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Secondo i quotidiani del 21/04/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Costituzione, si riapre lo scontro”. In taglio alto: “Fuoco sui reporter occidentali in Libia. Consiglieri militari italiani a Bengasi”, con il commento di Antonio Ferrari: Una guerra oscura e quasi dimenticata”. Editoriale di Michele Ainis: “La plastica istituzionale”. Di spalla: “La figura (ambigua) dell’ingrato”. Al centro: “Tremonti agli imprenditori: basta con l’oppressione fiscale”. In un box: “Senza nucleare più gas e carbone”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Costituzione, attacco all’articolo 1”. A sinistra: “Romani: rinvio sul nucleare per verifica Ue” e “Asse con Marcegaglia contro il referendum”. Editoriale di Claudio Tito: “La maggioranza senza freni”. Di spalla: “Ritorno nel Far West archeologico di Pompei”. Al centro: “Donna uccisa nel bosco, svastica sul corpo” e “Veltroni: Casini si allei con noi o Berlusconi rivince le elezioni”. In un box: “L’Italia addestrerà i ribelli, nella battaglia di Misurata muore fotoreporter inglese”.  

LA STAMPA – In apertura a sinistra: “Tremonti: troppi i controlli fiscali sulle imprese” e in taglio alto la foto-notizia: “Libia, colpi di mortaio sui fotoreporter”. Editoriale di Mario Deaglio: “Un Paese senza energia”. In un box: “ ‘Riscrivere l’articolo 1 della Carta’ ”. Al centro: “Gli industriali della Thyssen: ‘Trattati peggio degli scafisti’ ” e in un box: “Donna uccisa, sul corpo una svastica”. A fondo pagina: “Ceroni e Democrazia”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Undici controllori per ogni azienda” e in taglio alto: “Parmalat, Granarolo è fuori. Collecchio resterà in Borsa” e “Il pm: i banchieri Fazio e Consorte vanno condannati”. Editoriali di Giorgio Barba Navaretti: “Il contraccolpo di regole assurde” ed Enrico De Mita: “Solo il confronto salva le riforme”. Al centro la foto-notizia: “La trimestrale Fiat. Dopo la scissione salgono gli utili” e “Accertamenti esecutivi dopo il primo giudizio”. Di spalla: “Ombre cinesi sugli affari italiani” e “Costituzione: Pdl contro l’articolo 1. ‘Il Colle mortifica le Camere’ ”. In taglio basso: “I mercati esteri spingono ordini e vendite industriali” e “Ponzellini: ‘Da Bankitalia scossa utile per Bpm, avanti sulla banca unica’ ”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Scoppia il caso Tremonti”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “L’ora del mal di pancia”. Al centro la foto-notizia: “E il ministro si pente e promette: basta con le persecuzioni fiscali”, “Chi ha paura di cambiare l’articolo 1 della Carta” e “Marchionne? Un fenomeno. Ora però pensi a fare le auto”. Di spalla: “Io voto Lassini e Moratti”. A fondo pagina: “Non stracciamoci le vesti per ‘Habemus Pippam’ ”.  

LIBERO – In apertura: “Fini cameriere di Bersani”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Manca il coraggio di governare”. Al centro la foto-notizia: “Ci penserà Terminator ad ammazzare l’Ue” e “L’Europa ci deve 6,5 miliardi l’anno”. Di spalla: “Se chi ha ragione non è capace di farla valere” e “Il vecchio comunista farà impazzire i finti compagni”. A fondo pagina: “Della Valle allo scoperto: ‘Voglio tutto il Corriere’ ” e “Cinque domande mettono perfino il Papa in croce”. 

IL TEMPO – In apertura: “Bestemmia sinistra”. Al centro la foto-notizia: “Gelmini. Assunzioni, non tagli”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Eppur (qualcosa) si muove”. In apertura a destra: “Ecco ciò che il Quirinale pensa ma non dice sulla magistratura militante”. Al centro: “Così invademmo (piano) la Libia”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Colpire al Colle”. In taglio alto: “Assedio a Misurata, ucciso un fotoreporter”. (red)

2. Ultimi scatti dall’inferno di Misurata

Roma - “Ci vuole poco per morire a Misurata. Ieri – riporta Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - è toccato a un celebre fotoreporter e regista inglese, Tim Hetherington, 41 anni, nominato all’Oscar per il suo film Restrepo, ma soprattutto noto come fotografo di guerra. Con lui sono rimasti feriti altri tre colleghi. L’inglese Guy Martin e l’americano Chris Hondros: quest’ultimo, apparso subito in gravissime condizioni, è spirato dopo ore di coma a causa delle schegge penetrate nel cervello. Il quarto, Michael Christopher Brown, sembra invece meno grave. Le notizie arrivano confuse dalla città assediata. La ventina di giornalisti stranieri che vi si trova in questo momento segnala che i quattro sarebbero stati investiti dalle esplosioni di proiettili di Rpg, le armi anticarro, nella zona che da almeno tre settimane è al centro dei combattimenti tra via Tripoli e via Bengasi. Un incrocio fatto di palazzi semidistrutti, carcasse di carri armati e cingolati bruciati, asfalto fuso dagli incendi, rottami e immondizie dovunque. Con i colleghi della Bbc e della Tv italiana ci eravamo arrivati giovedì scorso per una breve visita sul campo. Avvicinandosi si resta impressionati dalle distruzioni. Una terra di nessuno, dove i combattenti riconoscono dal sibilo delle pallottole se il nemico è vicino, se il colpo è un pericolo o andrà a cadere nei quartieri vicini. Qui è centuplicata la caratteristica centrale che impera sull’intera area urbana: non esiste un luogo veramente sicuro. Bombe e proiettili possono arrivare dovunque e in ogni momento. Era probabilmente inevitabile che qualche giornalista rimanesse colpito. È nella logica delle cose. Da metà marzo, con l’inizio dell’intervento militare Nato in Libia, sono aumentate le navi umanitarie e i pescherecci della resistenza libica che da Bengasi si recano a Misurata. I ribelli – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - sono ben contenti che i giornalisti raccontino della barbarie dell’assedio. Sbarcati al porto (sembra domenica sulla nave organizzata dalla International Organization for Migration per evacuare circa 1.000 lavoratori immigrati soprattutto da Egitto e Sudan), i quattro foto-giornalisti hanno raggiunto la clinica Al Hekma, dove da oltre una settimana operano 7 volontari di Emergency. Qui è possibile dormire nei sotterranei, avere qualche cosa da mangiare, trovare informazioni, parlare con i medici e con i guerriglieri che accompagnano i compagni feriti. Il passo successivo è cercare di raggiungere le zone dei combattimenti più intensi. Per i foto reporter via Tripoli è ormai una tappa quasi obbligata. I pochi abitanti rimasti operano come guide improvvisate tra le macerie, i guerriglieri fanno di tutto per spingerti nei punti più esposti. Negli ultimi giorni sono riusciti a trasportare grandi container pieni di sabbia e piazzarli come barricate per cercare di bloccare i carri armati nemici. Se vi è un attimo di tregua è anche possibile cercare di fotografare gli edifici della Facoltà di Scienze, dove sono appostati i cecchini nemici. La testimonianza è importantissima. Ma il rischio enorme”, conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

3. Istruttori militari italiani per aiutare i ribelli libici

Roma - “Nessuno – scrive Guido Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - vuol mandare truppe combattenti in Libia ma intanto ci si pensa comunque e, nell’attesa, si amplia l’aiuto ai ribelli. Italia e Francia invieranno ognuna 10 addestratori che su uniranno ad altrettanti inglesi. Washington ha invece varato un pacchetto di aiuti che prevede la fornitura di camion, apparati radio, giubbotti anti-proiettile e ambulanze. L’assistenza alla rivoluzione libica è coincisa con il viaggio in Europa di Mustafa Abdel Jalil, leader del Consiglio nazionale di transizione. Reduce dall’importante tappa romana, l’emissario è arrivato a Parigi. Il presidente Sarkozy ha assicurato che la Francia aumenterà il ritmo dei raid, farà il possibile per sostenere l’opposizione e si recherà presto a Bengasi con una visita dal forte impatto politico. L’Eliseo ha poi confermato l’invio degli istruttori che affiancheranno un team di ufficiali — francesi e britannici— che già operano a Bengasi. L’idea degli addestratori è stato subito oggetto di analisi e commenti. Chi si oppone sostiene che è così che iniziato il coinvolgimento americano in Vietnam. I ‘tecnici’ ribattono che si tratta di un’assistenza ridotta ai ribelli che, da qualche giorno, ricevono armi ‘comprate con soldi libici e fornite da paesi amici’ . Sulla possibilità di schierare forze terrestri i governi Nato appaiono contrari. Un no attenuato da distinguo formali e temporali. Londra – prosegue Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - sottolinea che non si possono escludere azioni temporanee e a questo proposito da Cipro segnalano l’arrivo di circa 800 marines inglesi. Fonti francesi sostengono che la questione dovrà essere discussa in sede Onu. Il ministro della Difesa italiano La Russa ha detto che ‘per ora’ non se parla anche perché ha aggiunto i ribelli ‘non lo chiedono’ . Affermazione corretta ieri da un portavoce di Bengasi: ‘Le truppe occidentali sono bene accette se vengono a proteggere la popolazione’ . Gli Stati Maggiori sono consapevoli dei rischi ma temono che il conflitto si trascini all’infinito. Con la sola aviazione — è chiaro — non si sconfigge Gheddafi. Una ‘finestra’ potrebbe essere aperta da quanto avviene a Misurata, città bombardata dai governativi con perdite rilevanti tra i civili. L’Unione Europea ha proposto la creazione di un corridoio umanitario protetto da soldati ma l’Onu ha ribadito che non ve ne è bisogno in quanto gli aiuti riescono ad arrivare. Ma anche qui c’è la solita precisazione. ‘Per ora’ . Tripoli è, ovviamente, contraria: se mandate i soldati sarà l’inferno. Parole minacciose accompagnate da un’altra offerta del ministro degli Esteri Al Obeidi. Una proposta – conclude Olimpio sul CORRIERE DELLA SERA - che prevede cessate il fuoco, elezioni in 6 mesi e disponibilità a discutere del futuro di Gheddafi”. (red)

4. Così invademmo (piano) la Libia

Roma - “Si comincia mandando consiglieri, si finisce invischiati in una guerra lunga. Sir Manzies Campbell, ex leader dei Lib-Dem, - scrive Daniele Raineri su IL FOGLIO - ieri ha visto subito il rischio nella notizia che la Gran Bretagna, ma anche l’Italia e la Francia, stanno mandando istruttori militari per aiutare i ribelli libici a resistere contro le forze di Muammar Gheddafi. ‘Il Vietnam è cominciato con un presidente americano che mandava consiglieri militari. Dovremmo procedere con cautela’. Questo tipo di appoggio è spesso stato il capitolo iniziale di operazioni militari massicce: durante la Guerra fredda, quando non si poteva agire allo scoperto, l’Unione Sovietica fondò tutta la sua geopolitica sull’invio di ‘consiglieri militari’, agguerritissimi contingenti di migliaia di soldati, in ogni area d’interesse dall’Angola a Cuba, dallo Yemen all’Egitto. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, insiste: non si tratta di ‘boots on the ground’, di anfibi a terra, come è sempre evocata alla spiccia l’opzione di una invasione di terra. ‘Ribadisco che non addestreranno le forze libiche a combattere e nemmeno le armeranno o equipaggeranno; sono là per aiutarli a organizzarsi a difendere meglio la popolazione civile. Non andranno sul campo di battaglia, si occuperanno di organizzare strutture di comando. Operiamo nell’ambito di una risoluzione delle Nazioni Unite che proibisce la presenza di qualsiasi tipo di forza d’occupazione in qualunque parte della Libia. La rispetteremo sempre. Non schiereremo forze di combattimento terrestri laggiù. Non è quello che stiamo facendo’. Eppure, la storia dell’intervento occidentale a guida Nato contro Gheddafi è fatta di promesse di neutralità giocoforza non mantenute, di livelli di coinvolgimento progressivi, sempre più intensi e sempre negati come irrealizzabili fino al momento in cui non si sono invece realizzati. Per le strade della capitale dei ribelli, Bengasi, ci sono ancora le scritte ‘No all’intervento straniero, la Libia può fare da sola’. Eppure, dopo avere visto il nemico arrivare alle porte della città, sono stati gli stessi ribelli libici a chiedere prima una zona di non sorvolo aereo e poi i bombardamenti alleati, e poi ancora a insistere per averne di più intensi. Quando li hanno avuti – ma non bastano mai – hanno chiesto forniture di armi più sofisticate – persino di elicotteri – per battere gli uomini di Gheddafi, e ora sembra quasi naturale che arrivino istruttori occidentali per addestrarli. Gran Bretagna, Italia e Francia mandano soltanto dieci consiglieri a testa, ma il nemico incalza. Al largo di Cipro è prevista nelle prossime due settimane un’esercitazione con navi inglesi e 600 commando della Royal Marine, ed è naturale collegare la loro presenza a quanto sta succedendo a Misurata, la città ribelle assediata a poche ore di navigazione. La Sarajevo della Libia minaccia di cedere da un momento all’altro sotto la pressione e i colpi dei gheddafiani. Sembra passato un secolo, - prosegue Raineri su IL FOGLIO - ma anche i bombardamenti che ormai vanno avanti da un mese all’inizio erano stati esclusi dalle opzioni possibili: poi si era dovuta salvare Bengasi e non si è più smesso. Ieri la Casa Bianca ha approvato l’invio dei consiglieri ma ha ripetuto che non intende mandare suoi militari. In realtà, gli istruttori si aggiungono a squadre occidentali già presenti con discrezione sul teatro di operazioni. Uomini della Cia e dei corpi speciali, ma anche semplici tecnici militari che aiutano con le comunicazioni. Nella città di Misurata, dove ieri due giornalisti americani, Chris Hondros (candidato al Pulitzer) e Tim Hetherington (candidato all’Oscar per un suo documentario), sono morti centrati da un mortaio, la notizia dell’arrivo dei consiglieri è accolta con entusiasmo. ‘Vogliamo una forza di protezione qui in città ora’, dice al Times di Londra uno dei membri del Consiglio cittadino, Nour Abdulati. ‘Quando dicevamo che non volevamo l’intervento straniero, Gheddafi non ci stava bombardando con razzi e aerei da guerra. Ora vogliamo vedere francesi e inglesi combattere a fianco dei rivoluzionari libici’. Ismail Tabal, un settantenne in coda per la distribuzione di cibo, dice allo stesso giornalista: ‘Quando? Li vorremmo stasera alle sei’. L’Ue ha detto di essere pronta a mandare un contingente armato di mille uomini per proteggere l’arrivo degli aiuti alla città, e il regime di Tripoli ha fatto sapere che l’azione sarebbe considerata alla stessa stregua di un’invasione. La presenza dei consiglieri stranieri creerà strane mescolanze. Londra spedisce un colonnello veterano della guerriglia nell’Helmand, l’area più violenta dell’Afghanistan, un ufficiale che ha visto mille battaglie contro i talebani e che ora potrebbe finire a lavorare con qualche ex nemico. Tra le file della guerriglia afghana ci sono – c’erano – anche volontari libici. Prima cercavano scampo dai raid della Nato in Afghanistan, ora in Libia forniscono agli stessi aerei le coordinate per bombardare i tank di Gheddafi. Un generale dei rivoltosi ucciso venerdì scorso, Abdul Monem Muktar Mohammed, mentre alla testa di un convoglio di 200 macchine guidava verso Ajdabiya, durante le persecuzioni di Gheddafi aveva cercato protezione assieme con molti connazionali sotto i talebani. Nello stesso letto – conclude Raineri su IL FOGLIO - finiscono anche Londra e Doha. Gli inglesi vogliono alzare il livello di collaborazione con il Qatar, che sta fornendo armi avanzate ai ribelli libici”. (red)

5. “Immigrati, più poteri all’Europa”

Roma - “La Commissione europea – scrive Andrea Bonanni su LA REPUBBLICA - sta studiando di proporre una gestione comunitarizzata delle frontiere esterne e di quelle interne dell’Unione europea. Una ‘discussione di orientamento’ su questo tema si è tenuta ieri durante una riunione del collegio dei commissari che hanno esaminato un documento presentato dalla responsabile per le politiche di ordine pubblico e immigrazione, la svedese Cecilia Malmstrom. Nel testo, la Malmstrom ha sottoposto preventivamente ai colleghi alcune ‘linee strategiche’ su cui intende articolare la proposta che presenterà il 4 maggio, e che sarà esaminata dai ministri dell’Interno della Ue il 12 maggio. A quanto si apprende da fonti vicine alla commissaria, le sue idee hanno incontrato ‘un largo consenso’ da parte del collegio. Dopo la disastrosa gestione dei flussi di immigrati irregolari provenienti dalla Tunisia e sbarcati a Lampedusa, e dopo le polemiche tra i governi francese e italiano, la tesi della Malmstrom è che occorre comunitarizzare maggiormente le politiche dell’immigrazione e la gestione delle frontiere. Una idea che evidentemente trova d’accordo la Commissione, ma che potrebbe non fare altrettanta strada al tavolo dei governi nazionali, che finora hanno rivendicato gelosamente le loro prerogative in materia. Comunque i capisaldi del ragionamento della commissaria sono sostanzialmente quattro. Il primo è che l’Europa ha bisogno di immigrati regolari per sopperire al calo demografico e sostenere la crescita economica. Per questo Bruxelles propone di stringere accordi tra la Ue e i Paesi vicini condizionando una maggiore liberalità nella concessione dei visti ad un impegno degli immigrati ad integrarsi nel Paese che li ospita. Il secondo concetto – prosegue Bonanni su LA REPUBBLICA - è una gestione più armonizzata della sorveglianza alle frontiere esterne, che resterà sempre affidata alle autorità nazionali ma che verrà coordinata e assistita da una struttura potenziata di Frontex, l’agenzia europea per i controlli di frontiera. Il terzo principio riguarda la comunitarizzazione dello spazio Schengen e la possibilità di escluderne temporaneamente un Paese che si trovi a non poter o saper gestire un forte afflusso di immigrati (come è stato recentemente il caso dell’Italia). L’iniziativa di ripristinare le frontiere interne allo spazio Schengen toccherebbe però alla Commissione, e non alla decisione dei singoli Stati membri. Il quarto caposaldo delle proposte della Malmstrom è una gestione comune delle politiche di riammissione. L’impegno dei Paesi vicini a riprendersi gli emigrati irregolari dovrebbe essere una pre-condizione alla concessione di accordi e di aiuti economici da parte dell’Ue e anche questa politica dovrebbe essere gestita a livello comunitario. In realtà molte di queste proposte, se si esclude quella sulla chiusura temporanea delle frontiere interne che sta molto a cuore a francesi e tedeschi, erano da tempo nel cassetto della Commissione. Ma la loro approvazione si è finora sempre scontrata con la scarsa volontà dei governi nazionali a delegare a Bruxelles competenze in questa materia. Resta da vedere se la crisi delle ultime settimane renderà i ministri più malleabili. Qualora i titolari dell’Interno dovessero dare un parere positivo alla riunione del 12 maggio, - conclude Bonanni su LA REPUBBLICA - il dossier finirebbe sul tavolo dei capi di governo al vertice di giugno”. (red)

6. Una mossa che fa risalire la tensione istituzionale

Roma - “‘Carneade! Chi era costui?’ Non citano la frase manzoniana usata per indicare un illustre sconosciuto, ma poco ci manca. Così, - scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA - se il non proprio famoso Remigio Ceroni da Monterubbiano (coordinatore per le Marche del Pdl dopo un passato nella Dc) si è guadagnato ieri un posto nelle rassegne stampa del Quirinale, non ha però conquistato l’onore di un intervento di Napolitano sulla sua proposta per cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Intento dichiarato: declassare e mortificare le prerogative di alcuni poteri come magistratura, Consulta e presidenza della Repubblica ‘per riaffermare la superiorità gerarchica delle Camere’ , visto che ‘al momento non è possibile fare una riforma in senso presidenziale come vorrebbe Berlusconi’ . Un’idea che il suo autore definisce frutto di ‘riflessioni’ personali e che dal Colle è dunque possibile liquidare come l’iniziativa di un singolo parlamentare, tra le molte. In quanto tale, non suscettibile di analisi interpretative né, tantomeno, meritevole di commenti o repliche pubbliche. Capitolo aperto e subito chiuso, quindi, per il capo dello Stato. Se non che, sommandosi a certi strattonamenti più o meno garbati o maliziosi (un esempio l’ha dato Giuliano Ferrara, l’altra sera in tv) o ai gesti eclatanti degli ultimi giorni (su tutti, la faccenda dei manifesti milanesi ‘Via le Br dalle Procure’), la sortita di Ceroni ha il sapore di una nuova provocazione. L’ennesima trovata di una rincorsa polemica che — di fatto— sembra quasi programmata per rinfocolare tensioni sul sistema di equilibri democratici dei quali il capo dello Stato è garante. Non a caso si dice che egli è ‘viva vox Costitutionis’ , con un ruolo di garanzia che lo obbliga anche a ‘proteggere dal conflitto estremo’ . Ma c’è di più. L’ipotesi di riscrivere l’articolo 1 – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA - è una sfida che nessuno si era mai azzardato a lanciare. È la rottura di un tabù: quello dell’intoccabilità della prima parte della nostra Magna Charta, in cui sono delineati i principi generali che si considerano intangibili perché fondativi della stessa struttura della nostra democrazia. Insomma, la pretesa di manomettere la grammatica dei doveri e dei diritti equivale a togliere un pilastro portante del ‘patto che ci lega’ , è come demolire l’intero edificio. Questo dice la dottrina. Anche se è vero che — in linea teorica, ma appunto contro ogni elaborazione dottrinale— una sola revisione sarebbe espressamente proibita (articolo 139) dalla Costituzione: quella tesa a modificare la forma repubblicana dello Stato, divieto fissato per evitare un ritorno della monarchia. Ora, il silenzio del Quirinale sul sasso in piccionaia lanciato ieri da Ceroni lascia pensare che sul testo di riferimento della nostra vita pubblica si può certo discutere, pensando anche a correzioni e aggiornamenti in chiave modernizzatrice, come avviene per l’applicazione di un federalismo sollecitato proprio da Napolitano. Ma giocarci sopra, no”, conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

7. Ciò che Colle pensa ma non dice su magistratura militante

Roma - “Quello che il Quirinale pensa, ma non dice, - si legge su IL FOGLIO - è che dalle sue parti si condivide la stessa insofferenza per una certa magistratura chiodata che Emanuele Macaluso, vecchio amico di Giorgio Napolitano e suo portavoce ufficioso, ha manifestato ieri in un intervista al Corriere della Sera. ‘E Berlusconi?’, ha chiesto Fabrizio Roncone del Corriere a un certo punto del suo colloquio con il neo direttore del Riformista. ‘Berlusconi? Eh… Potremmo parlarne per ore’, ha risposto Macaluso, che poi invece di rispondere alla domanda sul premier ha voluto replicare parlando di qualcosa che considera molto più scabroso: ‘Voglio dirti una cosa a cui tengo: non mi piacciono i magistrati, come il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia, che salgono sul palco insieme ai leader di partito a fare comizi sulla giustizia. I loro comizi, purtroppo, aiutano Berlusconi a sostenere che la magistratura fa politica’. Il presidente Napolitano ha censurato con durezza i manifesti sui giudici brigatisti e ha indirettamente criticato il presidente del Consiglio che aveva definito ‘eversori’ e ‘cellula rossa’ i pm di Milano. Eppure, lo sa Macaluso ma lo sanno anche Rino Formica ed Eugenio Scalfari, il capo dello stato pensa molto male del protagonismo mediatico dei giudici, della loro ideologia evolutiva del diritto, e dei toni da contesa elettorale assunti da troppi magistrati in diverse occasioni nei confronti del centrodestra e del suo leader (ma non solo). In un intervento di fronte al Csm, a giugno del 2009, Napolitano quasi lo disse. Quasi. Tiepide esternazioni pubbliche che risalgono a due anni fa: ‘C’è preoccupazione’ per la crisi di fiducia e del prestigio della magistratura, disse Napolitano. In quell’occasione il capo dello stato invitò i magistrati a ‘una seria, aperta e non timorosa autocritica’ e a riflettere ‘su quanto abbiano potuto e possano nuocere alla sua credibilità tensioni ricorrenti all’interno della stessa istituzione’. Parole inascoltate, quelle del dirigente ex comunista ed ex migliorista che visse in prima persona, non troppi anni fa e sull’onda emotiva di Tangentopoli, la cancellazione dell’immunità parlamentare prevista nell’articolo 68 della Carta costituzionale. Fu l’intero paesaggio parlamentare – prosegue IL FOGLIO - a soccombere per lo sradicamento di quel virtuoso meccanismo di check and balance tra poteri dello stato che oggi anche personalità del centrosinistra come Luciano Violante riconoscono all’origine del conflitto permanente tra ordine giudiziario e potere politico. Eppure, nonostante i suoi silenzi pubblici, il presidente della Repubblica è ‘tradito’ dai propri – interessanti – pensieri. A Napolitano non sfuggono le responsabilità di una certa magistratura politicizzata che inclina a utilizzare la clava delle sentenze per uso squisitamente politico. Eppure non ne parla. Pur avendo in diverse occasioni – più private che pubbliche – lasciato intendere di essere favorevole alla separazione delle carriere, alla riforma della giustizia (purché condivisa), e persino, forse, anche all’inasprimento della responsabilità civile dei magistrati. Alla casta delle toghe si è rivolto, l’ultima volta, ad aprile dell’anno scorso: ‘La magistratura deve recuperare l’apprezzamento e il sostegno dei cittadini. Non può sottrarsi a una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali’. Parole da capo del Csm, - conclude IL FOGLIO - ma non tutti i suoi sottoposti le hanno raccolte”. (red)

8. “Napolitano fa finta di nulla ma non riesco a governare”

Roma - “Tenere Giorgio Napolitano sotto pressione. Puntare il dito contro il Quirinale, accusarlo di partigianeria, per rendergli politicamente molto oneroso l’eventuale rigetto della legge sul processo breve. C’è questo – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - nella strategia di Silvio Berlusconi, nonostante ieri, con i suoi, abbia scherzato sulla provocazione del deputato marchigiano (cambiare l’articolo 1 della Carta) chiedendo chi ne fosse l’autore: ‘Ceroni chi? Il famoso costituzionalista?’. Ma la vicenda di Roberto Lassini, l’aspirante consigliere comunale di Milano inchiodato per i manifesti anti-pm, ha confermato nel Cavaliere tutti i pregiudizi coltivati nei confronti del capo dello Stato. E non a caso, nel lungo vertice di palazzo Grazioli con coordinatori e capigruppo, è stata ieri di nuovo Letizia Moratti a scatenare la rabbia del premier. Colpevole il sindaco di essersi fatta portavoce della denuncia di Napolitano contro ‘uno dei nostri’, ‘ingenua’ per essersi irrigidita fino a minacciare le dimissioni, ‘irresponsabile’ per aver fatto segnare un gol agli avversari. Sull’altro piatto c’era invece la soddisfazione per la puntata di Radio Londra di Ferrara, lodato dal premier per aver detto al presidente della Repubblica ‘con pacatezza ma senza sconti quello che andava detto’. E non c’è soltanto Ferrara: tutti i media berlusconiani hanno infatti spostato immediatamente le batterie contro il Quirinale. Napolitano, scriveva ieri il Giornale, ‘avrebbe dovuto pretendere le dimissioni del segretario dell’Anm’. Così, nonostante il solito Gianni Letta abbia predicato invano moderazione, arrivando a suggerire un incontro tra Berlusconi e Napolitano la prossima settimana (il pretesto sarebbe il rimpastino dei sottosegretari), la richiesta per ora non è partita. ‘Il capo dello Stato fa finta di niente - si lamenta il Cavaliere - ma io non riesco più a governare. Continuano a processarmi per cose ridicole, vorrebbero che mi occupassi solo di questo. È una guerra e l’unico modo per farla finire è approvare la riforma della giustizia’. Il calendario immaginato da Angelino Alfano prevede un primo esame della riforma costituzionale entro l’estate, anche se ieri si è preso atto che difficilmente questo ‘timing’ potrà essere rispettato. A Montecitorio il centrodestra vuole infatti spingere subito sul biotestamento, usando strumentalmente la legge per spaccare il Terzo polo isolando il ‘laicista’ Fini. Ma è sempre la giustizia la priorità per il Cavaliere. Ieri – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - è filtrata la notizia che il governo solleverà conflitto d’attribuzione davanti la Corte costituzionale contro la decisione dei giudici di Milano del processo Mediaset che non riconobbero il legittimo impedimento chiesto da Ghedini e Longo. Una mossa apparentemente a lunga gittata, studiata invece a tavolino per bloccare immediatamente il processo milanese. A palazzo Madama i capigruppo della maggioranza aspettano infatti solo il voto delle amministrative per inserire nel calendario d’aula la legge sul processo-lungo. È quello il veicolo che inoculerà nel palazzo di giustizia di Milano l’ultima ‘poison pill’ immaginata da Ghedini: la sospensione dei procedimenti in ogni caso in cui venga sollevato un conflitto davanti alla Corte costituzionale. Con le regole attuali i giudici possono infatti proseguire nel dibattimento, fermandosi solo sulla soglia del giudizio. Se a giugno sarà approvata la nuova legge, benché solo in un ramo del Parlamento, il Pdl inizierà a reclamare dai magistrati il rispetto della volontà del legislatore, pretendendo che si fermi all’istante il processo Mediaset. Fino alla decisione, inevitabilmente lunga, della Consulta. A questo serve dunque il conflitto d’attribuzione che palazzo Chigi ha sollevato ieri: piantare il chiodo al quale appendere domani la richiesta di congelare il processo a Berlusconi. Questo conflitto aspro con la magistratura non convince tuttavia i capi del Pdl - e non solo Letta e il Carroccio - alcuni dei quali iniziano ora a temere un effetto boomerang sulle amministrative. Una freddezza che il Cavaliere, al netto della posizione della Moratti, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - deve aver avvertito se è vero che ha concluso la riunione di palazzo Grazioli con una frase sibillina: ‘La verità è che sono in guerra perenne con i magistrati e non tutti l’hanno capito. O facciamo la riforma o sarà un fallimento’”. (red)

9. Calderoli: “Chi governa non deve buttarla in caciare”

Roma - Intervista di Marco Cremonesi al ministro Roberto Calderoli sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Di solito è l’opposizione che tende a buttarla in caciara. Chi governa non dovrebbe farlo’ . Roberto Calderoli non nasconde il disagio del Carroccio per i toni del capo della coalizione. Né il fatto che il clima da scontro frontale rischi di compromettere la fisionomia di ‘legislazione delle riforme’ a cui punta la Lega. E così, prendendo le parti di Napolitano, avete avvisato Berlusconi... ‘Attenzione. Noi non è che ci schieriamo da una parte o dall’altra. Ma è evidente che i manifesti sulle Br in procura sono stati un ‘farla fuori dal vaso’. Di qui, il sostegno a Napolitano’ . Solo per i manifesti? Oppure è la strategia d’attacco del premier sulla giustizia che non condividete? ‘Noi siamo convinti che certi atteggiamenti rappresentino un danno anche dal punto di vista elettorale. Non si capisce il vantaggio di dare delle armi alle opposizioni’ . Però, i provvedimenti sulla giustizia alla fine li approvate sempre. ‘Noi partiamo da un punto di vista: questo provvedimento è utile? Se sì, non ci scandalizza il fatto che possa anche essere utile a Berlusconi’ . Ma con queste tensioni è pensabile fare le riforme? ‘È proprio questo il punto. Le riforme non si possono fare in un clima di scontro. Se io avessi dovuto fare il federalismo aizzando la polemica tra destra e sinistra o, peggio, tra Nord e Sud, che cosa sarebbe successo?’ . Calderoli, diciamolo: il feeling con gli alleati non è al suo massimo storico. ‘Capiamoci. Da un lato, se io guardo ai freddi numeri, vedo una maggioranza che tiene e anzi si allarga. Dall’altro, noi continuiamo a lavorare e portiamo a casa i risultati. Suggeriamo al Pdl di fare altrettanto, senza esagerare con le forzature. Detto questo, superate le amministrative e alcuni passaggi giudiziari, la legislatura potrà concludersi felicemente’ . Le amministrative: anche lì, la concordia non sembra regnare sovrana. ‘E perché? La nostra posizione è lineare: nei piccoli comuni, si sceglie sulla base della possibilità concreta di lavorare insieme. Nei capoluoghi e nelle Province, sempre insieme tranne dove il Pdl si è alleato con Udc e Fli’ . A Milano, Letizia Moratti non è ancora riuscita a vedere Bossi al suo fianco. ‘Io penso che ci sarà per la chiusura della campagna elettorale. È un problema che non esiste’ . ‘Se si perde a Milano, salta tutto’ . È una considerazione attribuita al Carroccio. ‘È una considerazione da perdenti. Noi non pensiamo mai ‘se perdiamo’. Certo è che i poteri forti non vinceranno più’”. (red)

10. La maggioranza senza freni

Roma - “In quella che Silvio Berlusconi ormai chiama la ‘guerra’ contro i magistrati, sembra tutto possibile. La maggioranza di centrodestra – scrive Claudio Tito su LA REPUBBLICA - si presenta in Parlamento e all’opinione pubblica sollevata da qualsiasi freno inibitorio. Alla ricerca dell’arma più efficace per vincere la battaglia finale. La Costituzione e le basilari norme del diritto diventano così un intralcio da superare con repentine e fantasiose riforme. E in questa affannosa rincorsa, il centrodestra non ha alcuna preoccupazione di quel che sarà l’assetto istituzionale del prossimo futuro. Anzi, la ‘casa comune’ che ha ospitato l’intera collettività dal 1948 diventa un edificio da abbattere per ricostruirne un altro a immagine e somiglianza della sola maggioranza. Perché tutto è possibile. Diventa possibile persino che un singolo deputato della compagine berlusconiana decida di depositare una proposta di legge al fine di scardinare alla base la nostra Carta fondamentale. Per sovraordinare il Parlamento e quindi il potere legislativo a quasi tutti gli altri poteri dello Stato: a cominciare da quello giudiziario. I magistrati, il Csm, la Corte costituzionale, il presidente della Repubblica diventerebbero tutti soggetti alle dipendenze delle Camere. O meglio alle dipendenze della maggioranza eletta. Il bilanciamento su cui è costruito il nostro sistema costituzionale salterebbe in un colpo solo. E rischierebbe di trasformarsi in quella che Tocqueville definiva tirannide della maggioranza. Farebbe declinare in modo irreversibile il principio della separazione dei poteri che accomuna tutti i sistemi democratici dalla Rivoluzione francese in poi. Certo, il disegno formulato da questo singolo parlamentare del Pdl non è stato avallato dai vertici del suo partito, né dalla presidenza del consiglio. Ma cresce nell’humus che si è formato negli ultimi mesi. Le parole e gli interventi del premier in qualche modo legittimano le iniziative più improvvide. Tutti si sentono titolati a trasformare in atti le sparate da comizio elettorale del capo del governo. Nel Pdl – prosegue Tito su LA REPUBBLICA - tanti si sono convinti di potersi poi giustificare con un semplice ‘lo dice anche lui’. Del resto, anche i manifesti di Milano che equiparavano i pm alle brigate rosse non possono essere derubricati ad avventata campagna denigratoria di un ignoto politico locale. Rappresentano la pedissequa riproduzione dei giudizi espressi da Berlusconi. E nessuno può negare che dopo il recente richiamo del presidente Napolitano al rispetto della magistratura, l’unica voce muta è stata quella del Cavaliere. Un segnale che nel partito di maggioranza relativa tutti hanno recepito come un’autorizzazione preventiva a mettere nel mirino il Quirinale. A limitarne l’azione e l’autonomia. A minacciarne le prerogative. Come ha fatto l’onorevole Ceroni. Non è un caso poi che proprio mentre questo sconosciuto deputato illustrava a Montecitorio la sua bozza di riforma costituzionale, a Palazzo Chigi mettevano a punto un altro stratagemma per difendere il premier dai suoi processi. La presidenza del consiglio ha deciso di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta contro i magistrati milanesi impegnati nel processo Mediaset accusandoli di non aver rispettato il legittimo impedimento. Una mossa che in realtà punta a bloccare anche questo procedimento attraverso una ‘leggina’ da approvare in tempi strettissimi. Che renda obbligatoria la sospensione dei processi in presenza di un conflitto di attribuzione. Senza aspettare la sentenza dei giudici costituzionali. Che, anche loro, figurano nella lista nera di Palazzo Chigi. Nel giro di poche settimane, dunque, il centrodestra potrebbe conquistare la prescrizione breve per far saltare la causa Mills. Contestualmente far passare un emendamento che blocca il processo Ruby e, appunto, quello Mediaset. L’ennesimo escamotage per bloccare le inchieste che lo riguardano, dunque, ma anche l’ennesimo tentativo di compromettere i contropoteri che contraddistinguono ogni democrazia. Perché anche la leggina ‘blocca processi’ è potenzialmente in grado di ridurre o arginare i poteri della Corte costituzionale e della Magistratura. Attraverso l’idea che governare equivalga a imporre il volere della maggioranza ad ogni costo. Nella continua ‘guerra’ contro i pm, quindi, ogni leva viene attivata. E ogni equilibrio viene saggiato. Come se ci fosse il perenne bisogno di verificare la tenuta del sistema, di ricercarne i punti deboli su cui insistere o la crepa da divaricare definitivamente. Sebbene, allora, il conflitto tra poteri sollevato sulla vicenda Mediaset corra apparentemente su un binario affatto diverso rispetto alla proposta di modificare l’articolo 1 della Costituzione, in realtà si muove nello stesso contesto. Ceroni probabilmente, dopo qualche giorno di gloria, tornerà nel limbo dell’anonimato e - prendendo in prestito un’opera di Chagall - diventerà ‘Colui che parla senza dire nulla’. Ma gli scatti che Berlusconi proverà da qui alla fine della legislatura – conclude Tito su LA REPUBBLICA - non terranno contro del pericolo di incrinare il sistema costituzionale di questo Paese”. (red)

11. La plastica costituzionale

Roma - “Potremmo iscrivere alla fiera dell’ovvio – osserva Michele Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - la proposta dell’onorevole Ceroni, benché il Palazzo l’abbia salutata con fragore. Potremmo gettare nel cestino dei farmaci scaduti quest’ultima iniezione ri-costituente. A che serve infatti dichiarare — già nel primo articolo della nostra Carta — che il Parlamento è l’organo centrale del sistema, che per suo tramite s’esprime la volontà del popolo, che il popolo a sua volta designa deputati e senatori attraverso un rito elettorale? Magari può servire a ricordarci che in quel posto lì ci si va per elezione, non per cooptazione, non per nomina d’un signorotto di partito, come c’è scritto nel ‘Porcellum’ . Ma tutto il resto è già nero su bianco nella Costituzione: articoli 55 e seguenti. Basta sfogliarne qualche pagina, dopotutto non è una gran fatica. Le leggi inutili, diceva Montesquieu, indeboliscono quelle necessarie. E infatti almeno un quarto del tempo speso dai costituenti nel 1947 fu dedicato a interrogarsi su quanto avesse titolo per entrare nella Carta, allo scopo di non sottrarle dignità e prestigio. Scrupoli d’altri tempi, diremmo col senno di poi. D’altronde, proprio l’articolo 1, con questa folla di chirurghi plastici che sgomita attorno al suo capezzale, ne è la prova più eloquente. C’è per esempio la proposta — avanzata a turno da Segni e da Brunetta, dai radicali, dallo stesso Berlusconi — d’espellere il lavoro dai fondamenti della nostra convivenza. Parola comunista, dicono: meglio libertà. Anche se la libertà già alberga, come noce nel mallo, nella democrazia evocata dall’articolo 1. Non importa, costruiremo una democrazia al quadrato. E poi, libertà di chi? Del popolo, ovviamente. Sicché potremmo scrivere così: ‘L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul Popolo della libertà’ . Il guaio è che proprio questa parrebbe l’intenzione di Ceroni, nonché dei molti che annuiscono in silenzio. Se non il testo, stavolta fa fede il contesto. Ossia – prosegue Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - la relazione che accompagna la proposta, dove s’alza il tiro contro gli organi di garanzia costituzionale, a partire dal capo dello Stato. Dove si denunciano abusi e prepotenze a scapito della ‘centralità parlamentare’ (a proposito, ma non fu uno slogan degli anni Settanta, i nostri anni più rossi? Si vede che i politici sono diventati un po’ daltonici). Dove infine si disegna un modello di democrazia plebiscitaria. Conviene allora dirlo con chiarezza: così usciremmo fuori dalla Costituzione. Non solo da quella italiana, ma da qualunque altra. Come scrissero i rivoluzionari del 1789, se una società non regola la separazione dei poteri, non ha una Costituzione. Eppure è esattamente questo che ci sta succedendo. La proposta Ceroni è figlia d’un clima che nega il valore stesso delle regole, perché l’unica regola vigente è quella che ciascuno sagoma attorno al suo pancione, come una cintura. Non a caso la parola più abusata è ‘eversione’ , e infatti ieri è risuonata mille volte. Nel frattempo sulla Consulta piovono conflitti come rane (l’ultimo è sempre di ieri). Servirebbe una tregua, una vacanza, un giorno di riposo. Ma intanto – conclude Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - ci servirà l’ombrello”. (red)

12. Ceroni ha una proposta che è meglio non dileggiare

Roma - “La democrazia è fatta così, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - e dispiace per i suoi arcigni e sospettosi protettori dell’establishment, sempre pronti al dileggio. Un deputato di 56 anni, di professione insegnante, laureato in Sociologia, con esperienze di sindaco molto amato dai cittadini, già democristiano e da tempo nell’impresa moderata di Forza Italia e del Popolo della libertà, propone di cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Ne ha facoltà, come si dice in Parlamento. Vuole una definizione identitaria che, salvando il valore simbolico di una ‘Repubblica fondata sul lavoro’ e di una sovranità che ‘appartiene al popolo, il quale la esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione’ (attuale articolo 1), specifichi meglio che la sorgente del potere di fare le leggi è nelle Camere, l’unica istituzione elettiva nazionale depositaria di una titolarità generale (né i magistrati né il capo dello stato e tantomeno i giornalisti sono eletti). Si capisce che nel giro di una opposizione al tiranno in cui pullulano poverelli che vorrebbero, nell’interesse generale, ‘congelare le Camere con un atto di forza dall’alto’, sponsorizzato e imposto da polizia e carabinieri, la Repubblica di Remigio Ceroni, autore della proposta, non piaccia. Quando si fece la Costituzione, erano i comunisti e i cattolici sociali, forze popolari decisive nell’Italia di allora, a spingere per formule sovraniste e parlamentariste contro i liberali, allora piccola minoranza colta, che puntavano sui limiti da imporre alla maggioranza e sul bilanciamento dei poteri elettivi con quelli di garanzia non dipendenti dal consenso popolare. Ora è l’opposto. I postcomunisti e i postcattolici sociali, al laccio della lobby di Repubblica, deridono il Parlamento e chi lo difende, parlando della ‘Repubblica di Scilipoti’, o facendo di peggio, mentre i liberali, diventati partito di massa, si esprimono come allora facevano il Pci e i cattolici popolari. La dittatura della maggioranza è un incubo, inverato in Europa dal socialismo ciudadano di Zapatero, il premier spagnolo per il quale è giusto solo quel che decide la maggioranza del popolo. Ma il tentativo di ‘congelare le Camere’ con le interviste di Asor Rosa e le sentenze della Corte costituzionale, alla fine può produrre, e non è detto che sia un male, la Repubblica di Remigio, - conclude IL FOGLIO il signor Nessuno che ha messo democraticamente il dito nella piaga”. (red)

13. L’incognita Milano e nel Pdl spinte centrifughe

Roma - “Il fatto che una proposta estemporanea di riforma costituzionale avanzata da un deputato del Pdl diventi un caso, - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è sintomo di un nervosismo crescente. Dipende dalla tensione che affiora nel centrodestra in vista delle amministrative di metà maggio; dal timore di entrare in conflitto con Giorgio Napolitano, e insieme dall’irritazione per i paletti istituzionali che il capo dello Stato non rinuncia a mettere; e ancora, dalla sensazione che Silvio Berlusconi e la Lega guardino alle elezioni per il sindaco di Milano come ad un possibile spartiacque per il governo. Di qui la voglia di presentarsi subito dopo Pasqua con una coalizione rimpolpata da nuovi sottosegretari. Ma non è un’operazione facile. Alcune dinamiche centrifughe che si sono messe in moto sono difficili da fermare. Così, dopo i manifesti del candidato Lassini che equiparavano la Procura di Milano alle Brigate rosse, adesso arriva la proposta del deputato Remigio Ceroni per cambiare l’articolo 1 della Costituzione. Scopo ufficiale: dare centralità al Parlamento. Scopo politico: fare in modo che il centrodestra non subisca quelle che definisce ‘ingerenze’ da parte della magistratura o del Quirinale. Il Pdl si affretta a precisare che è una ‘posizione personale’ . Eppure certe prese di posizione sembrano riflettere malumori diffusi nei dintorni di Palazzo Chigi. Quando il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Daniela Santanché, sostiene che il sindaco Letizia Moratti ‘sbaglia’ a porre un aut aut su Lassini, riapre una questione in apparenza chiusa dopo la sua rinuncia ‘irrevocabile’ alla candidatura. E dimostra che nel Pdl l’isolamento dell’aspirante consigliere comunale è assai controverso. Un altro sottosegretario, il leghista Roberto Castelli, accusa direttamente Napolitano di non avere bacchettato l’Anm per alcune critiche al Parlamento. È una situazione in bilico, - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - con effetti elettorali ipotizzati dal ministro Roberto Calderoli. Il centrodestra vincerà a Milano assicura Calderoli. ‘Il problema’ , aggiunge, ‘è solo di vedere se al primo o al secondo turno’ . Eppure non si tratta di una differenza da poco. Passare al ballottaggio, per il governo sarebbe uno schiaffo. Il capoluogo lombardo è la capitale dell’alleanza fra berlusconismo e Lega. E dunque può diventare il riflesso di una maggioranza in affanno su più fronti: giustizia, immigrazione, crisi economica. L’idea del premier di rimettere in sesto il governo tra fine aprile e inizio maggio, e di parlare in piazza il 7, mira a sventare il pericolo e a perpetuare una sorta di magia elettorale. Con la sua presenza, Berlusconi è tuttora convinto di spostare voti decisivi a favore della Moratti. Per questo farà un comizio prima a Milano, poi, in chiusura, a Napoli: due città-chiave per dare significato politico all’elezione del 15 e 16 maggio. Battere in modo netto il centrosinistra significherebbe consentire al governo di insistere su una riforma contestata della giustizia; smentire l’opposizione che considera in parte evaporati i consensi del centrodestra; e affrontare da posizioni di forza uno scontro con la magistratura destinato a non fermarsi. Ma per riuscirci, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - il premier ha bisogno di una compattezza che il Pdl mostra di non possedere più come in passato”. (red)

14. L’ora del mal di pancia

Roma - “Per la prima volta il mal di pancia di alcuni ministri sulla gestione Tremonti – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - esce dal segreto dei palazzi e diventa pubblico. Merito (o colpa, lo vedremo) di Giancarlo Galan, responsabile della Cultura, ex governatore del Veneto. Di stretta fede berlusconiana (fu direttore di Publitalia, la concessionaria Mediaset), Galan è un forzista della prima ora, ed è rimasto sempre fedele a quello spirito del’94 che mal si concilia con tutte le mediazioni che diciotto anni di navigazione turbolenta hanno imposto ai fondatori prima la fusione con An ed ora la coabitazione con i Responsabili. Galan è un liberale puro che grazie all’esperienza di presidente della Regione Veneto non ha perso, a differenza di molti suoi colleghi, il contatto con la realtà. Che in generale al Nord, e soprattutto in Veneto, è fatta di gente che ha scommesso sul berlusconismo come porta aperta verso libertà non da convegni ma vere, concrete, di quelle che toccano persone e imprese. Ovviamente la maggior parte di queste riguardano l’economia: tasse, accanimento fiscale, liberalizzazioni dei commerci e delle attività eccetera. Galan, e non soltanto lui, vede in Tremonti un tappo rispetto al realizzarsi del progetto liberale. Si, c’è la crisi e quant’altro, ma secondo il ministro della Cultura c’è anche una visione politica e culturale di fondo non più conciliabile. Se poi ci aggiungiamo le vere o presunte ambizioni di potere del responsabile delle finanze nazionali, ecco che la misura è colma. Nel problema posto da Galan c’è del vero, - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - anche se personalmente non condivido i giudizi che lo stesso dà su altri compagni di avventura, da La Russa a Cicchitto. Che sul punto principale non abbia tutti i torti lo dimostra un fatto: il centrodestra, nato attorno al berlusconismo, tiene, ma a beneficiare elettoralmente della politica tremontiana, cosa paradossale, non è il socio di maggioranza ma la Lega, partito caro a Tremonti, che ha molti meriti e pregi ma non certo quello di essere un movimento che si inserisce nel solco del liberismo. Il sasso è gettato, aspettiamo l’onda. Conoscendo Tremonti, potrebbe essere uno tsunami. Anche se, guardale coincidenze, proprio ieri il ministro dell’Economia ha annunciato di voler allentare la morsa dei controlli fiscali, che in alcuni casi è una vera persecuzione dei contribuenti. Immaginiamo che parlasse a se stesso, visto che la Guardia di finanza e l’erario dipendevano da lui anche negli scorsi anni”, conclude Sallusti su IL GIORNALE. (red)

15. Galan: “Fermiamo Tremonti, condiziona e fa perdere voti”

Roma - Intervista di Adalberto Signore al ministro Gancarlo Galan su IL GIORNALE: “Tornare allo ‘spirito del ‘94’, ‘rinnovare il partito e la sua classe dirigente’ ed ‘arginare lo spettro di Giulio Tremonti che aleggia su qualunque decisione del governo’. Dopo Marcello Dell’Utri, Giuliano Urbani e Antonio Martino, un altro dei pionieri di Forza Italia auspica che Silvio Berlusconi ‘ritorni ancora una volta a giocarsi tutto’ e ‘rivoluzioni dalle fondamenta un Pdl nel quale è ormai molto difficile riconoscersi’. Sul punto Giancarlo Galan non ha alcun dubbio. Tanto da mettere sul tavolo persino la sua poltrona di ministro dei Beni culturali. ‘Quando parlo di rinnovare - dice - lo faccio tanto seriamente che se il presidente mi chiedesse di fare un passo indietro a favore di un giovane non avrei alcun problema a dire di sì’. Ma perché tanta nostalgia per Forza Italia? ‘Perché è stata un’esperienza unica, originale, fuori dagli schemi e lucidamente folle. E oggi di quei sogni, di quelle speranze e, perché no, di quelle illusioni è rimasto ben poco. Nel ‘94 discutevamo se presentarci solo alle politiche e non alle amministrative facendo di Forza Italia una sorta di comitato elettorale ed oggi siamo arrivati all’estremo opposto: ci siamo ridotti a prendere ordini da politici di professione come Ignazio La Russa e Fabrizio Cicchitto. Detto davvero con tutto il rispetto. Di più. Siamo scesi in politica in nome delle idee liberali e oggi siamo finiti con un governo perennemente commissariato da un socialista come Giulio Tremonti. Che, vorrei ricordarlo, entrò in Parlamento con il Patto Segni e i voti del centrosinistra. E mi pare scontato che un liberale come me non può stare dalla stessa parte di un socialista’. Ministro, non è che sta giocando d’anticipo rispetto ai possibili tagli di via XX Settembre? ‘Ci mancherebbe. Il discorso è ben più ampio. Perché, semi permette, di questo spettro che si aggira sul governo non se ne può più. Io non parlo con Tremonti, io parlo con l’esecutivo nella sua collegialità visto chele decisioni dovrebbero essere collegiali così come responsabilità, meriti e demeriti. Mi spiego...’. Prego... ‘Anche grazie a Tremonti l’Italia non ha fatto la fine della Grecia e questo è senza dubbio un suo merito. Il problema, però, è che fra due anni non possiamo certo fare la campagna elettorale su un argomento simile. Traduzione: con Tremonti si perdono le elezioni ed è per questo che chiedo a Berlusconi una scossa. Perché le elezioni non le perde Tremonti da solo ma le perdiamo tutti noi’. Il ministro dell’Economia, però, dice che di soldi non ce ne sono... ‘Tremonti è spietato ma la sua politica dei tagli lineari equivale a non scegliere. Abbia il coraggio di esporsi, di decidere. Per esempio, dove è finita la battaglia per l’abolizione delle province? Ma davvero c’è qualcuno che crede a Tremonti quando dice che abolendole non risparmieremo una lira? Il punto è che il centro delle decisioni del governo non può stare a via XX Settembre ma deve tornare a Palazzo Chigi. Non è più accettabile che i provvedimenti approvati da tutto il Consiglio dei ministri vengano poi ritoccati e finiscano in Gazzetta Ufficiale modificati nelle cifre e nei contenuti’. Qual è la ricetta per tornare allo spirito del’94? ‘Questo deve chiederlo a Berlusconi. Tornare indietro è possibile, ma può farlo solo lui con il suo genio e il suo estro. Un primo passo è quello di riprendere i pochi punti programmatici della rivoluzione liberale annunciata nel’94. E finalmente realizzarli. Serve solo un Berlusconi che abbia voglia di farlo’. Crede anche lei che uno dei problemi principali del Pdl sia la fusione a freddo Forza Italia-An? ‘Ma ci mancherebbe... Guardi, io parlo della mia terra: in Veneto delle quote 70-30 non gliene frega niente a nessuno. Il problema è di spirito e di uomini. Il dramma è che nel’94 abbiamo iniziato questa avventura contro i professionisti della politica ed oggi professionisti della politica siamo noi. È il mio rammarico, perché se era questo il punto d’approdo avremmo fatto meglio a far fare alla Dc. Per questa ragione dico che dobbiamo rinnovarci e fare spazio ai più giovani. E ne sono tanto convinto che se Berlusconi mi chiedesse di lasciare la poltrona di ministro a una nuova leva non esiterei a dire di sì’. Diamo per scontato che non lo farà. Lei è arrivato ai Beni culturali da poco meno di un mese, da dove pensa di cominciare? ‘Sono tre i provvedimenti a cui sto pensando. Primo: una miglior difesa dei beni archeologici con inasprimento delle pene per chi li depreda, i cosiddetti tombaroli, e chi li vende o compra al mercato nero. Secondo: sgravi fiscali sul modello francese per chi offre un contributo economico alla loro tutela, per esempio finanziando restauri. Terzo: l’estensione della responsabilità civile a chi effettua expertise. Se un antiquario sbaglia valutazione e mi spaccia un Guercione per un Guercino è giusto che paghi di tasca sua’”. (red)

16. Berlusconismo e Tremontismo

Roma - “Il suo nome nel delfinario di Silvio Berlusconi – osserva Mario Sechi su IL TEMPO - non compare mai, eppure, se guardiamo bene quel che ha fatto il governo dal 2008 a oggi, quel nome è la politica dell’esecutivo. L’innominato alla successione è Giulio Tremonti. Piaccia o meno, il Pdl oggi è sintetizzabile così: Berlusconi ha i voti, Tremonti la politica. Il Cavaliere quando gioca al dopo-Silvio non cita il suo ministro più rappresentativo. Le ragioni di questo silenzio sono tante, ma in ogni caso non è detto che sia un male. I due hanno caratteri diversi, in un ciclo virtuoso direi che sono complementari. Berlusconi è un genio del marketing elettorale, un innovatore del costume nazionale, un rabdomante del consenso, un interprete finora insuperato del carattere di un blocco sociale che rappresenta la maggioranza del Paese. Tremonti è l’uomo degli scenari economici, l’escogitatore delle soluzioni che fanno tendenza, l’intellettuale che produce manifesti politici, il professore che non perdona l’errore dell’avversario. Berlusconi non è completamente politico, Tremonti non è certo un talento che si può confinare alla voce ‘tecnico’. Entrambi sono figli del crollo della Prima Repubblica e rappresentano una felice anomalia del sistema italiano. Pensare a uno scenario senza l’uno e l’altro è semplicemente impossibile. Sognare l’uscita completa di scena di Berlusconi è ‘sbagliato, immaginare un Tremonti che non dice la sua nella Terza Repubblica una grave mancanza di sen so della realtà. Il leader carismatico continua a esercitare un magnetismo forte sul corpo elettorale, il superministro è quello che quando parla non dice mai banalità, costringe chi ascolta a pensare. Ricordo bene le profezie e i giudizi su entrambi: Berlusconi? Il fondatore di un partito di plastica che sarebbe finito presto. Tremonti? Il commercialista di Sondrio della finanza creativa e dei condoni. Giudizi infantili, privi di qualsiasi acume politico. Il risultato è che la coppia ha segnato diciassette anni di storia, italiana. Il berlusconismo e il tremontismo sono la stessa cosa. Due volti diversi del medesimo fenomeno sociale. Pensare di salvarne uno e cancellarne un altro – conclude Sechi su IL TEMPO - è una pura illusione”. (red)

17. Manca il coraggio di governare

Roma - “Il programma nucleare – scrive Vittorio Feltri su LIBERO - è stato sospeso o rinviato a epoche più propizie. In altre parole è andato a farsi benedire. Ufficialmente perché bisogna riflettere e raccordare il progetto nazionale ai piani di altri Paesi europei. In pratica perché in questo modo andrà a farsi benedire anche il referendum che, svuotato della materia del contendere, non ha più senso e i promotori (di sinistra) non lo vinceranno. Il governo in questo caso non ha sbagliato sotto il profilo tattico. Per due motivi. Primo. Dopo il disastro in Giappone, la popolarità dell’energia atomica è scesa al minimo storico e, in misura direttamente proporzionale, è cresciuto il terrore per le centrali alimentate dall’uranio. La paura, compresa quella irrazionale, è quanto di più umano. E hai voglia combatterla con argomenti scientifici: non passa. Secondo. Se l’idea nucleare non fosse stata accantonata, Berlusconi o non Berlusconi, sarebbe stata bocciata prossimamente alle urne. Salire sul ring sapendo in partenza di prenderle sarebbe stata un’idiozia. Detto questo, che vale solo per il nucleare (di cui personalmente mi fido nonostante le visioni menagramanti dei catastrofisti), esprimo tutta la mia contrarietà ai metodi adottati dalla politica italiana, di destra e di sinistra, senza distinzione. Metodi che prescindono dai problemi e dalle necessità nazionali. I partiti che legittimamente conquistano la maggioranza e il diritto a gestire la cosa pubblica, anche se sono animati da buone intenzioni, quando si tratta di assumere una decisione fondamentale non si preoccupano se sia utile o no, ma ordinano un sondaggio per capire se essa susciti consenso o dissenso. Se il risultato indica che il gradimento supera la disapprovazione, si procede. Altrimenti, no. Grave errore. Perché governare significa sempre scontentare una parte, talvolta addirittura maggioritaria, degli elettori. Quindi far dipendere l’adozione di un provvedimento dall’esito dei sondaggi – prosegue Feltri su LIBERO - può essere contrario agli interessi generali. Un esempio: aumentare le tasse non genera felicità nei contribuenti eppure spesso è indispensabile se non opportuno farlo. Insomma, se, invece di guardare alle future generazioni, un premier e il suo gabinetto guardano alle prossime elezioni, si incartano e, al termine della legislatura, non saranno premiati dal voto ma bocciati. Perché il giudizio della gente è complessivo e non si limita a una singola legge. Il mugugno più diffuso infatti non si riferisce a ciò che il governo ha fatto, ma a ciò che aveva promesso e non ha fatto. Da anni e anni si parla di riforme che, regolarmente, rimangono lettera morta per mancanza di coraggio e di lungimiranza in chi avrebbe dovuto realizzarle. Berlusconi non fa eccezione. Piuttosto che rischiare di andare in controtendenza rispetto alle indicazioni demoscopiche, si acquatta nell’immobilismo e l’Italia si inceppa. Non si taglia la spesa strutturale, non si smonta l’enorme apparato burocratico, non si eliminano gli sprechi, non si recupera denaro da investire; sicché le imprese, oppresse da lacci e lacciuoli rinunciano ad espandersi e la nostra crescita è la più bassa d’Europa. Sarebbe ingiusto attribuire la situazione di stallo al centrodestra; anche il centrosinistra - o soprattutto il centrosinistra - è responsabile dell’arretratezza italiana in quanto ha spesso improntato la propria politica al più noioso conservatorismo: nel campo del lavoro, in quello del welfare, in quello dell’istruzione, in quello dell’impiego pubblico eccetera. Non cambia mai nulla. Lo Stato continua ad essere un gigante che accumula debito e non si avanza un euro per dotare il Paese di adeguate infrastrutture. Si pretende inoltre di ridurre la pressione fiscale e, al tempo stesso, di spendere nel sociale. Siamo alla logica cretina della botte piena e della moglie ubriaca. Mentre qui sono ubriachi tutti i partiti, talmente intronati da essere perfino autolesionisti. Solo due esempi. Nel Pd l’unico volto nuovo è Matteo Renzi, sindaco di Firenze. Un tipo svelto, lingua sciolta, lontano un miglio dallo stereotipo del dirigente rosso, prammatico e concreto. Ebbene anziché prenderlo in considerazione per svecchiare l’organico e magari puntare su di lui per battere il Cavaliere sul terreno a questi più favorevole, quello della comunicazione, i compagni lo attaccano violentemente pur non avendo una alternativa. Fanno il gioco degli avversari. Felici loro, figuriamoci noi. E che dire della Moratti? Ha litigato con Berlusconi per Lassini (quello dei manifesti ‘Via le Br dalle Procure’) ponendo a Silvio il seguente ultimatum: se non me lo togli di torno, ritiro la mia candidatura. Il Cavaliere le ha sbattuto giù il telefono, però ha dovuto ingoiare il rospo, benché la posta sul piatto sia ingente: la poltrona di Sindaco di Milano che, senza i fan di Lassini in lizza, potrebbe essere preda del candidato progressista, Pisapia. Già, i partiti. Sono attenti a non fare riforme di vitale importanza nel timore di indispettire gli elettori, poi li disgustano con le loro beghe da comari. Peccato, - conclude Feltri su LIBERO - perché la pazienza è in riserva”. (red)

18. Tremonti: basta oppressione fiscale, semplifichiamo

Roma - “Entro la fine di maggio – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - arriverà il decreto del governo con l’attuazione delle prime riforme previste dal Piano Nazionale per la crescita sottoposto a Bruxelles. Le prime misure, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ascoltato in Senato, riguarderanno il nuovo Piano Casa, con la possibilità di demolire e ricostruire gli edifici con un premio volumetrico, l’accelerazione delle grandi opere pubbliche, il credito d’imposta al 90 per cento per le imprese che affidano la ricerca alle Università o agli istituti pubblici, l’istituzione dei distretti turistici balneari. Nel frattempo il governo tenterà di concentrare e operare una regia sull’investimento dei fondi europei per il Sud, ‘che non necessariamente devono essere amministrati dalle Regioni’ , ha detto Tremonti. E per venire incontro alle imprese, il governo promette una nuova semplificazione dei controlli, anche fiscali. ‘Abbiamo un quantum di controlli assolutamente incredibile ed eccessivo con costi come tempo perso, stress e occasioni di corruzione. È un tipo di meccanismo non di pressione, ma di oppressione fiscale che dobbiamo interrompere’ ha detto il ministro dell’Economia, sollecitando proposte al Parlamento. ‘Potremmo trovare un criterio che, fatte salve le esigenze erariali, e fermo il discorso sulla sicurezza del lavoro, riduca il continuo meccanismo di frequentazione delle imprese, per cui vanno via i Vigili urbani e la settimana dopo arrivano gli Ispettori del ministero. Se in Parlamento emergono idee sono benvenute’ ha detto il ministro. Tremonti – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - ha sottolineato anche l’esigenza di ridurre i costi per la quotazione in Borsa delle imprese, che in alcuni casi rasentano ‘la follia’ . ‘Per quotare un’azienda da 80 milioni di capitalizzazione i costi sono dell’ 8 per cento’ ha sottolineato il ministro, osservando che ‘ci sono chance elevate di portare in Italia i capitali, ma devi offrire dei regimi legali e dei livelli di burocrazia assolutamente competitivi. Tremonti si è poi soffermato sul Mezzogiorno. ‘I fondi Ue devono andare alle Regioni, ma non è scritto che debbono essere amministrati dalle Regioni. Devono essere sentite e coinvolte, ma quello è il luogo di arrivo dei fondi’ ha spiegato il ministro. ‘Le idee da riprendere sono quelle della regia nazionale e della concentrazione delle risorse sulle grandi opere’ ha aggiunto Tremonti, invitando l’opposizione e le parti sociali a non fare ‘proteste, ma proposte’. Anche se quelle di riforma del Pd, ha osservato il ministro, non durerebbero ‘dieci minuti’ all’esame di Eurostat, l’organismo che dovrà valutare l’impatto delle riforme sui conti pubblici”, conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

19. Giulio, un dietrofront a caccia di consensi

Roma - “Bene Tremonti. Basta con il fisco che opprime le imprese, cantano in coro Giorgio Guerrini di Confartigianato e un pezzo grosso confindustriale come Alberto Bombassei. Da tempo – scrive Marco Alfieri su LA STAMPA - Giulio Tremonti non strappava applausi al mondo dei produttori. Dopo la nostalgia per la grande Iri e il piatto vuoto delle riforme pro crescita che tanto fa arrabbiare Emma Marcegaglia, le ultime due uscite del ministro sull’accanimento fiscale e i ritardi di Bruxelles (‘cambiamo i trattati, l’Europa sta fallendo’), sono di quelle che galvanizzano la base frustrata delle partite Iva forza-leghiste. Come se l’Agenzia delle entrate non dipendesse dal Tesoro, peraltro. ‘Capiamo la lotta all’evasione, ma Tremonti usa la finanza come Visco’, denunciano da mesi gli imprenditori lombardoveneti. L’emergenza, alla vigilia del voto, vale la faccia tosta: i padroncini lavorano fino a giugno solo per pagare le tasse, molti progettano di espatriare. In America ci sarebbero decine di Tea Party. E poi c’è da lanciare un messaggio al Carroccio, allergico a Bruxelles, rintuzzando la competizione di Roberto Maroni. Nella Lega l’asse con Umberto Bossi tiene ma non tutti si fidano ‘dell’amico del Capo’. Per la prima volta è spuntato un candidato premier alternativo al ‘leghista’ Giulio. Dunque ci voleva un segnale forte. Non è un caso isolato. L’altra sera a Pavia il ministro è tornato ad elogiare il nostro capitalismo di territorio. Otto milioni di partite Iva, ottomila comuni, il ruolo sociale della famiglia e persino l’Inps. Da qualche tempo soffia sul collo dei suoi al Tesoro perché il fondo Pmi moltiplichi le operazioni di capitalizzazione. Insomma dopo un periodo focalizzato sull’economia pubblica, si re-immerge nella piccola taglia del ceto produttivo vessato di cui è stato ideologo. Perché questo ritorno alle origini? Giulio Tremonti è ministro potentissimo ma sincopato. Lo zig zag politico gli riesce facile in un paese dove tutto si arrotonda e nessuno ti chiede mai conto delle posizioni di ieri. È stato antiprotezionista - ‘il protezionismo fa tornare l’Europa di Kaiser e Zar’ - ma anche, più recentemente, a favore dei ponti levatoi contro l’invasione cinese e lo shopping francese. E’ stato un partigiano dell’Europa intergovernativa ma anche, da qualche tempo, pasdaran del federalismo comunitario. Almeno fino a ieri, quando è tornato bossianamente a criticare Bruxelles. E’ stato il testimonial della ‘rivoluzione liberale’ berlusconiana contro la sinistra del ‘vampiro’ Visco ma anche, via via, - prosegue Alfieri su LA STAMPA - critico del libero commercio (di sponda con il localismo leghista) e censore di chi vorrebbe tagliare le tasse a dispetto dei conti pubblici: ‘la sapete, vero, la storia di quel signore che entra al bar e offre da bere a tutti ma poi, al momento di pagare, dice fate voi...’. E si potrebbe continuare con i distretti, il sud, i derivati e i paradisi offshore. Se c’è un filo comune, in questa rapsodia, è l’ambizione di sistema alla vigilia della stagione post berlusconiana. Non avendo esercito, il ministro deve appoggiarsi sui voti del Carroccio e insieme costruirsi una tecnostruttura nelle banche, nella finanza e nelle controllate pubbliche. Vagheggiare l’Iri e la Mediobanca di Cuccia vuol dire anche questo: una scatola in cui blindare le partecipazioni strategiche italiane e un fondo strategico capace di sorvegliare quel poco di argenteria industriale rimasta, usando la Cdp guidata da Giovanni Gorno Tempini. Ma per farlo occorre coprire tutte le posizioni. Nell’ultimo giro di nomine Tremonti si è rinforzato sconfiggendo il partito di Gianni Letta: ha piazzato Paolo Colombo all’Enel e promosso Giuseppe Orsi in Finmeccanica. Nelle banche, dopo il grande freddo sui Tremonti bond, può contare su una serie di manager tremontiani, convinti o per necessità: Ponzellini in Bpm, Mussari in Mps, Ghizzoni in Unicredit (con Gotti Tedeschi dello Ior ha rapporti di stima intellettuale). Ma insieme si copre sul fronte ‘mercatista’ con l’amico Domenico Siniscalco, che da Assogestioni infila consiglieri indipendenti nei cda dei grandi gruppi (Generali, Telecom, Eni), scompigliando gli eterni giochi di relazione del capitalismo italiano. Insomma una strategia avvolgente. Politica e salotto buono. Partite Iva e capitalismo di stato. Passando per l’asse strategico con Giuseppe Guzzetti, grande capo delle fondazioni bancarie. E per il canale con la finanza ‘bianca’ di Giovanni Bazoli attraverso il grande tessitore di Fondazione Cariplo e Gorno Tempini ‘in prestito’ da Brescia - e la variante piemontese di Fabrizio Palenzona. Uscito il berlusconiano Geronzi da Generali, - conclude Alfieri su LA STAMPA - dalla prossima partita in Mediobanca si capirà se tra questi ‘power broker’ sarà più cooperazione o competizione”. (red)

20. L’elogio temperato di Bankitalia al piano Tremonti

Roma - “‘La strada è giusta’: per Giulio Tremonti e il Documento di economia e finanza (Def) – scrive IL FOGLIO - il riconoscimento è giunto ieri dall’audizione del vicedirettore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. ‘Il piano di consolidamento delle finanze pubbliche è ambizioso. Il contenimento della dinamica della spesa svolgerà un ruolo determinante: l’entità della correzione rende necessario intervenire su tutte le principali componenti’, ha detto Visco, che ha promosso come ‘incoraggianti i risultati del 2010, con deficit risultato inferiore all’obiettivo e la spesa primaria in forte rallentamento, cresciuta meno dei prezzi al consumo’. Non solo: ‘I programmi del Def appaiono coerenti con le regole europee. Soddisfano il vincolo per la riduzione del debito nell’ambito della riforma della governance’. L’uomo di Bankitalia più vicino a Mario Draghi per le questioni di finanza pubblica non ha modificato la stima di 35 miliardi sulla correzione da apportare fra il 2013 e il 2014. Ma la previsione è basata sulla matematica e sul percorso che conduce al pareggio di bilancio nel 2015 stabilito e condiviso a livello europeo: ‘Per conseguire gli obiettivi il Def valuta che siano necessarie misure correttive nel biennio per 2,3 punti percentuali di prodotto interno lordo’. Visco promuove anche l’annuncio tremontiano di indicare già a settembre i campi di intervento sulla spesa: ‘Ciò potrà ancorare le aspettative degli operatori, contenendo i rendimenti dei titoli pubblici’. Le parole di Bankitalia si accompagnano a un nuovo attivismo del ministro dell’Economia su fisco e sviluppo. Ieri, sempre in Parlamento, - prosegue IL FOGLIO - mentre il presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, dichiarava che le riforme fatte non sono sufficienti per stimolare la crescita, Tremonti ha invece promesso agli imprenditori ‘una minore oppressione fiscale’ per via legislativa. ‘Il sistema è eccessivo per costi, tempo perso, stress, e occasioni di corruzione. Potremmo immaginare una qualche tipo di concentrazione, salve esigenze di controllo erariale, e ridurre il continuo controllo. Ne va via uno, e dopo un po’ arriva il vigile urbano. Ci abbiamo iniziato a lavorare’. Quanto alla crescita, ‘sicuramente dobbiamo fare e possiamo fare di più. Ma siamo all’1,3 per cento, come la Gran Bretagna, però con meno della metà del deficit’. Le prime norme pro sviluppo ‘riguarderanno nei prossimi giorni il meridione, le opere pubbliche, le semplificazioni amministrative, l’edilizia privata, la riduzione dei costi per le imprese’. Poi verrà il fisco, ‘anche se non è una riforma facile’. Dopo le iniziali critiche della Confindustria, lo stesso fronte imprenditoriale sta cambiando toni. Diana Bracco, membro del Comitato di presidenza di Viale dell’Astronomia, giudica positivamente i finanziamenti alla ricerca annunciati da Mariastella Gelmini per complessivi 3,1 miliardi. Per il 2013, il Def fissa all’1,53 per cento del pil gli investimenti pubblici in ricerca (oggi allo 0,56) grazie a un credito d’imposta del 90 per cento. E Tremonti – conclude IL FOGLIO - rilancia una sua vecchia proposta, la vendita di immobili pubblici per abbattere il debito: ‘Nel pieno della crisi non c’era la possibilità di montare uno strumento che raccogliesse i beni per metterli sul mercato. Ora possiamo riprendere quel discorso: ma prima lo devi fare, poi lo puoi scomputare dal debito’”. (red)

21. Monti: sui piani per la crescita governo colmi ritardo

Roma - “Per adesso – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - è un’occasione persa. Nel merito, perché le riforme contenute nel Piano nazionale varato dal governo sono ‘eterogenee’ , ‘poco coerenti’ e slegate da una visione d’insieme. Nel metodo, perché la preparazione del piano da sottoporre al giudizio e al monitoraggio di Bruxelles avrebbe dato finalmente ‘alle parti sociali e alla classe dirigente del Paese la possibilità di una seria riflessione sul futuro’ . Invece si è perso tempo e così, secondo Mario Monti, è venuto fuori un Piano nazionale poco ambizioso, un po’ confuso e con ‘una scarsa articolazione operativa’ . L’impostazione è quella del ‘piano dell’ultima ora’ , sottolinea il presidente della Bocconi ed ex commissario europeo, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato che lo ascoltano sul Programma di stabilità ed il Piano di riforme. ‘Sui conti pubblici il ministro Tremonti è riuscito con un’azione attenta, vigile e ritengo anche politicamente costosa, a tenere la barra dritta. Ma con altrettanta franchezza devo dire che la politica per favorire la crescita dell’economia è stata carente’ ha detto Monti. ‘C’è sollievo, ma se nel Paese prevale il convincimento di aver attraversato la crisi meglio degli altri il tutto diventa preoccupante. I problemi della crescita in Italia — ha detto l’ex commissario Ue — sono molto seri e non possono essere trascurati’ . Invece, dopo il ’ 97, la stagione delle riforme si è fermata: ‘Nei governi di centrosinistra e di centrodestra non c’è stata la necessaria coesione sull’obiettivo di fare dell’Italia una grande economia di mercato, anche se regolata da un potere pubblico forte’ . Lo sforzo in atto per riprendere il filo è ‘apprezzabile’ . Ma, avverte Monti, serve anche coerenza. ‘Una certa parte della maggioranza, fino a pochi anni fa, si scagliava contro gli eccessi di regolamentazione della Ue. Se questo pressing sulla Commissione lo fa un governo, gli altri si chiedono perché quel governo non interviene in Consiglio per frenare la produzione normativa. O perché non faccia altrettanto in casa sua’ ha sottolineato il professore. Sottolineando con evidente perplessità la volontà del governo di modificare l’articolo 41 della Costituzione perché altrimenti non si può ridurre la burocrazia, ‘quando addirittura esiste già un ministero della Semplificazione’ . Ci sarebbe voluta un po’ più di coerenza – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - e meno estemporaneità anche per affrontare la politica industriale e quella della concorrenza. Quel Piano, secondo Monti, sarebbe stata la sede giusta per ragionare ‘sull’italianità delle imprese’ , sull’energia nucleare (‘Un mese fa chi si opponeva era oscurantista, e oggi, mentre la Ue affronta la questione pragmaticamente, da noi prevale il tuziorismo’ ), sulla spinta da dare alla concorrenza (‘La legge annuale sul tema era un buono strumento, ma se ne sono perse le tracce’ ). Qualche perplessità, infine, c’è anche sulla riforma fiscale, perché ‘alleggerire l’imposizione sul lavoro non significa spostare il peso dalle imposte dirette a quelle indirette, che semmai hanno un connotato di regressività’ . E sulla regia delle riforme da presentare alla Ue. Che per funzionare, secondo Monti, deve vedere in prima fila direttamente il premier”, conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

22. Giustizia, premier insiste, ma spunta ipotesi trattativa

Roma - “Quando immagina il tabellone elettronico di Montecitorio che certifica il primo voto sulla riforma costituzionale della giustizia gli si accendono gli occhi. Se poi immagina il presidente della Camera che legge l’esito del voto – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - gli si dipinge sul volto un sorriso di compiacimento quasi estatico. Ormai Berlusconi sembra avere un solo obiettivo primario: poter dire agli italiani, e al mondo intero, che ha riformato l’ordinamento giudiziario italiano, che ne ha cambiato i tratti ormai obsoleti decisi dai padri costituenti, che è riuscito a fare dei pm dei pubblici funzionari come gli altri. Nel vertice di maggioranza ieri il Cavaliere poneva la riforma costituzionale della giustizia un gradino sopra tutti gli altri obiettivi, dal cambiamento del fisco al voto amministrativo sino alle altre riforme che la maggioranza insegue. E per farlo distribuiva ai capigruppo e ai coordinatori del partito dati statistici sui suoi processi, le sue assoluzioni, la sua storia di guerra permanente con le toghe, in veste di vittima e perseguitato. Se per qualcuno è un’ossessione legittima, giustificata dalla sua storia, c’è però nel Pdl chi racconta una storia diversa e ovvero che la riforma tanto promessa alla fine potrebbe servire, come in altri casi, oltre che per fare campagna elettorale, solo per ‘trattare’ qualcosa. Si fa riferimento alle parole del capo del governo, così come a quelle del Guardasigilli, che in alcuni casi sembrano convinti di un’approvazione definitiva (con doppia lettura) in questa legislatura e in altri sembrano più indecisi, preferendo ragionare sugli effetti deterrenti del tema, e spendendo il verbo ‘incardinare’ , in Parlamento, piuttosto che altri. Ieri nel governo si discuteva sottovoce e senza indicazioni precise di altre inchieste in arrivo, pronte a colpire il mondo berlusconiano. E si discuteva del fatto che il processo Mills è tenuto in vita dai magistrati solo per rincorrere una sentenza di primo grado, pur sapendo tutti, in Procura, a Milano, che si tratta comunque di un binario morto, causa prescrizione. In questa cornice – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - alcune letture della riforma della giustizia, pur senza un’approvazione definitiva, servirebbero come deterrente di velocità. Nel vertice di ieri sembra non ci sia stato alcun accenno alla proposta di legge per riformare l’articolo uno della Costituzione. ‘Ci occupavamo di cose più serie’ , ha chiosato Maurizio Lupi. Fra queste c’erano l’allargamento del governo, i temi della campagna elettorale, che vedranno il premier impegnato sia a Milano che a Napoli e infine ovviamente la giustizia. ‘Abbiamo il dovere di fare la riforma, visto che la maggioranza è compatta e deve dimostrare di poter cambiare le cose, il primo voto dovrà essere entro l’estate’ , avrebbe ribadito il premier. Mentre qualcuno nel governo – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - rinveniva un parallelo amaro: ‘I pm inseguono condanne di primo grado e il nostro insegue una riforma da far passare in prima lettura’”. (red)

23. Veltroni: “Casini si allei con noi o Berlusconi rivince”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis a Walter Veltroni su LA REPUBBLICA: “Per Walter Veltroni la prima scelta resta il governo di decantazione, proposta lanciata insieme con il senatore del Pdl Beppe Pisanu. ‘Siamo costretti a cercare una soluzione che dia la garanzia della fine del berlusconismo. E avvii una fase simile a quella della ricostruzione post bellica’. Quali sono le alternative? ‘La prosecuzione del governo Berlusconi, ossia un disastro per l’Italia. E le elezioni anticipate. Siamo sicuri che un nuova campagna elettorale uguale alle precedenti e dall’esito incerto possa risolvere i problemi?’. Casini e Bersani hanno archiviato l’esecutivo di transizione e puntano dritti al voto anticipato. Stanno sbagliando tutto? ‘No. Però mi piacerebbe che la richiesta di elezioni avvenisse contestualmente all’impegno comune per costruire in campagna elettorale uno schieramento di forze largo e sicuramente vincente. Chiedere le elezioni per andare separati rischia di creare le condizioni in cui Berlusconi torna a essere il vincitore. Si ripeta cioè l’errore del ‘94. E in condizioni drammatiche come quelle prodotte alle accelerazioni e dalla forzature di Berlusconi, compresa quella annunciata sulla legge elettorale del Senato’. I sondaggi dicono che anche la coalizione Pd-Idv-Sel avrebbe la meglio sul centrodestra. Vendola nell’intervista a Repubblica propone infatti un patto di consultazione tra queste forze. ‘Ho visto i sondaggi. Dicono che il centrosinistra prevale di mezzo punto percentuale. Ma vanno considerati alcuni particolari. Nei sondaggi loro sono spesso sottostimati rispetto a noi; sempre più gente si vergogna di ammettere il voto per il Pdl; Berlusconi ha dimostrato una capacità di recupero nelle campagne elettorali. Non possiamo più permetterci di rischiare. Dobbiamo trovare la strada che garantisca la chiusura della stagione berlusconiana e non la sua riproposizione. Questa garanzia viene da un governo di decantazione o da un’alleanza elettorale di tutte le forze politiche che stanno insieme per un percorso di transizione, poi tornano a dividersi in un bipolarismo maturo e civile. Questo Paese è stanco, ha di fronte sfide difficili, come quella di risanare il bilancio - e nel 2013 ci vorrà una manovra durissima - e evitare l’impoverimento del lavoro e dell’impresa’. E le ambizioni del riformismo italiano dove finiscono? ‘La fine di Berlusconi e della sua cultura ci saranno solo quando gli italiani avranno la percezione che comincia una fase nuova. Come succede negli Usa o in Gran Bretagna. Abbiamo il dovere di trasmettere il senso di un ciclo storico, una ennesima pagina della malattia del populismo, che si chiude. Per riuscirci è necessario che scenda in campo il riformismo’. Un governo di passaggio non è la summa dell’antiberlusconismo? ‘Non è così. Superare Berlusconi significa liberare la vita pubblica del Paese. Non è un obiettivo di poco conto. Se è possibile farlo già oggi con un governo che marchi una netta discontinuità con il passato, attenui il clima di odio e faccia la riforma elettorale, per me è la soluzione migliore. Del resto è la proposta che il Pd ha avanzato più di un anno fa. La prosecuzione del governo Berlusconi sarebbe un disastro. Napolitano gira per l’Italia e per il mondo dando del nostro Paese l’immagine positiva della sua grandezza. Ma come Penelope lui tesse una tela che si sfascia ogni volta che il premier apre bocca. L’altra strada sono le elezioni anticipate. Temo però che invocare il voto non faccia altro che ingrossare le fila dei responsabili. Altra cosa è delineare la possibilità di un esecutivo non di ribaltone guidato da una figura che comunichi un senso di sicurezza al Paese come fu Ciampi e porti a una transizione morbida verso una vera Seconda repubblica’. Va esclusa la possibilità di una sua ricandidatura a Palazzo Chigi? ‘Escludo che se ne debba discutere adesso. Il grande difetto del centrosinistra di questi ultimi anni è aver concentrato il confronto sui nomi. Ne sono stati divorati decine. È un chiaro elemento di fragilità. Ma non si può più giocare. Questo è il tempo di pensieri lunghi, per usare le parole di Berlinguer’. Il clima di odio è alimentato anche da Asor Rosa? ‘Certo. L’idea di congelare la democrazia per salvarla è pericolosa. Come lo sono le minacce dei tassisti milanesi all’assessore regionale del Pdl, come lo è quel manifesto che accosta le Br alle procure, come lo è l’incredibile silenzio di Berlusconi su quell’episodio. Perché il Paese vuole bene a Napolitano come ne ha voluto a Ciampi e Scalfaro? Perché li vede come elementi di unità, perché non si piegano alla logica della politica spettacolo. Dovremmo ispirarci a questa politica piuttosto che a certe trasmissioni tv dominate dagli urlatori’. Movimento democratico, la sua area, ha criticato la segreteria Bersani per i sondaggi che inchiodano il Pd al 25 per cento. Ora c’è un lento recupero. ‘Il Pd ha preso il 33,4 per cento nelle condizioni più difficili, dopo la travagliata esperienza del governo Prodi. Se abbiamo raggiunto quella soglia nel 2008, in un momento più vantaggioso non possiamo accontentarci. Esiste un elettorato potenziale per il Pd che si aggira intorno al 42 per cento. Dobbiamo guardare a quell’obiettivo. E io ho fiducia che si possa raggiungere’. Un Partito democratico che vuole tenere insieme opposizione parlamentare e piazze è in grado di puntare a quella cifra? ‘Le piazze vanno benissimo. Ma poi il discorso pubblico del Pd deve scegliere alcuni temi-chiave. Faccio degli esempi: la fine del precariato con la proposta Ichino; le politiche per far diventare il Pd il più grande partito ecologista italiano; la scelta inequivoca di scuola, università, ricerca e cultura come volano del Paese; una politica più lieve, partiti più leggeri’. Alle amministrative il Pd può dare una spallata a Berlusconi? ‘Spallata è un’espressione che mi fa orrore anche perché i teorici delle spallate spesso finiscono in ortopedia. Certo, questo test può avere effetti rilevanti, ma i cittadini vanno a votare per il sindaco, cioè per la persona che più influisce sulla loro vita. Sbagliare scelta significa vivere peggio’. È possibile un’alleanza con il Terzo polo al ballottaggio? ‘Me lo auguro. A Napoli tra il candidato sostenuto da Cosentino e Morcone i centristi non dovrebbero avere dubbi. Vedo però che il Terzo polo rivendica un ruolo autonomo. Così torniamo alla logica dei due forni, dei governi contrattati. Invece il futuro del Paese sta in un bipolarismo virtuoso. Per averlo penso sia necessaria una fase di passaggio. Ma come ho detto la fine del berlusconismo ci sarà solo se emergerà una vera e nuova alternativa riformista. Una sfida per togliere al Paese paura, immobilismo e odio affermando innovazione, speranza e spirito di comunità’”. (red)

24. Timori che la Moratti non passi al primo turno

Roma - “No che Berlusconi non è contento dei sondaggi, - scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - sebbene dal vertice di ieri abbia fatto trapelare il proprio ottimismo sul risultato delle Amministrative, annunciando che ‘a Milano vinceremo’ . Ci mancherebbe altro. Un’eventuale sconfitta nel capoluogo lombardo provocherebbe serie ripercussioni su scala nazionale, mettendo a repentaglio la fragile stabilità su cui si regge il suo governo. Così stanno le cose, altrimenti il premier non si sarebbe affrettato a sostenere pubblicamente che la sfida all’ombra della Madonnina ha ‘un valore politico’ . E c’è un motivo se il Cavaliere si è spinto fino a questo punto, sono i numeri dei rilevamenti milanesi a preoccuparlo, perché ‘vanno male’ , come ha confidato dopo aver analizzato i report sulla sua città. I dati parlano chiaro: le liste di centrodestra sono quotate al 52,8 per cento, mentre la Moratti non va oltre il 50,6 per cento. È vero che il candidato del centrosinistra, Pisapia, è staccato di oltre dieci punti, ed è altrettanto vero che pesa l’assenza nella coalizione dell’Udc e di quel pezzo di Pdl confluito nel Fli. Ma sono proprio i numeri della Moratti a renderlo inquieto. A parte il margine di errore nei sondaggi, che non può quindi escludere un valore reale nelle urne sotto la soglia del 50 per cento, di solito è il candidato a sindaco a sopravanzare le liste nelle percentuali, specie se si propone al secondo mandato. Stavolta non è così, e l’anomalia ha indotto Berlusconi a dire che la Moratti ‘non tira’ . La ‘lettera ai milanesi’ e il comizio di chiusura saranno un additivo che il Cavaliere userà per tentare di chiudere la sfida già al primo turno, evitando in questo modo la lotteria del ballottaggio e l’onta politica di non essere riuscito a sconfiggere subito il centrosinistra (e il terzo Polo) nella propria enclave: si tratterebbe di un segnale preoccupante, se proiettato sulle Politiche. Già la sua presenza in lista e il primo ‘assaggio’ di campagna elettorale – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - hanno prodotto dei risultati, se è vero che il candidato al comune ‘Berlusconi Silvio’ ha portato un beneficio calcolato in 2-3 punti per il Pdl, risalito dopo tanto tempo nei sondaggi a Milano sopra quota 30 per cento. Ma non basta. Il premier deve tenere Palazzo Marino e strappare al Pd la roccaforte di Napoli (dove terrà l’altro comizio di chiusura) per poter cantare vittoria alle Amministrative e blindarsi definitivamente a Palazzo Chigi. La strategia elettorale, già dispiegata, è la riproposizione del solito, vecchio schema: scontro frontale con la magistratura e referendum sulla propria persona. Ecco cosa vuol dire Berlusconi quando spiega che ‘io ci metto la faccia’ , ecco il motivo per cui è entrato in rotta di collisione con la Moratti sull’incredibile vicenda dei manifesti di Lassini contro la Procura di Milano. Il premier è certo che anche stavolta avrà ragione, confortato nella sua tesi dal coordinatore del Pdl, Verdini: ‘Scommettiamo che Lassini prenderà più voti di tutti?’ . È evidente l’ambiguità del Cavaliere sui cartelloni che hanno provocato la dura reazione di Napolitano, così com’è evidente che l’operazione rischia di avere un costo pesante sul tavolo nazionale. Si tratta di un pericoloso gioco d’azzardo, ma s’intuisce il timing nell’agenda politica del premier: prima vengono i successi a Milano e Napoli, poi il redde rationem a Roma. Ecco perché l’esame al Senato del processo breve— che gli eviterebbe la sentenza sul ‘caso Mills’ — è stato spostato dopo le Amministrative: non è tanto per calcolo elettorale, bensì per evitare di guerreggiare su due fronti. Di emergenza in emergenza, così Berlusconi cerca di andare avanti. Una mossa alla volta, nel tentativo di comporre un puzzle complicato dalle troppe promesse fatte prima (e dopo) il 14 dicembre, quando la sopravvivenza del governo era appesa ai voti della Camera: ‘La lista dei sottosegretari in pectore è così lunga— racconta un autorevole ministro — che non basterebbero un centinaio di posti’ . Per ora ha garantito ai Responsabili che ne sistemerà qualcuno. Dopo si vedrà. Nel frattempo gli serve vincere a Milano e Napoli, e per riuscirci cercherà — attraverso il Parlamento — di riconquistarsi le simpatie dei cattolici con la legge sulla bioetica, e quelle degli industriali con un intervento legislativo da varare prima delle assise di Confindustria a Bergamo del 7 maggio. Un provvedimento ‘a costo zero’ , ovviamente, per non urtare Tremonti. Fosse l’unico problema...”, conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

25. Perché la Moratti può perdere Milano

Roma - “La caricatura dei sanbabilini del terzo millennio – scrive Alberto Statera su LA REPUBBLICA - irrompe nella sala del Pontificio Istituto delle Missioni Estere, affollato a sera di 500 scout cattolici, mentre flebile dal palco Letizia Moratti recita la pallida caricatura del riformismo meneghino ai tempi del feudalesimo berlusconiano. I ragazzi in platea non si spaventano, ai neofascisti nerovestiti gridano: ‘buffoni, buffoni!’. Giuliano Pisapia e Manfredi Palmeri, candidati rispettivamente del Centrosinistra e del Nuovo Polo centrista destinati a darsi la mano se il 15 maggio si andrà al ballottaggio contro un berlusconismo che dovrà finalmente misurarsi con i suoi eccessi, si guardano interrogativi rigirandosi tra le mani il volantino neofascista che recita: ‘1 milione+6 milioni per la campagna elettorale tanto loro la crisi non la pagano-Vota FN Mantovani sindaco’. Intristisce Palmeri pensando al suo nanobudget terzopolista, sorride mesto Pisapia, che forse viaggerà verso un finanziamento elettorale di meno di un milione che il Pd ancora malfidente fatica a rimpolpare, pensando non ai 6 milioni che donna Letizia spese nel 2006, ma ai 20 che stavolta dicono abbia in scarsella. Il marito Gianmarco è generoso, tanto che Tremonti alla richiesta dei denari per quella sarabanda dell’Expo 2015 la fulminò: ‘Letizia, il governo non è tuo marito!’. Ma il 15 maggio a Milano non si giocano più le ambizioni politiche familiari di un potente clan petrolifero o la vittoria del candidato vendoliano che alle primarie ha sconfitto il candidato ufficiale sorprendendo come al solito la nomenklatura democrat. Si gioca assai di più: l’apertura della breccia che può davvero compromettere la stabilità del bastione berlusconiano, fatto di un cemento che mescola affarismo, leghismo, ciellismo, avventurismo, complottismo, trasversalismo del malaffare, in una caduta generale della capacità d’indignarsi di quella che fu la capitale morale. Ciò che secondo Bobo Craxi, che pure ha naturalmente una lettura benevola delle vicende paterne, fa ormai di Milano ‘una città senz’anima, tutta persa nelle baruffe immobiliari , perché quando non c’è più la politica confliggono soltanto gli interessi’. Concorda in qualche modo Bruno Tabacci, che avrebbe potuto essere il candidato di tutte le opposizioni e che forse ci fece un pensierino quando Corrado Passera di Banca Intesa gli disse:’Bruno candidati, è arrivato il tuo momento’: ‘Gli anni Sessanta e Settanta a Milano – dice - furono duri. Scorreva il sangue, altro che i neosanbabilini di oggi. Ma c’era una società aggregata, socialmente stabile, uno spirito civico solido, una cultura di civismo di cui nella disintegrazione di questi anni non si vede più traccia, in un’assenza di sogni e in un pozzo di amarezza che rende i milanesi indifferenti e passivi, ormai persino incapaci d’indignarsi’. Una sorta – prosegue Statera su LA REPUBBLICA - di ‘introversione regressiva’, come qualcuno l’ha chiamata, di fronte allo spadroneggiare delle lobby neofeudali in lotta tra loro per la contesa di quote di potere: le Fondazioni bancarie, la Scala, la Fiera, l’Expo, le aree edificabili, gli appalti, i tunnel, la sanità. I plenipotenziari berlusconiani, da Bruno Ermolli in giù, che con tratto padronale impongono arroganti i loro diktat e i loro ciambellani. I ciellini che costruiscono instancabilmente i propri affari. Il pio Formigoni che invece di chiedere scusa di fronte all’imbroglio svelato delle firme false, rivendica i risultati elettorali come un lavacro che tutto monda, secondo l’invalsa concezione populista berlusconiana. Guido Podestà, berlusconiano della prima ora, che indossa il cappello di presidente della Provincia e quello di socio dei Cabassi, la famiglia venditrice dei terreni dell’Expo. Ignazio La Russa, famiglio di Salvatore Ligresti, con le sue intemperanze veterofasciste. Il potere arrogante esibito da personaggi incredibili come l’ex ministro Lucio Stanca, che per mesi ha bloccato il presunto storico appuntamento espositivo del 2015 pretendendo di fare, da Palazzo Reale, il manager di una sfida quasi impossibile e anche il parlamentare. I leghisti come quell’onnipresente Matteo Salvini che quotidianamente arricchiscono lo stupidario nazionale. Dinanzi ai nuovi feudatari, la borghesia illuminata delle famiglie si è come fulminata. Quando Cesare Geronzi, centurione della romanità politica deteriore, espugnò Mediobanca , quasi tutti, dimentichi di Vincenzo Maranghi e della milanesità discreta e fattiva, corsero a baciargli la pantofola proprio nel giorno del ricordo pubblico di Enrico Cuccia. Nessuno più osò invocare, come aveva fatto il banchiere Alessandro Profumo, un grande direttore d’orchestra per Milano, capace di far suonare tutti insieme, come vagheggiava il finanziere Francesco Micheli. Fu invece Letizia. L’incompetenza al potere, che di fronte ai poveri scout cattolici racconta cinque anni dopo di aver già diminuito considerevolmente le code agli sportelli comunali, ma che ha deciso di ricandidarsi perché ‘sente’ di non aver completato il suo lavoro, come invece è convinta di aver fatto da presidente della Rai, che per la verità lasciò boccheggiante, e da ministro della Pubblica Istruzione, ruolo nel quale non l’ha fatta rimpiangere nemmeno la Gelmini. E infatti il suo programma è nient’altro che il copia e incolla delle promesse del 2006 non mantenute. Berlusconi fa scuola. La M1 e la M4 ? Al palo. I due grandi musei, tra cui quello di Libeskind a City Life? Sulla carta copiativa. Ma Letizia continua a tagliare nastri del niente. Come quello di qualche giorno fa che doveva inaugurare una fermata della linea gialla. Ma, a nastro tagliato, sbucando dal tunnel della metropolitana c’è soltanto un cantiere polveroso in ritardo di molti anni. L’’accoglienza nella legalità’? La racconta meglio il suo avversario Pisapia, tra le citazioni di Antonio Greppi, primo sindaco di Milano dopo la Liberazione, e il cardinal Martini: ‘Cinquecento sgomberi, con una spesa di 7 milioni. Milioni solo per spostare il problema, invece di usare quei soldi per dare casa e scuola a tutti’. E la sicurezza vera, non quella a carico dei Rom ? Un negozio milanese su cinque paga il pizzo alla ‘ndrangheta, che ha già allungato le mani sull’Expo. Ma la costituzione di una commissione di vigilanza sugli appalti, proposta dall’opposizione, è stata respinta. Se c’è una cosa che funziona è l’anarchia urbanistica, cui il sindaco ha lasciato briglia sciolta non solo nelle grandi speculazioni, ma anche nelle ristrutturazioni di fabbriche dismesse. Si calcola che a Milano ci siano ormai 70 mila loft illegali, come quello del giovane Moratti-Batman nei cinque capannoni di via Ajraghi. Con Pisapia, che a sorpresa alle primarie sconfisse l’archistar Stefano Boeri, ora capolista del Pd, un pezzetto di borghesia sembra aver ritrovato dopo diciotto anni un po’ di energia, per iniziativa di Piero Bassetti, primo presidente democristiano della Lombardia, che ha dichiarato apertamente di votare per il candidato vendoliano. Con lui nel Gruppo d’iniziativa per il 51 per cento, tra gli altri, Piero Schlesinger, professore della Cattolica, Mario Artali, vicepresidente della Banca Popolare di Milano, l’economista Marco Vitale, l’ex commissario della Consob Salvatore Bragantini, il sociologo Guido Martinotti. ‘Pisapia – dice Bassetti - è figlio delle professioni liberali, ha dimostrato attenzione al dialogo e andrà sicuramente al ballottaggio in una Milano che è sempre stata anticipatrice in politica’. Come nel 1961, quando con la giunta del socialdemocratico Gino Cassinis, ex rettore del Politecnico, succeduto al tisiologo Virgilio Ferrari, un gentiluomo d’altri tempi che andò a morire al Pio albergo Trivulzio, si aprì la strada alla nascita del Centrosinistra, defunto trent’anni dopo, nel 1993, con Tangentopoli e con la decisione di Achille Occhetto di candidare a Milano Nando Dalla Chiesa. Pisapia non è Dalla Chiesa. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, sono fausti: Moratti al 43, Pisapia al 42 e Palmeri all’8 per cento. Se sarà così, ballottaggio assicurato. ‘Con Berlusconi capolista che s’impegnerà forte a Milano– ragiona Tabacci - può andare in questo modo, con una sconfitta del centrodestra. E sa perché? Perché ormai lui non è più un valore aggiunto, ma un valore sottratto, tanto che la Moratti spera che qui si veda il meno possibile’. Non la pensa così l’ex sindaco Gabriele Albertini, molto rivalutato ai tempi della Moratti, certo che gran parte dei centristi non potrà votare un ex deputato di Rifondazione comunista. Dice che forse si andrà sì al ballottaggio, ma infine prevarrà la signora, - conclude Statera su LA REPUBBLICA - nonostante la scarsa propensione degli elettori berlusconiani a partecipare al secondo turno. Allora solo sogni in libertà di una fresca serata di primavera? Solo un miraggio evanescente che dalla culla del socialismo municipale turatiano, dopo 18 anni di sconfitte del centrosinistra, nutre l’illusione dell’imminente Waterloo del berlusconismo?” (red)

26. Processo Mediaset, il governo solleva un nuovo conflitto

Roma - “Delle eccezioni coltivate dagli avvocati-parlamentari del presidente del Consiglio – scrive Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - non si butta via niente: se non diventano leggi, o se diventano leggi fatte però poi a pezzi dalla Corte Costituzionale, son sempre buone per montarci un conflitto di attribuzione. Anche a scoppio ritardato, anche più di un anno dopo. Il primo marzo 2010, ad esempio, i legali del premier avevano protestato perché la prima sezione penale del Tribunale non aveva riconosciuto, come ‘legittimo impedimento’ dell’imputato-premier Berlusconi a una udienza del processo per frode fiscale sui diritti tv Mediaset, una seduta del Consiglio dei ministri convocata dal premier dopo la concordata fissazione in gennaio di un calendario di udienze e senza alcuna indicazione di ragioni che motivassero l’urgente e non evitabile sovrapposizione. Poi, però, i bellicosi propositi difensivi di sollevare davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato erano subito rientrati perché la maggioranza parlamentare di Berlusconi aveva di lì a poco risolto direttamente il problema, votando una legge (promossa dal ministro della Giustizia Alfano) che garantiva al premier la certezza di poter restare lontano dai tribunali per almeno 18 mesi grazie ad un meccanismo di autocertificazione del ‘legittimo impedimento’ . Ma lo scorso gennaio la Consulta ha bocciato come incostituzionale gran parte di questa legge, e così ora la Pasqua berlusconiana fa resuscitare l’iniziale idea di sollevare davanti alla Consulta un conflitto di attribuzione contro il Tribunale di Milano: la Presidenza del Consiglio ha infatti conferito all’Avvocatura dello Stato – prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - il mandato di preparare il testo nei prossimi giorni. È il secondo conflitto di attribuzione nel giro di 15 giorni, dopo quello votato dalla Camera sul processo Berlusconi-Ruby: due iniziative da collegare alla messa in cantiere di un’altra legge, con la quale la maggioranza di Berlusconi intende prevedere che la pendenza di un conflitto di attribuzione sospenda obbligatoriamente i processi. In prospettiva, dunque, i sollevati conflitti di attribuzione dovrebbero fermare i processi Ruby (concussione e prostituzione minorile) e diritti tv Mediaset (frode fiscale), mentre la legge sulla prescrizione breve estinguerà il processo Mills (corruzione di testimone), lasciando per ora in piedi solo l’udienza preliminare Mediatrade (frode fiscale), che però è all’inizio. L’udienza del 1 ° marzo 2010 faceva seguito ad altre tre che, pur concordate, erano già state soppresse da legittimi impedimenti del premier nemmeno specificati ma accettati senza discutere dal Tribunale. Il 1 ° marzo, concordato ‘sulla base delle indicazioni del 20 gennaio’ di Berlusconi, l’imputato aveva ‘dedotto come legittimo impedimento la fissazione da parte dello stesso imputato’ (nella veste di premier) ‘di un Consiglio dei ministri convocato il 24 febbraio, quindi successivamente alla predisposizione del calendario concordato’ . I giudici D’Avossa-Guadagnino Lupo avevano specificato che certamente il Consiglio dei ministri può essere legittimo impedimento. Ma avevano aggiunto – conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - che l’impedimento ‘per una udienza già concordata non può prescindere quantomeno dall’allegazione della specifica inderogabile necessità della sovrapposizione dei due impegni, altrimenti la funzione giudiziaria verrebbe ad essere svilita’ dal ‘dare esclusiva rilevanza all’esercizio di funzioni governative’”. (red)

27. Stop al nucleare, Romani: così il referendum è inutile

Roma - “Il Senato ieri ha detto sì. E adesso – scrive Alessandra Arachi sul CORRIERE DELLA SERA - tocca alla Camera trasformare in legge (entro il 30 maggio) il cosiddetto decreto Omnibus che con un emendamento ha cancellato le centrali nucleari dalla geografia dell’Italia. ‘Sono state così abrogate tutte le norme oggetto del quesito referendario’ , ha spiegato in aula Paolo Romani, ministro per lo Sviluppo Economico. E l’opposizione è insorta. Già martedì i promotori del referendum sul nucleare, l’Italia dei Valori, avevano più che insinuato il dubbio: il governo ha voluto cancellare un quesito che avrebbe trascinato ben oltre il quorum anche gli altri referendum, il legittimo impedimento prima di tutti. Ieri per le opposizioni il dubbio è diventato una certezza che in Aula è stata trasformata nel voto contrario all’emendamento. ‘Di un’opposizione del genere non sai che cosa fartene: se dici rosso vogliono nero, se dici nero vogliono giallo’ , ha ironizzato il ministro leghista Roberto Calderoli nei corridoi di Palazzo Madama. Fra i banchi dell’Aula, però, l’opposizione aveva motivato a gran voce quel suo ‘no’ compatto (si è astenuta l’Api) all’abolizione del nucleare. Il senatore ecologista del Pd Roberto Della Seta lo aveva fatto con il tono più deciso: ‘Le dichiarazioni del ministro Romani confermano il sospetto che le modifiche proposte dal governo al decreto sul nucleare non significano la rinuncia ad un progetto ormai palesemente insensato, ma servono soltanto a guadagnare tempo, evitando il referendum di giugno’ . Il ministro Romani aveva parlato della necessità di aspettare un chiarimento europeo ‘per una decisione così importante come quella sul nucleare’ e aveva espresso preoccupazione perché ‘tra poche settimane gli italiani sarebbero stati chiamati a scegliere sull’onda dell’emozione, assolutamente legittima, dopo l’incidente di Fukushima’ . Da Bruxelles – prosegue Arachi sul CORRIERE DELLA SERA - è stato Gunther Öttinger, il commissario europeo dell’energia, che ha voluto puntualizzare: ‘Il mix energetico è una competenza nazionale e sta ai singoli stati decidere se avere il nucleare o meno’ . Le parole di Romani, tuttavia, avevano fatto tuonare nell’altra Camera il segretario del Pd Pierluigi Bersani: ‘Hanno paura del referendum e scappano dalle scelte fatte. Bisogna tenere alta la guardia perché ancora non si è capito che scelte vogliono fare per affrontare la questione energetica’ . La guardia rimane alta. L’Italia dei Valori annuncia di voler continuare la campagna per il referendum sul nucleare ‘perché quell’emendamento del governo è soltanto una truffa ‘ha detto felice Belisario presidente del gruppo. Dai Verdi invece è il presidente Angelo Bonelli a lanciare una proposta: ‘Allestiamo 58 mila seggi dove i cittadini possano andare a votare comunque, qualora la Suprema corte dovesse decidere che il quesito referendario è venuto meno’ . La Suprema Corte, cui spetta la scelta definitiva se cancellare o meno il referendum, per pronunciarsi dovrà aspettare che il decreto Omnibus venga pubblicato sulla gazzetta ufficiale. E prima di essere pubblicato il decreto deve, ovviamente, essere approvato dalla Camera. Licenziato ieri da Palazzo Madama, questo decreto non ha ancora avuto alcuna ipotesi di calendarizzazione a Montecitorio. La prossima settimana la Camera avrebbe dovuto discutere il documento finanziario, anche se con molta probabilità verrà votata un’inversione dell’ordine del giorno così da poter mettere in calendario subito la discussione del testamento biologico e, dopo, il documento finanziario. Prima del decreto Omnibus – conclude Arachi sul CORRIERE DELLA SERA - dovrebbe esserci anche una conversione in legge in materia di forze dell’ordine”. (red)

28. Saglia: “Sarà un futuro a tutto gas”

Roma - Intervista di Tonia Mastrobuoni al sottosegretario Stefano Saglia su LA STAMPA: “‘A tutto gas’. Stefano Saglia riassume così il futuro delle politiche energetiche in Italia, dopo quello che definisce ‘il blocco’ del nucleare. Un futuro che ci costerà molto caro, osserva il sottosegretario allo Sviluppo. Ma almeno, l’emendamento al decreto omnibus approvato ieri al Senato risolve un problema, quello delle scorie radioattive: ‘Adesso ci sono le premesse per individuare il deposito unico nazionale’. Il nucleare è morto o è solo rinviato? ‘A mio avviso l’emendamento approvato ieri al Senato blocca il programma. Elimina le norme principali per realizzare gli impianti. Poi nulla vieta al Parlamento di fare un’altra legge. Però per questa legislatura mi sembra molto difficile ripoporlo. Muore anche l’Agenzia per la sicurezza nucleare? ‘No, quella deve assolutamente implementarsi. Altrimenti siamo meno autorevoli e forti nella discussione in Europa. Lì dobbiamo dire la nostra, al di là delle Alpi ci sono almeno quattro centrali nucleari. Non sono a rischio tsunami ma sono della stessa tecnologia e generazione di Fukushima’. Mi sta dicendo che diventeremo gli alfieri dell’antinuclearismo in Europa? ‘No ma partecipiamo di diritto alla discussione sugli standard di sicurezza. Tra l’altro, sono molto soddisfatto perché l’emendamento contiene l’impegno a varare la strategia energetica nazionale entro 12 mesi. Auspico che si possa fare in modo bipartisan. Inoltre prevede novità importanti sulla Sogin’. Sulla questione spinosa dello stoccaggio delle scorie? ‘Al di là del nucleare abbiamo un problema grande come una casa che riguarda le scorie radioattive del precedente programma. In parte sono ancora nei siti italiani, ma quelle conservate in Francia e in Gran Bretagna torneranno qui - ce lo chiede l’Europa - entro il 2015. Adesso ci sono le premesse per individuare il deposito unico nazionale’. Dove? ‘La mappa dei siti idonei per un deposito nazionale è ancora in via di elaborazione. La norma approvata ieri facilita il compito alla Sogin. Lì saranno anche stoccati i materiali radioattivi che provengono da ospedali o attività industriali’. Cosa farà il governo adesso che dovrà rinunciare al 25 per cento di energia futura dal nucleare? La lezione di questa vicenda è semplice: “a tutto gas”. Prevediamo comunque una crescita doppia di quella preventivata sinora di solare e fotovoltaico, ma sostanzialmente puntiamo su un mix energetico costosissimo. Al centro della politica energetica tornerà il gas. Con tutti i problemi legati all’incertezza dell’approvvigionamento, cioè alla dipendenza da paesi come la Libia, l’Algeria o la Russia. E i rigassificatori? ‘Certamente torneranno ad essere protagonisti. Abbiamo Panigaglia che ci garantisce 4 miliardi di metri cubi e Rovigo che ce ne fornisce il doppio. A breve faremo entrare in esercizio quello a largo di Livorno. E poi altri due o tre, l’obiettivo è 30-40 miliardi di metri cubi all’anno’. Le imprese del settore fotovoltaico sono scese in piazza ieri per protestare contro il tetto di 7 miliardi al decreto sul fotovoltaico. ‘Ammetto che abbiamo fatto confusione. Ma le confermo che le risorse saranno attorno ai 6 miliardi. Quello che non siamo riusciti a spiegare è che tutto questo riguarda esclusivamente il solare. Tutte le altre forme di energia rinnovabile cresceranno’. Il vicepresidente di Confindustria energia Conte parla di un “colpo micidiale’ al settore. ‘Credo invece che si sia trovato un punto di equilibrio. Gli investimenti sono superiori rispetto a gran parte degli altri paesi europei’. (red)

29. Testa: “Pagheranno di più i consumatori e l’ambiente”

Roma - Intervista di Tonia Mastrobuoni a Chicco Testa su LA STAMPA: “Chicco Testa non sa ancora se la funzione del suo Forum Nucleare Italiano si spegnerà assieme al nucleare - ‘devo sentire gli azionisti, la notizia è troppo fresca’. Ma il presidente dell’associazione che era nata in previsione del ritorno all’atomo con lo scopo di favorire, come recita il sito dell’associazione “la ripresa del dibattito pubblico”, è certo che chi ha perso veramente ‘sono i consumatori e l’ambiente’. Presidente, e adesso? ‘Non lo so. Devo sentire gli azionisti, la cosa è ancora troppo fresca’. Ma il Forum Nucleare Italiano sarà sciolto? ‘A me personalmente interesserebbe che qualcuno continuasse a occuparsi e a riflettere su queste questioni’. La decisione del governo la sorprende? ‘No. Che si tratti di moratoria, di soppressione della legge o di referendum, è chiaro che dopo Fukushima in questo paese non si sarebbe messo mano tanto facilmente a un programma effettivo di realizzazione di centrali nucleari. Inoltre c’entrano probabilmente questioni diverse, più politiche’. È un tentativo come afferma l’opposizione, di distogliere l’attenzione dagli altri quesiti del referendum e in particolare da quello sul legittimo impedimento? ‘Non lo so, mi interessa relativamente’. Ma interessa il presidente del Consiglio? ‘Avrà fatto i suoi conti. Io preferisco concentrarmi sulle questioni energetiche’. Certo, c’è stata Fukushima. Ma voi avete qualcosa da rimproverarvi come “lobbisti” del nucleare? No, guardi che i risultati che avevamo registrato prima di Fukushima erano buoni; il numero delle persone favorevoli era salito. Tanto è vero che secondo i sondaggi il quorum del referendum era a rischio’. Grazie alle vostre campagne? ‘No, non voglio dire questo. Gli italiani non vanno a votare per i referendum ormai da anni. Ripeto: il clima cominciava a essere diverso, attorno alla questione dell’energia nucleare, più positivo. Però sa chi sono i vincitori di questa rinuncia? I combustibili fossili, il carbone e il gas. Quello che contesto, insomma, è questa visione irenistica, gaudente per cui adesso, sconfitto il nucleare, si spalancano le porte alle fonti rinnovabili. Non è così’. Ma sarà inevitabile puntare maggiormente sulle energie rinnovabili. ‘Mi consenta di dare due numeri. Oggi il 67 per cento della energia nel mondo si fa con i combustibili fossili. La cosa incredibile è che negli ultimi 15 anni è cresciuta del tre per cento’. Certo, sono esplose le economie dei i paesi emergenti. ‘Sì ma togliendo l’idrolelettrico, il sole, vento e geotermico fanno l’1,8 per cento della torta (dati 2009). Sa che le rinnovabili, oggi al 19,7 per cento sono cresciute dello zero virgola due per cento, il 19,9 per cento, in quindici anni? ‘ Noi siamo “il paese del sole”, non potremmo essere addirittura più ambiziosi dei paesi nordici, su questa fonte di energia? ‘C’è il problema dell’instabilità. Paradossalmente, più sole hai, più hai problemi. Se un giorno hai brutto tempo in tutta Italia, devi ricorrere agli impianti di riserva. E costano, anche quelli. Mi faccia dire un’ultima cosa’. Prego. ‘C’è un bel rapporto dell’Ubs che spiega chi sono i perdenti della rinuncia al nucleare: i consumatori e l’ambiente. Nessuno mi venga più a parlare di Co2! È ovvio che la prima conseguenza delle reazioni a Fukushima - la chiusura o il rallentamento di molti programmi nucleari - sarà un’impennata di Co2. E vorrei ricordare che l’Oms dice che il carbone è responsabile di un milione di persone l’anno, tra miniere e emissioni atmosferiche’”. (red)

30. Asse con Marcegaglia contro il referendum

Roma - “Furto di referendum. Le lobby dell’atomo, in seno alla maggioranza di centrodestra, - scrive Roberto Mania su LA REPUBBLICA - hanno lavorato per questo: evitare il voto che avrebbe cancellato per sempre il ritorno italiano al nucleare. Lo hanno fatto dietro le quinte. Come sempre in questi casi. Con i sondaggi sul tavolo e le stime degli affari che sarebbero saltati. Ma ieri, dopo il Comitato Direttivo prepasquale di Viale dell’Astronomia, quel disegno è diventato pubblico. Gli industriali cantavano vittoria. Una vittoria comunque piena di incognite. Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, non ha fatto molta fatica a spiegare la linea. Questa, secondo alcuni dei partecipanti all’incontro a porte chiuse: ‘Abbiamo chiesto noi lo stop al nucleare. Era l’unico modo per impedire il referendum. I sondaggi davano per scontato il raggiungimento del quorum e con la prevedibile vittoria del sì, sull’emozione del dopo Fukushima, il capitolo nucleare l’avremmo chiuso per sempre. E, ancor più grave, avremmo chiuso per sempre la liberalizzazione dell’acqua. L’unica prevista da questo governo’. Una torta di oltre 64 miliardi nell’arco dei prossimi trent’anni, al quale guardano i costruttori ma non solo. Ora la lobby dell’oro blu scommette sull’astensione degli italiani per il poco appeal che potrebbero avere il ‘decreto Ronchi’ sull’acqua e il legittimo impedimento (i due quesiti rimasti in piedi) rispetto al nucleare. Ma nessuno può escludere un blitz in Parlamento. Mentre la lobby dell’atomo aspetta il ripensamento europeo dopo aver fatto scrivere ai consulenti legali dell’Enel ‘l’emendamento tipo’ cancella-referendum. Questa volta la Confindustria ha pensato solo al business. Ha pensato a salvare il salvabile. Spaccandosi al suo interno tra nuclearisti e fotovoltaici, tra energivori (quelli che consumano tanta energia, come i siderurgici) e filo-rinnovabili. E come sempre – prosegue Mania su LA REPUBBLICA - tra grandi e piccoli, nel senso delle dimensioni aziendali. In ballo 30 miliardi di investimenti per il ritorno all’energia atomica. Il 70 per cento potenzialmente destinati all’indotto italiano. ‘È tempo di tornare a investire nell’energia nucleare - sosteneva la Marcegaglia nel discorso alla sua prima assemblea generale della Confindustria - , settore dal quale ci hanno escluso più di vent’anni di decisioni emotive e poco meditate. Ciò ha accresciuto la nostra insicurezza e la dipendenza dall’estero, ha sottratto altre risorse alla crescita, ha gonfiato le bollette elettriche di famiglie e imprese’. Tutto da rifare, però, anche per gli industriali. Che le bollette - tanto più se verranno confermati i 7 miliardi promessi dal ministro dello Sviluppo economico Romani, a sostegno delle aziende del fotovoltaico - continueranno a pagarle carissime. Il vicepresidente del Comitato energia della Confindustria, Agostino Conte, l’ha definito ‘un colpo micidiale all’intero apparato industriale italiano, soprattutto alle piccole e medie imprese’. È andato all’attacco Conte che rappresenta anche la Federacciai. È andato contro Romani e contro le aziende del fotovoltaico che sono iscritte pure alla Confindustria. Una lotta in famiglia con toni durissimi e accuse pesanti: ‘Sette miliardi valgono il 33 per cento del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, e lungi dal rappresentare il necessario supporto allo sviluppo del settore fotovoltaico, sono una inaccettabile rendita che, per giunta, non favorisce lo sviluppo sostenibile della filiera industriale italiana’. La Marcegaglia sostiene questa linea. E infatti alcuni newcomer delle imprese del fotovoltaico hanno alzato i tacchi e hanno abbandonato Confindustria, come l’avellinese El. Ital, che produce pannelli solari. Perduto il nucleare - non si sa se per sempre o pro tempore - Confindustria non vuole perdere la privatizzazione dell’acqua. Il referendum vuole abrogare la norma che obbliga gli enti locali a scendere entro il 2015 al 30 per cento della partecipazione nelle utility. Il ‘capitalismo municipale’ – conclude Mania su LA REPUBBLICA - fa gola agli industriali privati. Anche perché è protetto”. (red)

31. Un Paese senza energia

Roma - “La marcia indietro del governo sulla costruzione di quattro centrali nucleari – osserva Mario Deaglio su LA STAMPA - mira a evitare un ‘no’ popolare non solo in questo referendum ma anche - e soprattutto - negli altri due con i quali gli italiani sono chiamati a esprimersi il 12 giugno: quello sulla privatizzazione dell’acqua e quello sul legittimo impedimento. Un ‘no’ sul nucleare, sull’onda dell’incidente alla centrale atomica giapponese di Fukushima, potrebbe infatti facilmente tirarsi dietro altri due verdetti negativi; e se l’impatto emotivo di Fukushima inducesse più della metà degli elettori a recarsi alle urne - dopo una lunga serie di referendum in cui il ‘quorum’ non è stato raggiunto - l’incidente atomico porterebbe al siluramento sia della privatizzazione dell’acqua sia delle norme sul legittimo impedimento che stanno particolarmente a cuore al presidente del Consiglio. Questo sembra essere il retroscena politico della rinuncia-rinvio del governo sul nucleare. Più rinvio che rinuncia, stando alle dichiarazioni in Senato del ministro delle Attività produttive, Paolo Romani. Il governo sembra poi essere riuscito a provocare divisioni non piccole nell’opposizione mentre l’eventuale acquisto di centrali nucleari americane anziché francesi, potrebbe rappresentare una ritorsione contro Parigi per una serie di ‘dispetti’ che va dal caso Parmalat all’immigrazione e a Schengen. Tre piccioni con una fava, quindi. Se così è stato, il governo si è dimostrato politicamente astuto e, per usare un termine calcistico, ha ‘dribblato’ gli avversari. A queste capacità tattiche indubbiamente buone si accompagna però un’eccezionale miopia di lungo periodo. Quella delle centrali nucleari, infatti, non avrebbe dovuto essere una scelta opportunista, né la rinuncia alle centrali avrebbe dovuto trasformarsi in un proiettile in più da usare nella battaglia politica di tutti i giorni. Si doveva trattare, secondo il programma del governo, di una struttura portante della futura crescita italiana. Su questa struttura portante si poteva ampiamente discutere ma si trattava in ogni caso di un raro guizzo di strategia in una politica ostinatamente, talora sciaguratamente, avvitata sul presente. La rinuncia al nucleare non appare invece accompagnata da alcuna indicazione di alternative: niente centrali atomiche, e basta. Fermiamo la ‘dissennata’ corsa alla crescita e godiamoci il verde, anzi l’estremismo verde, tutto semplicità e ritorno al passato. Facciamo finta di dimenticare – prosegue Deaglio su LA STAMPA - che l’Italia si è sempre sviluppata quando ha avuto ampie disponibilità energetiche e che la sua crescita è strangolata, tra l’altro, da un costo dell’energia elettrica per le imprese nettamente superiore alla media europea. Il ‘piano delle riforme’ preannunciato dal ministro dell’Economia, non può partire se non ha come premessa una strategia energetica. E una strategia non si costruisce abbandonando, senza sostituirli, i progetti precedenti. Dopo lo ‘choc’ petrolifero del 1973-74 l’Italia si era data una strategia, quella di diversificare i fornitori e sostituire parzialmente il petrolio con il gas naturale. Per circa vent’anni è stato possibile ottenere una crescita abbastanza sostenuta, anche se non esaltante. Oleodotti e gasdotti dall’Europa orientale e dalla riva meridionale del Mediterraneo hanno consentito agli italiani un afflusso regolare, anche se non a buon mercato, di elettricità, benzina e gasolio. Le mutate condizioni richiedono oggi un disegno di lungo periodo del quale non si vedono le premesse. Ciò è tanto più grave in quanto ci sono ormai chiari segni di scarsità di petrolio ‘buono’, ossia di petrolio facilmente estraibile; le centrali a carbone, anche nella variante ‘pulita’ non sono proponibili in un Paese come l’Italia nel quale l’inquinamento atmosferico obbliga tutti gli inverni a decretare divieti alla circolazione degli autoveicoli. L’energia solare e quella eolica possono essere soluzioni ‘di contorno’ e soddisfare soprattutto la domanda a bassa potenza del consumo famigliare ma è molto difficile - e in ogni caso provoca troppi sprechi - utilizzarle per far muovere un treno ad alta velocità, o per far funzionare un altoforno. È possibile che la vera alternativa al nucleare sia una politica che spinga a migliorare l’efficienza energetica sia delle imprese sia dei consumi delle famiglie. Se, per avventura, il mondo riuscisse a dimezzare il fabbisogno energetico per la produzione, i trasporti, il riscaldamento e gli usi domestici si otterrebbe il medesimo effetto che deriverebbe da un raddoppio delle riserve energetiche. Uno sforzo importante in questa direzione si ebbe dopo lo choc petrolifero del 1973-74 e in questo campo le imprese italiane non sono mal piazzate: ci sarebbero importanti ricadute tecnologiche a nostro favore. Il rischio è invece che non si faccia nulla: che si mettano nel cassetto i piani nucleari per tirarli fuori quando la tempesta sarà passata senza seguire strade alternative e che i problemi energetici sollevino semplicemente un polverone di polemiche spicciole. Si tratta di un blocco delle decisioni che gli italiani conoscono molto bene per averlo sperimentato per decenni e che caratterizza quasi tutti i progetti infrastrutturali del Paese. Se il piano nucleare si risolverà semplicemente in un simile blocco, - conclude Deaglio su LA STAMPA - l’Italia si qualificherà una volta di più come un Paese senza energia: non solo quella fisica ma anche quella intellettuale e politica, anch’essa fondamentale per riproporre davvero quella crescita e quello sviluppo che continuano a sfuggirci”. (red)

32. Thyssen, “neanche agli scafisti l’omicidio volontario”

Roma - Intervista al presidente dell’Unione industriale di Torino Gianfranco Carbonato su LA STAMPA: “L’omicidio doloso non è stato contestato nemmeno agli scafisti che nei giorni scorsi hanno fatto annegare dei poveri immigrati clandestini, trovo sconcertante che questa ipotesi d’accusa possa essere invece mossa nei confronti di un amministratore delegato per un infortunio avvenuto nel suo stabilimento’. Passato il momento di confusione del dopo sentenza Thyssen, il presidente dell’ Unione Industriale di Torino, Gianfranco Carbonato, torna sulla pesante decisione del tribunale di Torino che ha condannato per omicidio volontario (16 anni e mezzo) l’Ad dell’acciaieria tedesca Harald Espenhahn per il rogo in cui morirono 7 operai. L’analisi, a qualche giorno di distanza, è più dura delle risposte a caldo. Presidente, cosa la preoccupa della sentenza Thyssen? ‘Innanzitutto l’anomalia. Non mi risulta che l’ipotesi dolosa sia mai stata contestata su un incidente sul lavoro nemmeno quando è avvenuto in luoghi di conclamata illegalità e lavoro nero. Siamo gli unici in Europa e questo mi preoccupa perché penso agli investitori stranieri. L’immagine che diamo all’esterno non invita un’impresa a scegliere l’Italia. Se il modo di ragionare della procura e della Corte d’assise dovessero diffondersi nel Paese sarebbe un gigantesco ‘regalo competitivo’ agli altri’. Lei crede si possa sacrificare la sicurezza in cambio dell’investimento? ‘Proprio il contrario. Sono preoccupato perché, seguendo questa linea di pensiero, lavoro e sicurezza rischiano di finire in contrapposizione. E questo sarebbe un danno per tutti’. Secondo lei perché si è arrivati a una decisione come quella della corte d’assise di Torino? ‘Questa impostazione giuridica, che intende contestare il dolo nelle situazioni in cui non si fanno tutti gli investimenti ‘tecnicamente’ possibili sembra essere frutto di emozione, se non di valutazione ideologica. In questo modo s’intenderebbe affermare che sul lavoro si è penalmente responsabili di tutto quello che non sia teoricamente e tecnicamente perfetto!’. Non le sembra che siano proprio colpa e dolo a differenziare le responsabilità di un imprenditore che ha sempre fatto di tutto per l’incolumità dei propri dipendenti da quello che non fa fare corsi antincendio, che disloca investimenti per la sicurezza in altri stabilimenti e fa fare visite ‘teleguidate’ agli organi di controllo? ‘Quello che mi sconcerta nella sentenza è la presunzione di dolo. Le imprese non hanno fondi illimitati, un amministratore delegato deve fare delle scelte. Ma se queste hanno conseguenze tanto gravi, chi vorrà più fare l’amministratore di una società? Penso all’amministratore pubblico che deve guidare un luogo di lavoro pubblico che sappiamo essere molto lontano dal ‘tecnologicamente’ perfetto e anche al manager privato che rischia una sorta di ‘roulette russa’ della responsabilità perché con il ‘tecnologicamente possibile’ si può sempre dimostrare l’inadeguatezza di ciò che si fa normalmente’. Quindi è una sentenza da ‘migliore dei mondi possibili’? ‘Questo approccio astratto dimentica che non sono meno gravi le perdite di vite per infortuni stradali e domestici, quasi 10mila all’anno, mentre il lavoro continua a migliorare i propri standard: meno di mille, con oltre la metà nel tragitto casa-lavoro’. Secondo lei in Italia si fa abbastanza per la sicurezza sul lavoro? ‘La sicurezza si migliora con la prevenzione e la formazione. Questo dolo contestato per presunti mancati investimenti sembra dimenticare il dato più eclatante: la stragrande maggioranza degli infortuni dipendente direttamente, e in molti casi esclusivamente, dal fattore umano’. Se si fa tanto per la prevenzione e la formazione, perché siete preoccupati di un effetto domino della sentenza Thyssen? ‘Perché l’impostazione di Torino può essere replicata senza peraltro migliorare realmente la sicurezza ma insinuando un clima da ‘caccia alle streghe’ agli amministratori delegati’”. (red)

Investimenti a rischio. Promotori anche

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