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Obama: "ottimo lavoro sulla crisi, ma i conti sono insostenibili"

La notizia, evidentemente, non è che Obama abbia lanciato la campagna per la sua rielezione, e tanto meno che abbia deciso di farlo con Facebook, accanto al fondatore Mark Zuckerberg: negli Usa in particolare siamo abituati a vedere sceneggiate del genere. Interi team di professionisti di immagine e comunicazione cercano di vendere il prodotto presidente nel miglior modo possibile, ovvero quello della persuasione. E cosa di meglio che tentare di persuadere una larga fetta di possibili elettori attraverso uno dei mezzi ipnotizzanti più attuali come il famoso social network?

Allo stesso modo, inutile commentare le parole di Obama su quanto di buono fatto nel mandato attuale, sulla economia in ripresa (sic) eccetera eccetera.

La notizia infatti, ribadiamo, non è in questo. Risiede piuttosto nel fatto che in maniera sempre più incessante, negli Usa, malgrado dichiarazioni contrastanti, come abbiamo visto, si parla ormai comunemente di situazione economica insostenibile, in merito ai conti dello Stato. Da una parte infatti Obama dice di stare facendo bene per uscire dalla crisi, dall'altro lato si prepara a ulteriori e notevoli tagli (chissà se i ricchi gliela faranno pagare, visto che il Presidente ha dichiarato di non voler rinnovare le agevolazioni fiscali a loro dedicate e tuttora in corso). I nodi che segnalammo diversi mesi addietro stanno insomma arrivando al pettine, e di questo abbiamo indicazioni ovunque. Naturalmente la variazione dell'outlook di Standard & Poor's dei giorni scorsi è poco più che una boutade, non fosse che per gli effetti sulla valuta, dei quali abbiamo scritto in altra parte del giornale proprio oggi, così come la definizione stessa dell'operazione, data da parte di Obama, secondo il quale si tratta di una mossa "politica".

Il fatto che lo stesso presidente degli Stati Uniti dichiari che la situazione di bilancio degli Usa sia insostenibile infatti, non solo conferma quanto accennato dall'agenzia di rating, ma addirittura fa capire in un colpo solo che S & P, nella migliore delle ipotesi, si è sbagliata: per difetto. Beninteso, non si tratta di errore tecnico, ma di strategia politica. Qualunque altro Stato nelle condizioni economiche degli Usa non sarebbe stato solo declassato, ma letteralmente spazzato via dalla cartina geografica ed economica. Paesi indebitati molto meno degli Usa stanno già patendo le pene dell'inferno dal punto di vista economico e sociale - complici appunto le agenzie di rating e i vari speculatori - dunque il fatto che S & P abbia solo variato l'outlook da positivo a negativo, lasciando inalterata la tripla AAA, ha sì una motivazione politica, ma si tratta di una motivazione che vuole perseguire un obiettivo diametralmente opposto alla realtà: tenere in vita un Paese, gli Usa, di fatto in default da decenni.

Ora naturalmente le cose si complicano. I metodi usati dalla Fed, e dallo stesso governo Usa, per rispondere alla crisi scoppiata nel 2007, come abbiamo più volte spiegato, non sono serviti a nulla, se non ad indebitare ancora di più gli statunitensi e a precipitare il mondo intero con essi. Stampare moneta a più non posso per arginare alcune falle senza capire che era il tutto a dover essere rifondato, naturalmente non poteva funzionare. E infatti non ha funzionato.

Il debito degli Usa al momento è altissimo, qualcosa di neanche lontanamente paragonabile alle situazioni di altri paesi al mondo. Non solo: l'economia, naturalmente, non riparte. Così il mercato immobiliare e così l'occupazione.

Ciò che era certo a molti analisti davvero indipendenti già da tanto tempo sarà chiaro presto a una larga fetta del Paese e al mondo: non vi è alcuna possibilità di uscita dalla situazione attuale, per una larghissima fetta di cittadini statunitensi, per i quali la povertà è aumentata.

Come abbiamo notato in una escalation senza precedenti, negli Usa ai discorsi di ripresa della prima ora sono seguiti quelli di una situazione difficile. Quindi è stato dichiarato che si sarebbe usciti dalla crisi a fonte di sacrifici, poi che si doveva praticare l'austerità e infine, nelle ultime settimane, si è rischiato addirittura il blocco di alcuni servizi fondamentali dello Stato, prima che si trovasse un - finto, temporaneo e inutile - accordo al Senato. Ora si parla - mediante le dichiarazioni stesse di Obama - di "situazione insostenibile".

E quando una situazione è insostenibile cosa si fa? Si cerca di cambiare strategia, trovandone una che funzioni, oppure si soccombe alla situazione.

Ora, visto che la direzione, la natura, gli obiettivi e i criteri alla base di tutte le decisioni prese sino a questo momento non hanno che peggiorato la situazione economica degli Usa e quella mondiale al suo traino, è facile prevedere che il tutto possa solo che aggravarsi. 

In merito a questa eventualità (eventualità?) abbiamo anche una data piuttosto precisa di un possibile innesco di deflagrazione: l'Estate 2011. Dietro l'angolo.

A quel punto la Fed si troverà a dover prendere la decisione se mettere in opera un Quantitative Easing, e saremo al terzo, di dimensioni enormi, per comperare i Buoni del Tesoro Usa in scadenza o meno. E parliamo di cifre mostruose di denaro, che difficilmente infatti altri Paesi decideranno di comperare. Chi crede davvero più alla salute dei conti degli Stati Uniti?

Stampare moneta e auto-comperarsi debito pubblico - ovvero la tecnica del Quantitative Easing - è però pratica già stata digerita non benissimo dai mercati nel recente passato. Operarla di nuovo, e per di più in dimensioni così colossali come quelle necessarie a breve, innescherà ovviamente forti turbolenze nei mercati internazionali. Turbolenze per usare un eufemismo.

All'inizio dell'anno anche da queste parti, sul Ribelle, parlavamo di anno fondamentale, riferendoci al 2011. Stare attenti su quanto accade al di là dell'Oceano, al solito, permette di avere tra le mani un indicatore piuttosto preciso sulla situazione. Per ora, purtroppo - o per fortuna - i dati che emergono vanno nella direzione inconfutabile della conferma alle nostre analisi.

 

Valerio Lo Monaco

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