le sue convinzioni di donna e di sindaco, inutile recriminare. Ma Schifani, presidente del Senato: perché venire perfino lui allo scoperto? Addirittura commettendo, agli occhi del Capo, il sacrilegio di dare solidarietà ai vertici del sindacato magistrati, molto apprezzata da Palamara. Lunga è la lista di quanti nel Pdl hanno bastonato Lassini (da Cicchitto, che pure sull’uso politico della giustizia ha scritto libri, a Rotondi); pochi (la Santanché, Mantovani) hanno osato difendere la causa persa. Ed è qui la radice del malessere berlusconiano, del suo sentirsi il morale sotto i tacchi: per la prima volta Silvio ha scoperto l’esistenza di un limite, di un confine invisibile oltre il quale neppure il grosso dei suoi pare disposto a seguirlo. Il ‘caso Lassini’ è importante perché fissa le Colonne d’Ercole nella guerra ai giudici, varcate le quali il Cavaliere resterebbe da solo. Gli stessi generali pronti a battersi per far passare entro l’estate alla Camera la riforma Alfano (una ‘mission impossible’), rifiutano di assecondare in futuro certe mattane del leader e di chi lo sobilla. Berlusconi capisce che qualcosa non quadra. Avverte una presa di distanze, coglie il gelo dei fedelissimi. Non teme il golpe interno perché mai nessuno di questi ci proverebbe. Tuttavia – prosegue Magri su LA STAMPA - guarda sospettoso il proliferare di cene e di incontri correntizi nel partito che un tempo era il suo, ora assai meno. Un po’ lo fa sorridere e un po’ impazzire l’idea che questi personaggi (lui li considera cloni, risplendenti di luce riflessa) possano sperare di vivere una vita autonoma senza di lui, riunendosi, accordandosi, riposizionandosi per il ‘dopo’. Coi promotori di queste cene Berlusconi è furioso, specie se si tratta di ministri. Si racconta di un ‘liscia-e-bussa’ alla Gelmini per avere scatenato il correntismo allorché lei e Frattini fondarono LiberaMente. Altri negano la lavata di capo a Mariastella, però confermano che il premier ce l’ha a morte con i ‘banchettanti’ (così li definisce), con quanti ‘si vedono a cena per litigare l’uno con l’altro’; e peggio ancora se si incontrano per stipulare una moratoria delle liti, proponendosi come gruppo dirigente unito, capace in prospettiva di sopravvivere a Lui: ‘dove credono di andare?’. Bondi, ventriloquo del Capo, boccia i timidi conati di democrazia interna, esalta in sua vece il metodo della cooptazione quando a esercitarlo, assicura, è ‘un leader illuminato’. Bonaiuti, il portavoce, prova a metterla in positivo: ‘Basta stare a tavola nelle cene, ora il momento di battersi per prendere voti’. Piacciono al Cavaliere i tipi come la Brambilla, che gli organizzano circoli di nuova specie, a metà strada tra sezioni di partito e Caf, dove si erogano servizi ai cittadini insieme con i ‘santini’ di propaganda, e non costano una lira alle sue tasche perché pagano i Comuni, paga l’Erario. Raccontano dalle sue parti che stia preparando una macchina da guerra prodigiosa, una campagna in grande stile per vincere le Politiche casomai si dovesse votare in autunno: ipotesi che Berlusconinon desidera, anzi teme, però non si sente di escludere del tutto dal momento che tra giugno e luglio il clima parlamentare si farà torrido, tra leggine ad personam e scontri col Quirinale può succedere la qualunque. Pure che la maggioranza perda i pezzi faticosamente messi insieme dal fido Verdini. I Responsabili sono stufi di farsi prendere per il naso. Mesi di gogna politica e mediatica, dipinti come quelli che hanno saltato il fosso per bassi motivi, sottogoverno e poltrone. Sempre più numerosi ma anche impazienti perché il caro Silvio due mesi fa disse: ‘Tra dieci giorni faccio il rimpasto, tutti i posti disponibili toccheranno a voi’. Un mese dopo nuovo incontro, solita promessa, ‘praticamente ci siamo, la mia moralità è essere di parola’. Invece nulla. O meglio: ministero a Romano, che minacciava di andarsene. Strapuntino da sottosegretario a un uomo di Storace (Musumeci) perché la Destra fa troppo comodo alle Amministrative. E gli altri a bocca asciutta. Perfino Pionati, che per Berlusconi si taglierebbe un dito, - conclude Magri su LA STAMPA - allarga le braccia: ‘Solo chi ricatta riesce a trovare ascolto. Avanti così non può durare’”. (red)

16. Pdl e Lega cercano contenere foga pre elettorale del Cav.

Roma - “Segnali di resipiscenza dopo qualche sbandata. Complice il turbamento del Quirinale per la ‘degenerazione’ della contesa politica, - scrive IL FOGLIO - la maggioranza ha parzialmente corretto la propria rotta dopo i manifesti sui giudici ‘brigatisti’ e qualche eccesso del premier in persona: la campagna elettorale per le amministrative certamente sarà dura, ma ieri è stato l’intero gruppo dirigente del Pdl (e della Lega) a imporsi una frenata. Il presidente del Senato, Renato Schifani, che oltre a essere la seconda carica dello stato è anche un berlusconiano della prima ora, ha significativamente ricevuto a Palazzo Madama i vertici dell’Anm (‘non esistono nemici’); la conferenza dei capigruppo, in Senato, riunitasi in mattinata ha sgombrato l’iter parlamentare da tutti i dossier a maggiore pericolo di rissa. E difatti la norma sul processo breve, tanto contestata dalle opposizioni, sarà quasi certamente discussa soltanto dopo la tornata elettorale di maggio prossimo. Ma chissà. Anche la Camera ha di fatto sospeso i lavori, per quanto riguarda i provvedimenti più divisivi. Si registra soltanto un’accelerazione sul fine vita, ma è probabilmente un segnale di pacificazione con il mondo cattolico (dopo il richiamo di Silvio Berlusconi al popolarismo europeo e le critiche indirette di una parte delle gerarchie nei confronti del premier). Non si tratta di direttive calate dall’alto, precipitate da Palazzo Grazioli sulle teste del personale politico del Pdl. Anzi, tra gli osservatori, si fa strada l’idea che al centrodestra in queste ore manchi una cabina di regia univoca. Il Cavaliere, confortato dagli uomini in questa fase a lui più vicini, resta sicuro delle proprie ragioni e intende condurre la campagna elettorale seguendo il proprio più classico repertorio: la sinistra inaffidabile, la magistratura orientata politicamente. Eppure da lunedì pomeriggio, dopo l’allarmata lettera di Giorgio Napolitano al vicepresidente del Csm sullo stato del dibattito intorno alla giustizia, alcune preoccupazioni già vive in seno alla Lega, e al Pdl, si sono fatte più forti. E’ stato il partito di Umberto Bossi, per primo, a chiedere agli alleati del Pdl maggiore cautela, specie se nella contesa politica rischia di essere trascinato anche il Quirinale con il quale Bossi continua a mantenere (per ragioni strategiche) ottimi rapporti. ‘Il livello di scontro raggiunto ci preoccupa. Il richiamo di Napolitano è stato doveroso’, ha detto il capogruppo della Lega alla Camera, Marco Reguzzoni. Ma anche nel Pdl ha preso via via consistenza la linea delle cosiddette colombe (per quanto falchi e colombe nel Pdl lo siano un po’ tutti a giorni alterni). I capigruppo di Camera e Senato, come i giovani ministri Angelino Alfano e Mariastella Gelmini, - prosegue IL FOGLIO - hanno preso coraggio producendo una inversione di rotta la cui capacità di tenuta, tuttavia, si potrà valutare solo nel corso del tempo. La complessiva inversione di tendenza riguarda anche il Pdl al proprio interno. Ancora attraversato da un sotterraneo tramestio, il partito di Berlusconi ha raggiunto un equilibrio temporaneo tra le proprie componenti. Tutto è stato rimandato al dopo elezioni. Al netto di una piccola fronda all’interno del gruppo dei Responsabili, non tale da destare reali preoccupazioni, nella galassia berlusconiana si cerca di tornare alla normalità dei rapporti. Ignazio La Russa, da Washington dove si trova in visita di stato, martedì sera ha telefonato ad Altero Matteoli proprio mentre il ministro delle Infrastrutture discuteva di come dimissionarlo dall’incarico di coordinatore del Pdl alla presenza del sindaco di Roma Gianni Alemanno e del sottosegretario alla Funzione pubblica Andrea Augello. Una telefonata cordiale che prefigura un negoziato, e non una guerra, tra ex dirigenti di An per la modifica delle catene di comando all’interno del partitone berlusconiano. Concluse le elezioni di maggio si aprirà – pare – un intenso dibattito: riforma elettorale in senso bipolare con introduzione del meccanismo delle primarie, e riforma del Pdl. Il premier si è dimostrato più incuriosito dalla prima ipotesi che dalla seconda (pare abbia sbadigliato). Manca una qualunque esternazione da parte sua che non sia ‘il partito non esiste’. Tuttavia prevale, tra i dirigenti, un orientamento: nominare uno dei tre coordinatori ‘presidente dell’ufficio di coordinamento’. Un sistema surrettizio – conclude IL FOGLIO - per introdurre la figura del coordinatore unico che, almeno in una prima fase, dovrebbe essere Denis Verdini”. (red)

17. La Lega si ritaglia ruolo di mediazione con magistratura

Roma - “Non è chiaro – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - se abbiano influito più la missiva indignata spedita lunedì da Giorgio Napolitano al vicepresidente del Csm, Michele Vietti; oppure le pressioni della Lega sul Pdl, e la volontà di Silvio Berlusconi di chiudere un fronte scivoloso con la magistratura. La lettera con la quale ieri Roberto Lassini, autore dei manifesti in cui chiedeva ‘via le Br dalle Procure’ , ha rinunciato alla candidatura a Milano, tende ad archiviare un episodio imbarazzante. Ma per il modo in cui si è sviluppato, il caso lascia dietro di sé margini di ambiguità nelle reazioni del centrodestra. Non risolve, né poteva, il conflitto fra il capo del governo e i giudici che lo processano. E crea una piccola crepa nei rapporti fra Berlusconi e il partito di Umberto Bossi, schierato in modo netto con il Quirinale. Non è la prima volta che succede. Quando si discute di giustizia, e soprattutto quando sembra spuntare una tensione con il capo dello Stato, la Lega entra in sofferenza; e chiede a Berlusconi di abbassare i toni. Lo schema si è ripetuto anche ieri. Intanto, la Padania ha relegato il ‘caso Lassini’ nelle pagine interne, quasi rimuovendolo: segno che non voleva dare risalto ad una vicenda che contrapponeva di fatto la maggioranza a Napolitano. Poi è intervenuto Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera ed esegeta di Bossi, per dire che ‘il monito del Colle è doveroso’ . E per non essere frainteso, Reguzzoni ha aggiunto che occorre ‘smorzare i toni dello scontro di questi giorni’: uno smarcamento da palazzo Chigi. Il passo indietro del candidato milanese è arrivato poche ore dopo. Con scuse pubbliche al presidente della Repubblica ed ai familiari delle vittime del terrorismo; e con l’ammissione di essere ‘amareggiato e pentito’ per il contenuto dei propri manifesti elettorali. D’altronde, per la piega che aveva preso la vicenda, era difficile finisse diversamente: a meno di aprire un conflitto istituzionale col capo dello Stato, oltre e A neppure un mese dal voto amministrativo, con sondaggi non proprio trionfali, e con una legge sul cosiddetto ‘processo breve’ da approvare al Senato, il governo ha deciso di sacrificare Lassini per non trascinare ed aggravare il contenzioso. Ma la sua ‘rinuncia irrevocabile’ – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è arrivata senza una sola parola di Berlusconi sulla vicenda; e con la maggioranza bersagliata dalle opposizioni per non essersi pronunciata subito contro i manifesti definiti ‘ignobili’ da Napolitano: anche se il sindaco di Milano, Letizia Moratti, aveva definito ‘incompatibile’ con la sua la candidatura dell’esponente del Pdl. Non solo: rimane da chiarire se la rinuncia sia possibile dopo la scadenza dei termini. A sentire Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, no; ma esistono precedenti che dicono il contrario. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, sostiene che il Pdl ‘raccoglie quello che ha seminato: ha diffuso il degrado al di là di questo manifesto vergognoso’ . Al fondo, tra gli avversari rimane l’impressione che Lassini abbia espresso in modo inaccettabile l’astio contro la Procura di Milano, diffuso nel Pdl. Politicamente, è stato un autogoal. Da ammettere, però, per procedere ad una riforma della giustizia circondata da polemiche. Il Guardasigilli Angelino Alfano annuncia che ‘l’obiettivo è di arrivare al primo voto della riforma entro l’estate’ . In mezzo ci sono altre votazioni parlamentari; le amministrative in città come Milano, Torino, Napoli; e poi i referendum sulla privatizzazione dell’acqua, sul legittimo impedimento’ e sull’energia nucleare: anche se quest’ultimo è depotenziato dalla rinuncia del governo al progetto di nuove centrali, dopo il disastro in Giappone. Si tratta di un percorso di guerra – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - che Berlusconi è convinto di vincere. Salvo sorprese”. (red)

18. Lega elogia il Colle, Alfano: ora riforma costituzionale

Roma - “Avanti tutta sulla giustizia. Senza tentennamenti, senza ipocrisie, senza farsi mettere i paletti tra le ruote da nessuno. Che si chiami Anm, opposizione, o perfino Giorgio Napolitano. Il diktat di Silvio Berlusconi ai suoi – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - è chiaro: sulla riforma della giustizia il governo si gioca molta della propria credibilità, dopo oltre un decennio di promesse su un cambiamento ‘epocale’ che ancora non si vede. Quando e come poi alla riforma costituzionale verranno affiancate tutte le leggi che hanno in qualche modo a che fare con i processi del premier (prima fra tutte quella sulla prescrizione breve, che non dovrebbe essere varata dal Senato prima delle Amministrative, esattamente come quella sul cosiddetto ‘processo lungo’ ), si vedrà forse già oggi in un vertice a Palazzo Grazioli. Perché essendo una questione di opportunità politica, tempi e parole d’ordine vanno gestiti con accortezza, come predicano (anche al Cavaliere) sia i suoi fedelissimi, sia gli imbarazzati alleati leghisti. Decisamente significativa l’uscita di ieri del capogruppo del Carroccio alla Camera, Marco Reguzzoni, che in questi giorni di furiose polemiche sulla giustizia sceglie di stare dalla parte del capo dello Stato e del suo ‘monito doveroso, perché serve assolutamente più pacatezza per poter risolvere i veri nodi della giustizia’ . Quelli ‘veri’ appunto, che interessano da vicino i cittadini: ‘A noi della Lega— spiega Reguzzoni — interessa portare a termine una riforma della giustizia che non renda più possibile che un assassino come Ruggero Jucker sia in libertà dopo pochi anni per aver usufruito di uno sconto di pena, grazie al rito abbreviato. Questo tipo di giustizia non ci piace ed è nostro preciso dovere riformarla’. Il risultato – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - di questo sostanziale stop alle accelerazioni su eventuali leggi ad personam (l’emendamento al processo breve che bloccherebbe i processi in attesa di eventuali pronunce della Consulta deve ancora essere messo a punto, ‘per ora — assicura Maurizio Gasparri — lo leggo solo sui giornali...’) si traduce subito in un rilancio della riforma della giustizia, quella ‘alta’ , quella solennemente presentata da Angelino Alfano e ieri — dopo un vertice di maggioranza tra Pdl, Responsabili e Lega — rimessa in cima alle priorità. ‘L’obiettivo — dice il ministro — è quello di arrivare al primo voto della riforma entro l’estate. Intendiamo procedere ad un ampio confronto con tutte le forze politiche’ . ‘Secondo noi— aggiunge il vicepresidente dei deputati Massimo Corsaro— bisogna assicurare la massima disponibilità di tempi alle commissioni per approfondire tutti i temi, ma bisogna anche arrivare alla conclusione del processo riformatore, e ci sembra possibile terminare la probabile quinta lettura entro la fine del 2012’ . ‘Sì, stavolta è quella giusta per farcela, speriamo di riuscire ad ottenere il risultato in un clima di dialogo’ , ci crede Paolo Bonaiuti. La riforma comincerà ad essere esaminata nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia a partire dalla prossima settimana, ma il clima non pare rasserenato, anche se— appunto— l’approvazione del processo breve slitterà sicuramente a dopo le Amministrative così come la legge, che pure è già incardinata al Senato, che prevede la possibilità per un imputato di chiedere che vengano ascoltati tutti i testimoni presentati dalla propria difesa e che provocherebbe di fatto l’estinzione per prescrizione del processo Mills. Temi spinosissimi, che certo non spariscono dall’agenda. Ma che, con un voto delicato e difficile tra tre settimane, - conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - è meglio che vengano precauzionalmente messi da parte”. (red)

19. Giustizia, il Pdl vuole la riforma entro luglio

Roma - “Berlusconi la promette nelle piazze. Alfano ne garantisce il cammino in Parlamento. Dichiara il ministro – scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - che ‘l’obiettivo è arrivare al primo voto sulla riforma della giustizia entro l’estate’. Quella costituzionale, s’intende. Quella che, dice l’Anm, ‘cambia la magistratura stessa, non le sue regole’. Obiettivo ambizioso. Scontro assicurato. Un pezzo forte dell’estate calda per i giudici. Perché oltre alla riforma il Pdl vuol far marciare in fretta la prescrizione breve per gli incensurati, il processo lungo con la blocca-Ruby, la legge bavaglio sulle intercettazioni, provandoci con una stretta per ridurre al massimo l’uso delle medesime nei processi. Una vera e propria cavalcata sulla giustizia, in cui si inseriscono ‘volontari’ dei progetti di legge. Come il senatore Pdl Luigi Compagna che ripropone la vecchia idea di ‘normare’, nel senso di abolirlo, il concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi un reato frutto delle sentenze della Cassazione, domani un’arma in meno nelle mani dei pm. Scende in campo in prima persona Angelino Alfano nella gestione parlamentare della riforma che porta il suo nome. Un ruolo politico da protagonista il suo, che ha già sperimentato nella tornata alla Camera con la prescrizione breve. Lì, in aula per due giorni, punto di riferimento del relatore Maurizio Paniz, dello stesso capogruppo Fabrizio Cicchitto, dei deputati. Lo dimostrano le foto scattate dalla tribuna. Adesso Alfano va avanti. Alle 18 partecipa a un incontro in cui, con Niccolò Ghedini, capigruppo d’aula (Gasparri, Cicchitto, la Santelli) e di commissione (Costa e Calderisi) decidono materialmente come muoversi sulla riforma. C’è il presidente della prima Donato Bruno, ovviamente non c’è la finiana Giulia Bongiorno, a capo della seconda. Di mattina s’erano incontrati i capigruppo della maggioranza per decidere la complessiva accelerazione sulla giustizia. Un impegno formale a sdoganare in fretta la riforma. Poi, alle 14, quello che il Pd considera un giallo: viene sconvocato l’ufficio di presidenza congiunto delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia. ‘Perché?’ sì chiedono le Pd Ferranti e Samperi? Una ragione – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - potrebbe stare nella nomina dei relatori. Certo ormai quello del pdl Manlio Contento per la Giustizia; ancora non definitivo quello di Gaetano Pecorella, di sicuro il deputato più quotato per curriculum professionale, per la prima commissione. Anche se c’è chi sponsorizza, alcuni dicono lo stesso Alfano, la candidatura del presidente Bruno. Si decide che non c’è più da perdere un giorno. Alfano promette ‘un ampio confronto con tutte le forze politiche’. Voto entro agosto. Poi c’è tutto il resto. La pagina delle norme ‘salva Silvio’, mai così tante come in queste settimane. L’ordine è di accelerare su tutte, di portarle a casa il più in fretta possibile. Con uomini di fiducia come relatori. Ecco che già oggi, al Senato, il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli ha messo in calendario la relazione generale sulla prescrizione breve che farà il relatore Giuseppe Valentino. Si riprende dopo il primo maggio. Solo la tornata amministrativa, con l’interruzione dei lavori per una settimana, rallenterà il voto in aula previsto per la fine del prossimo mese. Salvo che non intervenga un altolà di Napolitano, che il Pdl teme possa giungere a legge già votata, morirà subito il processo Mills. A tagliare il traguardo prima, ma per andare alla Camera, sarà il processo lungo, più poteri alle difese nel dibattimento e divieto di usare le sentenze definitive. Ma anche, questo farà inserire il relatore (ex An) Franco Mugnai, la blocca-Ruby, l’obbligo per il giudice di sospendere il processo davanti a un conflitto di attribuzione. Una norma semplice, racconta chi l’ha vista: ‘Il giudizio è sospeso in presenza di un conflitto’. Votata in un ramo del Parlamento, secondo il Pdl, essa dovrebbe automaticamente spingere i giudici di Milano a fermarsi. Sempre che, nel frattempo, - conclude Milella su LA REPUBBLICA - il conflitto sia arrivato alla Corte”. (red)

20. Da premier a Democratici, il partito del voto anticipato

Roma - “Le invoca Rosy Bindi: ‘La cosa migliore per il Paese sarebbe andare al voto’ . Le evoca Silvio Berlusconi: ‘C’è da chiedersi se non gioverebbe andare a votare’ . Le elezioni — quelle politiche, non le amministrative di maggio – tornano alla ribalta. E si profilano – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - come un possibile sbocco autunnale. Il presidente del Consiglio lascia intendere ai fedelissimi che si potrebbe andare alle urne tra ottobre e novembre. Sarebbe un’ipotesi da non trascurare, a suo giudizio, nel caso in cui ‘si vinca a Milano e Napoli’ . La vittoria in quelle due città, è il ritornello che Berlusconi ripete in questi giorni ai suoi interlocutori, ‘va ottenuta a tutti i costi’ perché ‘metterebbe a tacere Fini, i malumori della Lega e le fibrillazioni del Pdl’ . Non solo: ‘rappresenterebbe una risposta’ anche nei confronti di Giorgio Napolitano. Di quel Napolitano che vorrebbe andare fino in fondo sulle questioni sollevate in questi giorni, perché delle due l’una: o il premier non ha detto il vero quando ha sostenuto che un magistrato gli ha riferito del patto segreto tra il presidente della Camera e l’Anm, e la cosa non può non avere conseguenze, o quel che ha affermato corrisponde alle realtà e quindi toccherebbe a Fini pagarne il dazio. Dunque, dopo un successo elettorale a Milano e Napoli il centrodestra potrebbe pensare ad andare alle urne per sparigliare tutti i giochi. Speculare il ragionamento che viene fatto nel Partito democratico. Massimo D’Alema si incarica di illustrarlo: ‘Se ci fosse un risultato clamoroso alle amministrative, specialmente al Nord, questo potrebbe aprire la crisi del governo’ . E portare alle elezioni politiche, che restano sullo sfondo anche per il Pd. Come dice esplicitamente il vice segretario Enrico Letta: ‘Noi vogliamo il voto anticipato’ . È ‘l’unica via d’uscita’ — ribadisce il presidente del Copasir. Anche il moderato Pier Ferdinando Casini, d’altra parte, la pensa così: ‘In una situazione come questa sarebbe doveroso restituire la parola agli elettori’ . Pure Il Foglio di Giuliano Ferrara ieri, in prima pagina, - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - adombrava la possibilità di uno scioglimento anticipato della legislatura e titolava in questo modo: ‘Tira aria di elezioni’ . Tant’è vero che torna a rimbalzare nei palazzi della politica la voce secondo cui il capo dello Stato, di fronte a una situazione bloccata e all’impossibilità di mandare avanti l’attività parlamentare in modo proficuo, potrebbe accelerare sullo scioglimento. Voce, questa, che viene smentita al Quirinale ma che, ciò nonostante, continua a circolare: segno della difficoltà dell’attuale frangente politico e dell’impazzimento della situazione. Indiscrezioni, ‘rumors’ , espedienti propagandistici o minacce che siano, le notizie che accreditano la possibilità di un precipitare degli eventi politici sono inevitabilmente e indissolubilmente legate all’avvicinarsi del voto amministrativo di maggio. L’approssimarsi di questa competizione elettorale accende i toni e rende più aspro lo scontro. Berlusconi si sta spendendo in prima persona, ci ha messo come si suol dire la faccia, presentandosi come capolista sia a Milano che a Napoli, convinto com’è che politicizzare quel voto sia per il centrodestra un’arma vincente. Il Pd ha fiutato la trappola e per questo motivo il segretario Pier Luigi Bersani continua a ripetere che quelle elezioni ‘non saranno un referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, ma rappresenteranno una scelta per le città e per il Paese, perché non se ne può più di parlare dei problemi del premier, è ora di parlare dei problemi della gente’ . Però la tentazione di mandare l’avversario al tappeto è forte e il leader del Pd non riesce a sottrarsi completamene alla sfida lanciata dal presidente del Consiglio: ‘Berlusconi dice che è un test nazionale? Se ci cerca, ci trova. Sono ottimista sulle amministrative, in particolare per Milano’ . Già, perché il sogno del Partito democratico è quello di riuscire a espugnare una città roccaforte del centrodestra e nel contempo far cadere il governo (la Lega ha già fatto sapere che se si perde nel capoluogo lombardo crolla tutto). Quindi Bersani tenta di galvanizzare gli elettori per mandarli a votare. Certo, così facendo – conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - c’è il rischio di risvegliare anche quelli di centrodestra e di ridurre le sacche d’astensione da quella parte, ma evidentemente secondo Bersani è un rischio che vale la pena di correre”. (red)

21. Pronta la ghigliottina per Fini

Roma - “Il Pdl – scrive Fausto Carioti su LIBERO - non è così sicuro che l’attuale legislatura arrivi a scadenza naturale, e cioè che si voti nel 2013. Lo si capisce anche dall’accelerazione degli ultimi giorni per approvare una nuova legge elettorale. Una vera e propria norma ammazza-Fini e ammazza-Casini, che il partito del premier conta di varare in tempi rapidi. Il disegno di legge, composto da cinque articoli, sta subendo in queste ore gli ultimi ritocchi ad opera delle teste d’uovo berlusconiane: Gaetano Quagliariello, Lucio Malan e Peppino Calderisi. I quali intendono presentare il testo al Senato tra oggi e domani. Scopo della norma è far sopravvivere il fragile bipolarismo italiano agli assalti dei centristi, assegnando ad ambedue i rami del Parlamento una maggioranza stabile e ampia. Al momento, grazie al premio di maggioranza nazionale, questo avviene solo a Montecitorio. Non a palazzo Madama, dove i premi sono concessi su base regionale, col risultato che dalle urne rischia di uscire un Senato nel quale né il polo di destra né quello di sinistra hanno la supremazia numerica. È ciò che sperano i centristi, i quali con pochi voti - ma con un pugno di senatori decisivi - contano di ipotecare la prossima legislatura. Il disegno di legge, se approvato, impedirà loro questa operazione, strozzando così il terzo polo nella culla: chi vincerà le elezioni avrà anche un saldo controllo del Senato, senza bisogno di scendere apatti con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. L’attuale legge elettorale, come si sa, non è quella che il centrodestra avrebbe voluto varare nel 2005. Forza Italia, An e Lega puntavano a introdurre il premio di maggioranza nazionale in ambedue i rami del Parlamento, proprio per favorire la stabilità dei governi. Fu l’allora presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, consigliato dal segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, a bloccare l’operazione, sostenendo che il premio nazionale non era applicabile a palazzo Madama, giacché la Costituzione stabilisce che il Senato deve essere ‘eletto su base regionale’. La Casa delle Libertà, di cui faceva parte anche l’Udc, ripiegò allora per un premio di maggioranza su base regionale. Il meccanismo – prosegue Carioti su LIBERO - si è rivelato ad alto rischio, e solo per miracolo in questa legislatura il Senato si è trovato ad avere una maggioranza tutto sommato ampia: evento difficilmente ripetibile. La Costituzione, però, è rimasta la stessa. Come risolvere il problema? L’idea del Pdl è l’uovo di Colombo: il premio di maggioranza viene calcolato su base nazionale, e alla singola lista o alla coalizione che ha preso più voti dagli italiani sono assegnati comunque 170 seggi su un totale di 317. Questo premio viene però ripartito, ‘con criterio di proporzionalità’, tra le varie regioni. In tal modo, secondo il Pdl, la ‘regionalità’ elettorale prevista dalla Costituzione è rispettata e la stabilità del governo garantita. Tesi confermata in passato anche da politologi vicini al centrosinistra, come Roberto D’Alimonte. L’altra grande novità prevista dalla nuova legge è la definizione di collegi elettorali più piccoli. All’interno delle regioni per il voto al Senato e delle 26 circoscrizioni per il voto alla Camera saranno ritagliati numerosi collegi chiamati ‘plurinominali’, in ognuno dei quali si potranno presentare liste contenenti dai cinque ai nove candidati. Basta, insomma, con le liste-lenzuolo composte da una quarantina di personaggi che molti elettori si sono trovati davanti alle ultime tornate elettorali. Porte sempre chiuse, infine, al voto di preferenza: reintrodurlo, spiegano nel testo i senatori del Pd], ‘farebbe lievitare i costi delle campagne elettorali, favorendo i fenomeni degenerativi della politica, e comporterebbe inevitabilmente la scelta di un modello di partito basato sulle correnti’. Gli autori assicurano che la proposta non è fatta apposta per liquidare i finiani e gli altri centri sti. Spiega Malan: ‘La nostra legge, molto semplicemente, è scritta per mantenere i vantaggi dell’attuale norma eliminandone alcuni aspetti critici’. Concorda Quagliariello, per il quale ‘più che la rappresentanza, una legge elettorale deve garantire ai cittadini la possibilità di scegliere un governo. Questa legge lo ha fatto. Il suo vero limite non è la mancanza delle preferenze, ma l’assenza di un premio di governabilità al Senato e la presenza di liste troppo ampie, che impediscono agli elettori di valutare correttamente i candidati’. Alla domanda se il Pd] si aspetti un qualche aiuto da parte del Pd, cui pure converrebbe una simile riforma, la risposta di Quagliariello è impietosa: ‘No, nessuno’. La proposta, insomma, non avrà vita facile in Parlamento. Ma il giorno in cui dovesse diventare legge, - conclude Carioti su LIBERO - per i centristi sarebbe la fine. Qualcuno (Casini) avrebbe comunque modo di riciclarsi, a destra o a sinistra sivedrà. Qualcun altro (Fini) si troverebbe invece nel cul de sac della politica”. (red)

22. Vendola: “Patto Pd-Idv-Sel o sinistra una nebulosa”

Roma - Intervista di Giovanna Casadio a Nichi Vendola su LA REPUBBLICA: “‘Il berlusconismo è in caduta libera ma il centrosinistra non appare pronto’. Un atto d’accusa a Bersani e a Di Pietro, presidente Vendola? ‘Un appello. Il Pd, noi di ‘Sinistra ecologia e libertà’, Idv abbiamo il dovere di trovare l’uscita di sicurezza dal berlusconismo. Per aprire quella porta la chiave siamo noi, se la nostra proposta è credibile, unitaria, forte. Ci vuole un patto di consultazione. Una agenda comune. Il coraggio da parte di ciascuno di un passo verso gli altri senza contemplarsi allo specchio narcisisticamente mentre il paese va alla deriva. Sapendo che la questione di fondo è la fuoriuscita dal cono d’ombra in cui la gioventù italiana è prigioniera, in un ergastolo della precarietà, che inibisce la visione del futuro’. Insomma, ‘svegliamoci’ è il suo invito? ‘Diamoci da fare. Il Pd è il perno del centrosinistra, per questo lo sollecitiamo. Entriamo dentro una stagione interessante che parte dallo sciopero generale del 6 maggio e arriva ai referendum del 12 giugno. Berlusconi teme il responso popolare sulle privatizzazioni (della giustizia e dell’acqua), obiettivi strategici del centrodestra. Per questo il ‘sovrano’ ha il battiquorum e ha paura inoltre che il nucleare sia una calamita formidabile per portare la gente alle urne. Oggi noi centrosinistra siamo una nebulosa, gli uni e poi gli altri e gli altri ancora. Abbiamo al contrario bisogno di lavorare rapidamente per mettere in campo una sorta di telaio, per usare una metafora’. Fuor di metafora? ‘I mille fili di innovazione, di ribellione: il protagonismo delle donne, la pluralità dei movimenti dei giovani, la nuova trama ecologica per ripensare l’intera economia a partire dal definitivo abbandono del nucleare. Noi dobbiamo dare un telaio, la possibilità cioè che le cento vertenze aperte dell’Italia civile aggancino una proposta politica forte. Essere in grado di interpretare sia il disagio sociale che la speranza e l’indignazione che vediamo nelle proteste, nelle ribellioni, nelle lotte. L’appuntamento cruciale è a difesa della civiltà del lavoro con lo sciopero generale della Cgil’. Il suo appello è rivolto solo a Bersani e a Di Pietro e non a Casini e a Fini? ‘Coloro che si definiscono Terzo polo, e che recintano in modo sistematico il loro territorio, rivendicano una strategia fondata sull’equidistanza rispetto alla destra e alla sinistra. Osservo che i lavori in corso nel centrodestra sono soprattutto per l’adeguamento anti sismico dell’edificio del Pdl’. Anche lei come Bersani è ottimista sulla vittoria di Pisapia contro la Moratti? ‘Si è aperta una possibilità. Non faccio cabala sulla politica. Penso solo che a Milano si sta determinando un moltiplicatore di energia e la coalizione del centrosinistra ritrova forza, coesione, grinta, radicamento. La destra è nel panico’. Pensa a un soggetto politico unitario del centrosinistra? ‘Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Ci vuole un respiro lungo per costruire la sinistra del futuro’. La sua proposta è il contrario del ‘governo di decantazione’ di Veltroni e Pisanu? ‘Con tutto il rispetto per Veltroni e Pisanu il ‘governo di decantazione’ è una proposta che vive nelle astrazioni di una politica prevalentemente mediatica. Come dire, un ‘beau geste’. Non c’è il contesto, i numeri, la volontà politica. Io credo che si tratti di una proposta profondamente sbagliata, ma non vorrei fare un dibattito su una cosa che non c’è’”. (red)

23. Tremonti: “Correzione va fatta, ma molto meno di altri”

Roma - “La correzione dei conti pubblici ‘certo va fatta’, e sarà ‘come minimo dello 0,5 per cento un anno e lo 0,5 per cento l’altro anno’ ma questo ‘dipende da come andrà l’economia nel prossimo biennio’ . A tarda sera, davanti al Senato, - scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - il ministro dell’economia Giulio Tremonti disegna così la rotta dei prossimi mesi. Quella ‘correzione’ che si definisce ora come inevitabile, si può tradurre con ‘manovra’ , parola di per sé mai affascinante. Ma il ministro, fin da oggi, prova a mettere dei paletti: la situazione italiana ‘è meno spiazzata’ rispetto ad altri Paesi, la richiesta di correzione dei suoi conti ‘è fra le più basse del mondo’ . Si attraverseranno mari non calmissimi, questo lo sanno tutti. Mentre si cerca però di concordare le mosse più importanti con l’Europa, Tremonti lancia dalla tolda un messaggio in bottiglia all’opposizione: il Def, il Documento su conti pubblici e riforme presentato dal governo e che dovrà poi essere ‘vistato’ da Bruxelles, è ‘un gioco, un meccanismo che si apre a tutte le proposte. Anche con l’intervento delle forze politiche, economiche e sociali’ . E dunque ‘sono attesi i documenti dell’opposizione. Ma le proposte devono essere scritte con metrica europea’ . Subito dopo il ‘sì’ del Parlamento, il Def si tradurrà in fatti: ‘Le prime azioni riguarderanno il Meridione, le opere pubbliche, l’edilizia privata’ . Più in là, il macigno: la riforma del fisco. Farla ‘non è semplice’ , ammette Tremonti, e infatti ‘un solo Paese la sta mettendo in cantiere ed è il Regno Unito. Noi ci stiamo lavorando con fortissimo impegno’ . Apprezzerà l’Europa? Questa è la domanda che attende risposta. Nel frattempo, Tremonti lancia qualche scandaglio anche in quella direzione. Eccolo infatti, ieri mattina, all’Europarlamento di Bruxelles, dove raccoglie applausi bipartisan. Il ministro parla della nuova Europa davanti alle crisi, e dei principi di solidarietà. ‘Questo posto non è poi così brutto’ , dice. E parla naturalmente di quell’aula, ma forse può esserci una traduzione libera delle sue parole: anche l’Unione Europea, come il suo Europarlamento, non è poi così brutta, né per il ministro né per l’Italia. Possibili destinatari del messaggio: gli euroscettici, quelli che hanno proposto di saltar fuori dalla Ue. Con un ‘caveat’ , però, un ulteriore monito aggiunto dal ministro: questa stessa Europa deve rinnovarsi perché davanti alle crisi geopolitiche è stata ‘drammaticamente insufficiente’ nell’applicare i principi dei suoi Trattati (Schengen non viene nominato, ma la sua ombra sembra affacciarsi dietro ogni parola). Uscire da quegli stessi Trattati? ‘Credo che sia un’ipotesi da prendere in considerazione’ anche perché i Trattati ‘sono stati scritti prima della globalizzazione’ ; e forse proprio la crisi può essere la ragione ‘per pensare a una nuova convenzione spero ancora più intensa’ . Ma in questa cornice, è ancora possibile portare avanti il sogno europeo? ‘Credo di sì — dice il ministro— ma a certe condizioni’ . Ancora applausi trasversali. Tremonti parla poi della crisi dell’energia atomica. Lo farà anche più tardi, a Roma, dicendo che ‘sul nucleare va fatta una profonda riflessione anche dal lato economico. Io ho sottoscritto un programma che conteneva la parola nucleare e avrei qualche difficoltà ad escluderla. Evidentemente un’incidenza sul Pil ce l’ha’ . Ma, aggiungerà il ministro, quando si ha il nucleare si può avere ‘un beneficio attuale in bolletta’ ma se poi c’è un problema allora può diventare un ‘maleficio generale’ . Agli eurodeputati, - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - ripropone invece il tema delle energie alternative coniugandolo a quello dei sommovimenti geopolitici: ‘È arrivato il momento’ di investire in progetti sulle energie alternative ‘anche con gli Eurobonds, e anche in Paesi che soffrono la paura e la fame’ . Ciò che accade nel Mediterraneo ha già toccato noi e ‘toccherà anche l’Asia’ . Ma l’Europa è stata ‘missing in No action’ , nell’applicare a tutto ciò i suoi grandi principi. Mentre per la crisi economica ha dato ‘un’interpretazione molto ampia ma non abbastanza’ dei suoi stessi principi. Basterà? ‘Speriamo’ . E se sarà stato una ‘culpa’ , il modo in cui tutto è stato gestito, per Tremonti sarà stata comunque una ‘felix culpa’”. (red)

24. Niente quest’anno, poi interventi a tappe per il pareggio

Roma - “Giulio Tremonti – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - ammette che tutto dipenderà dalla crescita dell’economia. Anzi, dice il ministro, ‘il nostro quadro economico è tale per cui si pongono obiettivi di necessaria maggiore crescita’ . Senza un aumento del prodotto interno lordo più forte di quanto non si preveda oggi, poco più dell’ 1 per cento annuo, la manovra di correzione dei conti che si profila per il 2013 e 2014, a cavallo di fine legislatura, rischia di essere pesante. Se il tasso di incremento del prodotto interno lordo resterà quello che è, tra il 2013 e il 2014, ovvero per raggiungere il pareggio di bilancio per il quale il governo si è impegnato con l’Europa, serviranno riduzioni del deficit ben più ampie dello 0,5 per cento annuo, che rappresenta lo sforzo minimo di avvicinamento all’obiettivo chiesto dall’Unione Europea ai paesi della zona euro, e al quale ha fatto riferimento ieri Tremonti. Nella Decisione di Economia e Finanza appena approvata dal Consiglio dei ministri, pronta per essere consegnata a Bruxelles, la dimensione dello sforzo necessario per rispettare il programma di riduzione del deficit non è quantificata in termini assoluti. Ma quelli relativi rendono comunque l’idea dei nuovi interventi sul bilancio della Repubblica. Tra fine 2012 e fine 2014 l’indebitamento netto dovrà scendere dal 2,7 per cento del pil allo 0,2 per cento, un calo del deficit di due punti e mezzo (dal 3,9 per cento del 2011 al 2,7 per cento, poi all’ 1,5 per cento ed infine allo 0,2 per cento nel 2014). Tradotto in soldoni, come ricordava la Banca d’Italia nel bollettino statistico pubblicato due giorni fa, sono 30-35 miliardi di euro abbondanti di manovra. In due anni. Si tratterebbe di una correzione ancor più pesante di quella in corso, che arriva a 24 miliardi di euro, ma che ha valenza triennale, perché copre il periodo dal 2010 al 2012. Certo, se invece dell’ 1,3 per cento, il prodotto interno lordo salisse al 2 per cento annuo e oltre, tutto sarebbe più semplice, l’entità dello sforzo di risanamento dei conti si ridurrebbe di parecchio. ‘La Banca d’Italia ha detto di aver tirato fuori i numeri dai documenti del Tesoro. È la correzione che dobbiamo fare non in questo biennio, ma verso il prossimo. Come minimo lo 0,5 per cento in un anno e lo 0,5 per cento nell’altro. Ma tutto dipende da come andrà l’economia nel prossimo biennio’ , ha spiegato il ministro ieri sera al Senato, ascoltato sugli ultimi documenti di finanza pubblica presentati dal governo. Ma è proprio l’andamento dell’economia l’incognita: in Italia ‘dobbiamo e possiamo fare molto di più’ , ma i nostri conti non sono ‘spiazzati’ rispetto a quelli degli altri paesi europei, ha spiegato il titolare dell’Economia. Per il 2011 ed il 2012, in compenso, - prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - non ci sono grandi difficoltà nel far quadrare i conti della finanza pubblica. Servirà, comunque, una ‘manutenzione’ della legge di Stabilità triennale varata alla fine dell’anno scorso. Da qui alla fine di giugno bisognerà far fronte al rifinanziamento di alcune voci di spesa coperte solo per metà anno e tra queste quelle per le missioni di pace internazionali. A maggior ragione alla luce della tendenza dei conti pubblici, si dovrà mettere mano anche a uno o più provvedimenti che stimolino lo sviluppo. La piena attuazione delle riforme previste nel Piano Nazionale che accompagna la Decisione di Economia e Finanza (che in pratica sostituisce il vecchio Dpef, il documento di programmazione), secondo il governo, dovrebbe garantire da sola un aumento del prodotto interno lordo dello 0,4 per cento all’anno nel breve periodo. Ed a questo si dedicherà il governo nelle prossime settimane, mettendo a punto il nuovo Piano Casa, le nuove regole per le opere pubbliche e per il credito d’imposta sulla ricerca scientifica. Magari, nel frattempo, - conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - pensando anche a blindare l’equilibrio di bilancio nella Costituzione”. (red)

25. Anche Tremonti scopre che la Ue non funziona

Roma - “E’ difficile – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - che Giulio Tremonti dia ragione a qualcun altro che non sia se stesso. Ieri però è successo. Sebbene non abbia citato Libero, il ministro dell’Economia ha riconosciuto che le nostre tesi sull’Europa non sono proprio così balzane come appaiono ad alcuni. Intervenendo all’Europarlamento ha infatti detto le stesse cose che noi andiamo scrivendo da giorni, ovvero che così com’è l’Unione non va. Ovviamente lo ha fatto con parole sue, ovvero con frasi ovattate da professore abituato ai convegni e alla forma, ma quel che conta è la sostanza. E quella è chiara, semplice e virgolettabile: ‘I trattati europei sono stati scritti prima della globalizzazione e pur essendo stati adattati sono il prodotto di un mondo passato’. Come dire che la Ue o si dà una mossa o finisce male. E infatti Giulio ha aggiunto che i guai di questo periodo possono ‘essere una ragione per pensare una nuova e spero ancor più intensa convenzione, cogliendo il momento’, sollecitando una modifica dei patti su cui essa si fonda. A questa conclusione il ministro è arrivato riflettendo sulla crisi finanziaria, ma pure su quella geopolitica che sta dando luogo a migrazioni verso il Vecchio Continente, con il solo punto d’approdo dell’Italia. Come scrivevamo ieri, l’Unione ha fatto il suo dovere quando s’è trattato di tenere a bada i crac bancari e evitare la bancarotta di qualche Paese. Ma allorquando ha dovuto occuparsi di extracomunitari e clandestini ha alzato bandiera bianca. Anzi, è tornata ai vecchi egoismi nazionali, chiudendo le frontiere e disinteressandosi di ciò che accade oltre confine. Invece di decidere una politica comune di respingimenti odi accoglienza, ma anche di finanziamenti a chi gli immigrati se li tiene (così come prevede l’articolo 80 della Convenzione), l’Europa ha mostrato il volto arcigno e un po’ opportunista di sempre. Con i Paesi più forti - in questo caso Francia e Germania intenti a farsi i fatti loro senza curarsi degli altri. Se la questione dei profughi è quella che ha lasciato in mutande la Ue, evidenziando l’inadeguatezza della struttura che si è data, non c’è però solo quella. Ci sono anche faccende che riguardano lo sviluppo, come ad esempio il nucleare. E’ bastata la paura di quel che è successo in Giappone perché i soliti due, cioè Francia e Germania, calassero le braghe e annunciassero il rallentamento quando non la sospensione dei loro piani di investimento nell’atomo. Una scelta ipocrita, perché, nonostante questa dichiarazione, Sarkozy continuerà ad avere il maggior numero di centrali alimentate a fissione e la signora Merkel per smantellare le sue avrà bisogno di anni. L’unica vera ripercussione l’avranno gli Stati come l’Italia, i quali non avendo alcun impianto del genere ora sono costretti a rinunciarvi seguendo il cattivo esempio degli alleati più importanti. Con il risultato che, cedendo al tornaconto elettorale, i tedeschi e i francesi continueranno nonostante tutto ad avere l’energia a prezzi modici mentre noi la pagheremo cara. Non sarebbe stato meglio fare una riunione fra i Paesi membri dell’Unione e decidere quale linea adottare e su quali sistemi puntare per garantire energia per tutti? Lo sviluppo passa dalle fonti che lo possono alimentare e dunque se questa non è una scelta cruciale è difficile che lo possa essere lo studio della curvatura delle banane in cui si impegnano alcuni euroburocrati di stanza a Bruxelles. Invece, come sugli immigrati, - prosegue Belpietro su LIBERO - anche sull’energia l’Europa si è distinta perla sua latitanza. Tralascio la politica estera, che pure ci costa un botto giacché l’Unione si è dotata di ambasciatori e funzionari manco fosse un Paese vero e non un’accozzaglia di Stati che non hanno una linea in comune ma tante linee quante le capitali che la compongono. L’andamento della guerra di Libia, come abbiamo già scritto, testimonia il fallimento delle ambizioni di contare qualcosa e di sedersi al tavolo come una gran de potenza. Insomma, a modo suo, dicendo cioè che l’Europa è ‘missing in action, anzi in non action’, cioè scomparsa, inesistente, Tre- monti ha confermato ciò che noi comuni mortali di Libero scriviamo con parole semplici, comprensibili anche a chi è in coda dal salumiere. E a proposito di pizzicagnoli e bottegai vari, come avete letto nel titolo di apertura, il nostro Bechis ha fatto un po’ di conti per capire come stavamo prima dell’euro e come ce la passiamo ora che dall’addio alle vecchie e svalutate lirette sono passati nove anni. Risultato: nel decennio che ha preceduto l’avvento della moneta unica l’Italia correva due volte di più rispetto al resto del mondo nel suo complesso. Nonostante Giuliano Amato e Romano Prodi, non ce la spassavamo ma ce la cavavamo bene, con tassi di crescita di tutto rispetto: consumi in salita e disoccupati in discesa. Con l’arrivo della nuova valuta, invece, il Paese ha frenato ed è finito percorrere un quarto di quel che fa il resto del mondo. Ora, fermo restando che dell’euro, come di Napolitano e dei magistrati, non si può parlar male perché l’adesione alla moneta comunitaria è un atto di fede più che di testa, ci permettiamo una domanda semplice e forse anche un po’ volgare. Ma non è che con l’euro – conclude Belpietro su LIBERO - qualcuno ci ha tirato una sòla? (red)

26. Imprese all’attacco: bene il rigore, ma scossa deludente

Roma - “Bene il rigore sui conti – scrive Roberto Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - ma il programma nazionale di riforme (Pnr) presentato dal governo appare deludente e scarso di stimoli per la crescita. Secondo il direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli la manovra annunciata dal ministro del Tesoro Giulio Tremonti, pari a 39 miliardi nel biennio, rischia ‘di essere più gravosa di quella voluta da Maastricht per entrare nell’euro’ con forti tagli sugli investimenti pubblici (11 miliardi già nel 2012) in grado di ‘deprimere l’economia’ . Per Rete imprese Italia, il network dei piccoli e dei servizi, sono ‘da condividere gli obiettivi di pareggio ma manca la scossa’. Insomma di quella frustata promessa dal premier Silvio Berlusconi una paio di mesi fa per rilanciare lo sviluppo del Paese non c’è traccia. Così il mondo produttivo, davanti alle commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato, ha sostanzialmente bocciato la ricetta economica approvata settimana scorsa dall’esecutivo e inviata a Bruxelles. Il governo, da tempo pressato dalle critiche degli imprenditori (Marcegaglia in testa), non fa una piega. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si dice sicuro che il giudizio ‘diffidente’ espresso da Confindustria diventerà ‘nei prossimi giorni positivo non appena metteremo in campo atti concreti’ . E intanto sembra contento di incassare il via libera alla linea del rigore ‘che di questi tempi non è poca cosa in un Paese con un grande debito pubblico’ . Lungo e articolato l’intervento di Galli che da subito ha evidenziato in modo critico che il ‘Pnr non indica le azioni concrete per la crescita e la competitività del sistema’ . L’economista si è detto preoccupato della cifra della manovra messa in campo nel periodo 2010-2014 che ammonta a 5,3 punti di Pil contro i 4 del quadriennio precedente l’ingresso nell’euro. ‘Va dato atto al governo di aver assunto un quadro macroeconomico più realistico - continua Galli - per limitare i contraccolpi del risanamento sulla ripresa sarebbe opportuno introdurre con maggior decisione le riforme per liberare l’economia’. E qui – prosegue Bagnoli sul CORRIERE DELLA SERA - l’elenco snocciolato da Galli è abbastanza impietoso. Bene il riferimento al processo civile ‘ma il Pnr non fa accenno alla riorganizzazione del sistema giudiziario’ . Giusti gli interventi per infrastrutture e trasporti ‘ma si tratta di risorse già previste’ . Così sul fronte dell’energia ‘mancano interventi per riorientare l’efficienza energetica’ . ‘Deludenti’ gli strumenti per la ricerca e innovazione, ‘significative carenze’ per rafforzare la concorrenza, sulla riforma fiscale ‘siamo ancora all’enunciazione di criteri troppo generali’ . L’ex premier Romano Prodi, che nei giorni scorsi aveva condiviso il duello ideato da Tremonti contro la Francia nella pretesa di reciprocità, ieri si è schierato con l’allarme solitudine lanciato dalla Marcegaglia. Per il Professore la richiesta di Confindustria significa che ‘manca una politica industriale e che ora bisogna farla’”. (red)

27. L’Ue apre all’Italia: possibile rivedere Schengen

Roma - “Questa mattina, - riporta Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - la Commissione Europea in seduta collegiale discuterà e voterà sulla necessità di una revisione delle norme Schengen (riguardanti la circolazione delle persone all’interno delle frontiere Ue); sull’opportunità di ‘rafforzare’ i meccanismi che portano alla ridistribuzione dei migranti fra i vari Paesi, meccanismi affidati finora soltanto alla solidarietà. E sulla necessità di introdurre altri meccanismi, definiti ‘di emergenza’ , quando un singolo Stato ‘non adempia ai suoi obblighi di controllare la sua sezione della frontiera esterna’ , cioè del confine della Ue (nel caso dell’Italia, si tratterebbe per esempio della frontiera marina di Lampedusa). Questi sono i punti elencati nella bozza di documento, di cui il Corriere è venuto a conoscenza, che verrà esaminata dai commissari Ue. Tutto questo mentre ieri a Lampedusa c’è stato un maxisbarco: 760 migranti su una imbarcazione proveniente dalle coste libiche. Le varie opzioni su cui discuterà la Commissione europea sono elencate sotto forma di domande, rivolte ai componenti del collegio. La più importante viene collegata al fatto che ‘una pressione migratoria incontrollata possa generare reazioni non coordinate nel sistema Schengen’ (Italia e Francia non vengono nominate, ma il riferimento sembra scontato). La domanda retorica rivolta ai commissari è: ‘Siete d’accordo sul fatto che sia necessaria una revisione del sistema di governance Schengen, e sull’istituzione di 1) meccanismi di emergenza quando uno Stato membro non adempia ai suoi obblighi... 2) o quando una porzione particolare del confine esterno sia sottoposta a una pressione inaspettata dovuta a eventi esterni?’ . E ancora: (siete d’accordo sul fatto che sia necessaria) ‘in situazioni realmente critiche una reintroduzione coordinata e temporanea dei controlli a una o più sezioni della frontiera interna?’. Il documento della Commissione – prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - chiarisce poi che l’emergenza immigrazione ha avuto anche un ‘impatto politico’ sui Paesi Ue. E che ne sono scaturiti ‘dibattiti nazionali’ che hanno condotto a ‘reazioni assai polarizzate e a tratti populiste’. Ci sono ‘lezioni’ , dice Bruxelles, da trarre da questa crisi, che ha ‘messo in luce dei successi, soprattutto perché sono state evitate tragedie su larga scala, ma anche alcune debolezze ‘ . L’altro punto sensibile è la redistribuzione dei migranti. Fino a oggi i meccanismi ‘spontanei’ non hanno funzionato granché: a parte l’esempio assai limitato di Malta. La Commissione prende perciò in esame la possibilità di ‘rafforzare’ quegli stessi meccanismi, pur senza ipotizzare che un giorno possano divenire obbligatori”. (red)

28. “Gheddafi usa i clandestini contro di noi”

Roma - “Il ministro degli Esteri Franco Frattini – scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - ha attribuito al ‘regime di Gheddafi’ di aver messo in cantiere partenze come quella del peschereccio approdato ieri a Lampedusa con 760 persone. ‘Si sono imbarcati dal porto di Zwara’ , ha riferito il titolare della Farnesina su profughi e migranti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera. Il Colonnello, ha sostenuto, punta a usare questi viaggi ‘come strumento di pressione su di noi’ , ritorsioni per aver offerto le basi alle incursioni aeree della Nato sulle sue forze che attaccano gli insorti e i civili nelle zone liberate. Secondo Frattini, il Consiglio di transizione degli insorti libici darà ‘prove sull’organizzazione di quel traffico da parte del regime di Gheddafi, che fortunatamente ha dovuto evacuare quell’area’ . Questa interpretazione dei fatti combacia con un’esigenza del ministro: spingere i leghisti, che del contrasto ai flussi di migranti via mare dal Nord Africa fanno una bandiera, a porre meno limiti alle operazioni militari in Libia. Dopo l’allontanamento di Gianfranco Fini dal Pdl, la Lega è più vitale di prima per il governo di Silvio Berlusconi. Frattini ha evitato sempre di scontrarcisi in pubblico, però ha dovuto fare i conti con i suoi alt su sollecitazioni rivolte all’Italia dagli Usa e altri alleati. E ieri il ministro ha affermato: ‘E’ dimostrando fiducia nella transizione verso la nuova Libia che ci garantiamo un futuro di maggiore controllo migratorio’ . Dall’inizio delle rivolte in Maghreb, ha aggiunto, in Italia sono arrivati ‘non più di tremila profughi, rispetto ai 500 mila’ andati in direzione di Egitto, Tunisia e Algeria. Consapevole del contesto politico locale, cominciando da Roma la sua prima visita in Europa da quando presiede il Consiglio di transizione libico, Mustafa Abdel Jalil, già ministro della Giustizia del Colonnello, ha dichiarato: ‘Agiremo insieme per chiudere i nostri confini a questi flussi di africani sfruttati da Muammar el Gheddafi’ . Ricevuto da Giorgio Napolitano, poi da Berlusconi assistito dal ministro della Difesa Ignazio La Russa e da Frattini con l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, - prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - Jalil ha incontrato anche Enel e altre aziende. Il Cavaliere si sarebbe definito ‘dalla parte’ degli insorti. Nel chiedere ‘maggiore pressione militare’ su Gheddafi, Jalil aveva spiegato che metterà in testa all’elenco dei Paesi ai quali essere grati i primi Stati a riconoscere il Consiglio: ‘Ci sarà cooperazione, amicizia forte con Italia, Qatar, Francia in primo luogo. Poi tutti gli altri amici, Usa Regno Unito, che ci hanno sostenuto, ma ciascuno a seconda di quanto sostegno ci ha dato oggi’ . La Gran Bretagna ha annunciato l’invio di consiglieri militari in Libia. Sarebbero una dozzina. Il Guardian scrive che formeranno una squadra con altri della Francia per migliorare le capacità belliche dei ribelli. Frattini ha riferito che Jalil stima in 10 mila i morti, ‘vittime di un regime sanguinario’ . Musulmano che ha in fronte il segno dovuto ai ripetuti contatti con il suolo per pregare, il capo del Consiglio è stato dalla Comunità di sant’Egidio, cattolica, garantendo di esser lì ‘per un segnale al mondo’ : ‘Per dire che agiamo per la pace e che l’Islam non è la religione del terrorismo’. Neanche uccidere il tiranno da cacciare, Gheddafi, è secondo Jalil obiettivo del Consiglio”, conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

29. Berlusconi apre ai ribelli: “Vi aiuteremo”

Roma - “‘Da soli non ce la facciamo: o ci aiutate, o il sogno di liberare la Libia da un regime violento come quello di Gheddafi tramonterà miseramente’. In pillole, - riporta Vincenzo Nigro su LA REPUBBLICA - il messaggio che Mustafà Abdul Jalil ha portato ieri al governo di Roma (e al capo dello Stato Giorgio Napolitano) è stato questo. E le risposte che ha ricevuto, nonostante le difficoltà del governo Berlusconi ad autorizzare attacchi aerei alle forze di Gheddafi, sono state tutte incoraggianti. Il capo dei ribelli di Bengasi, presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che combatte contro Gheddafi, ieri era a Roma: una missione al massimo livello. Oltre all’incontro col presidente della Repubblica, la riunione decisiva per Jalil è stata quella con Silvio Berlusconi. Nei giorni in cui bisognava decidere da che parte schierarsi, Berlusconi aveva detto quasi urlando a Gianni Letta ‘come faccio a combattere Gheddafi io che l’ho abbracciato e gli ho anche baciato la mano?’. Adesso, dopo due mesi di attacchi gheddafiani a donne, vecchi e bambini, il primo ministro ha fatto anche lui la sua scelta: ‘Siamo dalla vostra parte, diamo piena adesione alla coalizione’, ha detto a Jalil secondo la ricostruzione dell’Ansa. Nell’incontro a Palazzo Chigi, senza fanfare e senza pubblicità, Berlusconi ha confermato la posizione che il suo ministro degli Esteri Franco Frattini e buona parte del governo hanno già preso da tempo: pieno appoggio ai ribelli contro il regime di Bengasi. ‘Ma l’appoggio è a tutto il popolo libico’, precisa Frattini, ‘se dovessero trovarsi in difficoltà gli uomini che hanno appoggiato Gheddafi, se avessero bisogno di aiuto, l’Italia li aiuterebbe: il nostro dovere è questo, e questo è l’orientamento nel Cnt, un primo segno della democrazia che germoglierà’. L’appoggio, con tutta probabilità, servirà: l’assedio di Misurata è proseguito anche ieri e l’Onu ha denunciato che ci sono migliaia di bambini intrappolati nella zona dei combattimenti. Per cercare di dare una svolta dal punto di vista militare, il governo inglese ha annunciato che manderà in Libia addestratori per formare l’esercito dei ribelli. All’incontro con Berlusconi a Palazzo Chigi – prosegue Nigro su LA REPUBBLICA - ha partecipato anche il capo dell’Eni Paolo Scaroni, che da settimane punta molto sul rafforzamento dei ribelli e sulla possibilità che alla fine da Bengasi parta per davvero il movimento che governerà la Libia del dopo-Gheddafi. Dice una fonte della Farnesina che ‘l’Eni di fatto ha avviato con forza i suoi rapporti con la nuova Libia, a questo punto i problemi sono militari e politici: come aiutare i ribelli a non soccombere, come aiutare la popolazione che soprattutto a Misurata viene massacrata senza sosta dagli uomini di Gheddafi, e poi come aiutare la formazione di un nuovo assetto politico in Libia’. Sia a Napolitano che a Berlusconi Jalil ha promesso che ‘la Libia del futuro avrà rapporti di cooperazione e amicizia in primo luogo con Italia, Francia e Qatar’, i paesi che in queste settimane sono stati più vicini al movimento anti- Gheddafi. Al presidente Napolitano – conclude Nigro su LA REPUBBLICA - il presidente del Consiglio nazionale di transizione ha anche confermato che l’intenzione dei ribelli non è quella di dividere in due la Libia, tornando a Tripolitania e Cirenaica, mentre il capo dello Stato italiano gli ha ripetuto che per Roma ‘in Libia non si può tornare indietro, non può più esserci un ruolo per Gheddafi’”. (red)

30. Jalil: truppe di terra, Gheddafi non lascerà

Roma - “Mentre per la prima volta dall’inizio della missione ‘Unified Protector’ – scrive Antonella Rampino su LA STAMPA - la richiesta di invio di truppe di terra arriva direttamente dalla città di Misurata stretta dal violento assedio da parte delle truppe di Gheddafi, la Nato intensifica i suoi ‘strike’, grazie a Francia, Gran Bretagna, Canada, Svezia, Belgio e Danimarca che hanno dato a Rasmussen aerei in più. Aerei che comunque non bastano a sostituire i 90 ritirati il 4 aprile dagli Stati Uniti e a soddisfare le richieste che arrivano pressanti da Bengasi, e che ieri sono giunte anche a Roma, con i capi del Consiglio di transizione in visita ufficiale. Lo sforzo della comunità internazionale è intensificare la pressione militare su Gheddafi, ‘che non dà segno di voler fermare gli attacchi contro i civili’ ha detto il comandante Nato Van Uhm, per poter avviare la fase politico-diplomatica. Anche se, ha ripetuto il presidente del Cnt Jalil a Napolitano, Berlusconi e Frattini, ‘Gheddafi non accetterà mai l’esilio, e non troverà mai un Paese disposto ad ospitarlo’: come dire che meglio sarebbe puntare a un regime change. Francesi e inglesi sono dunque tornati in prima linea: più raid dei cacciabombardieri, come ammette il premier francese Fillon, ma anche addestramento militare a cura della Gran Bretagna (cui si unirebbe anche Parigi). Perché, come obiettò Hillary Clinton a Frattini un paio di settimane fa, uno degli ostacoli alla decisione più difficile da prendere in considerazione, l’invio di truppe di terra, è proprio la mancanza di preparazione militare del Cnt. Secondo alcune fonti, che ‘consiglieri militari’ del Regno Unito partano alla volta di Bengasi potrebbe essere un segnale che la ‘ground option’ - ancora ieri scartata dal ministro degli Esteri francese Juppé come dal capo di Stato maggiore della Difesa italiana - non è uscita affatto di scena. Che resta sul tavolo, sia pure solo come opzione. Fare di più e fare presto – prosegue Rampino su LA STAMPA - è anche quello che a Roma hanno chiesto Jalil (che ha tracciato un bilancio di 10 mila morti dall’inizio della crisi, ‘vittime di un regime sanguinario’) e il ministro degli Esteri Al Isawi, perché ‘gli attacchi aerei non bastano a proteggere i civili’. Per il momento - ma ‘solo per il momento, la situazione è molto fluida’, sottolineano fonti della Farnesina - l’Italia non darà più aerei, non cambierà la natura delle missioni dei suoi tornado (essenzialmente quella di ‘accecare’ i radar di Gheddafi) e, come ha ripetuto più volte Frattini, ‘non darà armi a Bengasi, ma valuteremo se fornire strumenti non offensivi’. Però, ha aggiunto significativamente, ‘bisogna aiutare i libici nell’autodifesa’. Gli uomini di Bengasi, oltre ad aver ottenuto che i feriti vengano trasportati e curati in Italia (altri cento arriveranno presto) e aiuti umanitari di vario tipo, comprendono benissimo i ‘caveat’ dell’Italia. ‘Il nostro passato coloniale in Libia ci impedisce di partecipare ai bombardamenti’ ha ripetuto ancora ieri il nostro ministro degli Esteri, e così pure Berlusconi. Tra gli impedimenti, c’è anchela Lega, e il momento politico non proprio tranquillo per il governo italiano. Tuttavia, secondo fonti di intelligence, oltre alle armi che a Bengasi approdano dal Qatar, qualcosa arriverebbe anche dall’Italia. Le missioni aeree dei nostri Tornado, che hanno come obiettivo la neutralizzazione elettronica dei radar, sono tali che ieri – conclude Rampino su LA STAMPA - il generale Abrate in visita alla base di Trapani Birgi ha lodato i nostri militari che ‘sanno reagire in tempi brevi, con prontezza e grande capacità operativa’”. (red)

31. La frattura culturale

Roma - “Per quanto tempo ancora – si chiede Ernesto Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - le classi dirigenti europee adagiate nella vulgata europeista reggeranno alla pressione dei cambiamenti sempre più impetuosi che vanno manifestandosi tra le grandi masse dei loro Paesi? È questa la domanda che pongono le elezioni di domenica scorsa in Finlandia. La strepitosa affermazione del partito populista-antieuropeista dei ‘Veri Finlandesi’ , balzato al terzo posto con il 20 per cento dei voti, è l’ultimo campanello d’allarme, infatti, dopo quelli già risuonati in Italia, in Olanda, in Danimarca, in Ungheria; mentre a Parigi il Front National di Marine Le Pen già arriva nei sondaggi a insidiare il presidente Sarkozy. L’Europa è oggi teatro di una grande, progressiva frattura culturale tra i vertici e la base delle sue società. E il nuovo populismo, di cui tanti lamentano i successi, appare né più né meno che come una sorta di nemesi che si abbatte su classi dirigenti che hanno cessato da tempo di essere ‘popolari’ , cioè di essere in sintonia con i sentimenti, gli umori, le paure e le speranze delle grandi masse. Da tempo, infatti, tutte le élite europee — in testa gli intellettuali e incluse quelle economiche — agiscono e parlano come pietrificate in una visione immobile del mondo, dominata da un pugno di principi guida: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’idea che l’economia rappresenti il regolatore supremo delle collettività umane. È una visione del mondo specialmente forte nell’Europa occidentale ma che agli occhi delle popolazioni europee appare ormai sempre più incongrua rispetto ai nuovi scenari interni e internazionali. Le oscure prospettive della crescita economica; il calo demografico e l’invecchiamento con il dubbio futuro dei sistemi pensionistici; l’immigrazione; l’avvento di universi culturali, come quello elettronico telematico, inediti e pervadenti, profondamente spaesanti; la messa in crisi degli antichi paradigmi della sessualità, della procreazione e della genitorialità: tutto contribuisce a diffondere nella massa dei meno istruiti, dei più anziani, dei soggetti deboli— cioè nella maggioranza —, un clima di inquietudine, di timori oscuri, di ricerca non tanto di sicurezza quanto di certezze, di valori stabili e riconosciuti. È, al fondo, - prosegue Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - un’indistinta ma fortissima domanda di politica che si leva dalle viscere delle società europee. Una domanda di nuovi traguardi pratici, di nuove mobilitazioni collettive e insieme di nuovi orizzonti ideali: che le élite sembrano però incapaci di intendere e ancor più di soddisfare. Queste non si rendono conto che negli ultimi decenni, sia pure inavvertitamente, hanno privato le masse popolari della sola cultura che insieme al socialismo era valsa ad integrare le masse suddette nell’universo della modernità e nella prospettiva dell’emancipazione: la cultura della nazione. Cioè la cultura che dopo la fine del socialismo/comunismo era l’unica in cui quelle masse erano abituate storicamente a riconoscersi. Le quali masse, adesso, sono sul punto, addirittura, di vedersi obbligate a rinunciare più o meno anche al Welfare. E dunque di restare davvero come integralmente nude di fronte alla storia. Non è un caso se è l’Europa l’ambito dove la frattura culturale tra masse ed élite si manifesta più clamorosamente. Tutta la costruzione europea è stata portata avanti, infatti, sulla base di una drammatica sottovalutazione della politica; sulla base della convinzione che l’economia rappresentasse la dimensione decisiva, che l’economia fosse in grado di produrre la politica. Laddove, se qualcosa aveva dimostrato il Novecento, era esattamente il contrario, e cioè che deve essere la politica a comandare. Per la salvezza della stessa economia. Così come è sempre la costruzione europea l’ambito dove il democratismo economicistico post-nazionale delle élite del vecchio continente ha avuto e ha modo, logicamente, di dispiegarsi con maggiore ampiezza. E dunque è naturale che sia regolarmente l’Unione europea quella chiamata a pagare oggi il prezzo più alto per le scelte delle élite di cui sopra. Perché mai gli elettori finlandesi o quelli di qualunque altro Paese dovrebbero mostrarsi solidali con le disastrate finanze di Grecia o Portogallo? Si può essere solidali davvero solo con coloro a cui ci sentiamo legati da vincoli di comune appartenenza, nei confronti dei quali esiste la convinzione di ‘stare nella stessa barca’ dal momento che condividiamo con essi un’origine e un destino: e cioè, per esempio, perché siamo abitanti di una stessa patria politica. Avere una medesima moneta, invece, è tutt’altra faccenda e di ben minore valore: in nome della quale si può al massimo rinunciare a qualche vantaggio, non già fare sacrifici realmente tali. E se qualcuno – conclude Galli Della Loggia sul CORRIERE DELLA SERA - si mette in testa d’imporli, come meravigliarsi se allora la terra comincia a tremare sotto i piedi, se dovunque prendono a crescere i partiti dell’atavismo, della chiusura nel comunitarismo, nel caldo della ‘Heimat’ , e infine dell’esclusione e dell’odio?”. (red)

32. Finisce nel sangue blitz contro gli assassini di Arrigoni

Roma - “Questa volta – riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - il Giordano tiene in ostaggio i suoi due complici. I palestinesi sarebbero pronti a trattare, a non dare ascolto allo straniero, a seguire il richiamo dei famigliari e ad accogliere la mediazione di Abel Walid Al Maqdisi, lo sceicco che volevano far liberare dalle carceri di Hamas. Come per Vittorio Arrigoni, ucciso prima che scadesse l’ultimatum, il capo della banda non vuole trattare. Il pomeriggio d’assedio finisce, quando Abdel Rahman Bereitz lancia una granata nella piccola stanza. Da ore sono rinchiusi nel capanno tirato su nel campo rifugiati di Nusseirat, circondati dai poliziotti di Hamas. La ricostruzione è quella del ministero degli Interni e al governo fa gioco mostrare il fanatismo dei salafiti. Dei tre ricercati, sopravvive Mohammed Salfiti che nelle foto diffuse da Hamas indossa il basco delle forze di sicurezza: lui e altri complici erano ancora stipendiati dal ministero degli Interni. Bilal al Omari, l’altro palestinese, è morto per le ferite e Abdel Rahman si sarebbe sparato dopo aver innescato la granata. Adesso il padre del Giordano, 22 anni, racconta all’agenzia Ansa che il figlio aveva lasciato Irbid, nel nord del Paese, e gli studi di ingegneria per andare a Gaza e ‘approfondire la legge islamica’ : ‘Aiutava i bisognosi, non può essere responsabile dell’omicidio’ . Gli uomini di Hamas sono convinti che sia stato lui a organizzare il sequestro e a strangolare Arrigoni con il fil di ferro. La foto segnaletica – prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - mostra un ragazzo con la barba folta della devozione, il volantino elenca i nomi che avrebbe usato per muoversi sotto falsa identità nella Striscia. Sarebbe entrato dal Sinai, dal confine con l’Egitto, attraverso i tunnel scavati sotto la sabbia dai contrabbandieri. ‘L’assassinio di Vittorio ha voluto dimostrare che il governo non può garantire la sicurezza — spiega all’agenzia Reuters l’analista Hani Habib —. Hamas non ha risparmiato sforzi per trovare ed eliminare questa cellula: voleva prendere i responsabili e voleva farlo in fretta’ . Egidia Beretta, madre di Arrigoni, chiede che ‘i colpevoli paghino ma nel rispetto della vita umana. So che a Gaza vige la pena di morte. Sono contraria e anche mio figlio lo era’ . Hamas ha celebrato lunedì i funerali solenni per l’attivista italiano dell’International Solidarity Movement, arrivato nel 2008 con la prima flottiglia di solidarietà che ha voluto rompere dal mare l’embargo israeliano. La bara avvolta nella bandiera italiana e in quella palestinese – conclude Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - è stata coperta di petali di rosa, i soldati hanno onorato il feretro con il saluto militare. La salma arriva oggi in Italia”. (red)

33. I Castro affidano ai militari le riforme cubane

Roma - “Fidel Castro – scrive IL FOGLIO - è stato al vertice del regime cubano per 52 anni; il suo posto lo ha preso Raúl, già suo vice per mezzo secolo; al posto di Raúl, diventa secondo segretario del Partito comunista di Cuba (Pcc) l’ottantenne José Machado Ventura. Dopo di loro, però, nessun dirigente potrà più mantenere un incarico per più di due mandati, in totale dieci anni. Lo ha detto sabato Raúl, nel discorso di apertura al VI congresso del Pcc, chiedendo al partito di non usurpare funzioni che non lo riguardano e di smetterla di sabotare le riforme economiche. ‘Daremo battaglia a burocrati e dogmatici, e la vinceremo’, è arrivato a dire Raúl con tono irritato. E’ questa la grande sorpresa di questa assise. La storia ricorderà che questo è stato il congresso in cui Fidel Castro ha lasciato la carica di segretario del Pcc, l’ultima ancora da lui detenuta, dopo aver passato al fratello Raúl la guida dello stato e del governo. Oppure ricorderà che mille delegati hanno approvato il piano di riforme economiche che licenzierà un milione di dipendenti pubblici, che riconosce e promuove ‘investimenti esteri, cooperative, piccola imprenditoria agricola e lavoro privato’, che permette la compravendita delle abitazioni tra i privati. Si tratta di due eventi che segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, anche se ancora non è chiaro dove porterà il nuovo percorso intrapreso. Che Fidel avrebbe dato le ultime dimissioni lo si era capito da tempo, anche se si è aspettato il giorno conclusivo del congresso per ufficializzarlo e per chiarire che anche in quell’incarico gli sarebbe succeduto Raúl. E la stessa approvazione della riforma economica non è stata che una sanzione formale a decisioni già prese. La linea dura con il partito annunciata da Raúl, però, permette di comprendere alcune evoluzioni che si erano già delineate, ma che ancora non erano decifrabili nel loro pieno significato. Era da un paio di anni che i ministri venivano silurati con metodica frequenza. Nel marzo del 2009 sono stati rimossi il ministro degli Esteri, Felipe Pérez Roque, e il capo di gabinetto e vicepresidente Carlos Lage: erano considerati possibili delfini di Fidel, ma sono finiti a lavorare l’uno in un’impresa di costruzioni e l’altro in un ospedale. Un anno più tardi è stato destituito il generale Rogelio Acevedo, presidente dell’Istituto dell’aeronautica civile. Poi sono saltati i ministri di Agricoltura, Trasporti e Industria. Infine, a gennaio, il ministro dell’Edilizia, Fidel Figueroa de la Paz, è stato sostituito da René Mesa Villafaña per ‘errori di gestione’. E’ uscito dal Consiglio di stato l’ideologo Otto Rivero; è stato rimosso dalla vicepresidenza dello stesso Consiglio di stato lo storico comandante della Rivoluzione Ramiro Valdés, poi dirottato ai ministeri di Edilizia, Industria e Comunicazioni. Poiché Valdés era comunque rimasto nel governo, non era chiaro se, come volevano alcuni analisti, si trattasse di un ridimensionamento o se, al contrario, il regime mirasse a valorizzare al massimo la competenza che il vecchio esperto di repressione si era fatto nel campo delle nuove tecnologie. Nel contempo – prosegue IL FOGLIO - è nata la stella di Marino Murillo, un ex militare cinquantenne dal passato non molto noto, ma con fama di conoscitore dei modelli cinese e vietnamita, che dopo essere stato ministro del Commercio interno e titolare di Economia e pianificazione è diventato ‘supervisore all’attualizzazione del modello economico cubano’ e presidente della commissione della Politica economica. In più, anche i generali Ulises Rosales del Toro e Antonio Enrique Luzón erano designati da Raúl ‘supervisori’ – rispettivamente ad Agricoltura, Industria zuccheriera e Industria alimentare, e a Trasporti e infrastrutture. Murillo ora è entrato come uno dei 15 membri del nuovo Ufficio politico del Pcc, assieme al confermato Valdés. Il che dimostrerebbe che sono comunque loro due, Murillo e Valdés, gli uomini più importanti. Si afferma quindi una nomenclatura ‘militar-raulista’ su un partito che sembra destinato a ricoprire un ruolo sempre più simbolico, come ha fatto ben capire lo stesso Raúl . Tra l’altro, il Congresso ha sancito la nascita di una commissione permanente per realizzare la riforma economica, e già si capisce che sarà destinata a impadronirsi di molto potere effettivo. Al partito tocca invece – conclude IL FOGLIO - una conferenza nazionale di riorganizzazione, convocata per il 12 gennaio del prossimo anno”. (red)

Cuba, aggiornata ma socialista

Stop al Nucleare. Schiaffo al referendum, cioè alla democrazia