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2012. Obama ci riproverà

L’annuncio è ufficiale: il presidente correrà per il secondo mandato. E per riuscirci punta sul coinvolgimento dei suoi sostenitori. Lo slogan diventa “Tutto comincia con noi” e il video relativo fa pensare all’impegno in prima persona dei classici volontari. Ma la priorità è innanzitutto finanziaria, con l’obiettivo di superare la cifra record di un miliardo di dollari. Da spendere, manco a dirlo, in pubblicità mediatica

di Federico Zamboni 

Una mossa inevitabile, prima ancora che una decisione annunciata. Al di là delle effettive probabilità di vittoria, che oggi vengono considerate cospicue ma che ovviamente non si possono valutare in modo attendibile con un così largo anticipo, la ricandidatura di Obama alla Casa Bianca ha la sua motivazione fondamentale nel presente, piuttosto che nel futuro. 

Il messaggio è che il presidente in carica è tuttora convinto dei propri mezzi e che perciò, nonostante la netta sconfitta del suo partito alle elezioni di Midterm del novembre scorso, ritiene di poter attirare di nuovo su di sé la maggioranza dei consensi, nel momento in cui tornasse a correre in prima persona. Benché i primi due anni del suo mandato siano stati tutt’altro che trionfali, e l’euforia collettiva del 2008 si sia tramutata ben presto in un lontano ricordo, la sua immagine ne è uscita meno danneggiata di quanto sarebbe logico aspettarsi. Il ridimensionamento c’è stato eccome, ma non c’è stato invece lo schianto definitivo. Come indicano i sondaggi più recenti, che almeno per ora pongono fine a quella che era apparsa una caduta inarrestabile, sulla sua politica gli statunitensi si dividono quasi esattamente a metà tra favorevoli e contrari, con una leggera prevalenza di questi ultimi. Ma soprattutto, ed è questo il dato più significativo, gli elettori lo accreditano di un netto vantaggio nei confronti di tutti i possibili avversari del campo repubblicano, con la sola eccezione di Mike Huckabee. Il quale, però, non sembra possedere il carisma necessario a vincere davvero, compattando le diverse anime dei conservatori e conquistando il consenso degli indecisi.

L’attuale prevalenza di Obama, quindi, non poggia tanto sulla sua forza quanto sull’altrui debolezza. Assai più che quattro anni fa, quindi, il coinvolgimento dei cittadini diventa essenziale, trasformando il celeberrimo “Yes, we can”, che utilizzava il “noi” come estensione collettiva dell’ “io” del candidato-taumaturgo, nel neonato “It begins with us”, in cui l’accento sull’impegno condiviso è molto più forte. Nel breve video che annuncia la ricandidatura, e che campeggia nella homepage del sito barackobama.com, il presidente compare solo per pochi istanti e con immagini di repertorio, prive dell’audio. Il resto dello spazio è totalmente riservato ai suoi sostenitori, rappresentati da cinque persone accomunate da una serena determinazione ma diverse per età, provenienza geografica e origine etnica. Nell’ordine Ed, del North Carolina; Gladys, del Nevada; Katherine, del Colorado; Mike, di New York; e infine Alice, del Michigan. Come si vede, tre donne e due uomini. Quanto ai rispettivi Stati, rientrano tutti tra quelli in cui Obama ha vinto nel 2008. Evocando una speranza di continuità, evidentemente. 

Il comunicato ufficiale lo ribadisce: «La Casa Bianca e i miei sostenitori si battono per amministrare i vantaggi conseguiti e per realizzarne degli altri. Anche noi però dobbiamo cominciare a mobilitarci per il 2012, prima che venga per me davvero il momento di lanciarmi nella campagna». Buona volontà a parte, l’obiettivo cruciale è la raccolta dei fondi. Che si spera di portare alla cifra record di oltre un miliardo di dollari. E il fatto stesso che se ne parli così apertamente – dandone per scontata la rilevanza ai fini della messa in onda di quegli spot propagandistici che tanto possono influire sull’esito finale –  non fa che confermare la deriva mediatica della politica occidentale, e di quella statunitense in particolare. Un circolo vizioso in cui chi ha più seguito dispone di maggiori risorse finanziarie per mantenerlo. 

Un ottimo motivo per interrogarsi sulla reale efficacia di Internet, come veicolo di posizioni che siano davvero alternative a quelle dominanti.

 

Federico Zamboni

 

 

 

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