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Povero Garibaldi, testimonial del fashion

L’iniziativa è di Carlo Chionna, titolare del marchio 9.2: una pagina pubblicitaria in cui l’immagine dell’Eroe dei Due Mondi viene utilizzata per caldeggiare il “made in Italy” nel settore dell’abbigliamento e dintorni. Spacciando la moda per la migliore credenziale del nostro Paese agli occhi del mondo

di Ferdinando Menconi

Il 17 marzo del 150° Carlo Chionna, del marchio 9.2, ha deciso di sfruttare le celebrazioni per l’unità a beceri fini di lucro, pubblicando una pagina pubblicitaria a tutela della moda italiana, in cui Chionnabaldi in persona dichiara: «O si fa in Italia o si muore».

Un paginone con un Garibaldi, ma non impersonato da Chionna in costume da Martedì Grasso, che si lascia andare a questa dichiarazione ci sarebbe piaciuto molto, specie se il Nizzardo fosse stato raffigurato mentre prendeva a sciabolate Marchionne. Complimenti, comunque, al pubblicitario che si è occupato della campagna e a chi l’ha approvata: Garibaldi è veramente il testimonial ideale per gli ossessionati dal marchio fighetto, visto che andava in giro vestito con “jeans” , anche se non ancora blue e cinquetasche, un poncho sudamericano e una camicia rossa da macellaio rimediata a Montevideo. Bravi, veramente bravi. Buon per loro che il marchio 9.2 si percepisce appena e il danno sembra attribuibile all’intero settore della moda, che è comunque colpevole: perché Chionna è un degno figlio del superfluo ad alto valore aggiunto.

Lasciamo perdere il cattivo gusto di vestirsi da Garibaldi il 17 marzo per aumentare il fatturato (peggio di Calzedonia con le sue sorelle d’Italia). È la dichiarazione di Chionnabaldi, a margine della sua foto carnevalizia, a far accapponare la pelle: «Senza l’autentico Made in Italy si parlerà di noi italiani solo per la mafia, la pizza e gli spaghetti». Delirante e vergognosa. 

Chionna non sa, o non vuol sapere, che c’è molto altro in questo paese, molto altro e di ben maggior valore del suo marchietto, che per fortuna non sarà mai aggiunto alla lista per cui gli italiani saranno ricordati, e qualora mai lo fosse non sarebbe certo un gran guadagno. Di sicuro non fa piacere essere associati alla mafia, ma pizza e spaghetti, come motivo per essere ricordati, non disturbano affatto: sono prodotti molto più di sostanza della moda e di cui andare fieri. Specie gli spaghetti, che nessuno è riuscito a snaturare come avvenuto con la pizza: i pastai sono un’industria con molti più quarti di nobiltà imprenditoriale degli imbonitori da lifestyle brand. È  piuttosto il vedere questi prodotti della tradizione meschinamente associati alla Mafia che disturba, questa si che «È un’offesa alla nostra cultura, alle nostre eccellenze, alla nostra industria, alla nostra ormai residua credibilità», credibilità che Chionna con questa sua dichiarazione certo non aiuta.

La pasta si che è eccellenza vera, un’eccellenza che mettiamo alla prova ogni giorno e che quindi non ha bisogno di ripetere la parolina magica e trendy ogni secondo, come invece fanno quelli che ne sono ben lontani, convinti come sono che ripetere ossessivamente di essere una cosa basti per trasformare la pubblicità in realtà. È vero, come dice Chionna, che «È importante, prima di acquistare un capo, verificare sia prodotto INTERAMENTE in Italia», e questo non vale solo per “moda” e abbigliamento, i primi a vendere marchi Made in Italy delocalizzati, ma ancor più vale verificare come si sia prodotto questo prodotto. Report insegna come marchi ingiustificatamente ultracostosi vengano realizzati nei bassi napoletani in condizioni “cinesi”.

Non abbiamo simpatia per la moda come settore e non ci pieghiamo all’obiezione che “porta soldi”, perché se è vero che fa girare miliardi è altrettanto vero che i grossi profitti restano appannaggio dei sarti che si credono artisti e della minoranza, autoreferenziale, che li supporta e che prospera intorno alle sfilate, mentre tutti gli altri lavoratori del settore sono spesso trattati come ha svelato Report a suo tempo. La “moda”, italiana e non, per la sua natura produce cose che dopo un anno devono essere buttate via e sostituite, secondo i suoi dettami naturalmente, con altre cose altrettanto transitorie. Alimentando una girandola all’insegna della fatuità e dello spreco che produce l’impatto ambientale più inutile possibile. 

Non diciamo di andar vestiti di stracci, come poi spesso sono gli stessi prodotti fashion, e non siamo affatto contro l’abbigliamento di qualità: ci si vesta pure come si vuole e con soddisfazione, ma meglio con stili classici o casual classici, solidi e contraddistinti da marchi a prodotto durevole. Meglio sempre scegliere la qualità, quella che non strombazza eccellenze che non ha, anche quando prodotta all’estero, come certe indistruttibili scarpe inglesi da uomo, identiche a se stesse da decenni e che per decenni durano senza passar mai di moda, al contrario di tante scarpine sfornate dagli stilisti, che si sfondano prima ancora di essere passate di moda.

Non sono gli spaghetti o la pizza a far male al settore del lifestyle da indossare, ma proprio i soggetti come Chionna che, pur di aumentare il fatturato, non esitano neppure a sfruttare chi l’Italia la fece davvero, e rischiando in prima persona. Mentre chi, invece, si beve le sue operazioni di marketing sulla pelle della Patria, e il fatturato glielo fa aumentare comprando 9.2, fa male all’Italia, in ogni settore.

 

Ferdinando Menconi

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