Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/04/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Berlusconi difende Tremonti”. In taglio alto: “Il Papa: Wojtyla riscatta i peccati della Chiesa”. Editoriale di Angelo Panebianco: “L’omaggio alla libertà”. Di spalla: “I nuovi piani della Fiat che sale ancora in Chrysler”. Al centro foto-notizia: “Tornano a splendere i marmi della Torre di Pisa” e “Ciancimino arrestato: calunnie su De Gennario”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Nel Pdl scoppia il caso Tremonti”. Editoriale di Ezio Mauro: “Nel Paese di Ponzio Pilato”. Di spalla: “Professione fotoreporter, morire per uno scatto”. Al centro foto-notizia: “Il governo vuole fermare anche il referendum sull’acqua” e “In cella Ciancimino, calunniò de Gennaro”. In un box: “Alla Fiat il 46 per cento di Chrysler, il titolo vola”. In taglio basso: “Prigionieri delle multe, business da 4 miliardi”. 

LA STAMPA – In apertura: “E’ bufera su Tremonti. Il premier: sto con lui” e in taglio alto: “Fiat al 46 per cento di Chrysler. Marchionne: pronti ad assumere il controllo” e “Caso Bertone vicolo cieco per la Fiom”. A sinistra: “Gheddafi minaccia l’Italia: ‘ L’inferno se inviate soldati’ ”. Editoriale di Lucia Annunciata: “Un salto di qualità”. Di spalla: “Ciampi: ‘I padri dell’Euro giganti rispetto ad oggi’ ” e “Il Papa: ‘Wojtyla ci riscatta dalla vergogna dei peccati’ ”. Al centro foto-notizia: “Sotto il bus il primo titulo di Mou” e “Pirati su una nave italiana. Sequestrati 22 marinai”. A fondo pagina: “La scatola della nonna”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Edilizia e fisco più semplici” e in taglio alto: “La Fondazione sosterrà l’aumento da 2,5 miliardi per Montepaschi” e “Accuse all’iPhone: un file ‘traccia’ i movimenti”. Editoriale di Marco Onado: “Si è accesa la spia rossa per le banche globali”. Al centro la foto-notizia: “Super Euro. Mercati in fuga dal Dollaro” e “Fiat stringe i tempi: sale al 46 per cento di Chrysler”. Di spalla: “Controllori e controllati gioco ad armi pari” e “Istruttori, Tripoli minaccia Roma: ‘Il loro invio avrà conseguenze’ ”. In taglio basso: “La Consob ‘copia’ la Sec per le soffiate via Internet”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Caso Tremonti, Silvio media”. Editoriale di Giancarlo Perna: “Governo liberale, ricetta socialista”. Al centro la foto-notizia: “In carcere l’oracolo anti Cav. di Santoro” e “Anche gli Usa se ne accorgono: troppe intercettazioni in Italia”. Di spalla: “Difendiamo le figlie dei musulmani, o saremo complici” e “Cultura di destra? Clandestina, ma sempre viva”. A fondo pagina: “Un bunga bunga di carta per Franceschini”. 

LIBERO – In apertura: “Sono tutti impazziti”, con editoriale di Vittorio Feltri. Al centro la foto-notizia: “Arrestato l’eroe anti Silvio dei pm”. Di spalla: “Difendo Scilipoti, vittima della vera macchina del fango” e “Attentati alla Carta? Il Pd vuole stracciare metà degli articoli”. A fondo pagina: “Parla male dei rom: sprangano lui e il figlio”. 

IL TEMPO – In apertura: “Chi fa i conti con Tremonti”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il vero problema della Libia è la guerra culturale tra Obama e i suoi generali”. In apertura a destra: “Quel vento d’anarchia che da Milano scende ad agitare tutto il Pdl”. Al centro: “Il bluff del grande ventriloquo”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Ostaggi di guerra”. In taglio alto: “Tremonti minaccia: me ne vado”. (red)

2. Arrestato Ciancimino, l’eroe anti Silvio dei pm

Roma - “Che Massimo Ciancimino – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - si fosse trasformato in un jukebox disposto a suonare qualsiasi musica gli fosse richiesta, per me era cosa nota. Essendone stato lo scopritore, o meglio il primo che si sia dato pena di stare ad ascoltare le sue storie, avevo capito da un pezzo che la parte più eclatante di quel che rivelava erano balle sesquipedali. Il figlio piccolo dell’ex sindaco di Palermo si era specializzato in un genere molto richiesto, ovvero le accuse a Berlusconi. Sicché, appena ha cominciato a cantare contro il Cavaliere, tutte le Procure hanno fatto a gara nell’applaudirlo e l’erede di don Vito è stato issato sugli altari, in particolare quelli televisivi, diventando una star quasi fissa di Annozero. Ora che è stato arrestato per aver falsificato dei documenti allo scopo di calunniare l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, si capisce perché oltre un anno fa, proprio su Libero, scrissi un articolo che si concludeva nel seguente modo: ‘Egli spera in un salvacondotto dei giudici che gli consenta di mettere al riparo il patrimonio senza doverlo restituire allo Stato. In cambio è pronto a raccontare tutto quello che sa di don Vito e dei suoi rapporti con la mafia. E probabilmente anche quello che non sa. Anzi, quello che non sa è ciò che gli viene meglio’. Ammetto che l’autocitazione è inelegante, ma stavolta i lettori mi perdoneranno. Ricordare il pezzo del 3 febbraio 2010 è indispensabile per capire che era tutto già noto, comprese le balle, cui solo qualche toga sempre in allerta quando si parla di Berlusconi poteva dar credito. Ciancimino si era rivolto a me nel 2007, dopo aver subito una sentenza per ricettazione. Prima d’allora non l’avevo mai visto, ma lui aveva pregato la mia segreteria di fissargli un appuntamento: in cambio avrebbe rivelato cose interessanti. Capii subito che il suo problema era il tesoro accumulato dal padre negli anni in cui era in società con la mafia e poi nascosto in Svizzera o Lussemburgo. Massimo avrebbe voluto poterne disporre a piacimento per dedicarsi alla bella vita e invece un paio di pm in gonnella lo avevano pizzicato mentre si comprava uno yacht e oltre a farlo condannare gli avevano imposto il confino e ritirato pure il passaporto. Un bel guaio per uno costretto ad attingere a un forziere estero. Ciancimino si lagnava della disparità di trattamento di cui, a suo dire, avevano goduto alcuni magistrati vicini alle cosche. Diceva: colpiscono me che non ho fatto nulla e mandano impuniti i loro colleghi. E a sostegno delle sue tesi esibiva appunti del padre o per lo meno scritti spacciati come tali. Fra le mille chiacchiere c’erano pure alcuni aneddoti divertenti, ad esempio gli incontri tra un Provenzano, che si spacciava per l’ingegner Lo Verde, e don Vito oltre ai guai provocati dal portare un cognome ingombrante come Ciancimino. Sugli aneddoti – prosegue Belpietro su LIBERO - feci scrivere un pezzo a un collega, omettendo le accuse ai giudici per le quali egli non esibiva alcuna prova a sostegno. In quelle conversazioni furono diverse - mai, ripeto mai, il figlio dell’ex sindaco mi parlò di un Berlusconi o un Dell’Utri in rapporti con la mafia. Eppure, avesse avuto la volontà di vuotare il sacco, quella sarebbe stata la prima notizia da riferire. E se non avesse voluto raccontarla me avrebbe potuto rivelarla ai giornalisti della Stampa o dell’Espresso con cui era in contatto. Ciancimino al contrario si tenne tutto per sé e al Cavaliere iniziò a fare cenno parecchio tempo dopo essere stato convocato dai pm di Palermo, proprio in seguito alla nostra intervista. Il cognome del premier è la parola magica che può aprire tante porte e sospetto che il figliolo del sindaco mafioso abbia ritenuto potesse essere utile anche per schiudere il forziere estero, cioè per consentirgli di recuperare senza noie con la giustizia il denaro accumulato dal padre e custodito in gran segreto oltre confine. Del resto, che il suo problema fossero i soldi risultò evidente anche nei mesi scorsi, allorquando un’intercettazione occasionale, cioè non disposta contro di lui ma ordinata per ascoltare un riciclatore professionale, lo beccò intento a cambiare in nero decine di migliaia di euro. Come un tale soggetto di dubbia credibilità sia diventato un oracolo delle Procure e della sinistra è un mistero. O forse no. Sta di fatto che Massimo Ciancimino si è trasformato in un testimone di giustizia, sentito e riverito in diversi processi,non ultimi quelli televisivi di Michele Santoro. Francesco La Licata, Sandro Ruotolo, Sandra Amurri e tanti altri illustri colleghi della stampa progressista si sono prestati a intervistarlo in pubblico nelle località turistiche. Il Pd lo ha voluto come ospite fisso nelle sue feste dell’Unità, da Imola a Bologna. E il festival internazionale di giornalismo che si tiene a Perugia lo ha messo addirittura in cartellone fra Saviano e Scalfari, definendolo sul suo sito un testimone d’eccezione. Prima d’accreditarlo di tanta autorevolezza, nessuno ovviamente si era preoccupato di interrogarsi sull’attendibilità delle sue carte. Garantiva per lui l’essersi schierato contro Berlusconi. Come in tanti altri casi, - conclude Belpietro su LIBERO - basta quello per garantirsi il futuro. E, non fosse scivolato su un’accusa di troppo a De Gennaro, probabilmente anche il figlio di don Vito ce l’avrebbe fatta. In barba alla giustizia. O, forse, proprio con il suo aiuto”. (red)

3. Ciancimino, il bluff del grande ventriloquo

Roma - “‘Io ormai sono come Mastrota, fra un po’ vado in tv a vendere le pentole… Faccio tutto! Le cose vanno stra-bene, comunque va bene… quando tu senti cose mie in televisione, tu fottitene!’. Tanto se n’è fregato, Massimo Ciancimino, - scrive Riccardo Arena su IL FOGLIO - che alla fine è rimasto fregato proprio lui: il 16 novembre si esprimeva liberamente, credendo che le cose gli andassero non bene ma stra-bene, perché non sapeva di essere ascoltato dalle microspie; e liberamente parlava con un commercialista, che era indagato perché ritenuto vicino alla ’ndrangheta. Da ieri, invece, il figlio di don Vito Ciancimino, ha perso, almeno per un po’, la libertà di esprimersi in interviste, salotti televisivi, conferenze stampa e interrogatori davanti ai magistrati. Forse, col fermo disposto ieri dalla procura di Palermo – per la serie la rivoluzione mangia i propri figli – è finita la carriera di superteste del figlio dell’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano. Forse è stato dato un colpo decisivo alla sua ‘attendibilità intrinseca’, cioè alla sua credibilità generale. Forse è stato dato un colpo pesantissimo anche a indagini che dovevano scrivere, o riscrivere, la vera storia d’Italia. E che, in attesa di questi risultati clamorosi, si limitavano a riscrivere libri. Come il volume di Maurizio Torrealta, uscito giusto mercoledì, sul ‘quarto livello’: un titolo ispirato dall’interrogatorio e dal falso clamoroso contro il prefetto Gianni De Gennaro, proprio il documento che ieri ha fatto finire in carcere Massimo Ciancimino, con l’accusa di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia. Particolare che ha dell’incredibile: la prefazione al libro l’ha scritta proprio Antonio Ingroia. Dal carcere il figlio dell’ex sindaco di Palermo non lesina spiritosaggini e anche dichiarazioni accorate. Dice ad esempio che qualcuno lo vuole fermare, perché lui avrebbe toccato livelli troppo alti. Non dice chi avrebbe voluto fermarlo e perché. Ma lo dirà. In questo momento potrebbe fare riferimento a chiunque: a pezzi dei servizi e delle istituzioni, al mai individuato ‘signor Franco’, il misterioso personaggio dei servizi che lui, in maniera ostinata, ha cercato di far credere fosse proprio l’ex braccio destro di Falcone, e cioè il superpoliziotto De Gennaro. Ma sa bene che sarebbe una balla, una delle tante, perché a fermarlo in realtà sono stati gli stessi pm che per oltre tre anni l’hanno ritenuto attendibile: Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Paolo Guido. Ingroia, addirittura, aveva scritto in un suo libro: ‘Dal primo incontro ho capito subito che era di tutt’altra pasta… oggi è arrivato a diventare quasi un’icona dell’antimafia’. Domani Ciancimino potrebbe averne pure per loro. Potrebbe cioè imitare Balduccio Di Maggio, il pentito del bacio tra Andreotti e Riina, e alludere, calunniare, mascariare anche i magistrati che, con una pazienza decisamente esagerata, gli hanno dato spago su spago. Facendo di lui, anche non volendolo, una star del grande circo mediatico-giudiziario, a cominciare da ‘Annozero’ di Michele Santoro e Marco Travaglio, che ruota attorno alla presunta trattativa fra stato e mafia, al ‘signor Franco’ e ai misteri di cui Ciancimino jr. dice di sapere tutto. Assieme a dettagli, particolari, storie che riguardano ex ministri come Nicola Mancino, neoministri come Saverio Romano, senatori come Marcello Dell’Utri, e ovviamente quel grande reprobo di Silvio Berlusconi. In questi ultimi tre anni ha parlato e sparlato, Ciancimino, - prosegue Arena su IL FOGLIO - e nessuno si poneva problemi. Torme di giornalisti osannanti e personaggi dell’antimafia dura e pura come Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, lo hanno accompagnato nella sua resistibilissima ascesa verso il suo vero obiettivo: l’intoccabilità e la possibile restituzione del tesoro del padre, boss dei corleonesi, confiscato grazie ai pm di Palermo del pool coordinato da Giuseppe Pignatone. Specializzato nelle consegne a rate, Ciancimino ha fatto perdere la pazienza alla procura di Caltanissetta, che ben presto ha litigato (e continua a farlo) con quella di Palermo, per via di divergenze sulla gestione del presunto superteste: poco o per niente credibile per i magistrati nisseni, che lo avevano indagato per calunnia contro De Gennaro prima dei palermitani e che si sono visti sostanzialmente scippare l’inchiesta dai colleghi palermitani, ostinati nel tenersi stretto questo singolarissimo eroe antimafia. Ciancimino si era fatto beffe, nei giorni scorsi, anche del prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, che dopo l’intercettazione ambientale con il commercialista sospettato di vicinanza alla ’ndrangheta aveva chiesto per lui la revoca della scorta. La stessa scorta con cui ieri il figlio dell’ex sindaco stava andando a Saint- Tropez, in Francia, a trascorrere le vacanze di Pasqua. Caruso era stato lasciato da solo e la scorta era stata riconfermata. Il rigore delle indagini, però, alla fine ha colpito Ciancimino. Ma lo ha colpito solo quando ha toccato e ha insistito nel cercare di coinvolgere nelle vicende oscure della trattativa anche De Gennaro, ex capo della polizia e oggi direttore del Dis, il servizio di sicurezza. Non gli avevano detto nulla per le carte a rate, per il papello ritrovato chissà dove, per i sospetti lanciati contro Berlusconi, che il padre mafioso avrebbe addirittura finanziato ai tempi di Milano due, o contro il generale dei carabinieri Mario Mori, sotto processo con l’accusa di avere agevolato la trattativa tra stato e mafia. Lo hanno incriminato, e non potevano fare diversamente, data la prova provata della patacca, solo quando ha inserito, tra i funzionari infedeli, quelli del ‘Quarto livello’ appunto, Gianni De Gennaro. I pm hanno dovuto prendere atto degli imbrogli del grande ventriloquo del padre morto. Credeva, spacciando come verità le presunte confidenze di don Vito, di poter andare avanti all’infinito. Ma si era sbagliato. Anche se ancora pochi giorni fa era andato a dispensare perle di saggezza dal palcoscenico messogli a disposizione dal Festival del giornalismo di Perugia: da lì aveva detto di avere consegnato indirettamente 300 mila euro al discusso neoministro Saverio Romano, credendo probabilmente di dare così una mano a quella parte militarizzata della magistratura che tenta in ogni modo di abbattere il governo e l’Arcinemico che lo presiede. Forse – conclude Arena su IL FOGLIO - è stata l’ultima dichiarazione clamorosa della serie. Forse”. (red)

4. Ciancimino e la trattativa "copia-incolla"

Roma - “La polizia scientifica – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - ha accertato che il documento che Massimo Ciancimino aveva consegnato alla procura palermitana a sostegno delle accuse al cosiddetto ‘quarto livello’ dei funzionari collusi con la mafia è un falso, che il nome dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro era stato inserito con una specie di copia e incolla. Così, la procura ha dovuto ordinare il fermo di quello che aveva considerato il principale testimone della presunta trattativa tra mafia e stato. Di questa trattativa non c’è nessuna prova. Si sa che sono stati messi in atto vari tentativi da parte mafiosa, ma non c’è traccia né testimonianza attendibile che abbiano avuto un risultato. Ciancimino, con le sue testimonianze a singhiozzo, era l’unico perno su cui ruotava un’inchiesta tanto eclatante quanto poco fondata. Ma adesso, circoscrivere al solo De Gennaro l’operazione di disinformazione messa in atto da Ciancimino, come si cercherà di fare, non ha senso. Perché mai Ciancimino avrebbe deciso di manomettere documenti proprio per accusare un uomo che ha una grande influenza nelle attività investigative della polizia? Forse pensava che un nome tanto altisonante avrebbe dato credibilità al suo teorema, ma proprio questo chiarisce che di quella costruzione non resta in piedi nulla. La procura palermitana, costretta ad arrestare il ‘suo’ testimone, si vanta ora di essere assolutamente imparziale. Dovrebbe invece smetterla di delimitare la falla che si è aperta nella sua inchiesta e domandarsi se sia davvero il caso, a questo punto, di tenerla in piedi. E tutti – conclude IL FOGLIO - dovrebbero farsi qualche nuova domanda sulle inchieste che si reggono solo sulle parole dei pentiti”. (red)

5. Dell’Utri: “Gonfiava realtà, in Sicilia lo sapevano tutti”

Roma - Intervista di Felice Cavallaro a Marcello Dell’Utri sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Ma che mi metto a parlare io di questo ragazzotto che scoprono adesso millantatore?’ . Si ritrae Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che in Massimo Ciancimino ha trovato un accusatore implacabile, pronto a sostenere che stava in combutta col padre e che addirittura a lui subentrò nel coordinamento dei rapporti mafia-politica. Sorpreso dalla ‘scoperta’ ? ‘Ma non c’era niente da scoprire. Per la verità, lo sapevano già tutti che si trattava di un falsificatore di fatti, circostanze, nomi, vite. Tutta Palermo ‘ u sapi’ . Beh, sentirlo dire ai magistrati è un’altra cosa, forse. ‘Ah, certo. Mi ha favorevolmente sorpreso che ad agire contro questo ragazzo deciso a esagerare e gonfiare la realtà come una pallone sia stata proprio la Procura di Palermo. Mi ha sorpreso perché avrebbe dovuto farlo da tempo’ . Era tutto così chiaro? ‘Sulle disgrazie altrui non voglio ricamare. Ma era evidente lo spessore di questo imputato diventato non si capisce come testimone, pentito, quasi collaboratore di giustizia, addirittura scortato...’ . Lei respinge l’accusa che lei conoscesse bene il padre? ‘Questa è calunnia pura. Come fa questo figlio dell’ex sindaco a inventarsi cose di sana pianta? Mai visto, mai avuto a che fare con il padre. Sapevo solo che era il sindaco di Palermo. Punto e basta. Anzi, mi è sempre apparso come un cattivo sindaco che ha imbruttito la bella Palermo. Un giudizio pessimo, il mio’ . E l’accusa di aver preso il testimone dei rapporti con Bernardo Provenzano? ‘Roba da neurodeliri, non solo da calunnia. Siamo alla pura follia. Stento a credere che si possano inventare accuse così gravi e infondate’ . Ma la Procura a questo un po’ sembra crederci... ‘Mi auguro proprio il contrario perché sarebbe un abbaglio grande come una casa. Ma, scusi, perché io debbo parlare di queste cose? Che c’entro io? Buona Pasqua’”. (red)

6. Silvio e Giulio, dalla tensione alla tregua: “Tutto bene”

Roma - “‘Tremonti ha preteso la nota ufficiale di Berlusconi. L’incidente è chiuso’. Chissà se Gianni Letta – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - credeva a ciò che diceva, rispondendo nel primo pomeriggio all’ennesima telefonata di un ministro, desideroso di avere notizie dal ‘fronte’ . E dal ‘fronte’ si era venuto a sapere che il premier e il titolare dell’Economia si erano già sentiti. Il tono della conversazione era stato molto acceso, ma senza che si ripetesse il solito canovaccio in cui ‘Giulio’ minaccia le dimissioni e ‘Silvio’ le respinge. No, stavolta non era andata così. E tuttavia non bastava, non poteva bastare una nota di palazzo Chigi per chiudere il ‘caso’ fatto scoppiare dal Giornale con un’intervista al ministro Galan, che accusava Tremonti di aver ‘commissariato il governo’ e di ‘far perdere voti’ al centrodestra. Anche Letta lo sapeva. Infatti dopo la telefonata sono servite altre due ore di colloquio al Cavaliere per mettere una pezza nei rapporti con il titolare di via XX Settembre. E al termine del vertice — complicato come può esserlo ogni vertice tra i due — davanti a Berlusconi che tentava di sdrammatizzare, ‘è andato tutto bene’ , Tremonti seduto a fianco a lui non la smetteva di scherzare: ‘Come sempre abbiamo litigato, però stavolta mi sa che abbiamo superato il limite e non sappiamo come tornare indietro’. ‘Giulio, ti prego, finisce che ti prendono sul serio’ . Che fosse (e resti) una vicenda seria lo dimostra il modo in cui Berlusconi ha voluto ‘gettar acqua sul fuoco’ , così ha detto, non solo parlando di Tremonti davanti a Tremonti, ma parlando come Tremonti. ‘Non riesco proprio a capire’ , ha esordito: ‘Quando succedono certe cose mi stropiccio gli occhi. Fanno danno, solo danno’ . A poche settimane dalle elezioni, in effetti, un simile scontro nel governo non giova al Pdl. ‘E prima quella storia dei manifesti a Milano sulle Brigate Rosse nelle procure, poi quel deputato che vuole riformare il primo articolo della Costituzione... Si tratta di singoli casi, incontrollabili, tra un mare di candidati e di parlamentari. Casi che però vengono gonfiati dalla stampa e strumentalizzati’ . A parte il fatto che Lassini— autore dell’inusitato manifesto affisso a Milano — racconta di aver ricevuto la solidarietà del premier e l’invito ad andare avanti, stavolta è stato un ministro che ha attaccato un altro ministro, per di più dal giornale della famiglia Berlusconi. ‘Ma io non c’entro nulla’ , si è difeso il Cavaliere: ‘Peraltro che interesse ne avrei politicamente in questa fase? Nessuno. E anche Giulio lo sa benissimo. Sa che non c’è niente di ispirato da me. Conosco Galan e il suo carattere: purtroppo quando gli stati d’animo si riflettono sui media, vediamo quali sono le conseguenze’. La prima – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - è dover gestire la furia di Tremonti, cosa che nemmeno Berlusconi ha potuto smentire. ‘In effetti non fa piacere... Ma non c’è tensione, assolutamente’ , ha provato subito a riprendersi il Cavaliere: ‘Tra noi è tutto chiaro. È che queste cene...’ . La frase, rimasta tronca, è di facile interpretazione: le cene a cui si riferiva il premier rappresentano nell’immaginario del Pdl la fibrillazione correntizia, quello ‘sgomitare’ che il premier ha denunciato pubblicamente. Le cene sono il segno dell’agitazione che attraversa il partito e che Berlusconi ha interesse a derubricare: ‘Agitazione? L’unico, vero momento di agitazione è stato quando ho ipotizzato di fare un passo indietro’ . In verità Galan nell’intervista lasciava intuire che sarà il titolare di via XX Settembre a costringere il Cavaliere ad abdicare, facendogli perdere le elezioni con la sua linea di politica economica. Che ‘Silvio’ e ‘Giulio’ non si amino è risaputo, ma non è certo questo il momento per riattizzare la polemica e alimentare i soliti sospetti. Non a caso Berlusconi ha voluto parlare di Tremonti, davanti a Tremonti e come Tremonti: ‘Io ho condiviso le sue scelte, che abbiamo sempre discusso insieme. E i risultati nei conti pubblici dimostrano la bontà della linea adottata. Il bilancio fotografa una situazione che non consente di spendere danaro, ma impone di tagliare le spese. Stiamo intervenendo anche sulle missioni militari all’estero, per ridurre i contingenti senza diminuire la presenza e il prestigio del Paese’ . È stato a questo punto che il premier si è accorto di essersi fin troppo calato nella parte del ministro, e ha scartato. Perché Tremonti qualche difetto ce l’ha, ‘servirebbe forse una maggiore collegialità, un maggior coinvolgimento tra colleghi di governo. Ogni ministro è soggetto a forti pressioni, tutti vorrebbero una minore pressione fiscale, ma tutti sono consapevoli della difficile fase congiunturale. Serve quindi buon senso’ , ecco l’unico buffetto che ha riservato a Tremonti, ‘con il quale non ho mai litigato’ . Come, mai? ‘Mai, giuro’ . Ma se una volta è rimasto persino a San Pietroburgo pur di non tornare a Roma per vederlo: ‘Ah sì, quella volta che c’era la tormenta di neve... E vabbé’ . Era chiaro che non voleva né poteva dire altro, ‘serve gettare acqua sul fuoco’ , ha più volte ripetuto. Persino sulla riforma del fisco Berlusconi ha tentato di glissare, sebbene da mesi tampini Tremonti per avere almeno la bozza della legge delega: ‘La riforma è necessaria, perché il sistema è vecchio di quaranta anni e va adeguato. Per questo le commissioni di studio al ministero dell’Economia sono al lavoro, ma al momento non è possibile stabilire una data certa. Diciamo che entro sei mesi verrà presentata’. Ha dovuto mostrarsi sorridente – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - per mostrare una compattezza che non c’è, per placare l’irritazione di Tremonti e indurlo al buonumore: ‘Capisco che certe cose non fanno piacere, ma ogni volta che succede qualcosa ai miei ministri, li invito a pensare a quello che succede a me. ‘Pensate a me’, dico’ , e mentre lo dice allarga le braccia per rappresentarsi come un martire della politica: ‘Da quando sono sceso in campo, sono stato colpito penalmente, moralmente, economicamente e fisicamente’ . ‘Manca solo che tu venga colpito fiscalmente’, ha sussurrato Tremonti: ‘In effetti al ministero c’è una cartella... Scherzo’ . Sì, scherza”. (red)

7. Tremonti avvisa: basta attacchi o mi dimetto

Roma - “Un chiarimento o in queste condizioni non posso portare avanti il mio lavoro. La telefonata di Giulio Tremonti a Palazzo Chigi – scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - arriva in tarda mattinata. Ed è uno sfogo sopra le righe. Il tempo della lettura del Giornale di ‘famiglia’ che lo bolla ormai come un ‘caso’, che scrive di ‘misura colma’ nella gestione dell’Economia. Il titolare del dicastero lascia trascorrere le poche ore necessarie a prendere atto che dal premier Berlusconi non arriva alcuna presa di distanza dal ministro Galan che accusa il collega di essere ‘un socialista all’Economia’. Ecco, è a quel punto, a mezzogiorno, che anche Tremonti ritiene la misura sia colma. La solidarietà del Cavaliere arriverà solo dopo la sfuriata, alle 14. Accompagnata dalla promessa di riceverlo in giornata per quel chiarimento che il Professore pretende, se davvero Berlusconi ritiene di volerlo ancora al governo. Il faccia a faccia tra i due arriva a fine giornata, la più amara forse per Tremonti dopo quella delle dimissioni alle quali venne costretto sotto i fendenti di Fini e Casini nel 2004. Ma era una vita fa. Le due ore di confronto serrato a Palazzo Chigi serviranno a siglare una tregua. Tregua armata che reggerà, certo, almeno fino alle amministrative. Il presidente del Consiglio Berlusconi che lo rassicura: ‘La nostra linea politica economica è condivisa. Giulio, la penso come te: queste polemiche indeboliscono il governo. Mi è chiaro che la linea del rigore è l’unica possibile. Io con queste polemiche non c’entro nulla, non ho sentito nessuno del Giornale, e poi figurarti se in campagna elettorale e sotto Pasqua monto su una polemica del genere’. La tesi è quella del complotto cucinato in casa: ‘È tutta una strumentalizzazione, vedi l’uscita di Galan, quella del deputato Ceroni, la trovata di Lassini a Milano. Io non c’entro nulla’. Tremonti incassa. Il caso per lui si chiude con quella sorta di ammenda fatta dal premier. Ma il quadro gli è chiaro. Sa bene che Berlusconi per l’intera giornata non ha mai chiamato Galan per redarguirlo, lo farà solo la sera per un colloquio ‘cordiale’. Ma tant’è. Al ministro a questo punto interessa altro. Interessa incassare il pieno sostegno sulla politica economica della quale lui è l’unico (e non poco criticato) regista in seno al governo. L’inquilino di via XX Settembre si presenta in Presidenza con la sua cartella zeppa di carte e tabelle che dispone in pochi secondi sul tavolo del premier. Mostra grafici, numeri, parametri. ‘Vedi, la nostra economica reale sta migliorando. Il nostro rapporto deficit-Pil è tra i più avanzati in Europa. Questo però non vuol dire che possiamo creare altro deficit. Questo non vuol dire alimentare altra spesa pubblica’. Berlusconi annuisce, dice di concordare appieno. Non potrà fare diversamente. Anche perché, - prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - come ha modo di mostrare ancora il titolare dell’Economia, la situazione internazionale è pesante, sono ancora alti i rischi che corrono Portogallo, Spagna e Grecia. Cautela e buon senso inducono a escludere che possa esservi la ‘frustata’ all’economia tanto auspicata e promessa dal presidente del Consiglio. Non è il momento. È un punto a favore di Tremonti. Berlusconi ancora una volta prende atto, incassa. Non entusiasta. ‘Ma almeno la riforma fiscale proviamo a portarla avanti, per presentarla magari tra sei mesi’ abbozza il Cavaliere. Una botta, per lui che sognava di annunciarla nell’ultimo comizio utile della campagna elettorale, il venerdì 13 maggio, dalla piazza di Milano. Tremonti tiene il punto, certo. Ma misura da ieri anche quanto sia profonda la sua solitudine nella squadra di governo. Dalla quale si è levata appena la voce di Altero Matteoli per prenderne pubblicamente le difese. Dagli altri big pidiellini un invito generico a evitare polemiche in campagna elettorale. Risale a neanche un mese fa, d’altronde, la cena alla quale parteciparono nove ministri su tredici per dire basta alla linea rigorista, ai cordoni sigillati del collega così vicino alle istanze della Lega. Per il momento Tremonti mastica amaro e va per la propria strada. La tirata di Galan la considera frutto dell’astio di chi ha dovuto cedere il Veneto al Carroccio. Il Giornale, dal quale almeno tre volte negli ultimi sei mesi era stato attaccato pesantemente, interprete della pancia del partito. Voce dei colonnelli più oltranzisti. Del resto, la recente investitura pubblica di Angelino Alfano alla successione ha finito col segare l’ultimo filo della corda che legava il Professore, successore in pectore, e il Cavaliere. Nei colloqui avuti nel pomeriggio con i suoi prima del faccia a faccia, Berlusconi era stato assai schietto. Un colpo al cerchio, uno alla botte. Come spesso accade. ‘Siamo in campagna elettorale, comprendo le proteste dei ministri che si ritrovano col budget azzerato, ma dobbiamo abbassare tutti i toni’. Almeno fino al 15 maggio. Ma se questo è il clima, lasciano filtrare i deputati pidiellini fedeli a Tremonti, - conclude Lopapa su LA REPUBBLICA - allora la manovra da 35 miliardi che Bankitalia vorrebbe già a settembre la farà qualcun altro”. (red)

8. Galan accusa Tremonti. Il premier: difendo Giulio

Roma - “Un ministro – scrive Ugo Magri su LA STAMPA - che dà pubblicamente addosso a un collega di governo, per di più sul quotidiano di famiglia del premier: mai si era visto in 150 anni, stiamo battendo ogni record. L’‘aggressore’ è Galan, successore di Bondi alla Cultura; la ‘vittima’ è Tremonti, l’uomo che ha in carico l’Economia. Incerto il ruolo del Cavaliere. Qualcuno addirittura lo addita come mandante politico dell’attacco, visto che viene ospitato sul ‘Giornale’ proprio come un tempo le legnate a Fini. In realtà Berlusconi avrebbe fatto a meno della polemica, che permette all’avversario Casini di denunciare: ‘Questo scontro è la punta di un iceberg della rissosità interna alla maggioranza e al governo’. Silvio ha tentato di riportare la calma con una dichiarazione di ‘pieno sostegno’ a Tremonti. E’ bastata a scongiurare le dimissioni su due piedi del ministro, con conseguenze catastrofiche per il governo. Non è risultata sufficiente a impedire che Tremonti piombasse verso sera a Palazzo Grazioli. E sebbene Bonaiuti (presente al colloquio) parli di clima ‘tranquillo, anzi sereno’, risulta che Berlusconi si sia dovuto sorbire due ore di faticosa lezione sullo stato dell’economia internazionale, sui pericoli non ancora sventati, sull’impossibilità di dare in questo momento ‘frustate’ alla nostra economia che langue, sui tempi lunghi per una riforma seria del Fisco... Alla fine il premier è stato costretto a ammettere: l’unica strada possibile è quella seguita dal suo ministro, alternativa non c’è. E pazienza se, come accusa Galan nell’intervista con Adalberto Signore, di questo passo ‘si perdono le elezioni’. L’ex governatore del Veneto non è l’unico a pensarla così. Altri 8 ministri sere fa erano giunti alla medesima conclusione, ‘Tremonti va fermato’; tuttavia se l’erano detto tra loro a cena. Viceversa Galan – prosegue Magri su LA STAMPA - ha impugnato il megafono. Bisogna arginare ‘lo spettro di Tremonti che aleggia su qualunque decisione del governo’. Berlusconi ‘deve dare una scossa’, la politica dei tagli lineari ‘equivale a non scegliere’ (argomento caro alla sinistra e ai finiani che esultano: ‘sono le stesse critiche di Gianfranco’). Galan imputa a Tremonti di essere un ex socialista capitato lì per caso, coi liberali non c’entra un fico. Visto che c’è, bolla come ‘politici di professione’ il ministro La Russa e il capogruppo Pdl Cicchitto. Quest’ultimo, di carattere particolarmente sanguigno, promette di rispondere ‘alle cortesi osservazioni del ministro Galan dopo le prossime elezioni’. Già, perché tra 15 giorni si vota in città come Napoli, come Milano: un test nazionale, secondo Berlusconi. Raccontano testimoni molto autorevoli che Silvio abbia smoccolato nel leggere in prima pagina sul ‘Giornale’ la campagna ‘io voto Moratti’. Ma come, pare sia esploso, ‘e io che sono capolista, che mi gioco la faccia, perché non far votare anzitutto me?’. L’argomento è stato speso da Berlusconi con Tremonti per dimostrargli che, nelle scelte editoriali del ‘Giornale’, lui non ha voce in capitolo: sbagliato sospettare di lui. Però non risulta che abbia messo in riga Galan, nemmeno una telefonata di lamentela. Certe critiche Berlusconi le condivide, semmai giudica un errore formularle adesso. ‘Ma vi pare che a due settimane dalle amministrative si debba dare spettacolo?’, è il suo lamento riecheggiato dal fido Verdini che spiega: ‘Legittime le critiche di Galan, ma da discutere nelle sedi di partito e non sulle pagine dei giornali perché fa il gioco dei nostri detrattori...’. Al Cavaliere i ministri piacerebbero tutti come la Brambilla che ieri gli ha presentato una serie di soluzioni pratiche per Lampedusa, dai voli estivi agli spot promozionali. ‘Se continuate così vi mando tutti a quel paese’, è sbottato due giorni fa con un ministro. Se non avesse tutti questi processi, - conclude Magri su LA STAMPA - magari lo farebbe davvero”. 

9. Galan insiste: Tra ministri non sono il solo anti-Tremonti

Roma - “Non fa retromarcia, deve piacergli l’idea di passare alla ‘storia’ come l’anti-Tremonti. Dopo la fiammeggiante intervista al ‘Giornale’, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - Giancarlo Galan non nasconde il cerino, neppure quando gli dicono che il ministro dell’Economia se l’è presa: ‘Lui può dire quel che crede, ma nel governo c’è un problema di collegialità e Tremonti non può presentarsi sempre col pacchetto già chiuso. Parliamone in Consiglio dei ministri, non credo che sarò solo...’. Ecco il punto, ecco la novità lievitata nel corso degli anni e giunta a maturazione: contro il più potente ministro del governo oramai si sono coalizzate due entità. Il presidente del Consiglio, affiancato da Gianni Letta e da quasi tutta la “guardia repubblicana” raccolta a Palazzo Chigi. Ma anche buona parte dei ministri del Pdl, diversi dei quali hanno litigato - pubblicamente e riservatamente - con Tremonti. Un fronte formato dal premier più diversi ministri, non è poco. Certo, ieri di prima mattina il Presidente del Consiglio non era entusiasta dell’intervista di Galan al “Giornale”: a Berlusconi è parsa l’ennesima rappresentazione di un governo diviso, ma soprattutto il premier ha capito che Tremonti avrebbe colto l’occasione - e così è stato - per lamentarsi di un attacco a freddo. La giornata si è conclusa con un faccia a faccia tra i due, culminato in una interlocutoria stretta di mano. Un colloquio che non smobiliterà il fronte dei nemici di Tremonti. Negli ultimi mesi il più inquieto è parso proprio Berlusconi. Due gag, una riservata e una pubblica, spiegano il perché. Il 13 aprile, in Consiglio dei ministri, Tremonti inizia a sciorinare il Documento di economia e finanza per il 2011, Berlusconi lo sogguarda con espressione di plateale scetticismo. Ma poi quando il ministro affronta la materia fiscale, il premier si “sveglia”, con mimica esibita fa capire che quel tema lo interessa assai. Ma non appena Tremonti lascia intendere che non ci sono margini per imbastire una riforma fiscale degna di questo nome, - prosegue Martini su LA STAMPA - il presidente del Consiglio, muove pollice e indice per far capire: tutto qui? La seconda gag si è consumata un mese fa davanti ad Arcore, quando ai poliziotti in protesta, il premier disse: ‘E’ Tremonti che non dà i soldi, perché non lo fate fuori?’. Due sketch che richiamano l’indimostrabile sospetto coltivato da Berlusconi: Tremonti, tagliando indiscriminatamente fondi ai ministri, non lascia risorse per gli investimenti e soprattutto tiene nel cassetto una riforma fiscale incisiva, da tirar fuori, magari, quando sarà utile proprio al ministro. Galan, vicinissimo al premier, lo dice senza perifrasi: ‘La politica dei tagli lineari equivale a non scegliere, abbia il coraggio di esporsi’. Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati: ‘E’ arrivato il momento di tagliare le tasse’. E poi c’è il fronte dei ministri. Quasi tutti i big del Pdl - prima o poi - hanno bisticciato con Tremonti. La Prestigiacomo una volta, riferendosi al ministro dell’Economia, ha detto: ‘Non siamo degli scolaretti!’. Tra Brunetta e Tremonti si narrano scontri epici, come quella volta che in Consiglio dei ministri, il ministro dell’Economia avrebbe detto all’altro: ‘Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in c...’. E Brunetta a Tremonti non ha risparmiato nel passato critiche: ‘Esercita un potere di veto su tutti i ministri, un blocco cieco, indistinto, conservatore’. Una ostilità che ha preso corpo nella proverbiale cena degli otto ministri (Frattini, Carfagna, Gelmini, Romani, Alfano, Fazio, Prestigiacomo, Fitto, doveva esserci anche Galan), che si è trasformata in uno sfogatoio. Eppure Tremonti - fuori dal governo - continua ad essere fortissimo. Lo dimostra anche una vicenda ancora riservata. Il 7 maggio Confindustria terrà a Bergamo una Convention alla quale viene attribuito un particolare significato simbolico e alla quale - si era detto - non sarebbero stati invitati politici. Dunque, non ci sarà il premier, ma potrebbe esserci - ecco lo spiraglio restato aperto - il ministro dell’Economia. Una ragione in più – conclude Martini su LA STAMPA - per dar credito a quel che sussurra uno dei ministri presenti alla cena degli otto: ‘Se riusciremo a vincere le elezioni a Milano, si porrà inevitabilmente il problema di un ridimensionamento di Tremonti’”. (red)

10. Berlusconi media: “Ora cambiamo marcia”

Roma - “Un vertice fiume. Un faccia a faccia Berlusconi-Tremonti – scrive Francesco Cramer su IL GIORNALE - all’indomani di un vigoroso attacco al ministro dell’Economia portato dal collega dei Beni culturali, Galan. L’uomo dei conti pubblici ha minacciato le dimissioni e chiesto la fine del ‘fuoco amico’ che hanno lo scopo di ‘indebolirlo’, pretendendo che il premier lo difendesse dalle critiche dei tanti colleghi che, non da oggi, lamentano la scure tremontiana ai propri dicasteri. Il premier lo ha fatto ma, dal canto suo, gli ha anche chiesto uno sforzo in più per il futuro: ora è arrivato il momento di trovare le risorse per abbassare le tasse entro la fine della legislatura. Ci sono le amministrative ma la tornata elettorale ha valenza politica e il presidente del Consiglio vuole lanciare un messaggio forte. Del tipo: così faremo ripartire l’economia. Certo, occorre il nullaosta di chi fino a ora ha tenuto i cordoni della borsa sigillati. Fino a ora. In futuro è bene allentarli un po’. Se è vero che il Cavaliere ha riconosciuto le capacità del suo ministro di ‘non farci fare la fine della Grecia’, ora gli ha chiesto di cambiare marcia. E se proprio questo è un momento difficile, occorre procedere con le riforme a costo zero. In effetti sia Tremonti che Berlusconi hanno convenuto che i soldi in cassa non sono molti. Ma che, tuttavia, ‘senza Fini fare le riforme sarà più facile’. Quella di ieri è stata senza dubbio la giornata di Tremonti. Iniziata con l’intervista bomba rilasciata al Giornale dal ministro Galan. Un attacco che ha fatto molto rumore. Ma fino alle due del pomeriggio di ieri tutto ha taciuto. Ma cosa aveva detto il ministro dei Beni culturali al Giornale? ‘Con Tremonti si perdono le elezioni. Per questo chiedo a Berlusconi una scossa’. E ancora: ‘Tremonti è un socialista che ritocca tutti i provvedimenti e il governo è perennemente commissariato da lui’. Bordate che, per ore, - prosegue Cramer su IL GIORNALE - hanno provocato un assordante silenzio. Di fatto nella maggioranza sono in molti a mugugnare: c’è chi sotto sotto condivide le critiche, chi ricorda che in effetti è lui a strizzare troppo i cordoni della borsa, chi sposa la critica finiana ai tagli lineari. La difesa a Giulio è arrivata alle 14. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ribadisce ‘il suo pieno sostegno all’azione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti - si legge - Grazie alle linee di politica economica, sempre condivise e approvate dal Consiglio dei ministri, l’Italia ha garantito la tenuta del bilancio dello Stato e con questa la sicurezza del risparmio e la coesione sociale’. Due minuti dopo tocca al triumviro del Pdl Denis Verdini mettere in riga il ministro malpancista: ‘Ritengo esagerate e fuori luogo le critiche a coloro che, ognuno per la sua parte, hanno assicurato risultati così importanti e lusinghieri. È legittimo avere opinioni diverse... ma è anche doveroso che queste possano essere valutate e discusse nelle sedi di partito e non sulle pagine dei giornali, proprio perché è ciò che vogliono i detrattori del Pdl e quanti ambiscono alla caduta del governo per via extrapolitica’. A Galan, che non ha neppure risparmiato La Russa e il capogruppo del Pdl Cicchitto, definendoli ‘politici di professione’, rispondono gli interessati. Cicchitto si morde la lingua: ‘Gli risponderò dopo le elezioni’; La Russa si contiene: ‘Specie in campagna elettorale l’obiettivo dovrebbe essere unico: remare nella stessa direzione’. Ed è proprio la campagna elettorale per le amministrative in cima ai pensieri del Cavaliere. La riforma della giustizia, comunque, sarà uno dei temi centrali su cui impostare la campagna elettorale e la fase due dell’azione di governo. I numeri ci sono ma il Cavaliere sa anche che per non renderli ballerini va risolta in fretta la questione del cosiddetto ‘rimpastino’. A questo proposito il Cavaliere, dopo aver ricevuto l’ex ministro Scajola, ha incontrato anche l’onorevole ‘responsabile’ Scilipoti. L’ex dipietrista ha confermato al premier di non essere interessato ad alcuna poltrona ma non tutti, tra i suoi colleghi, la pensano così. Ma anche questo nodo sta per essere sciolto. Qualche sottosegretario verrà nominato la settimana prossima, durante il primo Consiglio dei ministri. L’ultimo empasse – conclude Cramer su IL GIORNALE - riguarderebbe il nome di Villari su cui ci sarebbe il veto dei senatori Gasparri e Quagliariello. Ma che la squadra dei ‘responsabili’ è destinata a non dividersi lo conferma un’indiscrezione. Presto si chiameranno ‘Terzo polo - Lista dei riformisti’. Pare che il simbolo sia già stato depositato”. (red)

11. Lo scontro Galan-Tremonti? Una maionese impazzita

Roma - “Sta cedendo il ‘primo cerchio’: la bolla di compattezza sacrale – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - tipica dei periodi elettorali che certificava il controllo di Silvio Berlusconi sui vertici del Pdl e sul governo. Per quanto l’immagine possa apparire banale, l’attacco al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dal collega Giancarlo Galan, seguito da una scia di precisazioni, ricorda una maionese impazzita. E né il colloquio di due ore fra Berlusconi e Tremonti di ieri sera a Roma né i due comunicati con i quali il capo del governo e poi uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini, gli confermano ‘pieno sostegno’ , bastano a cancellare l’episodio. Avviene mentre affiora l’incertezza su una vittoria al primo turno del sindaco di Milano, Letizia Moratti: un’incognita impensabile nella capitale del berlusconismo. Ancora, a amplificare la polemica antitremontiana è il giornale del fratello del premier: lo stesso che continua a difendere Roberto Lassini, il candidato dei manifesti contro una Procura equiparata alle Br; e lo stesso che sottolinea la competizione fra Pdl e Lega, punzecchiando Umberto Bossi. In più, Tremonti è indicato da tempo come bersaglio di una filiera ministeriale irritata dal suo rigore finanziario. Ce n’è abbastanza per azzardare una sorta di ‘fallo di frustrazione’ contro il titolare dell’Economia: un atto di puro autolesionismo. E infatti a Palazzo Chigi, stupiti, hanno intuito subito che era partito un boomerang destinato a rimbalzare su Berlusconi; e a evocare una psicologia da bunker, che spinge a sparare alla cieca. Il comunicato della presidenza del Consiglio è così generoso di riconoscimenti al ministro dell’Economia, da sottolineare di rimbalzo l’errore di chi voleva affondarlo, facendolo riemergere forse perfino rafforzato. L’impressione – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è confermata dalle indiscrezioni sul colloquio di ieri sera. Si lodano le ‘linee di politica economica, sempre condivise e approvate dal Cdm’. Si dà atto che ‘l’Italia ha garantito la tenuta del bilancio dello Stato: una linea che deve essere mantenuta’ . Quanto alla nota di Verdini, Galan viene criticato non per quello che ha detto, ma per il momento e il metodo scelti. L’accusa è di avere armato ‘i detrattori del Pdl e quanti ambiscono alla caduta del governo Berlusconi per via extrapolitica ‘ : tanto più in una fase nella quale sarebbero necessarie ‘coesione e armonia’ . Le parole di Verdini, però, finiscono per confermare che nessuno ormai sembra in grado di arginare gli scarti di una nomenklatura incline al ‘fai-da-te’ . Insieme a Tremonti, Galan ha attaccato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, definiti ‘politici di professione’ . Eppure, le controversie sul titolare dell’Economia promettono di durare. Il sito del Pdl dà voce a militanti ansiosi di vedere una politica di sviluppo. Il tema diventerà cruciale quando bisognerà offrire all’elettorato qualcosa di più dei sacrifici. Ma per ora la crisi e l’Ue non offrono ‘crostate da dividere’ , avverte il ministro. La forza di Tremonti è questa. Ed è il motivo della sua debolezza agli occhi di un berlusconismo nutrito da una visione ottimistica; e in sofferenza – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - di fronte a una realtà costretta a smentirla”. (red)

12. Feltri: Nel Pdl sono tutti impazziti

Roma - “Al momento – osserva Vittorio Feltri su LIBERO - non crediamo sia importante stabilire chi abbia ragione e chi torto tra il ministro ai Beni culturali Galan e il ministro all’Economia Tremonti. Il problema oggi, a meno di un mese da elezioni amministrative, è non dare l’impressione che il Pdl sia una gabbia di matti. Ma pare che nel partito pochi o nessuno sentano l’esigenza di spegnere lo spirito polemico che minaccia di bruciare il patrimonio di consensi ancora attribuibile all’armata Berlusconi. La stura alle ultime schermaglie è stata data dall’ex governatore del Veneto, che in una intervista ha manifestato senza ritegno il proprio risentimento nei confronti del ‘tesoriere’ del governo, a suo giudizio responsabile di una politica socialista (in contrasto con l’idea liberale costitutiva di Forza Italia e del Pdl) destinata a provocare disamore negli elettori. Un attacco virulento che ha costretto il Cavaliere a difendere Tremonti per dimostrargli che Galan ha parlato a titolo personale e non ha interpretato il pensiero della presidenza del Consiglio. Incidente chiuso? Presto per dirlo. Ma è difficile che le parole del titolare dei Beni culturali cadano nel dimenticatoio. Il ministro all’Economia non è tipo da incassare in silenzio. Vedremo. Una cosa è certa. Lui è un personaggio di spicco, stimato in Italia e all’estero per il lavoro svolto a salvaguardia dei conti pubblici. Cercare di scaricarlo addossandogli colpe non sue – prosegue Feltri su LIBERO - non è stata una brillante operazione, non ha giovato alla reputazione del governo che, pur tra mille difficoltà (note), è riuscito nella non facile impresa di reggere alla devastante crisi mondiale. Inoltre, è ingiusto insinuare, come ha fatto Galan, che una eventuale sconfitta elettorale del Pdl recherebbe la firma di Tremonti. Del quale si può dire tutto tranne che non sappia fare il proprio mestiere. La vicenda ha sconcertato non solo i simpatizzanti del centrodestra, ma anche i dirigenti del Pdl che ora non capiscono più con chi devono stare: con l’attaccante o con l’attaccato? Questa storia non ci voleva. Con tutte le grane che angustiano la maggioranza e il Paese, con le traversie che inquietano il premier (processi, agguati, molestie) e i suoi sostenitori, si pretendeva dagli esponenti di maggior rilievo del Popolo della libertà più disciplina, rispetto delle forme e attenzione al bene comune. Niente di ciò. Nel partito prevale la sgangheratezza dei comportamenti e l’interesse individuale. Ciascuno pedala per conto proprio, tentando di assicurarsi posizioni di privilegio e continuità di carriera, come se la politica fosse soltanto un affare e non anche, e specialmente, un servizio da rendere ai cittadini. Ogni giorno una lite, una riunione (di congiurati?) sospetta, una dichiarazione acida riguardante un collega. Ecco perché lo sfogo di Galan ha assunto una valenza che, probabilmente, va oltre le intenzioni del ministro alla Cultura. Il quale forse mirava non tanto a colpire Tremonti quanto a sollecitare il premier a ristrutturare il partito allo scopo di renderlo idoneo ad affrontare la ‘prova alle urne’ e gli impegni governativi prossimi. Sia come sia, l’effetto delle ricorrenti baruffe è fortemente negativo: gli italiani sopportano tutto eccetto lo spettacolo indecente offerto da uomini che, invece di occuparsi del Paese, s’azzuffano per strapparsi il potere. La nostra – conclude Feltri su LIBERO - non è una reprimenda ma una preghiera: smettetela di esibire il peggio di voi e datevi da fare almeno per meritare il voto che anche stavolta vi daremo. Per mancanza di alternative. Davanti a un deficit di efficienza è gradita, se non altro, la buona educazione”. (red)

13. Il Giornale: Governo liberale, ricetta socialista

Roma - “Bellunesi gli avi, valtellinese di nascita, - scrive Giancarlo Perna su IL GIORNALE - Giulio Tremonti racchiude in sé i due mondi: follia veneta e praticità lombarda. Imprevedibile e contraddittorio. Punto comune tra le sue etnie - dolomitiche le une, orobiche le altre è che sono entrambe alpestri. Dunque, testa dura. Il Cav se l’è trovato per caso sulla sua strada. Tremonti nuotava nel vivaio socialista di Gianni De Michelis. Si era formato alla scuola di Franco Reviglio, barone rosso garofano e ministro delle Finanze nei primi ‘80, tra altri giovanotti promettenti: Vincenzo Visco - futuro ministro pd, ribattezzato Dracula per la voracità fiscale - Domenico Siniscalco, Franco Bernabè, Alberto Meomartini, tuttora in auge e ben piazzati. Scomparso il Psi con Tangentopoli, Giulio si candidò alla Camera col Patto Segni nelle elezioni 1994 vinte da Berlusca. Messo piede a Montecitorio, fece il salto della quaglia dalla sinistra al Cav. Un’ora dopo era ministro delle Finanze. Imprevedibile e contraddittorio, appunto. Si era svolto tutto così in fretta che né Silvio, né Giulio pensarono di verificare se le loro idee erano compatibili. Che il Cav si considerasse liberale l’aveva detto in tutte le salse. Cosa fosse invece Tremonti, oltre che socialista, non lo sapeva nessuno. Lì per lì, la cosa non ebbe peso perché il primo governo di centrodestra durò lo spazio di un mattino e seguirono sette annidi opposizione. Nell’intermezzo, Tremonti rimase accanto al Cav ma si legò alla Lega, innamorandosi - si fa per dire, perché è un tipo freddino delle libertà padane contro lo Stato accentratore. Scrisse pure un libro in tono: Lo Stato criminogeno. Un manifesto liberale. ‘Bene, allora è dei nostri’, si disse il Cav che pensava di avere risolto il quiz Tremonti. Tornato a Palazzo Chigi nel 2001, gli affidò totalmente la cassa facendolo super ministro dell’Economia, ossia delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio. Fu in quel 2001 – prosegue Perna su IL GIORNALE - che il Berlusca e il centrodestra cominciarono a inchinarsi a Giulietto e a consegnargli i destini del governo, della coalizione e del Paese. Prudentemente, Tremonti debuttò liberista. E fece la sua cosa più berlusconiana: abolì le imposte sugli utili d’impresa reinvestiti nell’azienda. Poi, con padano realismo, elargì un condono fiscale. Era il mercato con qualche eccesso. Unico neo è che, nel farlo, contraddiceva se stesso. Una volta scrisse: ‘In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni. La sostanza non cambia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge’. Giulietto decise di ignorare con la destra ciò che faceva con la sinistra e moltiplicò le sanatorie. E nei primi anni del 2000 che getta la maschera, dichiarandosi ‘colbertiano’, cioè statalista col botto. Colbert era ministro del Re Sole, - quello dello ‘Stato sono io’ - ed emblema dell’assolutismo. Un uomo tutto industrie pubbliche, dogane, balzelli. Giulio è uomo di spirito e sembrava una boutade. Era invece il suo volto vero. In questa legislatura, Tremonti non ha fatto una sola cosa di sapore liberale, lasciando totalmente irrealizzato il programma di governo, salvo l’abolizione dell’Ici. Grazie al cattivo carattere ha tenuto a posto i conti dello Stato, chiudendo i cordoni della borsa ai ministeri senza distinguere tra spese essenziali e rinviabili. Ha esasperato ministri e Berlusconi. Ha alimentato la sfiducia nelle capacità riformatrici del centrodestra. Ora, il tremontismo rischia di essere la tomba del berlusconismo. Col suo tabù sul pareggio del bilancio, senza un occhio allo sviluppo, passeremo i nostri giorni con la cinghia stretta, eternamente sull’orlo del burrone. Nonostante gli impegni programmatici e le sollecitazioni, non ha mosso un dito per alleggerire le imposte. Anzi, quanto a fisco ha superato Visco, l’ex sodale dei tempi di Reviglio. Ricordate, l’estate scorsa, l’arrembaggio delle Fiamme gialle sullo yacht di Briatore? Una scena da Malesia salgariana che ha fatto fuggire dalle nostre darsene le barche di mezzo mondo. Una settimana dopo era tutto finito. Un’inezia burocratica era stata trasformata in una dimostrazione muscolare. Pare che l’osceno spettacolo abbia causato al settore una perdita stagionale di due miliardi (quattromila miliardi vecchie lire). Non contento, Giulietto e i suoi uffici hanno piazzato al confine svizzero telecamere per controllare i passaggi in ingresso e uscita, contro esportatori di valuta, spalloni e valicanti vari. Una pura, e inutile, intimidazione da Berlino sovietica che per poco non finiva col ritiro dell’ambasciatore elvetico. Non so davvero da cosa derivino queste rodomontate inconciliabili con uno Stato di diritto e incompatibili col centrodestra libertario, anti-intercettatorio e anti-giustizialista. Che sia l’origine socialista di Giulio? Un’esagerata immedesimazione col potere a furia di fare il ministro in solitaria? O un’influenza del passato? Tremonti è stato titolare di un famoso studio tributario con clienti danarosi che cercavano da lui, che conosceva ogni anfratto, rifugio dal Fisco. Nominato ministro, è passato dall’altra parte della barricata, come se un ladro - absit iniuria verbis - diventasse capo della Mobile. Ecco, allora, l’umano desiderio di dimostrare che Tremonti non si fa infinocchiare come invece riusciva a farlo lui con i predecessori. Altra fissa socialistica di Giulio è ripristinare dazi. Ce l’ha con Pechino che esporta dannatamente ma senza piegarsi ai rigori Ue. C’è in questo antiglobalismo un’eco dei lumbard. Invece di considerare la Cina come un’opportunità, la considera nemica. L’opposto della Germania che, anziché farsi sommergere dai suoi prodotti, l’ha invasa dei propri e ora guida la ripresa mondiale. Tremonti è soprattutto un carattere. Decide di testa sua e se lo ostacolano ha le dimissioni in tasca. Le dà e le ritira a ogni Consiglio dei ministri. Ogni tanto è iperottimista. Nel 2008 voleva una supertassa sulle banche perché troppo ricche. Un mese dopo, scoppiata la crisi, corse a finanziarle perché non fallissero. Segno che non aveva previsto nulla. Altre volte è catastrofista. Dal 2008, ripete che il greggio arriverà a 200 dollari il barile. Invece, siamo stati a lungo sotto i cento e ora poco più su. Insomma, - conclude Perna su IL GIORNALE - un po’ dà i numeri. E poi guardate che tipo, si preoccupa tanto del caro greggio, ma e u primo ad affondare l’atomo. Da tempo è alla testa dell’antinuclearismo nostrano. Centrali troppo care, energia pericolosa, le scorie non ti dico. In questi giorni post Fukushima, impazza. Quello che fa effetto è che il nucleare era un punto fermo del governo, e lui - che ne è magna pars - lo silura senza consultarsi con nessuno. O così, o pomì. Ministro o amico del giaguaro? Finora Giulio ci ha fatto venire il ballo di San Vito. Per vederlo disteso deve essere in famiglia, tra i monti di Sondrio. Ha una moglie e un figlio. Un fratello farmacista detto ‘lampadina’ per la calvizie, un altro cattolico lefebvriano e una sorella artista. Sostengono che tutti, senza eccezione, siano più simpatici di lui. Relata refero”. (red)

14. Il Tempo: Attenzione, senza partito non resta niente

Roma - “A cosa serve un partito politico? A rappresentare (e imporre) – scrive Mario Sechi su IL TEMPO - gli interessi di un gruppo di uomini e donne. Questo nelle democrazie avviene attraverso le elezioni, dove i partiti presentano il proprio programma e su questo cercano il consenso. Siamo nella dimensione che Max Weber definiva la ‘sfera della potenza’. Alle loro origini i partiti erano organizzazioni di notabili che prendevano la forma di comitati elettorali, dall’attività sporadica, la cui funzione principale era quella di eleggere uno o più candidati provenienti da una base sociale prevalentemente borghese. Lo scenario cambia radicalmente con la trasformazione del partito dei notabili in "partito di massa". Nascono così i politici di professione, l’attività del partito diventa permanente, la struttura organizzativa è quella di un vero e proprio apparato burocratico, la missione è quella di far partecipare gli associati alla vita civile. La base non è più quella dei notabili ma sono i lavoratori. Il suffragio parziale diventa universale. Che cosa è il Pdl? È un mix tra un’organizzazione di notabili (veri, finti, autopromossi o nominati) e un vivace partito-movimento di massa con un leader carismatico e una dose imbarazzante di anarchia interna. A cosa serve un siffatto partito? A rappresentare gli interessi di un largo gruppo di uomini e donne? Certamente. E poi? Naturalmente a partecipare alle elezioni. E chiuse le urne che si fa? Ah, perbacco, se si vincono le elezioni il Pdl serve a sostenere l’azione di governo, assicurare stabilità e portare a termine il programma con il quale si è conquistato il voto dei cittadini. In teoria, sempre più solo in teoria. Purtroppo per i liberal-conservatori italiani (e per il Paese) su questa parte della missione la formazione guidata da Silvio Berlusconi si sta rivelando più che un partito un asilo infantile privo di insegnanti. Perché solo un pulsione puerile, non razionalizzata, immatura, psicologicamente instabile, da biberon e lecca lecca, può spingere un partito che vale intorno al 30 per cento dei voti a demolire la propria immagine come sta accadendo da mesi. Le bischerate combinate sono tante, in questa pagina ne offriamo una piccola selezione. Ma basta e avanza per capire che così non si può andare avanti. Serve ordine e una rotta per il domani. Vabbè, il capo (Berlusconi) ha i suoi problemi con i magistrati che non sono proprio sereni con lui, si è concesso qualche distrazione impegnativa per la sua età e per soprammercato sappiamo che il partito non gli è mai piaciuto. Lo considera un peso. Eppure servirebbe proprio per evitare queste sceneggiate. Scoppiato il pasticciaccio brutto del Galan anti-Tremonti, a palazzo Grazioli si sono accorti che il piatto di fegato alla veneta era indigeribile. Che scoperta. Non è presentabile un menù politico – prosegue Sechi su IL TEMPO - dove il ministro più rappresentativo di questo governo, Giulio Tremonti, viene attaccato a freddo dal neo-ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan il quale avrebbe parecchie cose da fare al dicastero, ma decide di concedere un’intervista a Il Giornale, lasciandosi andare a considerazioni di varia (dis)umanità. Ecco a voi il florilegio di diplomazia e tatto: ‘Un socialista all’Economia ha commissariato il governo’, ‘un liberale come me non può stare dalla stessa parte di un socialista’, ‘con Tremonti si perdono le elezioni’, ‘il centro delle decisioni del governo non può stare a via XX Settembre’. Che meraviglia. A parte aver scoperto che Galan si crede erede di Benedetto Croce, la rappresentazione è quella di una ditta di demolizioni guidata talmente bene da dover costringere Berlusconi a metterci una toppa. Tutto finito? Macchè. La nota di Palazzo Chigi era ancora calda come una pizza in forno ed ecco Claudio Scajola dire a Giulietto che bisogna avere ‘più coraggio per lo sviluppo’. E i soldi? Firmano due cambiali e poi le protestano? Temo che Tremonti prima o poi possa lasciare. Immaginate la scena: Galan, Scajola o un altro pincoppallino che si presentano a una riunione dell’Ecofin per gestire di fronte a un branco di squali il terzo debito pubblico del mondo. Ricordo bene quando nel luglio del 2004 misero Domenico Siniscalco al suo posto. Fu un’esperienza indimenticabile: Siniscalco piantò tutti un anno dopo a Finanziaria aperta. Nessuno sapeva dove mettere le mani. A malapena qualcuno maneggiava il pallottoliere. Rimise a posto la baracca lui, l’odiato Giulio. Tremonti ha molti difetti, ma ha un pregio che li batte tutti: è il politico italiano più credibile in Europa. E nel governo non lo sopportano perché ha impedito l’assalto alla diligenza e il fallimento dell’Italia. Io lo ringrazierei, ma vedo che nel retrobottega affilano lo stiletto. Occhio, finisce male per tutti: il berlusconismo e il tremontismo sono le due facce della stessa medaglia. Silvio ha i voti, Giulio la politica. Come definireste, cari lettori de Il Tempo, tutto questo? Per me è un gran casino. E mi chiedo come si possa pensare di governare altri due anni in queste condizioni. È come stare in un saloon dove Berlusconi fa la parte di quello con il cartello sulla schiena: ‘Non sparate sul pianista’. Il governo non è il circolo dell’uncinetto, i ministri possono anche scannarsi, ma un partito che vuol chiamarsi tale, queste cose le fa nei consigli nazionali, nelle riunioni delle segreterie e nei congressi, non aprendo una faida interna sui giornali. Così tutto diventa Blob e carne da macello per Annozero. Non è più tempo per i giochetti, i protagonisti di questa battaglia non avranno prove d’appello. Le biografie parlano chiaro: è l’ultimo giro di giostra per quasi tutti. E proprio per questo un leader come Berlusconi dovrebbe manifestare un reale interesse a lasciare in eredità al blocco sociale che l’ha votato un’esperienza diversa, una storia che non si conclude con la sua uscita di scena. Il Cavaliere – conclude Sechi su IL TEMPO - dovrebbe realizzare che o dopo di lui c’è il partito oppure non c’è più niente”.  (red)

15. Liti, sfide e lamentele. I mille fronti del Cavaliere

Roma - “Visto che si paragona a Giobbe, che si fregia di avere il sole in tasca, - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - che ‘è nato con la camicia’ come dice Mariastella Gelmini, che ‘è un fuoriclasse di longevità politica’ per citare Daniela Santanchè, che ‘ha doti diplomatiche miracolose’ (Denis Verdini), visto tutto questo la domanda che resta è la seguente: esiste un limite di problemi, di processi, di fronti aperti, di guai, di casi Scajola o Tremonti, che persino Berlusconi non è in grado di reggere? La storia recente ha dimostrato che regge all’impensabile. Anche a sé stesso. Con le parole si distrugge e un attimo dopo con le parole crea consenso, si rialza. Ogni anno nei Palazzi romani si scommette sulla sua fine, i corrispondenti dei quotidiani stranieri fanno il conto alla rovescia, poi si scopre che il Cavaliere incarna un caso classico di pelle d’orso venduta in anticipo. La sua pelle politica hanno creduto di averla ottenuta praticamente tutti. L’hanno rivendicata, persino ostentata, anche gli insospettabili. A sinistra e dentro il governo, nel suo staff e fra i suoi amici. ‘E’ finito’ è un sussurro che si coglie anche nel suo cerchio, fra chi gli vuole bene e non lo riconosce più. ‘E’ bollito’ è il titolo recente di un giornale amico. Eppure anche gli amici ciclicamente si ricredono. Ai loro occhi Berlusconi muore e risorge, ‘è di nuovo in splendida forma, è incredibile’ , mentre le aspettative di un legame affettivo si intrecciano al dato di realtà. Ieri poteva essere una giornata molto tesa, ma ad ascoltare i suoi collaboratori la risposta era una sola: ‘Il governo è compatto, tutto il resto è normale dialettica, la fiducia a Tremonti non è mai venuta meno, anzi’ . Nel suo staff, fra le segretarie e i collaboratori, i diplomatici e gli assistenti, vige del resto un meccanismo di luce riflessa: può cascare il mondo ma se il Capo sorride, è sereno, vuole dire che il problema non è grave come appare. E’ un meccanismo affinato negli anni, - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - ma l’esperienza del gruppo è fondata: è capitato di allarmarsi più di lui, di affrontare nel panico una gaffe internazionale o uno scontro con il Quirinale. Ma a forza di sorprese hanno imparato la lezione, non c'è motivo di scomporsi, anche di fronte a una tempesta perfetta, se non lo fa lui. Un elenco dei problemi politici del capo del governo è impossibile. Ieri a Palazzo Grazioli c’era Scajola, che ha posto più di un problema sulla sua collocazione. Poi Tremonti, con un altro carico di fibrillazioni non inedite, esternate però a chi ha quattro processi penali in corso, con imputazioni gravi; a chi ha una contesa civile con il gruppo De Benedetti che potrebbe essere un duro colpo per le finanze delle sue aziende; a chi ha un partito dove tre persone su quattro vorrebbero eliminare il coordinatore Denis Verdini, e dove i meno ottimisti dicono che ‘non funziona nulla’ . Ma in fondo queste sono bazzecole se ogni giorno qualcuno lo chiama per accusare qualcun’altro e per dire che Tremonti deve essere ridimensionato. Se lui stesso riconosce che la sua immagine all’estero risulta appannata. Se un terremoto in Giappone lo costringe a rinunciare al nucleare. Se va al governo e lo coglie la crisi finanziaria più profonda degli ultimi tempi; se degli alleati europei che hanno interessi diversi dai suoi intervengono in Libia e mandano in fumo un pezzo della sua diplomazia commerciale. Se il processo contro Nicole Minetti ed Emilio Fede rischia di essere un calvario sterminato, persino peggiore del processo che lo vede accusato. Se ogni anno sceglie di fare delle leggi che lo costringono a vivere con l’ansia del parere del Colle, di un promulgazione sempre incerta. Ieri è stato Giancarlo Galan a tirare l’ultima bordata sul governo, domani chissà. Raccontano che Berlusconi c’è rimasto male, che non se l’aspettava, che non aveva idea dell’intervista concessa da Galan a Il Giornale. E allora avrà anche strillato, magari si sarà depresso per un po’, avrà maledetto un partito di ingrati, ‘poi però sono certo che ha svuotato il cervello, perché una delle sue capacità più straordinarie è proprio quella di liberarsi dall’ansia dei problemi’ , dice il suo medico, Alberto Zangrillo. Si può obiettare che in molti casi il problema resta, non risolto. Tremonti avrà minacciato le dimissioni almeno una mezza dozzina di volte, in questa legislatura. Ma questo è un altro discorso. Tre anni fa Silvio Berlusconi aveva appena chiuso un colloquio con il Quirinale: era caduto Prodi, qualcuno credeva possibile un governo Marini, lui era invece in attesa del voto. Rientrato a casa sua gli ospiti chiesero com’era andata con Napolitano: lui provò a raccontare ma non ci riuscì; chiuse gli occhi, li riapri e con lo sguardo, in qualche modo, chiese aiuto ai presenti: ‘Cambiamo discorso, vi racconto una storiella sulle donne, va bene lo stesso?’ . Parlò per dieci minuti, rise a crepapelle, mimò l’impossibile. In apparenza – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - era felice, si era dimenticato delle consultazioni, aveva la testa libera dal problema. Pronto a ripartire”. (red)

16. Ezio Mauro: Nel Paese di Ponzio Pilato

Roma - “Siamo così arrivati al dunque: la Costituzione nella sua essenza, nei suoi princìpi, nel suo fondamento. Quindi la natura della Repubblica, - osserva Ezio Mauro su LA REPUBBLICA - l’equilibrio tra i poteri che si bilanciano a vicenda, il concerto istituzionale che dovrebbe dare forma repubblicana alla democrazia quotidiana del nostro Paese. Questo è il senso – più simbolico che concreto, per ora, e tuttavia oltremodo significativo – dell’ultima iniziativa della destra berlusconiana: riscrivere l’articolo 1 della Carta Costituzionale, per sovraordinare gerarchicamente il Parlamento agli altri poteri dello Stato. Come al solito, e come avviene normalmente per ogni legge ad personam, si parte con un test, perfettamente coerente con i propositi del leader, ma tecnicamente irresponsabile. In questo caso è una proposta firmata da un deputato del Pdl che si muove ‘a titolo personale’, senza impegnare direttamente il partito, in modo che il vertice possa saggiare le reazioni e decidere poi se cavalcare fino in fondo l’iniziativa o attenuarla, o farla cadere. O più semplicemente, come ha fatto ieri Berlusconi, prendere le distanze dal modo e dal momento della proposta, non certo dalla sostanza. Come sempre i deputati ignoti a Roma, o i candidati consiglieri comunali di Milano interpretano non solo e non tanto la volontà del Capo. Ma interpretano anche il suo sentimento politico più profondo, e portano alla luce le pulsioni nascoste e gli obiettivi reali, insieme con l’urgenza di uno stato di necessità. Il risultato è quello che avevamo prefigurato da tempo. Poiché l’anomalia berlusconiana cresce di giorno in giorno, andando a cozzare contro i capisaldi della Repubblica (il controllo di legalità, l’autonomia della magistratura, il sindacato di costituzionalità, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge), la destra sta proponendo il patto del diavolo al sistema democratico. Costituzionalizza l’anomalia, smetti di considerarla tale, introiettala: ne risulterai sfigurato ma pacificato, perché tutto finalmente troverà una sua nuova, deforme coerenza, e si riordinerà nella disciplina al nuovo potere, riconosciuto infine come supremo. La questione sostanziale è la separazione dei poteri, il loro reciproco bilanciamento. Quando emblematicamente si vuole porre mano al primo gradino dell’edificio costituzionale, è per cambiare l’equilibrio dell’intero ordinamento. Ecco il senso della ‘centralità del Parlamento’ inserita nell’articolo 1. E l’autore della proposta lo spiega con chiarezza: ‘Il Parlamento è sovrano, e gerarchicamente viene prima degli altri organi costituzionali come magistratura, consulta e presidenza della Repubblica’. Questo perché, secondo il Pdl, oggi il Parlamento ‘è troppo debole’ ed è ‘tenuto sotto scacco da magistratura e Consulta’. Va così a compimento – prosegue Mauro su LA REPUBBLICA - quel tratto di ‘populismo reale’, o realizzato, che trasforma una legittima cultura politica – la demagogia carismatica – in sistema, in forma di Stato. E prevede, fin dalla Costituzione, che il voto popolare trasfiguri con la sua unzione la maggioranza vincitrice nel dominus non soltanto del governo, ma di tutto l’ordine costituzionale, sovraordinando come logica conseguenza il Capo di quella maggioranza ad ogni altro potere, e liberandolo da ogni controllo. Si supera così il principio costituzionale secondo cui la sovranità non ‘emana’ dal popolo verso i vincitori delle elezioni, ma nel popolo ‘risiede’ anche dopo il voto, perché il popolo continua ad esercitarla, a ‘contrassegno ineliminabile – come dice il dibattito nella Costituente - del regime democratico’. È la negazione di quel ‘concerto’ che deve guidare i vertici dello Stato nell’esercizio delle loro potestà, per una concezione antagonista e gerarchizzata delle funzioni e delle istituzioni che, se si introduce il principio di primazia e dunque di soggezione, devono subordinarsi e accettare il comando. Ed è anche la trasformazione – metapolitica a questo punto – del presidente del Consiglio in Capo, titolare di comando, supremazia e privilegio sugli altri poteri dello Stato. Con questa mutazione, cambia la natura stessa del sistema. Formalmente, siamo sempre nella democrazia parlamentare, potenziata semmai dal richiamo formale del Parlamento come fondamento dell’intero sistema repubblicano. Di fatto, com’è ben evidente dalla prassi di questi anni che con la riscrittura della Carta diventerebbe meccanismo costituzionale, entreremmo nella fase di un inedito bonapartismo costituzionale: con l’istituzionalizzazione del carisma e con il leader eletto dal popolo che in quanto vincitore e Capo della maggioranza parlamentare si pone al vertice dello Stato libero da ogni bilanciamento. Fino a prevalere sullo stesso Presidente della Repubblica, addirittura per definizione gerarchica. C’è un’altra questione, che non riguarda solo le istituzioni, ma chiama in causa tutti noi. Come dovrebbe essere ormai evidente, la destra oggi al potere sta saggiando il perimetro del sistema, per vedere se i muri maestri reggono, o se per sfuggire alle difficoltà del suo leader gli sfondamenti sono possibili. Purtroppo, ha verificato negli ultimi due anni che ogni forzatura è praticabile, perché le anomalie in Italia non vengono più chiamate con il loro nome, perché ogni superamento del limite non viene giudicato, anzi viene derubricato a ‘conflitto’, mettendo sullo stesso piano chi deforma e chi difende le regole. Le stesse regole che hanno retto il sistema per decenni, sono ormai considerate in fondo come un’ossessione privata e residua di pochi ostinati, insultati di volta in volta come ‘bardi’, ‘puritani’, ‘parrucconi’, secondo la necessità di difesa del leader. Anzi, è nato il concetto nuovissimo di ‘regolamentarismo’: è il richiamo alle regole, o alla legalità, o al diritto, trasformato in ideologismo, in burocraticismo, noioso e antiquato freno capace solo di impacciare e limitare la spada populista del comando. Una spada che se invece fosse libera e fulgida potrebbe tagliare d’un sol colpo - tra gli applausi generali, e a reti unificate - i nodi intricati della complessità contemporanea, che la politica si attarda ancora a cercare di sciogliere, perché è stata inventata per questo, prima che la riformassero. Di chi sto parlando? Di chi ha responsabilità istituzionali, prima di tutto, - continua Mauro su LA REPUBBLICA - e magari tace per tre giorni davanti ai manifesti ignobili sui giudici brigatisti del Pdl a Milano, e si muove solo dopo che il Capo dello Stato è intervenuto con una netta condanna. È un problema di responsabilità, com’è evidente, e di autonomia. E si capisce a questo proposito come uno degli obiettivi della destra sia stato in quest’ultimo anno quello di de-istituzionalizzare – senza riuscirci – il presidente della Camera, proprio per depotenziare questa assunzione autonoma di responsabilità istituzionale: mentre con il presidente del Senato ovviamente il problema non si pone. Ma il tema della responsabilità, e della coscienza del limite riguarda anche la cultura, gli intellettuali italiani. Sempre pronti a parlar d’altro, a trasformare tutto in ‘rissa’, senza distinguere chi ha lanciato il sasso e chi ha reagito, anzi invitando sempre tutti a rientrare ugualmente nei ranghi, a darsi una calmata come se fossimo davanti ad una questione di galateo e non di sostanza democratica, o come se la difesa della legalità o delle istituzioni potesse o dovesse essere messa sullo stesso piano degli attacchi. Com’è evidente, non è qui un problema di destra o sinistra. Si può essere di destra, io credo, ma dire no a certe forzature e agli eccessi che danneggiano il Paese e indeboliscono la qualità della democrazia. Il discorso vale anche per i corpi intermedi, per l’intercapedine liberale che un decennio fa il Paese aveva e che oggi non si vede, per quel network che si considera classe dirigente, e che per diventare establishment non solo da rotocalco dovrebbe dimostrare di avere a cuore certo i suoi legittimi interessi, ma talvolta anche l’interesse generale. Vale infine per la Chiesa, che ha scambiato in questi anni con questa destra, sotto gli occhi di tutti, i suoi favori in cambio di legislazioni compiacenti, e che oggi sembra incapace di una libera e autonoma lettura di ciò che sta accadendo in Italia. Questi silenzi, queste disattenzioni, questa finta neutralità tra la forza e il diritto lasciano non soltanto solo – com’è destino al Colle – ma fortemente esposto agli attacchi, alle polemiche e alle insofferenze il Presidente della Repubblica. Il quale si trova spesso a dover intervenire per primo e in prima persona per segnalare che si è passato un limite, perché nessuno ha sentito il dovere di farlo prima di lui: che è il garante supremo, ma non può essere l’unico ad avvertire una responsabilità che è generale, e ci riguarda tutti. Si tratta, semplicemente, di aver fiducia davvero nella democrazia. Di credere quindi che le anomalie vadano chiamate per nome, che le forzature debbano essere segnalate come tali a un’opinione pubblica che – se informata – saprà giudicare autonomamente: nulla di più. Sapendo che la destra sta giocando una partita per lei decisiva e che questi eccessi nascono in realtà dal profondo delle sue difficoltà, perché il rafforzamento numerico frutto della compravendita nasconde una debolezza politica ormai evidente. Dunque, - conclude Mauro su LA REPUBBLICA - la partita è aperta. Dipende da ognuno di noi giocarla (per la parte che ci compete) o accettare di vivere nel Paese di Ponzio Pilato”. (red)

17. Panebianco: La Costituzione e l’omaggio alla libertà

Roma - “Una costituzione – osserva Angelo Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - è fatta di principi e di regole che devono dare corpo ai quei principi. La dimensione simbolica di una carta costituzionale non è meno importante delle sue regole operative. La questione dell’articolo 1 della Costituzione è tornata ora alla ribalta per l’iniziativa di un deputato del Pdl, Remigio Ceroni, che ne ha proposto una radicale revisione. L’iniziativa è figlia della situazione di conflitto politico feroce che stiamo oggi vivendo e seguirà, presumibilmente, la sorte di altre prese di posizione legate al clima del momento: finirà fortunatamente nel dimenticatoio. Resterà però, al di là delle vicende contingenti, il problema rappresentato dalla formulazione del primo comma dell’articolo 1 il quale, come è noto, recita: ‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’ . All’Assemblea costituente due esponenti della cultura politica liberale, Ugo La Malfa e Gaetano Martino, avevano proposto una diversa versione che richiamava i ‘diritti di libertà’ come primo fondamento della Repubblica. Ma la maggioranza (democristiani, socialisti e comunisti) scelse diversamente. Come ha ricordato Michele Ainis nel suo editoriale di ieri sul Corriere, la proposta di sostituire la parola ‘lavoro’ con la parola ‘libertà’ ritorna periodicamente. È stata avanzata formalmente qualche anno fa dai radicali e spesso rilanciata da altri uomini di cultura liberale, come Mario Segni o Renato Brunetta. Ainis afferma che sarebbe superfluo un simile intervento dal momento che la libertà, secondo lui, già albergherebbe, ‘come noce nel mallo’ , nella democrazia evocata nello stesso articolo 1. Dissento da Ainis e spiego perché. La libertà degli individui (e non, come scrive Ainis, del ‘popolo’ che è soltanto una astrazione) non è affatto già contenuta nella parola democrazia. Questa assimilazione non funziona né dal punto di vista concettuale né da quello storico ed empirico. Sul piano concettuale, democrazia e libertà sono cose diverse (hanno anche una origine storica diversa). Tanto è vero – prosegue Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - che quando usiamo, per brevità, la parola ‘democrazia’ siamo quasi sempre costretti a precisare che ci stiamo riferendo a una sua particolare versione, quella liberale appunto, la liberaldemocrazia, la versione che combina democrazia e libertà e non ad altre forme di democrazia (popolare, consigliare, eccetera). Né l’assimilazione regge sul piano empirico. Non solo è perfettamente concepibile una democrazia illiberale ma, per giunta, ne esistono in giro molti esemplari: l’attuale Federazione Russa è un esempio. Ecco perché non si dà alcuna ridondanza se la Repubblica democratica viene fondata sulla libertà anziché sul lavoro. Ma non sono quisquilie, dirà qualcuno? Non abbiamo problemi più seri di cui occuparci? Se la dimensione simbolica di una costituzione è importante, allora quisquilie non sono. I liberali di questo Paese hanno sempre vissuto con grande disagio e come prova del proprio stato di esigua minoranza, il fatto che la nostra carta d’identità collettiva, anziché con un omaggio alla libertà, si aprisse con una formulazione che rivelava la lontananza di tanti membri della Assemblea costituente dai principi della tradizione liberale. Viste le numerose conversioni (verbali) al liberalismo a cui abbiamo assistito dopo la caduta del comunismo – conclude Panebianco sul CORRIERE DELLA SERA - forse sarà il caso, quando se ne troverà il tempo, di porre termine a quel disagio”. (red)

18. Casini a Veltroni: “Alle elezioni noi andremo da soli”

Roma - “Un ‘no grazie’, senza giri di parole. A Veltroni –si legge su LA REPUBBLICA - che gli propone un’alleanza con il Pd - se non si vuole far rivincere le elezioni a Berlusconi - Casini risponde: ‘Apprezzo lo spirito della proposta, ma noi balliamo da soli’. Il Terzo Polo (Casini, Fini, Rutelli) non intende cambiare strategia, che è quella della equidistanza dal centrosinistra come dal centrodestra e dal modello bipolare: ‘Il Terzo polo - ribadisce il leader dell’Udc - è una iniziativa politica nuova che non si concilia con la difesa del bipolarismo che fa Veltroni’. Bipolarismo che i centristi giudicano ‘uno scontro all’arma bianca, fallito. E non si può chiedere al Terzo Polo di rinnegare una impostazione che si sta rivelando vincente’. Rincara il segretario Udc, Lorenzo Cesa: ‘Al paese non servono ammucchiate’. Del resto l’appello - lanciato dall’ex segretario democratico in un’intervista a Repubblica - suscita reazioni contrastanti anche nel partito. Bersani non manca di ricordare: questa è la nostra linea. Il segretario non esclude un’alleanza allargata post-voto, come dice nel libro-intervista ‘Per una buona ragione’ (Laterza). I Popolari, che con Beppe Fioroni fanno parte di Modem (la corrente di Veltroni), non hanno invece granché gradito, temendo uno schema di gioco molto simile a quello dalemiano dell’alleanza al centro. Malumori smorzati subito. Gero Grassi, vicino a Fioroni, dichiara di avere apprezzato Veltroni. Lo spauracchio della sconfitta del ‘94 - quando le divisioni del centrosinistra consegnarono a Berlusconi la vittoria - non va dimenticato. Giorgio Tonini, veltroniano, ribatte a Casini: ‘L’invito di Walter non è ‘schierati con noi’; è che se la situazione precipita e si va al voto, allora il leader centrista non può dire ‘io fischietto’, deve schierarsi’. Comunque, - continua su LA REPUBBLICA - la proposta veltroniana ha come prima opzione il ‘governo di decantazione’ - lanciata insieme con Beppe Pisanu, Pdl, presidente della commissione Antimafia - . Se quella strada si rivela non percorribile e le urne si avvicinano, allora occorre ‘costruire uno schieramento di forze largo e sicuramente vincente’. E un ‘no’ viene anche da Francesco Rutelli, che è stato uno dei co-fondatori del Pd da cui è uscito per fondare Api: ‘Il Pd sciolga prima i dubbi sulle alleanze - dice - non può proporla contemporaneamente al Nuovo Polo e ai populisti e giustizialisti di sinistra’. Nelle file democratiche Dario Franceschini ritiene che Veltroni si sia reso conto solo adesso che la strada da percorrere è l’alleanza ampia: ‘Non è tempo di rivendicare primogeniture. Oggi è quindi la proposta di tutto il Pd’. In effetti il capogruppo di Montecitorio insiste da tempo sull’alleanza costituzionale. Antonello Giacomelli, democratico di Areadem, ritiene che quella di Veltroni sia ‘una banale e clamorosa retromarcia, con un anno di ritardo’. Decisamente contrario ad alleanze di salute pubblica con il Pd è il vice presidente di Fli Italo Bocchino: ‘Alleanza con il Pd? Non vedo perché dovremmo’”. (red)

19. Primo Maggio, è battaglia nella (nuova) sinistra

Roma - “Nel Pd finora – scrive Dario Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - era stata considerata una questione tutto sommato marginale, ma da qui al Primo Maggio la querelle sull’apertura festiva dei negozi e dei grandi magazzini è destinata a catalizzare l’attenzione e avere più di qualche eco nella campagna elettorale. I protagonisti di quello che si annuncia come un duello rusticano a sinistra sono il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi e la Cgil di Susanna Camusso. Mentre Renzi è per la libertà dei commercianti di tenere aperto il giorno della festa del Lavoro, il sindacato ha lanciato da tempo una campagna contro il lavoro domenicale e figuriamoci se può transigere sulla sacralità politica del Primo Maggio. Di conseguenza ha indetto, con l’appoggio (tutt’altro che scontato) delle organizzazioni di categoria di Cisl e Uil, uno sciopero del commercio in tutta la Toscana. Per rafforzare la protesta e mettere in difficoltà Renzi, la Cgil ha convocato per il 29 aprile proprio a Firenze l’assemblea nazionale dei lavoratori della grande distribuzione che sarà chiusa dal segretario generale Camusso. E che vedrà sul palco addirittura il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, il quale da tempo ha promesso ai sindacati di promulgare una legge anti-deregulation che in qualche modo vincoli maggiormente i Comuni. E che dunque metta le briglie al primo cittadino di Firenze considerato troppo filocommercianti. Renzi dal canto suo non fa mistero di non amare i sindacati e la concertazione. Durante il suo mandato non ha perso occasione (riorganizzazione asili nido, regole per gli ambulanti, zona a traffico limitato) per ribadire il piglio decisionista e per cancellare i riti della negoziazione preventiva con le categorie, considerati invece inviolabili in una regione rossa. In una recente intervista al Sole 24 Ore, il sindaco ha anche esplicitato la sua visione del sindacato considerato né più né meno come ‘una casta’ . Renzi – prosegue Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - sostiene che la metà dei sindacalisti ‘dovrebbe tornare a lavorare’ , che la Cgil ha un sistema ‘di finanziamento e rendicontazione particolare’ e che i confederali tanto rappresentativi del lavoro poi non lo sono, visto che per oltre il 50 per cento gli iscritti vengono dai pensionati. Alla decisione di Cgil-Cisl-Uil di indire lo sciopero inizialmente solo per Firenze il sindaco ha replicato che si trattava di un’agitazione ‘ad personam’ e poi maliziosamente ha aggiunto di non aver creato lui le regole per la liberalizzazione delle aperture dei negozi, bensì di averle recepite da una legge che porta il nome dell’attuale segretario del Pd ((l'ex ministro Pier Luigi Bersani). È vero che Renzi ha avanzato alla Cgil una proposta di mediazione, far lavorare il Primo Maggio solo gli interinali e non le commesse assunte a tempo indeterminato, ma i sindacalisti l’hanno letta come un’ulteriore provocazione. ‘E quando è troppo, è troppo’ ha commentato Franco Martini, segretario generale della Filcams Cgil. Incassando subito dopo la solidarietà del ‘grande vecchio’ della cooperazione toscana Turiddu Campaini, che ha fatto sapere che comunque lui non aprirà i supermercati Coop il giorno della festa del lavoro. Con questi presupposti (e anche se a Firenze non si vota) lo scontro tra Cgil e Renzi è destinato a movimentare ancora una volta la scena interna al Pd. Se infatti il sindaco fa, come sembra, del dissidio con la Cgil una sorta di campagna per la rottamazione bis, il sindacato diretto dalla Camusso non ha nessuna intenzione di arretrare. E anzi interpreta il no al lavoro festivo come ‘una riflessione sui modelli di consumo’ , caricandolo dunque di una valenza politico culturale decisamente in contrasto con l’impostazione liberista del sindaco. Da Roma – conclude Di Vico sul CORRIERE DELLA SERA - i vertici del Pd cercheranno di confinare la tenzone a livello locale ma è difficile che il segretario Bersani non venga tirato in ballo per difendere l’omonima legge”. (red)

20. Fiat accelera su Chrysler e sale al 46 per cento

Roma - “Frenata in Italia dalle beghe sindacali, - scrive Teodoro Chiarelli su LA STAMPA - Fiat accelera negli Stati Uniti. Ieri il Lingotto ha annunciato l’accordo per acquisire entro giugno un ulteriore 16 per cento della casa di Detroit, rifinanziando il debito ai governi Usa e canadese e arrivando a una quota del 46 per cento. Il prezzo per l’esercizio dell’opzione è di 1,26miliardi di dollari (circa 900 milioni di euro). Si compie così con sorprendente anticipo un passo decisivo per l’integrazione tra le due aziende. Positiva la reazione di Piazza Affari, dove il titolo Fiat ha chiuso con un balzo del 4,49 per cento a 6,87 euro. E pieno di soddisfazione il commento di Sergio Marchionne: ‘Siamo pronti ad assumere il controllo di Chrysler’. Ora l’obiettivo è arrivare al 51 per cento (e anche più) entro l’anno. In base all’accordo, Fiat eserciterà per intero la Incremental equity call option subordinatamente e contestualmente al completamento da parte di Chrysler, nel secondo trimestre del 2011, di un’operazione di rifinanziamento nell’ambito della quale il debito di Chrysler verso i governi statunitense e canadese sarà rimborsato. ‘Chrysler sta seguendo uno straordinario cammino di ripresa, industriale ed economica, e Fiat è pronta ad assumerne il controllo, per rendere il legame ancora più stabile e più forte, nell’interesse di entrambe - ha insistito l’ad -. Si tratta di un passo fondamentale verso il completamento dell’integrazione tra Fiat e Chrysler, iniziata meno di due anni fa, che porterà alla creazione di una casa automobilistica globale. Abbiamo scelto di stringere i tempi il più possibile’. Parole e toni estremamente positivi anche dal presidente di Fiat, John Elkann. ‘Una tappa storica per Fiat e Chrysler. Ed è per noi motivo di grande soddisfazione e orgoglio. Insieme Chrysler e Fiat daranno vita a un gruppo automobilistico più forte’. Elkann – prosegue Chiarelli su LA STAMPA - ha quindi ribadito l’impegno degli Agnelli come azionisti a sostegno dell’azienda. Il prossimo traguardo è ora l’acquisizione dell’ultima quota del 5 per cento quando sarà raggiunto il terzo obiettivo, la produzione negli Stati Uniti di una vettura basata su una piattaforma Fiat con prestazioni di almeno 40 miglia per gallone. Allora Marchionne avrà realizzato quello che lui stesso ha definito ‘il sogno da cui è nata questa alleanza ‘: dare vita a un costruttore di auto mondiale all’avanguardia, competitivo e determinato a posizionarsi tra i leader. A quel punto, ha spiegato il manager, ‘avrebbe poco senso non integrare le attività di Fiat con quelle di Chrysler’. Il controllo del 51 per cento, infatti, ‘consente di consolidare i risultati Chrysler nei conti Fiat e di avere una base più forte per l’integrazione ‘. Poi c’è il capitolo quotazione. L’Ipo, secondo gli analisti, potrebbe essere a novembre. Per Fiat è importante completare la scalata prima della quotazione, perché le azioni Chrysler potrebbero poi diventare più care. ‘Dipende - ha detto nei giorni scorsi Marchionne - dal desiderio del sindacato Veba di monetizzare per pagare le domande dei pensionati di Chrysler’. In ogni caso, ha precisato, ‘l’Ipo verrà discussa dal bord di Detroit’. E comunque Fiat, come ha sottolineato Marchionne nel corso di una conference call con gli analisti, ha un diritto di veto. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha salutato la mossa come ‘positiva’. Il leader Cgil Susanna Camusso si dice invece ‘preoccupata per la grande attenzione agli Usa’ (seguita dalla Fiom ‘la testa del gruppo finirà in America’), ciò che ha irritato la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che ha parlato di ‘ruolo negativo della Fiom’. Soddisfazione anche da Fiat Industrial (che dopo lo spin off ha ereditato le attività di Iveco e Cnh), che ieri ha presentato i risultati del primo trimestre 2011: ‘Il risultato netto appare enorme a confronto con il 2010’. La società ha centrato un utile di 114 milioni rispetto alla perdita di 34milioni del 2010. I ricavi sono balzati a 5,3miliardi (+19,3 per cento). Confermati gli obiettivi per il 2011: ricavi per circa 22 miliardi e utile tra 1,2 e 1,4 miliardi. Marchionne – conclude Chiarelli su LA STAMPA - si è anche concesso una battuta: le voci su una possibile alleanza tra Iveco e Daimler sono messe in giro dalla stessa casa automobilistica tedesca”. (red)

21. La Stampa: Fiom all’angolo. Sulla Bertone partita persa

Roma - “Che vincano i ‘sì’ oppure i ‘no’, - scrive Paolo Baroni su LA STAMPA - questa volta più che mai, la partita per la Fiom finirà con una sconfitta. Più o meno dolorosa, ma sarà comunque una sconfitta. Lo sanno bene Landini e compagni che in vista del referendum del 2-3 maggio sono intenzionati a non dare alcuna indicazione di voto. Le tute blu della Cgil sono per il ‘no’, per il muro contro muro, ma in cuor loro si augurano che vincano i ‘sì’. Per trarsi un po’ d’impaccio, per uscire dall’angolo in cui si sono auto- relegati in questi mesi. Partita delicatissima questa della Bertone, fabbrica ormai da sei anni ferma che Marchionne vorrebbe riaprire investendo mezzo miliardo di euro per produrre la nuova baby-Maserati. Delicata perché, come ha già messo in chiaro la Fiat, è proprio dall’esito di vicende come queste, e dai ricorsi che poi innescano (vedi Pomigliano), che dipende lo sviluppo o meno del ‘programma Fabbrica Italia’, ovvero i nuovi investimenti del Lingotto in Italia ed il futuro degli stabilimenti che ancora non adottano il nuovo modello contrattuale-produttivo di Pomigliano e Mirafiori. Investimento in bilico Questo ‘modello’, che la Fiat vorrebbe applicare anche ai 1100 dipendenti della ex Bertone, alla Fiom non piace affatto. E visto che nella Rsu di questo stabilimento è in maggioranza il timore è che l’accordo, condiviso da tutte le altre sigle sindacali, venga respinto. Spingendo la Fiat a riconsegnare le chiavi della fabbrica con tutti i suoi dipendenti alla gestione commissariale e a scegliere altre soluzioni, non necessariamente in Italia. Se dalle urne uscisse una maggioranza di ‘sì’ la linea della Fiom verrebbe clamorosamente sconfessata, e la sconfitta sarebbe certamente eclatante. Però non sarebbe più facile da gestire una vittoria dei ‘no’: perché in questo caso ai meccanici Cgil verrebbero addebitate sia la morte definitiva dell’ex Bertone, sia le scelte successive di Marchionne. Per non parlare poi della possibilità di veder trasferito l’investimento a Mirafiori, dove ai dipendenti ex Bertone eventualmente riassunti verrebbero comunque applicate le stesse regole che con la consultazione gli operai hanno respinto. Iscritti in picchiata Per questo di fronte referendum la Fiom potrebbe decidere di non dare indicazioni di voto, scaricando la responsabilità della scelta sui lavoratori. Lasciandoli soli a decidere. ‘Una cosa che non esiste - lamenta Giuseppe Farina, capo dei meccanici Cisl -. Un sindacato deve scegliere, dare indicazioni ai propri iscritti’. Alla prova dei fatti, sostengono in molti, questa sarebbe la conferma che la strategia della Fiom ‘non funziona’. Continuare a praticare la politica del muro contro muro e chiamarsi fuori da ogni accordo però inizia a pesare: a Pomigliano 8-9 mesi dopo lo strappo, complice la riduzione dei permessi e l’esclusione dalla rappresentanza aziendale, la Fiom ha perso un terzo degli iscritti. La ‘casa madre’, cosa dice? Cosa pensa? Il segretario generale Susanna Camusso, in questa fase, - prosegue Baroni su LA STAMPA - ha deciso lasciare gestire la partita alla Fiom. E anche dopo la fumata nera di martedì a Torino ha speso poche parole: ‘Pesano ancora una serie di scelte precedenti, non c’è la volontà di cambiare pagina’. Messaggio chiaro, sia per Landini che per Marchionne. Al quale ieri ha ricordato che rilevando la Bertone dall’amministrazione controllata la Fiat ha assunto impegni precisi con governo e lavoratori ‘che ora vanno rispettati’. In Corso Italia si osserva con una certa preoccupazione l’evolversi della vicenda. ‘Bisogna continuare a trattare’, sostiene Vincenzo Scudiere, che dopo essere stato segretario della Cgil Piemonte da segretario nazionale segue le politiche industriali. ‘La strada da intraprendere è una sola, cercare punti di equilibrio e intanto avviare l’investimento. Quindi continuare a trattare ‘.Alla Cgil nessuno fa mistero di vedere di buon occhio la mediazione avanzata nei giorni scorsi dal sindaco Chiamparino. Che propone, in sostanza, di sospendere le norme sull’assenteismo e la clausola di garanzia. Ma gli scenari possibili, anche a fronte di una bocciatura dell’accordo, sono diversi: la Fiat potrebbe confermare ugualmente l’investimento per la nuova Maserati puntando su Mirafiori e assumendo qui una parte dei dipendenti Bertone, potrebbe decidere di portare la produzione negli Usa, o magari - spera qualcuno, ma Marchionne lo esclude categoricamente - assumersi la responsabilità di far marciare comunque il progetto- Grugliasco anche di fronte ad una maggioranza di no. Detto questo, nessuno in Cgil si sorprenderebbe se a referendum concluso la Fiom si producesse in un’altra piroetta e decidesse di dichiarare illegittima la consultazione. Chi lavora e chi sta in ‘cassa’ Tra il numero dei ‘sì’ e quello dei ‘no’ c’è infine una variabile, anzi due. Innanzitutto, c’è un drappello di 250-300 operai che già ora lavora ‘in distacco’ in altri stabilimenti Fiat e che ovviamente vuole continuare a farlo anche in futuro. Ma tra i 1100 della Bertone in cassa integrazione ormai da sei anni, tutti con un’età abbastanza avanzata, ci sono anche tanti che in questo lasso di tempo hanno trovato altre forme di integrazione del reddito che ora farebbero fatica a lasciare. Al punto che preferirebbero restare ancora in ‘cig’, poi magari farsi un po’ di mobilità per arrivare quindi più o meno agevolmente all’età della pensione. I sindacalisti lo definiscono ‘interesse soggettivo dei singoli’: una forma di egoismo, insomma, - conclude Baroni su LA STAMPA - che potrebbe anche decretare la morte definitiva di una fabbrica (una volta) importante”. (red)

22. Referendum, a rischio anche quello sull’acqua

Roma - “Dopo il nucleare l’acqua. Il governo – scrive Antonio Cianciullo su LA REPUBBLICA - apre alla possibilità di un secondo intervento legislativo ad hoc, per bloccare sul filo del traguardo anche il referendum sulla privatizzazione delle risorse idriche. Lo ha detto chiaramente il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani a Radio Anch’io: ‘Su questo tema, di grande rilevanza, sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo’. Sulla stessa lunghezza d’onda si era già espresso il sottosegretario Stefano Saglia. La sortita di Romani è servita a raccogliere le sollecitazioni venute da Roberto Bazzano, presidente di Federutility, la federazione che riunisce i gestori degli acquedotti (‘Chiediamoci seriamente se non sia il caso di evitare un referendum che ha sempre più un taglio puramente ideologico’). Ma ha suscitato le proteste del Comitato referendario e dell’opposizione. ‘E’ un colpo di mano, si vuole togliere la voce ai cittadini: evidentemente c’è chi ritiene che le consultazioni popolari sui temi concreti facciano saltare le decisioni prese da pochi nell’interesse di pochi’, accusa il presidente del Wwf, Stefano Leoni. Per i comitati che hanno raccolto un milione e 400 mila firme a sostegno del referendum si tratta di uno scippo. ‘Prima hanno buttato dalla finestra 350 milioni di euro pur di evitare l’accorpamento con le amministrative’, ricorda Luca Martinelli, del Comitato promotore referendario. ‘Adesso provano a togliere di mezzo altri due quesiti, in modo da lasciare solo quello sul legittimo impedimento, su cui non sembra che il Parlamento intenda modificare il quadro legislativo’. Secondo i promotori del referendum sull’acqua, - prosegue Cianciullo su LA REPUBBLICA - l’abrogazione di una parte della legge Ronchi non basterebbe però a bloccare entrambi i quesiti perché uno dei due fa riferimento a un quadro di privatizzazione che ha cominciato a delinearsi con la legge Galli del 1994. ‘E’ in atto un secondo tentativo di truffa’, accusa il leader dei Verdi Angelo Bonelli. ‘Sul nucleare il governo ha già cancellato le norme su cui poggiano i quesiti referendari dicendo esplicitamente che valuterà se reinserirle in un secondo tempo con modifiche trascurabili. Significa prendere in giro gli italiani e violare la Costituzione che assegna ai cittadini la possibilità di esprimersi direttamente attraverso i referendum’. ‘E’ l’ennesimo tentativo di scardinare le basi della nostra democrazia, ma la parola ora passerà alla Corte di Cassazione’, aggiunge Valerio Calzolaio, coordinatore del Forum Sel sui beni comuni. ‘E va ricordato che abbiamo un sistema legislativo che offre una serie di paletti a protezione del voto popolare. Una volta avviato il processo referendario un’abrogazione delle norme, o attraverso le urne o attraverso un preventivo intervento normativo, ha effetti giuridici abrogativi che durano cinque anni’”. (red)

23. “Pagherete invio di militari”. Gheddafi minaccia l’Italia

Roma - “I primi passi dell’escalation militare occidentale in Libia – scrive Vincenzo Nigro su LA REPUBBLICA - non sono stati ignorati dal governo di Muhammar Gheddafi. Dopo l’annuncio che Gran Bretagna, Francia e Italia invieranno ‘consiglieri militari’ per aiutare i ribelli a combattere, il Colonnello ha fatto minacciare in tv ‘l’Italia, la Gran Bretagna e la Francia e gli altri Stati neocrociati: questi Paesi devono stare attenti alle conseguenze di una simile decisione’. ‘Neocrociati’ è il neologismo che la propaganda libica ha inventato per assimilare i paesi sostenitori dei ribelli agli invasori anti-islamici dell’undicesimo secolo. Gli speaker di Al Jamahiria hanno letto un comunicato del ministero degli Esteri di Tripoli, ma poco dopo il senso del messaggio è stato rafforzato dal portavoce Mussa Ibrahim in una conferenza stampa all’hotel Rixos. Ibrahim ha confermato la voce che era girata da giorni, ovvero che il regime ha armato la popolazione civile: ‘Tutti i cittadini, uomini e donne, hanno ricevuto armi per fermare l’invasione dei terroristi’. Come dire: vi aspettiamo, siete nemici e vi colpiremo. Era prevedibile che Gheddafi si scagliasse contro Italia, Francia e Gran Bretagna per la decisione di inviare istruttori militari in aiuto dei ribelli. Ma ieri anche la Russia di Medvedev e Putin ha attaccato i paesi della Nato: ‘Inviare istruttori militari in Libia è pericoloso, potrebbe preludere a un intervento militare terrestre che sarebbe estremamente rischioso’, ha detto il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Che poi ha fatto una previsione di sciagura: ‘In altri casi tutto è iniziato con l’invio di consiglieri militari, poi le cose si sono protratte per anni, con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti’. Il riferimento potrebbe essere al Vietnam americano ma anche all’Afghanistan sovietico. E infatti ieri Barack Obama, per provare a tenere sempre lontano dai suoi marines lo spettro di un nuovo intervento a terra, - prosegue Nigro su LA REPUBBLICA - ha autorizzato l’uso di droni armati, di aerei senza pilota capaci di colpire dall’alto i soldati di Gheddafi. Torniamo all’Italia: dopo l’annuncio fatto mercoledì per seguire l’esempio francese e britannico, ieri il ministro della Difesa La Russa ha provato a precisare qualcosa sul gruppo di militari che invierà a Bengasi: ‘Non hanno niente a che vedere con i consiglieri militari, e non saranno carabinieri, visto che devono aiutare un esercito. Sono semplicemente degli istruttori, cioè delle persone che danno nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti a sua disposizione’. Non è chiaro secondo quale logica la Difesa italiana accetti adesso di inviare soldati a terra, in una missione al limite della violazione della lettera della risoluzione Onu 1973 che autorizza la guerra contro Gheddafi, e rifiuti invece di bombardare i soldati libici che sparano sui civili. Anche ieri, ad esempio, da Misurata sono arrivate notizie tragiche, i racconti di bambini colpiti alla testa dai cecchini mentre attraversano una strada, o degli ospedali bombardati intenzionalmente per uccidere medici, pazienti e parenti. Una nave, la ‘Ionian Spirit’, che mercoledì aveva consegnato cibo e medicinali alla popolazione stremata, - conclude Nigro su LA REPUBBLICA - è ripartita verso Bengasi: a bordo, oltre a 1000 sfollati, anche le salme di Tim Hetherington e Chris Hondros, i due giornalisti uccisi dagli attacchi dei gheddafiani”. (red)

24. Libia, ufficialmente istruttori ma missione è più ampia

Roma - “La sproporzione salta agli occhi. Italia, Francia e Gran Bretagna – scrive Francesco Grignetti su LA STAMPA - si mettono d’accordo per inviare appena trenta ‘istruttori’ al fianco dei ribelli e Tripoli reagisce come se dovesse difendersi da un’invasione. Ovvio domandarsi chi sono, quali saranno i loro compiti, in che modo questi uomini potranno incidere in un conflitto dove nessuna delle due parti riesce a prevalere sull’altra. Difficile se non impossibile avere i particolari. Si violerebbe il segreto militare. E in Libia è in corso una guerra, nulla dimeno. In questi casi, però, la terminologia adottata dai politici aiuta a capire. Nel nostro caso, da quel che si capisce, l’’istruttore’ sarà una figura intermedia tra un semplice ‘addestratore ‘ e il ‘consigliere militare’. Sarà quindi un ufficiale di collegamento che avrà il compito di interfacciarsi con l’Intelligence e con gli stati maggiori, istruire i ribelli (nel senso di guidare le scelte strategiche del Consiglio degli insorti di Bengasi, non spiegare alle reclute come si spara) e allo stesso tempo fluidificare i rapporti con il comando dell’Alleanza atlantica da dove si danno gli ordini alla flotta aerea. Il responsabile del teaminglese, per dire, sarà un colonnello che ha guidato le operazioni di controguerriglia nella regione di Helmand, Afghanistan meridionale. Dall’America, massimo appoggio anche se l’Amministrazione Obama non manderà nessun istruttore a stelle e strisce. Si è scomodata Hillary Clinton per dire: ‘C’è il desiderio di aiutare meglio (i ribelli, ndr) a organizzarsi e noi lo sosteniamo’. Negli ambienti militari non si fa mistero che questi ‘istruttori’ facciano parte di una sorta di pacchetto che prevede anche forniture di armi e di tecnologie ai rivoltosi da parte di Usa, Francia, Qatar, Gran Bretagna e Italia. Visto però che Cina e Russia protestano sempre più spesso, e sostengono che l’intervento occidentale abbia superato i limiti della risoluzione 1973 dell’Onu, certe cose è meglio farle senza dirlo. Scrive così il sito israeliano Debkafile, notoriamente vicino ai servizi segreti di Gerusalemme: ‘Washington, Londra, Parigi e Roma sono attente a etichettare i loro aiuti militari ai ribelli libici come ‘aiuti non-letali’ e il personale militare come ‘istruttori’, ricordando gli eufemismi usati in guerre precedenti’. I ribelli hanno però un gran bisogno di istruzione militare. Qualche settimana fa sono riusciti a distruggere alcuni dei loro pochi mezzi corazzati facendoli sbattere uno contro l’altro. ‘Paradossalmente - annota il generale Fabio Mini, acuto osservatore delle vicende militari - gli istruttori dovranno spiegare come prima cosa una banalità, e cioè che la guerra è una cosa seria; che non si sprecano le munizioni sparando continuamente per aria; che il compito di un combattente è rimanere in vita e quindi non deve esporsi inutilmente al fuoco e infine, solo all’ultimo, spiegargli come si spara. Dovranno istruire i volenterosi giovani libici non tanto come si usano i fucili, che in teoria sanno usare abbastanza bene, quanto le sofisticate armi anticarro e i pezzi di artiglieria che arriveranno ai ribelli’. Il governo italiano, al solito, tiene un profilo molto basso nelle vicende libiche. Il ministro Ignazio La Russa – prosegue Grignetti su LA STAMPA - anche ieri per quanto possibile ha minimizzato: ‘Ho letto - ha spiegato - del timore che in Libia possano essere inviati consiglieri militari. Non saranno consiglieri militari, ma istruttori. Lo ripeto: le persone inviate in Libia non hanno nulla a che vedere con il ruolo di consiglieri. Sono semplicemente degli istruttori militari, cioè persone che danno nozioni di come un soldato deve muoversi e come deve usare gli strumenti che sono a sua disposizione, né più né meno’. Se però si trattasse di inviare a Bengasi un semplice addestratore, un ‘tutor ‘ come quelli che hanno preparato le forze di sicurezza irachene a Nassiryia, o quelle afghane a Herat, sarebbe sufficiente distaccarvi un team di carabinieri. E infatti questo i giornalisti chiedono al ministro. Ma l’identikit degli ‘istruttori’ a cui pensano i governi europei – conclude Grignetti su LA STAMPA - è molto diverso. ‘Non è necessario che siano carabinieri - ha risposto infatti La Russa - perché loro addestrano soprattutto persone che hanno un doppio ruolo, militare o di polizia. Qui non si tratta di addestrare gente con compiti di polizia, ma militari. Quindi non credo che saranno carabinieri ‘. E quando partiranno? ‘Troppo presto ancora per dirlo. Sono passate dalla decisione appena 24 ore’”. (red)

25. Libia, il vero guaio? La guerra tra Obama e i generali

Roma - “Quando un ufficiale del Pentagono – scrive Mattia Ferraresi su IL FOGLIO - dice che il rapporto fra la Casa Bianca e i militari ‘è un casino’ non è l’avvisaglia di un golpe armato, ma una constatazione dei fatti tradotta in un linguaggio finalmente comprensibile ai più. Il vecchio cronista David Wood dell’Huffington Post di affermazioni del genere ne colleziona a decine da ambo i lati della disputa e dall’inizio dell’’operazione militare cinetica’ in Libia il linguaggio degli ufficiali si è fatto molto più colorito. Il Pentagono non voleva invischiarsi in questa guerra costosa ed eurocentrica: i militari sanno che cos’è la guerra e tendono a ficcarcisi soltanto se la si può vincere con costi umani ed economici proporzionati. Alle richieste del presidente americano, Barack Obama, di un ‘regime change a basso costo’ – vero obiettivo della politica estera americana al di là dei belletti umanitari con cui l’Onu ha truccato l’iniziativa – i militari rispondevano che laggiù ci si impantana, che i ribelli sono parodie di guerriglieri e che il regime change a basso costo non esiste se non nelle voglie dei politici. Così, ieri, il segretario alla Difesa, Robert Gates, ha detto che gli Stati Uniti manderanno droni in Libia. La guerra in Libia però non è la causa del dissapore fra le due sponde del Potomac, ma l’epifenomeno di una ‘guerra culturale’ a Washington, uno scontro di Palazzo che Obama non è riuscito a scongiurare quando era il momento di fare le nomine e che ora a maggior ragione non è in grado di gestire. I ribelli in balia delle truppe di Gheddafi sono lo specchio tragico dello stallo politico di Washington, che in questa guerra c’è entrata con l’ingenuità di chi si siede al tavolo del black jack pensando di essere abbastanza freddo da alzarsi una volta che ha vinto un paio di mani. Come nella più trita delle trame, Washington ha passato la palla alla Nato, che però incarna in un unico corpo una malattia doppia: le aspre divisioni nei corridoi di Washington e l’europeismo che crolla quando c’è qualcosa di serio di cui occuparsi. Quando il Pentagono è stato costretto all’azione dalla classe politica di Washington – incarnata nel caso specifico della Libia da Samantha Power, ex giornalista, attivista dei diritti umani e consigliere del presidente – i militari hanno spiegato in termini semplici come funzionano le cose: se proprio siamo costretti a spendere risorse e uomini in questa guerra, bisogna mettere i ‘boots on the ground’, gli anfibi a terra, e creare non solo a parole le condizioni per proteggere i civili e forzare Gheddafi a lasciare il paese, hanno detto. Figurarsi. Per la Casa Bianca di Obama, - prosegue Ferraresi su IL FOGLIO - una riedizione dell’Iraq o dell’Afghanistan è il peggiore dei mondi possibili e quindi si è deciso per un esercizio di ‘soft power’, che con il passare delle settimane è diventato soltanto ‘soft’ perdendo per strada il ‘power’. Sono state inviate clandestinamente truppe speciali della Cia – guidata da civili – che peraltro avevano già una certa confidenza con il suolo libico, come ha spiegato qualche tempo fa l’editorialista del Washington Post David Ignatius, ma lo sforzo è finito lì. Aggravando ulteriormente lo scontro a Washington fra civili che difendono l’operato americano e militari che dicono ‘l’avevamo detto’. Obama, però, dice di avere un piano per sanare la ferita ancestrale fra i due mondi, e questo piano si chiama rimpasto. Le voci che girano da tempo sulla nomina dell’attuale capo della Cia, Leon Panetta, al Pentagono si stanno facendo molto concrete; lo stesso vale per le voci analoghe su David Petraeus, che dalle Forze armate in Afghanistan potrebbe passare all’Agenzia di Langley. Panetta e Petraeus incarnano lo spirito dei loro rispettivi ambiti: uno è l’anima civile, l’altro quella militare; uno si affida alla guerra dall’alto e ai blitz mirati e segreti, l’altro ha teorizzato la convivenza stretta fra truppe e popolazione locale come unica via per vincere la guerra. Uno scambio di ruoli – conclude Ferraresi su IL FOGLIO - sarebbe la prova evidente che lo scontro sta logorando Obama a tal punto da costringerlo ad affidarsi all’arte ambigua del rimpasto”. (red)

26. Nave italiana catturata dai pirati somali

Roma - “Dalle 4 di ieri – riporta Fulvio Bufi sul CORRIERE DELLA SERA - una nave italiana è nelle mani dei pirati, presumibilmente somali, che l’hanno assaltata nel Mare Arabico dopo averla affiancata con due imbarcazioni leggere. La ‘Rosalia D’Amato’ , della compagnia napoletana Perseveranza Navigazione, portava dal Brasile all’Iran un carico di soia. Al momento dell’abbordaggio si trovava al largo del Corno d’Africa, circa 320 miglia a sud dell’Oman, e i pirati hanno costretto il comandante a cambiare rotta e dirigersi verso le coste della Somalia. A bordo ci sono ventidue uomini di equipaggio, sedici filippini e sei italiani, provenienti da Messina, Mazara del Vallo, Procida, Vico Equense e Meta di Sorrento. Circa cinque ore dopo l’attacco (segnalato da bordo con un particolare sistema di allarme raccolto dalle navi militari che pattugliano l’area), la società armatrice è riuscita a comunicare con l’equipaggio. Pochi secondi in cui il comandante Orazio Lanza è riuscito soltanto a riferire al comandante d’armamento della Perserveranza, Carlo Miccio, che lo contattava da Napoli, notizie tranquillizzanti circa le condizioni di salute dei marinai, ma non ha avuto il tempo di aggiungere alcun particolare sull’azione dei pirati. Le acque dove la nave italiana è stata assaltata sono infestate di pirati, che da febbraio hanno nelle loro mani la petroliera italiana ‘Savina Caylyn’ , e solo l’altro giorno avevano sequestrato una portacontainer coreana, liberata ieri grazie all’intervento dell’esercito di Seul. E dei rischi legati a quell’area erano perfettamente a conoscenza il comandante Lanza e l’equipaggio: per questo, spiega Miccio, ‘navigavano molto distanti dalle coste somale, ma i pirati si spingono sempre più al largo e certe situazioni diventano imprevedibili’ . Ora la rotta della ‘Rosalia D’Amato’ è seguita a distanza dalla nave militare turca ‘Giresun’ , che l’altra notte era la più vicina alla zona dell’abbordaggio. Ma è in avvicinamento anche la ‘Espero’ della Marina italiana, che ha il compito, fa sapere il ministro della Difesa Ignazio La Russa, di ‘capire la situazione’ . Attivata anche l’unità di crisi della Farnesina – prosegue Bufi sul CORRIERE DELLA SERA - che mantiene i contatti con la società armatrice e, tramite questa, con i familiari dei marinai. Per alcuni membri dell’equipaggio questi erano gli ultimi giorni di navigazione. Allo sbarco in Iran, che era previsto per martedì prossimo, sarebbero stati avvicendati da altri uomini e avrebbero fatto ritorno alle loro case. Dove adesso si vivono ovviamente momenti di profonda angoscia. Da Procida si leva anche una protesta, di cui si fa portavoce il sindaco Vincenzo Capezzuto: ‘Siamo stufi, perché lo Stato italiano non garantisce sicurezza e assistenza alle nostre navi in questi mari pericolosi’ . Molto più a fondo va Paolo D’Amico, presidente della Confederazione degli armatori (Confitarma), che definisce ‘sorprendente il silenzio delle nostre istituzioni’ . E torna a sollecitare un provvedimento – conclude Bufi sul CORRIERE DELLA SERA - che consenta di istituire a bordo la security armata: ‘Abbiamo in media tre navi al giorno in una situazione di pericolo, ma cinque disegni di legge relativi al possibile imbarco di personale armato sono parcheggiati da un anno alla Camera e al Senato. Da mesi ho anche chiesto al ministro della Difesa un incontro urgente per identificare un’adeguata strategia di difesa attiva. Capisco che abbia molto da fare, ma pure questa è un’emergenza del Paese’”. (red)

27. Papa: Vergogna per nostri errori, Wojtyla la speranza

Roma - “E pensare che i cristiani ‘dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio Vivente’ e ‘condurre a Lui’ . Benedetto XVI alza lo sguardo: ‘Non siamo forse noi -popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: ‘Non permettere che diventiamo un non-popolo!’. Il tono di Joseph Ratzinger – scrive Gian Guido Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA - è drammatico come quando, prima di Natale, paragonò la nostra epoca al crollo dell’Impero Romano. Allora evocò tra l’altro lo scandalo dei preti pedofili e il ‘volto della Chiesa coperto di polvere’ ma adesso non ci sono riferimenti particolari, il discorso del Papa è più vasto e abbraccia ‘l’insensibilità’ diffusa verso ‘il potere del male’ , come diceva mercoledì, quella ‘sonnolenza’ dei discepoli che al fondo è ‘insensibilità per Dio’ . Così ieri— giovedì santo, il giorno dell’Ultima Cena che apre al cuore della settimana più importante dei cristiani: la crocifissione di Gesù venerdì, il silenzio del sabato, la Pasqua di risurrezione la domenica — Benedetto XVI è arrivato a sospirare nella messa in Coena Domini a San Giovanni : ‘Oggi constatiamo di nuovo con dolore che a Satana è stato concesso di vagliare i discepoli visibilmente davanti a tutto il mondo’ . Eppure, aveva detto al mattino in San Pietro, ‘nonostante tutta la vergogna per i nostri errori’ non bisogna dimenticare che ‘anche oggi esistono esempi luminosi di fede’ . Ed è qui che Benedetto XVI ha ricordato Karol Wojtyla come modello di quelle persone che ‘danno speranza al mondo’ : ‘Quando il 1mo maggio verrà beatificato Papa Giovanni Paolo II, penseremo pieni di gratitudine a lui quale grande testimone di Dio e di Gesù Cristo nel nostro tempo, quale uomo colmato di Spirito Santo’ . I cristiani ‘indifferenti, distratti, pieni d’altro’ . Quanta gente andrà a messa in questi giorni in Occidente? ‘I posti vuoti al banchetto nuziale del Signore, con o senza scuse, sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, bensì una realtà presente, proprio in quei Paesi ai quali Egli aveva manifestato la sua vicinanza particolare’ . E poi c’è la fede per ‘abitudine’ , la fede ‘senza amore’ e quindi ‘morta’ . Il Papa esorta alla coerenza, all’umiltà, al rinnovamento spirituale della Chiesa. Perché ‘tutti gli esseri umani, tranne Maria, hanno continuamente bisogno di conversione’. Lo stesso Pietro ‘riconosce la sua insufficienza’ davanti a Gesù. Così ‘tutti noi dobbiamo sempre di nuovo imparare ad accettare Dio e Gesù Cristo così come Egli è, e non come vorremmo che fosse’ . E invece ‘anche noi non vogliamo accettare che Egli sia senza potere in questo mondo’ . Riforma spirituale, appunto. Oggi Benedetto XVI – conclude Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA - guiderà la Via Crucis al Colosseo. Ha affidato i testi ad una donna, la monaca agostiniana Maria Rita Piccione, dedita alla vita contemplativa. Ieri citava sant’Ignazio di Antiochia: ‘Non solo voglio chiamarmi cristiano, ma voglio anche esserlo’”. (red)

28. Walesa: Con lui comunismo non finì in bagno di sangue

Roma - Intervista di Andrea Tarquini a Lech Walesa su LA REPUBBLICA: “‘Senza di lui il comunismo sarebbe crollato comunque, ma molto più tardi e forse con un bagno di sangue. Io guidai l’azione, ma lui fu il Verbo della non violenza’. Così Lech Walesa ricorda papa Wojtyla. Presidente, nei suoi ricordi quale fu l’incontro più importante con Giovanni Paolo II? ‘Non posso sceglierne uno come migliore degli altri. I nostri incontri avvennero attraverso una catena di eventi, tutti furono importanti in diverse situazioni politiche. Non furono incontri politici nel senso stretto della parola, ma lo sfondo era politico. Ricordo le grandi attese della gente per questi incontri. Non volevo creare malintesi, né impressioni di divergenze. E provavo la sensazione di togliere a lui tempo degno di miglior causa. Sentivo disagio, sebbene quegli incontri fossero una grande esperienza. Andava così: io parlavo, lui mi ascoltava, poi cominciava ad agitarsi sulla sedia, segno che voleva dire qualcosa, io allora tacevo’. Quanto contava il suo calore umano? ‘Non voglio ricordarlo usando questi schemi. Conducevamo un certo tipo di lotta politica, ma io ero responsabile della lotta e il Santo Padre della fede. Non ci furono malintesi né accordi segreti tra noi. I due ruoli erano completamente diversi’. Quale fu il suo ruolo nella lotta per la libertà? ‘Il comunismo era guidato da una filosofia semplice: non lasciamo che si uniscano, che si organizzino. A ogni nostra protesta organizzata rispondevano rispondeva con la repressione e con dimostrazioni ufficiali. Ci deridevano, come opposizione debole e senza speranza, vantavano le loro folle il primo maggio. Durò così a lungo che alla fine molta gente ci credeva. Non potevamo organizzarci, il comunismo ce lo impediva. E il Papa ci organizzò. Per la preghiera, non per la lotta. Ma bastò a contarci e a riflettere. Quel risveglio spinse il popolo polacco a farsi guidare dalle piccole organizzazioni dell’opposizione. Senza di lui non saremmo mai riusciti a organizzarci, non avremmo vinto. Il Papa non sconfisse il comunismo, fece solo il suo lavoro di pastore, e noi usammo quel suo lavoro per la nostra lotta. La prova? A Cuba egli radunò ancor più gente in piazza, ma là nessuno riuscì a trasformare il verbo in azione. Noi ci riuscimmo, altre nazioni seguirono, così vincemmo. Fu il San Pietro del nostro tempo’. E se Wojtyla non fosse stato eletto papa? ‘Oh, avremmo dovuto lottare molto, molto più a lungo. Un giorno il comunismo sarebbe comunque crollato, ma forse sarebbe finita in un bagno di sangue. Grazie al Santo Padre ci alzammo in piedi con la fede e la morale, restammo fedeli all’idea di lotta non violenta. Altrimenti non ce l’avremmo fatta. Dobbiamo moltissimo al Papa, ma non esageriamo. La sua parola avrebbe potuto volar via al vento. Il punto fu tradurre il suo Verbo nell’azione e nella vittoria’. C’è il rischio che egli sia ridotto a icona? ‘Al tempo: il Santo padre si pronunciava su molti grandi temi. Fui schiacciato dal dolore quando appresi della sua morte. Pregai, chiedevo a Dio perché ce l’aveva tolto. Meditai in preghiera a lungo, trovai la risposta: come se Dio mi avesse detto "figlio mio, dimmi almeno un tema di cui Giovanni Paolo non parlava, non dava risposta. Ma voi uomini avete comunque continuato per la vostra strada". Mi dissi che dovevamo tradurre le sue parole nella vita, e smetterla di disturbare Dio col nostro dolore’. Fu il Papa della globalizzazione? ‘Il secondo millennio stava per finire, con il comunismo ancora presente e il mondo diviso, e avemmo quel dono del cielo: il Santo padre che ci dette la parola, la gente la raccolse e chiuse quell’èra di divisioni, di frontiere e di guerre, e aprì l’era dell’intelletto, dell’informazione, della globalizzazione. Lui aprì la strada, il resto dovemmo farlo noi esseri umani’. Wojtyla oggi è strumentalizzato dai politici, in Polonia e altrove? ‘La nostra epoca è così diversa da allora, e sia a livello nazionale, europeo o globale non vedo grandi leader capaci di unire le nazioni. Nessuno vuole ascoltare, discutiamo su tutto, sembriamo incapaci di evitare litigate. Urgono nuovi programmi e strutture, il tempo sta per scadere. Senza grandi programmi concreti dobbiamo aspettarci un futuro di disordini’. Dopo la sua morte, la Polonia è diventata una società molto più laica. Le fa piacere o no? ‘Anche lui, se fosse ancora vivo, non farebbe niente su questo terreno’. Lei in quegli anni trattò anche con Gorbaciov o Bush. Parlaste di Wojtyla? ‘No, non ci dedicavamo al gossip. Il papa e Gorbaciov furono figure molto diverse. Gorbaciov voleva salvare il comunismo, ma grazie a Dio non ci riuscì e accettò questa realtà, e per questo fu premiato col Nobel per la pace. Lo dico senza dimenticare quanto Mikhail Sergeevic sia un uomo degno, che può piacere ed essere ben simpatico’”. (red)

Toh, l'aggressione all'Iraq era per il petrolio

Nucleare. Il rinvio non è un’abrogazione