Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 05/04/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Immigrati, per ora niente intesa”. Editoriale di Giuseppe Bedeschi: “E di liberale rimase poco”. Di spalla: “La toccata e fuga dei presidenti della Corte”. Al centro foto-notizia: “L’Italia riconosce i ribelli: ‘Potremmo anche armarli’ ” e “Negli atti le telefonate del premier”. In taglio basso: “Tonnellate di acqua radioattiva in mare”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Tunisi dice no a Berlusconi” e a sinistra: “Ruby, processo al via. I pm: 13 ragazze con lei ad Arcore”. Editoriale di Giuseppe D’Avanzo: “Il teatro del ricatto”. Di spalla: “E ora la Lega vuole gli eserciti regionali”. Al centro: “Frattini: armi ai ribelli libici” e “Madoff dei Parioli, ecco le cifre perse dai clienti eccellenti”. In taglio basso: “Tonna e il crac Parmalat: ‘Tanzi è un codardo’ ” e “Stangata sui traghetti, la Sardegna costa il doppio”. 

LA STAMPA – In apertura: “Immigrati, si tratta sui rimpatri” e in taglio alto: “Il Tesoro chiude la partita nomine” e “Rapinatori in fuga uccisi dal vigilante”. Editoriale di Domenico Quirico: “Lusinghe e riti bizantini”. Di spalla: “Palermo regala un tutor ad ogni operaio” e “Firenze cerca i resti della Gioconda”. Al centro foto-notizia: “Un sms da Obama: mi ricandido”, con il commento di Alberto Bisin: “La sfida del lavoro” e “ ‘Acquisto diritti tv, premier a giudizio’ ”. In un box: “ ‘Un esercito in ogni regione’ ”. A fondo pagina: “Idiozia insostenibile”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Finmeccanica cambia guida” e in taglio alto: “Premier in Tunisia: non c’è intesa. Bossi apre ai permessi a tempo” e “La Lega sotto pressione come non mai”. Editoriale di Franco Debenedetti: “Ristabiliamo un principio, il mercato è tutto”. Al centro la foto-notizia: “Generali. Anna Botìn si dimette dal cda: ‘Troppi impegni’ ” e “Caso Mediatrade, i pm chiedono il rinvio a giudizio per Berlusconi”. Di spalla: “Da fondi speciali a ‘tappabuchi’ ”. In taglio basso: “Lactalis vuole la svolta: per Parmalat Opa o addio” e “Aumento di capitale Intesa: c’è anche Unicredit nel consorzio di garanzia”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “ ‘Sì al permesso temporaneo’ ”. Editoriale: “La nuova corsa in salita di Obama”. Al centro foto-notizia: “Cecchi, ecco l’accordo sul restauro. Non abbiamo venduto il Colosseo” e “Parioli, la catena delle truffe. Indagine su un’altra società”. In un box: “ ‘L’Aquila non è morta’, il governo al contrattacco”. In taglio basso: “Lotito: arbitri come i giudici” e “A Latina con i fasciocomunisti”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Scudo fiscale, i 700 nomi della lista che scotta”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “E arrivò il giorno della macelleria”. Al centro la foto-notizia: “Lampedusa liberata in 96 ore” e “Fondi esteri Ds, spunta il ‘nuovo Greganti’ ”. In un box: “Usa, Obama si ricandida e ha già (quasi) vinto”. Di spalla: “Con il rigore fuori dalla crisi”. A fondo pagina: “Chi scappa, ci rincorre e chi raccoglie i cocci”. 

LIBERO – In apertura: “Meglio pagarli che tenerli”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia: “Nuovi processi: tocca a Cavour e Andreotti” e “I colpi dei pm sono a salve e Di Pietro lancia monetine”. Di spalla: “Montezemolo in politica? Figuriamoci…”. A fondo pagina: “Lasciamo l’Europa: ci costa e non ci aiuta”. 

IL TEMPO – In apertura: “Permesso leghista”. Al centro la foto-notizia: “Meglio i suoi 25 milioni che il Colosseo a pezzi”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Cav. tratta con Tunisi sui rimpatri, ma teme il fuoco amico di Bossi”. In apertura a destra: “Obama si sfila dalla campagna Nato prima che diventi poco ‘cool’ ”. Al centro: “I grandi menzogneri”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Uscire dal buio”. In taglio alto: “Gli ‘eserciti’ padani spaccano il governo”. A fondo pagina: “Scacco diplomatico. Da Tunisi rimpatria solo Berlusconi”. (red)

2. Lusinghe e riti bizantini

Roma - “I tunisini resistono, non arretrano di un passo. E così – scrive Domenico Quirico su LA STAMPA - inciampa il progetto di Silvio Berlusconi di avventarsi a Tunisi e imporre un accordo cartaginese per le migliaia di emigranti, che svuotata a grandi brancate Lampedusa, sfarfallano tra campi di raccolta e latitanze volte a raggiungere la desideratissima Europa. Mentre altri già prendono il loro posto nell’isola: ottocento come ha confermato il premier italiano per rindorare l’urgenza. Sugli accordi per fermare i clandestini qui pesa un’aria pestifera, rammentano Ben Ali il tiranno, che con noi, su questo tema, fu appunto generosissimo. Una ragione sufficiente per dimostrarsi invece avarissimi. Bisogna rassegnarsi a un proscritto, dunque, bisogna intalparsi nel democristiano marchingegno della ‘commissione tecnica’ formata da esperti del Viminale e del ministero degli Interni tunisino. Avrà tempo fino a oggi per limare un compromesso accettabile e sarà Maroni, di ritorno da Tunisi, a certificare stasera la accettabilità dell’intesa. Che ci sarà, neppure la Tunisia provvisoria della rivoluzione ha la possibilità di rompere con Roma, e con l’Europa, sul tema dei suoi clandestini. Ma il progetto italiano già impacchettato alla vigilia del viaggio del primo ministro (trecento milioni di aiuti e reimbarchi) era una ottimistica escursione nel futuro; bisognerà fare, quasi certamente, elargizioni meno avare e concedere amputazioni politiche importanti. Berlusconi nella dichiarazione al termine dei colloqui con il primo ministro ad interim Caid Essebsi ha esplicitamente parlato di ‘volontà di procedere ai rimpatri in modo civile’. E’ la formula che in questi giorni la diplomazia tunisina ha impiegato con meticolosa monotonia. Le scenografiche reimbarcate di migliaia di tunisini arrivati a Lampedusa e scaricati a Cartagine non le accetterà mai. Berlusconi che alla vigilia aveva inghingherato il negoziato con toni duri polemizzando sulla mancanza di collaborazione della controparte, ha fatto la prova di come in mano a buoni diplomatici del tergiversare anche una debolezza possa diventare un fattore di forza. E il presidente Mebazaa e soprattutto il primo ministro Caid Essebsi, vecchietti afflitti da salute di ferro, sono cresciuti alla scuola politica di Bourguiba, hanno imparato le spire del negoziato in questi soffusi corridoi del palazzo della Kasbha che nulla hanno da invidiare, in astuzie e bizantinismi, a quelli romani. Berlusconi – prosegue Quirico su LA STAMPA - ha cercato di sedurli scolpendone il ruolo di traghettatori verso la democrazia (‘abbiamo apprezzato la responsabilità che vi siete assunti di andare al governo del Paese nello storico passaggio alla democrazia, vi abbiamo offerto la nostra collaborazione e la nostra esperienza. Vi auguriamo di cuore il successo’). Tutto vero, ma i complimenti non bastano perché i tunisini si gettino nelle fauci di un accordo strangolatore. Nessuno dei componenti del governo di transizione sarà candidato alle prossime elezioni del 24 luglio. Questa scelta li libera dalla necessità di non prendere decisioni impopolari, è vero, ma far rientrare migliaia di giovani che come ha detto Berlusconi ‘sono venuti in Europa per inseguire il loro eldorado e crearsi una nuova vita e questo è comprensibile’ metterebbe sulla graticola la fragilissima impalcatura del Paese. Dove prevalgono, mortificazioni, entusiasmi, richieste insolenti fino all’attivismo sovversivo. Il premier italiano ha poi ricapitolato: ‘Già sin d’ora c’è la grande, assoluta volontà di trovare una soluzione nella direzione del controllo delle coste. Daremo aiuto in termini di mezzi di terra e di mare perché il controllo sia capillare ed efficiente’. Quanto ai rimpatri ‘anche su questo stiamo lavorando: c’è la disponibilità da parte del governo di Tunisi e c’è la nostra volontà di farlo in una maniera assolutamente civile’. Berlusconi ha cercato di rimetter vento nelle vele tambureggiando sul tema Europa, sulla volontà di coinvolgerla nel guaio immigrazione. ‘Un altro problema è la questione europea - ha detto al termine del vertice - e ci sarà presto un summit italo-francese con il presidente Sarkozy visto che molti migranti hanno manifestato il desiderio di passare in un Paese di lingua francese per ricongiungersi a parenti e amici’”. (red)

3. Scintille e illusioni per i toni della Lega

Roma - “La pressione – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non è solo sulla Tunisia, ma sul Nord: dell’Italia e dell’Europa. Si tratta di fermare una migrazione incontrollata; e di rompere la gabbia miope ed egoista con la quale la Lega vuole isolare la mitica ‘Padania’ ; e la Francia se stessa. In Italia, il contraccolpo immediato è di tendere i rapporti fra il Pdl e il Carroccio più di quanto fosse prevedibile. L’immigrazione dal Nord Africa porta il Carroccio verso una sorta di schizofrenia politica fra il ruolo di governo, affidato al ministro dell’Interno, Roberto Maroni; e quello di ‘sindacato di territorio’ , che tende al rifiuto di ospitare clandestini nelle regioni settentrionali. La lettera con la quale ieri sessantadue parlamentari berlusconiani chiedono al premier ‘respiro nazionale’ nella gestione dell’emergenza rappresenta un avvertimento garbato ma netto. E altrettanto esplicita è la critica al modo in cui il partito di Umberto Bossi liquida il problema. Sono i primi effetti di una crisi in incubazione da giorni: dalle dimissioni, una settimana fa, del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. Motivo: il sovraffollamento del centro di accoglienza di Manduria, in Puglia, che lasciava sospettare un patto tacito fra Palazzo Chigi e Lega per non fare arrivare i clandestini al di là del Po. Il documento di ieri parte da quelle dimissioni, ma va oltre, vista la provenienza dei firmatari. Si segnala che ‘la gran parte delle tendopoli sono state realizzate nel Sud’ . E si chiede invece a Berlusconi che siano distribuite ‘immediatamente in modo equo e proporzionato’ : anche con il rilascio di ‘permessi di soggiorno per motivi umanitari ai tunisini’ . È un tema politicamente scivoloso, se non incendiario. Dilata la sensazione di un’incrinatura fra i due principali partiti di governo. Il Pdl – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non può permettersi di perdere voti nel Mezzogiorno e di gestire l’arrivo dei clandestini confermando l’adagio di una Lega che detta le condizioni. Ma Bossi sembra condannato a indurire i toni, ad alzare barriere, a tirare fuori proposte improbabili come l’esercito regionale, perché un’immigrazione clandestina a fiotti logora i lumbard. Le responsabilità di Maroni sono relative, di fronte a un fenomeno che l’Europa e l’Italia non hanno saputo prevedere con l’anticipo necessario. Al Viminale, tuttavia, c’è lui; e i barconi continuano ad arrivare. Il viaggio lampo che il ministro dell’Interno ha fatto con Berlusconi ieri a Tunisi non ha cancellato le incognite sul futuro, anzi: oggi Maroni dovrà tornare nel Maghreb per un supplemento di negoziato. L’idea che le partenze dal Nord Africa si fermino di colpo si sta rivelando illusoria: per questo sarebbe pericoloso continuare ad alimentarla. I tempi tecnici perché si comincino a vedere risultati richiederanno almeno tre mesi di lavoro, di accordi e di rodaggio. Ma la previsione realistica è che intanto la marea umana dalla Tunisia e poi alla Libia non finirà. Per questo cresce la polemica su un’ ‘invasione’ che la Lega vorrebbe caricare solo sulle spalle del Sud. La distinzione che fanno i dirigenti del Carroccio tra ‘profughi’ e ‘clandestini’ , i primi da ospitare, gli altri da tenere a distanza, viene ritenuta capziosa: dei circa 20 mila immigrati sbarcati nelle ultime settimane, oltre il novanta per cento sono clandestini. Non accettarli significa dunque dire no a qualunque tendopoli. L’incontro fra governo e enti locali, previsto per oggi ma slittato a domani, conferma la difficoltà di dare una risposta nazionale. Sempre che basti. Presto Berlusconi si vedrà col presidente francese, Nicolas Sarkozy, perché la soluzione non può che essere tentata a livello europeo. Il sigillo del governo di Parigi al confine tra Francia e Italia potrebbe rivelarsi presto inutile. Si tratta di una lezione per tutti: anche per il vertice leghista che ieri sera si è riunito con Berlusconi a Roma. E alla fine avrebbe accettato di concedere agli immigrati il permesso di soggiorno temporaneo che fino a poche ore prima aveva ostacolato. Le dinamiche che sono scattate nel Maghreb – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non consentono più zone franche. Impongono un’assunzione di responsabilità alla quale sarà difficile sfuggire: perfino alla Lega”. (red)

4. Gelo Maroni-premier, da Bossi sì ai permessi temporanei

Roma - “Dopo il fallimento della missione di ieri in Tunisia, che avrebbe dovuto portare a un accordo ‘nero su bianco’ per i rimpatri, - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - il rinculo dentro la maggioranza è enorme. Scende il gelo tra il Cavaliere e il ministro dell’Interno mentre Umberto Bossi, ospite di Berlusconi a cena, minaccia di far saltare il governo nel caso non si trovi una soluzione ‘chiara e immediata’ al problema dei clandestini. Da palazzo Grazioli filtra invece tutta l’irritazione del premier nei confronti del ministro dell’Interno, accusato di non aver facilitato il raggiungimento di un’intesa politica con la leadership tunisina. ‘La Lega – è il ragionamento degli uomini vicini a Berlusconi – non può continuare a essere di lotta e di governo, è ora che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e faccia il proprio dovere’. Il premier, dopo oltre due ore di trattativa serrata sotto i mosaici dell’ex palazzo del Bey, è tornato ieri a Roma senza aver ottenuto altro che una generica ‘disponibilità a discutere dei rimpatri’. Furente, ha preteso che Maroni ci mettesse la faccia, insistendo per farlo tornare oggi stesso a Tunisi. Una trasferta che si potrebbe anche prolungare, se necessario, fino a domani. Nel frattempo gli sherpa italiani (guidati da Rodolfo Ronconi, il direttore centrale della polizia di frontiera) proveranno a convincere i tunisini ad accettare almeno di bloccare nuove partenze. Perché soltanto di questo si tratta, visto che la questione dei rimpatri di massa è stata esclusa dal premier Beji Kaid Essebsi. Il Cavaliere, prima di alzare le mani, ha tentato di tutto, tirando anche in ballo la televisione: ‘I turisti italiani – ha spiegato a tavola con le autorità tunisine – quando vedono nei tg queste migliaia di giovani che fuggono dal vostro paese, pensano: ma questi scappano come disperati e noi dobbiamo proprio andare in vacanza lì? Pensateci bene, conviene anche voi fermare un esodo che dà una brutta immagine della Tunisia’. I commensali annuivano, - prosegue Bei su LA REPUBBLICA - ma quando si è passati a discutere dei numeri dei clandestini da riportare a casa, i tunisini hanno iniziato a fare melina, cambiando discorso. Niente da fare. La delegazione italiana ha dovuto constatare la ‘fragilità’ politica del governo provvisorio, che ‘non può dare garanzie di sorta – spiega uno dei partecipanti al summit - perché è seduto su un vulcano. Se qualche centinaio di clandestini inscenasse manifestazioni contro di loro per essere stato rimpatriato, il governo probabilmente sarebbe travolto’. Insomma, a Tunisi la situazione è appesa a un filo. E tuttavia anche Roma le fibrillazioni dovute alla migrazione di massa stanno portando la maggioranza sull’orlo del baratro. Raccontano che il vertice di ieri notte a via del Plebiscito, con il Cavaliere rimasto da solo a fronteggiare l’intero stato maggiore del Carroccio, sia stato molto teso. Bossi è preoccupato per le prossime amministrative e non lascia molti margini alla trattativa diplomatica: ‘Se si perdono le elezioni si va tutti a casa’. Da via Bellerio la parola d’ordine è una soltanto: fuori i clandestini dall’Italia. ‘La soluzione è blocco delle partenze e rimpatri. La Lega non può accettarne altre, altrimenti salta il governo’. Una rigidità che rende ancora più difficile il lavoro del ministro Maroni, alle prese con l’allestimento dei nuovi centri di raccolta dei clandestini tunisini. Dopo il vertice a palazzo Grazioli la soluzione che emerge – dato il rifiuto della Tunisia a riprendersi in massa i suoi emigranti - è quella di risolvere l’emergenza clandestini concedendo a tutti un permesso temporaneo di soggiorno. Una sanatoria di massa insomma, finora rifiutata dalla Lega, sulla quale Bossi avrebbe infine concesso un sofferto via libera. E intanto – conclude Bei su LA REPUBBLICA - 62 parlamentari del Pdl hanno firmato una lettera aperta per chiedere a Berlusconi di redistribuire i clandestini anche nelle regioni guidate dalla Lega, ‘senza continuare a gravare soltanto sul Sud’. Prima firmataria Barbara Saltamartini, vicina al sindaco Alemanno”. (red)

5. Il Cav. tratta con Tunisi, ma teme fuoco amico di Bossi

Roma - “La tensione tra i settori sudisti del Pdl e la Lega, con la minaccia italiana di offrire il permesso di soggiorno agli immigrati, - si legge su IL FOGLIO - ha provocato la reazione (positiva per l’Italia) di Nicolas Sarkozy. Il presidente francese, preoccupato dalle ipotesi che circolano nel governo di Roma, ha invitato domenica scorsa Silvio Berlusconi a un vertice italo-francese. Se le linee di frattura nella maggioranza un po’ preoccupano, tuttavia in ambienti vicini al premier si fa anche notare come la querelle interna al centrodestra abbia aperto a uno scenario interessante. Come ha chiarito il ministro degli Esteri, Franco Frattini, se non dovesse esserci solidarietà europea, il permesso temporaneo di protezione potrebbe avere un senso. Il sottinteso è: permetteremo a tutti i tunisini di varcare i confini verso la Francia. Ma il viaggio ieri in Tunisia del premier e del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, non ha ancora sortito fino in fondo gli effetti sperati: un accordo per regolare i flussi, nonostante gli sforzi del governo, appare complicato. C’è la volontà di trovare delle soluzioni, ha detto il premier. Maroni ha lasciato ieri a Tunisi una commissione tecnica del ministero e tornerà probabilmente oggi nel paese nordafricano per verificare i risultati del negoziato. Non sono esclusi colpi di scena, e chissà che oggi non venga effettivamente siglato un accordo. A microfoni spenti prevalgono tuttavia accenti di scetticismo. Secondo fonti del Pdl, un patto con la Tunisia è quasi impossibile. Il vero problema è che a Tunisi non c’è ancora un governo affidabile. Ma chissà. L’intenzione è quella di stanziare aiuti, tecnologia, mezzi e denaro. Dobbiamo aiutare un giovane governo a rafforzarsi, ha detto Frattini. Salvo novità dell’ultim’ora, le diversità di veduta emerse negli ultimi giorni tra Pdl e Lega intorno al dossier immigrazione sono probabilmente destinate a rimanere tali, nonostante ieri sera il Cavaliere abbia invitato a Palazzo Grazioli Umberto Bossi e tutto il suo stato maggiore. Berlusconi vuole offrire, e ricevere, garanzie di lealtà anche in previsione dei due voti decisivi alla Camera questa settimana: il processo breve e il conflitto di attribuzione. I malumori padani, fatti oggetto di critica da parte dei settori sudisti del centrodestra, assieme all’agitazione di sessantadue parlamentari del Pdl (che ieri hanno firmato un documento critico con Maroni), preoccupano un po’ Berlusconi. Il presidente del Consiglio non teme soltanto un effetto sbandamento sulla politica anti immigrazione, ma teme anche che gli umori neri possano precipitare in qualche distinguo in Aula su provvedimenti che tuttavia nulla hanno a che vedere con l’emergenza in corso. Gli sforzi sono indirizzati ai rapporti con la Tunisia, ma anche nella mediazione con le regioni che dovrebbero farsi carico orizzontalmente di accogliere i migranti (domani sarà inaugurata una cabina di regia). Un primo risultato tangibile – conclude IL FOGLIO - è stato raggiunto: a Lampedusa sono ripresi i trasferimenti, nonostante continuino gli sbarchi (ieri anche in Sardegna). In oltre tremila hanno già lasciato l’isola e ieri altre centinaia di migranti hanno trovato posto sui traghetti e sulle navi messe a disposizione dal ministero dell’Interno”. (red)

6. Sì ai permessi a tempo ma patti chiari sui rimpatri

Roma - “La missione in Tunisia – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - non ha portato i risultati sperati, almeno per ora. E Silvio Berlusconi si trova ormai tra due fuochi. Da premier di un Paese dell’Unione Europea, sa di non potersi permettere uscite demagogiche e di sicura presa sull’elettorato, ma prive di realismo, sul genere ‘via subito tutti i clandestini’ . Ma da alleato della nervosissima Lega Nord sa anche che per mantenere salda l’alleanza con Bossi bisogna trovare una soluzione che non metta a rischio il consenso al Nord, in vista di un voto amministrativo al quale il Carroccio tiene moltissimo. Ma il tutto va fatto senza provocare la rivolta dell’ala sudista (e non solo) del suo partito, che chiede a gran voce che i sacrifici vengano sopportati da tutte le regioni e non solo da quelle meridionali, perché ‘anche per noi ci sono le amministrative’ . Per questo, tornato da Tunisi, ieri sera Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli l’intero stato maggiore della Lega: Bossi, Calderoli, Castelli, Rosy Mauro, Reguzzoni, Bricolo e Cota. Non c’era alcun esponente del Pdl, come sembra sia stato preteso dal Senatur, ma in compenso era ovviamente presente quel Roberto Maroni anche lui ormai da giorni schiacciato tra l’incudine e il martello. Sì, perché il ministro degli Interni ha toccato con mano quanto sia difficile conciliare la parole d’ordine del suo partito (‘Clandestini fora di ball’ , per dirla con Bossi) con la fattibilità di rimpatri che per il momento la Tunisia non accetta nelle dimensioni che l’Italia vorrebbe, o addirittura di blocchi navali impossibili da realizzare. Per questo, già due sere fa a Bossi il ministro ha fatto un discorso chiaro e semplice: o concediamo permessi di soggiorno temporanei per gli immigrati (come peraltro la Ue consiglia ormai esplicitamente di fare, ndr) e dividiamo così tra i vari Paesi europei il numero di persone da accogliere, o annunciamo a Berlusconi che usciamo dal governo. E questo è stato il tema al centro del vertice di ieri sera, durante il quale sembra proprio che il Senatur si sia convinto che in effetti la strada dei permessi temporanei va percorsa, anche se Berlusconi deve ‘offrire garanzie e tempi certi per i rimpatri’ , senza altre ‘perdite di tempo’ , con l’apporto visibile delle istituzioni europee e senza buonismi che, a suo giudizio, fanno solo perdere voti. E dalla Tunisia – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - bisogna ottenere il massimo possibile. Il Senatur— già irritato per come si sta procedendo sulla Giustizia e per l’impatto negativo che una esposizione così prolungata su certi temi potrebbe avere sugli elettori— è infatti contrario in linea di principio a derogare alla sua legge sull’immigrazione. Teme che un segnale ‘morbido’ come la concessione dei permessi provvisori possa incentivare nuovi flussi migratori. E non vuole a nessun costo che al Nord sorgano come funghi tendopoli che ‘ci farebbero perdere le amministrative, e allora sì che il governo non reggerebbe’ . Ma appunto, è anche conscio che la via è strettissima, e che qualche passo avanti da parte sua è indispensabile, anche se deve essere Berlusconi a dare segnali rassicuranti e soluzioni immediate. Il premier ci sta provando, ma le difficoltà sono tante. In attesa di incontrare il presidente francese Sarkozy per studiare assieme come affrontare l’emergenza (il vertice dovrebbe tenersi tra una decina di giorni), Berlusconi deve infatti dare risposte anche ai suoi sul piede di guerra. Ieri a far capire il clima è bastata una lettera firmata da 62 parlamentari (sia di area ex an che ex fi) che, fedeli alle posizioni del dimissionario sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, chiedono che le tendopoli per gli immigrati siano distribuite ‘in modo equo e proporzionato sull’intero territorio nazionale, senza continuare a gravare soltanto sul Sud’ . Richieste condivise dal resto del Pdl e che, se ignorate, - conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - potrebbero provocare seri problemi al Cavaliere, sia nel partito che nel voto di maggio”. (red)

7. “Li porteremo indietro in modo civile”

Roma - “Quando si capisce che Berlusconi non ha ancora l’accordo in tasca, quando lui stesso davanti alle telecamere annuncia che il ministro Maroni, che gli è a fianco, tornerà oggi a Tunisi per firmare l’intesa, aggiungendo che i funzionari del Viminale lavoreranno tutta la notte per raggiungerlo, - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - nel Palazzo del governo tunisino affiorano le incomprensioni interne al governo italiano. Sotto traccia, ma evidenti, le stesse incomprensioni emergono nei ragionamenti dello staff di Palazzo Chigi: ‘Non tocca a noi discutere i dettagli tecnici dell’intesa, il presidente è venuto qui per parlare di politica e di principi, per fissare una cornice, dare un segno di disponibilità nel contesto di relazioni bilaterali che sono sempre state ottime. Ora tocca ad altri fare il proprio mestiere’ . Fra le righe l’indice è puntato, in modo diplomatico, all’indirizzo di Roberto Maroni. Che nella grande sala del governo tunisino non dice una parola, lascia la scena al presidente del Consiglio, annuisce, ma senza sorridere, quando la sua agenda viene descritta dal premier. Aggiungono fonti governative, per toccare il tasto più sensibile della vicenda: ‘Non si può andare dietro a Bossi e contemporaneamente gestire un problema di queste dimensioni, la propaganda di Calderoli Maroni non può più permettersela’ . È anche in questa atmosfera che ieri mattina Berlusconi ha visto le autorità del governo provvisorio locale, prima il presidente, poi il primo ministro, per annunciare infine in tono sereno che il problema è ormai prossimo alla soluzione: ‘Stiamo lavorando alla possibilità di rimpatrio. C’è la volontà del governo di Tunisi e la nostra per farlo in modo civile’ . Nell’aggettivo ‘civile’ si nascondono i dettagli di una trattativa tecnica che deve tenere conto delle molte esigenze del governo di Tunisi, di immagine e di politica interna, che condizionano la capacità di accettazione dei rimpatri del clandestini. Eppure il Cavaliere – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - si mostra ottimista: avrebbe forse voluto ottenere di più, e subito, per magari annunciarlo in una conferenza stampa programmata, e poi disdetta, in aeroporto, ma nel caso specifico occorre accontentarsi. ‘C’è un’assoluta volontà di trovare una soluzione. Tra i nostri Paesi ci sono rapporti di grande amicizia che continueranno a essere tali’ dice Berlusconi quando prende la parola, prima del pranzo offerto dal governo locale. ‘C’è un importante interscambio commerciale, culturale e per il turismo— aggiunge—. Sappiamo che c’è un’emergenza e un momento difficile per l’economia tunisina, con giovani che guardano all’Europa e alla sponda sud del Mediterraneo per cercare di crearsi una nuova vita e questo è comprensibile’ . ‘Siamo in una Paese amico e cercheremo di risolvere i nostri problemi con uno spirito di collaborazione e di amicizia’ aveva detto prima dell’incontro con Beji Kaid Essebsi. Poi, dopo il pranzo, il ritorno in Italia per un vertice con la Lega, nella speranza che nelle stesse ore, a Tunisi, sotto la regia di Maroni, - conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - si arrivi alla scrittura definitiva di quell’accordo che anche il partito del Senatur deve intestarsi”. (red)

8. Dalla Francia ultimo schiaffo all’Italia

Roma - “La vera solidarietà sull’immigrazione? Appoggiare l’Italia a Bruxelles per farle ottenere i fondi che servono a gestire l’ondata umana in arrivo dalla Tunisia. Ma i respingimenti alla frontiera – riporta Alberto Mattioli su LA STAMPA - continueranno e la strada della ridistribuzione degli immigrati nei vari Paesi della Comunità, Roma non si faccia illusioni, è ‘senza uscita’: troppo complicata, troppo macchinosa e soprattutto troppo lunga. È il succo del messaggio che la diplomazia francese manda ai media italiani. Probabilmente da questa parte delle Alpi non piacerà, ma almeno è chiaro: la gestione dell’emergenza non è un problema fra Italia e Francia, ma un problema fra l’Italia e la Ue e fra la Ue e i Paesi da cui gli immigrati partono: in primis, la Tunisia. Anzi, dalle solenni stanze del Quai d’Orsay fanno sapere che sull’argomento Silvio e Sarkò hanno lavorato e lavoreranno insieme, che le linee sono convergenti e che, bontà loro, i francesi sono consapevoli che l’Italia è il Paese più esposto. Però l’idea giusta, per Parigi, è lavorare sui tunisini, per ottenere che siano loro a bloccare i migranti alla partenza, invece di dover litigare all’arrivo per stabilire chi li deve ospitare. Quanto ai respingimenti, la base giuridica è l’accordo bilaterale firmato a Chambéry del ‘97 (e da Prodi, quindi non se ne può dare la colpa a Berlusconi), che consente di rispedire in Italia i clandestini di cui si possa provare, attraverso un ‘elemento oggettivo’, tipo un biglietto del treno, che sono arrivati in Francia appunto da lì (e viceversa: ma, si sa, purtroppo l’Italia è più vicina all’Africa della Francia). Oltre agli immigrati, Parigi rispedisce al mittente anche le osservazioni della commissaria europea Cecilia Wikström, che aveva criticato i metodi spicci della sua polizia: tutto regolare, dicono in sostanza al ministero degli Esteri, i trattati ci autorizzano a fare quel che facciamo, quindi continueremo a farlo. Mistero anche sull’incontro fra Berlusconi e Sarkozy, annunciato da Palazzo Chigi. Che si faccia è certo, - prosegue Mattioli su LA STAMPA - ma la data ancora non c’è. Dovrebbe svolgersi entro la primavera, probabilmente in Italia, e altro non è dato sapere. Il governo francese, però, non gli attribuisce lo stesso peso di quello italiano: in pratica si tratterà di uno dei consueti, periodici vertici italo-francesi, solo reso più urgente dai molti dossier che i due Paesi non vedono allo stesso modo. In effetti, sulla crisi libica i continui ‘strappi’ della diplomazia francese hanno irritato quella italiana. Ma adesso, con Frattini che riconosce il Comitato provvisorio di Bengasi, al Quai d’Orsay si nota con soddisfazione che l’Italia dice quello che la Francia ripete da settimane: l’interlocutore, in Libia, non è più Gheddafi ma chi se ne vuole sbarazzare. Resta l’intenzione di spargere unguenti sulle piaghe italiane: i rapporti, per carità, sono ottimi, i contatti diplomatici frequenti, e se Berlusconi non ha partecipato alla famosa videoconferenza a quattro fra Obama, Cameron, Merkel e Sarkozy la colpa non è di quest’ultimo, dato che si è trattato di un’iniziativa americana. Quindi l’Italia si lamenti semmai a Washington oppure non si lamenti affatto, dato che a Parigi non la si considera affatto di ‘serie B’ né si vuole trattarla come tale. Però affiora un po’ d’ironia quando si fa sapere che si aspetta ancora l’iniziativa italo-tedesca annunciata da Frattini e poi sparita nei meandri diplomatici europei. Insomma, a Parigi vorrebbero farla finita con la polemica con Roma. Che i giornali più critici con Sarkozy e il suo interventismo arabo siano quelli più vicini a Berlusconi, ci può stare. Del resto, l’Italia l’ha avuta vinta sul ruolo di coordinamento militare della Nato, che i francesi volevano assolutamente tenere fuori dalla Libia per non irritare gli arabi e che invece hanno dovuto accettare. Adesso, propone Parigi, seppelliamo l’ascia di guerra. La palla – conclude Mattioli su LA STAMPA - passa a Roma”. (red)

9. L’Italia riconosce i ribelli: “Potremmo anche armarli”

Roma - “L’Italia – scrive Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - riconosce gli insorti anti Gheddafi e non esclude un’eventuale fornitura di armi. Così il ministro degli Esteri, Franco Frattini. A due giorni da un viaggio a Washington, che lo porterà domani dal segretario di Stato americano Hillary Clinton per un incontro rinviato una settimana fa, Franco Frattini ha compiuto ieri una svolta articolata in tre segmenti. Primo tratto: il ministro degli Esteri ha annunciato di aver ‘deciso di riconoscere il Consiglio nazionale di transizione come l’unico interlocutore politico legittimo per rappresentare la Libia’ . Dal 10 marzo, quando la Francia fu la prima a dare un riconoscimento diplomatico al comitato di quanti erano insorti contro Muammar el Gheddafi, la tesi della Farnesina era che per passi del genere occorreva un accordo tra i 27 Stati dell’Unione Europea. Secondo tratto: Frattini ha affermato che ai ribelli ‘la consegna di armi non può essere esclusa’ . Sgradita alla Turchia, non avallata dalla Nato, caldeggiata da Hillary Clinton e Gran Bretagna, l’ipotesi veniva trattata fino a ieri con diffidenza dalla diplomazia italiana. Terzo: il ministro ha riformulato il suo obiettivo di fermare i combattimenti dichiarando che bisogna ‘raggiungere il cessate il fuoco imponendolo a Gheddafi’ . Il 17 marzo sosteneva che bisognava ‘garantire il cessate il fuoco da entrambe le parti e pensare a un processo di riconciliazione nazionale’ . Occasione per la svolta è stata una visita dell’inviato per l’estero del Consiglio transitorio di Bengasi Abd al Aziz Isawi, invitato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio e ricevuto anche dall’opposizione italiana. Alla Farnesina, dopo oltre un’ora con Frattini, Isawi ha incassato risultati nei quali ha contato il timore che Francia e Regno Unito impieghino i crediti politici maturati bombardando le forze del Colonnello per sottrarre peso all’Italia nel mercato petrolifero di una Libia post-Gheddafi. Al Isawi, 45 anni, - prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - non è certo uno schizzinoso verso le svolte: ha diretto il ministero dell’Economia libico; da ambasciatore in India, in febbraio è stato tra i più veloci nello staccarsi dal regime. Il viceministro degli Esteri libico Abdelati Obeidi, invece, ieri era ad Ankara per appoggiare la mediazione turca per una tregua. Frattini ha preso le distanze da Atene che lo aveva ricevuto e detto che ogni soluzione ha ‘una precondizione: che Gheddafi e famiglia lascino la Libia’ . Il ministro ha definito la fornitura di armi un’ ‘extrema ratio’ , ma specificando che potrebbero occorrerne anticarro. Frattini ha dato come risaputo che l’amministratore delegato dell’Eni fosse stato a Bengasi sabato, poi fatto precisare che Paolo Scaroni aveva parlato per telefono con il Consiglio. Cambia poco. Il ministro ha ipotizzato l’invio di una nave ospedale in Libia, perfino sostenuto una missione di Gino Strada. Gheddafi, intanto, si rivolgeva all’Onu facendo proclamare ai suoi Comitati popolari che se ‘le forze del Male’ bombardano ‘il progetto del Grande Fiume artificiale’ tanti libici tra Bengasi e Sirte subiranno sete e inondazioni. Nella notte – conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - un segnale più conciliante: ‘Pronti a ogni cambiamento, anche ad elezioni, ma a condizione che sia Gheddafi a condurre il processo’, ha detto il portavoce di Tripoli”. (red)

10. “Dopo Gheddafi immigrati non saranno più un problema”

Roma - Intervista di Vincenzo Nigro al rappresentante del Cnt libico Ali Al Isawi su LA REPUBBLICA: “Quando parla con Franco Frattini si rivolge al ministro degli Esteri italiano chiamandolo his excellency, sua eccellenza, come fanno i diplomatici rivolgendosi agli uomini di governo. Ma ormai anche lui, Ali Al Isawi, ex ambasciatore di Gheddafi in India, ‘ministro degli Esteri’ del Consiglio di Bengasi, ha fatto il suo bravo salto in politica. Durante la conferenza stampa alla Farnesina e poi in un incontro alla comunità di Sant’Egidio, il ministro dei ribelli i suoi segnali politici li lancia con precisione. Una premessa: agli uomini di Sant’Egidio che hanno facilitato i contatti con il Consiglio di Bengasi in vista di una possibile visita a Roma, Al Isawi aveva fatto sapere ‘non vengo a Roma per fare del turismo’. Come dire: mi aspetto qualcosa di concreto. E a Roma ha avuto successo. Ambasciatore, qual è il bilancio di questa visita a Roma? ‘Siamo soddisfatti di questa visita, abbiamo capito la vicinanza del governo italiano, abbiamo sentito la loro solidarietà. Sono con noi al centro per cento su molti punti: noi eravamo stupiti che l’Italia non fosse stata la prima a scendere al fianco del popolo libico, i nostri rapporti storici, il fatto che siate il primo partner commerciale della Libia per noi significavano qualcosa. Ma poi ho colto la vostra vicinanza, anche oggi nelle parole di Frattini quando ha reagito all’ultimo trucco di Gheddafi, quello di mandare inviati in giro per l’Europa. Confermo, non c’è nessuna possibilità soluzione a questa crisi continuando a seguire le mosse criminali del regime’. Lei conferma che non c’è possibilità di transizione se il potere a Tripoli dovesse passare nelle mani di uno dei figli del Colonnello? ‘Con l’Italia abbiamo l’obiettivo comune che qualunque iniziativa politica che non porti alla partenza di Gheddafi non sia accettabile e non risolverà questa crisi. Rimpiazzare Gheddafi con uno dei suoi figli non è per noi una soluzione accettabile. Sono tutti coinvolti nelle uccisioni in corso in Libia, stanno conducendo le operazioni militari contro i libici: questo non è accettabile dai libici e dal Consiglio. Così come non è accettabile alcun processo che porti a una divisione della Libia’. Ambasciatore, il vostro governo chiede armi ai paesi della Nato e della coalizione che combatte per voi contro Gheddafi. Non crede che questo violi la lettera e lo spirito della risoluzione Onu? ‘Abbiamo l’idea comune che questa risoluzione non esclude la possibilità di fornire armi ai libici perché possano difendersi da soli. La priorità è proteggere i civili. Non abbiamo chiesto forniture di armi, ma abbiamo discusso dell’articolo della risoluzione 1973 che parla di usare tutti i mezzi per proteggere i civili. Questo significa permettere al popolo di difendersi fornendogli i mezzi. Mantenere questa situazione in cui il popolo non viene protetto né gli si dà il diritto di proteggersi non è accettabile. O la Nato ferma i carri armati di Gheddafi o dobbiamo essere in grado di farlo noi’. Non molti hanno chiaro quale potrà essere il ruolo dell’integralismo islamico fra voi e nella nuova Libia. ‘Guardate, Gheddafi ha sempre detto che lui era il vero baluardo per l’Occidente contro Al Qaeda, contro il terrorismo integralista. Poi appena ha detto di essere pronto ad allearsi con Al Qaeda contro l’Europa e l’Occidente. La Libia vuole solo consolidare un processo di riforme democratiche, vuole creare le sue istituzioni in cui ci sarà posto per tutti, e nessuno sceglierà più la violenza dopo 42 anni di questo regime. E preciso un’altra cosa sull’immigrazione: questo fenomeno è stato creato dal regime per spaventare l’Europa. Crediamo che non sarà un problema in futuro dopo Gheddafi, perché è stato fabbricato artificialmente da lui’”. (red)

11. Obama si sfila prima che campagna diventi poco “cool”

Roma - “Dopo un fine settimana di fermenti diplomatici, - scrive Mattia Ferraresi su IL FOGLIO - gli Stati Uniti hanno iniziato le manovre per il disimpegno militare dalla guerra in Libia. Da un ruolo di comando – effettivo a prescindere dal maquillage nominale e dal protagonismo interessato di Parigi – l’America passa a una ‘funzione di appoggio’ del comando Nato, come ha spiegato un ufficiale dell’Alleanza atlantica al New York Times. L’impegno della Turchia a trattare una tregua con Muammar Gheddafi e il riconoscimento dei ribelli da parte dell’Italia (ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha detto che il fronte dei ribelli è ‘il solo interlocutore legittimo’ e non a caso domani sarà a Foggy Bottom per incontrare il segretario di stato, Hillary Clinton) offrono a Washington la cornice politica necessaria per far sembrare il ritiro un disimpegno strategico tutto sommato irrilevante per l’esito positivo del conflitto. Nei fatti le cose sono un po’ diverse. Delle operazioni militari ora si occuperanno principalmente Francia e Gran Bretagna, le cui risorse messe nel conflitto non sono paragonabili nemmeno sommate a quanto fatto dagli Stati Uniti in termini di mezzi, manovre, uomini e soldi impiegati per ‘proteggere la popolazione della Libia’, come da mandato Onu, ma anche per creare le condizioni per un regime change che non può certo essere compiuto manu militari ma rimane l’orizzonte ideale dell’Amministrazione Obama. Basta pensare che le manovre di ripiegamento americano dovevano iniziare, parola del capo dell’esercito, Mike Mullen, già mercoledì scorso ma per via delle pessime condizioni atmosferiche gli americani sono rimasti qualche giorno in più a fare ciò che Francia e Gran Bretagna e tutte le forze Nato non sarebbero state in grado di fare. Dai cieli della Libia sono scomparsi sabato gli Ac-10 Thunderbolt e gli Ac-130, i bombardieri che puntano gli obiettivi a terra, mentre domenica un centinaio di caccia sono tornati negli hangar; in due giorni le forze della coalizione occidentale sono diminuite dell’80 per cento e di aerei sopra la Libia ne rimangono 143, ma meno della metà di questi sono mezzi da combattimento. La maggior parte dei mezzi della coalizione – prosegue Ferraresi su IL FOGLIO - può soltanto sorvegliare, fare ricognizioni e trasportare soldati che non possono atterrare sul suolo libico ed è anche per questo che sinora il 76 per cento delle operazioni belliche sono state fatte dagli americani. Dei 214 missili cruise lanciati sulle infrastrutture del regime di Gheddafi, soltanto sette non arrivavano da aerei americani, mentre su 600 bombardamenti totali, 455 sono stati fatti dagli Stati Uniti. Gli esperti militari occidentali dicono che senza la potenza di fuoco americana, le forze Nato potranno mantenere la sicurezza per al massimo 24 ore e su porzioni minime di territorio (ad esempio potranno controllare le singole città di Tripoli, Misurata e Ajdabiya ma al prezzo di perdere di vista l’intero Golfo di Sirte, dove ribelli e lealisti si muovono in modo decisivo). Numeri alla mano, il ritiro degli americani dal centro del ring conferma la formula lapidaria ed evangelica del columnist del New York Post Michael Goodwin: ‘In verità, senza gli Stati Uniti la Nato non esiste’. Anche la più umanitaria delle guerre alla lunga viene a noia agli occhi degli elettori e così, con una coincidenza molto fortunata (o ben calcolata), il giorno in cui Washington abbassa di una tacca il livello del suo impegno in Libia è lo stesso in cui il presidente Obama inizia la campagna per la rielezione. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, dice che ‘il presidente non sta pensando alla campagna elettorale’ ma a tutti i problemi attuali dell’America, primo fra tutti il conflitto in Libia; eppure agli osservatori non sfugge il credito politico che Obama spera di ottenere richiamando gli aerei. La Casa Bianca ha avuto buon gioco a presentare dall’inizio l’operazione come un’iniziativa europea benedetta da tutti i gradi della diplomazia sopranazionale, salvo poi farsi carico della fetta più importante della torta delle responsabilità. L’opinione pubblica americana non ha molte idee sulla Libia, ma quelle poche dicono che Gheddafi è un parente stretto del male assoluto e l’idea di sostenere i ribelli in un’iniziativa multilaterale, senza la prepotenza della campagna irachena, ha fornito a Obama una finestra di tempo per passare all’azione. Ora il presidente fa un passo indietro nel timore che il tempo giochi contro di lui, ma anche il ritiro ha un prezzo. Come dice l’analista Gideon Rose – conclude Ferraresi su IL FOGLIO - in un’intervista al New Yorker, ‘ritirarsi non è la stessa cosa che non essere intervenuti affatto: adesso ci sono dei costi in termini di reputazione, di strategia e molto altro’”. (red)

12. Giustizia, scontro Alfano-Bersani

Roma - “Se il clima politico di una settimana – osserva Liana Milella su LA REPUBBLICA - si giudica dalle parole dei protagonisti, allora basta riproporre quanto si dicono sulla giustizia - uno a Washington, l’altro a Roma - il Guardasigilli Alfano e il segretario del Pd Bersani. Tutti e due hanno parlato con Repubblica e adesso sono politicamente lontani come non mai. ‘Non replico agli insulti personali, così gli italiani possono giudicare la differenza di metodo e di stile’ dice il ministro della Giustizia a Bersani che gli ha dato dell’’arrogante’ e del ‘servile’. E Bersani di rimando: ‘Perché si offende? L’ha detto lui che con la riforma ‘epocale’ si sarebbero fermate le leggi ad personam, ma dalle leggi ad personam siamo invasi, ce ne sono due alla settimana’. Napolitano le avrebbe volute ‘condivise’ queste leggi sulla giustizia. Ma non ci siamo proprio, se l’alter ego di Berlusconi parla così al capo del Pd. E soprattutto se, come accadrà oggi nell’aula di Montecitorio, lo scontro sulla giustizia raggiungerà l’acme. Si vota sul conflitto d’attribuzioni per mandare alla Consulta il caso Ruby. E si comincerà a votare, se non stasera tardi da domattina, sulla prescrizione breve, la norma che fulminerà il processo Mills e che ha fagocitato il processo breve perché privato del suo potere di ‘salvare Silvio’. Sarà battaglia durissima, a cui, come stiamo per vedere, le truppe degli opposti gruppi si sono preparate a puntino. Innanzitutto vediamo che succederà concretamente nell’ordine dei lavori. Questione non burocratica, visto il caos e la rissa furibonda della settimana scorsa sull’inversione dell’ordine del giorno per mandare avanti la prescrizione; poi sul rinvio della stessa prescrizione; poi su La Russa. Per questo – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - il Pdl ha studiato con cura ogni passaggio. Il capogruppo Fabrizio Cicchitto non ha lasciato nulla al caso. Intanto ha letteralmente inondato di telefonate, lettere, e-mail, sms i deputati. Vietata qualsiasi assenza, anche per malattia. Poiché ne va della sopravvivenza della legislatura, tutti saranno presenti. Ancora ieri c’è chi giurava che stanno per arrivare altri Responsabili. Dai numeri alla tattica. Si vota subito sul conflitto d’attribuzione. In diretta tv, ma con inspiegabile fretta, alla chetichella, cinque minuti per gruppo, senza che il Paese possa capire perché si vuol fare questo conflitto per ‘scippare’ il processo ai pm e ai giudici ordinari di Milano per darlo al tribunale dei ministri. Senza dire che si sta già pensando all’improcedibilità, anche se Alfano assicura che ‘non è in calendario’. La verità, come sostengono nell’opposizione, è che ormai il conflitto è dato per acquisito. Ci sarà, questo sì, la prova dei numeri, pur se un simile voto non richiede maggioranze qualificate. Ma il problema è un altro, la prescrizione breve. Qui la mente di Cicchitto ha partorito una strategia stringente. Niente inversione dell’ordine del giorno dopo lo spettacolo della settimana scorsa. Si seguono i punti già fissati. Conflitto (meno di un’ora), ddl sui piccoli comuni (tempo stimato, un paio d’ore), e siamo alle 18, massimo 18 e trenta. Toccherebbe alla responsabilità civile dei giudici infilata nella legge comunitaria. Quella che giusto ieri la commissione Riforme del Csm ha bocciato perché ‘mette a rischio l’indipendenza delle toghe’, produce ‘contenzioso su contenzioso’, ‘non è stata richiesta dalla Ue’. Che fanno Pdl e Lega? Rispediscono il tutto in commissione e liberano il campo per la prescrizione breve. Eccola, stasera intorno alle 19, male che vada domattina alle 10, la nuova norma ‘salva Silvio’. Schiatta il processo Mills, metà maggio, al massimo metà giugno. Dice il capogruppo Pd Franceschini: ‘C’è una differenza ormai intollerabile tra quello che accade nel mondo e il Parlamento che lavora solo sui problemi di Berlusconi’. In effetti il Pdl si dà un gran da fare per chiudere per giovedì sera, massimo venerdì. Ma non si ferma. Tant’è che al Senato riprende quota il famoso ddl sul processo penale, relatore l’avvocato del premier Piero Longo, zeppo di tante norme sfruttabili nei processi del Cavaliere. Maggior potere ai difensori che possono imporre la lista dei testi al giudice, sentenze passate in giudicato inutilizzabili in altri processi, polizia giudiziaria autonoma rispetto al pm. Una panacea, se passasse. Alla Camera ecco un’altra legge (di Maurizio Bianconi) per non usare affatto le intercettazioni. Contro il Csm che si appresta a bocciare la prescrizione breve come una norma che ‘renderà impossibili le indagini sulla corruzione’, Gasparri e Quagliariello fanno forcing per la loro legge-bavaglio su pareri e pratiche a difesa delle toghe. A difesa delle quali – conclude Milella su LA REPUBBLICA - oggi l’Anm sale al Colle per chiedere la protezione di Napolitano”. (red)

13. Le conversazioni che non dovevano essere trascritte

Roma - “‘Conversazione con parlamentare, non utilizzabile’ . Gli atti del processo Berlusconi-Ruby – scrive Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - sono pieni di queste diciture che sulle intercettazioni, obbligatoriamente da depositare in audio alla difesa, segnalano un interlocutore parlamentare intercettato indirettamente sull’utenza di una persona sotto controllo, e ne nascondono sia la trascrizione sia il riassunto. Ma gestire gli omissis è insidioso quando le pagine sono migliaia. E così, a spulciare gli atti depositati a Berlusconi dai pm ormai alcune settimane fa, si scopre quello che lì non avrebbe dovuto restare. Silvio Berlusconi è un parlamentare, e come tale non può essere direttamente intercettato senza che prima sia stata chiesta dal gip e ottenuta l’autorizzazione alla Camera di appartenenza. Tuttavia nelle indagini può capitare che, mentre altre persone sono sotto intercettazione, venga registrata una conversazione tra l’utenza della persona sotto controllo e quella invece di un parlamentare suo interlocutore casuale. Quando accade, le prerogative dei parlamentari, riformulate nel 2003 dalla legge Boato poi però bocciata in parte nel 2007 dalla Corte Costituzionale, prevedono che contro il parlamentare l’intercettazione non possa essere utilizzata se non dopo che i magistrati abbiano chiesto al Parlamento il via libera a poterla usare; mentre non ci sono limitazioni all’utilizzo delle intercettazioni non solo contro la persona sotto controllo, ma anche contro terzi. Nel caso Ruby, la scelta più volte dichiarata dalla Procura era stata quella di non fare alcun uso delle telefonate nelle quali la voce del premier era rimasta registrata sulle utenze sotto controllo di Minetti o di Fede o delle ragazze di Arcore intercettate per brevi periodi a rotazione; e stesso trattamento era stato deciso per la sessantina di contatti tra Berlusconi e Ruby attestati dai tabulati di Ruby. Per non farsi accusare di aver appositamente intercettato Fede (notoriamente amico del Cavaliere) allo scopo di captare di sponda Berlusconi, il procuratore Bruti Liberati aveva persino ordinato di staccare le intercettazioni del giornalista appena era emerso che aveva davvero un’abitualità telefonica con il premier. Allo stesso modo – prosegue Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - i verbali di Ruby, pieni di particolari hard e nomi famosi spesso evocati senza riscontro, erano perciò stati depositati alla difesa addirittura ancora con omissis, dei quali i legali del premier si erano lamentati al punto da chiedere poi (come giusto) che i pm li rimuovessero. Ma alla fine qualcosa, nel mare di carte, tra gli omissis è scappato lo stesso: il testo sbobinato di tre telefonate indirette del premier con Nicole Minetti, Raissa Skorkina e Marysthelle Polanco. Più un’intercettazione tra la segreteria di Palazzo Grazioli e Barbara Faggioli sulle indagini difensive di Ghedini. E il vivavoce di un bunga-bunga ad Arcore. I pm non le hanno mai usate nei loro vari atti, neppure a sostegno della richiesta al Parlamento (respinta) di perquisire il 14 gennaio scorso l’ufficio a Milano 2 dell’amministratore del portafoglio personale del premier, il ragioniere Giuseppe Spinelli. Ma non essendoci stata una richiesta di autorizzazione al Parlamento, le intercettazioni neppure sarebbero dovute essere trascritte, dovendo invece essere avviate alla futura apposita udienza di distruzione delle telefonate non utilizzabili, come appunto quelle indirette dei parlamentari oppure – conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA - quelle dove figurino avvocati nell’esercizio dei loro mandati difensivi”. (red)

14. Mediatrade, il pm chiede il giudizio per il premier

Roma - “Stavolta – scrive Giuseppe Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - il presidente del Consiglio non si è presentato al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano. Impegnato in Tunisia per la questione degli immigrati che lasciano disperati le coste dell’Africa per approdare sulle coste italiane, ha evitato di sentire con le proprie orecchie i pm ribadire per lui, per suo figlio Pier Silvio e il presidente di Mediaset, l’amico di vecchia data Fedele Confalonieri, e altre nove persone la richiesta di rinvio a giudizio per il caso Mediatrade. La prevista assenza di Berlusconi — il quale tramite i suoi legali non ha fatto valere il legittimo impedimento consentendo di celebrare l’udienza — non ha favorito la presenza dei sostenitori del premier, quelli che una settimana fa non hanno mancato, di fronte alle telecamere schierate per l’occasione, di manifestare tutto il loro affetto e la loro solidarietà dopo che il suo arrivo era stato preannunciato dal tam tam mediatico. Aperta l’udienza, i sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno chiesto il rinvio a giudizio dei dodici imputati. Silvio Berlusconi, secondo loro, è stato ‘socio occulto’ di Farouk ‘Frank’ Agrama, l’ottantenne produttore statunitense fulcro dell’inchiesta sulla compravendita di diritti tv Mediaset/Mediatrade anche quando era presidente del Consiglio. Fino al 2001, ha sostenuto De Pasquale, il sistema di compravendita dei diritti avrebbe avuto come mediatore Carlo Bernasconi, scomparso in quell’anno. Silvio Berlusconi, Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi sono accusati di concorso in frode fiscale da 8 milioni di euro nel 2002-2005. Nell’ottobre 2005 – prosegue Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - la procura ottenne il sequestro in Svizzera di 100 milioni di euro di Agrama sui conti della Wiltshire Trading (Hong Kong), sostenendo che essi non fossero il frutto di una ‘cresta’ fatta dallo stesso Agrama su fondi di Mediaset (che invece ritiene di essere parte lesa da propri manager infedeli), ma un tesoro accantonato dal ‘socio occulto’ di Berlusconi. Agrama, Berlusconi ‘titolare di poteri di fatto sulla gestione di Mediaset spa’ , Daniele Lorenzano (‘uomo di fiducia di Berlusconi’ ) per l’acquisto di diritti tv, Roberto Pace (‘direttore di Mediatrade fino al 2002’ ) e Gabriella Ballabio (‘dirigente di Mediatrade e poi di Rti’ ), avrebbero ‘operato all’interno di un sistema di frode utilizzato dalla fine degli anni 80, in forza del quale i diritti di trasmissione forniti dalla Paramount, e in misura minore da altri produttori internazionali, invece che direttamente dai fornitori venivano acquistati da Mediaset a prezzi gonfiati per il tramite di società di comodo riconducibili ad Agrama’. Con il risultato di appropriarsi ‘di una parte rilevante (nel 2000-2005 complessivamente 100 milioni di dollari Usa) delle somme trasferite da Mediatrade, e dal 2003 da Rti, alla società Olympus Trading (riconducibile ad Agrama, ndr) a titolo di pagamento di diritti televisivi’ . Denaro che per i pm finiva sui conti ‘nella disponibilità di fiduciari di Agrama, su conti aperti a nome di Pace e di Ballabio, e su altri conti in Svizzera e altrove’. Per Berlusconi, Agrama, Lorenzano, Pace, Ballabio e Dal Negro, ma anche per i vertici Mediaset Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi, c’è l’accusa (contestata ieri dall’avvocato Alessio Lanzi, difensore di Confalonieri) di frode fiscale, - conclude Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - spalmata però nelle dichiarazioni fiscali consolidate del gruppo Mediaset per gli anni 2005-2008”. (red)

15. Il teatro del ricatto

Roma - “Si è sempre detto che le ossessioni berlusconiane – osserva Giuseppe D’Avanzo su LA REPUBBLICA - si connotano per qualcosa di simile alla ‘coazione a ripetere’: il coatto ripete i suoi gesti ‘convinto di agire in una situazione nuova o ha addirittura dimenticato i precedenti’. Può essere una chiave per presentare la giornata parlamentare di oggi (la Camera approva il conflitto di attribuzione contro la procura di Milano) e la vigilia del prologo tecnico del ‘processo Ruby’ (Berlusconi è imputato di concussione e sfruttamento della prostituzione minorile). Il capo del governo, si dirà, sempre muove il suo potere, abusandone, per grattarsi le rogne di un’avventura imprenditoriale contrassegnata dalla corruzione. In sei anni si è affatturato due leggi immunitarie e, in cinque, due decine di leggi ad personam. Qual è allora la novità se ora, di nuovo, Camere ubbidienti si preparano a ridurre ancora la prescrizione per liberarlo di tre processi milanesi? Che cosa c’è di nuovo se il Parlamento chiede alla Corte costituzionale di cancellare la competenza dei giudici di Milano per salvarlo da un dibattimento che lo screditerebbe agli occhi del mondo, quale che sia la sentenza? Qualcosa di nuovo c’è ed è sorprendente che lo spettacolo del falso indiscutibile che il premier ha pianificato sia riuscito nel risultato di ingabbiare il discorso pubblico, di governarlo fin dal lessico, accentuandone le ipocrisie anestetiche. Da settimane si discute di ‘riforma costituzionale della giustizia’ e solo pochi hanno trovato la voce per parlare, a proposito di quelle norme ‘epocali’, di ‘riforma del pubblico ministero’. Punto. Ora si parla, a proposito di ‘processo breve’, di ‘processo europeo’ (la formula è del segretario del premier diventato ministro di giustizia). Dio non voglia che anche questo trucco attecchisca, con il corteo di fumisterie e tartufismi, perché in verità l’Europa ci chiede di assicurare in tempi ragionevoli processi ‘efficaci ad identificare e punire i responsabili’ e non a liberare i responsabili definendo automatismi insensati al processo. Come ha scritto Franco Cordero, ve lo immaginate un medico che sopprime il malato perché non è guarito nei tempi prestabiliti? Il nuovo che l’efficientissima ‘fabbrica del falso’ nasconde è la strategia del ricatto che, ancor più intimidatorio e invasivo di ieri, Berlusconi inaugura in questa stagione per lui finale. Già nel passato il Cavaliere ha giocato questa carta. Se non date il via a una seconda legge immunitaria, approvo il ‘processo breve’ anche se centomila processi ne saranno distrutti. L’ebbe vinta, ma si è trovato con un pugno di mosche in mano quando la Corte costituzionale ha bocciato il salvacondotto. Ora, per coazione a ripetere, l’uomo che governa replica il ricatto facendolo però più brutale, addirittura sinistro per l’identità del sistema fondato sessantatrè anni fa. Scorgiamone ragioni, condizioni, protagonisti. Il Cavaliere ha quattro processi aperti. Tre (Mills, Mediaset, Mediatrade) hanno il destino segnato dalla prescrizione. Quel che conta per il Cavaliere è soltanto il ‘processo Mills’, che potrebbe ottenere una sentenza di primo grado anche in pochi mesi. Già definitiva la sentenza che ha condannato il testimone corrotto, svela nel gorgo di quale malaffare sia cresciuta la fortuna del corruttore. Altro che ‘uomo del fare’, - prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA - vi appare per quello che è: uomo che sempre arruffa e imbroglia per imporsi. Basta ricordare che cosa gli succede quando varca le Alpi. E’ sempre battuto, se si parla di affari. Questo tableau, il Cavaliere deve eliminarlo, fosse anche in una sentenza di primo grado. Per questo occorre accorciare di un sesto la prescrizione come impone a un parlamento servile. Il ‘processo Mills’ muore e salva la faccia, ma l’immunità non è ancora a portata di mano perché un altro incubo tormenta il capo del governo: il processo per sfruttamento della prostituzione e concussione. Se il ‘processo Mills’ dimostra quanto truffaldine siano state le sue peripezie imprenditoriali, il ‘dibattimento Ruby’ (chiamiamolo così) mostra al di là degli esiti quanto egli sia politicamente irresponsabile, pubblicamente inaffidabile, catastroficamente ricattabile. Una qualsiasi delle decine di prostitute, minori o maggiorenni, che lo hanno frequentato, può oggi metterlo sotto, estorcergli onori e denaro: anche una sola parola di una zambraccola può ‘condannarlo’ se il processo va avanti perché il suo destino è sulla bocca di una puttana. Sono eccellenti ragioni per dover annichilire al più presto quel processo. Non si può fare affidamento sulla prescrizione e allora quel pericolosissimo sgorbio deve essere cancellato dalla sola istituzione affidabile per Berlusconi: il Parlamento abitato da nominati (da lui) e (da lui) comprati. Ecco allora il conflitto di attribuzione che approverà oggi la Camera. Ma ancora non basta perché la controversia tra Parlamento e Procura di Milano sarà decisa dalla Corte costituzionale. Per condizionare favorevolmente questo giudizio, Berlusconi e la sua corte di dignitari più o meno sapienti apparecchia un teatro del ricatto che nessuno sembra voler guardare. Vediamo che cosa ingombra la scena: una riforma costituzionale della magistratura; la responsabilità civile delle toghe; l’introduzione del quorum dei 2/3 per le decisioni della Consulta che abrogano per incostituzionalità una legge. Sono tre iniziative di difficile realizzazione. Nel primo caso, sono troppe quattro ‘letture’ per una legislatura agli sgoccioli. Nel secondo, il balbettio legislativo è generico, irragionevole. Il terzo caso storpia un parametro capitale, trasformando la Consulta in un organo politico. Per i loro deficit costitutivi, non sono iniziative legislative, dunque, sono avvertimenti e intimidazioni gridati ai quattro canti per ottenere che la Corte costituzionale sottragga il ‘processo Ruby’ ai giudici di Milano per affidarlo al Tribunale dei ministri che poi vuol dire alla decisione del Parlamento che, si sa, boccerebbe ogni autorizzazione a procedere. Le tre iniziative legislative, le tre imposture, le tre minacce - come definirle? - ‘parlano’ ai decisori. Dicono ai magistrati: davvero per un processo, per un solo insignificante processo, volete modificare il vostro status, vivere e lavorare nel terrore, in un perenne conflitto con gli imputati che condannerete? Davvero, per quel processo, volete correre il rischio di perdere autonomia e indipendenza? La magistratura non è un monolite e, nelle vaste aree di quietismo istituzionale che la abitano o nei più ristretti luoghi di prossimità politica al potere, questi richiami ottengono un loro risultato. E’ sufficiente avere orecchio per i mugugni che oggi si raccolgono, qui e là, contro ‘quelli lì, di Milano’. E’ sufficiente cercare di capire dove, in quale stanza, da quale toga eccellentissima, nasca la convinzione (già ha fatto capolino) che, in caso di conflitto di attribuzione, ‘con certezza’ il ‘processo Ruby’ sarà sospeso (la giurisprudenza consiglia, al contrario, di andare avanti). Le minacce di Berlusconi ‘parlano’ ai giudici costituzionali. Domani potrebbero non essere quel che sono oggi. Oggi sono i custodi di una sintassi giuridica: l’ordinamento è una piramide di norme situate ai vari livelli, in cima ci sono quelle che dettano la tavola genetica, protette dalla Consulta che vigila sulle sottostanti. Domani sarebbero i ‘funzionari’ di una volontà politica. L’avvertimento del Cavaliere ‘parla’ al capo dello Stato. Con queste parole: sono in grado di accentuare le divisioni del Paese che tu ti sforzi di tenere unito. Posso con la riforma costituzionale della magistratura lacerarlo, lo posso sbrindellare anche nei tempi ridotti della legislatura, anche se poi il referendum confermativo dovesse bocciarla. Posso farlo o non farlo, dipende. A meno che… Per sapere quel che Berlusconi chiede a Napolitano è sufficiente leggere i fogli che sostengono il Cavaliere. Vi si legge: ‘Sollevare il conflitto di attribuzione e lavorare diplomaticamente affinché Giorgio Napolitano si impegni in una sorta di moral suasion sulla Consulta, chiamata ad esprimersi’. Il busillis è tutto qui. Il rumore mediatico e il ricatto politico hanno un solo obiettivo: condizionare la decisione della Corte costituzionale e influenzare chi può dominare o suggestionare le scelte dei giudici costituzionali in nome del ‘male minore’, come Berlusconi ritiene sia possibile nel suo analfabetismo democratico. Quanto sia fallace l’argomento del ‘male minore’ – conclude D’Avanzo su LA REPUBBLICA - bisognerà prima o poi ricordarlo, Qui può essere adeguato ripetere qualche parola di Hannah Arendt: ‘Sul piano politico, la debolezza dell’argomento è stata sempre evidente: coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male’”. (red)

16. E arrivò il giorno della macelleria

Roma - “Ci siamo. Ancora 24 ore – scrive Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - e lo show può cominciare. Anche se sarà una partenza falsa, senza star e comparse e con una seconda puntata tra qualche mese. Dopo tanto parlarne, l’affare Ruby approda domani in tribunale ma non ci saranno né l’imputato Silvio Berlusconi né le ragazze già bollate, processate e condannate da una campagna stampa senza precedenti. La procura di Milano ha chiesto e ottenuto il rito immediato, sostenendo che le prove erano schiaccianti. E qui c’è la prima bugia, altrimenti non si spiegherebbe la necessità di convocare 132 testimoni, un numero che non trova pari neppure nei grandi processi di terrorismo o mafia. Per puntellare il farneticante teorema, i pm hanno smosso mari e monti, usato sofisticate tecnologie, messo sottosopra le case e la vita privata di decine di ragazze, spiato tutti gli ospiti della residenza di Arcore. Eppure il dibattimento si apre senza accusato, accusatore e vittime. Non c’è una p arte lesa, qualcuno o qualcuna che accusi Berlusconi di violenza, molestia, abuso, né per il reato di prostituzione né per quello di concussione. In realtà di vittime questa farsa giudiziaria ne ha già fatte. Sono le persone coinvolte in uno scenario costruito ad arte per infangare. Senza nessuno scrupolo, i pm milanesi hanno messo agli atti testimonianze di mitomani che sostengono di aver incontrato nelle cene gli attori George Clooney e Belen Rodriguez, la conduttrice Barbara D’Urso, le politiche Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Daniela Santanchè. Sarebbero dovute bastare queste dichiarazioni, e due veloci verifiche, per archiviare il caso come una grande bufala. Alcuni di questi signori non hanno mai messo piede ad Arcore, altri non lo mettono da anni, altri ancora ci sono ovviamente stati in incontri politici ben documentabili. Ruby ha addirittura raccontato di essersi prostituita a Milano con il calciatore Cristiano Ronaldo quando questi stava giocando dall’altra parte del mondo. Più che un processo, quello che si sta aprendo è un caso di macelleria mediatica. Foto private, sequestrate nei telefonini di alcune ragazze, spacciate come prova di festini ad Arcore quando si trattava invece di scatti fatti da tutt’altra parte. Frasi rubate da decine di migliaia di intercettazioni telefoniche che senza alcun riscontro sono state spacciate per verità giudiziarie. La storia è assai più semplice. Una ragazza scaltra e irrequieta, Ruby, - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - minorenne per l’anagrafe ma non nel corpo e nella testa, sostenendo di essere la nipote di Mubarak e mentendo sulla sua età, riesce ad avvicinare Berlusconi e frequenta alcune cene adArcore in compagnia di altre ragazze maggiorenni. Dal presidente riceve aiuto per mettere in piedi una attività imprenditoriale (un centro estetico). Quando una notte viene arrestata per una lite con una coinquilina, Berlusconi chiama il funzionario per segnalare che c’è la possibilità, in assenza dei suoi genitori, di affidarla a una persona maggiorenne (Nicole Minetti). Una prassi consentita dalla legge tanto che in quell’anno, 2009, la Questura di Milano l’aveva adottata ben 57 volte. Un’inchiesta del ministero dell’Interno ha poi accertato che non fu compiuta alcuna irregolarità. Tutto il resto è semplice intrusione, per di più violenta, nella vita privata di persone maggiorenni, libere e consenzienti, qualsiasi cosa sia successa nelle cene e nei dopocena. Si può discutere su questioni di opportunità e stile, non di reati. La vera porcata non è quello che abbiamo letto fino ad ora, - conclude Sallusti su IL GIORNALE - ma quella fatta da chi ha voluto tutto questo solo per fare cadere il governo”. (red)

17. Di Pietro: “L’indignazione può far cadere il governo”

Roma - Intervista di Giovanna Casadio ad Antonio Di Pietro su LA REPUBBLICA: “‘Solo la piazza può fare cadere Berlusconi, e per piazza intendo la massa dei cittadini indignati che non si rassegnano più a stare alla finestra’. Antonio Di Pietro, leader di Idv ed ex pm di Mani pulite, parla di resa dei conti. È dall’inizio della legislatura che lei partecipa o organizza piazze di protesta, onorevole Di Pietro? ‘La piazza soltanto, ripeto, può fermare questa deriva antidemocratica rappresentata dal modello piduista di Berlusconi. Noi l’abbiamo capito dal 2008 quando partecipammo alle proteste di piazza Navona e piazza Farnese. Siamo stati snobbati dagli stessi che ora la pensano come noi. Io sono stato denunciato per le affermazioni che feci allora sul rischio eversivo di questo governo e questa maggioranza’ Chi è stato invece poco coraggioso? ‘Mi riferisco a chi ci ha criticati, al Pd, all’Udc e ai Soloni di alcuni giornali blasonati. Sono orgoglioso che una formazione come la nostra abbia messo in piedi una politica di contrapposizione netta e di partecipazione popolare. Ora sento una nuova responsabilità, di trovare cioè il metodo per uscire da questa impasse. Ci vuole una terapia d’urto. Il rischio è una presa della Bastiglia: non lo vogliamo e non lo dobbiamo permettere, ma la rivolta sociale è alle porte. L’altra possibilità è chiedere che Berlusconi si dimetta: come dire che il sole domani non sorge. Sono testimone oculare del fatto che Berlusconi si è messo a fare politica per motivi giudiziari, solo restando dov’è continua a mantenere l’impunità che in uno Stato di diritto non gli sarebbe consentita. Infine, c’è l’ipotesi della sfiducia in Parlamento: come mettere la luna nel pozzo, perché con questa legge elettorale ci sarà sempre qualcuno da comprare o ricattare. Né possiamo aspettare il 2013 trasformando il cancro in metastasi’. E quindi, la piazza. Ma il presidente Napolitano chiede meno rissosità tra le forze politiche. Appello inascoltato? ‘Una cosa è la rissosità, altra il gesto di libertà e resistenza dei cittadini italiani ormai esasperati’. Lei però ha invitato chi manifesta a lanciare monetine contro il centrodestra, se si presentano a loro volta in piazza. ‘Invito a evitare di guardare l’effetto senza vedere la causa. Le monetine a Craxi erano la rappresentazione simbolica di un popolo sull’orlo della rivolta per una classe dirigente che aveva distrutto le casse dello Stato. Ora al disastro etico del ladrocinio della Prima Repubblica si aggiunge la sfacciataggine. Spero nell’appuntamento referendario: se Berlusconi perde sul legittimo impedimento, Napolitano dovrà prendere atto che la maggioranza non c’è più’”. (red)

18. Letta: “Impegno straordinario, ma non facciamo autogol”

Roma - Intervista di Giovanna Casadio ad Enrico Letta su LA REPUBBLICA: “‘La situazione è così grave che c’è bisogno di un impegno straordinario, nel paese, in Parlamento, nelle piazze. Ma attenti a non fare autogol, a non commettere errori come il lancio di monetine, mercoledì contro La Russa davanti a Montecitorio’. Enrico Letta, vice segretario del Pd, raramente è sceso in piazza. Ma questa volta sarà alla manifestazione del Pd al Pantheon, onorevole Letta? ‘Farò di tutto per essere ovunque, sia nella piazza organizzata da noi che in quella dei movimenti. Non vedo contraddizione tra la piazza e fare il nostro lavoro in Parlamento. Nelle manifestazioni indette dalla società civile ovviamente i politici staranno in secondo piano perché protagonista è la società civile’. Mercoledì scorso c’è stato il lancio di monetine contro il ministro La Russa; il rischio di incidenti è sempre dietro l’angolo? ‘Sarebbe un boomerang, se ci fosse un qualsivoglia incidente. Tutti coloro che organizzano e che parteciperanno alle mobilitazioni vogliono il buon esito di queste iniziative. Non bisogna fare autogol, quindi ci vuole il doppio di attenzione’. In questo clima di mobilitazioni di piazza, l’invito del presidente Napolitano a maggiore responsabilità e meno rissosità resta inascoltato? ‘Il monito di Napolitano è stato fondamentale in quel momento. Mercoledì e giovedì scorsi però, le cose peggiori sono capitate in aula non in piazza. Dopo di che, il decoro non prevede che l’ingresso della Camera sia assediato ma che si manifesti a un centinaio di metri di distanza. Nel pomeriggio di mercoledì gli errori sono stati di gestione dell’ordine pubblico; la provocazione di La Russa e della Santanchè; il lancio di monetine. Mai come ora penso che all’Inno di Mameli andrebbe aggiunta, parafrasandola, una frase dell’Inno inglese: ‘Dio salvi il presidente della Repubblica’. Solo la presenza e l’autorevolezza di Napolitano sta tenendo insieme le istituzioni. E nelle istituzioni il Pd conduce la sua battaglia senza Aventino, senza abbandoni, ma dimostrando che questo governo non ha più benzina’. Un governo senza benzina, lei dice, ma che va avanti, magari per forza d’inerzia? ‘Ormai sta perdendo consenso. Da tanti anni vado a Cernobbio, il mondo delle imprese e delle finanza ha sempre guardato più al centrodestra che al centrosinistra, ma ora in un referendum online il 60 per cento ha bocciato la politica del governo. Un fatto che dimostra quanto le cose stiano cambiando’”. (red)

19. Fondi Oak, nuovi sospetti. D’Alema: falsità

Roma - “Ieri mattina – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - D’Alema ha iniziato la sua giornata di lavoro alle nove e venticinque. Il presidente del Copasir è uscito di casa e si è infilato in auto, terreo in volto, non si sa se per la sconfitta della Roma o per la lettura del Giornale. Infatti il quotidiano del fratello di Berlusconi titolava in prima pagina: ‘Le carte sui fondi esteri fanno tremare D’Alema’ . E giù alcuni articoli in cui si racconta che un giudice milanese ha ordinato di ‘desecretare’ le oltre trecento pagine del dossier sul presunto tesoro dei Ds alle isole Cayman. Secondo il Giornale in quel documento — nome in codice ‘Oak Fund’ — che era stato commissionato dall’ex capo della security di Telecom Giuliano Tavaroli, ricorrono più volte il nome di D’Alema e la sigla P. F. che, si lascia intendere, potrebbe riferirsi a Piero Fassino. Al Pd accusano il colpo ma decidono di fare finta di niente. Nessun commento ufficiale, solo una dichiarazione dell’ex tesoriere Ugo Sposetti, nella sua veste di legale rappresentante dei Ds. La speranza è che la vicenda rimanga circoscritta al solo Giornale. Ma con il passare del tempo si capisce che non è così. C’è il Tg1, che fa fibrillare il Pd, perché è seguito da milioni di telespettatori e c’è il timore che oggi dia la notizia. Il Tg della 7 l’ha già data. E nel frattempo arrivano le telefonate dei giornalisti. Difficile continuare a fare finta di niente. Difficile che la vicenda rimanga confinata al solo Giornale. D’Alema, nel suo ufficio, ostenta grande tranquillità: ‘Non ho niente di cui preoccuparmi perché non ho niente da nascondere’ . Il presidente del Copasir si sente parte lesa in questa storia ed è pronto alla querela e alla denuncia. Ai collaboratori spiega di essere convinto che sul Giornale sia partita una campagna di stampa orchestrata da Berlusconi per attaccare il Pd. Una campagna che cade proprio al momento giusto: quando nell’Aula di Montecitorio arriva la prescrizione breve e nei tribunali si svolgono i processi che riguardano il premier. Quel dossier è ‘monnezza’ , secondo D’Alema, che però non si fa illusioni: la campagna non finirà qui, lo stillicidio ‘delle falsità’ continuerà. Piero Fassino, che è a Torino per le elezioni amministrative, - prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - è categorico: ‘Quello è un dossier costruito per calunniare ed è fondato su un cumulo di menzogne’ . L’ex segretario dei Ds rimanda tutti al comunicato di Sposetti: ‘È chiarissimo’ . In quella nota l’ex tesoriere definisce ‘notizie destituite di fondamento’ quelle del Giornale e ricorda che il partito ha ‘già intrapreso iniziative giudiziarie’ . A cui ne seguiranno altre se il ‘dossieraggio illecito’ proseguirà. Sposetti chiede la rimozione del segreto di Stato apposto dal governo Berlusconi al processo Telecom: ‘Così sapremo chi sono non solo i nostri calunniatori, ma anche i loro mandanti’ . L’ex tesoriere è convinto che la ‘campagna del Giornale sia finalizzata a colpire l’avversario politico’ . Ma uno dei leader della minoranza del Pd, Beppe Fioroni, pur non avendo niente a che fare con quella vicenda, visto che viene dalla Margherita, offre una lettura dei fatti diversa e a sera insinua un altro dubbio nel Pd: ‘La campagna non è tanto contro di noi, quanto contro i magistrati, per dimostrare che si sono mossi a senso unico, puntando solo su Berlusconi, mentre hanno graziato la sinistra’”. (red)

20. Fondi esteri Ds, il “nuovo Greganti”

Roma - “Corso di Porta Romana, un bel palazzo signorile. Il nome ‘Perini’ – riportano Gian Marco Chiocci e Luca Fazzo su IL GIORNALE - è sul citofono. Schiacciando il pulsante, si entra in comunicazione con una gentile voce di donna che dice ‘mio marito è già uscito’ e ‘non abbiamo niente da dire ai giornalisti’. Chissà cosa sarebbe successo se invece dei giornalisti del Giornale fossero venuti i pubblici ministeri dell’affaire Telecom o i loro carabinieri, a suonare questo citofono. Perché qui, a poche centinaia di metri dal palazzo di giustizia, approda la lunga pista che - rimbalzando tra paradisi caraibici, società off-shore conti cifrati ­ collega il dossier sull’’Oak Fund’, il fondo della Quercia, ai presunti affari dei Democratici di sinistra. Il nome del signor Perini ­ per esteso, Roberto Perini, nato a Rovereto nel 1952 - compare nel dossier che l’investigatore privato Emanuele Cipriani ha realizzato su incarico di Giuliano Tavaroli, allora capo della Security di Telecom, per appurare chi ci fosse dietro il misterioso Oak Fund, il fondo cifrato delle Isole Cayman su cui approdarono una parte dei soldi pagati dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera per comprare il colosso telefonico. Nel dossier, sul quale dopo cinque anni è stato alzato la settimana scorsa il velo del segreto, compaiono carte raccolte da Cipriani che indicano in Massimo D’Alema e nei Ds i referenti del fondo. Vero o falso? Impossibile saperlo, perché la Procura milanese - la stessa Procura che utilizza come spunti investigativi anche le lettera anonime- su quelle carte non ha mai indagato. Di certo c’è che il lavoro della Polis d’Istinto, l’agenzia in­vestigativa di Cipriani, appare ampio e dettagliato. Viene ricostruita passo per passo la ca­tena di controllo del fondo. Vengono riportati gli atti interni che raccomandano di non indicare Massimo D’Alema (‘ It would be better to avoid showing mr. Massimo D’Alema as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication ‘) tra i referenti del conto. Ed è in quello stes­so appunto che compare per la prima volta il nome di Perini: ‘ As you know, we presently show mr. Roberto Perini ‘. Da quel momento, la Polis d’Istinto ha iniziato a scavare sulla figura di questo trentino di mezza età. Il risultato finale è una definizione: ‘Perini è come Greganti’. Ovvero il leg­gendario ‘compagno G’ che negli anni Novanta gestì per conto del Pci i rapporti con l’Enimont di Gardini,e non solo quelli. Nel ‘summary’ numero 7 inviato nel 2002 da Cipriani a Giuliano Tavaroli, c’è un intero appunto su Perini, steso con un linguaggio vagamente da questurini. Si parla di ‘condotta limpida’, di ‘persona che nel suo ambiente gode di una grande stima’ che ‘sin da giovane ha abbracciato l’ideologia di sinistra e le tematiche ambientaliste’. Ecco l’integrale – proseguono Chiocci e Fazzo su IL GIORNALE -: ‘Sin da giovane ha sempre seguito con molta attenzione la nostra vita sociale e politica abbracciando un’ideologia democratica di sinistra (...) In questo caso la sua coerenza lo ha portato a ot­tenere la fiducia da parte di quei personaggi che nel tempo lo hanno seguito e fatto ma­turare politicamente, conquistandosi la più ampia fiducia in seno al nostro diesse. La sua vivacità sociale viene evinta anche dal fatto che ha seguito (sino a sei/sette anni fa) con estrema attenzione anche il problema ambientale, (in particolare le discariche). Il suddetto è stato definito: 1) ‘un uomo di assoluta fiducia’. 2) ‘Persona delegata a rappre­sentarli ‘. 3) ‘Uomo che collabora in affari/circostanza/ eventi dove i vertici di partito, o parte di esso, non possono apparire o risultare ufficialmente. Possiamo dunque affermare, secondo corrente pensiero, che là dove un partito democratico grande e istitu­zionalizzato, da sempre capace di portare nel nostro paese vivacità democratica, vivacità finanziaria e sociale, delegherebbe o delega in particolare modo per la parte finanziaria, il signor Perini come di fatto lo è. Nella concretezza, nell’esempio di P.R. (Perini Ro­berto, ndr ) viene definito come il G. (Primo Greganti) del nuovo millennio’. Potrebbero essere chiacchiere in libertà, se non andas­sero a collimare con le altre, vi­stose tracce che chiamano in causa i Ds nella vicenda, come i 10 milioni e 785 mila dollari che approdano su un conto della Banca Antonveneta, e che un appunto contenuto nel dossier collega al ‘noto partito ‘. Certo, tutto sarebbe stato più chiaro se i pm fossero an­dati da Perini a chiedergli: è vero che lei è il referente dell’Oak Fund, è vero che si appoggia allo studio del notaio Lucio Velo, è vero che conosce il signor James Manders che alla banca Bear Sterns di Londra gestisce il conto 1020733828 intestato a Oak Fund? E quali sono i suoi rapporti con i Ds? Tutte domande – concludono Chiocci e Luca Fazzo su IL GIORNALE - che la Procura milanese non ha mai fatto”. (red)

21. Crosetto: “Idea buona per protezione civile, mai le armi”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis al sottosegretario Guido Crosetto su LA REPUBBLICA: “‘Per bon ton istituzionale, se si parla di qualcosa che interessa il ministero della Difesa visto che siamo al governo insieme e non fa parte del programma elettorale, è bene discuterne prima con il ministro’. Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto non sbarra la porta all’idea degli eserciti regionali. Ma si capisce che il progetto di legge leghista è tutt’altro che una priorità. E ha bisogno di molti passaggi prima di diventare un provvedimento della maggioranza. ‘Non mi sognerei mai di presentare una norma firmata da tutto il Pdl sul ministero dell’Interno senza aver prima stabilito un filo diretto con Maroni’. È una bocciatura definitiva? ‘Parlando di eserciti credo che la Lega faccia una semplificazione semantica. Forse vuole riferirsi a una riserva selezionata, una struttura non armata’. Loro scrivono nella proposta "eserciti regionali". ‘Non può esistere una duplicazione rispetto alle forze armate e alle forze dell’ordine. È un’idea intelligente se si pensa a un corpo addestrato a determinati tipi di attività. È utile se si tratta di una protezione civile ampliata nei compiti e più militarizzata dal punto di vista dell’organizzazione. Ma senza armi’. Quando Bossi evoca i fucili in ogni casa padana non dà molte garanzie su questo punto. ‘Proprio per evitare speculazioni è necessario tracciare un confine netto tra l’essere armati o meno’. È possibile che la Lega usi questa proposta per sviare l’attenzione dal problema degli immigrati? ‘In ogni proposta politica c’è una doppia motivazione. Quella dell’utilità pubblica e il risvolto politico. L’opposizione non dovrebbe stupirsi. Anche il Pd conduce battaglie non di merito ma solo per non perdere voti nel proprio campo. Basta vedere il suo tasso di antiberlusconismo’. Però il Pd ha sostenuto il federalismo. Ora l’idea degli eserciti regionali rischia di essere un boomerang per la Lega. ‘Non so se sia un boomerang. So però che ho condiviso il percorso del federalismo. Anzi, sono convinto che anche i partiti debbano diventare federali. Ma sono altrettanto convinto che in un Paese federale giustizia, politica estera e Difesa siano competenze intangibili dello stato centrale. Altrimenti si perde qualunque ragione dello stare assieme. Vista l’evoluzione della Lega non mi sembra che voglia questo’”. (red)

22. Verdini: “Bene un coordinatore unico”

Roma - Intervista di Francesco Verderami ad uno dei coordinatori del Pdl Denis Verdini sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Non parlo mai di politica’ . Se ha deciso di farlo, è perché Denis Verdini intende rispondere a chi nel Pdl ‘avanza critiche sulla gestione del partito, sulla sua organizzazione, sostenendo che non c’è amalgama nel gruppo dirigente. E questo guarda caso accade in una fase delicata’ . Il coordinatore del Popolo della libertà oppone ‘la verità dei numeri’ alla tesi del ‘partito mai nato’ , annuncia che ‘da settembre’ si terranno i congressi comunali e provinciali, per arrivare ‘la prossima primavera’ alle assise nazionali. A quel punto il ‘processo di fusione che gli elettori hanno già determinato’ porterà alla ‘fine della fase di transizione’ , e ‘forse’ al coordinatore unico: ‘Sono pronto a discuterne, se serve a dare un segno di modernità e di unità attorno a Silvio Berlusconi’ . Sarebbe un segno che la fusione tra ex forzisti ed ex aennini è compiuta. ‘La fusione c’è già stata nelle urne, dove finora il Pdl ha sempre vinto. Diversa è la questione della classe dirigente, che presa da problemi e fibrillazioni crea in questa fase tensioni nel partito. Dopo la scissione del Fli, che ha avuto il suo peso, c’è chi si sente dimenticato, sottovalutato. Bene: per superare il problema, adottiamo la formula classica, che è quella del tesseramento e del radicamento territoriale’ . Come dire: contiamoci. ‘Penso sia necessario anticipare un po’ i tempi e andare ai congressi locali, prima delle assise nazionali. Un approdo che considero salutare. Concluderemo il tesseramento entro luglio. Oggi siamo arrivati a trecentomila adesioni, ci aspettiamo di superare largamente la soglia del milione. E per scongiurare il vecchio gioco dei pacchetti di tessere lo statuto prevede un voto per ogni test a ‘ . Ma può bastare a placare quelle che il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliariello, definisce ‘guerre fratricide nel partito’ ? ‘C’è una fibrillazione in Parlamento sul rimpasto di governo. Mi sembra logico che chi è arrivato a sostegno della maggioranza sia premiato. Politicamente la terza gamba dei Responsabili ha un grande valore, che però non toglie il valore degli esponenti del Pdl’ . Proprio nel Pdl la accusano di aver sopravvalutato i Responsabili a scapito degli uomini di partito. ‘Di volta in volta sono stato accusato di aver favorito gli amici di An, i piccoli partiti... Ora, capisco aspettative e legittime ambizioni, ma parlare di eccessivi premi ai Responsabili significa dimenticare che senza di loro il 14 dicembre le cose sarebbero andate diversamente. E a me è stato assegnato il compito di tenere insieme le diverse anime della maggioranza a sostegno del governo’ . Così conferma la tesi di Marcello Dell’Utri, secondo cui è lei a gestire il Pdl, mentre Sandro Bondi e Ignazio La Russa sarebbero solo ‘coordinatori di carta’ . ‘Con Bondi e La Russa ci siamo divisi i compiti. A me è stata affidata la parte organizzativa. Forse Dell’Utri si riferisce a questo’ . Gestire l’organizzazione significa avere le chiavi di un partito. ‘Le chiavi ce l’ha il presidente. Quanto al fatto che periodicamente provino a farmi la festa, è fisiologico. Qui l’unico che non si tocca è Berlusconi’ . E pensa che il Pdl sopravviverà all’uscita di scena del Cavaliere? ‘Questo partito, quando sarà il momento, avrà una grande prospettiva. Per allora sarà necessaria una solidarietà orizzontale che non può che nascere attraverso la democrazia interna. Abbiamo una squadra di ministri giovani, abbiamo validi governatori, sindaci, presidenti di Provincia. La classe dirigente non ci manca’ . È classe dirigente anche Claudio Scajola: pensa che le sue rivendicazioni siano il desiderio di fornire un ‘contributo’ al partito, come sostengono gli amici dell’ex ministro, o che si tratti di un ‘ricatto’ come sussurrano i suoi avversari? ‘Penso che Scajola voglia dare un contributo al partito. E’ il modo in cui si è proposto che è sbagliato. Proprio per la fase difficile e delicata che attraversiamo, una maggiore coesione sarebbe necessaria. Bisognerebbe pensare anzitutto alla compattezza della maggioranza e alla solidità del governo. Perciò ritengo sia stato un errore esternare il problema ora, perché nel migliore dei casi si viene fraintesi’ . Tutte queste tensioni inducono Berlusconi a vivere il partito come una necessità ma al tempo stesso come un fastidio. E lo portano a dire: ‘A volte il Pdl mi fa perdere voti’ . ‘Un leader carismatico vede la politica in modo diverso, altrimenti sarebbe un leader ordinario. Detto ciò, anche Berlusconi sa che un partito vive di quotidianità. Il punto è che i problemi e le liti ordinarie si scaricano tutte sul leader. Lui si infastidisce. E lo capisco’ . Lo capisce anche quando, per evitare una scelta, lascia che i nodi si aggroviglino o addirittura lascia che — tanto per fare un esempio— Miccichè fondi un movimento come Forza sud? ‘È una discussione aperta e credo che il Pdl dovrà affrontare presto il problema in ufficio di presidenza. Un conto è la simpatia di Miccichè e la sua fedeltà a Berlusconi, altra cosa è fondare un partito del Sud. Sarà pure un’idea affascinante ma secondo me è un errore. Io credo ai grandi partiti nazionali, come il Pdl e il Pd’ . Partiti che sono in difficoltà. ‘Nei sondaggi e magari nelle tornate amministrative. Quando si arriva alla sfida per il governo del Paese, le cose cambiano’ . Ma le prossime Amministrative saranno un test politico. ‘Non credo. E non perché temo una sconfitta. Anzi, visti i dati di partenza, saranno un test a noi favorevole’”. (red)

23. Montezemolo in politica? Figuriamoci…

Roma - “Chi ha paura di Luca Cordero di Montezemolo? A giudicare dalle reazioni suscitate da ogni suo sospiro, - osserva Vittorio Feltri su LIBERO - politici e giornalisti di varia estrazione devono essere terrorizzati che il presidente della Ferrari, dopo aver occupato le più prestigiose poltrone private (Fiat, Confindustria eccetera), punti a uno scranno del governo. Non se ne comprende il motivo. Nella cosiddetta casta c’è di tutto, un vero e proprio zoo: gente che cambia bandiera a legislatura in corso per due cocomeri, che tradisce ma si offende se glielo fai notare, che tira a campare, che non ha mai lavorato né mai lavorerà perché senza mestiere, che probabilmente si è prostituita per un posto e relativa indennità. Il Palazzo è consapevole di essere frequentato male tant’è che un giorno sì e l’altro pure discute sull’opportunità di aprirsi a personaggi della società civile per riceverne energie fresche allo scopo di risolvere i mille problemi nazionali. Questo a parole. Nei fatti però, ogniqualvolta, un uomo - per esempio Montezemolo osa dire anche a mezza voce di essere tentato dalla politica, viene respinto come un intruso. Evidentemente quello dei deputati e dei senatori è un club riservato agli iniziati , autoreferenziale, in cui si entra per cooptazione o non si entra affatto, a dimostrazione che non è un luogo democratico accessibile a chiunque abbia un’idea, bensì una setta dove può fare carriera solo chi sta al gioco (di solito sporco). Se non fosse così non si spiegherebbe, in particolare, l’ultima polemica seguita ad una frase scherzosa di Montezemolo: ‘Davanti a questo spettacolo viene voglia di darsi da fare in politica’. Una bestemmia avrebbe provocato meno clamore. Pier Ferdinando Casini, che fino ad alcuni mesi fa aveva dato l’impressione di gradire una eventuale collaborazione dell’ex presidente di Confindustria, si è inalberato, abbandonandosi a commenti irritati quasi si sentisse minacciato nel suo ruolo di leaderino centrista. Altri esponenti di partito, sia di destra sia di sinistra, si sono accodati al democristiano rivolgendo all’imprenditore le critiche più disparate. E molti editorialisti hanno fatto lo stesso. Montezemolo – prosegue Feltri su LIBERO - deve stare zitto, Montezemolo non ha una organizzazione politica: o se la crea oppure continui ad occuparsi di pistoni. Montezemolo cominci a dire da che parte sta, poi faccia un periodo di gavetta e si vedrà. Montezemolo si illude di contare, ma non ha i voti e resterà al palo. Montezemolo di qua, Montezemolo di là. Un processo alle intenzioni. In realtà, se si esamina il discorsino del ferrarista, bisogna convenire che è il medesimo ripetuto da chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le grane del nostro Paese, ed è condiviso dal 50 per cento degli italiani. Prendiamo la spesa pubblica (causa principale del debito). Come si fa a non essere d’accordo con l’Avvocato quando afferma: tutti dicono di volerla tagliare, ma nessuno si azzarda a por mano alle cesoie. Abolire le Province era un imperativo, ma le Province non sono state toccate. Adeguare l’età pensionabile alla media europea era una necessita impellente, campa cavallo: la riforma andrà a regime tra quarant’anni. Ridurre drasticamente l’imponente apparato burocratico era nel programma di governo, e non si è combinato niente. Cancellare gli enti inutili (una quarantina) era un impegno del centrodestra, risultato: nulla di fatto. Se queste sono le osservazioni di Montezemolo dov’è lo scandalo? Chi non le farebbe proprie? Tutto ciò comunque non basta a far pensare che il signor Cavallino Rosso si sia candidato a giocare la partita elettorale. Anche perché la partita non è ancora in calendario né lo sarà finché Berlusconi avrà - come ha una maggioranza. Che gli consente di governare o almeno di galleggiare tra uno scoglio giudiziario e l’altro, tra una guerra e un’ondata migratoria. La sola verità inconfutabile – conclude Feltri su LIBERO - è l’incapacità della opposizione di nuotare in acque limpide”. (red)

24. Finmeccanica, Eni ed Enel. Ecco le nomine

Roma - “Confermate le anticipazioni sui vertici delle maggiori aziende controllate dallo Stato, - si legge su LA STAMPA - si va verso il cambio di presidente in Eni ed Enel e di amministratore delegato in Finmeccanica. Ieri il ministero del Tesoro ha comunicato le liste ufficiali dei suoi futuri consiglieri di amministrazione nei tre gruppi e in Poste Italiane Spa - mentre riguardo a Terna, l’altra grande società di cui il maggiore azionista è lo Stato, ci vorrà ancora qualche giorno. Per il cda dell’Eni il Tesoro indica Giuseppe Recchi (come nuovo presidente al posto di Roberto Poli) e poi Paolo Scaroni (che rimarrà amministratore delegato), Carlo Cesare Gatto, Paolo Marchioni, Roberto Petri e Mario Resca. Per il collegio sindacale del ‘cane a sei zampe’ vengono indicati dal Tesoro come sindaci effettivi Roberto Ferranti, Paolo Fumagalli e Renato Righetti e come supplente Francesco Bilotti. Nel gruppo Enel il Tesoro designa come persone di fiducia Paolo Andrea Colombo (presidente in sostituzione di Piero Gnudi), Fulvio Conti (sempre in sella come amministratore delegato), Lorenzo Codogno, Mauro Miccio, Fernando Napolitano e Gianfranco Tosi. In Finmeccanica ci saranno Pierfrancesco Guarguaglini (presidente come già era), Giuseppe Orsi (ora amministratore delegato di Agusta Westland e destinato a diventare ad di tutto il gruppo al posto dello stesso Guarguaglini), Franco Bonferroni, Giovanni Catanzaro, Dario Galli, Francesco Parlato e Guido Venturoni. Come consigliere di amministrazione senza diritto di voto - una posizione prevista dallo statuto della società - viene designato dal Tesoro l’ambasciatore Carlo Baldocci. Fra i rappresentanti dei soci di minoranza di Finmeccanica viene indicato per il cda Paolo Cantarella, già amministratore delegato della Fiat. Quanto a Poste Italiane, il ministero vuole Giovanni Ialongo (confermato presidente), Massimo Sarmi (confermato amministratore delegato), Maria Claudia Ioannucci, Antonio Mondardo e Maria Grazia Siliquini, deputata del gruppo dei Responsabili, “premiata” per essere rientrata nei ranghi dopo lo strappo con il Fli. Va ricordato che dell’Eni il Tesoro detiene direttamente il 3,93 per cento del capitale e tramite la Cassa depositi e prestiti un altro 26,37 per cento mentre di Enel ha il 31,24 per cento, di Finmeccanica il 30,18 per cento e di Poste il 100 per cento. A nome di Confindustria il presidente Emma Marcegaglia ha commentato le nomine parlando di ‘logica positiva’ osservando che ‘c’è una continuità su alcuni manager e ad, che mi sembra abbiano dimostrato capacità di gestire secondo logiche di mercato queste grandi aziende. Ma ci sono anche innovazioni sulla presidenza di due grandi imprese, con l’introduzione di due giovani capaci e di profilo internazionale’. Gianluigi Gabetti, presidente d’onore di Exor, ha così commentato nello specifico la nomina di Giuseppe Recchi al timone di Eni: ‘Mi fa piacere vedere un giovane premiato per la sua serietà, il suo dinamismo e la sua imprenditorialità’”. (red)

25. Il capo “americano” di Eni accolto bene a Washington

Roma - “La nomina di Giuseppe Recchi a presidente di Eni – scrive Maurizio Molinari su LA STAMPA - è stata al centro di messaggi di tenore diverso trasmessi da Roma a Washington nella giornata di ieri: a ricostruire quanto avvenuto sono fonti diplomatiche a Washington e personaggi di spicco del settore energetico a Wall Street che, chiedendo l’anonimato, descrivono il comune interesse per l’impatto che avrà il manager di General Electric chiamato a sostituire l’uscente Roberto Poli. Sul fronte diplomatico il governo di Roma avrebbe presentato la sostituzione di Poli, veterano dell’Eni proiettata a difendere gli interessi tradizionali in Russia e nel mondo arabo, con Giuseppe Recchi, capo di General Electric nell’Europa del Sud, come un segno di discontinuità con il passato teso a facilitare il dialogo fra il gigante energetico italiano e gli Stati Uniti. Tali messaggi, giunti a Washington attraverso l’ambasciata in Via Veneto, si legano ad un’atmosfera più distesa fra i due governi sul terreno energetico: se nel 2009 e 2010 l’amministrazione Obama aveva sollevato dubbi sugli stretti legami fra Eni e Gazprom - come evidenziato anche da alcuni cablogrammi resi pubblici da Wikileaks - negli ultimi sei mesi si è registrata una maggiore comprensione, soprattutto a seguito della possibile convergenza fra i progetti di oleodotti caucasici Southstream e Nabucco considerati a lungo come alternativi. A provare la fase di distensione energetica fra Roma e Washington è stato il recente convegno su greggio, gas naturale e nucleare svoltosi nella sede della nostra ambasciata a Washington durante il quale Richard Morningstar, inviato Usa per l’Energia in Eurasia, è intervenuto mostrando aperture ed interesse per il gasdotto italo-russo Southstream. Ma a contrastare con la presentazione agli americani dell’avvento di Recchi come una svolta politica rispetto al recente passato sono stati i messaggi che l’Eni avrebbe invece recapitato ai propri interlocutori nel mercato energetico, sottolineando piuttosto la ‘continuità’ con il passato garantita dalla permanenza di Paolo Scaroni sulla poltrona di amministratore delegato. ‘Se Scaroni resta al suo posto il cambiamento è minore e l’accelerazione con gli Stati Uniti è tutta da riscontrare’ commenta uno degli esperti di settore al corrente di quanto avvenuto nelle ultime 36 ore. In realtà – prosegue Molinari su LA STAMPA - la contraddizione potrebbe però essere solo apparente, in quanto proprio Scaroni è stato protagonista della maratona di incontri che, a partire dallo scorso autunno, ha portato l’amministrazione Obama a conoscere meglio i piani di investimento dell’Eni in Paesi delicati come l’Iran e la Russia, facendo rientrare molte delle preoccupazioni che erano state espresse. ‘L’equilibrio fra Poli e Scaroni osserva un’analista del settore energetico che lavora a Wall Street portava l’Eni a ondeggiare fra le politiche del passato, spesso in contrasto con Washington, e le aperture più recenti, che hanno avuto per protagonista Scaroni’ soprattutto a seguito del suo impegno personale - secondo alcune versioni addirittura scritto - a non autorizzare nuovi investimenti in Iran, in ottemperanza alle sanzioni Onu. Sostituendo Poli con Recchi si viene potenzialmente a creare dunque un ‘equilibrio nuovo più favorevole a convergenze con gli Stati Uniti’ conclude una fonte diplomatiche a Washington, pur esprimendo ‘cautela’ nell’attesa che ‘il nuovo arrivato si insedi ed abbia tempo di dimostrare cosa ha in mente di fare’. Non c’è dubbio tuttavia – conclude Molinari su LA STAMPA - sul fatto che trattandosi di un top manager di General Electric, a Washington si guardi a lui come un possibile interlocutore anche sul fronte dello sviluppo delle energie rinnovabili a cui l’amministrazione Obama lega le prospettive di crescita economica globale nel lungo periodo”. (red)

26. Nomine al merito

Roma - “Le nomine di queste ore ai vertici delle aziende a controllo pubblico – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - non sono scelte di un governo che vive alla giornata, ma decisioni compiute in continuità con un criterio meritocratico, in base al quale si preferiscono persone competenti e dotate di esperienza. Così d’altronde era stato per la nomina di Mario Draghi a governatore della Banca d’Italia, compiuta nel 2005 dal precedente governo Berlusconi, o per quella dell’attuale presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, già direttore dei servizi statistici dell’Ocse. Ieri sono stati confermati i due amministratori delegati di Eni ed Enel, Paolo Scaroni e Fulvio Conti, che durante il loro mandato hanno registrato ottimi risultati. Scaroni e Conti sono stati affiancati da due presidenti, rispettivamente Giuseppe Recchi e Paolo Andrea Colombo, due ‘tecnici’ apolitici. Per Finmeccanica, al posto dell’attuale ad Pier Francesco Guargaglini, che comunque resta presidente del gruppo, è stato nominato un amministratore delegato di una società dello stesso gruppo. Anche la conferma alle Poste dell’attuale vertice, che ha dato buoni risultati, è un’altra prova del principio, in base al quale si premia il merito, che il governo si sforza di attuare nel pubblico impiego e che per esempio Sergio Marchionne, ad di Fiat, vorrebbe introdurre anche nei contratti aziendali. Definire le scelte di queste ore come ‘gattopardesche’, come ha fatto ieri ad esempio Repubblica, significa non riconoscere il tentativo meritocratico. L’esecutivo invece – conclude IL FOGLIO - ha mandato un messaggio significativo e di innovazione anche alla Pubblica amministrazione, alle imprese e ai sindacati”. (red)

27. Tonna e il crac Parmalat: “Tanzi è un codardo”

Roma - Intervista di Paolo Berizzi a Fausto Tonna su LA REPUBBLICA: “Tonna per la prima volta ripercorre con Repubblica, dall’inizio alla fine, il crac Parmalat e cioè il più grosso dissesto finanziario della storia economica italiana: 14 miliardi di ‘buco’, 132 mila investitori coinvolti, 32 mila costituitisi parte civile nel processo dove lui, l’ex direttore finanziario dell’azienda, è stato condannato a 14 anni di carcere (associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta). Possiamo iniziare dal film? (il Gioiellino, il film che racconta il disastro Parmalat e di cui il Tonna interpretato da Toni Servillo è, di fatto, il protagonista principale) ‘Parliamo di cose serie, per favore. Il film non l’ho visto e non lo vedrò. Da quello che mi hanno detto è una ricostruzione che non mi appartiene. Mai stato un ubriacone e mai preso decisioni al posto di Tanzi. Chi mi ha dipinto così ne risponderà al momento opportuno nelle sedi opportune’. Ha sentito? Tremonti ha aperto la strada a un un fondo-cordata di investitori nazionali anti-Lactalis. Che ne pensa? ‘Il governo ha fatto bene a intervenire e poteva farlo anche prima. Anche per altre aziende. Parmalat è importante per l’economia italiana. Lo era anche prima del 2003’. Già, prima della voragine. Bilanci truccati, bond fasulli, migliaia di risparmiatori sul lastrico. ‘Lavoravo 15 ore là dentro, secondo lei le trascorrevo tutte a truccare bilanci?’. So che i giudici l’hanno a condannata a 14 anni (la procura ne aveva chiesti 9, ndr). ‘E’ stata calcolata male la mia responsabilità e, di conseguenza, la mia pena. Ho fatto 80 interrogatori per aiutare le indagini: senza di me - è stato riconosciuto anche nella sentenza - non sarebbe stato possibile ricostruire il crac’. Resta il fatto che lei ha avuto delle responsabilità. ‘Sono l’unico che se le è assunte. Anche se, non avendo mai avuto deleghe, non ho mai deciso niente ma solo eseguito gli ordini di Tanzi. I miei avvocati hanno contestato l’associazione per delinquere. Escludo sia stata fatta di proposito. E’ stata la conseguenza di un crac industriale, non finanziario’. Dove sono iniziati i problemi? ‘I primi investimenti sbagliati Tanzi li ha fatti alla fine degli anni ‘80 con la televisione (Euro tv, Odeon tv). Grosso indebitamento, fornitori pagati male, erosione della redditività aziendale. Nel ‘90 arrivano la quotazione in Borsa e l’aumento del capitale: ma avevamo una struttura di distribuzione troppo costosa. Servivamo 140mila piccoli negozi ma nella grande distribuzione non eravamo competitivi. Il contrario rispetto alle tendenze del mercato. Ecco la conduzione industriale dissennata’. Poi che è successo? ‘A un certo punto sia la proprietà (Tanzi, condannato a 18 anni, ndr) che la direzione generale (Domenico Barili, condannato a 8 anni), hanno deciso che non volevano uscire coi bilanci in perdita. Che bisognava fare determinati aggiustamenti. Per sbianchettare abbiamo usato anche il pennello. E così via via fino alla cosiddetta ‘discarica’, la bond-lat’. Ci spieghi i bond tarocchi. ‘Nel prospetto informativo dei bond avevo fatto scrivere che non potevano essere venduti al pubblico. Ho anche i documenti, glieli posso mostrare’. E perché sono stati venduti? ‘Lo deve chiedere alle banche’. Mentre i risparmiatori venivano truffati, voi ripulivate i bilanci coi magheggi. ‘Tutto veniva deciso da Tanzi. Io non ho mai avuto uno straccio di delega. Se potessi risarcirei tutti gli investitori fino all’ultimo euro. Ma non ho più niente, mi hanno tolto tutto’. Qualcuno sostiene che il vero acrobata finanziario era lei. ‘Sono entrato in Parmalat come impiegato nel ‘72 e ho dato le dimissioni come direttore finanziario a marzo 2003. Poi sono restato come consigliere del presidente. Ma Tanzi non si lasciava consigliare da nessuno’. Quali sono stati gli errori di Calisto? ‘Si è lasciato coinvolgere in attività dispersive per le quali occorreva un’esperienza che non aveva. Il turismo, il calcio, l’informazione’. E i soldi ai politici? ‘Se li ha pagati, li ha pagati male. Perché nessuno lo ha mai aiutato’. Anche Berlusconi gli rispose picche quando andò a chiedergli una mano. ‘Ho saputo di questo incontro - credo del novembre 2003 - dagli interrogatori. Tanzi incontrò a Roma i vertici delle prime quattro banche italiane. Deduco che non gli abbiano concesso nessun aiuto. Loro, le banche, alla fine ne escono sempre bene... ‘. Come pensava di cavarsela Tanzi? ‘Sperava nell’intervento di una persona che - diceva lui - aveva migliaia di miliardi e sarebbe intervenuta riportando liquidità. Ma o questa persona millantava oppure Tanzi si è fatto illudere’. L’ha più visto, Calisto? ‘In tribunale ha provato a attaccare bottone ma non l’ho nemmeno guardato. Non voglio avere rapporti con chi non è capace di assumersi le proprie responsabilità. Io non ho mai scaricato sui miei sottoposti. Non è leale. E’ da vigliacchi’. Il Tonna di oggi appare una persona decisamente meno impulsiva rispetto a quella che, nel 2004, all’uscita del tribunale di Parma, augurò ai giornalisti e ai loro familiari ‘una morte lenta e dolorosa’”. (red)

28. E di liberale rimase poco

Roma - “Che il nostro Paese, - osserva Giuseppe Bedeschi sul CORRIERE DELLA SERA - la cui crescita è da tanti anni così stentata, abbia bisogno di riforme liberali, è cosa in certa misura riconosciuta sia a sinistra sia a destra. Chi non ricorda le ‘lenzuolate’ di Bersani ai tempi del governo di centrosinistra? Non furono provvedimenti travolgenti, anzi furono misure modeste, che però andavano nella direzione giusta, e soprattutto muovevano dalla percezione della necessità improrogabile di incominciare a rimuovere le ben munite difese di zone protette, di corporazioni consolidate, che bloccavano la concorrenza. E chi non ricorda le tante promesse del centrodestra, di realizzare una rivoluzione liberale in Italia? Promesse che suscitarono molte speranze, ma che sono rimaste, purtroppo, in larghissima misura solo promesse. Il Paese sembra irrimediabilmente fermo, prigioniero di una maglia d’acciaio che ne paralizza i movimenti, l’innovazione, la sperimentazione, lo spirito d’intrapresa, la crescita. Eppure, nella storia della nostra Repubblica ci sono stati periodi di rigoglio ed espansione grandissimi. Il periodo che va dal 1949 al 1953 (corrispondente al ‘centrismo’ degasperiano) fu certamente ‘il più costruttivo’ (come lo definì Ugo La Malfa) della nostra storia repubblicana. Già Luigi Einaudi aveva dato un contributo fondamentale per togliere di mezzo le bardature autarchiche ereditate dal fascismo e per riattivare tutte le energie dell’economia di mercato. Si proseguì in questa direzione con decisioni coraggiose e memorabili: come la liberalizzazione degli scambi, attuata nel 1951 (fermamente voluta da La Malfa, appoggiata dal presidente della Confindustria Angelo Costa contro settori economici protezionistici, e avversata aspramente dalle sinistre sindacali e politiche): ossia l’apertura delle frontiere italiane al libero commercio con l’abbassamento dei dazi. Tale liberalizzazione permise l’ammodernamento tecnologico dei nostri impianti industriali, e pose le premesse di quel ‘miracolo economico’ che nella seconda metà degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta trasformò radicalmente il nostro Paese. A partire dalla metà degli anni Sessanta questo trend si interruppe, a causa delle suggestioni statalistiche che prevalsero col centrosinistra. Fu una sconfitta secca delle forze liberali. Una sconfitta che si spiegava sì con l’egemonia raggiunta dalla cultura marxista, ma anche con la debolezza della nostra cultura liberale. Per misurare questa debolezza – prosegue Bedeschi sul CORRIERE DELLA SERA - basti pensare alle posizioni sostenute da Benedetto Croce, che pure è stato il più grande filosofo liberale italiano. Secondo Croce, gli assetti economici e sociali avevano scarsa o punta importanza per il trionfo dell’idea liberale, la quale poteva quindi manifestarsi nelle situazioni più diverse, anche ‘nell’economia a schiavi e a servi’ , ‘nella massima del lasciar fare e del lasciar passare, e nell’altra, dell’intervento statale’ . E ciò perché per il filosofo napoletano l’idea liberale ha ‘natura religiosa’ , e quindi non può avere nessuna connessione con gli ordinamenti sociali, con gli assetti della proprietà e del mercato. Ed è significativo anche che nella Storia del liberalismo europeo di Guido De Ruggiero (un libro, peraltro, bellissimo, e di fondamentale importanza) venisse considerato come un campione del liberalismo tedesco... Giorgio Guglielmo Federico Hegel, cioè il filosofo che aveva divinizzato lo Stato e aveva teorizzato una società corporativa, al riparo dalla concorrenza e dagli imprevisti del mercato. Certo, contro queste debolezze della nostra cultura liberale è risuonata la forte voce di Luigi Einaudi, che non si stancava di avvertire: ‘Giova moltissimo che, di fronte all’andazzo di tutto chiedere allo Stato, di tutto sperare dall’azione collettiva, si erga fieramente il liberista ad accusare di poltronaggine l’interventista e di avidità il protezionista’ . Ma la cultura liberale è stata sempre minoritaria in Italia, mentre la mentalità assistenziale, statalistica, ha avuto sempre il sopravvento, fino a permeare il senso comune. È certamente anche per questo (oltre che, beninteso, per il carattere composito e sostanzialmente conservatore dei nostri schieramenti politici) che da noi è così difficile fare non dico ‘rivoluzioni liberali’ , ma financo alcune riforme liberali, di cui avremmo assolutamente bisogno. Per esempio, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, che eviti l’assoluta precarietà dei giovani e l’assoluta inamovibilità degli anziani (su questo punto il senatore Pietro Ichino ha scritto cose molto sagge su questo giornale); una riduzione delle tasse, in primis alle aziende, attraverso il recupero dell’evasione fiscale e la riduzione di alcuni settori della spesa pubblica, a cominciare da quella, pletorica e vergognosa, della politica (un triste primato italiano); investire nella ricerca, che è la chiave di volta dell’innovazione tecnologica, e che è invece la Cenerentola del nostro sistema. Tutte cose ovvie in altri Paesi, - conclude Bedeschi sul CORRIERE DELLA SERA - ma che da noi equivalgono allo sbarco sulla Luna; mentre gli anni del ‘miracolo economico’ sembrano risalire ormai alla preistoria”. (red)

29. Obama gioca d’anticipo, scatta l’operazione 2012

Roma - “Alle 6 del mattino le email e alle 9.30 gli sms: così Barack Obama – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - fa sapere ai sostenitori di aver formalizzato l’inizio della corsa per la rielezione alla Casa Bianca. Metodo, contenuti e tempistica del debutto della campagna per il 2012 consentono di iniziare a descrivere la strategia confezionata da David Plouffe, il guru elettorale già architetto della vittoria del 2008. Il metodo è un video di 2 minuti e 9 secondi nel quale il volto di Obama non si vede mai: sono cinque elettori a parlare di lui. Anche l’email in cui si annuncia la ‘presentazione dei documenti’ per la ricandidatura mette l’accento sugli elettori: ‘Non iniziamo con costosi spot tv né con trovate stravaganti ma con voi perché una simile campagna ha bisogno di tempo per essere costruita’. E l’sms chiede subito l’adesione personale: ‘Abbiamo molto da fare, iscriviti’. La sintesi di questo approccio è il volto di Jim Messina, quarantenne manager italoamericano della campagna, fotografato dal ‘New York Times’ nella sede del quartier generale della campagna di Chicago in un locale di oltre 700 mq completamente spoglio, senza mobili né luci. L’intento del debutto è tendere la mano all’esercito dei volontari del 2008 affinché si rimetta in moto: non a caso il logo della campagna riprende il motivo di quattro anni fa. Per sedurre i giovani Plouffe punta anche sull’application per l’iPad di ‘Organizing for America’ - spina dorsale dei militanti - con un design studiato per moltiplicare testi e video garantendo agilità di lettura. Evitare di puntare sull’immagine di Obama è inoltre un’ammissione delle difficoltà dovute alla sua popolarità, scesa al 42 per cento. A descrivere i contenuti è il video ‘It begins with us’ (Si inizia da noi). Incomincia mostrando un campo arato, una chiesa, una bandiera e le case di un piccolo centro della classe media bianca in North Carolina, ovvero simboli e luoghi dell’elettorato che Obama rischia di perdere a causa della crisi economica. A parlare è Ed, bianco e sessantenne, seduto sotto il portico, che dice: ‘Non concordo sempre con Obama ma lo rispetto, e mi fido di lui’. Gli altri volti – prosegue Molinari su LA STAMPA - sono di Gladys, ispanica del Nevada con una famiglia numerose, Katherine, donna manager bianca del Colorado, Alice, trentenne afroamericana del Michigan, e Mike, studente newyorchese. Ne esce l’immagine di un’America multietnica - c’è anche una ragazza asiatica sullo sfondo - che parla con orgoglio di Obama come del ‘senatore sfavorito vincitore nel 2008’, sottolinea il bisogno di ‘energia di tutti per farcela perché il presidente è una sola persona’ e vede i repubblicani come fumo negli occhi a causa di ‘personaggi come Mike Huckabee’, l’ex governatore dell’Arkansas volto di Fox tv. I cinque testimonial riassumono la nazione postrazziale, operosa e proiettata verso il futuro che Obama vuole mobilitare e gli Stati da cui provengono sono il primo accenno di mappa della sfida: nel 2008 andarono tutti a Obama e Plouffe deve essere convinto che riconquistando quelli ora in bilico - North Carolina, Michigan, Colorado e Nevada - gran parte del lavoro potrebbe essere fatto. Il terzo elemento del debutto è la tempistica: Obama sceglie di lanciare la corsa mentre sul fronte opposto i repubblicani ancora non hanno neanche un candidato ufficiale alle primarie, sembrano divisi fra establishment conservatore e Tea Party, e in difficoltà anche sull’economia che gli fece vincere il voto di Midterm a causa dei recenti progressi compiuti dall’occupazione. L’impressione è che Plouffe punti a prendere gli avversari in contropiede per consentire a Obama di arrivare in anticipo sugli elettori moderati, centristi e indipendenti che hanno abbandonato i democratici lo scorso anno: forse per questo la Casa Bianca annuncia che Khalid Sheik Mohammed, il regista dell’11 settembre, subirà un processo militare a Guantanamo con un rovesciamento delle posizioni di Barack per lo smantellamento del carcere. Alle mosse di Obama i repubblicani rispondono con un’email intitolata ‘Una presidenza guidata da dietro’ per rimproveragli la mancanza di coraggio mentre il guru elettorale Karl Rove – conclude Molinari su LA STAMPA - lancia il sito wikicountability.org per denunciare gli errori del governo”. (red)

30. La sfida del lavoro

Roma - “Chi si occupa di politica negli Stati Uniti – scrive Alberto Bisin su LA STAMPA - ripete da sempre il ritornello che un Presidente in carica vince le elezioni di secondo turno se l’economia tira e soprattutto se il tasso di disoccupazione è sufficientemente contenuto. Questo è anche quello che pensa l’amministrazione Obama, che non a caso ha lanciato la campagna elettorale poco dopo le buone notizie sulla creazione di posti di lavoro relative al mese di marzo (230 mila nuovi posti netti nel settore privato). La ripresa non è vibrante come forse Obama sperava fosse, ma sembra quanto meno ben avviata: i posti di lavoro netti nel settore privato creati negli ultimi 13 mesi sono un milione e ottocentomila, e di questo passo il tasso di disoccupazione inizierà a scendere in maniera visibile (è oggi appena sotto il 9 per cento, rispetto al 10,6 per cento all’apice della recessione). La discesa del tasso di disoccupazione fino ad ora è stata molto lenta perché le statistiche non considerano disoccupati coloro che pur non avendo lavoro non lo cercano attivamente. Costoro però tipicamente ritornano a cercare lavoro (e quindi a essere contabilizzati nelle statistiche della disoccupazione) quando la ripresa si fa sentire. Si stima che a tutt’oggi questi lavoratori scoraggiati ammontino al 2,2 per cento e che per ridurre il tasso di disoccupazione dell’1 per cento siano necessari nuovi posti di lavoro netti per circa il 2 per cento della forza lavoro. Nelle aspettative più rosee il tasso di disoccupazione potrebbe essere attorno all’8 per cento prima delle elezioni presidenziali del 2012. Sarà questo sufficiente per Obama? Se è vero che negli ultimi 50 anni nessun Presidente in carica è stato eletto con un tasso di disoccupazione superiore al 7,5 per cento, è anche vero che questa recessione è stata particolarmente profonda e così è percepita dagli elettori americani. L’amministrazione Obama quindi cercherà di evidenziare il tasso a cui la disoccupazione decresce piuttosto che invece il tasso di disoccupazione in sé. Ed infatti proprio sulla decelerazione della disoccupazione si è soffermato Obama lo scorso fine settimana dichiarando che da questo punto di vista solo la ripresa del 1984 aveva fatto altrettanto. È importante notare che la politica fiscale non potrà essere di aiuto a Obama. Lo stimolo del 2008 ha avuto effetti a breve abbastanza limitati e un nuovo stimolo sarebbe politicamente impossibile (i Democratici hanno perso nel 2010 il controllo del Congresso) e dannoso da un punto di vista economico, perché rischierebbe di sostituirsi alla ripresa privata. La politica monetaria, d’altro canto, - prosegue Bisin su LA STAMPA - potrebbe innestare inflazione e quindi ridurre i salari reali (che già oggi sono in fase calante). Una discesa moderata dei salari dovuta a una inflazione controllata potrebbe quindi favorire la ripresa, riducendo il costo del lavoro per le imprese. Il problema è che l’inflazione è tipicamente difficile da controllare senza agire drasticamente sui tassi e quindi negativamente sugli investimenti. E un’inflazione fuori controllo danneggerebbe invece la classe media il cui voto è fondamentale per Obama, riducendone il potere d’acquisto in modo sostanziale. La Federal Reserve quindi cammina su un filo sospeso e molto dipenderà dalla sua abilità a rimanere in equilibrio fino alle elezioni. I Repubblicani, da parte loro, cercheranno invece di spostare il dibattito sul debito pubblico e in particolare cercheranno di trasformare le elezioni, chiunque sia il loro candidato, in un plebiscito sulla desiderabilità di una massiccia presenza dello Stato nell’economia. Un altro ritornello favorito da coloro che osservano la politica americana da vicino è che la maggioranza del Paese è su posizioni sostanzialmente conservatrici in economia e che una minoranza importante (capace di spostare il pendolo delle elezioni partecipando più o meno attivamente al voto) è pronta alle barricate sulla questione. Già questa settimana i Repubblicani presenteranno alla Camera un progetto per la riduzione della spesa di 4 mila miliardi di dollari in 10 anni, che agisce in modo sostanziale su Medicare e Medicaid, i programmi pubblici di assicurazione sanitaria rispettivamente per gli anziani e gli indigenti. Secondo le indiscrezioni della stampa, il progetto prevederebbe la trasformazione dell’assicurazione sanitaria pubblica per queste categorie di cittadini in sussidi all’acquisto di un’assicurazione privata. Il progetto, abbastanza centrista pur se coerente con una filosofia politica conservatrice, potrebbe rappresentare, assieme alle recenti proposte della commissione parlamentare sul deficit, il cuore del programma economico del candidato repubblicano. In mancanza di una crescita molto vivace dell’economia, - conclude Bisin su LA STAMPA - sarà su questi temi che Obama dovrà confrontarsi, evitando di farsi posizionare troppo lontano dal centro”. (red)

31. I grandi menzogneri

Roma - “Richard Goldstone – osserva IL FOGLIO - aveva accusato Israele di ‘crimini di guerra’, ponendo il proprio nome come sigillo nel controverso rapporto che alle Nazioni Unite ha messo Israele e Hamas sullo stesso piano di responsabilità per la guerra di Gaza. Ora Goldstone abiura quello stesso rapporto e in un’autocritica clamorosa pubblicata dal Washington Post il giudice sudafricano scrive: ‘Se avessi saputo allora quello che so adesso, il rapporto sarebbe stato un documento diverso’. Goldstone afferma che mentre i crimini di Hamas erano intenzionali (‘Va da sé che i suoi razzi erano consapevolmente e indiscriminatamente indirizzati contro obiettivi civili’), nessuna prova dimostra che da parte israeliana vi fosse intenzionalità nel colpire i civili. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di ‘buttare quel documento nel cestino della storia’. E parlando al Foglio, il vicepremier Moshe Yaalon aggiunge: ‘Ci attendiamo il ritiro completo di questo rapporto, risultato di un agguato politico contro Israele e contro qualsiasi paese che si trova ad affrontare il terrorismo. Costruisce una narrativa che ignora gli attacchi contro i civili israeliani da parte di Hamas, e le realtà della guerriglia urbana come l’uso di civili palestinesi da parte di Hamas. Il rapporto è l’ennesimo ‘blood libel’’. Decade quindi, per ammissione del suo stesso autore, uno dei più poderosi strumenti della delegittimazione antisraeliana dell’ultimo decennio. In nome di questo rapporto, all’ex ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, venne sconsigliato di recarsi a una convention a Londra per il rischio di essere arrestata. Ma il caso Goldstone getta anche luce sulla deformazione ideologica di cui è stata protagonista la stampa italiana nel commentare Gaza. Per la rivista Micromega, il rapporto Goldstone è stato niente meno che l’occasione per mettere in discussione l’esistenza stessa d’Israele. Lo storico azionista Angelo D’Orsi aveva scritto infatti dell’’ingiustizia perpetrata dal mondo che ha consentito agli ebrei di costituire uno stato ‘etnicamente puro’ in Palestina, scacciando coloro che lì erano nati, figli di nativi. Lo scandalo, a ben vedere, è, se vogliamo essere franchi, la stessa esistenza di quello stato. Ormai forse è troppo tardi per tornare indietro’. Anche Liberazione aveva sposato il rapporto Goldstone con un editoriale molto eloquente: ‘Ora basta, boicottiamo Israele’. Vi si leggeva: ‘Abbiamo visto quale fine abbia fatto il rapporto Goldstone sui crimini di guerra a Gaza: ignorato. E’ per questa ragione che invitiamo tutti e tutte a sostenere e praticare la campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele’. Sul quotidiano il Manifesto, - prosegue IL FOGLIO - del rapporto Goldstone si è detto che si trattava di un testo ‘di eccezionale importanza’. Il paragone veniva facile: ‘Gaza come l’Afghanistan sotto i bombardamenti aerei statunitensi, tanto per intenderci’. Il Manifesto ha parlato di ‘un milione e mezzo di residenti della Striscia trattati come animali, se non peggio’ e i dispacci di Vittorio Arrigoni hanno propalato ‘un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso. Le fabbriche degli angeli in produzione a ciclo continuo’. Anche in televisione imperversò l’umanitarismo ideologico. Per esempio Michele Santoro ad ‘Anno Zero’: ‘Non accetto che questi bambini muoiano e i potenti della terra non fanno niente per fermare questo massacro’. Gli editorialisti di Repubblica furono generosi nel paragonare Gaza all’inferno, visto che non si trovava un termine più emblematico. ‘Gaza, all’inferno senza ritorno’, scriveva Gad Lerner, mentre Bernardo Valli faceva eco sull’’inferno di Gaza’. Sempre su Repubblica Alberto Stabile raccontò di una Gaza dove c’erano solo ‘poveracci’. Il Corriere della sera ha riferito del rapporto Goldstone, e del voto positivo che ricevette dalle Nazioni Unite, con parole dal sapore sarcastico: ‘Venticinque palline bianche impallinano Israele al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Criminale di guerra. E contro l’umanità’. Numerosi i servizi anche dell’Unità: ‘A Gaza compiuti crimini di guerra, l’Onu accusa, Israele si indigna’. L’Unità ha dato voce anche al boicottaggio antisraeliano di Desmond Tutu. Anche l’Espresso ha dedicato una serie di geremiadi a Gaza e Goldstone. Sergio Di Rosa sul sito del settimanale ha attaccato ‘lo stato sionista’ che vuole ‘ottenere ‘l’addomesticamento’ e l’obbedienza dei legittimi proprietari della Terra di Palestina’. Mentre sul Sole 24 Ore il commento più imbarazzante, a parte i report di Ugo Tramballi, è stato di Sergio Luzzatto: ‘Non è morale un esercito che combatte la guerra più asimmetrica della storia […] contro un milione e mezzo di civili (e qualche migliaio di terroristi) rinchiusi a forza in 360 chilometri quadrati. Non è morale un esercito che maramaldeggia da decenni sopra un avversario privo di un singolo aereo o di un singolo tank. Non è morale un esercito che saluta come brillanti vittorie operazioni militari dove si uccide a cento contro uno. Soprattutto, non è morale un esercito che accetta a cuor leggero di annientare i bambini e gli adolescenti’. E oggi che diranno, costoro, - conclude IL FOGLIO - dopo l’abiura di Mr. Goldstone?” (red)

32. Fukushima, acqua radioattiva in mare

Roma - “Adesso – riporta Roberto Giovannini su LA STAMPA - rilasceranno 10 mila tonnellate di acqua contaminata nell’Oceano Pacifico. Un nuovo flop, l’ennesimo nella lunga carrellata di errori tecnici, indecisioni e scelte contraddittorie che hanno contraddistinto l’operato della Tepco (la società che gestiva la centrale di Fukushima 1) e delle autorità di vigilanza nucleare giapponesi dall’11 marzo in poi. La Tepco ha finalmente scoperto la falla che tutti dicevano esserci nella struttura di protezione di cemento esterna del sito, falla di cui negava l’esistenza. Poi ha tentato invano di tapparla con mezzi di fortuna (addirittura un mix di cemento, segatura, polimeri e carta di giornale). Poi ha cercato senza esito dei contenitori dove conservare le tonnellate di acqua a contaminazione relativamente bassa prodotte dal tentativo di raffreddare i reattori ‘innaffiandoli’. Alla fine, ieri, la soluzione più banale: immettere direttamente in mare circa 10 mila tonnellate di acqua a bassa contaminazione (circa 100 volte i livelli massimi consentiti dalla legge). Acqua che si era accumulata giorno dopo giorno nei tunnel e locali di servizio, e che deve essere tolta di mezzo perché lo spazio che occupa serve per acqua ad altissima contaminazione, che si è raccolta nell’edificio delle turbine del reattore numero due. Con un eufemismo, la Tepco e il governo sostengono che l’operazione ‘non comporterà seri rischi per la salute’. Un bel giro di parole che fa capire che certamente – nonostante la dispersione nell’oceano – conseguenze ci saranno per questa mossa che si sarebbe dovuto evitare. Svuotata questa sacca seguiranno altre 1.500 tonnellate di acqua radioattiva, che impedisce il corretto raffreddamento dei reattori cinque e sei. Le procedure per rimettere sotto controllo la centrale di Fukushima 1 e contenere i rilasci di radionuclidi nell’ambiente richiederanno mesi. Il rischio di danni di gravi proporzioni è alto, ammette lo stesso portavoce del governo Yukio Edano. E anni serviranno per smantellare i reattori. Nel frattempo, non si può certo dire che siano state coronate da successo le operazioni per cercare di capire in che modo e per quali vie filtri verso l’oceano l’acqua ad altissima contaminazione (oltre 10.000 volte i valori di legge). Acqua che probabilmente riceve il suo carico di radioisotopi dal cuore del reattore numero due, le cui barre all’interno del vessel protettivo si sono almeno parzialmente fuse per il calore. Ieri hanno provato gettando un colorante in un tunnel, ma allo sbocco del pozzo sul mare (dove c’è la frattura di venti centimetri nello scudo di cemento) non si è visto nulla. Governo e Tepco sembrano di nuovo procedere per tentativi incerti e con progetti a volte strani: nei giorni scorsi si era parlato di riversare l’acqua contaminata in una specie di megagommone galleggiante; poi di ‘chiudere’ lo spazio intorno alla centrale con una cortina alta diversi metri. Ieri invece – prosegue Giovannini su LA STAMPA - la Nisa, l’agenzia nucleare, e la Tepco hanno ipotizzato la costruzione di una o più barriere in mare – tenute da galleggianti in alto e in fondo da pesi - per limitare la diffusione della contaminazione nel fondale. Intanto, un sondaggio del quotidiano Yomiuri mostra un minimo recupero del consenso del premier del partito democratico Naoto Kan, che però viene largamente visto come inadeguato. Due terzi degli intervistati invece raccomandano un governo di unità nazionale per fronteggiare le conseguenze del terremoto e dello tsunami. Tra queste c’è una riduzione critica delle potenzialità di produzione di energia elettrica che secondo Eiji Hirano, già vicegovernatore della Banca del Giappone, potrebbe durare anni, frenando l’economia del Paese. A rischio è anche l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 (-25 per cento entro il 2020): molte centrali nucleari sono state fermate, molte centrali a combustibile fossile sono state riaccese. E si annuncia una marea di cause civili per danni – di contadini, pescatori e sfollati - che oltre ad affossare la Tepco – conclude Giovannini su LA STAMPA - rischiano di appesantire ulteriormente l’indebitamento già elevato del Paese”. (red)

Intercettazioni, il terrore del Pdl

Unicef. Poveri bimbi d’Italia