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Ladies and gentlemen: ecco il nuovo nemico

Nulla di ufficiale, ma per i media è come se lo fosse. Al Qaeda avrebbe già nominato il sostituto, ancorché provvisorio, del defunto Bin Laden. Un fosco personaggio dai contorni (ovviamente) inquietanti. Egiziano di nascita, con un congruo curriculum di terrorista, nascosto chissà dove. E con un nome che è tutto un programma: Saif al Adel, la “Spada della Giustizia” 

di Davide Stasi

Non ho mai guardato soap opera in vita mia, nemmeno ai tempi, definiti gloriosi, di “Dallas” e “Dynasty”. Chi ne è appassionato racconta però che nella gestione delle trame tutto è sostanzialmente consentito. Pur di tenere in piedi il format televisivo sono ammessi l’utilizzo e la rappresentazione di tutto il caleidoscopio degli abissi umani, dal banale tradimento incrociato tra coppie fino all’incesto, senza negarsi morti e inspiegabili resurrezioni. In anni di produzioni e con la solidissima esperienza hollywoodiana alle spalle, gli americani sono maestri nel rappresentare l’improbabile, sugli schermi come nella realtà. La vicenda di Bin Laden e quello che ne sta seguendo sembrano confermarlo.

Alla controversa notizia dell’uccisione del “principe del terrore” si aggiunge ora la notizia diffusa ieri sulla nomina del “successore” di Bin Laden. E più la si legge, più si ha la sensazione che qualcuno stia cercando di spacciarci l’ennesima fiction, da imporre al mondo per giustificare un qualche atto futuro che presto, ahinoi, avremo modo di conoscere. Pare infatti che sia avvenuto un incontro al vertice di Al Qaeda, e che i vari vice-principi-del-terrore abbiano nominato come successore ad interim del defunto Osama Bin Laden tale Saif al Adel. Tradotto: “Spada della Giustizia”. Paura eh?

Già “capo di stato maggiore” sotto Bin Laden, al Adel ha ricevuto l’interim per rispondere all’impazienza con cui la base di Al Qaeda voleva far sapere al mondo di avere già un nuovo leader. Il candidato numero uno alla successione in realtà era e rimane il truce Ayman al-Zawahiri, l’eterno braccio destro di Bin Laden, che però pare non sia ancora riuscito a conquistare la fiducia di tutti gli jihadisti. Quella di al Adel prenderebbe quindi le fattezze di una leadeship “balneare”, come alcuni vecchi governi DC in Italia. Servirebbe cioè a dare il tempo ad al-Zawahiri di raccogliere il consenso diffuso dei fondamentalisti islamici, in attesa di una nomina ufficiale.

Eppure al Adel ha un curriculum di tutto rispetto. Si dice sia stato coinvolto nell’omicidio di Anwar al Sadat, presidente della repubblica egiziana dal 1970 al 1981. Fuggito da un campo di addestramento in Afghanistan a seguito dell’invasione USA, è riparato in Iran, dove è stato messo agli arresti domiciliari. Rilasciato un anno fa, ora si nasconderebbe, come usuale, nelle aree di confine tra Pakistan e Afghanistan. Esattamente come Bin Laden, nessuno lo vede da un bel po’, e le ultime immagini disponibili risalgono a quando ancora portava la tunica da marinaretto. Secondo la biografia riportata dalla stampa sarebbe, testuale, «la mente degli attacchi contro le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania nel 1998».

Ma la “mente” di quegli attentati non era già Bin Laden? Qualcosa non torna. Non a caso la fonte della notizia di questa nuova leadership non proviene da Al Qaeda. Che, essendo priva di un ufficio pubbliche relazioni, si affida alla credibilissima stampa pakistana. Ed ecco così sfornato il nuovo nemico, misterioso, dal nome evocativo e facile da ricordare, tanto quanto lo era il musicale “Osama bin Laden”. La trama, però, per continuare a “prendere”, specie dopo la morte di un protagonista, deve essere avvincente. E così risulta che la nomina di al Adel non è avvenuta in qualche grotta nascosta e riparata tra Afghanistan e Pakistan, ma nientemeno che ad Abbottabad, sotto il naso della CIA.

Insomma, il nuovo personaggio, o meglio il nuovo spauracchio, è servito. Fatti concreti a sostegno: zero. Chiacchiere mediatiche presenti e future: innumerevoli. E tra di esse, ciò che emerge come più rilevante è la provenienza del nuovo leader degli jihadisti. Non più saudita, come il predecessore, ma egiziano. Ossia originario di quello stato ex satellite USA che era l'Egitto di Mubarak e che ora, dopo una transizione sanguinosa, sta osando l'inosabile, ossia sta cercando di impostarsi come Stato indipendente, privo di ingerenze o influenze a stelle e strisce. Cosa che gli USA non hanno mai consentito a nessuno, di qua e di là dall'oceano.

Aver dato i natali al nuovo capo di Al Qaeda non è un gran biglietto da visita. Nelle soap opera americane il buono può diventare cattivo nel giro di una puntata. E allo stesso modo ci vuole niente per diventare, nella loro fiction internazionale, da "paese amico" a "paese canaglia". Non è un caso che gli USA abbiano appena annunciato di voler promuovere in alcuni paesi arabi quel “processo di democratizzazione” a suo tempo garantito agli stati ex comunisti dell’Europa dell’est, con un investimento di milioni di euro. A partire proprio dall’Egitto. Che a questo punto sarà il caso che inizi a guardarsi le spalle.

Davide Stasi

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