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Libia: insorti come marionette

Il regime di Gheddafi perde i pezzi e svariati dei suoi esponenti di spicco passano dalla parte dei ribelli. Ma la credibilità dei “rivoluzionari” è già compromessa dalla dipendenza dagli aiuti occidentali. Un supporto armato che è un’esemplare metafora del futuro: un condizionamento altrettanto aggressivo

di Alessio Mannino

Gheddafi, venduti da un pezzo gli ideali della sua Jamahiriya (Repubblica socialista delle masse) per arricchire se stesso e la sua famiglia-tribù con il petrolio e la finanza internazionale, è un figura sinistramente ridicola. Non convince il suo piglio da ritrovato capopopolo dell’indipendenza libica, pur essendo quella occidentale una guerra puramente d’aggressione a scopo di rapina. Dalla sua parte, insomma, non si può stare. Ma ormai non si può stare idealmente neppure al fianco degli insorti.

Erano partiti bene, i ribelli cirenaici stanchi di essere trattati come libici di serie B dai tripolitani favoriti dal regime. Si erano detti contrari all’ingerenza falsamente umanitaria degli stranieri, volevano sbrigarsela da soli. Ha scritto giustamente Michele Ainis sull’ultimo numero dell’Espresso: «C’è una sollevazione popolare, tuttavia ogni popolo deve trovare in sé medesimo le energie per rovesciare i propri dittatori, altrimenti resterà comunque servo, colono del suo liberatore». Invece hanno scelto proprio questa via: dipendere dall’interessato aiuto della “coalizione dei volonterosi” guidata dalla bellicosissima Francia. 

Con ciò hanno decretato la loro stessa fine come movimento di rivolta nazionale. Non essendo più politicamente autonomi perché incapaci di reggere lo scontro militare sul campo con i gheddafisti, si sono legati mani e piedi ai “salvatori” d’oltremare. Per rendersene conto basta scorrere i “titoli di merito” degli esponenti del governo provvisorio di Bengasi. A comandare le scalcagnate truppe ribelli è Abdul Fattah Younis, ex ministro degli interni, in primo piano per anni nella gestione della repressione del dissenso e ultimo arrivato nelle schiere dei rivoltosi. C’è Mustafa Abdel Jalili, ex ministro della giustizia. Poi c’è Mahmud Jibril, attualmente a capo del governo di transizione. Uomo chiave di Washington e Londra, era a capo dell’Ufficio Nazionale per lo Sviluppo Economico (zeppo di aziende di consulenza anglo-statunitensi) che propugnava la penetrazione economica di Usa e Gran Bretagna promuovendo liberalizzazioni e privatizzazioni, fino a quando Gheddafi non l’ha neutralizzato dal suo incarico. Presente anche Khalifa Hiftar, ex generale del raìs che questi per una guerricciola di confine inviò a suonargliele al Ciad e invece tornò suonato e bastonato. Lui un po’ di galloni da perseguitato li ha, e infatti si era rifugiato negli Usa con un pugno di seguaci. È  considerato né più né meno una pedina della Cia. Ma il personaggio-simbolo di questa cerchia di equivoci notabili è Moussa Koussa. Fuggito a Londra pochi giorni fa grazie agli 007 inglesi, l’attuale ministro degli esteri libico ed ex capo dei servizi segreti di Tripoli è un boccone prelibato per l’Occidente aggressore perché con lui si ha la possibilità, ha scritto il Corriere della Sera, «di interrogare un uomo che conosce alla perfezione il colonnello Gheddafi, gli ingranaggi della dittatura, le trame internazionali di cui si sono resi responsabili i servizi segreti libici, i rapporti che hanno avuto negli anni Ottanta con le organizzazioni terroristiche». 

Fatte le debite differenze, è come se a gestire l’insurrezione partigiana ci fosse stato mezzo Gran Consiglio del Fascismo. È evidente che il vertice della ribellione è costituito da una cricca di gerarchi caduti in disgrazia presso il Colonnello e passati armi, portafogli e bagagli dall’altra parte della barricata per brama di potere. Questo non significa, logicamente, che la gente comune che combatte contro i lealisti sia composta interamente da prezzolati e profittatori. Significa che, come al solito, viene strumentalizzata da una piccola cerchia di oligarchi che mira al proprio tornaconto personale. 

Ora, se conducessero la loro lotta alla dittatura, pur da ex beneficiati di primo piano, in modo autonomo, manterrebbero intatta la credibilità. Cambiare bandiera rischiando in proprio è pur sempre lecito. Ma cambiarla affidandosi all’invasore straniero – perché l’invasione ci sarà, come da noi sostiene unico e solitario il generale Fabio Mini – sa di tradimento del popolo di cui ci si erge a portavoce. Sempre la stessa storia: a conti fatti a rimetterci è il popolo, usato come una marionetta. 

 

Alessio Mannino

Secondo i quotidiani del 04/04/2011

Secondo i quotidiani del 01/04/2011