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Dove c’è guerra, c’è Italia

Abbiamo esportato armamenti per quasi tre miliardi di euro, nel solo 2010. E se l’anno scorso ha mostrato una forte caduta dei nuovi ordinativi, le cose vanno ancora benissimo a causa delle commesse acquisite in precedenza

di Davide Stasi 

è stato recentemente diffuso il “Rapporto della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di armamenti”, documento di grande interesse, specie dopo l’imbarazzo con cui è stata accolta la notizia, velocemente tacitata, secondo cui i libici si stanno vicendevolmente massacrando utilizzando in gran parte armi made in Italy. L’apparente buona notizia è che, a causa della crisi, l’industria bellica sta segnando il passo: per il 2010 il dato segna un netto -41% nei nuovi ordinativi, e nelle conseguenti autorizzazioni governative alle esportazioni, con una perdita nel comparto di circa due miliardi di euro.

Un calo dovuto sicuramente alla congiuntura internazionale, che ha fatto calare sensibilmente le commesse, ma anche «al progressivo esaurimento di alcuni programmi governativi europei di cooperazione». Colpisce l’uso del termine “cooperazione”, laddove generalmente chi coopera, almeno nella percezione comune, usa ogni mezzo tranne che le armi. Ma è evidente che siamo davanti al solito penoso eufemismo per nascondere la realtà: se con “missioni di pace” si intende ormai “invasione” o “atti di guerra”, non può meravigliare che l’Italia promuova la cooperazione internazionale esportando armi.

L’elemento curioso è che l’industria del settore pare marciare comunque a pieno ritmo, in forza delle commesse ottenute in precedenza. Sempre nel 2010, infatti, le consegne di materiale bellico conseguenti a ordinativi vecchi e nuovi, hanno battuto ogni record precedente, attestandosi su un controvalore di 2,8 miliardi di euro. Un incremento quasi del 25% rispetto all’anno precedente, a riprova di un trend decennale particolarmente favorevole. Di cui si giova essenzialmente, in Italia, l’azienda leader del settore, Finmeccanica, con tutte le sue controllate, ma anche altre società, come Microtecnica, Elettronica SpA e Avio.

Tra le altre, due informazioni in particolare suscitano interesse nel documento governativo. La prima è l’individuazione delle aree di vendita dei nostri prodotti bellici. C’è stato un crollo notevole degli ordinativi dagli altri paesi dell’UE e dai paesi appartenenti alla NATO. Dai 2,3 miliardi di euro del 2009 si è scesi a 979 milioni nel 2010. Un dato anche in questo caso controbilanciato dalle consegne, che presentano dati in incremento, anche se non sconvolgenti. Al contrario vanno a gonfie vele i mercati africani e mediorientali, dove le esportazioni di armi italiane sono più che raddoppiate, con un controvalore di 1,4 miliardi di euro. Oggi quelle aree rappresentano da sole, Turchia esclusa (perché compresa nei paesi NATO), il 49% del mercato dell’industria bellica italiana. Il cliente numero uno sono gli Emirati Arabi Uniti, che acquistano da noi un po’ di tutto, dagli aerei alle munizioni. Segue l’Algeria, che acquista generiche “apparecchiature elettroniche”, di cui non è chiara la natura.

Interessante il capitolo Libia: all’ex amico, scaricato giusto due giorni fa dal governo Berlusconi, abbiamo tagliato le forniture di recente. Hai visto mai che un nostro Tornado cada con un missile firmato Italia ficcato nella carlinga. Tuttavia fino al dicembre 2010 al raìs è stato consegnato materiale bellico per poco più di un miliardo di euro, dentro il quale si trova di tutto: mezzi di terra, di mare, munizioni, bombe varie. Tutto il resto del Nordafrica è in cima alla lista dei nostri clienti, e insieme ad esso buona parte del Medio-Oriente più conflittuale, con un totale di esportazioni pari a 79 milioni di euro e consegne per quasi 45 milioni.

La prima conclusione che si può trarre, dunque, è che il mercato delle armi italiano segna sì il passo, ma è abbastanza cinico, e non potrebbe essere diversamente visto il prodotto commercializzato, da inseguire i mercati in cui la domanda è più vivace. Insomma, là dove si ammazza o ci si ammazza, l’Italia c’è, con un’elasticità e un dinamismo imprenditoriale che altri settori se lo sognano.

La seconda fonte d’interesse della relazione governativa attiene all’ambizione dei tanti che vorrebbero poter operare in veste di consumatori, ma in modo etico. Ad esempio scegliendo solo banche che non traggano profitti dal commercio delle armi. Sul tema, la relazione diffonde notte e nebbia. La lista degli istituti bancari che fanno profitto letteralmente sulla pelle altrui è ancora di là da venire, se mai verrà. L’unica cosa certa, a guardare i dati, è che il comparto bancario sta cercando di sfruttare ampiamente anche il business delle armi per rimettersi in sesto: solo nel 2010 ha rastrellato 3 miliardi di euro in attività di esportazione e 95 milioni di euro come compensi per intermediazione.

 

Davide Stasi

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