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Secondo i quotidiani del 17/05/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Sorpresa a Milano, Pisapia in testa”. In taglio alto: “Draghi candidato unico”, Napolitano ai palestinesi: un ambasciatore a Roma” e “ ‘Gheddafi e figlio vanno arrestati’ ”. Editoriale di Massimo Franco: “Lo schiaffo”. Al centro: “Maggioranza in difficoltà. Gelo Berlusconi-Bossi”. In taglio basso: “Strauss-Kahn rischia settant’anni” e “ ‘Li voglio giovanissimi’. Gli sms del sacerdote”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Milano, la sconfitta di Berlusconi”. Editoriale di Massimo Giannini: “Un’altra Italia”. Al centro: “L’ira di Bossi: il Pdl ci fa perdere”. In taglio basso: “Strauss-Kahn resta in cella, i graffi lo accusano” e “L’Europa ha deciso. Draghi al vertice Bce”. 

LA STAMPA – In apertura: “Milano choc per Berlusconi”. Editoriali di Luigi La Spina: “Due risposte amare per il premier” e Marcello Sorgi: “La strada obbligata del governo”. Di spalla: “Bossi sbottò: ‘Tutta colpa di Silvio’ ” e “ ‘Il vero Terzo polo siamo noi’ ”. In quattro box: “Nel solco di Chiamparino”, “Il fantasma di Letizia”, “Il capolinea del Pd” e “La rivincita del burocrate”. Al centro la foto-notizia: “Strauss-Kahn resta in cella: rischia 70 anni”. A fondo pagina: “La breccia di Pisapia”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Milano punisce Pdl e Lega” e a sinistra: “L’Eurogruppo designa Draghi alla Bce. Sì agli aiuti per Lisbona”. In taglio alto: “Strauss-Kahn resta in carcere. Fmi alla ricerca di un sostituto”. Editoriali di Carlo Bastasin: “Il carattere fa la scelta” e Adriana Cerretelli: “L’Italia non è a rischio”. Di spalla: “Una lunga stagione al tramonto, ma la nuova è ancora lontana”. In taglio basso: “Draghi, Fmi e urne: il glossario per capire”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Tira brutta aria”, con editoriale di Alessandro Sallusti. Di spalla: “Un gancio al mento che non significa ko”, “Moratti, la lady di ferro ora deve inseguire” e “Napoli smaltisce il Pd ma Bersani festeggia”. A fondo pagina: “Gioia e dolori della politica confidenziale”. 

LIBERO – In apertura: “Caduta voti”, con l’editoriale di Maurizio Belpietro. A fondo pagina: “La sinistra e lo stupro del buon senso”.  

IL TEMPO – In apertura: “C’è poco da festeggiare”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Sorpresa a Milano, Moratti insegue Pisapia. A Napoli scompare il Pd”. In apertura a destra: “Perché ai pm di Palermo non va di fare chiarezza sul caso Ciancimino jr.”. Al centro: “Pansessualismo politico”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Finalmente!”. (red)

2. Ballottaggio a Milano e a Napoli

Roma - “Il centrosinistra – riporta Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - centra in pieno l’obiettivo nelle grandi città— ballottaggi a Milano, e Napoli, vittoria al primo turno netta a Torino e, sul filo di lana, a Bologna —, s’impone alle Comunali, nei capoluoghi, 12 a 5 (7 saranno quindi i ballottaggi) e rinvia la partita delle Provinciali (vincendo comunque 3 a 2) perché in questo caso i ballottaggi sono 6 su 11. Il centrodestra conquista i comuni di Catanzaro, Caserta, Reggio Calabria e stavolta spera di strappare anche Cosenza. Fatica a Latina, conferma (con il candidato della Lega) la provincia di Treviso ma perde Fermo e rischia nelle roccaforti di Olbia e Cagliari. La Lega non sfonda nei 43 ‘derby lombardi’ con il Pdl e a Gallarate (Varese), dove il Carroccio ha presentato un suo candidato contro quello scelto da Silvio Berlusconi, si ferma al 31 per cento rischiando fino all’ultimo di non partecipare al ballottaggio. Si va al secondo turno anche a Novara, dove peserà il terzo polo (7,1 per cento). Più difficili, con lo scrutinio delle Comunali ancora in corso nella notte, i calcoli sui voti di lista. Il Pdl delude a Milano (28,7 per cento, contro il 36,9 delle ultime Politiche, facendosi agguantare dal Pd), registra un 23,3 per cento a Napoli e un 21,4 per cento a Reggio Calabria. Il Pd, dunque, ottiene un successo insperato a Milano (28,6 per cento), a Torino con il 34,5 per cento addirittura quasi doppia il Pdl (18,3 per cento), tiene a Bologna (38,1 per cento) e a Trieste, ma delude a Napoli (17 per cento) e crolla in Calabria (sotto il 10 per cento). Stabile l’Idv che fa il pieno solo a Napoli (8,2 per cento), con il partito trainato da Luigi de Magistris. Exploit dei grillini anche a Bologna (sopra il 9 per cento) e a Rimini con un 11,5 per centodi tutto rispetto. I radicali, a Milano, portano quasi 10 mila voti a Pisapia. L’Udc e Fli non brillano anche se, ai ballottaggi, faranno pesare i voti del terzo polo. Alle comunali, quando lo scrutinio è ancora in corso, il centro- sinistra può piantare 12 bandierine: Salerno, Ravenna, Savona, Fermo, Torino, Bologna, Barletta, Carbonia, Olbia, Arezzo, Siena, Benevento. Il centrodestra – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - canta vittoria a Catanzaro, Caserta, Reggio Calabria e spera a Cosenza. Corre sul filo a Varese, a Cagliari, a Olbia e spera a Latina dove delude il candidato ‘fasciocomunista’ sponsorizzato dallo scrittore Antonio Pennacchi. Alle Provinciali finisce tre a due per il centrosinistra. Ma si dovrà votare di nuovo tra due settimane a Mantova, Macerata, Trieste, Pavia, Reggio Calabria e Vercelli. Il centrodestra si impone al primo turno a Campobasso (strappandola a Pd e alleati) e a Treviso, mentre il centrosinistra conferma Lucca, Gorizia e Ravenna. Ad Orbetello (Grosseto) vince con il 56,5 per cento la candidata del centrosinistra, Manuela Paffetti, che manda a casa dopo molti anni l’amministrazione sponsorizzata dal ministro Altero Matteoli (sindaco uscente): lui incassa e telefona al nuovo sindaco per farle i complimenti. A Zocca (Modena), il paese natale di Vasco Rossi, vince una lista civica ma la Lega sfiora il 31 per cento. Ad Arcore, residenza prediletta del premier Silvio Berlusconi, si va al ballottaggio ma per ora vince il centrosinistra (46,8 per cento) contro il 40,2 per cento. Rispetto al 2006 è rimasto a casa L 1,76 per cento di elettori in più con un dato definitivo che passa dal 72,85 al 71,09. In controtendenza – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - i torinesi, i milanesi e i sardi. Male i napoletani (meno 6 per cento)”. (red)

3. Lo schiaffo

Roma - “L’‘asse del Nord’ mostra una sofferenza e una precarietà inaspettate: almeno, - osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - se con il termine si intende l’alleanza protagonista di una campagna incline all’estremismo, che si è manifestata nel voto amministrativo di ieri e l’altro ieri. Il ballottaggio a Milano umilia non tanto il sindaco uscente, Letizia Moratti, ma Silvio Berlusconi, che chiedeva un referendum su se stesso e sul governo e riceve uno schiaffo personale e politico; e in parallelo ridimensiona le ambizioni di sfondamento della Lega. Il silenzio di Umberto Bossi è più rumoroso di qualunque commento. Trasmette l’immagine di un Carroccio che fatica a saltare il recinto delle città medie e piccole; ed è costretto a farsi molte domande sul futuro. Ma l’effetto va oltre il capoluogo lombardo, che pure è destinato a diventare l’epicentro delle tensioni nel centrodestra. Un’opposizione rinfrancata dai risultati che si delineavano ieri notte già sogna la rottura fra Pdl e lumbard, una crisi di governo e l’archiviazione in tempi rapidi del berlusconismo. La situazione, in realtà, rimane aperta. Fra due settimane, i ballottaggi potrebbero restituire la vittoria alla maggioranza, che ieri a Milano e Napoli l’ha mancata anche per eccesso di sicurezza e di aggressività. E la silhouette delle opposizioni si tinge di un rosso forte, radicale, col ‘Polo dei moderati’ allo stato embrionale. Insomma, - prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - il responso di ieri è netto nell’indicazione degli sconfitti; non altrettanto univoco nel presentare un’alternativa di governo: a meno che, in prospettiva, si ritenga davvero che l’Italia possa essere guidata da una sinistra dominata dagli eredi di Rifondazione comunista, dall’Idv e dai ‘grillini’ , oggi in grado di imporre candidati al Pd. In attesa dei risultati definitivi, per il partito di Pier Luigi Bersani le uniche eccezioni, importanti, sono Torino e Bologna. Per il resto, la soddisfazione e il sollievo degli avversari sono un rimbalzo della battuta d’arresto berlusconiana. Anche nella sconfitta, il presidente del Consiglio disegna il territorio circostante e lo condiziona: nel proprio campo e in quello avverso. Ma con un rovesciamento della percezione del suo ruolo che fa prevedere un periodo di instabilità e di altre rese dei conti nel centrodestra. In fondo, se ne può intravedere un assaggio nei voti mancati alla Moratti: consensi che sarebbe ingeneroso attribuire solo ai suoi errori. Le frasi fatte filtrare dal ‘cerchio magico’ di Bossi, secondo le quali con Berlusconi la Lega perde, sono un indizio. Trasformano il tocco berlusconiano, che ancora nel 2010 faceva vincere la quasi sconosciuta Renata Polverini nel Lazio, in un handicap da ‘re Mida alla rovescia’ . Probabilmente era forzata la visione precedente, ed è eccessiva l’attuale. Ieri – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è cominciato il ridimensionamento di un leader che dopo essersi presentato ed essere stato considerato da militanti e alleati come un demiurgo ora rischia di diventarne il capro espiatorio”. (red)

4. Un’altra Italia

Roma - “La favola è finita. Il berlusconismo come narrazione epica e proiezione carismatica – osserva Massimo Giannini su LA REPUBBLICA - cade sotto i colpi della nuda verità. Non c’è più spazio per la menzogna sistematica, la propaganda populistica, la manipolazione mediatica. Questa volta il presidente del Consiglio non può brandire sondaggi posticci come armi di distrazione di massa. Questa volta c’è il voto di tredici milioni di italiani, a dimostrare che la sua parabola politica non è un ‘destino ineluttabile’, e nemmeno una ‘biografia della nazione’. È stato Berlusconi ad annunciare che questo appuntamento elettorale era molto più che una contesa locale. È stato lui stesso a definire il voto di Milano ‘un test nazionale’, e a trasformare di nuovo (come ha sempre fatto dalla mitica discesa in campo del ‘94) la chiamata alle urne nell’ennesimo, titanico ‘referendum’ sulla sua persona. Ebbene, la risposta degli elettori è inequivocabile. Il premier ha perso il suo referendum. E lo ha perso in modo clamoroso, subendo il colpo più devastante proprio nel cuore del suo sistema di potere. Nella città dove la favola era cominciata, e dove la destra forzaleghista ha costruito negli anni una roccaforte che pareva inespugnabile e un’egemonia che sembrava insuperabile. Questo voto fotografa innanzi tutto una rovinosa sconfitta personale del premier. Berlusconi ha personalizzato l’intera campagna elettorale. Con una strategia chiara: killeraggio politico contro gli avversari nelle città, stato d’assedio permanente contro le istituzioni nel Paese. Mentre sparava parole come pallottole contro le toghe ‘cancro da estirpare’ e contro il Quirinale ‘potere da ridimensionare’, il Cavaliere è sceso in battaglia da capolista a Milano (mettendo la faccia e la firma persino sull’accusa vergognosa e violenta della Moratti contro Pisapia) ed è sceso in campo da tribuno a Napoli (rilanciando le sue colossali ‘ecoballe’ sulla sciagura dei rifiuti, persino quella colpa dei ‘pm politicizzati’). La strategia non ha pagato. Di più, si è rivelata un suicidio, in entrambi i comuni sui quali il premier si è speso in prima persona. Milano va al ballottaggio, per la prima volta dal ‘97, con Berlusconi che vede più che dimezzati i suoi voti di preferenza rispetto alle comunali del 2006, il candidato del centrosinistra che è in vantaggio, il Pd che diventa primo partito della città. E con Pisapia che, a dispetto della bugiarda imboscata morattiana sul suo passato di ‘amico dei terroristi’, viene votato in massa come unico e autentico esponente dei ‘moderati’ nel capoluogo lombardo. Un vero e proprio ‘miracolo a Milano’. E al ballottaggio va anche Napoli, dove Lettieri non sfonda nonostante i disastri del Partito democratico dalle primarie in poi. Ma questo voto – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA - fotografa anche una sconfitta politica della maggioranza. Questa volta non perde solo Berlusconi. Al contrario di quanto accadde alle politiche di tre anni fa, i voti in uscita dal Pdl non sono stati drenati dalla Lega, che a Milano cede quasi 5 punti sulle regionali del 2010 e poco più di 3 punti sulle politiche del 2008. La vagheggiata Padania, invece di rafforzarsi ed espandersi, sbiadisce e restringe i suoi confini. A Torino stravince Fassino, a Bologna vince Merola, e capoluoghi importanti come Trieste e Savona, Varese e Pordenone, Rovigo e Novara, vanno al secondo turno. Il vento del Nord ha iniziato a cambiare direzione. E questo, per il Carroccio, è molto più che un campanello d’allarme. Bossi non può dire, come aveva sussurrato prima del voto, ‘se la Moratti vince abbiamo vinto noi, se perde ha perso Berlusconi’. Di fronte a questi dati, è l’intera alleanza forzaleghista che affonda. La Lega paga un prezzo altissimo alla sua metamorfosi, da partito di lotta a partito di governo. E paga un conto salatissimo a quel ‘vincolo di coalizione’ che l’ha unita e la unisce al Pdl: ha sostenuto le campagne più odiose e onerose del Cavaliere, dalle norme ad personam alla guerra in Libia, e non ha ancora portato a casa il federalismo ‘realizzato’. Quanto possono reggere le camicie verdi, ingabbiate dentro questo patto scellerato, e private dello spirito libero, rivoluzionario e pre-politico, grazie al quale hanno sfondato gli argini del Po dal 2001 in poi? Ma questo voto fotografa anche la vittoria politica delle opposizioni. Di tutte le opposizioni. Il Pd esce dal voto con qualcosa in più del risultato che si aspettava. Bersani aveva detto: mi accontento di due vittorie piene (Torino e Bologna) e di due ballottaggi (Milano e Napoli). È andata esattamente così. Con un dato milanese che va al di là di tutte le aspettative: certo, almeno nel voto di lista dovuto più alla debolezza dell’avversario che alla forza dello sfidante. Ma un dato pur sempre sorprendente, che si accompagna ad una ripresa anche nelle altre città e province in cui si è votato. Con questi numeri, sarà difficile pretendere dal segretario una ‘verifica’ sulla linea politica, come qualcuno aveva chiesto inopinatamente prima del voto. Con questi numeri, sarà opportuno che l’intero stato maggiore dei democratici coltivi il valore dell’unità e non più il rancore delle divisioni. Il Terzo Polo di Casini e Fini, anche se ottiene un rendimento non esaltante dal punto di vista dei candidati, - continua Giannini su LA REPUBBLICA - si consolida come ago della bilancia su scala nazionale. Esattamente quello a cui puntava: con il Centro, grande o piccolo che sia, bisogna scendere a patti, per vincere le elezioni. Anche se la diaspora all’interno di Futuro e Libertà non pare finita, e produrrà probabilmente altre dolorose rese dei conti. Le altre forze a sinistra del Partito democratico crescono in modo significativo. Non solo l’Idv, con l’exploit di De Magistris a Napoli, ma anche Sinistra e Libertà di Vendola e i candidati ‘grillini’ a Milano e soprattutto a Bologna. Qualche anima bella, soprattutto nel centrodestra sedicente ‘moderato’, lamenterà ora il rischio di un preoccupante bradisismo elettorale verso le ali più radicali dell’opposizione. Ma che cosa c’è stato di più irriducibilmente estremista e tecnicamente eversiva, in questi mesi, se non la guerra totale condotta da Berlusconi contro tutti i suoi nemici? E ad ogni modo, con questi risultati bisogna confrontarsi, prendendo atto che nel Paese un’ampia fetta di elettorato sente un bisogno di rappresentanza per una sinistra più solida e visibile, in quella metà del campo. In vista dei ballottaggi, questa vastissima area di opposizione è chiamata all’assunzione di una responsabilità forte, all’altezza del compito che gli elettori le hanno affidato. Si vedrà poi quali effetti potranno scaturire, a livello nazionale, da questa scomposizione e ricomposizione del fronte ‘anti-berlusconiano’. Se cioè potrà esserci il rischio di riproporre sul mercato politico una copia sbiadita dell’improponibile Unione del 2006, o se potrà nascere su basi nuove e diverse quell’Alleanza costituzionale per la fuoriuscita dal berlusconismo, senza scorciatoie tattiche o contaminazioni ideologiche. Ci sarà tempo per riflettere sul dato più generale di queste elezioni amministrative, che ci consegnano un Paese con un elettorato molto più saggio, più pragmatico e più fluido di come forse lo immaginavamo. Un elettorato che non affida cambiali in bianco a nessuno, nemmeno al Grande Imbonitore di Arcore. Che chiede fatti e non parole, soluzioni e non rappresentazioni. Un elettorato che non sembra affatto contento del bipartitismo imperfetto e improduttivo di questi anni e che, pur senza rinnegare le logiche del bipolarismo, guarda a orizzonti più ampi ed esige alleanze più larghe. Ma intanto occorre prendere atto che quest’area di forte opposizione a Berlusconi esiste. Ed è vastissima. Forse è già maggioritaria, in questa Italia evidentemente non del tutto narcotizzata dal quasi Ventennio dell’anomalia berlusconiana. Un’Italia stanca di guerra, di tracotanze istituzionali e di prepotenze mediatiche, di abusi di potere e di leggi su misura. Un’Italia che non ne può più di un esecutivo indeciso a tutto e di un capo di Stato che incarna l’Anti-Stato. Anche la Lega non potrà non tenerne conto, nella fase che si apre di qui al termine della legislatura. Non si può più governare con l’Intifada azzurra di Berlusconi e con i Responsabili di Scilipoti. Il voto di ieri – conclude Giannini su LA REPUBBLICA - dimostra che questo Paese merita molto di più, e molto di meglio”. (red)

5. La strada obbligata del governo

Roma - “La strada di un governo Tremonti, o se si preferisce Tremonti-Maroni, vagheggiato a più riprese nel corso della legislatura, ma mai concretizzatosi seriamente, - osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - ieri d’improvviso s’è riaperta. Dopo i risultati a sorpresa delle elezioni amministrative - con Berlusconi sconfitto a Milano, la Lega in calo e in fibrillazione, e i Responsabili in preda al si salvi chi può -, quello di un governo di fine legislatura che punti a una ricostituzione dell’originaria maggioranza di centrodestra, con dentro Casini e Fini, e a una rimonta al Nord, è diventato per il Pdl l’unico rimedio possibile, oltre che il più a portata di mano. Ci sono tre fattori a favore di questo sbocco. Il primo è la sconfitta personale e politica del premier. Per quanto i suoi collaboratori più stretti si ostinino a spiegare che Berlusconi, in realtà, ha arginato un risultato negativo che avrebbe potuto essere ben peggiore, sia per il trend europeo che vede in difficoltà tutte le destre al governo, sia per la congiuntura infausta della guerra in Libia e degli scarsi risultati imposti al governo dalla crisi economica, il peso della scommessa perduta su se stesso, e il conto dell’inconcludente politica di ricostruzione della maggioranza, a colpi di singoli transfughi dall’opposizione conquistati a caro prezzo, sono difficili da aggirare. E mettono una seria ipoteca sull’eventualità che il Cavaliere possa correre ancora in futuro per la premiership. Berlusconi naturalmente è il primo a saperlo, e proprio per questo tenterà al ballottaggio il miracolo che non gli è riuscito al primo turno. Sapendo che sarà una corsa solitaria e che forse correrà più solo di altre volte, dato che alleati e avversari scommettono insieme su una sua successiva sconfitta. Il fattore numero due riguarda il Terzo polo. I leader della neonata alleanza alla prima comune prova elettorale fanno di tutto per nasconderlo, ma non c'è dubbio che il loro consuntivo, in termini di voti, sia stato assai modesto. Casini e l’Udc da soli, stando ai precedenti, in molti casi valevano di più della somma con Fini e Rutelli. I neo-alleati – prosegue Sorgi su LA STAMPA - hanno invece centrato l’obiettivo di dimostrare che senza di loro il centrodestra perde. E se a Milano Moratti potrebbe restare a rischio anche riconquistando i terzopolisti, a Napoli questo stesso appoggio diventerebbe decisivo per Lettieri. Nell’una e nell’altra situazione però la confluenza è impedita: a Milano da Berlusconi in persona, che s’è presentato capolista e con cui i finiani è difficile stringano accordi per il ballottaggio, dopo averlo combattuto frontalmente fino all'ultimo. E a Napoli dalla vecchia ruggine tra il vicepresidente del Fli Bocchino e il coordinatore del Pdl Cosentino, che esercita su Lettieri la sua tutela. Così è più probabile che il Terzo polo si metta alla finestra, aspettando di vedere gli effetti del voto amministrativo sul già pericolante equilibrio del governo. Al momento, è l’unico minimo comun denominatore possibile nell’alleanza, ancora incerta, tra le tre componenti centriste, che Berlusconi tenterà tuttavia di dividere. Il terzo fattore è il risultato del Pd. Come s’è capito ieri dalla prudenza di Bersani e Letta, i leader del centrosinistra sanno di aver vinto, ma anche che l’illusione di stravincere potrebbe rivelarsi perniciosa. Fassino a Torino e Merola a Bologna sono già un buon piazzamento. Incoraggiante anche il voto di lista a Milano, città in cui da tempo era in corso un declino inarrestabile. Pisapia sindaco sarebbe una bandiera, ma di Vendola più che di Bersani. E De Magistris a Napoli, anche per Di Pietro, un boccone duro da mandar giù. Intanto che il centrosinistra regola i conti al suo interno, quindi, - conclude Sorgi su LA STAMPA - il compito dell’assalto finale a Berlusconi e al suo governo rimane delegato al centrodestra”. (red)

6. C’è poco da festeggiare

Roma - “Berlusconi ha perso. Bersani non ha vinto. E se proiettassimo questo voto amministrativo sulle politiche del 2013 – osserva Mario Sechi su IL TEMPO - l’unica frase che mi viene in mente è ‘si salvi chi può’. Sapevamo tutti che queste elezioni avevano un grande significato e indubbiamente è stato così. Il Cavaliere si è impegnato a fondo nella campagna elettorale, non si è sottratto alla mischia e sono certo che fosse assolutamente a conoscenza delle difficoltà che poteva incontrare subito dopo lo spoglio. Gli va reso atto di non aver mai fatto piccoli calcoli di bottega e di averci messo la faccia. In queste ore si starà chiedendo che cosa è andato storto a Milano, patria del berlusconismo, città dalla quale è partita la sua straordinaria avventura. Sarò chiaro: Letizia Moratti non era il candidato giusto. Un sindaco uscente se ha convinto i suoi concittadini non ha quasi bisogno di fare campagna elettorale. E invece qui è stato necessario l’impegno diretto del leader e non è bastato perché molti elettori leghisti hanno preferito stare alla larga da donna Letizia. Ovviamente il risultato non può essere ridotto a un problema di candidatura e basta. Anche Berlusconi deve fare le sue analisi e convincersi che la linea dello scontro all’arma bianca ha dei limiti, soprattutto quando il popolo ha in mente problemi come il traffico, la pulizia delle strade, la criminalità, i servizi di base, il lavoro, il costo della vita in una metropoli come Milano. Cose concretissime che poco hanno a che fare con la battaglia politica di Palazzo. Un ballottaggio tra Moratti e Pisapia non era un’ipotesi campata in aria, il problema è che il candidato della sinistra è in testa e quello del centrodestra segue a lunga distanza. Devo essere sincero: pensavo che vincere al primo turno fosse difficile ma non impossibile, ma non credevo che un esponente della sinistra radicale (e Pisapia lo è) potesse convincere i moderati di Milano a votarlo. L il segno più tangibile di qualcosa che è cambiato e con questo mutamento occorre fare i conti. Mi dispiace che dopo questo risultato alcuni parlamentari del Pdl abbiano ripreso con la litania dello spauracchio comunista, del Leoncavallo, dello spinello e così via. Il voto ha ampiamente dimostrato che alla gente non gliene importa un fico secco di questi temi. Serve altro. Occorre un confronto sui problemi reali, il resto viene percepito come propaganda. E in tempi di crisi e incertezza ha meno presa sull’elettore più scafato. Serve un cambio di passo. Per il centrodestra le elezioni sono state una delusione generale. Oggi ci presenteranno conti del tipo ‘abbiamo tot città e province...’ e così via. Questa non è analisi politica, è tafazzismo. Milano era il simbolo di questa campagna elettorale, il Pdl e la Lega dovrebbero inventarsi qualcosa per conquistarla al secondo turno perché a questo punto c’è il rischio concretissimo di perderla. Le cose non sono andate meglio altrove. A Napoli Lettieri doveva vincere al primo turno, altro che storie. Aveva la strada spianata, una sinistra divisa e a pezzi, un’amministrazione comunale sommersa dalla ‘monnezza’. Niente, va al secondo turno e con una prospettiva complicata. A Bologna c’era lo spazio per un ballottaggio che è sfumato, a Torino non c’è mai stata partita perché Piero Fassino e un signor candidato. Messa così sembra una cavalcata trionfale del centrosinistra. E invece no. Quel che è accaduto con questo voto – prosegue Sechi su IL TEMPO - è allarmante anche per il Partito democratico. Ho visto Bersani in tv esultare. Fa il suo mestiere, ma qui dobbiamo dire chiaramente che anche il Pd in realtà è in grave pericolo. Parlo del progetto originario, quello che doveva fondere la tradizione post-democristiana di sinistra con l’eredità del Partito comunista. Sogno andato in frantumi ieri. I candidati vincenti di Bersani sono tutti lontani dal Pd. Antagonisti. Pisapia ha vinto le primarie contro Stefano Boeri, il candidato ufficiale del partito, ed è chiaramente un politico lontano anni luce dalle posizioni bersaniane, piuttosto abbiamo di fronte un vendoliano con un passato ingombrante nell’estremismo. Ha vinto a dispetto del partito che oggi lo applaude. A Napoli il Pd è una rovina fumante. Il suo candidato, Mario Morcone, è finito terzo, stracciato dal De Magistris messo a correre da Tonino Di Pietro contro la volontà di Bersani e soci. Un alleato con il coltello in mano. Andrà lui al ballottaggio con Lettieri e tanti saluti all’esperienza dei democratici all’ombra del Maschio Angioino. A Cagliari un giovane signor nessuno, Massimo Zedda, ha prima fatto secco il candidato del Pd alle primarie, Antonello Cabras, e poi mandato il centrodestra in crisi costringendo il candidato Massimo Fantola ad andare a un secondo turno inaspettato e ora molto rischioso. Questo sarebbe il mirabile successo di Bersani? Se è così, buona fortuna. In realtà, cari lettori, siamo di fronte a un voto che ha connotati decisamente anti-sistema e rischia di travolgere quel poco che resta dei due principali partiti che in questi anni - con alti e bassi - hanno fatto da magnete per il nostro incerto bipolarismo: il Pdl e il Pd. Osservate con attenzione i dati che escono dalle urne. Lo scenario è quello di un voto di protesta (i Grillini a Bologna), un voto radicalizzato (De Magistris a Napoli, lo stesso Pisapia a Milano), un voto disperso (nella miriade di liste senza arte né parte), un voto non coalizzato (il fantasma del Terzo Polo), un voto in definitiva spesso inutile perché non dà stabilità al sistema politico, drena ancora voti ai principali partiti e mette in serio pericolo una delle poche conquiste di questi anni: il bipolarismo. Provate a immaginare un risultato simile sul piano del governo nazionale: non vincerebbe nessuno, avremmo un assetto istituzionale in cui l’ingovernabilità è certa e il futuro altamente incerto. Non è quello di cui l’Italia ha bisogno, ma il voto è questo, va accettato e compreso. Mi piacerebbe pensare che da oggi le cose cambiano, che si fa tesoro di questa lezione, invece vedo incombere l’errore e l’orrore. Se questo è il quadro politico che esce dalle urne, è chiaro che servono fantasia, coraggio e nuove strade da sperimentare per non portare la macchina della politica a scontrarsi sul muro di titanio del voto anti-tutto. Al posto di Berlusconi comincerei a rivedere la formula politica della maggioranza di governo. L’alleanza con la Lega è sacra, ma s’è dimostrata insufficiente per vincere perfino a Milano, figuriamoci nel resto del Paese quando ci sarà da votare nel Mezzogiorno, in Sardegna, in Sicilia. Occorre una visione e una prospettiva complementare e non è quella del Terzo Polo. Lo scrivo con grande rispetto per tutti gli attori di questa finora sgangherata avventura, ma così non vanno da nessuna parte. Rischiano di essere marginali e a loro volta di essere cannibalizzati dalle mille forze anti-sistema che proliferano sul territorio. Un centro che non si coalizza è semplicemente inutile. Il centrodestra deve trovare un partner affidabile, un alleato serio, nuovo, portatore di una cultura moderata per allargare la sua offerta politica. Fuori da questo schema, regna l’incertezza, o meglio, - conclude Sechi su IL TEMPO - la certezza che in queste condizioni le elezioni sono una Caporetto per entrambi i poli. Non vince nessuno, perde il Paese”. (red)

7. Milano (e non solo) da paura

Roma - “Inutile cincischiare: il bersaglio grosso delle amministrative era Milano e il centrodestra – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - l’ha fragorosamente mancato. Ci sarà un ballottaggio difficilissimo e sarà Letizia Moratti a dover inseguire il candidato delle sinistre, Giuliano Pisapia. Il colpo potrà essere assorbito e restituito con gli interessi, certo, ma la gelida chiarezza dei numeri ora induce a fermarsi su una questione centrale per la maggioranza e per i berlusconiani sopra tutto: se e come verrà messa in discussione una campagna elettorale estremizzata all’inverosimile, personalizzata con lo stile dell’ordalia e pasticciata in modo inglorioso. Dai manifesti sulle Br in procura al colpo basso e senza scuse a Pisapia sul suo passato politicamente discutibile quanto irrilevante penalmente. Insomma un mezzo disastro che si combina con la sofferenza ambigua della Lega, che in fondo si aspettava di penare a Milano e ingrassare a Bologna, e che tenta di mettere in sicurezza alcune cittadelle in una più o meno beata (e premiata) solitudine. Né può consolare più di tanto la circostanza che il Pd abbia confermato la guida di Torino senza brillare o sia calato in Emilia; e che a Napoli abbia trovato nell’avanzata del manettaro dipietrista Luigi De Magistris lo specchio della propria insipienza strategica. Indecidibile, come nelle attese della vigilia, l’incidenza del Terzo Polo. Deludenti a Milano, ma vispi e forse decisivi a Napoli in vista del ballottaggio, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini potranno optare per la strategia dei due forni. Oppure no. Ma è scontato – prosegue IL FOGLIO - che dovranno pencolare o di qua o di là; e nell’attesa già c’è baruffa tra i finiani che proclamano la sopraggiunta eclissi del berlusconismo e quelli che promettono al Cav. i loro voti. Posta in questi termini l’analisi, sembra d’aver messo a tema una sconfitta corale e variopinta della quale si fatica a indovinare la causa efficiente e un vincitore definitivo. In parte è così. Ci sono però due corone d’alloro appoggiate su altrettante teste calde che rivelano più di qualcosa: De Magistris (a Napoli) e Beppe Grillo (un po’ dappertutto) sono i protagonisti di una scombinata e spettacolare marcia di conquista nel cuore ondivago di un crescente consenso protestatario. E’ il segno di un teorema non scritto ma sperimentato in questa truculenta campagna elettorale, fatta eccezione per il composto salotto torinese di Piero Fassino: l’estremismo giova agli estremisti. Compreso evidentemente il nichivendoliano Pisapia, un miscuglio di profetismo altermondista borghese e minoritario, miracolato dalle intemerate demenziali dei suoi avversari. Non sappiamo se a Milano sarebbe bastato fare e dire cose politiche per confermarsi al primo turno, ma il Cav. e i suoi – conclude IL FOGLIO non ci hanno nemmeno provato”. (red)

8. Pericolo caduta voti

Roma - “La sintesi è questa: la sinistra ha conservato le sue capitali - Bologna e Torino - e fra quindici giorni potrebbe dover rinunciare a Napoli, - scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - ma ha buone possibilità di portarsi a casa Milano. Messa così sembrerebbe uno scambio alla pari: il capoluogo campano al posto di quello lombardo. Ma la questione non è di numeri, perché se perdesse il municipio meneghino, il centrodestra perderebbe la sua patria e la reazione della Lega potrebbe mettere a repentaglio addirittura la durata della legislatura. Diciamo subito che per arrivare a questo punto, con il rischio di regalare Milano (e forse anche il governo) alla sinistra, Letizia Moratti ci ha messo del suo. Nei cinque anni da sindaco ha fatto di tutto pur di dare di sé un’immagine altezzosa e distaccata dai problemi concreti della città. Vittima del suo carattere, un misto di alterigia e timidezza, non è mai entrata in sintonia con i milanesi, i quali l’hanno ripagata con egual moneta non andando a votare e facendole incassare quattro punti in meno rispetto a quelli della coalizione che la sostiene. La distanza tra amministratrice e amministrati il sindaco avrebbe potuto colmarla, rimontando l’onda, se solo avesse fatto qualche sforzo in più di quelli messi in atto negli ultimi mesi, trasmettendo maggi or passione e umiltà. Al contrario, la signora ha fatto la campagna elettorale quasi in punta di piedi, come se il duello nell’urna fosse un appuntamento fra vecchie zie all’ora del the. Solo all’ultimo Letizia è parsa risvegliarsi - forse percependo un segnale d’allarme - e ha dato un calcio negli stinchi all’avversario. Un fallo che non le ha giovato perché troppo inatteso, mentre al contrario è servito al suo concorrente, che ha potuto atteggiarsi a vittima e godere del supporto di chi pensava di votare per Grillo piuttosto che per lui. La signora in azzurro, o nerazzurro visto che la famiglia è tra le finanziatrici dell’Inter, ha dunque dato un contributo rilevante al 48 a 41. Ciò detto, sarebbe ingeneroso e sbagliato prendersela solo con lei. Quasi un mese fa avevamo avvertito i lettori e i dirigenti del Pdl del pericolo, avvisandoli del rischio di una sconfitta nella capitale del berlusconismo. Una botta che se avvenisse (quello di ieri è un anticipo, brutto e doloroso, ma non ancora definitivo) non avrebbe un solo responsabile. Il sindaco porta ovviamente la principale colpa, perché è suo il nome che campeggia in cima alle liste. Ma anche capi e capetti si sono dati da fare in loco per apparire confusi e inefficienti, quando non in lotta. Per essere franchi fino in fondo, quello uscito dalle urne non è però l’esito di ciò che si è fatto o non si è fatto a Milano. Certamente il bilancio municipale conta, ma ad esso si aggiunge l’immagine complessiva della maggioranza a livello nazionale. Il centrodestra nel 2008 è stato eletto con un forte consenso che nelle elezioni di medio termine, le ultime delle quali per il rinnovo dei consigli regionali, è stato confermato. Ma da allora - poco più di un anno fa - tutto è cambiato. A marzo la rottura tra Berlusconi e Fini non era ancora insanabile: nonostante il presidente della Camera si impegnasse ogni giorno a dare del filo da torcere al premier, tra i due non si era ancora consumato il divorzio. Come è a tutti noto, la situazione precipitò di lì a poco, con la lite in pubblico durante il consiglio nazionale. Il ditino alzato di Fini affrettò le cose, con l’espulsione. Da lì in poi è andata di male in peggio. La nascita del nuovo partito, la mozione di sfiducia, la costituzione di un’armata Brancaleone che potesse prendere il posto dei traditori, il bunga bunga, l’ennesimo tentativo di far fuori Berlusconi per via giudiziaria, la guerra in Libia e l’invasione di profughi. Certo, in questi mesi – prosegue Belpietro su LIBERO - è stato fatto anche qualcosa di buono, ad esempio la tenuta dei conti pubblici, la riforma universitaria e il federalismo. Ma gli elettori badano più agli insuccessi che ai successi. Quanto è accaduto nell’ultimo anno non ha tonificato l’umore del popolo di centrodestra. Forse non è stato tale da indurne una parte a votare per la sinistra, ma più d’uno è stato scoraggiato a recarsi alle urne. Non so se si sia trattato di un avvertimento o di una disaffezione definitiva, né se vi sia all’interno della maggioranza, per esempio nella Lega, un calcolo allo scopo di ottenere maggior potere o semplicemente una sterzata della coalizione. È certo però che nemmeno Berlusconi col suo slancio finale è bastato a frenare la caduta di consensi, soprattutto al Nord (a Campobasso, Catanzaro e Cosenza le cose sono andate meglio) e probabilmente proprio a lui verrà imputata la sconfitta. Il che sarebbe l’ennesimo errore. Il Cavaliere forse non tirerà più come un tempo e magari sarà anche avviato sul viale del tramonto come qualcuno sostiene (lo dicono da quindici anni, si vede che è un viale molto lungo), ma senza di lui ancora non si capisce come possa proseguire il centrodestra. L vero che nel Pdl e tra le file del Carroccio serpeggia la stanchezza e la delusione perle promesse non mantenute. Ma se lo desiderano, Berlusconi e Bossi sono ancora in grado di invertire la tendenza, a Milano come nel resto del Paese. Ciò che conta è che marcino uniti e non in ordine sparso come qualche volta capita. Se vogliono vincere devono ritrovare lo spirito che li mise insieme, dando prova di decisione e coerenza. Evitare di disperdere un patrimonio politico è possibile, a patto che lo si voglia. Dunque, cari amici del Pdl e della Lega, lasciate da parte le beghe e le ripicche e rimboccatevi le maniche: avete quindici giorni per riparare i danni. Nel caso perdeste, - conclude Belpietro su LIBERO - per rinfacciarvi gli errori commessi avrete tutto il tempo che desiderate”. (red)

9. Centrodestra in affanno e centrosinistra sbilanciato

Roma - “Non è andata bene. Anzi, è andata maluccio, - osserva Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - soprattutto a Milano, dove Letizia Moratti è stata sotto anche rispetto alle previsioni più pessimistiche. La sfida, però, resta aperta, sia a Napoli che a Milano, dove tra quindici giorni si giocherà la partita di ritorno. Il fronte antiberlusconiano festeggia una vittoria che, al momento, tale non è. E, soprattutto, gli sconfitti sono più d’uno. Dalle urne escono infatti alcune indicazioni chiare. La prima: il centrodestra è in difficoltà a ripetere i risultati delle ultime tornate e Berlusconi personalmente paga un anno di massacro mediatico. Il Pdl però tiene attorno al 30 per cento e resta il primo partito, la Lega non sfonda (a Milano fa un balzo in avanti rispetto a cinque anni fa, ma uno indietro, anche pesante, rispetto alle Regionali della scorsa primavera). Il premier, quindi, non è peggio messo di Bossi, il quale deve rinunciare all’idea di fare da serbatoio di eventuali voti in fuga dal Pdl. La seconda: il progetto di Fini è fallito. Dove si è presentato da solo, il Fli stenta a superare il due per cento, umiliato da liste civiche e partitini fai da te. Stessa sorte per il Terzo Polo Casini-Rutelli-Fini che su molte piazze non ha nep­pure superato la soglia minima per entrare in Parlamento nel caso di elezioni politiche. La terza: l’asse della sinistra si sposta pericolosamente sull’ala più estrema extra Pd ( Pisapia, cioè Vendola, a Milano, De Magistris, cioè Di Pietro a Napoli). Una simile coalizione (da Vendola a Franceschini) può anche vincere un’elezione ma, come dimostra l’esperienza dell’ultimo esecutivo Prodi, non è in grado di governare il Paese. Bersani quindi ha poco da festeggiare: la sua linea centrista e di forza moderata esce pesantemente punita da questa tornata e certo non mancheranno ripercussioni interne. Detto questo, - prosegue Sallusti su IL GIORNALE - ora aspettiamoci un diluvio di polemiche e di liti. La domanda è: lo scivolone della Moratti è dovuto anche alla radicalizzazione dello scontro voluto da Berlusconi? Io credo di no, manca la prova contraria e comunque ci sono due indizi. La coalizione, riconducibile a Berlusconi, ha preso più voti del sindaco uscente, cioè la linea dura ha preso più voti del sindaco moderato. L’altro indizio è che in generale gli elettori hanno premiato candidati radicali ( Pisapia, De Magistris, i ragazzi di Grillo) e punito veri o presunti moderati. Altrimenti Casini, con Rutelli e Fini, avrebbe dovuto fare il pieno di voti, cosa che non è successa. Detto che per il centrodestra il campanello d’allarme è suonato forte e chiaro, confronto a ciò che è successo alle elezioni di medio termine in Germania, Francia e Spagna (tracollo delle coalizioni di governo) il risultato di ieri non può essere liquidato come una slavina inarrestabile. Tutto dipende dai nervi saldi che sapranno mantenere Bossi e Berlusconi per tenere uniti Pdl e Lega. Le insidie, più che dall’opposizione, arrivano dall’interno. Non tutti, dentro al centrodestra, ieri si sono disperati per il risultato di Milano. Anzi, qualcuno si è pure fregato le mani intravedendo possibilità di scalate interne e di potere. Di certo, nelle prossime ore, - conclude Sallusti su IL GIORNALE - ne vedremo delle belle”. (red)

10. La risposta della città che non ama gli eccessi

Roma - “Colpisce l’intero centrodestra, ridimensiona il sindaco uscente, cancella l’effetto magico di Berlusconi. Ci sono quasi sette punti di distacco – osserva Giangiacomo Schiavi sul CORRIERE DELLA SERA - a favore di Giuliano Pisapia nel voto di una città che si rimette al centro della politica, rifiutando l’immagine guerresca di una campagna elettorale impostata dal premier come referendum su se stesso. Non è servito sovrapporre la sua immagine a quella di Letizia Moratti; sono stati un boomerang i manifesti di Lassini con la vergogna delle accuse alla Procura. Milano non ha capito, ha disapprovato, si è sentita a disagio in una campagna incattivita da uno sfoggio di aggressività che ha trascurato i temi locali per giocare un’altra sfida: quella politica, delle battaglie giudiziarie di Silvio Berlusconi. Anche Letizia Moratti ha sbagliato, scivolando nei toni e nello stile: l’accusa, rivelatasi falsa e usata come arma dell’ultimo minuto nel confronto in tv, ne ha mostrato una faccia insolita, lontana dal fair play che si conviene a chi non deve urlare per farsi sentire. E Milano, città del dialogo, del civismo responsabile di Cattaneo, della moderazione che non ama i toni acuti, ha punito con severità entrambi: sindaco e premier. Sullo sfondo di una sconfitta non annunciata c’è la Lega, come un convitato di pietra: non ha gradito la personalizzazione del premier, non ha imposto i suoi temi, è rimasta sotto il dieci per cento. Paga la mancanza di concretezza di un centrodestra che parlava d’altro invece di pensare anche alle buche e ai ritardi del tram. Così è cresciuto giorno dopo giorno Pisapia, fino a quel 48,1 per cento di voti che per il centrosinistra rappresenta il massimo storico degli ultimi vent’anni. Sente alle sue spalle un vento di vittoria l’avvocato di Sinistra e libertà che piace alla borghesia e ai ceti popolari. Lo stesso che qualcuno – prosegue Schiavi sul CORRIERE DELLA SERA - percepiva venerdì sera in piazza Duomo, con quarantamila persone che lo applaudivano al concerto di Vecchioni: mai si era vista una piazza di sinistra così convinta della possibilità di farcela, di arrivare a un ballottaggio con questi numeri nella roccaforte del centrodestra. E contro Letizia Moratti, poi: non un semplice avversario ma una corazzata Potemkin, come l’aveva definita il cognato Massimo Moratti dopo la vittoria del 2006. Fino al 47 per cento dei consensi c’era arrivato anche Bruno Ferrante, l’ex prefetto appoggiato dall’Unione di Romano Prodi. Ma la Moratti allora passò al primo turno con il 51,5 per cento: poteva ancora sommare, ai suoi, i voti di Udc e Fli, quel 5,5 per cento che oggi si è spostato sul terzo polo di Manfredi Palmeri e rappresenta un vuoto, non riempito da nessuna lista d’appoggio. Ma non basta questo smottamento per spiegare la sorpresa di Milano. Pisapia ha ricompattato un’area che sembrava dispersa, intercettando in città la voglia di uscire dagli schemi troppo vincolanti del berlusconismo. Gli hanno dato una mano la ritrovata passione civica e la necessità di un ascolto meno plastificato tra centro e periferia. Anche il voto di protesta raccolto dall’esponente della lista di Beppe Grillo è significativo. Sarà utile per Pisapia fra quindici giorni, anche se il suo problema sarà quello di non sbilanciare troppo la coalizione verso l’ala estrema. Al ballottaggio non si fanno somme matematiche: tutto è possibile. Ma è è chiaro che la partita più difficile la gioca Letizia Moratti. Dovrà trarre lezione dagli errori compiuti e riproporsi senza la maschera che ha indossato negli ultimi giorni. Si dovrà parlare più di città, adesso. E il valore aggiunto potrebbero essere le squadre, senza nomi da sottoporre alle alchimie del manuale Cencelli. Anche da questo – conclude Schiavi sul CORRIERE DELLA SERA - Milano può cominciare a dare un segnale di controtendenza al Paese”. (red)

11. Lega paga ruolo “moderato” ma resta decisiva

Roma - “La competizione milanese – osserva Renato Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - era divenuta simbolica anche sul piano nazionale. Come si sa, è passata da una mera elezione amministrativa ad un vero e proprio referendum che coinvolgeva lo stesso Berlusconi. Proprio quest’ultimo aveva sostenuto che era necessario un segnale forte da Milano, consistente in una netta vittoria al primo turno. Di qui una campagna elettorale volutamente molto politicizzata, sempre più legata a temi nazionali, con un forte impegno personale dei leader del Pdl e, non a caso, un posizionamento assai più defilato della Lega. La quale, un po’ paradossalmente, ha assunto l’immagine di una componente ‘moderata’ , a fronte di una posizione più ‘forte’ (o, in certi casi, ‘estrema’ ) del Pdl. Bossi ne ha pagato almeno in una certa misura lo scotto, tanto che una parte di elettori leghisti delle ultime consultazioni pare non avere rinnovato a Milano, la fiducia al Carroccio. L’esito costituisce dunque una sconfitta per il Cavaliere. Le dinamiche che hanno portato a questo risultato potranno essere meglio evidenziate quando saranno disponibili le analisi scientifiche sui flussi elettorali. Ma, già da ora, appaiono ragionevolmente evidenti almeno due elementi. In primo luogo, dato il carattere sempre più politico della competizione, vanno considerate le componenti più generali che, anzi, data la connotazione della campagna elettorale, diventano in questo caso centrali. Specialmente il trend di erosione di popolarità del presidente del Consiglio, già evidenziato sul Corriere nelle scorse settimane, e riaffermato con questo voto. Il calo contemporaneo di Pdl e Lega ne accentua le implicazioni a livello nazionale, di fronte alle quali Berlusconi dovrà in qualche modo reagire. Ha poi certo influito la campagna elettorale della Moratti e, specialmente, l’ultimo clamoroso errore in occasione del dibattito con Pisapia. Quest’ultimo è invece riuscito, in queste settimane, ad allontanare progressivamente da sé il connotato di estremista (che vanamente il sindaco uscente ha cercato all’ultimo di ricordare), per conquistare via via un’immagine più moderata, che è riuscita a persuadere anche svariati ambienti della borghesia milanese. Ciò non significa tuttavia – prosegue Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - che riuscirà necessariamente a prevalere anche al secondo turno. Tutto dipenderà dalla posizione della Lega, da quella dei centristi (il cui rilievo politico si accresce anche sul piano nazionale, sempre che riescano a non spaccarsi da subito tra loro), ma anche dalle scelte del Movimento 5 Stelle che, nelle scorse settimane, aveva dichiarato di non voler votare al ballottaggio. Ma se Berlusconi ha (per ora) perso, il Pd non ha (per ora) vinto. Specie il risultato di Napoli mostra ancora una volta, la fiacchezza del partito di Bersani che, dopo avere subito una esperienza disastrosa con le primarie, non è riuscito ad accedere al ballottaggio, malgrado avesse presentato un candidato di grande valore. Anche a Milano, peraltro, l’esponente indicato dal Pd aveva perso le primarie. È l’effetto dei forti conflitti interni al partito, particolarmente accentuati a Napoli, ma presenti anche notevolmente sul piano nazionale. Nel loro insieme, i risultati di queste amministrative indicano il frequente prevalere della figura del candidato nelle decisioni di voto degli elettori (evidente anche dalla diffusione del voto disgiunto) a fronte dell’ulteriore allontanamento dalle già erose fedeltà di partito. E sanciscono, in una certa misura, la debolezza delle forze politiche maggiori. Il successo dei grillini in diversi contesti segnala nuovamente il trend di distacco di una parte crescente dell’elettorato dai partiti tradizionali, l’insoddisfazione per un quadro politico che a molti appare inconcludente. Anche questo – conclude Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA - mostra come queste amministrative segnino probabilmente l’inizio di una più complessa fase di mutamento e di transizione dello scenario politico italiano”. (red)

12. Lo choc del Cavaliere. Telefonata gelida con Bossi

Roma - “La parola ‘errori’ ad Arcore si pronuncia. Ma per un padrone di casa molto demoralizzato – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - sono ancora quelli degli altri: è colpa del partito che lo costringe sempre a fare tutto da solo, è colpa della Moratti che non sa comunicare e non sta simpatica ai milanesi, è colpa della Lega che non si è impegnata e che ha preso meno voti di quelli attesi. L’aria che tira, in un pomeriggio che difficilmente Berlusconi dimenticherà, è questa. Il Cavaliere è chiuso a casa, il suo portavoce Bonaiuti non commenta: si sa che il premier ha seguito lo spoglio in tv, che non ha fatto molte telefonate, se non una piuttosto fredda con Umberto Bossi e una con Denis Verdini, chiedendo di enfatizzare i dati nazionali, la raccolta complessiva di consensi e di vittorie, bypassando le notizie e le cifre su Milano. Sono frammenti di un’atmosfera plumbea, resa più pesante dal dato delle preferenze espresse dai milanesi per il Berlusconi capolista: alla fine rischiano di essere la metà delle precedenti Comunali. Nelle prime ore dello spoglio il dato era ancora peggiore; nello staff del premier, con l’accordo dell’anonimato, si esternava la paura di un ‘bagno di sangue, un disastro’ . Di certo il Cavaliere cercava un test su se stesso e i primi a dire che ha sbagliato i tempi e il campo di gioco sono i suoi uomini. A questo punto contano poco le recriminazioni, appare poco consolatorio il Bondi che assicura un quadro peggiore se il Cavaliere non fosse sceso in campo. ‘E’ una tragedia di proporzioni bibliche’ enfatizzano in via dell’Umiltà, sede del Pdl a Roma; e dunque c’è poco di cui consolarsi. Persino Lassini ha preso una manciata di voti; per qualcuno è la prova che il Cavaliere, per la prima volta, non ha aiutato il suo candidato. Forse il contrario. Berlusconi – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - a cena riceve la figlia Barbara, l’allenatore del Milan Allegri, l’amministratore delegato Galliani. Cena programmata pensando ad altri risultati. Ma non c’è nulla su cui brindare. Si è di fronte al rischio concreto di perdere Milano, di assistere a un cortocircuito imprevedibile con la Lega, alla certezza che la campagna elettorale non ha fatto centro. Viviana Beccalossi, del Pdl lombardo, è fra le poche che denuncia errori di strategia: abbiamo parlato poco dei temi della città, troppo di magistrati e di argomenti nazionali. In sostanza punta l’indice contro le scelte di Berlusconi e in un partito come il Pdl non è poco. Oggi, con in mano i dati definitivi, il premier farà forse la prima analisi ufficiale del voto. Al netto di quella ‘sfiducia nella situazione informativa’ , denunciata ieri uscendo dal seggio insieme alla voglia di rispettare il silenzio elettorale. Aveva chiesto un referendum sul governo, assicurato che a Milano e a Napoli non ci sarebbero stati problemi. Sarà invece costretto a dissimulare la delusione. Per il momento – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - non gli resta che esprimere un’incredulità: ‘Non posso credere che alla fine vincano gli estremisti e la sinistra estrema’”. (red)

13. Il Cavaliere ora teme la vendetta di Bossi

Roma - “Preoccupato per il ballottaggio di Milano e Napoli, dall’esito quanto mai incerto. Ma soprattutto - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - Berlusconi è ora in ansia per l’atteggiamento che terrà il Carroccio, già inquieto e percorso da una crescente voglia di autonomia dopo il fiasco della Moratti. ‘Con Bossi - ha ripetuto ieri il Cavaliere - ci sentiremo oggi per valutare a mente fredda i risultati, quando i dati saranno certi. Ma anche la Lega a Milano è andata sotto le aspettative, non penso che faranno colpi di testa’. Insomma, nel ragionamento del premier la paura di una crisi di governo provocata dal Carroccio viene mitigata dalla considerazione che anche Bossi ha perso il voto dei milanesi, passando dal 14 per cento preso in città alle ultime regionali al 9,5 per cento. Sta di fatto che i fantasmi del governo ‘tecnico’ hanno ripreso forma nei discorsi del premier. Sa che la perdita del capoluogo lombardo non può lasciare inalterati i rapporti con il Senatur. Anche perché l’eventuale approdo di Pisapia a Palazzo Marino, significherebbe perdere quote rilevanti di potere reale: dalle banche alle potenti aziende municipalizzate. Nel quartiere generale di Arcore stamattina sono convocati i fedelissimi del Pdl per un vertice d’emergenza. Berlusconi farà la sua dichiarazione ufficiale dopo averla limitata alla luce degli ultimi risultati. Ma ieri erano lo sconforto e la rabbia i sentimenti prevalenti. Un ministro di punta, quando nel pomeriggio chiama Arcore, riaggancia la cornetta e sussurra con un filo di voce: ‘È una Caporetto. Pisapia può vincere al primo turno’. ‘Una Caporetto’, ammette l’inquilino di Palazzo Chigi. Alla fine non sarà così, ma il disastro per un momento si materializza davvero nel Pdl. Il premier ne ha per tutti. Ce l’ha con la Moratti, ‘che ha perso il 2 per cento con quell’uscita maldestra contro Pisapia’. E ce l’ha anche con la Lega, ‘che ha puntato solo a distinguersi, a partire dalla Libia, dando l’impressione di una coalizione litigiosa’. Ce l’ha con Formigoni, visto che nel Pdl gli hanno riferito che il governatore lombardo non si è impegnato al massimo in campagna elettorale. Il sospetto è che Cl abbia fatto votare solo i suoi candidati ma non il sindaco. ‘Io - si è sfogato Berlusconi in privato - oggi pago gli errori di tutti. Sapevo che Milano era difficile, ma mi sono sacrificato lo stesso. Il problema è che quando alzo la mia bandiera mobilito i nostri elettori, ma faccio andare al voto anche quelli della sinistra che mi odiano’. L’unica soddisfazione è allora vedere ‘il fiasco di Fini’, con Fli che ‘è diventato il terzo partito del terzo polo’. E la ‘crisi’ del Pd, ‘succube dei giustizialisti e degli estremisti’. ‘Con questi risultati - osserva il Cavaliere - per Casini sarà ancora più difficile allearsi con la sinistra. Come farà a giustificare l’alleanza con i comunisti?’. E tuttavia il timore nel quartier generale berlusconiano è che il disastro di Milano sia stato solo rimandato. A microfoni spenti un esperto del Pdl fa notare infatti che la Moratti ha pescato in tutto il suo bacino, mentre Pisapia può ancora contare sul 3,2 per cento del grillino Calise. ‘E anche i voti del terzo polo - ragiona la fonte di via dell’Umiltà - ormai sono voti dati contro Berlusconi, non stanno certo a sentire Ronchi e Urso’. Insomma il premier stavolta dovrebbe davvero compiere ‘un miracolo’ per ribaltare una sconfitta annunciata. Già ieri ha iniziato a mettere a punto la strategia del contrattacco. ‘I milanesi - dice il Cavaliere - ci hanno mandato un segnale chiaro. Ma non posso credere che i moderati vogliano farsi governare da Di Pietro, Vendola e De Magistris’. Al di là della propaganda elettorale, Berlusconi dovrà anche cercare di mettere il silenziatore sulle divisione interne al Pdl, dove puntualmente è partita la resa dei conti. Le colombe puntano infatti il dito contro i falchi, che sarebbero all’origine del fallimentare risultato di Milano. Viene messa sul banco degli imputati – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - la coppia Santanché-Sallusti, con la propaggine Lassini (adottato dal Giornale). E anche Denis Verdini dovrà difendere il ‘suo’ Pdl dagli attacchi. Torna così a farsi sentire Claudio Scajola, rimasto volutamente in silenzio durante la campagna elettorale. ‘Queste - spiega l’ex ministro - vanno considerate come elezioni di medio termine, in cui si sono scaricate molte insoddisfazioni di tipo diverso, ha pesato anche la crisi economica e la gente ha suonato un campanello d’allarme. Ma credo e spero che sia tutto recuperabile: certo bisogna capire come e dove correggere gli errori, senza scaricare le colpe sugli altri. Sapendo naturalmente che la situazione è difficile’. Comunque ‘anche la Lega ha perso’, mentre ‘c’è il dato positivo del Sud, che necessita quindi di una maggiore attenzione nello scenario nazionale’. Berlusconi? Scajola lo salva: ‘Se non si fosse candidato lui a Milano sarebbe andata anche peggio’. La strategia per il futuro, secondo l’ex ministro, deve prevedere una correzione di rotta, con meno Lega e più moderazione. Meno Bossi e più Casini. ‘Il nostro traguardo deve essere quello di unire le forze moderate e creare anche in Italia il partito popolare europeo’. In ogni caso la sensazione è che da ieri tutto sia cambiato, tutto si sia rimesso in movimento. Il mito dell’invincibilità del premier viene messo in discussione persino dentro il Pdl, dove in molti si chiedono se non sia davvero l’inizio della fine. Anche Adolfo Urso, che pure si batte perché Fli appoggi la Moratti al ballottaggio, si dice certo che la fase di Berlusconi si sia chiusa irrimediabilmente: ‘È finito, tra i miei amici del Pdl - confida - c’è sgomento. Non solo non sarà lui il candidato premier nel 2013, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - ma ho qualche dubbio che sarà ancora a palazzo Chigi fra 3 mesi. Per questo dobbiamo stare nel centrodestra, da ieri nulla sarà più come prima’”. (red)

14. Silvio accusa la Lega: “Distinguersi su tutto non paga”

Roma - “La fortezza berlusconiana – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - mostra crepe visibili nei bastioni. Berlusconi vede che l’onda lunga del 2008 si è andata ad infrangersi sugli scogli di Milano e della Lega, con Bossi che ieri a via Bellerio ruggiva (‘perdiamo per colpa del Pdl e della Moratti che è bollita, per fortuna noi vinciamo altrove’). Nelle stesse ore, man mano che i dati veri del ministero dell’Interno confermavano le proiezioni, anche il premier accusava la Lega di avere contribuito a questa batosta, ‘perché differenziarsi come hanno fatto loro negli ultimi tempi, su tutto, non paga’. Chissà se nella telefonata che c’è stata tra i due queste cose se le sono dette in faccia. Nel giro stretto del capo, rimasto in silenzio stampa ad Arcore con il suo portavoce Paolo Bonaiuti, c’è aria di funerale. E molti adesso ammettono che la ricandidatura della Moratti sia stato un errore. Lui, Berlusconi, deve ripensare la strategia di comunicazione, con quale linea riprendere la campagna elettorale per il secondo turno. Sono tanti i dirigenti del Pdl che gli consigliano più moderazione, di concentrarsi sui problemi della città, di non continuare con il bombardamento della procura di Milano e i concentramenti rumorosi davanti al Tribunale. Ascolterà questi consigli che anche Bossi gli aveva dato? Riuscirà a far emergere la vera anima moderata della Moratti e non dare ascolto alla Santanché e Sallusti che nel partito con cattiveria hanno soprannominato Olindo e Rosa. Adesso Berlusconi è deluso, amareggiato, stupito. Stupito che Lettieri a Napoli non ce l’abbia fatto al primo turno mentre il ‘forcaiolo’ De Magistris abbia superato il 20 per cento dei voti. Perfino a Cagliari il candidato del centrodestra Fantola è costretto al ballottaggio e a inseguire il vendoliano Massimo Zedda (Sel) addirittura in vantaggio. Ma lo choc di Berlusconi è per la sua Milano, per il dato di Pisapia che veleggia attorno al 48 per cento. ‘Non è pensabile che una città come Milano non possa essere governata da noi. È una città che deve guardare avanti e non può guardare al passato’. Ha chiesto spiegazioni al coordinatore Verdini che, imbarazzato, nel pomeriggio ha subito risposto che bisognava aspettare i dati certi, i voti scrutinati e non le proiezioni. Certo, ha provato a dire Verdini, la Moratti ha un trend negativo... ‘Negativo? Pessimo. Se questi dati verranno confermati dallo scrutinio, al ballottaggio non vinceremo mai, nemmeno se recuperassimo tutti i voti moderati in libera uscita’, ha osservato il premier. Il quale è ancora più deluso, amareggiato e stupito per il flop personale come capolista del Pdl a Milano. La città non l’ama più? Nella scorsa tornata – prosegue La Mattina su LA STAMPA - aveva fatto il pieno di preferenze totalizzandone 53 mila. Un plebiscito che questa volta non c’è stato perché il Cavaliere a Milano dovrebbe attestarsi attorno ai 15, massimo 20 mila preferenze. Una cifra terribile di sfiducia per il futuro politico di Berlusconi, che testardamente ha voluto trasformare queste elezioni amministrative in un referendum su se stesso, sul governo e sulle inchieste che lo riguardano. Per Berlusconi a Napoli la vittoria al secondo turno potrebbe essere a portata di mano perché il Pd non riuscirà a trovare un accordo con De Magistris. Poi quelli del Terzo polo mai e poi mai voterebbero per il ‘forcaiolo’. Ma a Milano lo spartito è diverso. Qui il Cavaliere non ha il minino dubbio che Casini, Fini e Rutelli vogliano dargli il colpo finale del ko. Ben sapendo che fargli perdere questa città significa spezzare l’asse con Bossi e far cadere il governo. Nessuna dichiarazione ufficiale, comunque. Il portavoce Paolo Bonaiuti rinvia a oggi quando i dati saranno definitivi. A bocce ferme incontrerà Bossi. Vuole farlo a mente fredda. Meglio prima far decantare le cose ed evitare reazioni emotive. Tenendo conto, ha spiegato Berlusconi, che la Lega non è andata bene a Milano. Il Carroccio era accreditato del 15 per cento e ora bene che vada raggiunge il 10 per cento. Qualcuno nel Pdl sospetta che non ci sia stato un impegno forte del Carroccio, che avrebbe fatto votare per la propria lista e non per la Moratti. Circolano le voci più incontrollate, sospetti e veleni tipici di una campagna elettorale andata male. Veleni che scorrono anche dentro il Pdl. La resa dei conti nel partito è rinviata alla fine dei ballottaggi, ma già c’è chi dice ‘io l’avevo detto che andava a finire così’. Sono le colombe che puntano il dito contro gli ‘estremisti’ interni, e non risparmiano nemmeno Berlusconi che ha forzato e sbagliato i toni. C’è Scajola sul piede di guerra che attende di essere reintegrato nel governo. Non solo. Cosa succederà tra i Responsabili, tra i nuovi arrivati nella maggioranza che adesso sentono puzza di bruciato? Continueranno a garantire il loro voto al governo? Sono tanti gli interrogativi che si pone Berlusconi, il quale non vuole sentir parlare di divisioni. Dovrà avere il colpo d’ala, tirare il coniglio dal cilindro, salvare il salvabile alle amministrative e poi rilanciare l’azione del suo esecutivo con provvedimenti di crescita economica, di riduzioni delle tasse. Tremonti glielo permetterà? Sono queste le riflessioni che si ascoltano tra i dirigenti Pdl. Non è di questo che però ieri sera – conclude La Mattina su LA STAMPA - si è messo a discutere ad Arcore. Ha preferito convocare un vertice per il calciomercato con il presidente e l’allenatore del Milan Galliani e Allegri”. (red)

15. Il Cav deluso non si arrende: “Bisogna crederci”

Roma - “Non è una bella giornata quella che Silvio Berlusconi passa chiuso ad Arcore in compagnia dei figli Marina e Pier Silvio, Fedele Confalonieri e pochi strettissimi collaboratori. Il risultato di Milano, infatti, - scrive Adalberto Signore su IL GIORNALE - si profila disastroso fin dalle prime proiezioni. E nel pomeriggio non fa che peggiorare visto che sia da via dell’Umiltà che da viale Monza rimbalzano a Villa San Martino numeri ufficiosi ben più preoccupanti, tanto che per diverse ore il timore è che Giuliano Pisapia possa perfino farcela al primo turno. Pericolo alla fine scampato, anche se il Cavaliere - numeri alla mano - è ben consapevole che la strada che porta alla riconferma di Letizia Moratti questa volta è davvero in salita. Un distacco di oltre sei punti, infatti, è difficile da colmare. Soprattutto con un candidato per nulla amato dall’elettorato di centrodestra e una Lega decisamente sotto alle aspettative. Due elementi, questi, che Berlusconi non manca di sottolineare nelle sue conversazioni private, anche se con la consapevolezza che il voto milanese è un segnale rispetto alla cosiddetta ‘linea muscolare’ seguita dal centrodestra in questi ultimi mesi (eloquente il bassissimo numero di preferenze a Roberto Lassini, l’autore dei manifesti anti-pm). Un argomento di cui si discute a lungo durante i diversi e accesissimi incontri dei vertici del Pdl lombardo. Il Cavaliere, però, pubblicamente preferisce prendere tempo. E - fa sapere Paolo Bonaiuti - rimanda ogni dichiarazione ad oggi, dopo che avrà studiato tutti i numeri della tornata elettorale con i dirigenti del partito convocati in mattinata ad Arcore. Non c’è solo Milano, infatti, e globalmente il Pdl sembra comunque reggere tanto che i risultati parziali vedono il centrodestra in vantaggio nelle undici provincie chiamate al voto. Senza considerare Napoli, dove Giovanni Lettieri ha tenuto bene e sembra favoritissimo nel ballottaggio che si terrà fra 15 giorni tra lui e Luigi De Magistris. Il punto dolente, però, resta Milano. In attesa del conteggio delle preferenze che andranno al capolista Berlusconi (che comunque dovrebbero essere intorno alle 20mila, ben lontane dalle 52mila ottenute nel 2006) e con il timore di perdere comunque il ballottaggio. Il premier, infatti, nelle telefonate della giornata non nasconde ai suoi interlocutori la ‘sorpresa’ per un risultato che davvero non si aspettava. Era cosciente, certo, che la Moratti avesse poco appeal e i sondaggi di un mese fa erano stati impietosi nel registrarlo soprattutto con numeri piuttosto consistenti rispetto all’astensionismo. Ed è anche per questa ragione che il premier considera concreto il rischio che al ballottaggio Pisapia possa farcela. Sapevo che non era facile - è il senso del suo ragionamento - e mi sono sacrificato per cercare di recuperare anche se mai avrei immaginato una forbice tanto ampia. Detto questo, insiste in privato, ‘Letizia ha sbagliato completamente la comunicazione’ e ‘non ha pagato lo scivolone durante il confronto tv’. Insomma, ‘se ce la vogliamo fare dobbiamo rimodulare la campagna elettorale’. Il timore, però, - prosegue Signore su IL GIORNALE - è anche per le sorti del governo. Se fino al 29 maggio con Umberto Bossi non si apriranno fronti è infatti chiaro che una sconfitta della Moratti potrebbe avere conseguenze disastrose. Soprattutto perché la Lega a Milano è andata ben al di sotto delle aspettative mentre in Veneto ha viaggiato a gonfie vele. E chi conosce le dinamiche interne al Carroccio - dove sono ciclici i mal di pancia per la gestione lombardocentrica del movimento - sa che questo può creare più d’un problema al Senatùr. Che potrebbe essere quindi tentato dal rilanciare la cosiddetta Lega di lotta cercando di uscire dall’orbita di Berlusconi che l’elettorato leghista sembra un po’ soffrire. Una tensione che finirebbe per condizionare i prossimi provvedimenti del governo, compresa la seconda tranche del rimpasto a cui tengono molto i Responsabili. Bossi e il Cavaliere si sentono che è ormai sera. E la loro è una telefonata piuttosto fredda ma interlocutoria perché è meglio affrontare una questione così delicata a bocce ferme e senza farsi prendere da inutili frenesie. I due si vedranno nei prossimi giorni per poi tirare le somme solo dopo i ballottaggi. Nonostante la pessima aria che tira su Milano, infatti, il premier è ancora speranzoso. Non posso credere - dice a chi lo sente riferendosi a Pisapia e De Magistris - che gli italiani vogliano davvero farsi governare dalla sinistra estrema e dall’Italia dei Valori. Concetto su cui torna anche a cena, con la figlia Barbara, Massimiliano Allegri e Adriano Galliani. Una serata in onore dello scudetto del Milan. Nonostante Berlusconi – conclude Signore su IL GIORNALE - non fosse per nulla in vena di festeggiare”. (red)

16. Riappare spettro crisi e si rafforza ruolo Quirinale

Roma - “È Napolitano il vero vincitore delle elezioni, è lui – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - che agli occhi di Berlusconi è diventato oggi l’uomo forte della politica italiana, trasformandosi nell’unico punto di riferimento dentro e fuori il Palazzo, dopo che le urne hanno distribuito cocenti sconfitte e contraddittori successi. È sul Colle che secondo il Cavaliere siede il suo vero competitor, uscito rafforzato dal test delle Amministrative. Berlusconi infatti è consapevole che il risultato di Milano indebolisce il suo esecutivo e lo consegna nelle mani del Quirinale, più ancora che in quelle di Bossi. Se cadesse la ‘capitale’ del patto tra il Cavaliere e il Senatùr, nulla andrebbe escluso: i maggiorenti del Pdl mettono nel conto persino una crisi di governo, nonostante i dati incoraggianti ottenuti sul resto del territorio nazionale, malgrado il centrodestra paia in procinto di allargare ulteriormente la propria maggioranza in Parlamento. Tutto (o quasi) inutile, dopo che il premier ha trasformato la sfida nel capoluogo lombardo in un referendum su se stesso. Già il responso del primo turno compromette le mosse future del Cavaliere, pregiudicando una sua possibile ricandidatura alle prossime Politiche, e confermando un convincimento maturato in questi mesi da Bossi, secondo cui il centrodestra perderebbe se Berlusconi si riproponesse per palazzo Chigi. Ma intanto c’è da gestire l’emergenza, il contraccolpo immediato, siccome la perdita di Milano rischierebbe di avere sull'attuale maggioranza lo stesso effetto che ebbe sul centrosinistra la perdita di Bologna. Le recriminazioni sulla debolezza del candidato sindaco non servono. Non basta rilevare il fatto che la Moratti abbia ottenuto meno voti delle liste di centrodestra, elemento che da oltre un mese emergeva dai sondaggi e che aveva allarmato il Cavaliere. E poco importa se la gestione della cosa pubblica non abbia convinto i cittadini, a causa di un’assenza di strategia su un grande evento come l’Expo. I cocci sono comunque del premier, tocca a lui pagare il conto: Bossi ieri gli ha mandato un preventivo della fattura. Non c’è dubbio che l’eventuale punto di rottura del berlusconismo passerebbe dalla faglia che si è aperta con il Carroccio. Ma l’arbitro della sfida è il Colle, e Verdini dice quel che il Cavaliere pensa: ‘In questa fase confusa è chiaro che il capo dello Stato assumerà un ruolo determinante’ . Per capire fino a che punto ormai— agli occhi dei berlusconiani— si sia dilatato questo ruolo del Quirinale, il coordinatore del Pdl arriva a sussurrare con un sorriso amaro: ‘Ora Napolitano fa anche l’ambasciatore...’ . Il riferimento è alle assicurazioni fornite ieri dal presidente della Repubblica alle autorità palestinesi, circa il rafforzamento delle relazioni diplomatiche con l’Italia. Così in Berlusconi si è rafforzato un sospetto che aveva preso corpo due settimane fa, quando Napolitano chiese — a sorpresa — un passaggio in Parlamento del governo dopo la nomina dei nuovi sottosegretari: ‘In passato non si sarebbe comportato in questo modo’ , commentò allora il premier guardando la curva negativa dei propri sondaggi. Allora una parte dei dirigenti del Pdl interpretò quella esternazione del capo dello Stato come la prima mossa di una sorta di ‘operazione rompighiaccio’ , tesa a preparare il terreno a nuovi equilibri dopo le Amministrative, nel caso di un capitombolo del centrodestra. Il capitombolo c’è stato, - prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - frutto di un’errata strategia politica e mediatica del Cavaliere, come gli ha contestato ieri lo stesso Giuliano Ferrara. E la Moratti — che scontava anche un handicap di gestione— è stata distanziata da Pisapia, candidato del centrosinistra, giunto a un passo dalla vittoria al primo turno. La rimonta non sarà facile, il premier avrà due settimane per tentare di ribaltare il risultato e non venire ribaltato, ‘e se la Lega non impazzisce— dice Verdini — non ci saranno problemi di governo’ . Una sconfitta però metterebbe tutto in discussione. Comunque non c’è dubbio che dopo il ballottaggio di Milano si apriranno i giochi a Roma: ‘A quel punto — secondo il pidiellino Napoli— entrerà in scena il capo dello Stato, e lo farà con un ruolo da primattore’ . Una cosa che -per usare un eufemismo — non piace a Berlusconi, ma che per certi versi è imposta dalla situazione generale della politica italiana. I successi del Pd a Torino e Bologna sono infatti condizionati dall’avanzata della sinistra alternativa e protestataria che si riconosce nei ‘grillini’ , e che ipoteca future alleanze di governo. Lo stesso Di Pietro è minacciato nella sua leadership di partito dallo straordinario risultato di de Magistris a Napoli, patria di Napolitano, dove il Pd non arriva nemmeno al ballottaggio e deve sperare in un apparentamento con l’ex pm dell’Idv per non restare tagliata fuori. Quanto al terzo polo, non solo non riesce a diventare una forza determinante nello scontro elettorale — non riesce cioè ad attrarre il voto dei moderati delusi dal Pdl — ma è costretto a registrare una nuova spaccatura in Fli. In questo scenario polverizzato, con un governo indebolito dal risultato delle urne e attraversato da sospetti e accuse tra alleati, il Colle avrà giocoforza un ruolo crescente, mentre il premier sarà chiamato a gestire il rapporto con la Lega e a sopire le tensioni all’interno del suo partito, dove in molti già chiedono un ‘chiarimento interno’. Servirebbe un rilancio per uscire da una fase di logoramento che dura da tempo. Di un Berlusconi-bis, tuttavia, il Cavaliere non vuole sentir parlare: ‘Roba da prima Repubblica’ . Ma dovrà pur trovare un rimedio per allontanare i fantasmi che periodicamente riappaiono, assumendo le sembianze di Tremonti. Non è dato sapere se attorno a questo nome possa davvero formarsi una maggioranza in Parlamento per un altro esecutivo, è certo però che l’Udc attende un segnale dalla Lega per capire se ci siano le condizioni per un nuovo assetto. ‘Senza una forza moderata non si governa’ , ha detto ieri Casini, lasciando un pro memoria a Bossi. E al pari del capo dei centristi, anche Bersani attende di capire se il Senatùr imprimerà una svolta. Milano sarà lo spartiacque, dopo il quale ogni evoluzione del quadro politico nazionale passerà al vaglio di Napolitano, - conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA - il presidente della Repubblica che— secondo Berlusconi— ‘ha trasformato il Quirinale nell’Eliseo’”. (red)

17. Scajola: “Troppe liti, il partito non è decollato”

Roma - Intervista di Paola Di Caro a Claudio Scajola sul CORRIERE DELLA SERA: “Una campagna con toni troppo ‘aggressivi’ . Uno scontato dazio da pagare per la maggioranza al voto di midterm che ‘penalizza sempre i governi in carica’ . Un partito, il Pdl, che sconta ancora problemi di organizzazione per le ‘troppe emergenze che ci siamo trovati a dover affrontare’ e che adesso dovrà ritrovare spinta e unità interna per correggere la rotta in vista delle prossime politiche. Claudio Scajola non affonda il coltello nel commentare la debàcle milanese e il complessivo deludente risultato del centrodestra. Ma, nella sostanza, l’ex coordinatore azzurro non lesina critiche a candidati e consiglieri del premier, e assolve solo Silvio Berlusconi: ‘Senza di lui, chissà come sarebbe finita’ . Peggio di così, però, a Milano non era facile fare... ‘I dati vanno letti nel loro complesso, studiati, analizzati. A Milano, dove il voto ha avuto una caratterizzazione politica, ha certamente pesato l’effetto della crisi economica generale che altrove ha messo in grave difficoltà i governi, così come il fatto che nel 2006 l’Udc c’era, oggi no. E poi, è vero che una comunicazione a volte aggressiva può aver spaventato i moderati’ . Colpa della Moratti e delle sue accuse a Pisapia? ‘Una battuta può sfuggire, ci sono magari i collaboratori che pensano di portarti uno scoop... Però, certo, quell’uscita ha provocato un danno. A fronte di un candidato, Pisapia, che partito come esponente della parte estrema della coalizione di sinistra, ha giocato la sua campagna elettorale tutta sul ‘moderatismo’’. Berlusconi ci ha messo del suo, e ha legato a Milano e a questo voto il rilancio del suo governo. Un fallimento? ‘Ha dimostrato ancora una volta che non fa calcoli, che è un generoso. Sapeva benissimo che non avrebbe potuto ripetere l’exploit del 2006. Senza di lui sarebbe andata molto peggio’ . Allora la colpa è del partito? ‘Aspettiamo di vedere come finirà, in fondo andremo al ballottaggio in 16 capoluoghi di provincia e quattro province oltre ad aver strappato città importanti al centrosinistra. Guardiamo al dato nazionale nel complesso, che vede il Sud andare meglio del Nord, anche se è vero che in alcune realtà ci siamo ritrovati con candidati che hanno preso meno voti della coalizione, e questo è un problema da affrontare’ . Ma un problema Pdl c’è o no? ‘È vero che il Pdl ancora non è decollato, si è fatto il possibile in fase di transitorietà. Dunque, da subito, considerando ciò che è successo come un campanello d’allarme, rimbocchiamoci le maniche, non ci facciamo la guerra gli uni gli altri, cerchiamo assieme di ricucire le smagliature e ripartiamo. Riprendendo il percorso immaginato da Berlusconi quando dal predellino lanciò il Pdl: costruire un grande partito dei moderati, dei popolari europei’ . Si sta candidando per tornare alla guida del partito? ‘Io non busso alla porta se non sono ben accetto. So di avere un grande rapporto di familiarità e amicizia con Berlusconi che nessuno può intaccare, e sarà lui a valutare in quale ruolo potrò essere utile. Comunque, per mia natura mi piace partecipare ai progetti, non occupare poltrone’ . Non sarà tardi per la scossa? La Lega, molto ridimensionata, potrebbe staccare la spina? ‘Non credo che a Milano, perderemo, penso si possa ribaltare il voto del primo turno appellandoci a tutti gli elettori moderati. In ogni caso, non può essere certo un voto amministrativo a far cadere un governo. E, anche se ne abbiamo viste di tutti i colori, non capisco perché la Lega dovrebbe rompere. Dove andrebbe? E che messaggio manderebbe ai suoi elettori, che non è stata in grado di governare? Abbiamo bisogno di modificare le cose anche al nostro interno, ma non di una crisi. Perché al Paese serve un governo, non il voto anticipato’”. (red)

18. Lega delusa: perdiamo non per colpa nostra

Roma - “Il risveglio è doloroso. L’ottimismo delle ultime settimane, la parola d’ordine ‘comunque finisca, sarà un successo’, - scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - nel quartier generale padano di via Bellerio ieri sembravano roba vecchia già a metà pomeriggio. I dirigenti barricati fino a notte, i musi lunghi dei militanti, le battute acide nei confronti del premier (‘Se pretendi di andare avanti a testate, finisce che ti fai male’ ), davano già il segno di una tornata elettorale da dimenticare. Certo, con il passare delle ore e l’affluire dei dati, i vertici padani tentano di elaborare il lutto. Secondo i calcoli leghisti, il saldo tra amministrazioni vinte e perse è positivo per una ventina di nuove amministrazioni conquistate (incluse quelle in alleanza con il Pdl) con un aumento dei voti del 40 per centocirca: i Comuni a guida leghista persi sarebbero solo Bovolone nel veronese ed Albizzate nel varesotto. Mentre Roberto Calderoli ha spiegato che i municipi a trazione padana erano 46 prima delle elezioni e ora sarebbero più di cinquanta. Uno dei titoli che era stato preso in considerazione per la Padania di oggi era ‘La Lega rafforza le radici’ , poi cambiato in ‘Un voto anormale’ . Eppure, il consolarsi con qualche buon risultato nelle realtà più piccole sembra non convincere nessuno. A partire da Umberto Bossi che, a caldo, avrebbe confidato ai suoi il malumore nei confronti dell’alleato: ‘Una volta si diceva che il Pdl vince grazie alla Lega. Oggi si può dire che la Lega perde per colpa del Pdl’ . Frase smentita da Roberto Calderoli. I primi dirigenti arrivano nella sala dove bivaccano i giornalisti alle 22.15. Prende la parola Roberto Castelli, e divide l’esito elettorale in due: ‘Da una parte c’è il voto di Milano sicuramente non positivo. Dall’altra, c’è il resto della Padania, dove abbiamo aumentato il numero dei sindaci’ . E aggiunge: ‘Sarebbe assurdo non valutare il voto di Milano. Che è un voto anomalo: Milano in mano agli estremisti di sinistra non è mai accaduto e dovrà essere oggetto di meditazione in vista del ballottaggio’ . Mentre Roberto Calderoli ammette: ‘Non mi aspettavo un risultato così: ma siamo al ballottaggio, non siamo sconfitti’ . Del ministro alla Semplificazione è anche la dichiarazione politicamente più significativa della giornata: ‘Il governo ora deve essere ancora più determinato sul capitolo delle riforme’ . Un avviso. Resta il fatto – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - che le delusioni, anche per il Carroccio e al di là della coalizione, sono numerose. Il fatto è che le principali scommesse politiche non sembrano essere andate a buon fine. A partire da Milano. Con il 9,62 per cento(con 1.168 sezioni su 1.251) la Lega può raccontare di aver quasi triplicato il risultato delle ultime comunali. Resta il fatto che, alle scorse regionali, il Carroccio ambrosiano veleggiava oltre il 14,5 per cento. E le ambizioni erano almeno quelle di replicare il dato. Anche Bologna non ha dato la risposta sperata. La Lega si ferma al 10,74 per cento, circa un punto in più della tornata precedente. Quando tuttavia non esprimeva il candidato sindaco: il leghista dal volto umano Manes Bernardini non è riuscito a fare la differenza. Certo, a Zocca, il paese di Vasco Rossi, il Carroccio triplica la sua presenza. Ma l’ ‘Occupiamo l’Emilia’ promesso dal segretario Angelo Alessandri sembra ancora lontano. Quanto alla Romagna ‘indipendentista’ nei confronti dell’Emilia, anche qui i numeri del Carroccio non paiono far gridare al miracolo. Ma i grattacapi riguardano la stessa roccaforte varesina del movimento. Dove un sindaco certamente di qualità come Attilio Fontana, in alleanza con il Pdl, è stato costretto al ballottaggio con il 48.54 per cento. Mentre a notte, Bossi scopre di aver perso la sua scommessa su Gallarate: la presenza semi-quotidiana del capo padano sembra non essere bastata a Giovanna Bianchi Clerici per conquistare il ballottaggio contro il Pdl: la consigliera Rai sembra arrivare dietro al Pd per 180 voti. Scommessa invece vinta in altri due comuni che hanno appassionato il leader leghista: a Desio e Rho il Pdl non arriva al ballottaggio. La partita con il Pd, al secondo turno, la giocherà la Lega. In ogni caso, risultati che non rasserenano il clima interno alla maggioranza. Se la Lega se la prende con il Pdl, il Pdl se la prende con il Carroccio. Per il momento, i berlusconiani accusano la Lega per le schede (quante, è da dimostrare) con la croce su Alberto da Giussano, e Pisapia come candidato sindaco. Un voto disgiunto di cui Matteo Salvini non vuole sentir parlare: ‘È roba da elite’ . Anche se il presidente del consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, leghista doc, - conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - allarga le braccia: ‘È innegabile che qualcuno della Lega abbia dato un voto disgiunto’”. (red)

19. Ora Bersani pensa a un’alleanza larga

Roma - “‘Se i dati fossero questi, stasera ci sarebbe da brindare...’ , si era lasciato scappare alle quattro del pomeriggio il vicesegretario, Enrico Letta. Il vino per il cin cin democratico lo porta l’ex presidente del Senato, Franco Marini. E alle sette di sera, - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - quando sale in sala stampa, Pier Luigi Bersani tira col suo stile le somme di un risultato che supera le aspettative del Pd: ‘Vinciamo noi e perdono loro’ . Preoccupa il testa a testa di Bologna e brucia il sorpasso di Luigi de Magistris a Napoli, eppure Letta esulta per il ‘grande colpo’ e Bersani parla di ‘inversione di tendenza’ , una ‘svolta’ che segna un’ ‘incrinatura fortissima’ tra Berlusconi e i suoi elettori. Il segretario si gode il ‘vento del Nord’ che soffia a Milano, Torino, Trieste. Prevede che l’asse Berlusconi-Bossi entrerà in crisi e che, se i ballottaggi rafforzeranno ancora il Pd, le difficoltà del governo si acuiranno fino a ‘un punto di rottura’ . La sfida che Berlusconi ha lanciato ‘suscitando tifoserie e una resa dei conti politica si è rivelata un boomerang’ , dice Bersani. La cui strategia adesso andrà avanti su due fronti: rilanciare l’ipotesi di governo tecnico e lavorare per un’alleanza larga con il nuovo Polo. Ma un esecutivo istituzionale senza il via libera di Bossi è una chimera e così il segretario, sia pure provocatoriamente, lo invita a rivedere la sua alleanza con il Cavaliere: ‘La Lega faccia una riflessione perché si può stare con uno che vince se tu perdi, con uno che perde se tu vinci, ma se lui perde e tu perdi c’è qualcosa che non va’ . Un appello al Carroccio e un altro a Fini, Casini e Rutelli. ‘Il Pd vuole fare da centrocampo a una operazione di ricostruzione— conferma la santa alleanza Bersani —. Il dopo non sarà semplice perché saranno state lesionate alcune mura portanti delle nostre istituzioni’ . E Vannino Chiti è ancora più esplicito: ‘Il terzo polo faccia una scelta chiara per il cambiamento, insieme al centrosinistra’ . La ‘straordinaria vicenda milanese’ , commenta i dati di lista Bersani, dice che ha vinto Pisapia e ha vinto il Pd: 28 per cento e oltre. A Torino – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - l’ex segretario dei Ds ha trascinato i democratici oltre quota 34 per cento, numeri che al Nazareno non vedevano (su scala nazionale) dai tempi di Veltroni. Bersani si dice ‘molto soddisfatto’ . Ma l’espressione non rende lo stato d’animo di un leader che, grazie al ‘miracolo’ di Milano, può mettere il silenziatore alle polemiche interne e puntellare una segreteria fortemente osteggiata dall’interno. Ma ieri — tranne Rosy Bindi volata in Cina— ai piani alti del Pd c’erano tutti. D’Alema e Franceschini, Fioroni e Verini, Gentiloni e l’ex segretario Veltroni, che si è speso, fanno sapere i suoi, in ‘più di quaranta iniziative elettorali’ . E il congresso? La ‘verifica’ ? Walter Verini assicura che la minoranza di Modem non l’ha mai chiesta e lo stesso Veltroni parla di ‘significativa affermazione dei candidati del centrosinistra’ , un risultato che ‘apre grandi spazi per il Pd e la sua sfida riformista’ . È il momento dell’unità, l’ora della festa. ‘Un terremoto, c’è una frana di Berlusconi — volta pagina Paolo Gentiloni —. Al resto penseremo dopo...’ . Dove quel ‘dopo’ evoca tutti i nodi destinati a venire al pettine. Dalle alleanze al crollo rovinoso della roccaforte di Napoli, dove de Magistris lascia al palo il prefetto lanciato da Bersani dopo il fattaccio delle primarie annullate, Mario Morcone. ‘Non è un bel risultato — riconosce Matteo Orfini, dalemiano in segreteria —. Ma non c’è un clima da resa dei conti’ . Uniti, per vincere i ballottaggi. Ma dopo, chissà. Marco Follini è preoccupato per la crescita della sinistra radicale. Beppe Fioroni, leader dei ‘popolari’ , smentisce pulsioni scissioniste, però fa notare l’exploit a Torino della lista di Giacomo Portas: ‘Con i suoi moderati prende il 9 per cento, più di terzo polo e Lega. E consente al centrosinistra di fare cappotto al primo turno’ . Ma il leader del Psi, Riccardo Nencini, esulta: ‘Da Milano un avviso di sfratto a Berlusconi...’”. (red)

20. Vendola: “Bersani fidati, alternativa con noi”

Roma - Intervista a Nichi Vendola su LA REPUBBLICA: “‘Il vento che abbiamo fatto soffiare è straordinario, ma non voglio mettere nessun cappello su questa vittoria. Spero che sia il carburante per un nuovo centrosinistra credibile, affidabile e praticabile: quello che ha auspicato Napolitano’. Nichi Vendola, il leader di Sel, è euforico. Vendola, qual è la lezione che viene da Milano? ‘È saltata la camicia di forza che teneva imbrigliato il paese. L’Italia migliore si leccava le ferite e guardava con sgomento il declino economico e il regresso civile di una nazione smarrita. Improvvisamente la domanda di cambiamento è riuscita a trovare il gancio giusto per emergere dalla rassegnazione. Ma sono due le lezioni che vengono da questo voto’. Quali? ‘La prima è legata all’insopportabilità del berlusconismo nella sua fase agonizzante. È una sorta di disobbedienza civile a una democrazia autoritaria. L’altra lezione è per il centrosinistra: quando l’offerta di cambiamento è credibile, la gente si rincuora e ti vota. Ma quando il centrosinistra si immerge nella palude, allora prevale lo scoramento e per la nostra coalizione è una sorta di coazione al naufragio. Nell’urna vincono Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli: il Pd è posto di fronte alle proprie responsabilità, non potrà fare finta di niente’. A Napoli il candidato Morcone, appoggiato anche da Sel, è andato male. Questo è un fatto che non si può oscurare. ‘No, non si può oscurare. In una realtà in cui il centrosinistra aveva da compiere molte autocritiche è riuscito a trasformare persino le primarie in un boomerang e a dividersi. Un errore ingiustificabile. Tuttavia Lettieri, il candidato di destra, ha una perfomance mediocre e le capitali del Sud e del Nord avranno, alla fine dei ballottaggi, due sindaci di centrosinistra. Ne sono sicuro. Da domani si lavora pancia a terra per Giuliano e per Luigi’. Per Sel è una vittoria su tutta la linea? ‘Vittoria tripla. Perché è la dimostrazione che le primarie rappresentano davvero un valore aggiunto. È la fuoriuscita dal politicismo di chi crede che solo al centro si vince. Inoltre per un partito neonato anche i risultati della lista sono molto incoraggianti’. Secondo lei, la strategia delle alleanze del Pd deve cambiare? ‘La prima cosa che deve cambiare è questa insostenibile leggerezza di un centrosinistra che è un’allusione, e non un cantiere. Cambia il vento in Italia, il berlusconismo prende uno schiaffo forse fatale, nonostante il centrosinistra nel paese non sia ancora quello che deve essere. Il centrosinistra va tutto costruito’. Un messaggio per Bersani? ‘Gli dico: non abbia paura. Dobbiamo reciprocamente dirci di non avere paura. Il paese ci incoraggia a metterci in campo e a usare ago e filo per ricucire una grande tela che è quella della lotta alla precarietà, di un nuovo modello di sviluppo, di diritti sociali e di diritti di libertà’. Ora si sente più forte anche come candidato premier? ‘Voglio parlare di una vittoria comune adesso e mi sembra assolutamente palpabile la forza che si sprigiona con i processi di partecipazione democratica. Le primarie sono davvero per noi il metodo e la sostanza dell’alternativa’”. (red)

21. E Vendola sogna la leadership

Roma - “Se pochi si aspettavano che vincesse le primarie, - scrive Riccardo Barenghi su LA STAMPA - nessuno pensava che potesse battere il sindaco di Berlusconi nella città di Berlusconi. Invece è successo ed è (scusate il bisticcio) un successo non solo di Giuliano Pisapia ma anche di chi ha voluto e sostenuto in tutti i modi la sua candidatura. Cioè Nichi Vendola. Il quale non nasconde la sua soddisfazione, anzi la sua ‘felicità’ per un risultato elettorale che da Milano a Cagliari vede affermarsi la sua idea di politica: primarie per coinvolgere il popolo nella scelta del candidato e poi battaglia elettorale contro l’avversario. Battaglia che si combatte meglio, e forse si può anche vincere, proprio perché prima è stato chiesto ai propri elettori di scegliersi direttamente chi vogliono votare. Poi certo, magari la lista di Sel, il partito di Vendola, non è andata benissimo ovunque, assestandosi tra il 4 e il 5 per cento, ma si tratta di una forza politica giovane e non ancora strutturata sul territorio, che quindi fatica ad affermarsi in elezioni amministrative dove i problemi locali fanno premio sull’immagine nazionale e mediatica del leader. Che poi è il vero punto di forza di Vendola e che dovrebbe funzionare molto meglio quando si voterà per il governo del Paese. Oltretutto non era questo, ossia un exploit del suo partito, che il Governatore pugliese si aspettava da queste elezioni, lui puntava soprattutto ad affermare la sua cultura e la sua strategia politica, dimostrando che seguendo quella strada si può anche battere l’invincibile avversario. E bisogna riconoscere che c’è riuscito, non solo a Milano ma anche a Cagliari dove Massimo Zetta, candidato appunto di Sel, ha prima sconfitto alle primarie Antonello Cabras del Pd e adesso si ritrova al ballottaggio contro l’uomo del centrodestra. Non è andata così a Napoli, invece, dove Vendola per una serie di ragioni legate ai rapporti politici interni al suo partito ed esterni (il Pd) ha dovuto mollare quello che lui stesso aveva contribuito a lanciare, ossia Luigi De Magistris, per ripiegare sull’ex prefetto Mario Morcone. Che però ha perso e adesso Vendola – prosegue Barenghi su LA STAMPA - si ritrova a dover sostenere un candidato che lui voleva ma il suo partito no (un referendum tra gli iscritti aveva scelto Morcone). Certo, se anche lì ci fossero state le primarie di coalizione magari la storia avrebbe preso un’altra strada, ma non è andata così e adesso si tratta di fare quadrato attorno all’ex Pm, sperando che anche il Pd faccia lo stesso. Vendola comunque è più che ottimista: ‘Sono pronto a scommettere che Pisapia e De Magistris saranno i sindaci di Milano e Napoli’. Tra quindici giorni sapremo se avrà vinto la sua ultima ardita scommessa, intanto però ha sicuramente vinto quella che fece quando cominciò la sua avventura politica da leader di Sel: costringere il suo alleato-rivale, ossia il Pd, a scendere sul terreno a lui più congeniale. Quello appunto delle primarie e di un’alleanza fatta perché ‘il nostro popolo la vuole’. E si tratta di una vittoria che arriva al momento giusto, visto che da qualche mese la stella di Vendola si era impallidita nella vana attesa di elezioni anticipate che non arrivavano mai. Dopo questi risultati, però, non solo le elezioni si riaffacciano all’orizzonte, magari l’anno prossimo, ma soprattutto sarà più difficile per i dirigenti del Partito democratico continuare a tergiversare sulle alleanze e sulle primarie per il futuro candidato premier del centrosinistra. Ed è proprio qui – conclude Barenghi su LA STAMPA - che Vendola giocherà la sua partita principale, scommettendo su se stesso per la corsa a Palazzo Chigi”. (red)

22. Il sindaco: un segnale forte. Ora parta nuova fase

Roma - “Una batosta. E Letizia Moratti – scrive Elisabetta Soglio sul CORRIERE DELLA SERA - sceglie di reagire alzando il tiro: ‘Da Milano deve ripartire una fase nuova del centrodestra’ . Il sindaco uscente si presenta nel quartier generale del suo comitato, allestito nel Centro Congressi Cariplo dove cinque anni fa aveva festeggiato la sua vittoria, quando è quasi mezzanotte. Volto visibilmente tirato, gli occhi che lasciano intravedere i segni del pianto, la Moratti è accompagnata dagli assessori Giovanni Terzi e Mariolina Moioli, oltre che dal sottosegretario Laura Ravetto. E spiega: ‘Questo voto è sicuramente un segnale molto forte, che dobbiamo saper cogliere’ . Pausa: ‘Da domani faremo una riflessione molto profonda sulle cause di questo risultato. Ma già da ora possiamo dire che serve una fase politica nuova, in grado di riaggregare tutte le forze realmente moderate che non si sono sentite rappresentate’ . Si paga la presenza di Berlusconi capolista? Il sindaco ripete il concetto: ‘Serve una fase politica nuova’ . Si pagano i toni accesi dell’ultima parte della campagna elettorale? ‘È stata una campagna che ha parlato complessivamente troppo poco di programmi e cose concrete’ . E ora? ‘Il ballottaggio è una fase completamente nuova, inizia una nuova fase elettorale’ . La giornata difficile di Letizia Moratti finisce così, precisando che ‘non ho sentito Berlusconi e non ho parlato con nessuno. Sono rimasta tutto il giorno in famiglia’ . Come aveva fatto cinque anni fa, con la figlia Gilda e la nipotina Anastasia, con il marito Gianmarco. Il sindaco uscente aveva capito da un po’ di giorni che la vittoria al primo turno, al di là delle dichiarazioni di circostanza, non era poi così certa. E gli ottimistici sondaggi di Alessandra Ghisleri – prosegue Soglio sul CORRIERE DELLA SERA - non l’avevano del tutto convinta. Così durante la riunione di ieri, sempre nella casa di Galleria De Cristoforis, la Moratti aveva discusso con i vertici del Pdl su come impostare la possibile campagna del ballottaggio. Sui divani di velluto bordeaux siedono tutti i capi che l’hanno sostenuta in queste settimane: dal ministro Ignazio La Russa al coordinatore cittadino Luigi Casero, dal vicepresidente della Camera Maurizio Lupi alla Ravetto, che verrà scelta come ‘portavoce’ per la giornata, che poi si rivelerà della disfatta. C’è anche il sottosegretario Paolo Bonaiuti, con cui la Moratti ha un rapporto molto stretto e che invitava da giorni a non sottovalutare l’avversario. L’idea diffusa è quella che ci saranno un paio di punti da recuperare per agguantare il secondo mandato, lavorando sul Terzo polo e sui moderati che hanno disertato le urne. Tanto, è la convinzione, Pisapia sarà comunque indietro di diverse lunghezze. La Moratti appare tranquilla e fiduciosa. Poi, nel quartier generale, le tabelle con i numeri scorrono e cominciano gli sfoghi: ‘Non è soltanto la sconfitta di Berlusconi’ , ammette qualcuno dei suoi collaboratori. Tutti a chiedersi quanto abbia pesato lo scivolone sui trascorsi di Pisapia, quando la Moratti negli ultimi venti secondi del faccia a faccia su Sky ha infilato il riferimento (falso) a una presunta condanna di Pisapia indicandolo come vicino agli ambienti del terrorismo degli anni 70. Tutti a chiedersi se questo voto faccia pagare la distanza fra il sindaco e la sua città, l’insoddisfazione per i problemi lasciati non risolti, la difficoltà a costruire una squadra di lavoro stabile e affidabile. Oggi si riparte. In salita”, conclude Soglio sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

23. Pisapia: “Adesso no errori, berlusconismo su può battere”

Roma - Intervista di Alberto Statera a Giuliano Pisapia su LA REPUBBLICA: “È Il sindaco dell’antico socialismo municipale meneghino durante e dopo la prima guerra mondiale, che il candidato ha evocato più volte in campagna elettorale, non solo nei salotti borghesi, nel quadrilatero ambrosiano dei ricchi e degli intellettuali, ma anche nei mondi periferici delle case popolari. ‘Per la verità - mi dice - il mio modello è più vicino, è Antonio Greppi, il sindaco della ricostruzione che ho conosciuto personalmente. Dopo la Liberazione ricostruì mezza Milano cominciando dalla Scala, con una sensibilità culturale di cui la città, insieme a molte altre cose, ha oggi un gran bisogno. Occorre ricostruire l’anima di questa città, farla tornare a guardare al futuro’. Ma è accaduto ciò che il capolista Berlusconi non più tardi di 72 ore fa definiva ‘l’impensabile’, cioè che si andasse al ballottaggio con un netto vantaggio del candidato di centrosinistra, in una campagna elettorale cui egli stesso ha dato l’impronta del referendum sulla sua persona e sul suo governo. Una radicalizzazione grottesca a colpi di magistrati brigatisti e di avversari sporchi, ladri e estremisti, che apre una falla politica di livello nazionale nel centrodestra, cui non è difficile prevedere seguiranno alluvioni. Lo aveva già preannunciato Bossi, avvertendo che in caso di vittoria a Milano avrebbe vinto lui, in caso di sconfitta avrebbe perso Berlusconi. Perciò, avvocato Pisapia - gli diciamo - se tra due settimane lei, accusato dagli avversari di essere un pericoloso gauchiste, diventerà sindaco di Milano, più che Greppi o Caldara potrà paradossalmente incarnare l’epigono di Gino Cassinis, il sindaco socialdemocratico che nel 1961, giusto mezzo secolo fa, aprì la strada al centrosinistra nazionale. ‘Nessuno, e neanche io - risponde ancora incredulo - poteva pensare che nella diga di questa destra in una città in appalto si potesse aprire una falla di tali dimensioni, che può far debordare l’onda fino a Roma. Ma Milano, che anticipa sempre tutto, ha capito la necessità di una svolta. Non solo tra i borghesi, tra gli intellettuali o al Rotary, ma nelle case popolari, tra i ceti produttivi, nell’associazionismo, tra i cattolici, tra i giovani. Si è come ricomposta una saldatura tra la cultura e i quartieri popolari su un Patto per Milano, di cui hanno capito l’urgenza mondi e forze diverse. Un nuovo blocco sociale’. Certo, vedere l’altro giorno sul palco del comizio di chiusura in Piazza Duomo, con Roberto Vecchioni che intonava ‘Luci a San Siro’, Susanna Camusso fianco a fianco con Piero Bassetti, gran borghese democristiano che sibilava di una Moratti bottegaia reazionaria e incolta, che con tratti padronali ha governato l’anarchismo urbano e l’agonia della città della cultura, dava quasi una sensazione di incredulità. Nella capitale del berlusconismo incistato ormai da più di tre lustri, la Moratti tre giorni dopo perde una decina di punti e Berlusconi perde la faccia. Il fascismo, il socialismo, la resistenza, il centrosinistra, il boom economico. E anche Mani Pulite e lo sfregio dell’erotismo puttaniere dell’ Olgettina. Milano fatale. Non c’è pezzo di storia italica che non sia nato qui. ‘Purtroppo - mi corregge il sindaco oggi ‘probabile’, come si definisce - anche il leghismo’. Confessa Pisapia che all’inizio di una campagna elettorale lunghissima, con le primarie del Pd che lo incoronarono contro la volontà dei democratici che avrebbero voluto candidato l’architetto Stefano Boeri, sentiva il gelo intorno a sé. Poi ha visto crescere il consenso nei tour elettorali di quartiere vecchia maniera, via via che la Moratti cantilenava il suo programma fotocopia, inanellava figuracce sulle’Expo, dando l’immagine di un esile strumento nelle mani di Berlusconi, di Formigoni, degli affaristi di Comunione e Liberazione, dei Larussa, luogotenenti di Salvatore Ligresti, dei tanti Batman che hanno ristrutturato abusivamente 70 mila loft, come ha fatto il suo ragazzo. Tutti gli interessi cementieri che hanno imposto l’anarchia urbana in nome del potere della ‘leva finanziaria’ delle banche: milioni di metri cubi e tanti finanziamenti, fino a strozzarsene. E il Partito Democratico? Ha partecipato alla gelata? ‘No, devo dire che alla fine ognuno ha fatto il suo dovere’. ‘Alla fine’, avvocato ? ‘Beh, alcuni mi hanno aiutato anche stando zitti, quando hanno capito che ragionevolmente si poteva vincere’. E, analizzando la forbice tra i voti della Moratti e quelli di lista, Pisapia è convinto di aver rastrellato non solo tra i finiani del Fli e tra gli altri moderati centristi convinti della necessità del voto utile, ma anche tra i berlusconiani della prima ora, stravolti dalle gesta estremiste del leader carismatico e tra i leghisti, che non sembra abbiano ottenuto la valanga favorevole che vagheggiavano. Poche ore ancora e metteranno Berlusconi sul banco degli imputati con la sciura Letizia, improbabile propalatrice di dossier, peraltro anche prima tutt’altro che amata in via Bellerio. ‘Non so quanto la Moratti si sia fatta male da sola con le falsità pronunciate contro di me. Ma, uscendo dalla sede di Sky a Santa Giulia dove mi ha attaccato, ho avuto l’opportunità di girare nel nuovo quartiere, dove mi hanno assediato gli abitanti per dirmi che non hanno servizi essenziali, non hanno asili, sono mal collegati. Un quartiere che potrebbe essere bello, ma è invece l’emblema della bolgia urbanistica che è diventata la cifra meneghina. Continuano a costruire non edilizia sociale, ma edilizia di lusso a 9000 euro al metro, come a CityLife. Case che nessuno può comprare se non qualche ricco forestiero. Perché così si alimenta il circolo vizioso dei finanziamenti bancari-cemento- metri cubi-debiti’. Le due settimane di qui al ballottaggio si annunciano feroci, un’altra campagna elettorale, nella quale chi lo conosce dice che Berlusconi non trascurerà alcuna arma letale. La dote morattiana di 12 milioni, che qualcuno dice siano 20 per la generosità del marito petroliere, non sono probabilmente esauriti, come è invece bruciato il milione e 800 mila di Pisapia. Ma la pecunia non fa la vittoria, se un blocco sociale si è rotto e un altro si è costituito intorno a un candidato atipico. ‘L’importante ora - dice come a sé stesso Pisapia - è non commettere errori sull’ultimo miglio’”. (red)

24. Pisapia: “Ancora una piccola corsa, ce la farò”

Roma - “Nel suo tweet la definisce ‘una scossa di adrenalina’. Mai definizione fu più azzeccata. Nel quartier generale di Giuliano Pisapia, - scrive Maurizio Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - posizionato all’interno del teatro Elfo-Puccini di corso Buenos Aires, sono in molti a rischiare l’infarto. C’è qualcuno che davanti alle prime proiezioni si sventola la mano davanti alla bocca per farsi aria. ‘Non ce la faccio, non ce la faccio’ . A una signora spuntano le lacrime. Il grumo di emozioni esplode alle 19 quando arriva lui, l’avvocato, che dopo 14 anni riporta il centrosinistra al ballottaggio nella roccaforte di Silvio Berlusconi. Pisapia è riuscito nel doppio miracolo. Secondo turno, ma soprattutto il sorpasso sulla sua diretta avversaria, il sindaco uscente, Letizia Moratti. Un distacco molto pesante che sarà molto difficile da colmare. ‘Giuliano! Giuliano!’ . È un profluvio di arancione quello che accoglie Pisapia. Le prime parole sono per ringraziare il suo popolo: ‘Grazie a tutti per quello che avete fatto, per quello che abbiamo fatto. I nostri avversari prima ci dicevano che era impossibile, poi hanno detto che era possibile, infine che era probabile. Noi possiamo dire che è altamente probabile e che basta ancora una piccola corsa perché diventi una certezza. Milano merita il cambiamento e noi cambieremo Milano’ . Aggiunge: ‘Abbiamo dato una speranza e una lezione’ . ‘Forza gentile’ , ma molto determinata. Perché se in molti sono rimasti sorpresi dell’exploit (‘È ancor di più di quello che mi aspettavo’ dice un’emozionatissima Milly Moratti, cognata di Letizia), Pisapia assicura di aver intuito ‘che il vento stava cambiando ‘ . ‘L’ho capito girando per la città, confrontandomi con tutti, in molti hanno cambiato idea e altri sono passati dal dubbio alla certezza. Mi aspettavo un risultato positivo perché abbiamo intercettato un bisogno’ . Poco distante – prosegue Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - c’è sua moglie, Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica: ‘Sì me l’aspettavo, bastava vedere cosa succedeva in città’ . Pisapia insiste ‘sulla piccola corsa’ . Quella che servirà per vincere al ballottaggio e superare il fatidico 50,1 per cento. ‘Sono assolutamente certo che in queste due settimane la fiducia aumenterà e porterà quel consenso oltre il 51 per cento che servirà per cambiare Milano. La città — ha aggiunto parlando ai tanti militanti che hanno intonato Bella Ciao — merita gente come voi’ . Attacca il centrodestra: ‘Loro hanno fatto il vuoto di voti e possono solo perdere. Il centrosinistra può solo guadagnare’ . Lancia messaggi al Terzo Polo e ai grillini: ‘Guardate il programma’ . Ma è pronto ad affrontare un nuovo faccia a faccia con la Moratti dopo quello di Sky: ‘A patto però che non sia l’ultima a parlare’ . Baci, abbracci, carezze. Anche lo staff del candidato è travolto dal risultato. Nessuno sa dare indicazioni a chi chiede ‘dove si va a festeggiare’ . Il teatro non riesce ad accogliere tutti. I sostenitori invadono marciapiedi e bloccano la strada. Pisapia saluta. Con un messaggio: ‘Continuerò a parlare ai milanesi e dare quelle risposte precise che questa giunta non ha saputo dare. E offrire a Milano la certezza di un futuro diverso’ . Intanto – conclude Giannattasio sul CORRIERE DELLA SERA - la città si riempie di 25 mila manifesti: ‘Grazie Milano, ora si cambia davvero’”. (red)

25. La rivincita di Prodi: “L’Ulivo è rinato”

Roma - Intervista di Francesco Alberti a Romano Prodi sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Per come sta andando, si può dire che ha vinto l’Ulivo...’ . Romano Prodi parla quando ancora non ci sono dati definitivi, anche se è ormai certa la vittoria di Fassino a Torino e l’exploit con annesso ballottaggio di Pisapia a Milano (‘Un grande amico per il quale mi sono pubblicamente speso’ ), mentre a Bologna il pd Merola potrebbe tagliare il traguardo della vittoria al primo turno contro il leghista Bernardini (‘Sarebbe davvero un gran risultato — dice il Professore —: più che la Lega, temevo la dispersione dei voti nella mia città’ ). Ma è il riferimento all’Ulivo che lascia interdetti. Professore, non ha detto di recente che l’Ulivo è morto e che i suoi eredi farebbero bene a smettere di litigare? Ride di gusto il due volte ex premier: ‘Sì, sì, sarà anche morto, ma evidentemente ha dato nuovi frutti, i semi circolano, si radicano, si moltiplicano...’ . Poi, serio: ‘Intendo dire che quando il centrosinistra si presenta unito ottiene buoni risultati. Non si vince con alleanze spurie o strane’ . E nemmeno con il Centro, il cosiddetto Terzo Polo, si va tanto lontano, a sentire il due volte ex premier: ‘Non si costruisce un’alternativa partendo dal Centro. La realtà, almeno in questo momento storico, è questa...’ . Detta da un ex democristiano, fa impressione: ‘È vero, provengo da quella tradizione politica, ma sono convinto che è nel bipolarismo che si gioca il futuro del Paese e l’Ulivo è nato in questa logica’ . In partenza per la Cina. Nelle gambe, una cinquantina di chilometri in bici tra i colli bolognesi. Sorridente, mentre le tv sciorinano percentuali e proiezioni. Fiuta aria nuova l’ex premier. ‘Mi dicono che anche nelle altre città del Nord il centrosinistra sta andando piuttosto bene. Incrociamo le dita: potrebbe essere un indice di cambiamento...’ . Berlusconi ha personalizzato questo voto. A Milano l’ha trasformato in un referendum tra lui e il resto del mondo. Prodi sospira: ‘La cosa più interessante di questi dati mi pare sia la stanchezza e la disaffezione che crescono attorno a Berlusconi’ . Un Berlusconi con il quale il Professore è stato in questi giorni particolarmente duro, accusandolo di ‘aver fatto della volgarità la sua bandiera’ . Concetti che, con un voluto giro di parole, ribadisce: ‘Credo che la gente, con questo voto, abbia voluto manifestare una certa vergogna per la vergogna che molti di noi avvertono in giro per il mondo’ . Anche per questo, venerdì sera, Prodi si è materializzato a sorpresa sul palco di piazza Maggiore, per la gioia del segretario del Pd Bersani e del candidato sindaco Merola: ‘Ho pensato: è giusto dare una mano a chi sta combattendo una giusta battaglia. Non mi sarei mai aspettato un’accoglienza così calda da parte dei miei concittadini’ . Ma ora tocca al Pd darsi una mossa. ‘Il centrosinistra— afferma— ha tutti i titoli per essere un’alternativa, ma deve elaborare un progetto forte e credibile per il futuro. E questo ancora non è stato fatto’ . È un’alleanza ‘forte, sana e pulita’ quella che sogna e pretende il fondatore del Pd: ‘Il Paese è bloccato, sta cercando con fatica nuovi sbocchi, come dimostra il voto di oggi. L’unica maniera di aiutarlo è avere un’idea di futuro. La paura non si sconfigge rincorrendo coloro che seminano paura, a cominciare dalla Lega: bisogna avere il coraggio di indicare strade diverse’ . E la svolta deve partire da Bologna: ‘A Merola posso solo dire che un sindaco deve stare, nei giorni feriali, attaccato al pezzo come un metalmeccanico e, in quelli festivi, celebrare la sua città come un parroco...’ . Sono le 20. Da una tv rimbalzano le percentuali di Milano. Pisapia in testa, Moratti dietro. Sbuffo e sorriso perfido di Prodi: ‘Accolgo questi dati con letizia...’”. (red)

26. Cacciari: “Il Pd non pensi di aver vinto”

Roma - Intervista di Elsa Muchella a Massimo Cacciari sul CORRIERE DELLA SERA: “Il dissidente Massimo Cacciari plaude più al ‘tracollo di una Moratti decotta’ che all’ ‘inaspettato exploit’ di Pisapia. L’avvocato ha strappato il ballottaggio all’ex sindaco ed è avanti di parecchi punti percentuali. ‘Nessuno se lo aspettava. A essere ottimisti si poteva prevedere un distacco ridotto fra i due, ma non certo questa sonora caduta del Pdl’ . Cosa dimostrano i dati? ‘Una plateale debolezza della Moratti. Nel centrodestra in molti ne erano già consapevoli, soprattutto i leghisti’ . E il centrosinistra? ‘Con un gioco diverso si poteva vincere al primo turno: il nome perfetto sarebbe stato Gabriele Albertini, con una coalizione formata da Pd, Nuovo polo e la lista civica a suo nome. Questa squadra sarebbe stata la Waterloo del centrodestra’ . Ma la volata sulla Moratti è targata Pisapia. Con un’alleanza che corre dal Pd a Sinistra e libertà più Verdi, Radicali e Idv. ‘Una coalizione che potrà funzionare per Milano e magari vincere, come mi auguro. Ma che non potrà mai assurgere a modello nazionale: che futuro c’è per chi ha come alleati essenziali Vendola e Di Pietro? Se il Pd ci vede un laboratorio politico sbaglia: da Bersani in giù, hanno tutti la cattiva abitudine di non dire mai ciò che pensano. E pensare a una riedizione dell’Ulivo significa votarsi a una sonora sconfitta’ . Lei si era schierato per Manfredi Palmeri, Nuovo polo: che giudizio dà di Pisapia? ‘Si è mosso con grande intelligenza, non ha mai dato l’impressione di essere un candidato estremista e, radicatissimo nella borghesia milanese, è stato abile nel nascondere il marchio politico di coalizione. Palmeri, invece, ha pagato il prezzo di un polo con debolissima leadership nazionale e radicamento nullo in città’ . Il centrosinistra può sperare di espugnare Milano? ‘Se il Pd pensa di aver vinto, perderemo. Pisapia dovrà circondarsi di persone, a partire da Boeri, rassicuranti per i moderati. E aprire un canale privilegiato con Palmeri più che col Nuovo polo. Ma dipende tutto dall’intelligenza di Pisapia, di cui non dubito, e dall’intelligenza del Pd, di cui non faccio che dubitare’”. (red)

27. L’incognita De Magistris sul cammino di Lettieri

Roma - “La speranza del Pdl – scrive Antonella Rampino su LA STAMPA - era strappare Napoli al centrosinistra al primo turno, cacciando subito e con disdoro da Palazzo San Giacomo Rosa Russo Iervolino. Invece Gianni Lettieri, detto Gianni Letta-Lettieri dal nome del suo primo grande elettore, resta inchiodato al 40 per cento. E dovrà vedersela, sorpresa non troppo sorprendente, con Luigi De Magistris, col partito che sta nel partito di Antonio di Pietro. Ma quel signore lungo lungo che Berlusconi strapazzava di abbracci sul palco nell’ultimo comizio gridando al popolo partenopeo che se fosse diventato sindaco avrebbe condonato ogni abusivismo, il che in un territorio saccheggiato come quello napoletano è più uno sfregio che un’ipoteca, un signore che per nove anni tra Avellino e Napoli è stato il dominus di Confindustria interloquendo sempre anche col centrosinistra, s’era presentato come un indipendente. Niente da fare: tempo una settimana, e sul ‘Mattino’ è uscita una lettera in cui Nicola Cosentino, allontanato dal governo a Roma per collusione con la criminalità organizzata ma sempre sulla scena a Napoli come vero padrone della politica di centrodestra, gli ricordava papale papale che no, non è così. A Napoli, era il succo del messaggio di Cosentino, il partito sono io, e se sarai eletto è a me che lo dovrai. Ieri sera, nella contenuta esultanza del quartier generale di Lettieri, il candidato sindaco ha lasciato che parlasse per primo Cosentino, riportandone i concetti a mo’ di fotocopia: ‘Il risultato va oltre le nostre aspettative, il centrodestra con An, Udc e Udeur nel 2006 era al 37 per cento, oggi solo come Pdl siamo al 42 per cento’. E a quell’ora, l’ora di cena, il dato sulle liste non era ancora ufficiale. Adesso si va al secondo turno, e qui c’è la seconda parte del pasticcio. De Magistris è arrivato, al momento in cui scriviamo, al 27 per cento dei voti, oltre il doppio del suo partito di appartenenza, mentre il candidato del Pd s’è fermato al 20: è il prefetto Morcone, che gestisce i beni sequestrati alla criminalità, ‘un lavoro bellissimo, al quale sono contento di tornare’, dice. Il Pd l’ha convinto a candidarsi all’ultimo minuto, come terzo uomo tra Andrea Cozzolino, che aveva vinto le primarie, e Umberto Ranieri che aveva accusato il rivale, in buona sostanza, di brogli. In pratica, - prosegue Rampino su LA STAMPA - sono stati rimandati a casa i 45mila napoletani che avevano votato per le primarie del 23 gennaio. E, tra quelli, anche i sodali di Nichi Vendola, che avevano in lista il magistrato anti-casalesi Raffaele Cantone. Adesso, ‘tra De Magistris e Lettieri il Pd non ha dubbi’, dice il segretario regionale Enzo Amendola. E ‘speriamo che i dubbi non ce li abbia De Magistris’, si interroga il vendoliano Gennaro Migliore, dato che gira l’ipotesi (il terrore) che De Magistris possa non gradire particolarmente l’apparentamento con Pd e Sel. ‘Adesso dobbiamo pensare a Napoli, e restare uniti per il bene della città’, dice Andrea Cozzolino che è il dominus di quel voto, essendo il delfino di Antonio Bassolino. Ma non basterà. Perché il Terzo Polo con il suo candidato Pasquino ha rastrellato un 10 per cento. Casini, Fini e Rutelli speravano avesse la meglio di Morcone, un moderato di buon senso che nasce come collaboratore di Ciriaco De Mita a Palazzo Chigi. Non è andata così, e decideranno domani, ma non tira una bell’aria né per De Magistris né per Lettieri. ‘Guai a fare scelte sbagliate, qui nessuno dei due ha il certificato di qualità’, ha detto Casini ai suoi, ‘sono i campioni del peggior berlusconismo e del peggior estremismo’. Stessa musica se si ascolta Italo Bocchino, ‘è inaccettabile una coalizione votata da Cosentino, ed è inaccettabile anche il massimalismo di De Magistris’. Ergo, nessuna indicazione di voto, nessun apparentamento. E in queste condizioni, la sfida di De Magistris a Lettieri si fa difficile. Senza contare che a Napoli la politica ha già perso: l’affluenza alle urne è calata in città dal 66,7 al 60,3, punto più basso della Campania dove pure il voto è sceso dal 73,8 al 69,5, e in controtendenza con il resto d’Italia. Non è solo spazzatura. A Salerno ieri il sindaco uscente, di provenienza Pd, Vincenzo de Luca è stato riconfermato sfondando quota 60 per cento. De Luca è soprannominato ‘lo sceriffo’. Ma almeno lì – conclude Rampino su LA STAMPA - si fa la differenziata e la democrazia è decidente. Non litigante”. (red)

28. L’ascesa dell’ex magistrato: sono la vera novità

gistris, - scrive Fabrizio Roncone sul CORRIERE DELLA SERA - che non cede all’euforia delle prime proiezioni e che perciò resta su, al trentesimo piano, barricato in una camera d’albergo stretta, con la luce al neon e il televisore acceso (lui seduto sul letto; accanto: la moglie e la madre e persino i due figli di 6 e 11 anni, i quali, dopo un po’, non ne possono più di Mentana in diretta tivù e vengono quindi placati con tranci di pizza margherita). Gelido de Magistris che scende quando qui al secondo piano i militanti sono definitivamente eccitati, l’approdo al ballottaggio è una certezza, e lui può arrivare a passo deciso tra gli applausi e le grida di evviva, un po’ ex magistrato un po’ personaggio, la camicia bianca senza cravatta sotto l’abito blu, smagrito ma tonico, meno guanciotte e un filo di abbronzatura, ‘del resto, come saprà, nell’ultimo mese mi sono fatto venti comizi’ . Spavaldo de Magistris, che si siede e con calma guarda diritto nelle telecamere — ‘Ditemi voi quando siete pronti, eh?’ — molto padrone della scena, molto vincente, molto sprezzante con il Pd. ‘Io sono la novità. Io rappresento la politica delle mani pulite. Se il prefetto Morcone e suoi vogliono partecipare al mio sogno, sono i benvenuti. Non chiudo le porte a loro e neppure, ovviamente, a chi ha votato a destra. Voglio essere il sindaco di tutti i napoletani’ . Lui a Napoli è nato 44 anni fa. Il nonno giudice, il padre giudice (il padre, un magistrato affilato e taciturno, condannò a 9 anni l’ex ministro De Lorenzo e si occupò del caso Cirillo); la casa di famiglia in via Mascagni, al Vomero, e quindi l’inevitabile iscrizione al Pansini, il liceo classico della borghesia progressista. Con in tasca il manifesto, diciassettenne va a Roma e partecipa ai funerali di Enrico Berlinguer. Quindi non deve stupire la scelta della sua prima uscita pubblica, non concordata con Di Pietro, in questa campagna elettorale: al cinema-teatro Modernissimo, dove nel 1943 Palmiro Togliatti dettò la linea a tutte le forze antifasciste. De Magistris, sul palco: e subito si capì quanto taglienti sarebbero stati i suoi discorsi. ‘E allora vogliamo forse consegnare anche il Comune di Napoli nelle mani di Nick o’americano e di Giggino a’ purpetta?’ . (Nick è Nicola Cosentino, il coordinatore regionale del Pdl che fu colpito da una richiesta di arresto con l’accusa di avere contribuito ‘a rafforzare, sin dagli anni 90, vertici e attività del gruppo camorrista che faceva capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone’ ; Giggino è Luigi Corsaro, presidente della Provincia). E poi, a raffica, - prosegue Roncone sul CORRIERE DELLA SERA - su Gianni Lettieri, con il quale si sfiderà il 29 e 30 maggio: ‘Mi spiace, poverino: tutte le mattine deve leggersi le pagine di cronaca nera per sapere se uno dei candidati della sua lista è finito in qualche retata…’ . Gli osservatori che hanno seguito Luigi de Magistris nei vicoli e dentro le piazze nelle ultime settimane sottolineano però anche la severità con cui egli ha sempre giudicato il Pd, al quale pure si era proposto— lasciando Bersani prima sorpreso e poi indispettito — come candidato unico. ‘La Iervolino? Ha le sue responsabilità. Perché non ha attuato la raccolta differenziata?’ . ‘Morcone? Io non sono sostenuto dai parenti della Tangentopoli napoletana’ . ‘Bassolino? La sua stagione è finita tragicamente’ . Randellate, voglia di fare bufera, mai una parola a caso. Così, a sinistra, de Magistris ha rastrellato voti e disagio. In conferenza stampa ora aggiunge: ‘Io sono stato tra la gente senza potere, e l’ho ascoltata. Noi dell’Idv abbiamo la forza della novità pulita’ . Lo baciano, gli toccano la fronte, va via con i camerieri dell’albergo che si inchinano e lo salutano dicendo: ‘Buonasera, signor sindaco’ . Ma sono i giovani, che lasciano senza fiato. I ragazzi dei comitati. Studenti, gruppettari, tipetti e tipine che sarebbero dovuti stare fisiologicamente con il candidato del Pd e che invece stanno qui, in processione devota dietro al magistrato con l’hobby del giardinaggio – conclude Roncone sul CORRIERE DELLA SERA - che vuole fare il sindaco della città più sporca d’Italia”. (red)

29. Fassino: “Sogno centrosinistra che cambi il Paese”

Roma - Intervista a Piero Fassino su LA REPUBBLICA: “‘Qualche cosa sta cambiando. Il vento del Nord spira dalla parte giusta’. Parola di Piero Fassino, che a Torino ha vinto al primo turno con un risultato schiacciante, quasi 30 punti di differenza rispetto al candidato del centrodestra. Fassino, il vento del Nord è il vento di Torino, dove il centrosinistra vince al primo turno? ‘Qui a Torino c’è un centrosinistra che ha una cultura di governo, un centrosinistra riformista che si misura con le cose concrete, che non ha paura di rischiare e che ha fondato la sua azione sulla sfida del cambiamento, nel segno della trasformazione. Il risultato dimostra che i cittadini si riconosco e apprezzano il lavoro che è stato fatto e vogliono che si continui su questa strada’. Il sindaco Chiamparino sostiene che Pd e centrosinistra possono ispirarsi al modello Torino per diventare una vera alternativa al centrodestra a livello nazionale. È così? ‘Questo voto cambia in maniera radicale lo scenario politico. Non solo c’è il successo di Torino, ma il risultato di Milano di Pisapia che segna in maniera inequivocabile la débâcle personale e politica di Berlusconi e di come ha gestito la campagna elettorale. La destra esce sconfitta in modo clamoroso. Rispetto alle Regionali di un anno fa il centrodestra ha perso migliaia e migliaia di voti’. La crisi del governo Berlusconi è più vicina? ‘Si è votato per eleggere i sindaci, tuttavia Berlusconi aveva molto caricato di significato questo test elettorale. E non potrà far finta di nulla, qualche considerazione dovrà farla. Anzi, sarà costretto a farla’. Queste elezioni rappresentano la riscossa del Pd al Nord? ‘Ho sempre sostenuto che chi vuole governare il Paese deve governare la parte più forte. Questo voto può segnare la svolta. Dimostra che centrosinistra e Pd sono in grado di rappresentare le domande e le istanze del Nord e di essere una forza che può ambire a governare il Paese’. Ora i Democratici cosa devono fare? ‘Se a Milano il ballottaggio andrà bene, Torino e Milano possono rappresentare un asse strategico, un laboratorio in grado di cambiare in profondità la politica nazionale. E Sergio Chiamparino, in questa nuova fase, avrà di sicuro un ruolo politico di primo piano. Voglio ringraziare Chiamparino, il voto che io ho raccolto è anche un dovuto e giusto riconoscimento per come si è governata la città in questi dieci anni. Ripartiamo da questo patrimonio’. L’eredità di Chiamparino sarà pesante da gestire? ‘Non sarà un’eredità pesante, ma un’eredità alta, una bella eredità. Questo risultato mi dà la forza di continuare sulla stessa strada, quelle delle trasformazioni e del cambiamento per continuare a far crescere Torino’. Qual è il suo primo impegno? ‘Sento tutta la responsabilità di questo risultato e mi metterò subito al lavoro. Non voglio perdere tempo. Questo consenso mi sprona a interpretare il ruolo di sindaco di tutta la città e di tutti i torinesi. Inizierò a comporre la squadra di governo, che sarà formata, per la metà, da donne e da persone giovani. Poi trasformeremo gli impegni della campagna in provvedimenti concreti, a iniziare dal lavoro, che è il primo problema per i cittadini, soprattutto per i giovani, non solo a Torino, ma in tutto il Nord e il Paese’. Qual è la sua ricetta per dare una prospettiva ai giovani e a chi ha perso il lavoro? ‘Promuoverò subito un incontro con le altre istituzioni e con le parti sociali per mettere a punto un piano straordinario per il lavoro. Insedierò poi il gruppo, formato di esperti e rappresentanti anche della società civile, che avrà il compito di scrivere il piano strategico 2011-2021 di Torino. Altra priorità sono il welfare e le politiche per la famiglia su cui bisogna incalzare il governo’. Cosa ha intenzione di fare? ‘Nomineremo subito il garante per l’infanzia, perché vogliamo che Torino sia sempre più una città a misura di bambini, e metteremo a punto un piano di interventi per la popolazione più anziana e per la famiglia. Con gli altri candidati sindaci del centrosinistra delle grandi città ci siamo impegnati in campagna elettorale’”. (red)

30. Chiamparino: ora va costruito un partito vero

Roma - Intervista di Marco Imarisio all’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino: “Nella stanza del nipotino non c’è più spazio. Gli scatoloni e le confezioni con il fiocco non sono regali per lui, ma il riassunto degli ultimi dieci anni del nonno. Sergio Chiamparino ha già sgomberato il suo ufficio, ha già fatto il pranzo di commiato con la sua giunta, si è già commosso sabato scorso, quando il raduno degli Alpini è diventato l’unità di misura dell’affetto che Torino prova per lui. E in fondo il 57 per cento di Piero Fassino, l’amico che ha corso nella sua scia, è l’ultima prova di una popolarità che ha resistito anche alle scosse del tempo. Torino si conferma la città italiana più impermeabile al centrodestra, grazie al lavoro di un primo cittadino del Pd spesso in rotta con il Pd. Nella sua casa di piazza Vittorio Veneto, il sindaco più popolare d’Italia si prepara al primo giorno da ex sindaco. Chiamparino, cosa farà da grande? ‘Vivere il mio paradosso: io, che vengo spesso dipinto come un uomo anti-partito, vorrei dare una mano a costruire un partito che sia tale. Anche questi risultati confermano come ci sia domanda e bisogno di un Pd vero, concreto’ . E le sue continue critiche al Pd? ‘Un partito non lo si costruisce se si fa finta di essere d’accordo quando invece la si pensa diversamente. Bersani chiede lealtà e non cieca obbedienza. E io mi reputo una persona leale. Credo che il Pd abbia bisogno di gente che ragioni con la propria testa’ . Poi tutta questa gente bisogna farla andare d’accordo. ‘Giustizia, legge elettorale e federalismo, politica economica e welfare, politica estera: partiamo da qui, e diamo idee al Paese. Credo che il momento sia arrivato. Comunque vadano i ballottaggi, in Italia il vento è girato’ . Nel caso, lei pensa a se stesso come possibile candidato premier del centrosinistra? ‘Non mi risulta sia ancora stato emesso un bando di concorso. Pensiamo prima a costruire un soggetto collettivo che esprima un programma convincente. Sia chiaro, non chiedo nulla. Non cerco una poltrona alla sede nazionale del Pd. Ho 63 anni, posso anche stare in seconda fila e dare qualche consiglio. Mi metto a disposizione’ . Mancato candidato alle primarie, mancato capo del Pd del Nord, mancato candidato alle Regionali, poi perse. Non rimpiange di aver passato la mano su troppe possibilità? ‘Posso sembrare un bastian contrario, ma vengo da una scuola che aveva l’unità come primo valore. Non voglio dividere. La politica non è un continuo proporsi. Ci si mette intorno a un tavolo. Si discute, si decide. In questa città abbiamo sempre fatto così, e qualche risultato mi sembra sia arrivato’ . Il segreto di Torino? ‘Tante persone che hanno lavorato insieme e una struttura comunale eccellente’ . Tutto qui? ‘Non è poco. Di mio ci ho messo la capacità di ascoltare, di stare in mezzo alla gente. E di decidere. Non mi sono mai sottratto alle decisioni, anche quando erano impopolari’ . Un laboratorio per il centrosinistra? ‘Detesto questa definizione. Al massimo, la dimostrazione di come il coraggio e l’unità paghino. Nel 1993, quando Enrico Salza lanciò l’idea di un patto tra società civile borghese-moderata e il centrosinistra, l’allora Pds funzionò come organismo collettivo. Prese una decisione. Tanta gente soffrì nel dare il voto al professor Valentino Castellani contro il compagno Diego Novelli. Ma fu una scelta premiante, che dà i suoi frutti ancora oggi’ . Facile, con i soldi delle Olimpiadi 2006 e del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. ‘Bisogna crederci, alla fortuna. Quei due eventi ce li siamo andati a prendere quando nessuno ci credeva. E con i 150 anni, Torino ha ridato dignità a un anniversario che il centrodestra si era messo sotto i piedi’ . Il momento più difficile dei suoi dieci anni da sindaco? ‘La visita in ospedale ai superstiti del rogo della Thyssen e alle famiglie delle vittime. Faccio fatica a parlarne’ . Sentenza giusta? ‘Corrisponde alla gravità di quel che è accaduto’ . Torino perderà la Fiat? ‘Mi sono schierato a favore dell’accordo di Mirafiori proprio perché non voglio che questo avvenga. Ma Fiat non può andare avanti a colpi di referendum e senza coinvolgere tutti i sindacati. Con la mediazione sulla ex Bertone— mia, di Sergio Marchionne e del responsabile auto della Fiom Giorgio Airaudo— abbiamo creato un filo di dialogo. Sul quale la Fiat deve investire, senza fare spallucce davanti a questa possibilità’ . Per chiudere: cosa la rende più orgoglioso? ‘Decine e decine di miliardi investiti in opere pubbliche, e neppure una inchiesta giudiziaria sul Comune. Abbiamo le mani pulite’ . Non è normale? ‘Dovrebbe. Ma in Italia pare che non sia così’”. (red)

31. Renzi: “Bersani si rafforza, ma non rincorra Terzo polo”

Roma - Intervista di Goffredo De Marchis a Matteo Renzi su LA REPUBBLICA: “La notizia: Matteo Renzi celebra il risultato del Pd. ‘Il Partito democratico e Bersani si sono rafforzati’. Reduce da un pranzo privato a Palazzo Vecchio con il rottamatore del calcio Pep Guardiola il sindaco di Firenze ha però le idee chiare su come il centrosinistra può consolidare la vittoria: ‘Evitando le ammucchiate anti-Cavaliere, la rincorsa al Terzo polo e a Bossi, gli inciuci di Palazzo, le logiche da alchimista che non ci hanno mai portato fortuna’. Berlusconi è finito? ‘Lo diciamo spesso. Ma non vorrei sottovalutate la capacità del premier di venir fuori dai momenti difficili. Detto questo è il momento peggiore del centrodestra negli ultimi 17 anni. Ormai, gli attori del teatrino della politica sono soprattutto loro. Lo stile che Berlusconi voleva combattere è diventato la sua principale caratteristica. Come si fa a nominare 9 sottosegretari una settimana prima del voto?’. Ora il Pd può vincere nelle urne e non nelle aule dei tribunali. ‘Si apre una speranza concreta, non c’è dubbio. Può esaurirsi il ciclo berlusconiano e non attraverso strani inciuci, grazie all’illusione mediatica e tanto cullata da alcuni dirigenti democratici del dialogo con Fini e Casini, ma perché gli italiani vogliono voltare pagina’. Però a Napoli e Firenze vincono De Magistris e Pisapia. Il Pd può essere risucchiato a sinistra? ‘Non vedo slittamenti estremisti. Anzi. A Milano gli estremisti sono altri. Lo ha dimostrato la Moratti nel faccia a faccia. E se Santoro invita Santanchè un altro paio di volte in tv, Pisapia vince facile facile’. Sono irrinunciabili? ‘Assolutamente sì. Il buon risultato di lista del Pd adesso offre una grande chance al centrosinistra. Che deve partire dal grande strumento delle primarie. È un errore che non dobbiamo più commettere quello di benedire il candidato ufficiale del partito. Non si corre con le bandierine altrimenti replichiamo la frittata di Napoli. O il Pd decide di candidare il suo uomo senza primarie o la scelta la fanno le persone sulla base dei progetti non dell’appartenenza. Così, a Milano è venuto fuori un candidato serio che ha lavorato per un essere un punto di riferimento di tutti’. E a Napoli? ‘Con tutto il rispetto per Morcone è stata una scelta rinunciataria. I prefetti devono fare i prefetti non la politica’. Bisognerà fare i conti con i grillini? ‘Grillo è lontanissimo da me per educazione e stile. Non mi piace. Ma il Pd deve riflettere sui suoi temi. Diminuzione dei costi della politica, politiche del territorio, innovazione tecnologica. Se facciamo nostri questi contenuti gli sfiliamo i voti uno a uno’. Il Terzo polo invece non lo digerisce. ‘È una creazione mediatica. Il Pd deve evitare la caccia spasmodica alla Santa alleanza. Faccia come ha fatto alle amministrative: presenti idee credibili e sarà credibile anche alle politiche. Se seguiamo questa strada inizia davvero il cambio di stagione’”. (red)

32. Grillini sfondano in Emilia, crescono al Nord

Roma - “‘Paura, eh?’. Massimo Bugani, candidato bolognese, - scrive Alessandro Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - ironizza sul blog e cita la parodia di Carlo Lucarelli. Esulta il Movimento Cinque Stelle per i risultati straordinari di Bologna ma anche per quelli di Milano, Torino, Rimini, Arezzo e Trieste. Beppe Grillo celebra la sua Woodstock elettorale con un piccolo boom che irrita soprattutto il centrosinistra, anche se i grillini pescano pure dal centrodestra e dagli astenuti. A Milano i sostenitori di Giuliano Pisapia fanno notare che con il 4 per cento ottenuto dal ventenne capelluto Mattia Calise si poteva sbaragliare Letizia Moratti al primo turno. Per poco non sono stati decisivi pure a Bologna, dove Merola è rimasto sul filo del ballottaggio anche a causa del quasi dieci per cento ottenuto da Bugani. Non è un caso che nel Pd si registrino reazioni stizzite. Enrico Letta commenta: ‘C’è poco da brindare per i voti di Grillo’ . Pier Luigi Bersani fa la paternale ai discoli della politica: ‘Mi rivolgo a voi in maniera amichevole ma rigorosa: è ora di uscire dall’infanzia e di scegliere’ . ‘Paura, eh?’ , ripete beffardo Bugani. Che si autodefinisce ‘un perfetto sconosciuto’ . E trasversale, secondo gli insegnamenti che il suo maestro Grillo ha ribadito a settembre a Cesena: ‘Né di destra né di sinistra, ma sopra’ . Sopra i partiti, sopra ogni previsione. A Bologna e Milano, ma anche in tutta l’Emilia. E poi ancora: a Torino (oltre il 5 per cento, più del terzo polo), Rimini (oltre l’ 11), Arezzo (oltre il 6), Trieste (6). Un piccolo cataclisma a macchia di leopardo, che sconta qualche difficoltà al Sud (a Napoli si è fermato sotto il due per cento). Ma che fa dire al bolognese Giovanni Favia: ‘Siamo pronti per le elezioni politiche’. È ‘il vento dell’antipolitica’ , direbbero i suoi avversari. Ma è anche il vento di una politica diversa, meno aggressiva di quella del suo leader carismatico, l’ex comico Grillo. Spartana e austera. Come quella milanese di Calise, - prosegue Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - che ha speso 7 mila euro contro i 6 milioni dichiarati dalla Moratti. Visionaria e concreta, come quella del fotografo trentaduenne Bugani, che ha sfondato senza insulti e parolacce. Non conoscerà Dossetti, come gli hanno rimproverato, ma esibisce passione e concretezza. Anche se definisce ‘amore’ il sentimento che lo lega a Grillo e proclama i grillini ‘eroi dell’età moderna e pazzi scatenati’ . L’entusiasmo è il pane quotidiano dei Cinque Stelle, anche a costo di scontare incoerenze e inesperienza. E qualche colpo sotto la cintura, come la richiesta di test antidroga per i candidati che andranno al ballottaggio. E destra e sinistra? Categorie ‘morte e sepolte, come i partiti’ . Quando ci sarà da scegliere, tra due settimane, i criteri saranno ben altri. Il giovane Calise: ‘Non daremo indicazioni di voto. Faremo domande ai candidati e pubblicheremo i risultati su Internet’ . Idem per Bugani: ‘I nostri elettori non sono pecore, basta con la vecchia politica’ . Il grillino si gode il trionfo e punta in alto: ‘Siamo noi il terzo polo’ . Pdl e Pd li corteggiano, in stato di necessità. Bugani scrive: ‘A corrente alternata ci corteggiano e ci bastonano tutti’ . Lui cita spesso De Andrè e Guccini, ma alla sinistra – conclude Trocino sul CORRIERE DELLA SERA - non fa sconti: ‘Ha responsabilità su indulto, scudo fiscale, inceneritori, guerre, allargamento di basi militari, cementificazione, Civis, caso Delbono, distruzione del welfare, precariato, assenza di piste ciclabili, privatizzazioni’”. (red)

33. Grillini e De Magistris, l’ora del “partito Santoro”

Roma - “Dove il candidato sindaco dei grillini, Massimo Bugani, - scrive Fabio Martini su LA STAMPA - un trentunenne con la faccia da ragazzino, dagli slogan netti ma non cattivi, fa una battuta volutamente in politichese, che rende bene l’idea di quel che è successo in queste 48 ore: ‘Il Terzo Polo? Siamo noi!’. Come dire: se nella città natale di Casini e Fini, il Cinque stelle prende il doppio dei voti di consumati terzopolisti come Pier e Gianfranco, noi pesiamo molto più di loro. E anche a Torino, i grillini sono riusciti a superare, sia pur di poco, il Terzo Polo. Ma Santoro, con la sua vocazione da ‘leader’, ha dato una mano anche a Giuliano Pisapia: il più efficace spot televisivo a favore dello sfidante della Moratti, è andato in onda giovedì scorso ad ‘Annozero’. Ad un certo punto ha telefonato Adriano Celentano, che ha piazzato due, tre battute micidiali. Sulla Moratti: ‘Lei e Berlusconi hanno stravolto il volto di Milano che ai tempi di Leonardo era una delle città più belle d’Europa’. E poi una battuta, che potrebbe persino rivelarsi profetica: ‘Pisapia dovrebbe ritirare la querela, perché lui ha già vinto!’. Uno spot molto più efficace di quelli a pagamento: mentre parlava Celentano si è alzato il picco degli ascolti, trainando ‘Annozero’ verso l’ennesimo dei suoi tanti record. Il ‘partito di Santoro’ è andato forte con i suoi candidati, ma stavolta è andato forte soprattutto il ‘mood’ di sinistra, quello che dice: ce la facciamo da soli, insomma la via autarchica al progressismo. L’opposizione guidata dal Pd dove risulta vincente (a Torino, Bologna, Milano) lo fa grazie a coalizioni di sinistra e, curiosamente, laddove si divide in due spezzoni (a Napoli), lì prevale l’ala più radicale, incarnata da Luigi De Magistris, esponente ‘eretico’ dell’Italia dei Valori. E la sostanziale irrilevanza del Terzo polo, invocati come potenziali alleati da una parte del Pd, completa il quadro. Nota Marco Follini, esponente moderato del Partito democratico: ‘La crisi elettorale del berlusconismo costituisce la principale virtù del Pd, mentre la crescita della sinistra radicale costituisce il principale rischio per il Partito democratico’. Come dire: non esultiamo troppo per vittorie conseguite per consunzione degli avversari e stiamo attenti ad una sinistra a tradizione ‘gauchiste’. Certo, Luigi De Magistris, Giuliano Pisapia e i grillini sono entità diverse, - prosegue Martini su LA STAMPA - non riconducibili ad una stessa radice politica e culturale. Ma già da anni, a sinistra, si è formata un’area di opinione, una sorta di polo dell’intransigenza. Con la sua ideologia. I suoi organi di informazione. I suoi frequentatissimi siti web. I suoi leader politici (Antonio Di Pietro e Nichi Vendola), il suo variegato Pantheon ideale (che comprende personaggi come Falcone e Borsellino, Berlinguer e Montanelli) e alcuni guru, che sono anche gli idoli di una intera area. Come Marco Travaglio, Beppe Grillo, Roberto Saviano e colui che riesce ad avere (attraverso la tv) la massima influenza: Michele Santoro. Una fascia di opinione indignata e intransigente che nelle intenzioni di voto rilevate dai sondaggi oscillava a livello nazionale tra il 10 e il 15 per cento, pur comprendendo in questa area un movimento, come le Cinque stelle grilline, che ci tiene a ripetere di non essere ‘né di destra né di sinistra’. Esemplare la storia di Massimo Bugani, il candidato sindaco dei grillini a Bologna che ieri sera, a conteggi ancora aperti, sfiorava una percentuale eccezionale in una città di sinistra, il 10 per cento: ‘Mia mamma ha lavorato per dieci anni nell’ufficio stampa del Comune di Bologna, la mia famiglia ha votato sempre centrosinistra ma sentendo dall’interno i racconti delle cose che non funzionavano, ho cercato altre strade’ e così quando Grillo ‘aprì il blog, io fui l’undicesimo a iscrivermi al meetup bolognese su Internet’. E uno dei segreti del successo dei grillini corre proprio lungo la rete, come spiega Mario Adinolfi, un big tra i blogger italiani che conosce bene il mondo ‘under 35’: ‘A Bologna, ma non soltanto lì, i ragazzi del Movimento Cinque stelle hanno utilizzato intensivamente e meglio di chiunque altro, la rete e grazie a questa risorsa hanno saputo creare una politica organizzata a livello territoriale, molto più organizzata di quanto si possa immaginare’. E ancora: ‘Per loro, etichettandoli come protestatari e antipolitici, si rischia lo stesso abbaglio che si prese con la Lega, venti anni fa. Chi pensa che sia scontato il loro appoggio a Pisapia a Milano, evidentemente non li conosce’”. (red)

34. Il Terzo polo: “Senza di noi non si governa”

Roma - “E ora? Nei ballottaggi di Milano e Napoli – scrive Andrea Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli può essere decisivo, ma l’indicazione da dare agli elettori imbarazza e richiede cautela. I tre leader hanno pranzato a Montecitorio, ieri, prima dei risultati, poi si sono risentiti nel tardo pomeriggio e hanno elaborato un comunicato che rinvia: ‘È evidente che senza il terzo polo non si governa, perché la soluzione dei problemi dei cittadini non può essere affidata a coalizioni condizionate da radicalismi ideologici e populisti’ . Oggi i tre leader incontrano i candidati sindaci e domani dovrebbero ufficializzare la strategia per il voto del 29 maggio. Per il momento si cerca ancora la strada comune. Dall’Udc di Casini si sottolinea come i quattro candidati rimasti in corsa a Milano e a Napoli — Pisapia, Moratti, Lettieri e De Magistris — sono tutti ‘invotabili’ per i moderati. Ha dichiarato Casini: ‘Moratti significa il Pdl, non col volto mite di Maurizio Lupi, ma con quello della Santanchè. Pisapia è un vero garantista ma la sua coalizione è del tutto sbilanciata’ . Il presidente della Camera Fini si è lasciato sfuggire in privato un commento di grande soddisfazione: ‘Buon risultato, Milano, Napoli...’ . Pensava soprattutto al risultato cattivo dei candidati di Berlusconi, l’ex alleato ormai feroce rivale. Il vicepresidente di Fli, Bocchino, dice che il partito è ‘distinto e distante da Moratti e Pisapia’ . Ma Fabio Granata, deputato ‘movimentista’ , spesso ascoltato dal leader, precisa: ‘Possiamo adesso andarci ad appiattire sul Pdl?’ . È Francesco Rutelli – prosegue Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - ad offrire maggiori dettagli: ‘I nostri voti non restano in freezer. Lanceremo un guanto di sfida sulle scelte politiche da fare nelle città. I candidati che lo raccoglieranno avranno la nostra fiducia. Non escludo che appoggeremo candidati di schieramenti diversi. Non escludo veri e propri apparentamenti’ . Certo, se nell’analisi degli esponenti del terzo polo il dato chiave di queste elezioni è la sconfitta di Berlusconi, appare improbabile l’intervento in extremis per salvarlo. Pur con diverse prese di posizione. L’Udc è lontanissima da De Magistris, ma Granata invece sostiene: ‘Siamo più lontani da Cosentino, sponsor di Lettieri, che da De Magistris’ . Dentro Fli matura sempre di più il distacco di Urso e Ronchi che scelgono con decisione Moratti e Lettieri, nel nome dello schieramento nel centrodestra. Frattini, Sacconi e Alemanno lodano: ‘Il centrodestra deve aprire al terzo polo’ , secondo il sindaco di Roma. ‘Se Ronchi vuole, può andare via’ , dice Bocchino in tv. Il risultato generale maschera delusioni sui dati parziali. ‘Siamo l’ago della bilancia’ , afferma Rutelli. Ma le percentuali sono piccole, picchi massimi a Napoli con Fli verso il 4 e Udc verso il 5. La fusione d’intenti non c’è stata e il futuro è incerto. C’è la grande delusione (per Fli) di Latina e la soddisfazione di Rutelli – conclude Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - per aver messo comunque un cuneo fra i due poli. L’Api ha il sindaco più giovane d’Italia Salvatore Paradiso, 18 anni: a Bonea, Benevento”. (red)

35. Sì all’investitura, l’Eurogruppo incorona Draghi

Roma - “L’Europa ha scelto all’unanimità: Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial stability board, - scrive Ivo Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - è a un passo dalla presidenza della Banca centrale europea di Francoforte (Bce) al posto dell’uscente francese Jean-Claude Trichet. Il presidente dell’Eurogruppo, il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, entrando nella riunione dei ministri finanziari a Bruxelles, ha annunciato che non sono emersi altri candidati. La designazione ufficiale è arrivata ieri a tarda notte perché i lavori si sono protratti un po’ a sorpresa. Non ha creato problemi lo scontato via libera al piano di salvataggio del Portogallo da 78 miliardi di euro. Molto più delicata si è rivelata la discussione sul rischio di insolvenza della Grecia, condotta nel clima di disorientamento provocato dallo scandalo sessuale del francese Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), uno dei negoziatori fondamentali dei piani di salvataggio nell’Eurozona, ora agli arresti a New York. La procedura per la nomina di Draghi, dopo il via libera dell’Eurogruppo, prevede una audizione nell’Europarlamento, che deve fornire un parere non vincolante. Scontata appare la valutazione di rito del direttivo della Bce. I capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Ue dovrebbero poi assegnare la presidenza della Bce nel Consiglio europeo in programma il 24 giugno prossimo. La candidatura di Draghi, presentata dal governo italiano, era apparsa vincente dopo l’appoggio espresso dalla Francia e dalla Germania con dichiarazioni del presidente francese Nicholas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Anche se il governo di Berlino, dopo averlo visto prevalere sull’allora presidente della Bundesbank Axel Weber, aveva tentato di congelare Draghi come futuro direttore generale del Fmi (per la Bce spuntarono due banchieri centrali, l’olandese Nout Wellink e il finlandese Erkii Liikanen). Lo scandalo sessuale di Strauss-Kahn, anticipando l’esigenza di un successore, - prosegue Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - ha fatto di nuovo circolare qualche voce di rilancio della poltrona a Washington per Draghi, che ha subito smentito qualsiasi interesse. In ogni caso dall’Eurogruppo è trapelata l’intenzione della Francia di recuperare l’influenza persa con l’uscita (certa) di Trichet e quella (quasi certa) di Strauss-Kahn ottenendo un francese nel direttivo della Bce e uno alla direzione generale del Fmi. Il ministro delle Finanze francese Christine Lagarde sarebbe in corsa per il Fondo. Vari candidati di Parigi risultano in concorrenza per il posto a Francoforte liberabile con le dimissioni anticipate del membro italiano Lorenzo Bini Smaghi, che ieri ha dichiarato l’intenzione di rispettare il suo mandato con scadenza ‘nel 2013’ anche con l’arrivo di Draghi (verosimilmente per sollecitare una ricollocazione adeguata). L’assenza di Strauss-Kahn, sostituito in extremis dal vicedirettore Nemat Shafik, ha frenato l’aumento degli aiuti di salvataggio alla Grecia, che vede il Fmi co-finanziatore con l’Eurozona. Ma la Commissione europea ha fatto capire che l’operazione prosegue. L’euroburocrazia di Bruxelles continua a negare la possibilità di una clamorosa ristrutturazione del debito greco e si è inventata il termine inglese ‘reprofiling’ per ammettere una revisione del profilo del pacchetto (allungando i tempi dei pagamenti e riducendo il tasso d’interesse). L’Eurogruppo – conclude Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - non sembrava orientato a decidere nemmeno sulla insistente richiesta dell’Irlanda di un tasso più basso sui prestiti-aiuto ottenuti dall’Eurozona”. (red)

36. Veti incrociati per il Fondo. Rinvio sul piano Grecia 

Roma - “L’incubo nel quale è precipitato da 48 ore il Fondo Monetario – scrive Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - si è infittito ieri con la decisione del giudice di New York di non scarcerare Dominique Strauss-Kahn. A questo punto tramontano le residue possibilità di un ritorno del direttore generale almeno per una gestione transitoria delle molte partite che ha lasciato aperte: dai ‘salvataggi’ in Europa all'assistenza a un Egitto in piena trasformazione, agli aiuti al Pakistan. Negli uffici della sede di Washington ci si sta ormai rendendo conto che è finita, bruscamente, un’era. Quella del leader socialista francese è una figura carismatica, di grande spessore politico, che ha ridato linfa vitale all’organizzazione e che, ampliando il loro ruolo, ha riavvicinato i Paesi emergenti a un organismo che guardano da anni con sospetto perché egemonizzato dagli occidentali. Al tempo stesso, però, nel momento della crisi del modello sociale e finanziario europeo, Strauss-Kahn è corso senza esitazioni al capezzale del Vecchio continente impegnando nei salvataggi un volume complessivo di risorse non lontano dai 100 miliardi di dollari. Ma ormai ci si sta convincendo che è necessario voltare pagina; che devono essere aperte al più presto le procedure per la scelta del successore. Fin qui, però, le dimissioni del direttore generale — che già domenica la diplomazia francese dava per scontate nel giro di poche ore— non sono arrivate. Ieri il portavoce del grande organismo internazionale ha annunciato con un comunicato di appena una riga che in serata si sarebbe tenuta una riunione informale dei direttori dell’Fmi ‘per esaminare gli sviluppo di quanto sta accadendo a New York’ . Un’espressione vaga e impersonale – prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - che rende bene il clima attonito e di disorientamento che regna nei corridoi del Fondo. Certo, le dimissioni di Strauss-Kahn, magari affidate al suo avvocato, potrebbero anche arrivare in nottata. Un elemento di chiarezza in una situazione comunque confusa che servirebbe a far uscire dal limbo le missioni che l’ex ministro socialista aveva inviato in giro per il mondo, dall’Egitto alla Grecia. L’ ‘impasse’ ha già inciso sul vertice europeo di ieri a Bruxelles che ha dato via libera al maxiprestito da 78 miliardi di euro per sostenere il Portogallo, ma non alla nuova ‘tranche’ degli aiuti alla Grecia sulla quale la Germania si è trincerata dietro il mancato completamento dell’istruttoria da parte dell’Fmi (che partecipa massicciamente al prestito), oltre che dei tecnici della stessa Ue. Col capo del Fondo in cella a Manhattan, al vertice dell’Unione europea l’organismo multilaterale è stato rappresentato da uno dei vice di Strauss-Kahn, Nemat Shafik, mentre a Washington domenica sera una riunione d’emergenza del ‘board’ dei direttori ha affidato al ‘first deputy’ , John Lipsky, la guida del Fondo con poteri legati all'attuale fase di emergenza. Non c’è, comunque, lui nel futuro del Fmi: è già deciso che a fine agosto Lipsky lascerà l’incarico. E poi l’ex banchiere di JP Morgan è un americano, mentre, come abbiamo ricordato ieri, con l’Asia che ormai rappresenta più di un terzo dell’economia mondiale, i Paesi emergenti chiedono di essere loro a nominare il nuovo capo dell’Istituto. Una partita che si presenta non breve e molto complessa. I nomi che circolano restano quelli che abbiamo citato ieri: dagli indiani Subbarao e Ahluwalia all’ex ministro turco ed ex capo del Dipartimento per lo sviluppo dell’Onu Kemal Dervis (che ieri ha ricevuto molti attestati di stima). Ma ci sono anche candidati del Sud Africa, dell’Indonesia, di Singapore e il cinese Zhu Min. Ma non è nemmeno escluso che ancora per una volta si arrivi a scegliere un europeo, magari con un mandato di durata ridotta, in attesa di definire un nuovo meccanismo di selezione del vertice. Col britannico Gordon Brown – conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - che rimane uno dei personaggi più citati (nonostante l'ostilità del suo governo), oltre al ministro francese Christine Lagarde”. (red)

37. La Corte dell’Aja: arrestate Gheddafi

Roma - “L’uomo che neppure un anno fa piantava la sua tenda a Roma firmando contratti milionari e spiegando il Corano alle belle ragazze, - scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - deve essere arrestato al più presto per ‘crimini contro l’umanità’ . Questa è la sorte che esige per Muammar Gheddafi il procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aja, l’argentino Luis Moreno Ocampo: ieri ha infatti chiesto ai giudici di emettere un mandato di cattura internazionale contro il dittatore libico, il suo figlio secondogenito Saif Al Islam, e il capo dei servizi segreti del regime Abdullah al Senussi. Sono accusati di rapimenti, torture e omicidi, di aver attivato e coordinato la repressione violenta delle manifestazioni di dissenso, dalla metà di febbraio in poi: in sostanza, di aver fatto sparare sul loro popolo anche con l’artiglieria pesante e di aver ordinato le stragi. In due parole, se mai venisse arrestato, a Gheddafi potrebbe toccare lo stesso destino di Slobodan Milosevic. ‘Abbiamo prove enormi, dirette e consistenti, abbiamo molti testimoni, sotto protezione— ha detto fra l’altro il procuratore dell’Aja— siamo praticamente pronti ad andare al processo’ : e ha aggiunto che è dimostrato come i tre accusati si incontrassero fra loro per pianificare la repressione. ‘Tutti i Paesi’ , ha aggiunto il magistrato, hanno collaborato all’inchiesta: quasi a voler prevenire obiezioni o incertezze da parte di capitali — Parigi e Roma, ma anche Berlino o Londra, più diverse altre — che in passato hanno coltivato con il dittatore rapporti più o meno stretti. All’inizio, l’inchiesta— partita il 3 marzo su impulso del Consiglio di sicurezza dell’Onu— aveva messo nel mirino 8 persone, fra cui i 3 figli del dittatore: ma poi, evidentemente, il raggio si è ristretto. Ora i giudici di prima istanza — un gruppo guidato dall’ex procuratore di Bolzano, Cuno Tarfusser — dovranno decidere se accogliere oppure no la richiesta di Ocampo; nel primo caso, saranno poi le autorità libiche a dover formalmente eseguire il mandato di cattura, poiché ‘sono loro che hanno la responsabilità di catturare i responsabili che si trovano su territorio libico’ . Ma la prima risposta arrivata dalla Libia, - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - almeno quella del regime ancora al potere, non incoraggia certo molte speranze: il vice ministro degli Affari Esteri, Khaled Kaim, ha respinto preventivamente ogni decisione della Corte, dichiarando che il suo Paese ‘non è interessato’ perché non ha firmato il trattato di Roma che ha istituito la Corte. Tutto questo, mentre emissari di Gheddafi sono in viaggio per Mosca dove dovrebbe partire nelle prossime ore un nuovo tentativo di mediazione. In attesa dell’eventuale processo, Amnesty International rileva comunque che la richiesta del procuratore Ocampo è ‘un passo nella direzione della giustizia’ . Mentre, da Londra, - conclude Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - il sottosegretario alla Difesa britannico, Nick Harvey, lancia un’ulteriore previsione, o forse un auspicio: ‘Ci sono alte probabilità che si possa giungere a una simile conclusione’ anche per il leader siriano Bashar Assad”. (red)

38. Israele, Barak: “Difenderemo i nostri confini”

Roma - Intervista di Francesco Battistini al ministro della Difesa israeliano Ehud Barak sul CORRIERE DELLA SERA: “Giornataccia. Fra un libro su Einstein e una vecchia foto con Clinton, Ehud Barak ha sul tavolo il rapporto sui morti di domenica, al confine con la Siria e il Libano. Il ministro della Difesa israeliano striglia al telefono un collaboratore: ‘Ricorda quel dossier sulla politica libanese!...’ . Arriva un caffè arabo, ma non lo beve: ‘E’ stato un attacco provocatorio. Abbiamo reagito come ogni Stato sovrano: solo che i nostri vicini sono un po’diversi da quelli dell’Italia’ . S’è sparato parecchio... ‘Lo rifaremmo. L’esercito ha l’ordine di tenere chiusi quei confini. Non c’interessa avere morti, i palestinesi hanno già i loro leader che li uccidono: 800 in Siria, e non c’era neanche una pallottola israeliana. I palestinesi hanno cambiato strategia: basta kamikaze, ora fanno i Gandhi. Ma la responsabilità è di chi incita a queste manifestazioni, le impronte sono dell’Iran. E in Libano, la maggior parte di vittime l’hanno fatta i soldati libanesi, che non sono riusciti a fermare la gente’ . Difficile credere che la Siria non c’entri: quella folla era una mossa disperata di Assad? ‘Stiamo assistendo a un terremoto. Queste autocrazie sono finite. Sopravvivranno forse le monarchie, che discendono dal Profeta e sono simboli religiosi. Ma Assad ha perso legittimazione, spiazzato dai media. Suo padre uccise 20 mila persone, trent’anni fa, ma non ci furono testimoni. Ora sai tutto in tempo reale. E’ quel che ha spinto l’Italia a intervenire in Libia: un leader che uccideva la sua gente. In Siria, nessuno ora pensa d’intervenire, ma non può durare a lungo’ . Per Israele, le rivolte arabe sono un pericolo o un’occasione? ‘Nel futuro immediato, il caos. A lungo termine, forse qualcosa di buono. Dalla fine dell’Impero ottomano, non s’è visto nulla del genere. In molti Paesi, l’esercito è diventato il pilastro della democrazia, perché la società araba non è pronta a una democrazia: non puoi aspettarti che emerga un Havel o un Walesa. E’ emozionante che la gente alzi la testa, fra una generazione s’arriverà a un miglioramento. Ma intanto? Arrivano i Fratelli musulmani. O Stati caotici come il Libano’ . In Egitto però c’è il feldmaresciallo Tantawi, suo vecchio amico... ‘E’ una persona responsabile. L’esercito egiziano è simile a quello israeliano: amato dalla gente. Un giovane, sveglio ma povero, inizia l’accademia militare e vi trova l’unica meritocrazia egiziana. Questo prestigio aiuterà Tantawi. Che farà di tutto per mantenere la Costituzione e la pace con Israele. Al voto di settembre, però, i fondamentalisti potranno essere il 40 per cento. E nel momento della verità, potremmo trovarci soli’ . Come mai l’Iran sembra sparito dall’agenda internazionale? Un ex capo del Mossad ha detto che la minaccia nucleare non è poi così immediata... ‘L’Iran rimane l’elemento di maggiore disturbo. Queste rivoluzioni per ora non l’hanno colpito, ma prego ogni giorno che le fiamme della primavera araba l’avvolgano. Un anno e mezzo fa la morte di quella ragazza, Neda, ha creato un dissenso degli ayatollah moderati, difficilmente recuperabile. Ora c’è un’altra rottura, fra Ahmadinejad e Khamenei, ma penso verrà ricomposta. Il loro vantaggio è che il mondo guarda alla Libia, il loro nemico Mubarak è scomparso. Ma fra qualche mese, loro torneranno a essere ‘il problema’: vogliono la capacità nucleare, egemonizzare il Golfo. Ci hanno già provato in Iraq, ci stanno provando in Afghanistan. Lo faranno in Pakistan’ . Come cambia il terrorismo internazionale dopo Bin Laden? ‘Al Qaeda non è la Fiat, non programma in serie la sua produzione: è una rete d’appoggio multinazionale per il crimine che ricicla soldi, traffica droga, lascia che ognuno vi trovi le strutture per colpire quando meglio crede. Bin Laden garantiva questo, ucciderlo è stato un gran colpo. Obama ha ottenuto un grande credito internazionale: che cosa sarebbe accaduto, se avesse fallito come Carter nella crisi degli ostaggi? La sua vittoria è l’aver fatto capire a molti Paesi che gli Usa non sono un bancomat inesauribile. E che non sempre fanno i duri coi leader moderati e i moderati coi leader duri’ . Ora Obama rifarà un discorso all’Islam... ‘Quando lo fece dal Cairo, due anni fa, molta gente non lo capì: Mubarak non era nemmeno in quella sala... Perché parlò sopra la testa dei leader. Direttamente ai giovani e alle donne. Dando la speranza che l’America non fosse solo una minaccia. Sono sicuro che Obama, quando sta da solo in una stanza, pensa d’avere anticipato la primavera araba. Ed è vero’ . E la primavera palestinese? Il nuovo accordo Fatah-Hamas non è un’occasione? ‘Quel patto dipende dalla Siria, sede di Hamas. Assad sospetta che i fondamentalisti abbiano creato instabilità, così loro stanno pensando di spostarsi in Egitto, dove c’è una leadership più aperta. Il Cairo incoraggia questa riconciliazione, ma non ci crede nessuno: le due parti sono troppo lontane. Abu Mazen ha firmato perché la gente lo voleva e perché questo l’aiuterà in settembre, all’assemblea Onu, quando vorrà appoggi al nuovo Stato. Però non si fa così, una pace: le contraddizioni esploderanno. Chiedo che l’Europa faccia pressioni perché Hamas accetti le regole del Quartetto. Se l’Europa fosse chiara su queste cose, Abu Mazen sarebbe in un angolo e non andrebbe in giro a chiedere ambasciate che sono solo make up. Queste precondizioni non sono un pro forma. Dev’essere Abu Mazen a esprimersi con chiarezza. Invece leggo che piange ‘i martiri’ di domenica: ogni volta che i palestinesi santificano chi viola le leggi, non fanno un buon servizio alla loro causa’ . Ma un governo Fatah-Hamas non può aiutare il rilascio del soldato Gilad Shalit, ostaggio da cinque anni? ‘Forse si può rivedere la cornice della trattativa. Ma se Hamas farà parte del governo palestinese, non negozieremo mai. Sarebbe ridicolo: vogliono distruggerci!’ . Sta per salpare una nuova flotta di pacifisti Free Gaza. L’anno scorso finì con dieci morti. Stavolta? ‘E’una provocazione a uso dei media, ma non vogliamo rispondere come l’anno scorso: chiediamo ai Paesi da cui partiranno gli attivisti, tra questi l’Italia, di convincerli a rinunciare. A Gaza non c’è emergenza umanitaria: se vuoi portare un aiuto che non sia un razzo, lo puoi fare. Appoggiamo centinaia di progetti umanitari. Noi ce l’abbiamo con Hamas, non con Gaza: ci vive gente come noi, che potrebbe vivere meglio. Il blocco serve a fermare i traffici illegali’ . Un giornale ha scritto che lei è il politico israeliano meno popolare: c’entra il fatto d’avere mollato la sinistra laburista per stare al governo con la destra di Netanyahu? ‘Mi danno del traditore. Ma perfino Ben Gurion lasciò il partito che aveva fondato. La sinistra ha la specialità di bruciare tutto nei litigi interni. L’ho votata per una vita. Ma a un certo punto c’è il problema della sicurezza e di un’estrema sinistra che non può ignorarlo. Dobbiamo capire che Israele non ha una seconda chance. Siamo una villa in una giungla. Come lei non può scegliersi i parenti, noi non possiamo sceglierci i vicini. E allora penso sia più serio il mio nuovo partito, ‘Indipendenza’. Che è grande come un’orchestra da camera. Ma ha un’idea chiara: quel che è giusto per Israele, è giusto per noi’”. (red)

Strauss-Kahn, il “socialista”

E Grillo si fa (largo) spazio, malgrado tutto