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Secondo i quotidiani del 07/04/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Ecatombe sulla rotta per l’Italia”. Editoriale di Claudio Magris: “Un dolore senza nome”. Di spalla: “Sulle intercettazioni duello tra procura e legali del premier”. Al centro: “Generali, drammatico consiglio. Geronzi costretto a dimettersi” e “”. In taglio basso: “La famiglia perfetta? Con due figlie” e “La Carfagna propone quote donne nei Comuni”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Generali, la caduta di Geronzi”, con il commento di Massimo Giannini: “Cambio di regime”. A sinistra: “Udienza lampo. Ruby non sarà parte civile”. Editoriali di Giuseppe D’Avanzo: “Costituzione virtuale” e Natalia Aspesi: “Lo show rinviato”. Al centro foto-notizia: “Migranti, apocalisse in mare”. In taglio basso: “La Francia alla prova del burqa fuorilegge” e “Perché nessuno compra le medicine no-logo?”. 

LA STAMPA – In apertura: “Strage al largo di Lampedusa. ‘Sulla barca 300 immigrati’ ” e in taglio alto: “Sfiducia dei soci. Geronzi si dimette dalle Generali”. Editoriale di Ferdinando Camon: “La legge della disperazione”. Di spalla: “Ruby, prima udienza chiusa in 9 minuti. Non sarà parte civile”. In due box al centro: “Il Portogallo: ‘Soldi dall’Ue o sarà il crac’ ” e “Nuovi occhi dalle cellule staminali”. A fondo pagina: “Scilicopia e Scilincolla”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Geronzi lascia la presidenza Generali” e in taglio alto: “Ecco come ‘importare’ il sistema fiscale conveniente” e “Denunciati dai sindaci 15 mila evasori”. Editoriale di Roberto Napoletano: “Il tappo saltato. Il mercato e le risposta da dare”. Di spalla: “Affonda un barcone al largo di Lampedusa. Dispersi 250 immigrati”. In taglio basso: “Passera: l’aumento di Intesa sosterrà il piano di crescita” e “Il Portogallo si arrende: ‘Abbiamo bisogno degli aiuti finanziari Ue’ ”. 

IL MESSAGGERO – In apertura: “Strage in mare, tanti i bambini” e in un box: “Napolitano all’Aquila: ‘Non sarete dimenticati’ ”. Editoriale: “Il dolore che chiede soluzioni”. Al centro: “Generali, Geronzi lascia” e in due box: “Ruby, udienza lampo. Non sarà parte civile” e “Duello sulla prescrizione. Il Csm: è un’amnistia”. In taglio basso: “Muore dopo l’anestesia” e “Spy Story dietro la truffa”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Sveltina giudiziaria” e a sinistra: “Generali, stop all’era Geronzi. Si dimette il banchiere che ha fatto la storia d’Italia”. Editoriale di Nicola Porro: “Questione di soldi ma anche di potere”. Al centro: “Da oggi paghiamo meno tasse sugli affitti” e “Strage di immigrati, annegano in 250. E Malta sta a guardare”. A fondo pagina: “I ‘fratelli bandiera’ e i mille colori degli anti-Cav”. 

LIBERO – In apertura: “Chi annega i clandestini”, con editoriale di Vittorio Feltri. Al centro la foto-notizia: “Così ‘lavorano’ i deputati di Fini”. Di spalla: “Parte il processo mancano le vittime” e “Geronzi si dimette. Fine di un’epoca. A fondo pagina: “I falsi di Repubblica sui diari del Duce” e “Chiamare Santoro costa 250 mila euro”. 

IL TEMPO – In apertura: “Ora la Francia non ride più”. Al centro la foto-notizia: “Della Valle vince e manda a casa Geronzi”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “La guerra segreta d’Israele accelera contro il network Hamas-Iran”. In apertura a destra: “Tra il Cav. e il processo breve ci sono Fini e il processo lungo”. Al centro: “La caduta degli Dei” e “La fossa in mezzo al mare”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Nipote di nessuno”. (red)

2. Scossa Generali, Della Valle: svolta per il Paese

Roma - “La svolta – scrive Federico De Rosa sul CORRIERE DELLA SERA - è arrivata nella notte. Del tutto inattesa, nonostante il pressing di queste ultime settimane lasciasse presagire una scossa al vertice delle Generali. Ma non fino alle dimissioni di Cesare Geronzi. Che sono arrivate ieri mattina, a sorpresa, prima della riunione straordinaria del board convocato a Roma per chiarire proprio quelle questioni che nelle ultime settimane avevano portato a un’escalation dei contrasti tra presidente, management e consiglieri del Leone. Nella notte dieci firme in calce a una lettera hanno segnato il destino del presidente. Erano quelle dei consiglieri che annunciavano la decisione di sfiduciarlo. Il passo indietro è stata quindi una naturale conseguenza. La presa d’atto che il board non solo non avrebbe risolto i contrasti ma si sarebbe trasformato in un redde rationem. Così, poco prima che iniziasse la riunione, il presidente ‘ha ritenuto, dopo pacata riflessione, nel superiore interesse della compagnia, di rassegnare le dimissioni dalla carica ricoperta’ . Poi è andato in consiglio. Al termine una nota della compagnia ha espresso i consueti ringraziamenti ‘per l’opera svolta’ , riconoscendo però a Geronzi anche ‘la particolare sensibilità e l’alto senso di responsabilità dimostrati nel compiere questo gesto che mira a incidere favorevolmente sul clima aziendale’ . In Borsa la notizia ha provocato uno strappo del titolo Generali, arrivato a guadagnare oltre il 4 per cento. Pare che Geronzi non si aspettasse un gesto così clamoroso come la sfiducia. Che è stata costruita sottotraccia, senza lasciare trapelare nulla, al di là della volontà di dare una sterzata alla governance del Leone, di cui Diego Della Valle si è fatto promotore e interprete, trovando via via consensi all’intero del board, incluso quello dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel. Ieri – prosegue De Rosa sul CORRIERE DELLA SERA - il patron del gruppo Tod’s è stato ovviamente soddisfatto per l’esito del lavoro svolto in questi mesi a Trieste per imprimere un cambiamento. Quella di ieri è quindi una giornata storica, una svolta, l’avrebbe definita Della Valle, non solo per le Generali ma per il Paese. Geronzi, che si è dimesso anche dal consiglio dei patti di Pirelli, Rcs MediaGroup e Rcs Quotidiani, manterrà la carica di presidente della Fondazione Assicurazioni Generali. Ieri, al termine del consiglio, nel palazzo romano delle Generali ha ricevuto la visita del sottosegretario all’attuazione del programma, Daniela Santanchè. Certo arrivare alla svolta non è stato semplice e soprattutto il passo indietro del banchiere romano non era scontato. I vicepresidenti Vincent Bolloré e Francesco Gaetano Caltagirone hanno tentato fino all’ultimo una ricomposizione. Ma il tentativo del finanziere bretone di spostare il mirino sul ceo della compagnia, Giovanni Perissinotto, e sui rapporti tra le Generali e il socio Petr Kellner per rispondere alle accuse di Della Valle, ha finito per esasperare ancora di più il clima. Ieri l’oligarca ceco, patron del gruppo Ppf, ha auspicato ‘l’inizio di una nuova fase’ a Trieste ‘in cui la compagnia possa tornare a concentrarsi completamente sul proprio business’ . Alla vigilia del board Bolloré si sarebbe convinto che ulteriori tentativi di difesa di Geronzi non solo non avrebbero trovato sponde ma avrebbero rischiato di aprire un nuovo fronte in Mediobanca, primo socio del Leone, di cui il finanziere è azionista e consigliere. Ieri sono circolate voci che davano anche Bolloré dimissionario, e invece ‘sono ancora vicepresidente’ ha dichiarato all’uscita dal consiglio. Anche Caltagirone, nominato ieri presidente ad interim della compagnia, avrebbe preso atto che non c’era spazio per tentare una ricomposizione. Per la svolta vera e propria, tuttavia, bisognerà attendere qualche giorno. Domani è in programma un consiglio delle Generali che dovrebbe procedere alla cooptazione del nuovo presidente. La carica verrà però attribuita dopo l’assemblea del 30 aprile. Ieri sono circolati diversi nomi, tra cui quello di Alessandro Profumo e del vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, ma secondo alcune voci – conclude De Rosa sul CORRIERE DELLA SERA - la rosa sarebbe ristretta a Gabriele Galateri di Genola, Mario Monti, Domenico Siniscalco e Alberto Quadrio Curzio”.  (red)

3. Geronzi, Della Valle: “Svolta per intero sistema”

Roma - “Alla fine della partita, - scrive Giovanni Pons su LA REPUBBLICA - Diego Della Valle è riuscito ad avere la meglio su almeno uno degli ‘arzilli vecchietti’ stigmatizzati nell’intervista a Repubblica del 29 gennaio scorso, Cesare Geronzi. Su Giovanni Bazoli aveva invece corretto subito il tiro, giudicandolo di ben altra pasta rispetto a colui che ha tirato i fili del potere da un trentennio a questa parte. Tuttavia, fino a ieri mattina erano in pochi pronti a scommettere che il patron della Tod’s sarebbe uscito vincitore da un confronto che fin dall’inizio si preannunciava apocalittico. Al grido di ‘adesso basta’, l’imprenditore di Casette d’Ete che in tv ama parlare dei suoi amici artigiani marchigiani, è partito lancia in resta e negli ultimi due mesi non ha fatto altro che occuparsi di Generali. Continuando a ripetere che non c’è niente di personale in questa sfida: ‘Se fosse così si risolverebbe come fanno due amici al bar’, è la sua frase ricorrente, invece ciò che è avvenuto ‘è il contrario di un accordo di potere, ognuno ha fatto la sua parte, c’era voglia di cambiamento e di respirare aria fresca’, riferiscono i suoi uomini che lo hanno assistito nel bel mezzo della battaglia. E la ‘squadra’, per dirla alla Montezemolo, che Della valle è riuscito a mettere in campo è sicuramente di primo piano. Dietro le quinte ha avuto un peso importante la giravolta di Tremonti, che un anno fa aveva sostenuto il passaggio di Geronzi sullo scranno di Generali mentre ora gli ha voltato le spalle. Ma altrettanto importanti sono stati il sostegno della Fondazione Crt e del suo dominus Fabrizio Palenzona, manager e banchiere cresciuto a dismisura con l’uscita di Alessandro Profumo da Unicredit. E poi i tre consiglieri indipendenti abilmente indirizzati da Domenico Siniscalco, e non da ultimo, fatto forse decisivo, la presa di posizione di Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca che è anche il maggiore azionista di Generali. ‘Potrebbe essere una svolta per tutto il sistema, la gente non deve più aver timore di muoversi nelle ragnatele delle stanze italiane, è un’operazione di portata generale’, sono le parole chiave che hanno contrassegnato la campagna di cui Della Valle è stato l’elemento coagulante. E così, di fronte a tale compattezza, l’uomo che si era vantato di fronte al mondo di non aver bisogno di deleghe ma che gli bastava ‘alzare il telefono’ per comandare dove voleva, è capitolato. ‘Non ci sono miti intoccabili, bisogna finirla con il millantato credito, quando si va avanti tutti insieme nessuno li segue più, neanche la politica’, aveva detto Della Valle ai compagni di cordata in una delle tante riunioni che hanno preceduto il cda di ieri. ‘Siamo tutti arrivati all’età in cui riconosciamo i pitbull, i labrador e i cani da salotto’, rincarava la dose quando serviva per smuovere le coscienze. La società civile, - prosegue Pons su LA REPUBBLICA - quella evocata dal suo amico Montezemolo, molte volte latitante, ora sembra avere qualche freccia in più nell’arco. I manager 40 e 50enni possono prendere più coraggio, gli imprenditori possono avvicinarsi alle banche senza il timore di padrinaggi politici. Della Valle in questa partita ci ha messo la faccia e ora è giusto che raccolga qualche frutto. Sono in molti a pensare che il suo vero obbiettivo sia la Rcs e il Corriere della Sera, un salotto dal quale ora Geronzi è uscito visto che si è dimesso da tutte le cariche comprese quelle in Rcs, Mediobanca e Pirelli. Lui nega, si schermisce, ma è evidente che un pensiero ce lo sta facendo. ‘C’è un patto e non posso comprare per due anni’, aveva detto dopo l’ultima riunione dei soci forti che avevano confermato l’accordo parasociale e confermato la direzione De Bortoli. Se però il patto si sciogliesse, Della Valle sarebbe pronto a comprare: qualcuno dice che abbia già intavolato un discorso con Giuseppe Rotelli, qualcun altro sostiene che anche Mediobanca sarebbe pronta a uscire se però lo fanno tutti. Certo che, come in un domino, fatto saltare il tappo ora si attendono gli effetti a catena. E uno dei primi che potrebbe sopportarne le conseguenze è Marco Tronchetti Provera, vicepresidente di Mediobanca proprio per volere di Geronzi a cui si era legato con un filo doppio negli anni della Telecom e del dopo Telecom. Nella consapevolezza, che per tanto tempo ha sempre prevalso, che cane non mangia cane. Il sistema si teneva, ora forse non si terrà più. A qualcuno, per esempio, non è sfuggita la sottile vendetta di Renato Pagliaro, il presidente di piazzetta Cuccia, delfino di Vincenzo Maranghi, che non ha mai digerito il tradimento di Salvatore Ligresti attirato sull’altra sponda dal Geronzi allora al vertice di Capitalia e dai crediti facili dei banchieri di sistema. Con il supporto fondamentale dell’Unicredit di Palenzona sono state messe sotto tutela le casseforti di Ligresti e i pacchetti strategici in esse contenuti e poi è stata tirato la stoccata finale all’ex banchiere romano trasmigrato in Generali. Ora bisognerà vedere come reagiranno i francesi legati a Vincent Bolloré e che avevano puntato tutte le carte sul sodale Geronzi, prima in Mediobanca e poi in Generali. ‘Bollorè non ha una strategia per l’Italia’, ha detto il grande vecchio Antoine Berhneim nostalgico di Trieste alla tenera età di 86 anni. Il ritorno di fiamma di Groupama su Fonsai, cronaca delle ultime ore, potrebbe essere una prima risposta. Un nuovo attacco a Giovanni Perissinotto, ormai plenipotenziario in Generali, è un passo da non escludere e che forse troverebbe consenzienti altri soci forti del Leone. Ma il vero redde rationem è atteso a fine anno con il rinnovo del patto della stessa Mediobanca. Un manipolo di Fondazioni guidato da Palenzona e qualche imprenditore coraggioso alla Della Valle potrebbero cacciare i francesi seguendo la linea Maginot tracciata da Tremonti. Nel frattempo – conclude Pons su LA REPUBBLICA - i giovani della nouvelle vague italiana dovranno dimostrare sul campo di essere molto diversi dai loro predecessori”. (red)

4. Geronzi: “Lascio. I nuovi? Gioventù anziana”

Roma - Intervista a Cesare Geronzi sul CORRIERE DELLA SERA: “La sconfitta di Cesare Geronzi segna una data storica, diremmo epocale se l’aggettivo non fosse abusato, nelle vicende del malcerto capitalismo di relazioni di questo Paese. Il presidente uscente delle Generali è uomo di grande cortesia e al telefono a tarda sera dissimula tutta la delusione per l’andamento del consiglio che l’ha sfiduciato. Non sembra esserci traccia nel suo umore delle lunghe e drammatiche ore trascorse in quella piazza Venezia, così carica di suggestioni storiche, che nel suo disegno doveva diventare il quartier generale di una multinazionale di sistema. Disegno detestato e osteggiato dal management, da molti consiglieri, e infine dall’azionista Mediobanca e considerato da molti il modo per difendersi, passando da una banca a una assicurazione con requisiti di onorabilità più laschi, da una possibile condanna penale nel caso Cirio (otto anni richiesti). Trieste, la sede storica delle Generali, è lontana, lontanissima. Un altro mondo, forse quello che lui non ha capito. Una compagnia di assicurazioni, che non a caso ebbe tra i suoi dipendenti Franz Kafka, è radicalmente diversa da un istituto di credito, per giunta romano. Geronzi ricorda che le Generali sono state sempre terreno di battaglie aspre per i presidenti di carattere che hanno voluto svolgere il loro ruolo. E, al contrario, un’oasi per quelli di campanello o per vanesi parrain d’Oltralpe. Si riferisce a Cesare Merzagora, che fu anche democristiano presidente del Senato? Sì, ma non c’è bisogno di tornare così indietro, dice. Il caso più vicino è quello dell’inusuale decisione di Banca d’Italia, azionista delle Generali, e del governatore Antonio Fazio, amico per anni dell’ex numero uno di Capitalia, di astenersi nell’assemblea che nel 2001 portò alla sostituzione di Alfonso Desiata con Gianfranco Gutty. ‘Il destino dei presidenti che, come me, hanno cercato di capire le cose’ . Le Generali muovono una massa di investimenti rilevante. Coagulano interessi e, sottolinea, molti, troppi conflitti d’interesse. O interessi contrapposti. Gli scontri fanno parte della storia della più grande compagnia d’assicurazioni italiana ma, aggiunge sempre con quella serenità che sembra non abbandonarlo mai, ‘diciamo che non potevo accettare che scendessero a livelli così beceri. Non ho voluto scrivere una delle più brutte pagine della storia dell’establishment italiano’ . Geronzi ricorda, dando la sensazione di essersi liberato di un peso ormai insopportabile, le decisioni della sua pur breve esperienza di assicuratore. In particolare: il comitato di valutazione degli investimenti e quei momenti, contestati, di controllo della gestione, attuati in seguito alle lettere o alle richieste delle autorità di vigilanza, l’Isvap e la Consob. E alla fine, commenta: la verità è che la compagnia è eterodiretta. L’accusa non è lieve. Tutto finito? ‘No, non è ancora stato scritto il capitolo finale’ . L’ ‘arzillo vecchietto’ , definizione usata in pubblico dal suo rivale, ieri vincitore, Diego Della Valle, non sembra rassegnarsi alla pensione. Non parla dei suoi molti nemici, ex alleati, si limita a dire, con una punta di perfidia, che il nuovo che avanza è formato da una ‘gioventù anziana’ , dalla quale non c’è da aspettarsi granché. Chi vivrà vedrà”. (red)

5. Si prepara il successore, l’ipotesi Galateri

Roma - “La nuova stagione delle Generali – scrive Giuliana Ferraino sul CORRIERE DELLA SERA - comincia subito. Entro domani sera sarà scelto il nuovo presidente al posto del dimissionario Cesare Geronzi, che andrà a guidare la Fondazione del Leone. I consiglieri avrebbero già individuato una rosa di candidati potenziali, tutti al di fuori del board del gruppo assicurativo. Per risolvere la successione è stato convocato un nuovo consiglio di amministrazione domani a Roma, alle 18. Ma il toto nomine già impazza. L’ipotesi più accreditata indica Gabriele Galateri di Genola, attuale presidente (in scadenza) di Telecom Italia e in procinto di traslocare con lo stesso ruolo in Telco, la holding di controllo della compagnia telefonica. Ma Galateri è soprattutto l’ex presidente di Mediobanca, colui che ha riportato la pace dopo lo scontro culminato con l’uscita di Vincenzo Maranghi e ha poi accompagnato la svolta nella governance della banca d’affari. Da presidente di Piazzetta Cuccia, con Alberto Nagel e Renato Pagliaro, entrambi direttori generali, Galateri ha ricoperto anche la carica di vicepresidente del Leone. Tra i candidati circola anche il nome dell’economista Alberto Quadrio Curzio, docente di economia politica delle istituzioni presso la facoltà di scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano. Un’altra possibilità presa in considerazione in queste ore è quella di Mario Monti, ex commissario europeo (prima al Mercato interno, poi all’Antitrust) e attuale preside dell’Università Bocconi. L’attivismo delle ultime settimane ha però fatto guadagnare una candidatura potenziale anche a Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit per conto della Fondazione Crt. La banca di Piazza Cordusio è il primo azionista di Mediobanca, a sua volta socio di riferimento delle Generali. E il Leone è tra l’altro uno degli ultimi investimenti della Fondazione Crt, che ha anche un rappresentante in consiglio (Angelo Miglietta). Non mancano, però, - prosegue Ferraino sul CORRIERE DELLA SERA - altre ipotesi. Come quella che per la presidenza delle Generali suggerisce il nome di Domenico Siniscalco, ex ministro dell’Economia, oggi presidente di Assogestioni e vicepresidente di Morgan Stanley International, dove riveste anche il ruolo di Country Head per l’Italia. Un altro profilo di mercato è anche quello di Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, finito anche lui nel carnet dei candidati possibili, ma forse troppo operativo per un presidente senza deleghe”. (red)

6. Cambio di regime, così è saltato un sistema di potere

Roma - “L’impensabile – osserva Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - è dunque accaduto. Persino in un Paese bloccato come l’Italia. Il ribaltone al vertice delle Generali, senza enfasi, è davvero una ‘svolta epocale’. Un ‘regime exchange’: nel gergo della diplomazia internazionale, non c’è altra formula possibile per definire l’uscita di scena di Cesare Geronzi. Un vero e proprio ‘cambio di regime’. Un ‘cambio di regime’ che rispecchia la metamorfosi in corso negli assetti della finanza. Ma un ‘cambio di regime’ che riflette anche il mutamento in atto negli equilibri della politica. Sul piano politico, la fine del ‘geronzismo’ coincide con il declino del berlusconismo. E non poteva essere altrimenti, vista la perfetta omogeneità e complementarità dei due fenomeni. Se è esistito e resiste un ‘cesarismo’ politico, questo è rappresentato da Berlusconi. Se è esistito e ora si estingue un ‘cesarismo’ finanziario, questo è sempre stato rappresentato da Geronzi. L’uno aveva bisogno dell’altro, per radicarsi e perpetuarsi. E dunque, fatalmente, la caduta dell’uno indebolisce anche l’altro. Lo sancì un editoriale del ‘Foglio’ di due anni fa, quando il Cavaliere aveva da poco trionfato alle elezioni e Geronzi, allora presidente di Mediobanca, veniva consacrato come unico, grande ‘banchiere di sistema’ e ‘snodo fondamentale’, al crocevia tra politica ed economia, del sistema di potere berlusconiano. Lo aveva confermato una cena a casa di Bruno Vespa l’8 luglio 2010, quando il premier (insieme all’inseparabile Gianni Letta, gran sacerdote del rito geronziano) sedeva allo stesso tavolo con lo stesso banchiere di Marino e con il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone. Le dimissioni forzate di Geronzi sono un colpo mortale per quel sistema di potere, cattolico-apostolico-romano, che attraverso l’asse Geronzi-Letta ha blindato il Cavaliere. Facendolo finalmente entrare e poi rafforzandolo nel Salotto Buono del capitalismo italiano. Portandogli in dote un potere d’influenza, diretta o indiretta, sulle banche e le aziende strategiche rimaste nel Paese (da Mediobanca a Generali, da Ligresti a Pirelli, da Telecom a Rcs). Alimentandolo sotto il profilo lobbistico-mediatico (spesso con l’ausilio della ‘macchina del fango’), attraverso la rete collaudata della P4 di Luigi Bisignani e dei siti Internet più o meno ‘amici’ (come Dagospia). Tutto questo, oggi, viene spazzato via. Con il contributo decisivo di Giulio Tremonti, e questa è l’altra enorme novità politica: attraverso Geronzi, il ministro dell’Economia affonda la lama nel cuore del suo ‘carissimo nemico’ Letta. Si crea così una rottura, proprio nell’ingranaggio vitale dell’apparato. Si produce una sconnessione, proprio dentro il circuito di potere che in questi anni ha garantito continuità al sistema. Dalla Cassa di risparmio alla Banca di Roma, dalla Banca di Roma a Capitalia, da Mediobanca alle Generali: nelle sue tante vite, Geronzi ha incarnato il ‘motore immobile’, il punto di equilibrio. Quando c’era la Dc garantiva Andreotti. Quando è nata Forza Italia ha garantito Berlusconi. Sempre all’insegna della contiguità, e della continuità. Ora tutto questo non c’è più. E questo è già un enorme passo avanti, per il piccolo mondo antico del capitalismo italiano. Sul piano della finanza, cioè degli assetti interni ai Poteri Forti e alle Generali, resta da capire come e perché il ribaltone sia stato possibile. E qui è stato fatale l’approccio che Geronzi ha sempre adottato, quando ha preso in mano le redini di un gruppo. Con l’unica ‘delega’ che gli è sempre stata a cuore, cioè il telefono, il banchiere di Marino ha sempre segato il ramo sul quale sedevano i suoi manager. Lo fece con Pellegrino Capaldo, ai tempi della Cassa. Lo fece con Matteo Arpe, ai tempi di Capitalia. Lo fece con Alessandro Profumo, ai tempi di Unicredit. Lo ha fatto con Nagel e Pagliaro, ai tempi di Mediobanca. L’ha fatto con Giovanni Perissinotto, in questo anno vissuto pericolosamente alle Generali. Lo scontro tra Geronzi e Perissinotto, in questi mesi, è stato molto più feroce di quanto non si immagini. È cominciato come un conflitto ‘locale’ (il caso Kellner e l’affare Vtb), ma è diventata ben presto una guerra totale (il ruolo strategico e il futuro della compagnia). Presidente con l’unica delega sulla comunicazione, Geronzi ha cercato in tutti i modi di continuare a controllare le partecipazioni strategiche di Generali (da Mediobanca a Intesa a Rcs) e di far diventare anche il Leone Alato un ‘braccio armato’ della politica economica del governo, ipotizzando di snaturare l’azienda più ricca d’Italia (con attivi per 470 miliardi di euro) in una ‘compagnia di sistema’. Il suo alleato iniziale, in questa battaglia, - prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - è stato il finanziere bretone Vincent Bollorè, vicepresidente, col quale si dice condividesse il progetto segreto di una successiva fusione Generali-Axa. Perissinotto, Ceo group con tutte le deleghe, ha resistito. E alla fine l’ha spuntata, forte del sostegno dei consiglieri d’amministrazione ‘di minoranza’. Diego Della Valle su tutti, protagonista e capofila della lotta più strenua contro Geronzi. Ma poi Lorenzo Pelliccioli, i tre consiglieri espressione dei fondi, e alla fine anche i due consiglieri di Mediobanca e lo stesso Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente vicario. Il momento più drammatico dello scontro è avvenuto il 16 marzo, nel cda in cui Bollorè si è presentato chiedendo di sfiduciare Perissinotto: ‘Il Ceo se ne deve andare, per me il bilancio è falso’. La seduta è stata interrotta tre volte. E per ben tre volte, chiuso in una stanza attigua a quella del consiglio, Bollorè è stato ‘arginato’, e alla fine convinto a ripiegare su un’astensione da Nagel, da Pelliccioli e da Caltagirone. Geronzi ha tentato solo una timida mediazione, ma nulla di più. E quello è stato l’inizio della fine. Il giorno dopo, 17 marzo, Perissinotto ha scritto a Geronzi una lettera di fuoco: ‘Non posso accettare che un vicepresidente dichiari che il bilancio è falso. Questo episodio lede il nome e l’immagine delle Generali. Su questo non transigo, nessuno si può permettere di dubitare dell’onestà mia e dei miei dirigenti’. Già in quella missiva, il manager chiedeva al presidente un atto formale che risolvesse il caso Bollorè: da una presa di distanza pubblica alla richiesta di un passo indietro. Quell’’atto formale’ non è mai arrivato. Il presidente, come Don Abbondio, ha cercato di troncare e sopire. Ma senza mai schierarsi apertamente a fianco del management, perchè non ha mai rinunciato all’idea di una trasformazione genetica delle Generali. Per prendere tempo, il banchiere di Marino ha cercato un ultimo compromesso con il Ceo, nel faccia a faccia del 24 marzo a Piazza Venezia. Un altro confronto-scontro burrascoso. Geronzi ha offerto la tregua: ‘Chiudiamo la polemica, facciamo un comunicato congiunto e lasciamo decantare le cose...’. Perissinotto ha risposto picche. ‘No, è troppo tardi, lei ha destabilizzato la compagnia, ed io non mi fido più. Se vuole fare il capo-azienda lo dica chiaramente in consiglio, ma così non si può andare avanti’. Quella sera stessa, Perissinotto è stato convocato a Via XX Settembre da Tremonti. È stata la mossa che ha cambiato definitivamente il corso della partita. Il superministro dell’Economia ha preso in mano la pratica Generali. Ufficialmente, per ascoltare il resoconto di Perissinotto e formulargli un invito ecumenico: ‘Siate responsabili...’. Ma sostanzialmente, per assestare la spallata finale al Tempio Sacro del potere di Letta. In queste due settimane sono stati frequenti i contatti tra il ministro e Nagel, che dopo qualche incertezza iniziale ha avallato il contrattacco di Perissinotto. In una telefonata del 24 marzo l’ad di Mediobanca avrebbe addirittura caricato il Ceo delle Generali: ‘Spiega a Tremonti che Geronzi è un problema, e che Bollorè è un pericolo...’. La risposta: ‘D’accordo, io lo faccio. Ma perché non lo fai anche tu?’. E Nagel lo ha fatto. In queste due settimane anche Mediobanca ha cambiato strategia. Dall’attesa è passata all’attacco. Alla fine della scorsa settimana, poi, si è mosso Caltagirone. Il vicepresidente vicario si era mantenuto su una posizione mediana. Fortemente irritato dalle manovre di Geronzi: ‘Stavolta ha veramente esagerato’. Ma anche perplesso su certe sfuriate di Della Valle: ‘Se lui è il ‘nuovo’, non andiamo lontano’. E anche su alcune scelte di Perissinotto: ‘Abbiamo saputo del nuovo assetto della governance in Telecom solo a cose fatte, e questa è un’anomalia...’. Ma alla fine il costruttore romano si è convinto che così le Generali non potevano reggere. E ha dato via libera a Nagel. Così si è chiuso il ciclo di Geronzi. Con uno strappo che cambia radicalmente il panorama del potere italiano. Ma le prossime mosse saranno cruciali. Dalla scelta del nuovo presidente di Generali agli assetti di Mediobanca, dal ruolo di Unicredit su Fonsai-Ligresti alla difesa delle aziende strategiche come Parmalat o Edison. Il ‘sacrificio’ di Geronzi non sarà stato inutile solo se consentirà al sistema industrial-finanziario di diventare più moderno, alle strutture proprietarie di diventare più aperte al mercato e ai manager di diventare più autonomi dalla politica. La ‘rupture’ delle Generali – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - segna la fine del vecchio capitalismo. Ma il nuovo è ancora tutto da costruire”. (red)

7. La svolta del capitalismo italiano e i nuovi equilibri

Roma - “Non è finita a tarallucci e vino, - osserva Massimo Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - ma con un incasso di 20 milioni. In proporzione, i 12 mesi di presidenza non esecutiva di Generali hanno reso a Cesare Geronzi il triplo dei 15 anni di Alessandro Profumo in Unicredit. Ma gli amministratori di Generali, che lavorano con i capitali di un azionariato diffuso, avranno considerato il costo di ulteriori tensioni tra il presidente e il top management. Geronzi conclude un’avventura ventennale, di cui vale la pena ricordare l’esordio e il culmine. L’esordio risale ai primi Anni 90 quando, auspice il governatore Carlo Azeglio Ciampi, Geronzi porta Cariroma ad acquisire dall’Iri il Santo Spirito e il Banco di Roma. Ecco il cireneo che porta la croce per la stabilità degli intermediari, fine ultimo della Banca d’Italia. Ma quelle croci fanno del ragioniere di Marino l’ecumenico banchiere dei partiti e dei giornali. Il rendiconto del dare e l’avere in materia è ignoto. Certo è che Geronzi, matrice democristiana, conquista il Psi con l’acquisizione delle due banche Iri; poi Silvio Berlusconi, sistemando Mediolanum; infine l’ex Pci dalemiano e il ‘manifesto’, ristrutturandone i debiti. Sui giornali si affaccia con la concessionaria di pubblicità Mmp, in società con la Stet di Ernesto Pascale, per sostenere testate di partito, religiose e d’informazione. Capitalia prende anche quote in Class Editori e Rcs MediaGroup mentre il rapporto con L’Espresso è garantito fino alla sua scomparsa da Vittorio Ripa di Meana, legale suo e di Carlo De Benedetti. Più tardi, quando Profumo e Renato Pagliaro, ora presidente di Mediobanca, manifesteranno riserve sulla presenza delle banche nei media, Geronzi ribadirà il suo favore. E si rivelerà talvolta meno pronto all’accordo con Palazzo Chigi di alcuni industriali. Il momento dello splendore, a dispetto dei conti, il banchiere lo raggiunge nel 2003 quando, con l’aiuto di Profumo e di un altro governatore, Antonio Fazio, riesce a defenestrare Vincenzo Maranghi in Mediobanca. Il delfino di Enrico Cuccia, pago della liquidazione di legge e delle ferie arretrate, caccia chi l’aveva offeso proponendogli una ricca buona uscita. Ma è proprio da quel successo che inizia la sotterranea erosione delle basi materiali del suo potere. In Capitalia cresce la stella di Matteo Arpe: anno dopo anno, Arpe gli toglie il potere di fare credito attraverso dirigenti proni. Fuori, nel 2005, si consuma la rottura con Fazio: ironia della storia, Geronzi si trova dalla stessa parte di Diego Della Valle, il suo grande accusatore di oggi, contro l’Unipol che vuol scalare Bnl e contro Ricucci che rastrella azioni Rcs, peraltro senza speranze secondo Guido Rossi. La nomina a governatore di Mario Draghi non migliora le cose. Le sospensioni provvisorie dagli incarichi, dovute ai guai giudiziari, e la cessione di Capitalia a Unicredit per tagliare la strada ad Arpe completano il processo. Le presidenze di Mediobanca e poi di Generali – prosegue Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - alimenteranno la leggenda dell’uomo che con il telefono dirige l’alta finanza, ma Cuccia— che era Cuccia— ricordava come l’influenza di Mediobanca derivasse metà dai consigli, metà dai denari. A Milano e Trieste Geronzi non ha mai avuto le chiavi della cassa. In questi ultimi anni, la sua forza è stata soprattutto il rapporto con Giovanni Bazoli. Al presidente di Intesa Sanpaolo ha offerto una sponda con la Banca d’Italia di Fazio e con i governi del centrodestra ricevendone in cambio un’altra per non rimanere schiacciato dai suoi storici rapporti con il mondo berlusconiano. Ma non si può costruire l’equilibrio del sistema senza riuscire a garantire nelle società di provenienza. Tanto più che Geronzi era salito al Nord proponendosi come il pacificatore di Milano. Bazoli ha costruito la prima banca italiana senza recidere il legame con il mondo cattolico del Nord oggi rappresentato dalle fondazioni. Ha assorbito la laica Comit. Il fatto che questa avesse problemi e, in precedenza, avesse cercato di prendersi la Cariplo non gli evitò l’irritazione di piazzetta Cuccia. Ma quando, anni fa, ebbe la possibilità di comprare le azioni Mediobanca dei francesi, allora pari al 25 per cento, lasciò perdere. Geronzi, invece, ha preteso di comandare in due aziende, Mediobanca e Generali, che poco hanno in comune con la sua cultura e il suo stile. E questo, alla fine l’ha perduto. Un uomo con una tale biografia non lascia eredi. Ma pone due domande. La prima: senza Geronzi, potrà sopravvivere il geronzismo? La risposta è no. C’è, è vero, Fabrizio Palenzona. Ma l’uomo ha un’altra storia, iniziata con una piccola impresa di autotrasporto e la sinistra sociale democristiana del Nord e poi proseguita fino alle relazioni con Gianni Letta e con Giulio Tremonti, restando tuttavia nel centrosinistra. La finanza l’ha imparata da Maranghi, principe della banca privata. Gode della fiducia della Fondazione Crt, pur essendone fuori da anni, perché Unicredit è merito di Profumo, ma anche suo e di Paolo Biasi, il presidente della fondazione Cariverona. La cartina di tornasole delle novità potrebbe essere Rcs Mediagroup, che il vicepresidente di Unicredit si augura diventi una public company con i giusti statuti a protezione dell’indipendenza del ‘Corriere’o vada a un editore puro: una posizione in contrasto con Della Valle, il grande accusatore di Geronzi che in Rcs vorrebbe crescere. La seconda domanda è: che cosa cambia in Generali e Mediobanca? La risposta è: parecchio. A lanciare l’offensiva pubblica contro Geronzi è stato il signor Tod’s. Ma la base materiale della svolta risale alla caduta di Profumo, che riporta Unicredit nei giochi finanziari. Il primo passo pesante è stato il salvataggio del gruppo Ligresti, da sempre legato a Geronzi e potenzialmente alleato di Bolloré e Groupama, soci rilevanti di Mediobanca. Ora in piazzetta Cuccia si preparano a ridefinire i rapporti con i soci francesi. Se ci sarà accordo sul prezzo, qualche imprenditore italiano potrà comprare. In ogni caso, in Mediobanca già sono presenti le fondazioni bancarie, che potrebbero garantire l’appoggio esterno a un patto di sindacato anche meno largo dell’attuale in cambio di una più proporzionata presenza in consiglio. Giovanni Perissinotto e Alberto Nagel possono tentare di costruire una rete di azionisti dipendenti dalla compagnia e dalla banca o per i denari ricevuti o per un buon affare procurato. Ma sarebbe un ritorno al passato quando l’asse Mediobanca-Generali aveva il monopolio della finanza italiana. Il mondo è cambiato. E i due capi azienda parlano di sviluppo e di modernità. Certo è che, - conclude Mucchetti sul CORRIERE DELLA SERA - senza più il ‘corpo estraneo’ Geronzi, cade anche ogni possibile alibi se le performance non saranno all’altezza”. (red)

8. Berlusconi sorpreso Tremonti soddisfatto

Roma - “‘In generale? Che succede in generale? Ah, intendete Generali! Prego, la parola a lei dottor Mussari...’ Quando Giulio Tremonti – scrive Alessandro Barbera su LA STAMPA - si trova faccia a faccia con la fatidica domanda, Cesare Geronzi è già ex da qualche ora. La storia talvolta è scritta da strane coincidenze: nel giorno del grande ribaltone nella finanza italiana il ministro dell’Economia convoca al Tesoro una riunione con Abi e Fondazioni bancarie. All’ordine del giorno c’è un tema delicato, i necessari aumenti di capitale conseguenti l’introduzione delle regole di Basilea III. Ci sono Giuseppe Mussari, il presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. L’incontro, a porte chiuse, dura un paio d’ore. Inutile, durante la conferenza stampa, tentare di cavargli un giudizio su quanto accaduto a due chilometri di distanza nella sede romana delle Generali. ‘La borsa è aperta, non posso dire nulla’. Tutto sembra Tremonti tranne che dispiaciuto. Dissimulare, dissimulare e ancora dissimulare. Per il ministro dell’Economia ogni commento potrebbe essere interpretato male. Nei giorni in cui c’è chi lo addita come il protagonista di una nuova stagione della politica nelle banche, dire la sua su Cesare Geronzi equivarrebbe ad ammettere la regìa di una grande partita di potere. Una regìa che in effetti, stando alle ricostruzioni, non c’è stata. E però la partita Tremonti l’ha seguita da vicino, e quando nei contatti informali è stata l’ora di dire la sua per far pendere la bilancia in un senso - a sfavore di Geronzi - l’ha fatto eccome. Giampiero Cantoni, presidente della Fiera di Milano, senatore Pdl e vecchio amico di Geronzi la spiega così: ‘Non c’è dubbio che questa sia stata una resa dei conti personale consumata anzitutto all’interno delle Generali. La politica è arrivata dopo’. Eppure, nonostante i mal di pancia del management, proprio la sua vocazione come banchiere ‘di sistema’, un anno fa, era stata la ragione dell’ascesa di Geronzi. Ed era stato proprio il ministro dell’Economia, con il suo inevitabile peso specifico, a risultare fra i grandi sponsor dell’operazione. Secondo alcuni la fine del rapporto fra Tremonti e Geronzi sarebbe anzitutto di natura personale: negli ultimi mesi il ministro non avrebbe apprezzato le prese di posizione del banchiere a favore del premier nei momenti di tensione con quest’ultimo. I fatti però bastano a spiegare l’accaduto: gli insanabili conflitti di Geronzi prima con i due amministratori delegati - Perissinotto e Balbinot - quindi con la maggioranza degli azionisti. E così, - prosegue Barbera su LA STAMPA - quando è arrivato il momento del redde rationem, una decina di giorni fa, Tremonti ha deciso di non spendere alcuna parola a favore del presidente. Le forti tensioni fra Italia e Francia - sul caso Parmalat e non solo - hanno giocato un peso decisivo: attorno a Geronzi si era saldato un asse che, agli occhi del ministro, era troppo spostato a favore degli interessi dei soci transalpini e di Vincent Bolloré. Da Palazzo Chigi, almeno per il momento, risuona un rumoroso silenzio. Perché se quello di Geronzi con Tremonti è stato un legame durato alcune stagioni successive alle dimissioni di Antonio Fazio (legatissimo a Geronzi), il sodalizio con Silvio Berlusconi viene da lontano. Proprio il premier, stando a quanto raccontano i suoi, sarebbe rimasto ‘molto sorpreso’ dall’esito del consiglio delle Generali. Né lui, né la figlia Marina, consigliere del socio forte del Leone - Mediobanca - avrebbero avuto sentore di ciò che stava per accadere con il voto decisivo dei due consiglieri della banca d’affari, per di più nel giorno in cui a Milano si apriva il processo a carico di Berlusconi. Un esponente del Pdl che chiede di non essere citato sospira: ‘Temo sia distratto da altre questioni e non si sia accorto della portata di quanto stava accadendo...’. Quale che sia la verità, - conclude Barbera su LA STAMPA - la scelta del successore di Geronzi sarà il primo banco di prova dei nuovi equilibri”. (red)

9. La caduta degli Dei

Roma - “E’ solo l’inizio. Le dimissioni di Cesare Geronzi dalla presidenza delle Assicurazioni Generali – scrive Stefano Cingolani su IL FOGLIO - innescano una reazione a catena che può ridisegnare la mappa del potere finanziario. La Borsa festeggia facendo salire il titolo del tre per cento, e pregusta nuovi succulenti bocconi. S’aggiudica il primo round Diego Della Valle, che ha scosso l’albero. E consuma la propria rivincita Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca. Vincent Bolloré resta vicepresidente nella compagnia triestina, ma nelle stanze di via Filodrammatici (oggi Piazzetta Cuccia), si giocherà il match decisivo con gli azionisti francesi: a giugno scade il consiglio e a novembre il patto di sindacato. Nel frattempo, è prevedibile una ricaduta in Rcs, la casa editrice proprietaria del Corriere della Sera dalle cui colonne i duellanti si sono lanciati frecce avvelenate. Ne esce ridimensionato il sistema relazionale romano del quale Geronzi è stato il primo motore immobile. Ma bisogna seguire con attenzione le mosse di Francesco Gaetano Caltagirone, presidente ad interim. Sarà lui a gestire l’assemblea di Generali a fine mese e c’è già chi si chiede perché non possa fare il presidente a tutti gli effetti. Circolano altri papabili, tra i quali Alessandro Profumo, sostenuto da Della Valle. Il banchiere genovese, però, non è amato in Mediobanca, anche perché insieme con Geronzi ha dato la prima spallata all’eredità di Cuccia, facendo saltare Vincenzo Maranghi. La svolta è maturata nella serata di martedì. Alle una e trenta di notte era pronta una lettera per chiedere le dimissioni di Geronzi, firmata da dieci consiglieri: Della Valle, Petr Kellner (il magnate ceco favorito dall’accordo segreto con la compagnia, secondo le accuse di Bolloré), i rappresentanti dei fondi (Paola Sapienza, Cesare Calari e Carlo Carraro), soci inquieti come Lorenzo Pellicioli (De Agostini), Angelo Miglietta (segretario della Fondazione Caritorino dalla quale proviene anche Fabrizio Palenzona), il manager tedesco Reinfried Pohl (che amministra le Generali Vienna). A essi si sono aggiunti i due esponenti di Mediobanca, Nagel e il direttore generale Francesco Saverio Vinci. All’oscuro della congiura, Bolloré, Caltagirone, Paolo Scaroni e Alessandro Pedersoli. Il primo perché bersaglio principale, gli altri perché in questi due mesi hanno preferito tenersi fuori dalla diatriba. Quando Geronzi ha saputo che contro di lui c’erano anche Nagel e Vinci, suoi azionisti di riferimento, ha deciso di dimettersi. Il cda, convocato per le 10, è slittato al pomeriggio. E si è concluso con le consuete espressioni di ‘rammarico’. L’ex presidente resta alla guida dell’annessa fondazione. Si chiude così un duello aperto a febbraio dalla sferzata di Della Valle contro ‘gli arzilli vecchietti’ che comandano il sistema bancario, Giovanni Bazoli e Geronzi (poi si corregge spiegando che in realtà ce l’ha solo con Geronzi). Alle Generali chiede di disfarsi del tre per cento in Rcs, investimento non strategico. E comincia l’attacco a come viene gestito il rapporto con l’informazione. Finisce nel mirino un’intervista al Financial Times nella quale il presidente delinea scelte della compagnia diverse dalle linee strategiche illustrate dall’amministratore delegato Giovanni Perissinotto. Per esempio, - prosegue Cingolani su IL FOGLIO - ricapitalizzare le banche in difficoltà, investimenti nel Ponte sullo Stretto di Messina o altre operazioni ‘sistemiche’. Fanno sentire il loro dissenso alcuni azionisti rilevanti come Pellicioli e Leonardo Del Vecchio, il patron di Luxottica. A questo punto, scende in campo Bolloré, vicepresidente e fedele alleato di Geronzi dal momento in cui ha favorito la sua elezione, voltando le spalle al proprio mentore Antoine Bernheim. Il finanziere bretone denuncia la joint venture ceca con Kellner, l’ingresso nella banca russa Vtb e investimenti immobiliari a Parigi. A suo parere, alcune di queste scelte mettono in discussione il bilancio stesso, e lui non lo vota. Del Vecchio si dimette, irritato dal clima e soprattutto dalle operazioni in Russia e Francia. Della Valle chiede a Geronzi di sconfessare Bolloré. Perissinotto minaccia di ricorrere alla Consob. Il presidente prende tempo. Intanto, alcuni azionisti chiedono un cda straordinario sulla governance. Sono gli stessi che poi firmano la lettera contro Geronzi. Ma a far pendere davvero la bilancia è Mediobanca. Una svolta dell’ultimo momento o una decisione preparata anche grazie a Della Valle? Quando venne nominato il 24 aprile 2010, il Foglio definì il banchiere romano ‘un traghettatore’. In realtà, non conosceva il battello sul quale era salito. Le Generali sono una industria, producono e vendono polizze. Soprattutto, fanno parte di un mondo che gli è estraneo. L’idea di portare il baricentro dalla Mitteleuropa a Roma non poteva non suscitare rigetto. Si è cominciato a mettere in discussione l’appannaggio pari a 3,3 milioni annui. Meno di Bernheim, il quale pretendeva anche l’appartamento a Venezia. Ma lui faceva parte della haute finance, del bridge, degli abiti con il panciotto e l’orologio d’oro. Universo dal quale ‘il ragioniere di Marino’ (come lo chiamano gli avversari) è rimasto fuori, nonostante la rete di cui si è dotato negli ultimi vent’anni e l’origine illustre in bankitalia. Gli ha nuociuto la tendenza a ridimensionare il management. Ci ha provato in Capitalia con Matteo Arpe, nei due anni a Mediobanca con Nagel e in Generali con Perissinotto. Guai a fargli notare che era un presidente senza deleghe. ‘Mi basta un telefono’, rispondeva. Non è bastato agli azionisti. E la politica? Il coup de théâtre alle Generali ha sorpreso Silvio Berlusconi che a Geronzi deve un sostegno finanziario importante nel 1993, quando Fininvest era in difficoltà (la Banca di Roma guidò l’ingresso in Borsa di Mediaset). E non piace nemmeno a Gianni Letta il quale ha sempre mantenuto un rapporto stretto con quel milieu del quale Geronzi è stato il perno. Quanto a Giulio Tremonti, un anno fa ha favorito il passaggio da Mediobanca a Generali. Ma in questi mesi di lotta continua, seguiva con preoccupazione l’instabilità al vertice dell’unica multinazionale finanziaria italiana. Inoltre, Tremonti ha un buon rapporto personale con Perissinotto. Fermando indirettamente la scalata a Fondiaria del gruppo Ligresti, il ministro dell’Economia ha fatto saltare i piani di Bolloré e del suo alleato Groupama. La stessa campagna antifrancese ha fiaccato il principale sostegno di Geronzi. Non è stato il ministro a far precipitare lo show-down, ma è chiaro che il ruolo sistemico rivendicato dal banchiere romano, passa in altre mani: il rinato triangolo Mediobanca-Unicredit-Intesa (nel quale si dà un gran da fare Fabrizio Palenzona), le fondazioni bancarie guidate da Giuseppe Guzzetti, la Cassa depositi e prestiti, quel che ruota attorno al tesoro. E Della Valle? Non c’è un côté politico dietro la sua offensiva? Soprattutto adesso che Luca Cordero di Montezemolo, suo socio e amico di vecchia data, è tentato di scendere in campo? Certo, - conclude Cingolani su IL FOGLIO - il calzaturiere marchigiano s’è mosso con lo stesso vento della ‘borghesia produttiva’ che spira nelle vele montezemoliane. Ma ce n’est qu’un début”. (red)

10. Questione di soldi ma anche di potere

Roma - “Quando un pezzo grosso della finanza come Cesare Geronzi, dopo solo un anno, - osserva Nicola Porro su IL GIORNALE - viene estromesso dal suo prestigioso incarico, si apre subito la ricerca del retroscena. Si disegnano scenari di battaglie in corso, di nuovi assetti di potere, di equilibri in via di formazione. Quelle rare volte in cui un potente molla, si ha l’urgenza di capire come e chi riempirà il vuoto. Non saremo certo qui a sostenere che il siluramento del presidente delle Generali non provochi conseguenze. Ma nell’orgia di insinuazioni si perde di vista cosa è successo. Il consiglio di amministrazione delle Generali ha di fatto sconfessato il suo presidente per ragioni piuttosto mondane. Geronzi avrebbe commesso, secondo il consiglio, degli errori nella gestione della propria funzione. Vi è inoltre una questione più complessa e che attiene alla rete di tutele della grande finanza italiana, venuta meno da tempo. Partiamo dalla gestione delle Generali. Si tratta della più importante realtà finanziaria italiana. È controllata da Mediobanca, che con il 14 per cento delle azioni da sempre ne determina le scelte. Il leone di Trieste è sonnacchioso per sua natura e la sua riservatezza, ereditata dal modus operandi di Enrico Cuccia, è proverbiale. Generali, fino a quando Cuccia e il suo delfino Vincenzo Maranghi comandavano in via Filodrammatici, si poteva considerare (si perdoni la semplificazione) eterodiretta. Con il tempo e con il mercato, questo cordone ombelicale si è sfilacciato. Ma resta. In poco meno di un anno, a Geronzi sono stati addebitati due peccati mortali. Il primo: non aver saputo tenere a bada il consiglio di amministrazione. I suoi componenti hanno litigato a colpi di interviste sui giornali di mezzo mondo; il vicepresidente del gruppo si è addirittura astenuto dal votare il bilancio. Si è passati dai silenzi di Cuccia alla rissa condominiale. Il secondo peccato mortale che gli viene attribuito è quello di aver cercato un nuovo fronte di azionisti alternativi a Mediobanca. Il giovane e brillante amministratore delegato, Alberto Nagel, che ha avuto Geronzi, fino all’anno scorso, presidente della sua banca, ha gli ultimi indugi solo quando ha capito che Geronzi avrebbe cercato di giocare su più tavoli, di creare una pattuglia di azionisti che lo sostenessero alternativa a quella di Mediobanca. Con l’uscita di Geronzi i problemi del consiglio di amministrazione non si placano. Tutt’altro. Al suo interno, ieri, si è trovata una maggioranza che per motivi diversi è stata concorde nel mettere in discussione il presidente. Nei prossimi mesi si dovranno ricucire i rapporti, ridefinire i ruoli. Diego Della Valle, il consigliere indipendente che per primo aveva posto la questione del ruolo di Geronzi, - prosegue Porro su IL GIORNALE - può certamente oggi dire di aver dato l’innesco a tutta l’operazione. Ma c’è da scommettere che una parte dei consiglieri che ieri lo hanno seguito su Geronzi, domani potrebbero stare da un’altra parte. Un consigliere confessa al Giornale: ‘Della Valle è un ottimo imprenditore, ma un pessimo consigliere’. Insomma, se questo è il clima, ne vedremo ancora delle belle. A ciò si somma il ruolo dell’amministratore delegato, Perissinotto. Per dirla con uno dei membri del cda: ‘Di fatto ora è sotto osservazione’. Non conviene a nessuno decapitare i vertici della prima società finanziaria italiana. Ma una parte del consiglio è piuttosto allergica a molte delle ultime mosse fatte proprio dall’amministratore. Da oggi in avanti avrà tutte le carte per giocarsi la partita da solo. Ma, come si dice, la sua poltrona scotta. Tutto ciò avrà una conseguenza anche in Mediobanca. E’ difficile pensare che la frattura che si è avuta con la componente francese (Bolloré è stato sempre a fianco di Geronzi) non si riverberi anche nella banca di piazzetta Cuccia. Qui i francesi fanno parte di un patto di sindacato con il loro 10 per cento. Fonti vicine al governo fanno capire che un nuovo fronte con Parigi non si dovrà aprire. Insomma, l’ipotesi che taluni accarezzavano e cioè quella di compensare lo smacco dei francesi in Mediobanca con un loro maggiore ruolo nelle assicurazioni in cerca di socio forte dell’ingegner Ligresti è fuori discussione. Per farla breve, Bolloré e company se volessero sbarcare in Fondiaria Sai la dovranno pagare e a caro prezzo. D’altronde Unicredit non ha alcuna intenzione di mollare l’osso senza recuperare integralmente i circa 600 milioni che ha versato da quelle parti. Ricapitolando. In Generali è stato spazzato via quell’asse francesi-Geronzi che ha governato un buon pezzo del salotto buono del capitalismo italiano dall’uscita di Maranghi in poi. E già da oggi in Mediobanca si sta cercando un nuovo accordo con i soci francesi, ma da una posizione di forza. Dicevamo, però, che è anche venuta meno quella rete di tutela della grande finanza che per anni ha rappresentato una costante in Italia. Non si può ovviamente dire che il governo sia stato all’oscuro di tutto ciò che avveniva a Trieste (per la verità i consigli Geronzi si ostinava a farli a Roma). Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sembra oggi molto interessato all’evolversi del capitalismo italiano. È suo il tocco decisivo per le nomine nelle expartecipazioni statali. È suo l’impulso alla battaglia contro i francesi in Parmalat ed Edison. Come fu anche sua la benedizione, un anno fa, per il passaggio di Geronzi da Mediobanca a Generali. Ma oggi i rapporti tra politica e finanza non sono certo quelli della prima era Geronzi. Alla politica resta un forte potere interdittivo, ma certo non la scelta diretta dei board, stile Cicr. Geronzi non ha avuto alcuna sponda governativa nella sua battaglia di resistenza alle Generali. E in molti leggeranno la sua uscita come un colpo basso al potere berlusconiano. Sicuramente perde peso il banchiere più vicino al cavaliere, uno dei pochi che gli ha dato credito, mentre il resto del mondo (compresa Mediobanca) chiudeva le porte. Ma il berlusconismo è sempre stato alieno a questo mondo, che lo ha sempre tenuto ai margini. Il suo deciso di rompere potere non si è mai fondato nell’establishment economico. È forse per questo che le partite Generali, Mediobanca, e prima Telecom, lo hanno visto distratto e talvolta assente. Oggi Tremonti si è messo al centro della scena economica finanziaria. Gli strumenti che ha a disposizione, grazie al cielo, non sono più quelli di Andreotti. Può accompagnare le scelte dei privati, può cercare di condizionarle con quel metodo relazionale che è stato subito ribattezzato Aspen, ma le leve oggi più di ieri sono nelle mani di chi per comandare tira fuori i quattrini. Sarà un caso – conclude Porro su IL GIORNALE - ma i due attori principali di questa vicenda restano due ricchi imprenditori. Della Valle, che non ha un titolo Generali, ma che ha poco da perdere in questa vicenda e Francesco Caltagirone che con il suo abile silenzio e con i suoi quattrini investiti a Trieste ha determinato (e determinerà nelle prossime settimane) gli assetti all’interno del Leone triestino”. (red)

11. La ressa per gli aiuti, “caduti a grappoli”

Roma - “Se lo ricorderanno come il naufragio dei dannati – riporta Felice Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - che per non morire s’aggrappavano a chi sapeva nuotare, a chi s’agitava per raggiungere un salvagente o una cima e, invece, veniva tirato giù a fondo da braccia che a tenaglia afferravano lembi di camicia, scarpe, jeans. Una lotta per sopravvivere. Una lotta di cui restano graffi e tumefazioni sui corpi di chi è riuscito a riemergere, lasciando tra i flutti corpi gonfi d’acqua. La sopravvivenza affidata ad uno strappo, pur se sganciarsi equivaleva a decidere il destino di chi affogava. Una lotta vinta dai giovani e dai forti, persa da quasi 250 migranti in totale, da almeno cinquanta donne e da dieci, forse venti bambini, tutti inghiottiti dalle onde di un mare forza 6. Un bilancio amaro per chi da due motovedette della Capitaneria di porto giunte a 39 miglia a Sud di Lampedusa ha assistito impotente allo scempio dell’ennesimo barcone in balia di un Mediterraneo diventato una tomba. Una carretta da 13 metri appena, stipata in ogni angolo da 300 somali, eritrei, nigeriani, cittadini del Bangladesh, della Costa d’Avorio, del Ciad e del Sudan ammassati l’uno all’altro. Tutti terrorizzati dall’avaria al motore dopo due notti di navigazione. Sgomenti per l’acqua imbarcata via via, per la rotta perduta dopo la partenza dalla Libia e per l’assenza di aiuti dopo l’allarme scattato con un telefonino satellitare. Un Sos rimbalzato su Malta e sottovalutato per troppe ore. Finché da Lampedusa non sono salpate le CP 301 e 302, come chiamano le motovedette giunte sul ‘bersaglio’ un quarto d’ora dopo le 4, quando le loro luci hanno riacceso la speranza di quel carico umano a lungo ignorato. Il panico del possibile naufragio, l’euforia alla vista dei soccorritori, l’errore di spingersi alzandosi in piedi, la calca per guadagnare un centimetro sono tutti elementi che debbono aver pesato per squilibrare la barca. Ma come dirà un combattente del Movimento di liberazione del Sudan, Abdoul Karim, un omone di 46 anni, anche lui in fuga da guerre e miserie, ‘il danno maggiore deve averlo fatto il capitano di questo barcone’ . Un libico che adesso si cerca e non si trova fra i sopravvissuti. ‘Un trafficante che ha spento il motore per non farsi riconoscere dagli equipaggi delle motovedette’ . Una manovra errata – prosegue Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - perché la carretta che già imbarcava acqua si è ritrovata ad ondeggiare schiaffeggiata dai flutti, senza alcun governo, oscillando come un’altalena impazzita, in 300 spinti prima sulla fiancata destra affondata giù e, un attimo dopo, ribaltati verso sinistra. Così Domenico Sorrenti e Maurizio Scozzari ai comandi della ‘301’ hanno visto letteralmente volare centinaia di persone in acqua: ‘A grappoli, uomini, donne e bambini...’ . Un inferno. ‘Nooo. Calma. Seduti’ , urlavano ancora invano Pietro Alaimo e Roberto Boatta dalla ‘302’ . Grida perdute in un’alba mai nata per chi annaspava disperato, trascinato dal mare furioso, sparendo giù per riemergere pochi minuti dopo senza vita, il corpo bocconi. Come è accaduto con tanti bambini. Anche con il bebè di Ebbi, un libico, papà a 19 anni, distrutto perché non ce l’ha fatta a salvare il suo fagotto stretto prima fra le mani, poi con un braccio per poter nuotare, nell’impossibilità di fargli tenere il capo su, l’acqua inghiottita, vinto dallo schiaffo di un’onda più forte. Pena e tragedia di un evento sottovalutato da un apparato pomposamente chiamato ‘Rescue Coordination Centre’ , senza che nessuno si sia allarmato in tempo per una barca che al massimo avrebbe potuto portare 40 persone a bordo. Fino a qualche settimana fa sarebbe bastato per fare attivare immediatamente una catena di allarme internazionale, seppure Malta sia stata sempre restia a intervenire perfino nelle sue acque. Ma deve essere accaduto qualcosa nella catena di comando, se l’asticella dell’umanità nei parametri delle camere di regia, - conclude Cavallaro sul CORRIERE DELLA SERA - nei protocolli civili e militari sembra di colpo essersi abbassata”. (red)

12. Un dolore senza nome

Roma - “Nella parabola evangelica degli operai della vigna – osserva Claudio Magris sul CORRIERE DELLA SERA - quelli che hanno lavorato soltanto un’ora, l’ultima della giornata, ricevono lo stesso salario di quelli ingaggiati all’alba, che hanno lavorato tutto il giorno. Ma, se avevano atteso oziosi tutto il giorno, è perché nessuno prima li aveva chiamati; perché fino a quel momento non avevano avuto, a differenza degli altri, alcuna opportunità. L’inaccettabile disuguaglianza di partenza tra gli uomini, che destina alcuni ad una vita miserabile e impedisce ogni selezione di merito, va dunque corretta, anche con misure apparentemente parziali e disegualitarie, come fa il padrone della vigna. Il mondo intero è un turpe, equivoco teatro di disuguaglianze; non di inevitabili e positive diversità di qualità, tendenze, capacità, doti, risorse, ruoli sociali, bensì di punti di partenza, di opportunità. È un’offesa all’individuo, a tanti singoli individui, che diviene un dramma anche per l’efficienza di una società. I profughi che arrivano alle nostre coste e alle nostre isole appartengono a questi esclusi a priori, a questi corridori nella corsa della vita condannati a partire quando gli altri sono quasi già arrivati e quindi perdenti già prima della gara. A parte il caso specifico dell’emergenza di queste settimane, con tutte le sue variabili— l’improvvisa crisi nordafricana, la confusione e mistificazione di pietà, ragioni umanitarie, interessi economici e politica di potenza, la lacerazione e l’impotenza o meglio quasi l’inesistenza di un’Europa con una sua politica — quello che è successo e succede a Lampedusa non è solo un grave momento, ma anche un’involontaria prova generale di eventi e situazioni destinati a ripetersi nelle più varie occasioni e parti del mondo, di migrazioni inevitabili e impossibili, che potranno aprire un abisso fra umanità, sentimenti umani e doveri morali da una parte e possibilità concrete dall’altra. Il numero dei dannati della terra, giustamente desiderosi di vivere con un minimo di dignità, è tale da poter un giorno diventare insostenibile e rendere materialmente impossibile ciò che è moralmente doveroso ovvero la loro accoglienza. In Italia certo ancora si strepita troppo facilmente, dinanzi a una situazione peraltro ancora sostenibile e meno drammatica di altre sinora affrontate in altri Paesi. Ma quello che è avvenuto a Lampedusa – prosegue Magris sul CORRIERE DELLA SERA - è un simbolico segnale di una possibilità drammatica ben più grande; se a Milano o a Firenze arrivasse di colpo un numero proporzionalmente altrettanto ingente di fuggiaschi, le reazioni sarebbero — sgradevolmente ma comprensibilmente — ben più aspre. Quello che è successo a Lampedusa dimostra, con la violenza e l’ambiguità di una parabola evangelica, la necessità e l’impossibilità di una autentica fraternità umana universale, il dovere e il non potere accogliere tutti coloro che chiedono aiuto. Proprio per questo, proprio perché la situazione è così grave e implica contraddizioni forse insanabili per la civiltà, quel di più di ottuso rifiuto razzista, di calcolato e manovrato allarmismo, di livida chiusura è inaccettabile. C’è un elemento quasi simbolico e in realtà terribilmente concreto che esemplifica questa tragedia e richiama la parabola evangelica interpretata in questo senso da un saggio di Giovanni Bazoli. Barconi sono affondati nel Mediterraneo, persone sono annegate senza che di esse si conosca il nome. Questi operai non hanno avuto la chiamata e nemmeno il salvagente dell’ultima ora; sono stati cancellati dal mare come se non fossero mai esistiti, sepolti senza un nome. Di molti, nessuno forse saprà nemmeno che sono morti; ad essi è stato tolto anche il minimo di una dignità, il nome, segno di un unico e irripetibile individuo. La cancellazione del nome è un oltraggio supremo, di cui la storia umana è crudelmente prodiga. Livio Sirovich, in un suo libro, racconta ad esempio di un bambino ebreo nato in un lager di sterminio e ucciso prima di ricevere un nome. Meno tragico ma altrettanto umiliante è quanto racconta il maresciallo Chu Teh, lo stratega cinese della Lunga Marcia, quando nelle sue memorie dice che sua madre contadina non aveva un nome, come non lo avevano le galline del pollaio, a differenza degli animali che amiamo e cui rivolgiamo affetti e cure. Nella cerchia allargata della mia famiglia acquisita c’è, in passato, una bambina illegittima, causa dell’ostracismo destinato a quell’epoca a sua madre nubile, morta piccola; ho cercato invano, a distanza di tanti decenni, di ritrovare il suo nome e sento come una vergogna non esservi riuscito. Il mare è un enorme cimitero di ignoti, come gli schiavi senza nome periti nella tratta dei neri e gettati nelle acque dalle navi negriere. Oggi — nonostante le gravi difficoltà, fra l’altro messe ingiustamente soprattutto sulle spalle dell’Italia— si può e quindi si deve fare ancora molto per accogliere quelli che il Vangelo chiama gli ultimi e che è difficile immaginare possano veramente un giorno diventare i primi, come il Vangelo annuncia. Talvolta – conclude Magris sul CORRIERE DELLA SERA - sono vilmente contento che la mia età mi possa forse preservare dal vedere un eventuale giorno in cui non fosse materialmente possibile accogliere chi fugge da una vita intollerabile”. (red)

13. Immigrati accolti in tutte le Regioni

Roma - “Era stato un lungo pomeriggio – scrive Flavia Amabile su LA STAMPA - alla ricerca dell’equa distribuzione degli immigrati tra le regioni italiane. L’emergenza non è ancora alla fine, aveva avvertito Berlusconi durante la riunione della cabina di regia del governo con le Regioni: ‘Con la firma dell’accordo, la Tunisia ha accettato di controllare le coste e cercare di bloccare le partenze dei migranti, ma hanno bisogno di mezzi e di un po’ di tempo’. Poi in tarda serata l’accordo è stato raggiunto a Palazzo Chigi, dopo un lungo lavoro di limatura. Prevede: piccoli insediamenti di immigrati distribuiti in tutta Italia, no alle tendopoli, coinvolgimento in prima battuta della Protezione Civile, insieme alle Regioni e agli enti locali, concessione dell’articolo 20, ovvero del permesso temporaneo di soggiorno (sul quale oggi il governo dovrebbe emanare il decreto relativo). Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, annuncia: ‘Andremo tutti insieme, governo, regioni, province e comuni, a presentare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano questo accordo’. I permessi temporanei saranno possibili solo a chi non ha precedenti penali anche se non sarà semplice il controllo di questo requisito. Il modello tendopoli è al tramonto: chi è arrivato in queste settimane dal nord Africa verrà aggregato in gruppi non particolarmente numerosi e in strutture recintate e coperte come le caserme. Le Regioni dove già si sono creati i primi insediamenti hanno chiarito di aver già dato a sufficienza, ora tocca gli altri. E la Protezione Civile avrà a disposizione dei fondi per affrontare l’emergenza. Il ministero della Difesa ha confermato la disponibilità a fornire siti per l’accoglienza. Oggi al Consiglio dei ministri dovrebbe arrivare il Decreto del presidente del Consiglio, annunciato martedì a Tunisi da Maroni, per far partire l’operazione-permessi. Il ministro dell’ Interno Roberto Maroni chiederà al consiglio Ue dei ministri degli Interni, in programma per l’11 aprile, l’applicazione della direttiva 55 del 2001 (quella sulla protezione temporanea) anche per i tunisini già arrivati in Italia, come annuncia durante la riunione. L’orientamento dell’Unione Europea al momento, però, - prosegue Amabile su LA STAMPA - è di escludere dal provvedimento i tunisini arrivati in Italia, limitandolo ai migranti dei Paesi subsahariani fuggiti dalla Libia e che non possono rientrare nei loro Paesi d’origine a causa di motivi politici e umanitari. Soddisfatto Sergio Chiamparino, presidente dell’Anci: ‘E’ stata accolta la norma dell’art. 20 per concedere permessi temporanei - spiega -. Abbiamo chiesto che vi sia da un lato l’attivazione della procedura europea e l’impegno a una gestione dell’accoglienza che coinvolga tutte le regioni in modo equilibrato. Inoltre che ci sia un finanziamento attraverso un Fondo nazionale della Protezione civile’. Incontro positivo anche secondo Roberto Cota, che conferma che ‘non sono previste tendopoli, né ampliamenti del Cie né altri insediamenti sul territorio della nostra Regione’. Perplessa la Lombardia di fronte ai permessi temporanei e alle barriere che potrebbero essere create da altre nazioni confinanti come la Francia. ‘La gestione non sarà certamente cosa facile. Bisognerà conciliare la nostra situazione con quella di altri Stati europei’, avverte l’assessore alla Protezione civile della Lombardia Romano La Russa. Vito De Filippo, presidente della Basilicata, ieri ha espresso i suoi timori durante l’incontro chiedendo condivisione ‘ribaltando quella sorta di militarizzazione che c`è stata fino ad oggi’. De Filippo ricorda anche che ‘la Basilicata con i 530 ospiti della tendopoli di Palazzo San Gervasio è già al suo livello massimo di ospitalità di migranti’. ‘Credo prevalga il buonsenso - riassume il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, perché si può ‘capovolgere un modello. Non più, quindi, un modello militare che tende a concentrare gli immigrati ma un modello di gestione dell’emergenza che coinvolge in primo luogo la Protezione civile d’intesa con gli enti locali’”. (red)

14. Ecco il piano Roma-Tunisi sui rimpatri

Roma - “Due giorni di tempo per consegnare ‘28 fuoristrada giapponesi e 14 motori Caterpillar per motovedette’ . Dieci giorni – scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - per inviare ‘20 postazioni Pc fisse con tastiera in arabo, 20 postazioni Pc analogici fissi, 20 metal detector portatili destinati alla circolazione transfrontaliera’ . Sono le condizioni immediate poste dalle autorità tunisine all’Italia e contenute nel ‘processo verbale’ firmato due giorni fa dai ministri dell’Interno Roberto Maroni e Habib Hessid. È il testo in cinque punti che sarà illustrato questa mattina in Parlamento. Tra pagine dattiloscritte che confermano come l’intesa rappresenti in realtà una base di trattativa che adesso deve avere seguito con impegni concreti su riammissioni e pattugliamenti. Non a caso Maroni ha chiesto al premier Silvio Berlusconi di insistere con il capo del governo tunisino Beji Caid Essebsi per la consegna della lista con le modalità per i primi rimpatri. Ma — prevedendo nuovi sbarchi — ha anche proposto la nomina di un nuovo commissario per l’emergenza che si occupi di tutta Italia. E ha proposto il capo della Protezione civile Franco Gabrielli che potrebbe essere nominato dal prossimo Consiglio dei ministri. Le procedure di rimpatrio La parte più spinosa dell’intesa, soprattutto quella più difficile da realizzare, riguarda la riammissione di chi approderà a Lampedusa. Nel testo si specifica come ‘per coloro che arriveranno dopo la firma del presente "Processo verbale", la verifica della cittadinanza tunisina sarà realizzata nel luogo di arrivo in Italia, sulla base di procedure semplificate, alla fine delle quali sarà rilasciato un lasciapassare consolare’ e ciò esclude che si possa procedere con i respingimenti. Viene poi stabilito che ‘la riammissione dovrà, in ogni circostanza realizzarsi alla presenza dell’autorità consolare tunisina e nel rispetto dei diritti dell’uomo e della dignità umana’ . I controlli di coste e mare Secondo l’articolo 1 dovrà essere rafforzata ‘la cooperazione tra le forze di sicurezza dei due Paesi al fine di prevenire l’attraversamento illegale delle frontiere, la lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani e di proteggere e salvaguardare le vite umane in mare con i drammi che ne derivano’ . Ulteriori dettagli – prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - si rintracciano all’articolo 4 dove si spiega come ‘l’Italia e la Tunisia si adoperano a rafforzare maggiormente la sorveglianza, l’intervento e il soccorso in mare nello spirito dell’accordo italo-tunisino relativo alla lotta alla criminalità firmato il 13 dicembre 2003 e delle convenzioni internazionali cui aderiscono entrambi i Paesi’ . Nel testo vengono citati gli accordi di Montego Bay del 1982, di Amburgo del 1979 e di Palermo del 2000 che riguardano la responsabilità degli Stati sul controllo dei mari. Allo stesso punto si precisa poi come ‘Italia e Tunisia procederanno alla designazione reciproca di punti di contatto per scambiare in tempo reale ogni utile informazione operativa su persone e organizzazioni implicate nel traffico di migranti e nella tratta di esseri umani’ . Dunque nessun pattugliamento congiunto come invece prevedeva il Trattato di Amicizia firmato con la Libia: ognuno dei due Stati provvederà ad effettuare i controlli nelle proprie acque territoriali. La formazione del personale Il nostro Paese dovrà comunque contribuire all’addestramento delle forze di polizia. Per questo ‘nel quadro del rafforzamento delle capacità tunisine nel campo operativo legato al contrasto dell’emigrazione clandestina, l’Italia si propone di procedere alla creazione di un centro di formazione professionale nautico, per il quale la Tunisia assicurerà la messa a disposizione di un locale che ne accoglierà la sede. Tale rafforzamento consisterà nella fornitura di mezzi e attrezzature didattiche. Il sostegno italiano potrà riguardare aspetti tecnici e di formazione’ . Durante la sua visita di lunedì scorso Berlusconi aveva confermato l’impegno a concedere 75 milioni di euro per aiuti economici per le piccole e medie imprese locali, - conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - 35 milioni di euro per la costruzione del sistema radar di monitoraggio delle coste, 100 milioni per sostenere l’economia locale”. (red)

15. Francia critica su Schengen: per le emergenze non va

Roma - “Se la crisi finanziaria ha fatto vacillare l’euro, l’immigrazione tunisina a Lampedusa rischia ora di far traballare un altro bastione dell’integrazione europea, - scrive Stefano Montefiori sul CORRIERE DELLA SERA - il trattato di Schengen firmato nell’ormai lontano 1985. Il ministro dell’Interno Claude Guéant, impegnato a difendere la Francia dall’arrivo degli immigrati tunisini sbarcati in Italia, per la prima volta mette in discussione l’accordo: ‘Le norme di Schengen non sono completamente adatte a una situazione di emergenza’ , ha dichiarato, a proposito dell’afflusso di clandestini a Lampedusa, nell’intervista al Figaro Magazine che uscirà domani. Per giorni la Francia ha risposto duramente alle accuse della Commissione europea, assicurando che i controlli a tappeto alla frontiera con l’Italia sono perfettamente conformi a Schengen. Ma lo spirito del trattato — ossia la sparizione anche fisica delle frontiere tra i Paesi membri— è ormai abbandonato, superato dai fatti. E Parigi sembra cominciare a prenderne atto. La riflessione sui limiti di Schengen sarà al cuore del consiglio europeo ‘giustizia e affari interni’ di lunedì in Lussemburgo; arriva dopo che la Francia è stata criticata da Bruxelles per i respingimenti alla frontiera di Ventimiglia, e dopo che l’Italia ha annunciato il rilascio di 20 mila permessi temporanei (della durata di sei mesi) ai tunisini che sono già sbarcati in Italia. Una misura che potrebbe permettere loro di entrare in qualsiasi Paese d’Europa, quindi nella loro meta d’elezione, la Francia. Il governo di Parigi giudica questi permessi temporanei come un escamotage di Roma per disfarsi di almeno una parte degli immigrati irregolari: Guéant e il ministro Roberto Maroni ne parleranno domani a Roma, nell’ambito del vertice dei Paesi mediterranei dell’Unione europea, prima che la questione venga affrontata anche dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente Nicolas Sarkozy nel summit italo-francese del 26 aprile, sempre a Roma. Intanto, secondo il Post. fr, il gabinetto del ministro Guéant starebbe già lavorando a una risposta concreta: ‘Abbiamo gli strumenti per contrastare questa misura e faremo ricorso a tutti i mezzi necessari’ . I permessi temporanei ai tunisini rischiano di rilanciare una tensione tra Francia e Italia, su diversi dossier, che negli ultimi giorni era stata smorzata dalle dichiarazioni distensive del premier François Fillon — ‘Sull’immigrazione l’Italia ha ragione’ — e dall’intervento del ministero degli Esteri francese, che ha ricordato la stretta collaborazione tra i due governi e spiegato perché ‘l’Italia non deve sentirsi un alleato di serie B’ . L’emergenza dei clandestini – prosegue Montefiori sul CORRIERE DELLA SERA - arriva proprio nel momento in cui il neo-ministro Guéant (all’Interno dal 27 febbraio) è impegnato in uno sforzo senza precedenti per ridurre l’immigrazione in Francia, e non solo quella illegale: ‘Vogliamo ridurre anche il flusso degli immigrati in regola’ , ha annunciato al Figaro Magazine, abbassando il numero di chi viene per lavoro (20 mila all’anno), per ricongiungimento familiare (15 mila) e in base al diritto di asilo (10 mila). Quanto agli immigrati irregolari, Guéant vanta i successi del governo: ‘Prima del 2001 la Francia riconduceva nel Paese di origine 8 o 9000 persone l’anno, oggi siamo a circa 30 mila. L’obiettivo per il 2011 è fissato a 28 mila clandestini ricondotti alla frontiera, ma francamente spero che faremo di più’. In questo clima, - conclude Montefiori sul CORRIERE DELLA SERA - che i tunisini sbarcati a Lampedusa possano entrare in Francia sventolando un permesso temporaneo rilasciato dall’Italia non appare una buona idea”. (red)

16. Caso Ruby, parte il processo mancano le vittime

Roma - “Allora, cerchiamo di ricapitolare: ieri – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - si è aperto il processo in cui Berlusconi è accusato di concussione e induzione alla prostituzione di una diciassettenne. Nella storia patria non si era mai sentito di un presidente del Consiglio messo sul banco degli imputati con simili accuse, ma credo che non ci siano paragoni neppure in altri Paesi dell’Europa occidentale. Questa però non è la sola singolarità del procedimento inaugurato al primo piano del tribunale di Milano. A occhio il processo Ruby è anche l’unico in cui c’è un imputato accusato di delitti contro la pubblica amministrazione e contro una minorenne, ma non ci sono le persone offese. Già, perché questa è la vera novità emersa in apertura del dibattimento. La giovane marocchina che secondo i magistrati sarebbe stata indotta a prostituirsi non ha inteso costituirsi parte civile, ritenendo di non aver ricevuto alcun danno dal comportamento del Cavaliere. Stesso atteggiamento da parte di Giorgia Lafrate, la funzionaria della Questura che per i pm avrebbe subìto la concussione, la quale non solo ha sempre negato di essere stata concussa, ma ha anche sostenuto di aver preso la decisione di rilasciare Karima El Marough in accordo con la giudice di turno quella notte presso il tribunale dei minori. Insomma, ieri è cominciato il primo processo in cui c’è un imputato ma non si sono costituite le sue vittime e questo fa già capire che aria tiri dalle parti di Palazzo di giustizia e soprattutto quale sia la posta in gioco. La minorenne dice di non aver fatto sesso con il premier? Non importa. La poliziotta sostiene che non fu costretta a scarcerare Karima, ma scelse fra una delle possibilità offerte dalla prassi? E chissenefrega. Il giudizio va avanti comunque. Nonostante sia stato dimostrato che a Milano nell’ultimo anno oltre cinquanta ragazzi siano stati rilasciati senza essere affidati a una comunità di recupero. E nonostante la richiesta di informazioni su persone fermate non sia un’eccezione del Cavaliere, ma un’abitudine che si perde nella notte della prima Repubblica. Tutti quelli che se ne intendono sono convinti che in un caso simile la concussione non sta né in cielo né in terra ma solo nella testa di alcuni pubblici ministeri. Perfino alcuni esponenti dell’opposizione lo sanno. Deputati del Partito democratico o di Futuro e libertà, pur detestando il Cavaliere, in privato ammettono che il reato ipotizzato dalla Procura di Milano e usato per trattenere il processo nel capoluogo lombardo è in realtà una bufala, la quale non avrà alcuna tenuta successivamente. Ciò nonostante – prosegue Belpietro su LIBERO - nessuno di loro si è tirato indietro l’altro ieri quando si è trattato di sollevare il conflitto di attribuzioni e dunque hanno votato compatti contro la proposta della maggioranza di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, chiudendo gli occhi e voltando il capo su quel che sta succedendo. I più agguerriti antiberlusconiani invece restano sordi di fronte a qualsiasi dubbio. Per loro vale il principio che Berlusconi non poteva non sapere che quella ragazza ospitata alle feste di Arcore fosse minorenne. Così come non poteva non sapere che Karima non fosse la nipote di Mubarak. ‘Se davvero si fosse fatto gabbare da una ragazzina arrivata dal Marocco, vorrebbe dire che siamo di fronte a una persona incapace di intendere e volere’. ‘Un presidente del Consiglio che si fa raggirare da una minorenne, non può stare al suo posto: va curato’, è stato il lapidario giudizio del responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando, l’altra sera a Porta a porta. Certo, se sarà dimostrato che il Cavaliere si è bevuto la balla di Karima, chiedendo al faraone d’Egitto se quella ragazzina era proprio sua nipote, Berlusconi non farà una bella figura. Mi domando però che figura abbia fatto Massimo D’Alema negli anni in cui era a capo del governo, quando, fidandosi di un parlamentare di Rifondazione, si bevve la favola di Ocalan, il capo del Partito comunista curdo. A Baffino fecero credere che il sanguinario boss del Pkk era un eroe perseguitato dai turchi, bisognoso di asilo politico e di cure. Come si sa, Ocalan fu accolto con tutti gli onori e ospitato in una villa alla periferia di Roma per alcune settimane. Giusto il tempo che scoppiasse un incidente diplomatico con la Turchia e si scoprisse di quali stragi si fosse macchiato il movimento presieduto dal simpatico tagliagole, organizzazione per altro già segnalata sulla lista nera americana dei gruppi integralisti. Dall’episodio sono passati anni e quasi nessuno si ricorda più di Ocalan e della faciloneria con cui D’Alema cascò nella trappola. Anche a distanza di oltre un decennio, io comunque penso che l’ingenuità del Cavaliere abbia fatto meno danni di quella di cui fu vittima il primo - e speriamo l’ultimo - presidente del Consiglio post comunista. Il quale, a sua insaputa, - conclude Belpietro su LIBERO - non accolse con tutti gli onori una prostituta, vera o presunta, ma un terrorista. Vero, non presunto”. (red)

17. Tedesco: “Sono un perseguitato, ora capisco Berlusconi”

Roma - Intervista di Fabrizio Roncone al senatore Alberto Tedesco sul CORRIERE DELLA SERA: “È andata male. ‘Uff!... Bah!...’ . È andata male, senatore Tedesco. ‘Senta, la sa una cosa? Io sono capacissimo di andare in Aula e chiedere al mio partito, che è il Pd, di essere arrestato! Capito? Sono io che glielo chiedo! Capitooo! Perché io sono un perseguitato dai giudici, ecco cosa sono...’ . Un perseguitato... ‘E certo! Ora capisco Berlusconi!...’ . Il suo partito, il Pd, nella Giunta per le immunità, non l’ha difesa. ‘Dovrei stupirmi? Sa, intanto il mio partito, in questo preciso momento politico, invischiato com’è nella partita giudiziaria con il Cavaliere, non è in condizioni di mettersi contro la magistratura... E poi...’ . E poi? Continui. ‘Beh, io lo conoscevo il ragionamento del mio collega senatore Felice Casson, non casualmente ex pm di Venezia... Io lo sapevo cosa pensava. Lui diceva: poiché non c’è persecuzione, nei confronti di Tedesco, devono essere i magistrati di Bari a decidere. Un ragionamento che fila, ma che a me pare, come dire? un tantino troppo formale... o no?’ . Formale? ‘Sì, formale. Vede, io escludo che il Pdl possa avermi difeso politicamente, non fosse altro perché io ero e resto un uomo di sinistra. Però credo che il Pdl abbia fatto un ragionamento semplice e onesto’ . Quale? ‘Beh, intanto, a parte tre casi, nessuno è davvero mai stato arrestato in Parlamento, e quindi creare un precedente non dovrebbe convenire a nessuno...’ . Un precedente? Che non dovrebbe convenire? ‘Senta, è chiaro che se si facesse un’eccezione, poi se ne potrebbe tener conto in futuro... non so se mi sono spiegato...’ . Sì, è stato chiaro. Prosegua. ‘Allora, in sintesi: il Pdl sostiene che la persecuzione nei miei confronti non c’è stata, mentre i reati per i quali veniva chiesto il mio arresto non sono poi così gravi...’ . Lei, come assessore alla Sanità della Regione Puglia, è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta e falso. ‘Guardi, io sono innocente. La mia è una vicenda kafkiana’ . È kafkiano essere accusato di aver favorito le aziende farmaceutiche dei suoi figli? ‘Mi ascolti: erano due le indagini che mi riguardavano. Una, dov’ero coinvolto con il presidente Vendola, s’è conclusa con l’archiviazione; l’altra con la richiesta di custodia cautelare. I fatti sono gli stessi, ma i pm hanno dato due valutazioni diverse... Non è persecuzione questa?’ . È curioso: il Pd non la difende, sebbene — secondo alcuni — candidò Paolo De Castro a Strasburgo proprio per consentirle di prendere il suo posto, qui al Senato, con relativa immunità. ‘È una menzogna! Rimasi oltre un anno senza immunità, e nessun pm si sognò di venirmi ad ammanettare!’. (Il senatore Alberto Tedesco è nato a Bari 62 anni fa)”.  (red)

18. Sulle intercettazioni duello tra procura e legali premier

Roma - “‘Alcune conversazioni dell’agosto-ottobre 2010, in cui l’onorevole Berlusconi (all’epoca non ancora indagato) risulta come interlocutore’ di tre ragazze sotto intercettazione, sono state ‘non per errore’ , ma volutamente ‘riportate dalla Procura di Milano in trascrizioni parziali, per essere utilizzate a suo tempo in richieste di proroga delle intercettazioni indirizzate al gip’: è questa – scrivono Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - la tesi, che subito scatena la reazione del Pdl, con la quale ieri il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati — 24 ore dopo l’iniziale ‘no comment, stiamo ricostruendo, comunque ciò che è inutilizzabile verrà distrutto’ — prospetta la ragione per la quale, diversamente dalle molte altre intercettazioni indirette del premier sempre omissate con la dicitura ‘conversazione con parlamentare/inutilizzabile’ , le sbobinature di 4 telefonate del parlamentare compaiono nei brogliacci depositati l’ 11 marzo ai legali del presidente del Consiglio. Da un lato Bruti Liberati, nel rivendicare come ‘tutta l’attività della Procura sia stata condotta nel più rigoroso rispetto dei limiti previsti dalla legge Boato e dalla normativa del codice relativa alle intercettazioni telefoniche’ , conferma che le ‘trascrizioni parziali’ delle conversazioni di Berlusconi, ad esempio con Nicole Minetti, ‘come atto rigorosamente dovuto a garanzia della difesa’ sono depositate dall’ 11 marzo nel processo a Berlusconi; ‘non sono identificate tra le fonti di prova’ ; e ‘non ne sarà chiesta alla Camera l’autorizzazione all’utilizzo ‘ . Dall’altro lato, però, Bruti Liberati conferma anche che a tutt’oggi queste ‘trascrizioni parziali’ di Berlusconi sul telefono intercettato di Minetti sono depositate solo lì, solo nel fascicolo stralcio del processo a Berlusconi; e invece non sono anche depositate dai pm nei documenti che, sempre come atto rigorosamente dovuto a garanzia della difesa, la titolare di quel telefono intercettato e dunque la diretta interessata (cioè Minetti) ha ricevuto dai pm a metà marzo alla conclusione delle indagini del procedimento principale in cui è coindagata di Fede e Mora. I tre – proseguono Ferrarella e Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - hanno avuto dai pm il deposito finale degli atti, ma queste telefonate non ci sono né lì né in una recente integrazione di atti depositata dai pm. Sul punto, Bruti Liberati abbozza il richiamo a un ‘ritardato deposito’ in questo tipo di procedura. Il fatto che (nonostante il deposito di fine inchiesta) le trascrizioni di Berlusconi non siano nelle carte consegnate dai pm a Minetti-Fede-Mora, però, pare conciliarsi poco con il loro futuribile utilizzo a carico proprio dei tre, non escluso ieri in via teorica da Bruti con il ricorso tre volte a espressioni probabilistiche: ‘valuteremo se’ , ‘forse’ , ‘la Procura potrà’ usarle ‘direttamente nel procedimento a carico di Minetti, Fede e Mora a norma della legge Boato’ , che consente (anche senza autorizzazione del Parlamento) di usare solo contro l’indagato o contro terzi l’intercettazione casuale con un parlamentare. Pm e legali del premier si rimpallano, infine, i sospetti sull’origine della pubblicazione sul Corriere della Sera delle intercettazioni su cui era ‘venuto meno il segreto d’indagine a seguito del deposito’ . Era stato fatto ‘alla sola difesa’ , suggerisce Bruti Liberati. ‘Le intercettazioni erano in possesso non solo della difesa ma principalmente della stessa Procura’ , ribattono Ghedini e Longo: ‘Anziché occupare il tempo con comunicati stampa, indaghi (o forse meglio sarebbe lo facesse un’altra Procura) per verificare chi ha consegnato ai giornali quelle intercettazioni’ sulle quali il vicecapogruppo pdl al Senato, Gaetano Quagliariello, ritiene che ‘i pm rischiano il boomerang’ . ‘Da Bruti Liberati ci aspettavamo un sussulto di coerenza e almeno delle scuse, se non l’apertura di un’inchiesta sulla divulgazione delle telefonate’ , commenta il pdl Luigi Vitali, mentre dall’Udc – concludono Ferrarella e Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - un componente della giunta per le autorizzazioni della Camera, Pierluigi Mantini, rincara: ‘Occorre aprire un’indagine, l’uso a qualunque fine delle intercettazioni indirette dell’onorevole Berlusconi è illegittimo in assenza dell’autorizzazione’”. (red)

19. Costituzione virtuale

Roma - “Le parole – osserva Giuseppe D’Avanzo su LA REPUBBLICA - ingannano soltanto quando – e se – glielo consentiamo. Le parole che si odono in queste ore in un Parlamento imbarbarito, ingaglioffito, in qualche caso analfabeta, disegnano un mondo che non c’è e che soltanto Berlusconi e i suoi dignitari pretendono che sia reale. Ad ascoltare i campioni della libertà che discutono di giustizia, di leggi, di diritti si può credere che sia già in vigore una nuova disciplina costituzionale, non si sa quando discussa e da chi approvata. È un regime che immagina di aver già cancellato l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati e incluso il potere giudiziario nel bouquet dei quattro poteri nelle mani di Berlusconi (esecutivo, legislativo, economico, mediatico). È un sistema politico virtuale che ha insediato procureurs impériaux che stanno al ministro di Giustizia come i prefetti al ministro dell’Interno. Avevamo inteso che Berlusconi avesse l’ancien régime nel sangue, ma non ci eravamo accorti che fossero già legittime le lettere grazie a cui alcune teste possono liberarsi delle giurisdizioni usuali per ricorrere a una corte sovrana (si chiamavano ‘Committimus’) o che fossero già conformi alla legge le lettres de cachet, gli ordini reali che recludono o liberano in via diretta. Ascoltiamo le parole di un dignitario del Sultano. Denis Verdini è il coordinatore del partito delle libertà: ‘I magistrati devono fermarsi ora, rispettare il Parlamento e aspettare il verdetto della Consulta. (Nel ‘processo Ruby’) non possono assumersi la responsabilità di andare avanti comunque. Se lo facessero sarebbe un atto di sfida politica alla Camere’. Nel mondo, ordinato da una Costituzione che non c’è, nella ‘iustitia secundum Berlusconem’, è il Parlamento che decide della giurisdizione, non più i giudici. Le platee bevono. Sono litanie che scavano nelle teste più docili e purtroppo anche nelle meno accomodanti. In queste fantasie deformi si scopre che la procura di Milano è abitata da avventurosi picchiatelli (o consapevoli farabutti) perché – si legge e si ascolta in televisione – i pubblici ministeri non distruggono le intercettazioni di Silvio Berlusconi, come dovrebbero. Perché conservano le memorie acustiche; peggio, in qualche caso trascrivono addirittura le parole dell’Augusto. Si conclude (e ci sia un’anima buona che controargomenti da qualche parte): quei pubblici ministeri ignorano che le parole del presidente del Consiglio, come di ogni altro parlamentare, non possono essere utilizzate e vanno considerate come mai dette, mai raccolte, mai ascoltate, mai esistite e quindi distrutte. È davvero così? Davvero quando incappano nella voce di un parlamentare – e ancora di più nel presidente del Consiglio – i pubblici ministeri devono diventare sordi? È questo l’obbligo che la legge prescrive ai procuratori? Accade che si scateni un putiferio perché l’Espresso e il Corriere della sera pubblicano alcune intercettazioni di Berlusconi. I più servili parlano di ‘reato’: sono pagati dal Sultano, è il loro mestiere chiedere l’arresto di chi infastidisce il Padrone con un’indagine penale. Non sorprende che al coro si unisca qualche anima fioca sempre in cerca di alibi per non prendere posizione. Stupisce che qualche addetto di lungo corso, che pure la legge conosce, soffi contro la procura di Milano parole come ‘errore’, ‘negligenza’ insinuando – lieve – anche la colpa senza dolo o magari il dolo tout court, l’intenzione di sputtanare in pubblico il premier. Troppo tardi il procuratore di Milano decide di fare chiarezza. L’affare, nel suo racconto, - prosegue D’Avanzo su LA REPUBBLICA - è più semplice di come si può immaginare. Si indaga su una congrega che favorisce la prostituzione di giovanissime donne. Si ascoltano le parole di tre indagati e delle falene che organizzano. Con gli uni e con le altre, nell’agosto 2010, chiacchiera Silvio Berlusconi (non è ancora indagato). Le sue conversazioni – un paio – sono allegate a una richiesta di proroga delle intercettazioni (autorizzate di 15 giorni in 15 giorni). Quando le indagini si concludono, la trascrizione di quei colloqui è consegnata, come tutti i documenti dell’inchiesta, agli avvocati del Sultano affinché possano verificare il rispetto anche formale delle procedure d’intercettazione. Potevano farlo? Dovevano farlo? Chi crede nella Nuova Costituzione Virtuale, che ha già reso immune tutti i parlamentari, pensa che non potevano farlo. Lo ripetono i caudatari alla Camera pretendendo penitenze esemplari. Per capire come stanno le cose, è necessario leggere quel che ha scritto il ‘giudice delle leggi’, la Consulta che garantisce la Costituzione, quella vera e ancora in corso. Nella sentenza n. 390 del 2007, che dichiara l’illegittimità costituzionale dei commi 2, 5 e 6 dell’art. 6 della legge Boato (regola la materia), la Consulta stabilisce che non è necessario richiedere il placet della Camera per poter far uso dei dialoghi intercettati cui abbia preso parte un parlamentare (nel nostro caso, Berlusconi), qualora l’autorità giudiziaria voglia utilizzare le intercettazioni (processualmente rilevanti) contro un indagato non parlamentare (per noi, Minetti, Fede, Mora). La Corte aggiunge: se pubblici ministeri o giudici ritengono necessario utilizzare quelle memorie foniche contro un parlamentare è necessario chiedere il nulla osta preventivo alla Camera di appartenenza. La procura di Milano non ha chiesto l’autorizzazione della Camera perché nessuna intercettazione di Berlusconi è stata utilizzata come fonte di prova nel processo che lo ha imputato. E comunque – dispone la Consulta – anche quando l’autorizzazione non è concessa, il contenuto delle intercettazioni non deve essere distrutto, ma conservato perché le intercettazioni sono utilizzabili ‘limitatamente ai terzi non parlamentari’. Chiaro, no? Le parole intercettate di un parlamentare possono essere utilizzate senza autorizzazione contro chi parlamentare non è. Soltanto con il consenso della Camera, se l’imputato è un parlamentare. E allora, perché la procura di Milano avrebbe dovuto distruggere le intercettazioni di Berlusconi? Perché non dovrebbe utilizzarle ‘contro terzi’ che non siano Berlusconi? Non si sa, - conclude D’Avanzo su LA REPUBBLICA - a meno di non volere bere la storia che siano in vigore i codici virtuali e la Costituzione Virtuale approntata nella cucina verbale del Sultano”. (red)

20. Caos alla Camera, maggioranza contro Fini: è di parte

Roma - “È una manovra a tenaglia – scrive Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - quella che la maggioranza sta mettendo in atto sulla modifica delle regole del processo penale: mentre la prescrizione breve per gli incensurati marcia anche di notte alla Camera, seppure tra intoppi e proteste, la Commissione giustizia del Senato approva l’emendamento Mugnai (Pdl) sul cosiddetto ‘processo lungo’ : una norma che consente agli avvocati di estendere come un elastico la lista dei testimoni a discarico dell’imputato, anche per confutare le sentenze già passate in giudicato che riguardano i coimputati. Si tratta di ‘norme sartoriali ritagliate sul processo Mills’ in cui Silvio Berlusconi è imputato di corruzione di testimone, attacca l’opposizione: ‘E’ l’ennesimo atto ad personam’ , puntualizza Anna Finocchiaro (Pd). Replica di Francesco Casoli (Pdl): ‘Il Pd, che si scandalizza per questa norma garantista, si ricordi dei 132 testimoni citati dal pm Boccassini nel processo Ruby’ . Per Luigi Ligotti (Idv) con la norma varata dal Senato, ‘la difesa ora potrà citare, tanto per fare un esempio, migliaia di spettatori presenti in uno stadio se un reato è avvenuto in quel luogo’ . La guerra sulla giustizia continua. E ruota inesorabilmente attorno alle vicende processuali del premier. Ieri l’ostruzionismo ha paralizzato i lavori d’aula per tutta la mattina dal momento in cui decine di deputati della minoranza hanno preso la parola sul processo verbale. E propio a causa di questa concessione, il vicecapogruppo Massimo Corsaro (Pdl) e Umberto Bossi hanno attaccato il presidente della Camera: ‘Fini ha sbagliato a dare la parola per 5 minuti a tutti’ , ha detto il leader della Lega. Fini, in conferenza dei capigruppo ha poi spiegato: ‘Ove si dovessero ripetere situazioni analoghe, la presidenza ridurrà il tempo massimo degli interventi’ . Questo però non ha placato l’ira di Silvio Berlusconi: ‘Mai vista una presidenza così parziale’ , ha fatto sapere il premier che, nel giorno in cui è partito il processo Ruby, ha pure parlato di ‘farsa in corso a Milano’ . In serata, il portavoce di Fini ha smentito una voce fatta circolare da Pdl secondo cui il capo dello Stato avrebbe richiamato Fini per la paralisi dei lavori. Ieri Giorgio Napolitano – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - era a L’Aquila e ha solo sfiorato la questione giustizia. Lo ha fatto quando una signora gli ha chiesto a nome dei familiari delle vittime dell’incidente ferroviario di Viareggio — ‘lo chiedo in ginocchio’ , ha detto — di non lasciar passare la prescrizione breve che mette a rischio anche quel processo: ‘Non deve dire a me queste cose perché conosco le questioni e le seguo come posso’ , ha detto il capo dello Stato. Che ha aggiunto: ‘Attendiamo l’esito del processo che ci deve essere’ . Alle 21, quando è ripresa la ‘notturna’ , la tensione era alle stelle. Presente mezzo governo — stavolta il ministro Angelino Alfano è arrivato in tempo e ci ha anche scherzato su: ‘Non siamo mica in affanno...’ — e tutti i leader dell’opposizione. Antonino Lo Presti (Fli) ha chiesto ad Alfano di comunicare quanti processi moriranno a causa di ‘questa amnistia generalizzata’ . Pierluigi Mantini (Udc) ha infierito contro la schizofrenia che istituisce pure un ‘balzello di 70 euro per il cittadino che chiede di essere ammesso all’equa riparazione del danno’ . Pino Pisicchio ha ironizzato sul ‘giovane ministro ambizioso che aveva chiesto credito sulla riforma costituzionale’ , che ora nulla dice su ‘queste norme ad personam’ . Lanfranco Tenaglia (Pd): ‘Non è una amnistia, è un colpo di spugna. Ci sono processi per bancarotta con 40 mila parti lese... ‘ . E quando si è passati alle votazioni su tre dei 200 emendamenti, la maggioranza — che ha tenuto per 12-14 voti — ha pure temuto il fuoco amico. Gianni Alemanno— cui fa riferimento il sottosegretario dimissionario Mantovano — ha infatti convocato la sua componente ipotizzando la non partecipazione al voto. Il nodo politico, infine, lo ha centrato Giorgio La Malfa (liberal democratici): ‘Ministro Alfano, lei, che ha chiesto il dialogo sulla grande riforma, stavolta non potrà non parlare in quest’aula’. E Andrea Orlando (Pd) ha aggiunto: ‘Signor ministro, non se la può cavare facendo finta di niente’”. (red)

21. Tra il Cav. e il processo breve Fini e l’ostruzionismo

Roma - “Prima approvare il processo breve, poi regolare i conti con Gianfranco Fini. Tra la fase uno e la fase due, - si legge su IL FOGLIO - l’ordine di scuderia nel centrodestra è: toni bassi e tutti in Aula a votare. L’efficace ostruzionismo delle opposizioni, ieri, nonostante la seduta di Montecitorio sia stata estesa in notturna, pare abbia già di fatto provocato un rinvio a martedì prossimo del provvedimento che manderebbe in prescrizione il processo Mills. Pd e Idv, grazie a una interpretazione estensiva dei regolamenti parlamentari, hanno impegnato per sette ore l’Aula della Camera in una infinita discussione sul processo verbale della seduta del giorno precedente. Un ostruzionismo preventivo, non sul merito del testo di legge, che annuncia un ulteriore sforzo delle opposizioni nelle prossime ore e nei prossimi giorni. I capigruppo del Pdl e della Lega, Fabrizio Cicchitto e Marco Reguzzoni, hanno protestato duramente con il presidente della Camera. Entrati nello studio del piano nobile di Montecitorio, hanno avuto con lui un colloquio molto teso. Fini è pubblicamente accusato di ‘fare poco per garantire il lavoro della Camera’, ma a microfoni spenti è esplicitamente accusato di essere ‘d’accordo con il Pd’, di avere cioè – sostengono i berlusconiani – organizzato lui stesso la scappatoia regolamentare che adesso rischia di paralizzare il dibattito sul processo breve. Chissà, in questi termini appare inverosimile. In passato il Pdl e la Lega non hanno lesinato critiche durissime (e persino richieste di dimissioni) al presidente della Camera. Ma stavolta la delicatezza del provvedimento in discussione e la particolare fragilità degli equilibri con il Quirinale (oltre a considerazioni legate alla percezione pubblica e ai risvolti sui sondaggi) prescrivono toni un po’ più pacati, e finora così è stato. Ma ieri pomeriggio – prosegue IL FOGLIO - il nervosismo del Pdl nei confronti di Fini ha in realtà superato i livelli di guardia, nonostante l’ex leader di An abbia poi annunciato di voler ridurre i tempi degli interventi delle opposizioni. ‘E’ tardi’, ha detto Reguzzoni, poco dopo aver pronunciato parole tanto vaghe quanto minacciose: ‘Quello che sta succedendo oggi è letteralmente inaccettabile. Se questo succede dipende esclusivamente da Fini. Prenderemo delle iniziative nei suoi confronti, non so ancora quali’. Parole sottoscritte da Cicchitto che ha un solo compito in questo momento: portare a casa e senza intoppi la legge sulla prescrizione celere, così che possa occuparsene entro la fine della settimana prossima anche il Senato. ‘Poi regoleremo i conti anche con Fini’. E’ più una promessa che una minaccia quella che arriva da ambienti di Palazzo Grazioli. ‘Ce lo aspettiamo. Sarà così fino al termine della legislatura. Ma noi qui non ci arrendiamo’, dicono al FOGLIO fonti della presidenza della Camera. Se nel gruppo parlamentare del Pdl si immagina di coinvolgere Giorgio Napolitano (il quale tuttavia non sembra nemmeno lui troppo persuaso della bontà del processo celere), settori più vicini a Silvio Berlusconi sono tornati a parlare di un documento di sfiducia alla terza carica dello stato da far siglare a tutti i deputati di maggioranza. Ma si farà solo dopo il passaggio parlamentare della prescrizione celere (e del cosiddetto processo lungo in Senato), la tensione è già alta, specie dopo il parere negativo del Csm, e i tempi dosati sulle udienze del processo Mills stringono: non ci sono margini per scivoloni tattici come quello di Ignazio La Russa la settimana scorsa in Aula. Si deve andare svelti, ostruzionismo permettendo”. (red)

22. Cortocircuito che toglie spazio a ogni mediazione

Roma - “I veleni giudiziari che scorrono fra Roma e Milano – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - oscurano la prima udienza ‘lampo’ del caso Ruby. E il cortocircuito fra politica e magistratura non potrebbe essere espresso in maniera più plastica e sconcertante. In Parlamento il centrodestra si ostina a cercare soluzioni che favoriscano il presidente del Consiglio nel ruolo di imputato: alla Camera vuole accorciare i tempi dei processi, mentre al Senato approva modifiche per allungarli e far scattare la prescrizione dei reati. L’Anm intanto viene ricevuta a palazzo Madama per ribadire l’allarme sulla riforma della giustizia. E il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, è costretto a difendersi per le intercettazioni del premier. È il risultato di un avvitamento che sta dando frutti amari. Accentua una deriva della quale nessuno è in grado di vedere il punto di arrivo, ma tutti intuiscono la gravità e le incognite. Il governo si blinda dietro i suoi numeri raccogliticci quanto a prova di spallata. Vuole portare a casa una vittoria legislativa che metta al sicuro il premier. E di rimbalzo, opposizioni senza un vero baricentro ricorrono all’ostruzionismo parlamentare per impedire che le cosiddette leggi ad personam vengano approvate. Per ritardare il sì al ‘processo breve’ , quello che palazzo Chigi chiama invece ‘processo giusto’ , Pd e Idv hanno sfruttato un cavillo regolamentare. E la reazione furibonda del centrodestra ha coinvolto anche Gianfranco Fini. Così, dal fronte esposto fra politica e magistratura si è passati all’ennesimo conflitto istituzionale: con Pdl e Lega convinti che il presidente della Camera sia la sponda degli avversari del governo. ‘Fini vuole la paralisi del Parlamento’ , è l’accusa. Il capogruppo leghista, Marco Reguzzoni, è tornato a criticare quella che a suo avviso è una mancanza di ‘terzietà della terza carica dello Stato’ . Il malumore si è tradotto in una telefonata al Quirinale, per segnalare quanto ‘di negativo’ stava succedendo. Giorgio Napolitano, all’Aquila per ricordare il terremoto di due anni fa, - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non ha potuto fare altro che ammonire di nuovo tutti a non trasformare le distinzioni in ‘elemento distruttivo’ . Si tratta di un lessico che fotografa e insieme sanziona atteggiamenti istituzionali a dir poco ruvidi: così laceranti da non lasciare spazio ai tentativi di mediazione. La durezza con la quale ieri si sono scontrati i legali di Berlusconi e il procuratore Bruti Liberati rende la presenza del premier alle udienze un dettaglio, seppure importante. Colpiscono di più la diffidenza e l’ostilità del governo nei confronti dei giudici milanesi; e una punta di imbarazzo nel modo in cui il capo della Procura ha respinto per iscritto l’allusione larvata ma pesante degli avvocati Ghedini e Longo: che qualche magistrato abbia lasciato trapelare alcune intercettazioni di telefonate fatte dal capo del governo, senza che la Procura abbia indagato. È un’accusa dalla quale Bruti Liberati si è difeso sostenendo che non c’è stato nessun errore. Ma il centrodestra tenta di sfruttare quella che avverte come una prima, possibile sbavatura in una strategia finora abilissima da parte dei giudici. Le chiamate fra tre ragazze e Berlusconi ‘erano in possesso soltanto degli avvocati’ del premier, ha sostenuto il comunicato dei magistrati inquirenti. I difensori di Berlusconi, però, hanno replicato che ‘le intercettazioni erano in possesso non solo della difesa, ma principalmente della stessa Procura della Repubblica di Milano. Anziché occupare il tempo con comunicati stampa, indaghi. ‘Anzi’ — aggiungono — ‘sarebbe meglio indaghi un’altra procura per verificare chi ha consegnato ai giornali quelle intercettazioni...’ . Se a questo scambio si aggiunge la spaccatura avvenuta ieri nel Consiglio superiore della magistratura, che ha votato a maggioranza contro la ‘prescrizione breve’ voluta dal governo, cresce il timore che questa routine di caos e conflitto sprigioni una miscela tossica. Ma è un inquinamento politico che nessuno appare in grado di fermare. Peggio, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - si ha l’impressione che qualcuno lo consideri quasi il proprio habitat naturale”. (red)

23. Gelmini: “Basta chiedere soldi per screditare governo”

Roma - Intervista di Alberto Custodero al ministro Mariastella Gelmini su LA REPUBBLICA: “‘Sono contraria ai contributi chiesti ai genitori per le spese di funzionamento delle scuole. Oggi i soldi ci sono e chi se li fa dare dalle famiglie lo fa per attaccare il governo’. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini si dice ‘depressa e frustrata’ da mesi di accuse di aver tagliato i fondi alla scuola. E ora vede nei presidi che in molte regioni d’Italia chiedono i contributi volontari ai genitori (addirittura rendendoli ‘obbligatori’ come alla D’Azeglio di Torino), un attacco politico. Scusi ministro, ma a Torino la preside chiede il contributo alle famiglie perché è rimasta con 4 mila euro in cassa. E le famiglie appartengono alla borghesia della città, potenziali elettori del centrodestra. Come fa a vedere in tutto questo ‘un attacco al governo’? ‘Non conosco nel merito il caso di Torino, però la richiesta da parte dei presidi di contributi ai genitori degli alunni avviene in tutta Italia. Ed è per questo che dico che è una forma per criticarci, per far passare il messaggio che noi affamiamo la scuola per costringere le famiglie a pagare’. Se è così, allora perché in molte zone d’Italia i presidi chiedono i contributi ‘volontari’? ‘Non è che noi siamo brutti sporchi e cattivi e tagliamo i fondi alle scuole. La storia dei tagli all’istruzione inizia nel 2007, quando il ministro dell’allora governo Prodi era Fioroni. Ma se chiedere soldi ai genitori in quegli anni passati aveva un senso, oggi quel senso non c’è più’. Perché ieri aveva senso, oggi no? Cosa è successo? ‘Il ministro Fioroni aveva previsto un taglio di 45 mila unità nella scuola. Quella riduzione di organici poi ritirata aveva fatto scattare la clausola di salvaguardia, un meccanismo che prevede che i tagli se non li fai su un capitolo, ricadono su un altro. Nel nostro caso furono tagliati circa 200 milioni dal fondo di ‘funzionamento’. Anche se resto dell’idea che i soldi ai genitori non si debbano chiedere, ecco perché dico che in quel periodo i contributi ai genitori avevano comunque un senso’. Tutta colpa della ‘clausola di salvaguardia’ allora. E oggi perché i presidi non dovrebbero più chiedere il versamento volontario di contributi? ‘Perché oggi i fondi ci sono. Nel 2007 la spesa di funzionamento scolastico era di 765 milioni di euro. Nel 2011 quel fondo è di 774 milioni, 38 milioni dei quali destinati alla ‘Tarsu’, la tassa raccolta rifiuti. In realtà i soldi al fondo funzionamento sono aumentati di 200 milioni di euro perché abbiamo risparmiato alla voce ‘pulizia’‘. Come avete ottenuto questo taglio dei costi di pulizia? ‘Nel 2007 si spendevano per pulizia 617 milioni di euro. Con una mia direttiva, ho disposto di acquistare servizi di pulizia mediante gara d’appalto e nella misura pari ad un bidello per ogni bidello mancante anziché acquistare servizi pari a due bidelli per ogni bidello mancante come avveniva nel 2007. In questo modo i costi per pulizie sono passati dai 617 milioni di 4 anni fa ai 407 milioni di quest’anno’. Se il fondo funzionamento ha addirittura 200 milioni in più rispetto al 2007, allora perché i presidi continuano a lamentare di avere le casse vuote? ‘Ci sono presidi capaci che sanno amministrare bene, razionalizzando le risorse che hanno a disposizione. E poi ci sono altri presidi che invece non riescono a gestire le scuole con i fondi interni e li chiedono alle famiglie. Penso che scaricare sui genitori le spese di ‘funzionamento’ della scuola sia un meccanismo che non condivido perché oggi le risorse ci sono e sono sufficienti’”. (red)

24. Frattini da Hillary Clinton: “Stiamo lavorando a esilio”

Roma - “‘Sì, stiamo lavorando sull’ipotesi di esilio di Gheddafi, ma per il successo dell’operazione è meglio non parlare ora di dettagli, delle possibili destinazioni’ , dice Franco Frattini. E Hillary Clinton al suo fianco: ‘Lui sa bene quello che deve fare: ritirarsi dalle città invase con mercenari e soldati senza scrupoli che hanno massacrato i civili. Gente che crede nel riscatto e nella libertà, che si sta pian piano organizzando. Sono ammirevoli, li stiamo aiutando: cerchiamo di guadagnare tempo per loro’ . Armi ai ribelli? E l’embargo? Di nuovo Frattini: ‘È l’extrema ratio. Il Qatar ha già deciso. Noi ci stiamo pensando. I giuristi ci dicono che l’embargo non dovrebbe riguardare le armi per l’autodifesa della popolazione. Ma la cosa più importante è che il Colonnello deve andarsene, con tutta la famiglia: ne ho parlato ieri a Roma col leader dell’Unione Africana, Jean Ping. Loro torneranno a Tripoli per convincerlo ad accettare l’esilio’ . Nell’incontro di ieri al Dipartimento di Stato, - riporta Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - il ministro degli Esteri Frattini ‘aggiorna’ il Segretario di Stato Usa sul cambio della posizione italiana sulla crisi libica (dal ‘dispiacere’ per la sorte di Gheddafi, all’abbandono del Colonnello, fino al riconoscimento dei ribelli come unico interlocutore) e cerca di proporre per l’intervento alleato un ‘modello Kosovo’ , quello adottato negli anni ‘90 dal marito Bill nei Balcani: niente disimpegno americano e ruolo maggiore per l’Italia. E alla fine spiega che, nonostante Berlusconi non abbia partecipato alla videoconferenza a quattro (i leader di Usa, Francia, Gran Bretagna e Germania) alla vigilia del recente vertice di Londra, ‘l’Italia non si sente esclusa: il comando delle operazioni è a Napoli, le nostre basi lavorano a pieno ritmo, il nostro impegno crescerà. Abbiamo anche creato un organismo bilaterale Italia Usa per pensare al "dopo": l’institution building, la costruzione della nuova democrazia libica e la ricostruzione economica del Paese’ . Tornare al Kosovo non si può: i tempi sono cambiati. È cambiato il peso specifico dell’Italia ed è anche calata la determinazione degli Stati Uniti — impegnati militarmente su troppi fronti e con pochi soldi da spendere— ad essere protagonisti ovunque nel mondo. Ma, anche se la visita lampo di Frattini a Washington ha un po’il sapore dell’atto riparatorio (l’incontro doveva svolgersi il giorno dopo la conferenza di Londra, ma saltò, pare, per impegni in Congresso del Segretario di Stato) la Clinton è stata generosa ieri nell’elogiare e ringraziare l’Italia per il suo impegno militare, logistico, politico e umanitario. Ha riconosciuto che senza di noi la crisi non avrebbe potuto essere gestita nello stesso modo e ha voluto aggiungere un capitolo che alla vigilia sembrava escluso dall’agenda: i profughi, i drammi in mare, Lampedusa. ‘L’Italia — ha scandito il Segretario di Stato — si sta assumendo un onere sproporzionato per la crisi umanitaria. Va aiutata. Noi, per quello che possiamo, lo faremo’ . Insomma, quello di ieri è stato l’incontro tra gli Usa e un alleato col quale non tutto fila sempre liscio, ma che la sua parte la fa e merita sostegno. Eppure, in un certo senso, - prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - l’appuntamento di ieri un suo sapore storico ce l’ha: l’Italia (come gli altri partner europei) si ritrova all’improvviso davanti un’America che per la prima volta nei 62 anni di vita dell’Alleanza Atlantica non è in prima fila in una missione militare. Europei sul palcoscenico, Stati Uniti nelle retrovie. Ma col peso di un maggior impegno militare ed economico e la difficoltà di seguire una linea comune. Ieri Frattini ha cercato soprattutto di dimostrare l’utilità ‘strategica’ dell’Italia nella crisi: base avanzata per le missioni aree, con un suo ruolo nei sondaggi diplomatici per un possibile esilio di Gheddafi e nella costruzione di un rapporto col governo provvisorio dei ribelli. Un rapporto avviato un mese fa con una prima avventurosa missione a Bengasi dal suo capo di gabinetto, Pasquale Terracciano (ieri a Washington con Frattini), che sbarcò con un gommone a Bengasi all’inizio di marzo insieme al ‘plenipotenziario’ , Guido de Sanctis, prima delle altre diplomazie europee e degli Usa, che solo due giorni fa hanno insediato l’incaricato d’affari Usa, Chris Stevens, nella capitale della rivolta. Ieri Hillary ha ringraziato l’Italia anche per questo aiuto ‘sul campo’ , - conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - ma non ha preso impegni per il riconoscimento Usa del governo provvisorio: ha fatto capire che dipenderà dal quadro che sarà tracciato da Stevens al termine dei suoi incontri”. (red)

25. La Nato e guerra a metà: “Prudenti per salvare civili”

Roma - “Lenta, imprecisa, sorda ai lamenti della gente che muore a Misurata. Per i ribelli – scrive Marco Zatterin su LA STAMPA - è ‘il nostro problema’, sventolato con risentimento dopo dieci giorni di offensiva alleata e quaranta passati sotto i bombardamenti di Gheddafi. Appena nominato comandante militare del Consiglio Nazionale Libico, l’ex ministro degli Interni del raìs Abdulfattah Younis ha sparato sulla Nato, l’ha presentata come una pesante macchina burocratica che gli impedisce di vincere la rivoluzione. È un’offensiva che nasconde molte smanie e svela due verità. Una è che i rivoltosi vogliono più potenza di fuoco. L’altra è che le stellette di Bruxelles sono imbrigliate dall’obbligo di evitare danni collaterali, come se si potesse veramente far la guerra senza sporcarsi le mani. Le parole di Younis non sono piaciute a nessuno nel quartier generale di Evere. ‘Non le condivido nella maniera più assoluta - ammette a La Stampa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato militare dell’Alleanza -. La gente di Misurata è la nostra priorità, stiamo facendo il possibile per garantire la sicurezza dei civili’. L’ex capo di stato maggiore italiano cala i numeri, ricorda che ‘negli ultimi giorni abbiamo colpito, nella zona fra Misurata, Ras Lanuf e Brega, sistemi di difesa aerea, blindati, depositi e lanciarazzi’. Assicura che il 30 per cento dell’arsenale del dittatore è distrutto. ‘I nostri aerei compiono una media di 150 sortite quotidiane - rivela - e nei prossimi giorni aumenteranno. I dati parlano da soli: il livello di impegno della Nato è fuori discussione’. La missione ‘Unified Protector’, scattata il 27 marzo dopo una settimana di raid aerei francesi, inglesi e americani sulla Libia, è un calice dal quale il segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen, avrebbe fatto a meno di bere. Il danese ha passato l’inverno a ragionare sul futuro dell’altro fronte della rosa dei venti, l’Afghanistan, da cui tutti vorrebbero andarsene e nessuno può ragionevolmente farlo. Al comando di un’organizzazione indebolita dai tagli globali ai bilanci della Difesa e senza un vero scopo ora che la Guerra fredda è archiviata, Rasmussen cercava uno sbocco diverso per la sua storia. È a quel punto che le bombe hanno cominciato a colpire Bengasi. La reazione è stata rapida, comunque. Appena ricevuto l’ordine, i generali del Comitato militare hanno preparato i piani e gli ambasciatori del Consiglio Atlantico vi hanno posto il bollino politico. Nella prima domenica di primavera la Nato ha archiviato ‘Odissey Dawn’ e l’ha sostituita col ‘Protettore unificato’. Con tre obiettivi: blindare l’embargo alla vendita di armi, affermare il divieto di volo sulla Libia, proteggere i civili. Un centinaio di aerei si sono piazzati nella basi italiane, greche, francesi e spagnole. Dalle 8 del mattino del 31 marzo – prosegue Zatterin su LA STAMPA - i piloti hanno effettuato 1006 missioni e 400 raid offensivi. Imprecisato il numero delle vittime innocenti, centinaia piuttosto che migliaia. Sempre troppi. Sul fronte libico si scopre ancora una volta che i bombardamenti chirurgici non sono una certezza. ‘Le truppe di Gheddafi hanno cambiato tattica, consapevoli che è rischioso per loro, adesso, utilizzare armamenti pesanti contro i civili - riassume Di Paola -. Muovono unità leggere, si nascondono nei centri, si fanno scudo dei civili’. Tutto è più difficile. Lo è a maggior ragione ora che gli americani sono partiti ma hanno lasciato i loro pezzi grossi al comando. ‘Gli obiettivi sono scelti in modo accurato sulla base della minaccia alla popolazione - precisa il capo militare Nato - Non lasciamo nulla al caso per proteggere la popolazione sofferente. Ma è evidente per chiunque che non è facile’. Lo pensano pure i ribelli. E lo dicono. Bruxelles respinge le critiche e promette che l’azione si farà più pressante. A Bengasi chiedono di usare i propri aerei in barba alla No fly zone. Vorrebbero sparare per uccidere. Vorrebbero far la guerra. ‘È comprensibile - riconosce Di Paola -, e sappiamo che si è aperto un dibattito su questo aspetto della questione libica’, un tema da affrontare ‘con grande attenzione e che oggi trascende la missione della Nato’. A Parigi si sussurra che presto potrebbe toccare anche agli scarponi e allora sarebbe guerra vera, la prima dell’Alleanza che, per statuto, ha dei generali ai cui viene chiesto di essere chirurghi e può solo bombardare per imporre la pace. Almeno – conclude Zatterin su LA STAMPA - sino a che qualcuno cambierà le regole”. (red)

26. Bellum interruptum

Roma - “Prima c’è stata la guerra unilaterale a tutti i costi, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - poi la guerra della Nato, ora siamo alla fase surreale della campagna libica, con la nave dei ribelli di Bengasi diretta a Misurata prima bloccata poi fatta ripartire in un caos ingestibile. All’inizio, centodieci Tomahawk e l’aviazione di Francia, America e Inghilterra hanno imposto nel giro di 48 ore la ‘no fly zone’ sul paese. Conseguito il target definito dalla risoluzione dell’Onu numero 1973, si è capito che era stata sferrata anche una guerra per il ‘regime change’: l’impegno diretto, sul campo, fuori dalle città, delle forze di ‘Odyssey Dawn’ contro l’esercito del colonnello Gheddafi e contro la sua stessa vita. Le flotte aeree americane, francesi e inglesi hanno impiegato i modernissimi Rafale, Ac-139 e A10, che nulla hanno a che fare con la ‘protezione dei civili’, sono fatti per combattimenti aria-terra contro le milizie di Gheddafi, anche lontano dai centri abitati. Il passaggio del comando alla Nato ha imposto la fine di queste operazioni di puro attacco e così è cominciata la rapida e incontrastata controffensiva dei lealisti su Brega. I ribelli non sono in grado di conquistare la Tripolitania, ma neppure di difendere la Cirenaica: a fronte di questa debolezza militare, che è anche politica, si tenta di far passare come applicazione della risoluzione 1973 anche la fornitura di armi ai rivoltosi. Ma intanto l’America ritira la flotta aerea dai cieli di Libia, perché l’azione è ‘limitata’ e il Pentagono non avrebbe mai voluto farla. Dopo averli spericolatamente affiancati, - conclude IL FOGLIO - i ribelli sono lasciati da soli nel momento di maggiore difficoltà: un’irresponsabile assenza di strategia. Un bellum interruptum”. (red)

27. Medvedev silura putiniani da vertici di aziende di Stato

Roma - “È il colpo più grave – scrive Fabrizio Dragosei sul CORRIERE DELLA SERA - al potere degli ex agenti del Kgb infiltratisi in tutti i gangli del potere economico russo. Il presidente Dmitrij Medvedev ha varato un decreto per escludere ministri e vice primi ministri dai consigli di amministrazione delle aziende pubbliche. I nuovi oligarchi che sotto le ali protettive dell’attuale premier Vladimir Putin sono riusciti a controllare gran parte delle principali aziende, devono mollare. Via Igor Sechin, il potentissimo vice primo ministro da tutti ritenuto il braccio destro di Putin; via Viktor Zubkov, primo vice primo ministro; via Anatolij Serdyukov, titolare del dicastero della difesa. Assieme a loro vengono colpiti dall’ukaz di Medvedev anche diversi altri personaggi che non possono essere però ricondotti al gruppo dei silovikì, come vengono chiamati gli uomini che provengono dai ministeri ‘armati’ , cioè difesa, interno, Fsb (ex Kgb). Tra questi, il ministro delle Finanze Alexei Kudrin. In totale le società che dovranno essere ‘liberate’ entro il primo luglio sono 17 e tutte di enorme importanza, a cominciare dal gruppo energetico Rosneft, diventato un colosso grazie alla spartizione delle spoglie della Yukos, la compagnia petrolifera che era del magnate Mikhail Khodorkovskij, finito in galera dopo aver litigato con Putin. Una vera rivoluzione che sta già avendo pesanti effetti economici, sia in Russia che all’estero. Rosneft, che si è assicurata ricchi giacimenti nell’Artico proprio grazie all’influenza del ‘suo’ vicepremier Sechin, ha perso in un giorno l’ 1,5 per cento del valore in borsa. E la Bp, che ha concluso un accordo di collaborazione e scambio di azioni del valore di 16 miliardi di dollari con Rosneft, sta iniziando a chiedersi come andrà a finire l’affare. Ma quale è il senso della decisione di Medvedev? Diversi analisti la vedono nella prospettiva delle elezioni presidenziali della primavera 2012. Il tandem che guida la Russia si sta frantumando e Medvedev colpisce il clan che appoggia Putin? A corroborare questa ipotesi si cita anche la recente spaccatura registratasi fra i due in occasione dell’intervento della coalizione dei volenterosi in Libia. Medvedev l’ha appoggiata e non ha posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre Putin l’ha bollata come una nuova avventura colonialistica (suscitando le critiche del suo presidente). C’è però chi dubita – prosegue Dragosei sul CORRIERE DELLA SERA - che un simile attacco a personaggi come Sechin possa essere stato sferrato da Medvedev senza il consenso di Putin. I due, si dice, continuano a muoversi di conserva, magari dividendosi i ruoli come nei film col poliziotto buono e quello cattivo. Sechin si era forse dimostrato troppo intraprendente e autonomo e a Putin, si sa, i subordinati che salgono alla ribalta non piacciono. Inoltre se l’affare con la Bp va a finire male, occorre avere sotto mano un capro espiatorio, per non far fare una brutta figura allo stesso Putin. Infine c’è l’elemento puramente economico: la presenza di funzionari pubblici nelle grandi aziende è sempre stata criticata dagli investitori esteri come uno degli elementi della scarsa trasparenza del sistema economico russo. Così, fuori tutti entro poche settimane. Kudrin dovrà mollare la banca Vtb e il colosso dei diamanti Alrosa. Sechin la Rosneft, la Rosneftegaz e la rete elettrica Inter Rao. Il ministro della difesa Serdyukov l’azienda produttrice di armi Oboronservis. Altri personaggi pubblici dovranno uscire dal principale canale tv, da altre compagnie petrolifere, dall’aeroporto numero uno di Mosca e da Gazprom. L’unico che ha già reagito tentando di non farsi coinvolgere è l’ex ministro della difesa e attuale vice premier Sergej Ivanov, che era nel Kgb con Putin. Il decreto del presidente – conclude Dragosei sul CORRIERE DELLA SERA - parla di migliorare la competitività delle aziende e si riferisce a imprese che sono sul mercato. Lui è presidente della Oac, compagnia unita di aviazione (Sukhoi, Tupolev, Iliyushin, eccetera). ‘E in Russia noi siamo gli unici, non abbiamo concorrenza’ , ha spiegato”. (red)

28. Costa d’Avorio, le ultime ore di Gbagbo

Roma - “‘Non scappiamo, noi’. Laurent Gbagbo – scrive Marina Verna su LA STAMPA - resta trincerato nel suo bunker di Cocody, ad Abidjan, rifiutando di riconoscere la vittoria elettorale dell’avversario Alassane Ouattara. Salvo un improbabile colpo di scena, però, colui che il 28 novembre scorso la gente ha eletto Presidente della Costa d'Avorio e il mondo intero ha riconosciuto come tale prenderà presto le redini del potere. Gbagbo lo sa. Sa che per lui è cominciato il conto alla rovescia. Come scriveva ieri ‘Le Monde’, la sua ‘macchina’ sta per fermarsi: la macchina per mobilitare i suoi ‘patrioti’, per fare propaganda sulla tv nazionale, per intimidire o terrorizzare, per combattere un’ultima guerra civile per le strade della capitale. Dopo i raid lanciati lunedì dalle truppe francesi e dell’Onu contro obiettivi militari ad Abidjan, con buona parte delle armi pesanti distrutte, Gbagbo non ha più i mezzi per continuare a combattere. Gli ultimi ufficiali che avrebbero dovuto difenderlo a oltranza hanno chiesto la fine dei combattimenti. Eppure resiste. Chiuso con la moglie Simone e le figlie nella residenza che occupa dal 2000, ‘non fugge’, come ha spiegato in un’intervista a Radio France Internationale, sottolineando come, a differenza di molti altri, non avesse spedito la famiglia all’estero. Dopo il fallimento delle trattative per la resa, ieri le ultime forze che gli sono rimaste fedeli hanno opposto una resistenza tenace agli attacchi lanciati contro il bunker dalle forze fedeli al presidente eletto Ouattara. ‘I combattimenti qui sono terrificanti. Le esplosioni sono così potenti che l’edificio trema tutto - ha raccontato all’Ansa un uomo che abita a pochi isolati dalla residenza di Gbagbo -. Sentiamo le raffiche delle armi automatiche e i botti delle armi pesanti. Si spara in tutte le direzioni. Si sentono auto che sfrecciano e combattenti che corrono’. E una ragazzina, spaventatissima: ‘Non abbiamo dormito, non abbiamo mangiato, non abbiamo niente da bere. Moriremo tutti’. Intanto le trattative per la tregua sono riprese. Con la sua ‘macchina’ ormai fuori uso, a Gbagbo resta un’unica opzione: decidere come e quando uscire dal palazzo. ‘Le discussioni proseguono, l’Onu offre i suoi uffici finché sarà possibile - ha spiegato il portavoce Birnback -. Le Nazioni Unite continuano a sperare in una soluzione pacifica della crisi ivoriana’. Secondo uno degli ultimi fedelissimi di Gbagbo, il deputato Mamadu Ben Sumahoro, ‘il Presidente ha sempre voluto negoziare e ha già fatto grandi aperture. Il punto di partenza, per lui, è il cessate il fuoco’. Ma, accusa, è Ouattara che non vuole discutere. In effetti, l’atteggiamento del rivale è di chiusura totale. Secondo una fonte governativa francese, Ouattara ‘aveva deciso di intervenire militarmente per regolare il problema e catturare, vivo, Gbagbo’ perché ‘Gbagbo trascina i negoziati per guadagnare tempo’. In questo caos, e con decine di morti e feriti, - prosegue Verna su LA STAMPA - è sempre più grave l’emergenza umanitaria. L’Onu ha lanciato un appello urgente alla Costa d’Avorio perché sia creato un corridoio d’emergenza ad Abidjan, per evacuare i feriti e i morti. ‘La situazione è estremamente preoccupante. Occorre che gli operatori umanitari, in particolare i membri della Croce Rossa che vengono per raccogliere i morti, possano farlo senza essere esposti ai tiri’, ha dichiarato da Ginevra Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha). Gli operatori umanitari, ha spiegato, sono minacciati non solo dai tiri delle due parti in lotta, ma anche dalla criminalità: ‘Ci sono gruppi armati ribelli che saccheggiano le abitazioni dei privati e anche le riserve di cibo delle agenzie umanitarie’”. (red)

Nucleare: una ragionevolissima paura

Portogallo: dopo la crisi di solvibilità, si scommette su quella della liquidità