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Grecia e Irlanda al tracollo. Ma per il Portogallo è pronta la stessa "medicina"

A considerare da quanto avvenuto, sta avvenendo e probabilmente avverrà a Grecia e Irlanda, di cui daremo gli ultimi aggiornamenti a breve, la notizia del via libera alla concessione dei 78 miliardi di euro per aiutare e salvare il Portogallo arrivata dall'Ecofin equivale, grossomodo, a una condanna a morte.

I 78 miliardi di prestiti sono suddivisi in un piano triennale e saranno ripartiti in parti uguali tra Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Efsf, ovvero il fondo salva-stati messo a punto dall'Eurozona. Non si sa al momento quali saranno i tassi applicati - comunque in una forchetta tra il 5.2 e il 6% - né quando partirà la prima tranche. Ma la cosa è certa, visto che il voto è stato dato all'unanimità dai ministri dell'Eurozona nel summit privo di Strauss-Kahn, al momento nelle patrie galere Usa.

Il primo effetto del tentativo di stupro - questa, almeno, l'accusa - da parte del capo dell'Fmi, in ogni caso e malgrado le rassicurazioni sul fatto che tutto sarebbe andato avanti senza problemi, è stato comunque quello di non vedere presa alcuna decisione sulla Grecia, così come invece era da aspettarsi dalla riunione recente.

Ciò non ha impedito, naturalmente, di trovare il tempo per confermare, ove ce ne fosse stato il bisogno, quale è la direzione che viene imposta ad Atene: privatizzazioni. Poco di più si può togliere direttamente dalle tasche dei cittadini nella penisola ellenica, ma molto, invece, si può fare per togliere pezzi di sovranità depredando la Grecia di aziende statali che fanno gola a molti.

Cosa analoga, lo comunichiamo al volo, sta accadendo anche in Usa, dove da più parti del congresso si sente ormai vociferare in merito alla possibilità di vendere a privati interi pezzi di continente, come ad esempio il parco di Yellowstone, per far fronte alle ingenti necessità economiche di una Amministrazione ormai in profondo rosso da anni.

Tornando alla Grecia, si parla di circa altri 60 miliardi da gettare nel buco nero, ovvero, di fatto, quasi una dichiarazione di default. Naturalmente questi ulteriori aiuti arriveranno solo ed esclusivamente se si procederà con il liberismo sfrenato e come detto con le privatizzazione delle aziende pubbliche strategiche: al momento, le più mirate sono quelle dei settori delle telecomuncazioni e dell'energia.

Allo stesso tempo, per evitare di arrivare subito alla notizia della catastrofe, si vocifera che è in corso l'ennesima operazione di make up finanziario. Il trucco, in questo caso, risiederebbe nel fatto che l'asse Francia-Germania abbia deciso di muoversi di concerto per acquistare quelli che vengono chiamati "Sirtaki Bond", ovvero un ulteriore fasullo bond emesso dalla Grecia. 

Chiaro il punto: Francia e Germania vedono forse come un buon investimento il fatto di acquistare un centinaio di milioni (la cifra trapelata da indiscrezioni) di questi bond? Naturalmente no, lo sanno benissimo che è spazzatura. Il punto è che sono costrette a farlo perché una bancarotta della Grecia colpirebbe per primi loro, visto che già detengono attualmente una quantità abnorme di debito pubblico greco.

Sintesi: devono sostenere la Grecia con azioni in perdita per non perdere ancora di più.

In merito all'Irlanda, intanto, gli aiuti per salvarla stanno portando dritti al collasso: il quotidiano Irish Time scrive, senza mezzi termini, che l'Irlanda è sull'orlo della rovina economica. A sei mesi dal bailout da 85 miliardi di euro da parte di Ue e Fmi, con il proprio rating appena un gradino sopra il livello spazzatura e la pressione sulle Banche che comincia a estendersi anche ai depositi delle famiglie, il tutto si sta rivelando, per gli architetti-speculatori della Bce, un successo. L'obiettivo reale, delle disposizioni imposte all'Irlanda, è stato quello di avvertire, ad esempio la Spagna ma anche altri Paesi europei, sulle intenzioni, le capacità o meglio, la durezza delle misure Bce.

Insomma, si doveva scegliere tra l'essere presi per il collo, subire lo scherno internazionale oppure dover pagare tassi esorbitanti per i finanziamenti del bailout.

Semplice aritmetica: se tutto andrà secondo i piani, l'indebitamento irlandese arriverà presto ai 250 miliardi. Qualcosa, per chiarire a tutti dal punto di vista pratico, come più di 120 mila euro di debito per ogni lavoratore (per correlare: il debito pubblico di ogni lavoratore italiano è invece attorno ai 30 mila euro). Oltre il 60% del Pil nazionale. In un momento in cui, ovviamente, il Pil non cresce perché l'economia, in una crisi di crescita, non può ulteriormente crescere...

Tutto questo mentre gli interventi, concessi per rimpinguare le casse delle Banche che erano andate sotto, portano (forse) al salvataggio delle Banche stesse ma certamente non a quelle dello Stato irlandese né, naturalmente, dei suoi cittadini. Bel lavoro, non c'è che dire. 

Anche lì, una via d'uscita ci sarebbe, e sempre secondo l'Irish Time, si inizia a parlarne: lasciare la BCE con il cerino in mano. Ha prestato 160 miliardi di euro a banche insolventi sostenute da uno stato insolvente? Bene, allora vuol dire che di fatto ne è diventata proprietaria. Proprietaria di un disastro, per la precisione. E dovrà pagarne le conseguenze.

Del resto, se la Bce è una azienda privata - e lo è - con investitori privati che vogliono fare profitti, è giusto e sacrosanto che nel tentativo di speculare si accolli il rischio della speculazione stessa. Che in questo caso, appunto, equivale a rimanere con un pugno di carta in mano.

Dopo la Grecia e le voci di uscita dall'Euro viene dunque la volta dell'Irlanda, mentre si è alle soglie della concessione di aiuti, praticamente nella stessa logica, al Portogallo (che intanto vede la sua disoccupazione arrivare al 12.4%). E in Spagna i cittadini, sentendo il fiato sul collo, iniziano a scendere in piazza molto più rumorosamente, per usare un eufemismo, un po' in Egitto style.

In Italia, che dire?, siamo appesi al Terzo Polo che esiste solo sulle pagine dei quotidiani embedded.

 

Valerio Lo Monaco


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