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L’obiettivo è evitare i referendum. A ogni costo

Dietro l’ostilità per le consultazioni del 12 e 13 giugno non c’è solo la preoccupazione per le questioni specifiche, dalla privatizzazione dell’acqua al ritorno al nucleare e al legittimo impedimento. La Maggioranza, e non solo, ha paura che dalle urne arrivi un messaggio di delegittimazione complessiva dell’attuale quadro politico  

di Davide Stasi 

L’usuale ammuina con cui maggioranza e opposizione si affrontano, con schermaglie il più delle volte solo televisive, negli ultimi mesi è diventata vera fibrillazione. La tensione, a ben guardare, ha cominciato a salire sensibilmente, a partire dalla parziale bocciatura da parte della Corte Costituzionale del “legittimo impedimento”, a inizio anno. Da quel momento il pentolone parlamentare ha cominciato a ribollire, conducendo agli eccessi indegni degli ultimi giorni.

Napolitano è tornato a farsi sentire. Ed è il secondo avvertimento da inizio anno. Il 12 febbraio scorso si attivò a seguito dell’ennesimo stato di tensione, con Berlusconi e i suoi che schiumavano contro la magistratura, ventilando anche l’utilizzo della piazza. Il presidente lo redarguì e lanciò un messaggio chiaro: se i toni non si abbassano, la legislatura è a rischio. Berlusconi e i suoi, insieme all’opposizione, fecero giurin giuretta, ma oggi, dopo poco più di un mese, siamo punto e a capo.

Ma siamo certi che questa tensione sia reale, e che non sia invece la solita pantomima di destra e sinistra con l’obiettivo di mantenere saldo l’intero sistema? Tutto lo farebbe supporre. Perché la tesi di Berlusconi secondo cui le toghe sono in combutta con la sinistra per delegittimare, tramite i processi, lui e il voto popolare che l’ha eletto, evidentemente non sta in piedi. La sinistra è un carrozzone che perde i pezzi, diviso da personalismi e interessi di bottega: non ha la compattezza per riuscire a coordinare un’azione “sotterranea” con l’utilizzo dei giudici.

Questa sinistra, poi, ha tutto da perdere dal crollo del sistema-Berlusconi. Non ha né un leader né un programma credibili da contrapporre, e soprattutto non ha nessuna intenzione di prendere in mano un paese con i conti allo sfascio, quand’anche vi fossero le condizioni per una vittoria elettorale. Per questo si appiglia alle questioni giudiziarie: si dà l’occasione a Berlusconi di continuare a gridare al complotto, e si continua con una sceneggiata che non intacca minimamente la radice del problema. Quand’anche il cittadino Berlusconi venisse condannato, in primo grado, non si schioderebbe dal suo posto. La Lega continuerebbe a tenerlo in piedi e a salvarlo con leggi ad hoc, nella consapevolezza che il proprio elettorato non se la prenderebbe più di tanto. Anche se a molti leghisti non piace l’idea di avere come massimo referente un personaggio a dir poco imbarazzante come l’attuale premier, il fastidio si esaurisce in qualche mal di pancia. Che lascia il tempo che trova. E che lascia mano libera a Bossi e ai suoi. 

Diverso sarebbe con una condanna di natura politica, che è ciò che tutti, centro-destra e centro-sinistra, temono davvero. Berlusconi fa quello che vuole appellandosi “al voto degli italiani”, secondo il mantra ripetuto ossessivamente dei pidiellini. Dimostrare che quel sostegno è venuto meno significherebbe delegittimare governo e maggioranza, Lega inclusa. E una condanna politica può venire solo dai tre referendum di giugno, capaci di troncare in un sol colpo la retorica liberista (privatizzazione dell’acqua), le linee strategiche (nucleare) e il cuore stesso (legittimo impedimento) delle politiche berlusconiane. Ma non solo. Un successo dei referendum sarebbe uno schiaffo poderoso sul volto dell’opposizione, troppo spesso inerte e talvolta complice delle malefatte governative, e sicuramente incapace di incarnare un’opinione pubblica che ormai sembra viaggiare su un proprio binario autonomo, desiderosa di non avere intermediari. Un’opinione pubblica che potrebbe trovare nel referendum un perfetto strumento di espressione.

L’obiettivo reale di tutto il circo degli ultimi giorni potrebbe quindi essere proprio quello di evitarli. Averli spostati a giugno potrebbe non bastare, col traino poderoso di Fukushima e il venticinquennale di Cernobyl in arrivo. Tramite il nucleare, potrebbe replicarsi un clima da inizio anni ’90, con una delegittimazione trasversale dell’intero sistema. L’opinione pubblica, istigata da un disagio quotidiano crescente, potrebbe riservare una sorpresa in questo senso. Ed è ciò che tutti, da destra a sinistra, vogliono evitare.

Così si fa salire la tensione, si fanno volare parole grosse, Napolitano si irrita e minaccia di chiudere la legislatura. Lo scioglimento delle Camere o la sostituzione del presente governo con un altro di “responsabilità nazionale”, magari gestito da Tremonti, farebbero decadere i referendum o li farebbero slittare di un anno. Il tempo giusto per far cancellare Fukushima dalla memoria, già cortissima, degli italiani e per rasserenare il clima. Berlusconi resterebbe protetto in Parlamento, la sua politica ne uscirebbe linda, sempre valida, priva di condanne popolari. Così il sistema resterebbe in piedi, la destra potrebbe continuare a fingere di governare, e la sinistra di fare l’opposizione.

 

Davide Stasi

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