Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 19/05/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Governo battuto, tensione tra alleati”. Editoriale di Sergio Romano: “La possibilità di un divorzio”. In taglio alto con foto: “Moglie e figli di Gheddafi lasciano Tripoli per la Tunisia”. Al centro: “ ‘Non trascrivere le telefonate su Ruby’ ” e in un box “ ‘I ballottaggi? Berlusconi faccia parlare i candidati’ ”. In taglio basso: “L’America: Strauss-Kahn via subito dall’Fmi” e “Parole choc a Cannes. Hitler? Lo comprendo”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “Governo nel caos, 5 volte sotto”. Editoriali di Miguel Gotor: “Il ladro di realtà” e Nadia Urbinati: “Saper perdere”. Di spalla: “P2, cosa resta del complotto di Gelli 30 anni dopo”. Al centro foto-notizia: “Spagna, la rivolta degli indignati. Giovani in piazza contro Zapatero” e “Omofobia, bocciata la legge. La Carfagna: voto con il Pd”. E in un box: “Brusca in aula: il Cavaliere pagava 600 milioni di pizzo al mese”. In taglio basso: “Tutti i vizi e i segreti che Internet sa di noi” e “ ‘Sono ebreo, capisco Hitler’. Shock Von Trier a Cannes”.  

LA STAMPA – In apertura: “Bossi: non affondo col Pdl” e in taglio alto: “Strauss-Kahn, il giudice dice sì alla scarcerazione. ‘Ma rimanga a New York’ ” e “Lo scandalo penalizza l’Europa”. Editoriale di Michele Brambilla: “Il grande comunicatore senza parole”. In un box: “D’Alema: abbiamo vinto noi del Pd non è merito della sinistra radicale”. Di spalla: “Obama sanziona il siriano Assad”. Al centro foto-notizia: “Così 50 immigrati volevano entrare negli Stati Uniti” e “Il papà la dimentica in auto”. In un box. “Coppie in fuga dal matrimonio: ‘Meglio convivere, si risparmia’ ”. A fondo pagina: “Non ci sono scarti”.  

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Il Fisco accelera sui controlli” e in taglio alto: “Accordo Chrysler-banche per il rimborso dei debiti” e “Lactalis lavora al dopo-Bondi in vista dell’Opa”. Editoriale di Marco Fortis: “La ricchezza (pubblica e privata) delle nazioni”. Al centro la foto-notizia: “Debito greco. Bce contro i governi sulla proroga” e “Bossi: non andremo a fondo con il Pdl. Terzo polo neutrale”. Di spalla: “Più italiani che Italia nei posti che contano” e “Obama offre aiuti economici ai Paesi della primavera araba”. In taglio basso: “Maxiprogetto bloccato? Il nemico è nel Comune vicino”. 

IL GIORNALE - In apertura: “Fini fa come Grillo”. Editoriale di Marcello Veneziani: “Chi grida al tiranno adesso stia tranquillo”. Al centro: “La ‘ricetta’ Pisapia: case ai rom e più tasse”. In due box: “Rischi nuove moschee? No, piuttosto chiudete quella di Viale Jenner” e “Déjà vu. Nostalgia di Prodi. E ritorna la strategia dell’ammucchiata anti Cav”. A fondo pagina: “Benvenuti al Festival di Strass Cannes”. 

LIBERO – In apertura: “Governo terremotato”, con l’editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia: “Non è un terrorista ma c’è da aver paura” e “Fini come i grillini né di qua né di là”. Di spalla: “Dai referendum la prossima botta” e “Bossi con il Cav. Maroni anche no”. A fondo pagina: “Sgarbi c’è, il programma invece no” e “Niente lezioni dalla pornoFrancia”. 

IL TEMPO – In apertura: “Bossi sferra il primo colpo”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Cav. non trova ancora la parola giusta per rimediare alal sconfitta”. In apertura a destra: “Per fermare il massacro siriano, Obama colpisce Assad con le sanzioni”. Al centro: “Il recluso e la vedova nera” e “Perché le parole di Brusca deludono i pm di Palermo”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Gli amici se ne vanno”. A fondo pagina: “Franceschini: il Paese gli ha voltato le spalle, attenti ai colpi di coda”. 

2. Bossi: non ci faremo trascinare a fondo

Roma - “Umberto Bossi – scrive Lorenzo Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - rompe il silenzio dopo la batosta delle amministrative per ammettere di ‘avere perso a Milano’ , di avere ‘sbagliato campagna elettorale’ . Preannuncia l’impegno leghista per i ballottaggi, convinto che la situazione possa essere recuperata. E a quanti gli domandano che cosa potrebbe accadere qualora si verificasse una sconfitta al secondo turno, replica: ‘Non perderemo, aspetteremo per vedere che cosa succede’ . E chiarisce anche che non ci saranno conseguenze per la tenuta del governo in caso di esito negativo: ‘Non fatevi illusioni’ . Ma subito dopo dichiara: ‘Di certo non ci faremo trascinare a fondo’ . Quanto ai possibili apparentamenti si mostra assai scettico sugli annunci provenienti dal terzo polo di lasciare liberi i propri sostenitori: ‘Secondo me hanno fatto un accordo con la sinistra’ . Non aggiunge altro, Bossi. Non dice come intende muoversi, ma è evidente che il chiarimento o la verifica all’interno della maggioranza di centrodestra è rimandata, se ne riparlerà dopo il secondo turno. Un invito alla cautela e allo stesso tempo una sostanziale condivisione dell’analisi bossiana giunge da Denis Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl. ‘I dati— sostiene— sono inequivocabili, c’è un sostanziale pareggio. Se poi uno è scontento per il pareggio ha ragione. Solo tra quindici giorni si potrà parlare di vittoria o sconfitta’ . In ogni caso, un suggerimento a proseguire nell’alleanza giunge da Fedele Confalonieri. Il presidente di Mediaset è amico d’infanzia di Silvio Berlusconi e allo stesso tempo estimatore di Bossi. Ecco perché, dopo aver detto che ‘Silvio ha esagerato’ nel farne un referendum sulla sua persona, esclude una rottura tra i due: ‘A entrambi conviene lavorare insieme. Ma un conto è il governo di una città, un conto è governare il Paese’ . Analogo giudizio si ricava da un parlamentare del Pdl, assai vicino al premier, che però in questa circostanza preferisce schermarsi con l’anonimato: ‘Bossi è costretto a stare con Berlusconi perché, come dimostra il voto amministrativo, una parte del suo elettorato gli ha voltato le spalle e guarda ora ai grillini, accusando i parlamentari padani di essersi abituati un po’ troppo agli agi romani, di essere attaccati alle poltrone’ . In altre parole, - prosegue Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - è l’analisi del deputato del Pdl, il Senatur fa la voce grossa per cercare di recuperare chi se ne è andato e per avere un maggiore potere negoziale con il Cavaliere. Delle parole di Bossi (ieri si sarebbe sentito con Berlusconi per esaminare il momento politico e studiare le prossime mosse) chi sta all’opposizione richiama, per contestarla, la parte che riguarda il pericolo da lui paventato di finire risucchiato in una eventuale caduta di Berlusconi. ‘È troppo tardi— obietta il dipietrista Felice Belisario— Bossi è già stato trascinato a fondo da Berlusconi da lui paventato di finire risucchiato in una eventuale caduta di Berlusconi. ‘È troppo tardi— obietta il dipietrista Felice Belisario— Bossi è già stato trascinato a fondo da Berlusconi votando per anni tutte le leggi ad personam del premier. Il suo elettorato non ha capito questa scelta e lo ha punito’ . E allora, aggiunge, ‘l’unico modo per recuperare la propria base è lasciare il caimano al suo destino e fare cadere il governo’ . E così la pensa anche il finiano Roberto Menia: ‘Ciò che dice oggi Bossi fa prevedere già quello che accadrà tra poco, tra qualche settimana o qualche mese. Questa legislatura non andrà votando per anni tutte le leggi ad personam del premier. Il suo elettorato non ha capito questa scelta e lo ha punito’ . E allora, aggiunge, ‘l’unico modo per recuperare la propria base è lasciare il caimano al suo destino e fare cadere il governo’ . E così la pensa anche il finiano Roberto Menia: ‘Ciò che dice oggi Bossi fa prevedere già quello che accadrà tra poco, tra qualche settimana o qualche mese. Questa legislatura non andrà lontano’ . Il Senatur, pronostica Antonio Misiani (Pd), ‘farà la fine di Leonardo Di Caprio e Kate Winslet nel film Titanic, saranno inghiottiti dai flutti insieme’ . Sintetizza – conclude Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - il leader del Pd, Pier Luigi Bersani: ‘Bossi faccia quello che vuole, questa maggioranza comunque non regge e deve prendere atto della sua crisi. Ma ora occupiamoci delle città’”. (red)

3. Governo, la possibilità di un divorzio

Roma - “Per Silvio Berlusconi – osserva Sergio Romano sul CORRIERE DELLA SERA - le ultime dichiarazioni di Umberto Bossi sono solo parzialmente rassicuranti. Gli avrà fatto piacere apprendere che il leader della Lega non intende approfittare dei mediocri risultati di Milano e Bologna per mettere in discussione la sorte del governo. Ma avrà notato che certe parole (‘abbiamo sbagliato campagna elettorale… non ci faremo trascinare a fondo’ ) esprimono amarezza e, implicitamente, un giudizio negativo sullo stile del presidente del Consiglio. Berlusconi non può ignorare che il matrimonio di convenienza fra la Lega e Forza Italia ha sempre nascosto una fondamentale differenza fra le strategie dei due leader. Bossi ha sempre pensato soprattutto alla conquista del Nord. A un certo punto, nella seconda metà degli anni Novanta, quando credette che l’Italia avrebbe fallito l’operazione euro, si spinse sino a prospettare l’ipotesi della secessione. Abbandonò l’idea non appena capì che il progetto, dopo il successo della politica di Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, sarebbe stato poco realistico. Ma continuò a concentrare tutta la sua attenzione sul Nord e stipulò un patto di governo con Berlusconi per due ragioni. Perché sperava, in primo luogo, che la collaborazione gli avrebbe permesso di realizzare il suo progetto federalista e perché sapeva, in secondo luogo, di potere contare sull’amicizia vigilante di Giulio Tremonti. Berlusconi aveva altre ambizioni e strategie. Voleva essere un leader nazionale – prosegue Romano sul CORRIERE DELLA SERA - e sapeva che nessuno può governare l’Italia senza i voti del Sud: una esigenza che ha costretto quasi tutti i governi italiani ad accettare compromessi inconfessabili con i partiti clientelari del Meridione. Fra i due leader, quindi, vi è sempre stato un conflitto potenziale, acuito dal fatto che molti dei loro rispettivi elettori provengono dalle stesse regioni, hanno la stessa matrice sociale e possono passare senza troppe difficoltà da un partito all’altro. Non può sorprendere Berlusconi, quindi, il fatto che Bossi, in questo momento, s’interroghi sull’utilità del matrimonio. Perdere Milano, per il leader della Lega, sarebbe ancora più grave di quanto non sia per Berlusconi. Dimostrerebbe che le radici della Lega nel Nord, dopo tanti sforzi e tanto impegno, sono ancora fragili. Il secondo turno di Milano assume così una maggiore importanza nazionale. Non ci dirà soltanto il nome del sindaco scelto dai milanesi. Aprirà una nuova fase nei rapporti fra Bossi e Berlusconi, e forse, in prospettiva, la possibilità di un divorzio. La fase coincide con un periodo in cui i due leader dovrebbero anche chiedersi, nell’interesse del Paese, come intendono concludere la loro vita politica, quali ricordi desiderano lasciare del loro lavoro, chi debba ereditarne la parte incompiuta. In altri Paesi, più felici del nostro, questo avverrebbe grazie a meccanismi ben collaudati come quello che ha promosso il giovane Ed Miliband alla guida del partito laburista britannico dopo il ritiro di Gordon Brown. Ma in Italia esistono partiti personali creati e diretti da uomini che ne sono, per certi aspetti, proprietari. Ci piacerebbe che questi uomini – conclude Romano sul CORRIERE DELLA SERA - pensassero seriamente alla loro successione e al futuro dei loro partiti. Anche per rispetto degli elettori, oggi un po’ smarriti”. (red)

4. Il Cavaliere ora teme la paralisi

Roma - “È la Lega – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - l’incubo del premier. ‘Mi stanno mettendo con le spalle al muro’, si è sfogato il capo del governo con uno dei tanti ricevuti ieri a via del Plebiscito. Con Umberto Bossi sul piede di guerra rischiano infatti di non vedere mai la luce i provvedimenti necessari al premier per sfuggire dai processi di Milano - la prescrizione breve, il processo lungo - oltre a quelle leggi-bandiera con cui Berlusconi vuole incorniciare la legislatura: la riforma Alfano sull’ordinamento giudiziario, la stretta sulle intercettazioni, la responsabilità civile dei giudici. Il Senatùr ieri lo ha detto chiaro e tondo al Cavaliere, in una breve telefonata che anticipa il ‘chiarimento programmatico’ che ci sarà oggi a palazzo Chigi: ‘La giustizia non potrà più essere l’unica nostra priorità’. Ma a palazzo Grazioli l’allarme è suonato per quello che potrà accadere il 30 maggio, nel caso Letizia Moratti perdesse al ballottaggio. ‘I leghisti - azzarda un ministro - porteranno a compimento il processo di sganciamento già avviato e si ritireranno dal governo’. I timori del gruppo dirigente del Pdl trovano una conferma nei ragionamenti che si stanno facendo al vertice della Lega, sintetizzati da Bossi con quell’icastico ‘non affonderemo con loro’. Una vittoria di Giuliano Pisapia non potrebbe infatti non avere conseguenze, anche se l’iter del federalismo e, soprattutto, le giunte regionali del Nord, vincolano il Carroccio a tenere in piedi l’alleanza con il centrodestra. L’ipotesi che si fa strada a via Bellerio è dunque quella di chiedere (pretendere) un passo indietro di Berlusconi, pur restando nell’attuale maggioranza. A palazzo Chigi, in attesa di un voto politico anticipato nella primavera del 2012, andrebbe un ministro dell’attuale governo, restringendo la scelta a Giulio Tremonti o Roberto Maroni. Ma il presidente del consiglio al momento non ha alcuna intenzione di farsi da parte. ‘Se Umberto pensa ad un altro governo, se lo può scordare. Se davvero pensa di far saltare tutto, allora si va votare. Anche a ottobre. E però saltano anche le presidenze di Piemonte e Veneto’. Intanto, approfittando della debolezza del premier e del caos che regna a palazzo Chigi, Tremonti oggi sfilerà al ministero dello sviluppo il Dipartimento Sviluppo e Coesione, la cassaforte (l’ultima) che gestisce tutte le risorse di politica regionale, comunitaria e nazionale. La quasi totalità del bilancio di Romani. Un dettaglio – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - rispetto agli scenari di crisi che aleggiano sul governo. Scenari che partono tutti da una considerazione, la possibile sconfitta ai ballottaggi. Milano, ma anche Napoli. Dove Gianni Lettieri potrebbe soccombere nello scontro diretto con De Magistris. ‘Questi personaggi della società civile - confessa pentito uno dei registi della candidatura di Lettieri - quando li getti nella mischia non sanno più che fare, non hanno il passo giusto. Con Morcone avevamo di fronte un avversario sbiadito, De Magistris invece è un osso duro’. Una doppia sconfitta al Nord e al Sud, ammettono unanimi nel Pdl, sarebbe per il premier la mazzata finale. Ieri, tra le recriminazioni reciproche, Letizia Moratti ha preso l’iniziativa e ha telefonato a Gianfranco Fini, con il quale ha da anni un rapporto di reciproca stima. Un colloquio dai toni accorati, con il sindaco uscente che chiedeva al presidente della Camera il sostegno diretto del terzo polo al ballottaggio. Lamentandosi per i ‘toni eccessivi’ dati dal Cavaliere alla campagna milanese e spiegando a Fini i vantaggi di un endorsement: ‘Se riusciamo a vincere sarà stato per merito vostro, sarete ritenuti indispensabili al centrodestra. E sarà chiaro a tutti che con Berlusconi non abbiamo vinto al primo turno’. Anche il Cavaliere sembra aver compreso la necessità di una svolta e promette a destra e a manca una ‘rivoluzione’ nel partito. ‘Dobbiamo cambiare il partito, aprirlo ai giovani’. Si riparla dell’arrivo di Angelino Alfano come coordinatore unico. Ieri Claudio Scajola – conclude Bei su LA REPUBBLICA - animava molti capannelli di deputati a Montecitorio, preoccupati per il clima di disfacimento che si respira nella maggioranza. ‘Il partito - spiegava Scajola ai suoi - non esiste, è un disastro. Altro che pareggio! Questi ex An ci hanno diviso, ma noi di Forza Italia dobbiamo rimetterci tutti insieme se vogliamo sopravvivere’”. (red)

5. Berlusconi: non abbiamo perso negli ultimi 15 giorni

Roma - “L’ordine di scuderia – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - è tentare il miracolo, mobilitare tutto quello è possibile. Berlusconi resta chiuso tutto il giorno a Palazzo Grazioli a fare i conti con i numeri di Milano, con le ragioni della sconfitta e le speranze di una rimonta che considera possibile ma difficilissima. Due sere fa, nel vertice con il Pdl, ha fatto un’analisi personale e impietosa sul sindaco di Milano: ‘La verità è che non si perdono sei punti nel corso di una campagna elettorale, sei punti si perdono in cinque anni di governo’ . Se questo è vero, recuperarli in quindici giorni è un’impresa quasi disperata. Ieri il Cavaliere ha ricevuto fra gli altri i ministri Alfano, Brambilla, Sacconi, Brunetta; ha visto Silvano Moffa, sentito al telefono Umberto Bossi, con il quale discuterà stamane, in consiglio dei ministri, la prima riunione del governo dopo il turno del voto amministrativo. Con la Lega si parla ovviamente del dopo: se andasse male sia a Napoli che a Milano è fin troppo ovvio che il peso della sconfitta si scaricherebbe sul governo e che il peso specifico del Cavaliere risulterebbe diminuito. L’unica fortuna del capo del governo, se così si può dire, è l’affanno parallelo della Lega, in termini di consenso: altrimenti i gossip di cui si nutre il Palazzo in queste ore, persino una possibile uscita dall’esecutivo del partito di Bossi, preludio di appoggio esterno, avrebbero probabilmente maggiore concretezza. Di certo c’è che il Cavaliere ha chiesto ieri ai suoi uomini di congelare per ora tutti i lavori parlamentari possibili, la discussione sul testamento biologico è stata rinviata al dopo ballottaggio: i cinque episodi in cui la maggioranza è andata sotto, alla Camera, sono bastati per prendere la decisione. Del rapporto con la Lega si ascoltano in primo luogo le condizioni possibili del partito di via Bellerio: niente più favori sul terreno della giustizia, niente più adesione a decisioni in cui in cui il Senatur non viene direttamente coinvolto. Nel frullatore delle indiscrezioni, - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - questa volta provenienti da via XX Settembre, c’è persino chi ritiene di nuovo attuale una richiesta di Tremonti che risale a qualche settimana fa: la promozione al ruolo di vicepremier, ovviamente con l’assenso del Carroccio. Ieri a Palazzo Grazioli è stato visto anche Claudio Scajola: l’ex ministro è ancora in predicato di rientrare sulla scena politica, forse con un ruolo di vertice nel partito, visto che Sandro Bondi potrebbe lasciare la poltrona di coordinatore, dimettersi persino da senatore, traslocare in una delle aziende di Berlusconi, Mondadori in testa alle ipotesi. Sembra che l’ex ministro sia uscito dall’incontro soddisfatto per l’ennesima promessa del premier, che potrebbe concretizzarsi dopo il voto. Di certo la pratica non è in cima ai pensieri del presidente del Consiglio. Da una parte Berlusconi continua a pensare a cosa è andato storto durante la campagna elettorale (‘sono stato costretto a parlare come Di Pietro, lo riconosco, ma per il dovere di difendermi: non è bello essere costretti a passare le giornate a Palazzo di Giustizia’ , ha detto ieri durante una delle visite), dall’altra prepara le strategie per resistere in caso di sconfitta. Almeno una buona notizia è arrivata ieri dal campo di Fini: le dimissioni di Ronchi – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - mostrano crepe in terreno avversario; se anche Urso rompesse con la linea del partito, il premier avrebbe almeno un motivo per sorridere”. (red)

6. Rispunta l’ipotesi di Tremonti vicepremier

Roma - “Si studiano i flussi elettorali di Milano e Napoli, - scrive Adalberto Signore su IL GIORNALE - si ragiona sui punti deboli di una campagna elettorale che non ha funzionato come si pensava e si preparano le prossime mosse in vista dei ballottaggi. A Palazzo Grazioli sfilano uno dopo l’altro molti big del Pdl - da Angelino Alfano a Claudio Scajola, passando per Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Michela Vittoria Brambilla per cercare di mettere a punto una strategia. Con molte incertezze, se lo stesso Denis Verdini ammette che ‘non si sa’ se Silvio Berlusconi farà altri comizi a Milano. ‘Come con il calcio - spiega - non puoi sapere prima della partita se con Ibrahimovic vinci o no’. Senza considerare che la prossima settimana il Cavaliere sarà impegnato al G8 di Deauville, in Francia, fino a venerdì. Il premier, non potrebbe essere altrimenti, non è dell’umore migliore. Anche perché la corsa di Letizia Moratti è davvero in salita - anche se, ripete ai suoi, ‘dobbiamo crederci’ - mentre la partita di Napoli tra Gianni Lettieri e Luigi De Magistris è assolutamente aperta. Insomma, il rischio di due sconfitte non può essere scartato a priori. Anzi, si ragiona a via del Plebiscito, va tenuto da conto proprio per valutare eventuali contromosse ed evitare che il governo venga investito dall’onda d’urto. Nonostante le elezioni di midterm abbiano visto sconfitti tutti i leader europei (da Sarkozy alla Merkel) certificando - è il ragionamento del Cavaliere - un trend in questo senso, è chiaro che un doppio ko si farebbe sentire. Così, se fino al voto Lega e Pdl viaggeranno a braccetto per cercare di tenere Milano e portare a casa la rimonta, dopo i ballottaggi il redde rationem con la Lega sarà inevitabile. Berlusconi però non teme, come dice qualcuno, che Bossi possa davvero staccare la spina. Anche perché il Senatùr si troverebbe davanti a un problema di ricollocazione del suo parti- to di non poco conto (con l’unica concreta possibilità che resterebbe quella di correre da soli alle prossime politiche). Il rischio, insomma, secondo il premier è che Bossi possa piuttosto chiedere una ‘rimodulazione’ della squadra di governo. ‘Per certificare che l’esecutivo è a trazione leghista’, spiega un ministro vicino al Cavaliere. Tanto che già qualcuno ipotizza - ovviamente con la benedizione del Carroccio - una promozione di Giulio Tremonti a vicepremier. Il che, ovviamente, blinderebbe il governo e renderebbe ancor più saldo l’asse con la Lega. Si vedrà. Di certo, invece, - prosegue Signore su IL GIORNALE - c’è che almeno per il momento lo stop della Lega sul decreto blocca ruspe per Napoli ha sortito i suoi effetti. Nonostante Berlusconi l’abbia annunciato chiudendo il suo comizio con Lettieri, infatti, il provvedimento - sul quale non solo Roberto Calderoli ma tutto il Carroccio avevano avuto toni molto critici - non è all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri in programma oggi. Quando finalmente Cavaliere e Senatùr si ritroveranno perla prima volta dal voto uno davanti all’altro. In attesa di mettere a punto lo sprint della campagna elettorale e fare i conti con l’esito dei ballottaggi, Berlusconi è tornato anche a ragionare di come rimettere mano al Pdl. Le ipotesi sul piatto sono diverse e alternative. Da quella - non nuova - di affidare il partito ad Alfano, a quella di far entrare Scajola nel gruppo dei triumviri al posto di Sandro Bondi. Un modo per raccogliere le istanze di quel folto gruppo di parlamentari che arrivano dalle file di Forza Italia e che da tempo lamentano di essere tenuti in poca considerazione all’interno del Pdl. Di certo, però, ancora non c’è nulla. Anche perché sarà importante verificare la tenuta della macchina del partito nella rimonta milanese e nella partita napoletana. D’altra parte, - conclude Signore su IL GIORNALE - non ha torto Verdini quando dice che la media nazionale del Pdl è stata del 26,42 per cento, contro il 27,26 delle scorse comunali del 2006. Insomma, ‘solo lo 0,8 per cento in meno’”. (red)

7. Il Cav. non trova ancora parola giusta per rimediare 

Roma - “Silvio Berlusconi – scrive IL FOGLIO - non ama mettere la faccia su funerali e sconfitte, dunque non stupisce troppo il suo contegno a dir poco riservato degli ultimi giorni. Ma se il presidente del Consiglio tace, intorno a lui si agitano il Pdl e la Lega. Nei due partiti è tutto un disordinato e inefficace mormorio complottardo. Tutti si pongono il problema della propria sopravvivenza politica e pensano agli effetti perniciosi di una possibile sconfitta a Milano. Ma nessuno ha la forza di mettere la firma in calce a una manovra che preluda al troppo evocato 25 luglio del Cavaliere. Escluso Giulio Tremonti, che tuttavia proietta oltre il 2013 le sue ambizioni e si immagina più nel ruolo di chi erediterà la dote affettiva di Berlusconi che in quello dell’assassino, non sembrano esserci figure con le spalle sufficientemente larghe. D’altra parte Umberto Bossi ringhia, ma non vuole (e non può) mordere malgrado nel suo lacerato gruppo dirigente anche Roberto Maroni adesso suoni uno spartito che si accorda agli umori neri – e antiberlusconiani – della base padana. ‘Non fatevi illusioni, la crisi di governo non ci sarà. Ma la Lega di certo non intende farsi trascinare a fondo dal Pdl’, ha detto un Bossi sotto forma di sfinge. Tutto dunque sembra destinato a rimanere così com’è, nonostante il ballottaggio a Milano e nonostante il rischio di una sconfitta di Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia. Un’ipotesi, questa, considerata remota da molti osservatori e sondaggisti. Tuttavia la sconfitta è anche una condizione psicologica cui il leader afono e il suo partito in disordine sembrano indugiare troppo in queste ore. Berlusconi ieri ha compiuto un secondo giro di consultazioni sul ‘che fare’ tra i suoi uomini, Angelino Alfano, Renato Brunetta, Michela Vittoria Brambilla. A Palazzo Grazioli è entrato anche Claudio Scajola, ritrovato dopo diverse settimane in un colloquio definito ‘cordialissimo e familiare’. Per il Cav. il calo significativo delle preferenze nella sua città natale e il sorpasso di Pisapia ai danni di Moratti è stato più della ‘scoppola’ di cui parla Maurizio Lupi. Voci di Palazzo descrivono il premier pronto a ristrutturare il Pdl e le sue catene di comando (‘che non hanno funzionato’) a ballottaggi chiusi. Se ne parla da mesi. Chissà. Ieri, in un articolo sul Secolo d’Italia, il senatore ex di An Andrea Augello, grande tessitore del potere alemanniano a Roma, ha inviato un messaggio neanche troppo in codice agli amici e colleghi del Pdl: dopo il ballottaggio di Milano ‘comunque vada verrà il momento di affrontare senza più esitazioni le troppe contraddizioni che si sono accumulate dalla nascita del Pdl a oggi. Abbiamo bisogno di una nuova legge elettorale. Abbiamo la necessità di rilanciare l’azione di governo. Dobbiamo avviare un dibattito congressuale’. Che significa? Significa – prosegue IL FOGLIO - che dopo il ballottaggio di Milano, comunque vada, ma soprattutto se andrà male, il Cavaliere dovrà mettere il Pdl nelle condizioni di sopravvivergli. Il Cavaliere non ha ancora sciolto il dubbio che tiene sospeso il personale politico del Pdl: partecipare o no alla campagna elettorale per il ballottaggio a Milano? Martedì sera, di fronte a coordinatori e capigruppo, il premier inclinava per un profilo più basso. Ma non è detto che vada così. Attorno al premier sono in tanti a chiedergli di organizzare una grande manifestazione pubblica – a tre giorni dal voto – che lo veda protagonista in piazza Duomo. Lui non ne è persuaso. A Denis Verdini, Ignazio La Russa, Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, Berlusconi ha consegnato un ragionamento che suonava più o meno così: ‘Non c’è il tempo per articolare una nuova strategia di comunicazione’. Il Cavaliere è rimasto sull’idea che a Milano si debba puntare a ‘smascherare’ gli estremisti che sostengono la candidatura di Pisapia. ‘A meno di dieci giorni dal voto c’è poco di nuovo da fare – ha spiegato – Abbiamo però dei margini per lanciare pochi messaggi precisi e ritmati’ che ruotano intorno al concetto di ‘sinistra fatua e radicale’. Bossi pare abbia già fatto sapere che non parteciperà alla campagna elettorale, e non è una notizia che il Pdl ha accolto con piacere. Nel catatonico entourage del premier non sembrano nemmeno sicuri di come interpretare i messaggi duri (ma contraddittori) che arrivano dalla Lega. Oggi, salvo sorprese, - conclude IL FOGLIO - dovrebbe riunirsi il Consiglio dei ministri. E’ la prima occasione per un faccia a faccia tra il leader della Lega (che ieri era a Roma) e Berlusconi”. (red)

8. Le ambizioni di Formigoni e la leggenda del tradimento CL

Roma - “Il ciellino Roberto Formigoni. Il coordinatore regionale ‘falco’ Mario Mantovani. Il suo predecessore Guido Podestà. La pasionaria Daniela Santanchè. È una guerra per bande feroce. Dentro al Pdl lombardo – scrive Marco Alfieri su LA STAMPA - la sconfitta di Letizia Moratti nel primo tempo delle comunali ha riaperto scontri mai sopiti. Non potendo denunciare la debolezza amministrativa del sindaco né accusare Silvio Berlusconi per la drammatizzazione del voto, che ha tenuto a casa un pezzo di Milano moderata (Moratti ha perso 80 mila voti sul 2006), si cerca il capro espiatorio su cui scaricare la colpa. E chi si presta meglio di Formigoni, che scalpita per strapparela leadership nel postBerlusconi? Un’altra volta, dopo l’appoggio a Roberto Lassini, l’inventore dei manifesti sui ‘Pm come le Br’, è Il Giornale a menare le danze. Ieri, un editoriale del direttore Sandro Sallusti ha accusato Comunione e liberazione di aver remato contro la Moratti (e quindi Berlusconi), a partire dal suo leader politico Formigoni, assente durante la campagna elettorale. La prova della fronda starebbe anche nella scelta morattiana di interrompere la consulenza con l’agenzia di comunicazione Sec di cui è proprietario Fiorenzo Tagliabue, professionista di area Cl, e in altre minutaglie spacciate per oro colato: una fantomatica poltrona di vicesindaco che Giuliano Pisapia avrebbe offerto a una donna vicina a Cl, fino alla solidarietà del ciellino Maurizio Lupi che ha difeso lo stesso Pisapia dalle accuse morattiane di aver rubato un auto negli Anni Settanta. Tanto basta per costruire la leggenda del complotto ciellino e del voto disgiunto anti Moratti. Sarebbero loro i traditori, per i falchi berlusconiani raccolti intorno al Giornale di Sallusti. Ieri, sulla vicenda, il primo titolo del quotidiano era non a caso ‘Moratti scarica Cielle’. Poi ammorbidito, anche se nel pezzo di pagina 3 è rimasta l’accusa all’agenzia di Tagliabue di ‘aver avuto un ruolo chiave nello scivolone tv della Moratti’. Ipotesi smentita carte alla mano da Sec, contraria al killeraggio e, sul piano politico, direttamente da Formigoni, che respinge l’accusa di frondismo. ‘Spiace che questo attacco avvenga dalle colonne di un giornale che poche settimane fa invitava non a votare Berlusconi ma quel Lassini che è stato causa di un atteggiamento di disagio di tanti nostri elettori’, va giù duro il governatore lombardo. Che critica ‘alcuni illustri esponenti del Pdl che hanno alzato i toni molto sopra le righe e oggi cercano di scaricare un po’ vilmente la responsabilità su altri, Cl e Lega. Facciano un po’ l’esame di coscienza...’. Più che le parole di Formigoni, - prosegue Alfieri su LA STAMPA - potrebbero essere interessate, contano i numeri. E su Milano i flussi dicono che il complotto non esiste. Alcuni dati rivelatori: il sindaco, nonostante i media sostengano il contrario, ha preso 16 mila voti più della coalizione (273 mila consensi contro 257 mila delle liste); le preferenze incassate dai 5 candidati ciellini in lista sono state 8.100 (Carlo Masseroli è stato il pidiellino più votato dopo Berlusconi e De Corato con 3.401) contro le 8.500 del 2006 quando ci furono 20 mila votanti in più e correvano big locali del movimento come Brandirali, Beretta e Garrocchio. Inoltre il pacchetto controllato in città dalla galassia Cl/Compagnia delle Opere vale 10 mila voti, 15 mila quando si mobilitano a tappeto. Se al sindaco ne sono mancati 80 mila, non è andata sotto il voto di lista e lo scarto con Pisapia è di 42 mila, difficile sostenere la tesi di una fronda interna che l’ha fatta cadere. In effetti ‘le preferenze dei candidati di Cl sono le stesse delle precedenti amministrative’, ammette Maria Stella Gelmini. Intendiamoci, Moratti e Formigoni non si amano. Tra i due ci sono state guerre furibonde: dal controllo della macchina Expo 2015 alla società che dovrà acquistare i terreni dalla Fiera di Milano per costruirci sopra i padiglioni espositivi, dalla specializzazione degli aeroporti di Linate e Malpensa all’Ecopass, dall’urbanistica al risiko energetico (la multiutility A2A). La stessa galassia ciellina ha più volte manifestato riserve sull’appeal di un mandato bis dell’ex ministro. Ma un conto sono le guerre di potere, la freddezza verso un candidato debole che ha portato il movimento a fare il minimo garantito in campagna elettorale, le riserve verso i toni verbali di un Lassini, i colpi bassi nei faccia a faccia o, rigorosamente in privato, il bunga bunga di Silvio, un altro mollare scientificamente la nave. Chi conosce la Compagnia e i suoi appetiti negli affari sa benissimo che il sindaco di Milano ha sempre ricompensato gli amici del ‘Gius’. Uomini di cielle sono nelle controllate comunali, in giunta, nelle partecipate della Fiera. Le associazioni di riferimento sono regolarmente foraggiate dall’amministrazione mentre arriva anche da ambienti ciellini il suggerimento alla Moratti di offrire a Gabriele Albertini la poltrona di vice sindaco come asso nella manica per convincere i moderati a tornare a votarla al ballottaggio. ‘Il nostro obbiettivo è rivincere Palazzo Marino, tassativo’, conferma una fonte interna. Insomma non c’è motivo per rompere adesso, prima dell’abissodi una eventuale sconfitta. Allora perché un attacco a freddo a Cielle? Sicuramente – conclude Alfieri su LA STAMPA - c’è l’esigenza di trovare un alibi per giustificare il crollo di domenica, non potendo attaccare direttamente il premier. Ma anche, più maliziosamente, la volontà di spedire da via Negri un avviso preventivo a Formigoni e al suo mondo, dopo quello a Giulio Tremonti. Frena le tue ambizioni, caro Roberto: ogni scelta per il dopo deve passare da Berlusconi...”. (red)

9. Frattini: “Ai ballottaggi parlino solo i candidati”

Roma - Intervista di Paola Di Caro al ministro Franco Frattini sul CORRIERE DELLA SERA: “Il Pd ha poco da cantare vittoria, perché quello che emerge dal voto è un centrosinistra che avanza grazie ‘all’ala estrema e radicale, come dimostrano i risultati di Pisapia, di De Magistris o l’exploit di Grillo’ . Ma anche il Terzo polo ha i suoi guai: ‘Il bipolarismo regge, e i centristi sono in difficoltà con la loro politica dei due forni proprio perché a questo tipo di sinistra non possono guardare, tanto da essere costretti ad annunciare che ai ballottaggi di Milano e Napoli non si schiereranno’ . E però, fatta la dovuta premessa, Franco Frattini non si sottrae all’analisi di un risultato che per il Pdl è allarmante, e che— in caso di sconfitta a Milano potrebbe aprire qualsiasi scenario. Non manca dunque da parte del ministro degli Esteri l’autocritica per una campagna elettorale ‘troppo estremista’ , il consiglio a Berlusconi di tenersi fuori dalla contesa dei ballottaggi perché ‘adesso tocca ai candidati confrontarsi’ , e la scossa ad un partito che ‘deve celebrare i suoi congressi in tempi rapidi, e aprirsi al contributo di tutti’ . Anche di Claudio Scajola. Ministro, è riuscito a darsi una risposta sul perché avete fallito a Milano? ‘C’è una risposta che sarebbe sicuramente sbagliata: Pdl e Lega tutto possono fare oggi tranne che cercare capri espiatori o puntare il dito contro questo o quel sospettato. I nostri elettori vogliono vedere un centrodestra unito, e unito nella moderazione dei toni come negli accenti garbati’ . Dunque alzare il livello dello scontro è stato il vostro errore? ‘Non c’è dubbio che riuscire a trasformare Pisapia nell’icona del moderatismo e la Moratti in quella dell’estremismo è stato un paradosso nel quale siamo caduti come polli’ . La responsabilità non è anche o soprattutto di Berlusconi, che ha inaugurato la campagna milanese con l’accusa ai giudici di Milano di essere un ‘cancro per la democrazia’ ? ‘Ma la sua è una situazione personale di persecuzione giudiziaria che va avanti da 15 anni. Quando il premier decide di personalizzare e ‘nazionalizzare’la campagna elettorale, è chiaro che il tema può emergere. Però una cosa è Berlusconi, altra tutti quelli che Berlusconi non sono e che hanno enfatizzato quei temi quando il loro compito era quello di correre per la città. Polemiche come quella di Lassini, o l’accusa di condanna, non vera, a Pisapia, hanno portato perfino la Lega a smarcarsi, assumendo un profilo moderato e lasciando a noi quello estremista, con la conseguenza che all’elettorato è sembrato di avere di fronte un centrodestra diviso. Serviva altro’ . Cosa? ‘Bisognava e bisogna puntare sulle cose fatte, sull’Expo prima di tutto, l’unico progetto di visione del Paese che non sia a breve termine. E si doveva puntare, e lo si farà, sulla contraddizione tra un candidato come Pisapia che ha sicuramente modi gentili, ma che vuole costruire la Grande moschea a Milano, e ci si chiede con i soldi di chi, vuole la ‘stanza del buco’ per i tossicodipendenti, è sostenuto da partiti che pretendono il libero ingresso degli immigrati....’ . Che Pisapia fosse esponente della sinistra i milanesi lo sapevano, ma è Berlusconi che ha dimezzato le sue preferenze, è il centrodestra che ha avuto una performance deludente soprattutto al Nord: si è aperto ufficialmente il tema della crisi della leadership di Berlusconi? ‘Non credo si debba o si possa parlare di questo, perché è ancora Berlusconi che fa la sintesi della coalizione. Lo diciamo noi nel Pdl, lo dice la Lega, lo dicono i Responsabili. Il voto di midterm ha penalizzato anche Obama, ma nessuno ne mette in discussione la leadership. E non dimentichiamoci che Berlusconi fu dato per morto nel ’ 96, nel 2006, ma è sempre tornato più forte di prima’ . Ma lei oggi consiglierebbe al premier di ‘mettere la faccia’ sui ballottaggi o di restarne fuori? ‘Nel ballottaggio i cittadini vogliono sapere quello che i candidati propongono per la città. Ho detto a Berlusconi e lo dico in pubblico che credo sarebbe meglio che siano loro a spiegarsi e confrontarsi’ . Se dovesse finire con la sconfitta della Moratti, lei crede davvero che il quadro politico resterà lo stesso? Già ieri il governo in Aula è andato sotto cinque volte, un segnale preoccupante. ‘No, non darei peso a questi voti su provvedimenti non particolarmente rilevanti... Attribuisco le assenze a una sottovalutazione della ripresa dei lavori dopo la campagna elettorale, non ne traggo conseguenze di alcun tipo’ . E se le traesse la Lega? ‘Premesso che un voto amministrativo, per quanto importante, non può avere conseguenze su una legislatura, dico che chi cercasse di trovare adesso divisioni tra Pdl e Lega non le troverebbe. Primo perché bisogna lottare per i ballottaggi, secondo perché Bossi vuole ottenere il federalismo, terzo perché staccare la spina sarebbe per lui sancire una sconfitta, non un successo del suo partito’ . Ma come si riparte dopo uno stop così? ‘Con la grande riforma costituzionale e quella tributaria, con il rilancio della crescita e dello sviluppo al quale stanno lavorando Berlusconi e Tremonti e anche con la ricerca di convergenze su temi fondamentali, come quelli etici, con forze che fanno riferimento al Ppe come l’Udc’ . Al Pdl serve una ‘scossa’ ? ‘Non c’è dubbio. Entro l’estate deve essere concluso il tesseramento, e in autunno si deve aprire necessariamente la stagione dei congressi per superare, grazie agli eletti, questa ormai decrepita quota del 70-30 (70 ex Forza Italia e 30 ex An negli organismi di partito, ndr) che ci impedisce di far crescere gente capace e permette il consolidamento di piccoli potentati che fanno solo danno’ . Ai vertici di questo partito può rientrare Scajola? ‘Tutti sono un valore aggiunto, non possiamo permetterci di lasciare fuori nessuno. E tantomeno chi ha capacità organizzative comprovate’”. (red)

10. D’Alema: abbiamo vinto noi non la sinistra radicale

Roma - Intervista di Federico Geremicca a Massimo D’Alema su LA STAMPA: “Lei dice così perché, naturalmente, non ha letto Mao Tse-tung. Il quale portava spesso l’esempio delle bacchette che i cinesi usano per mangiare: una si muove per prendere il cibo, ma l’altra resta ferma. Così in politica. La tattica, la propaganda, le iniziative possono cambiare: ma la strategia no, quella non può cambiare ogni settimana. Oltretutto sarebbe curioso che un partito che ha affrontato le elezioni sulla base di una determinata proposta strategica, la cambiasse subito dopo a causa del fatto che le ha vinte. In generale accade il contrario’. Questo dice Massimo D’Alema, per rincuorare il cronista che alla fine dell’intervista - lamenta di non vedere grandi “novità strategiche” nella sua posizione, nonostante l’esito del voto. Qualche novità (in sintonia con la citazione di Mao) la fa invece registrare l’abbigliamento dell’ex presidente del Consiglio, che veste un eccentrico smanicato marinaro, interamente rosso e con sulla schiena una grande e nota sigla: KGB (Kuando Gareggia Barlocco: grande giocatore di pallanuoto, amico di D’Alema e ora velista)... Nessun addio al Terzo Polo, dunque, nonostante i ripetuti no di Casini ad una larga alleanza, il non esaltante risultato elettorale e la decisione di non schierarsi ai ballottaggi; nessuna improvvisa esaltazione delle primarie, nonostante - per esempio - l’effetto sortito da quelle di Milano e Cagliari, e i molti complimenti a Sel e a Vendola. Ma due puntualizzazioni non da poco. La prima: ‘Il centrodestra non ha perso le elezioni per i toni duri scelti. E’ una tesi autoconsolatoria: Berlusconi ha sempre usato toni pesanti, essendo un estremista populista’. La seconda: ‘Le elezioni le abbiamo vinte noi, non la sinistra radicale o qualcun altro. Sostenere il contrario, come si continua a fare, è solo sciocca propaganda’. Infine, un forte apprezzamento per Bersani; e un simpatico augurio per Fassino: ‘Piero è stato generoso: farà bene, ne sono sicuro. In più, il suo successo è un buon segnale per noi della vecchia guardia...’. Presidente, lei quindi non crede che la sconfitta di Berlusconi - a Milano e non solo - sia colpa dei toni usati in campagna elettorale. Perché? ‘E’ un aspetto molto relativo. Scaricare la responsabilità della débâcle sui toni scelti da Berlusconi è perfino ingeneroso, se ci intendiamo. I toni - infatti - sono sempre gli stessi, e a volte hanno perfino pagato. Se oggi il risultato elettorale segnala l’arretramento della maggioranza di governo praticamente ovunque, le ragioni di fondo sono altre: a cominciare dal totale fallimento dell’azione di governo. Dalla ripresa economica (che ci vede ultimi in Europa) all’aumento delle tasse, dalla crescita della disoccupazione all’inefficienza della pubblica amministrazione, non c’è nulla su cui il governo abbia agito con efficacia. In più, valanghe di promesse non mantenute. E’ un disastro: ed è in ragione di questo disastro che i toni soliti stavolta non hanno funzionato’. Messa così, il ragionamento sembra però dar ragione a chi sostiene che più che a una vittoria del centrosinistra saremmo di fronte a una sconfitta della maggioranza, o no? ‘Direi proprio di no. Intercettare i cali di consenso non è mai scontato: e vorrei ricordare che veniamo da mesi in cui si è ossessivamente parlato della mancanza di un’alternativa a Berlusconi... Il dato di queste elezioni è che in gran parte del Paese, invece, il Pd si dimostra in grado di garantire un’alternativa al centrodestra. Certo, a Napoli e in qualche area del Mezzogiorno - ma non in tutto il Mezzogiorno paghiamo ritardi ed errori. Ma il Partito democratico è in piedi, cresce e io questo trionfo del radicalismo e dell’estremismo proprio non lo vedo’. Si fa riferimento ai successi di Pisapia e De Magistris, al risultato ottenuto da Sel... ‘Pisapia ha svolto un’ottima campagna elettorale, ma supera la Moratti anche perché il Pd cresce fino a diventare quasi il primo partito della città. Quanto a Vendola, bisogna dar atto a Nichi e al suo partito non solo di aver ottenuto un buon risultato, ma di aver dato una notevole prova di unità. Sel è a pieno titolo una responsabile forza di governo. Le primarie e poi il risultato di Cagliari, alla fine si sono rivelate una bella cosa. E voglio dirlo’. Ciò nonostante, lei continua un serratissimo pressing sul Terzo polo, che ha deciso di non schierarsi ai ballottaggi e continua a ritenere impossibile un’alleanza che arrivi fino a Vendola e Di Pietro. Non le pare tempo perso? ‘Guardi, sarebbe utile rappresentare la posizione del Pd per quella che è... Noi facciamo prima di tutto un discorso al Paese. C’è una larga maggioranza di italiani che ritiene che occorra voltar pagina e uscire dal berlusconismo: e poiché non è certo Berlusconi che può portarci fuori dal berlusconismo, e visto che le macerie in cui ci troviamo non riguardano solo l’economia ma addirittura i valori fondanti di questo Paese, ricostruire sarà un’impresa enorme che richiede una larga maggioranza. Una maggioranza costituente, insomma, che è ciò per cui lavoriamo’. Va bene, ma che c’entra il Terzo polo? E soprattutto: perché dovrebbe preoccuparsi? ‘C’entra perché queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi’. Dove pure un’indicazione di voto era lecita attendersela, o no? ‘C’è molta tattica in giro... In ogni caso, diciamoci la verità, di fronte a certi ballottaggi, già una loro “non scelta” può essere considerata un vantaggio per noi. E poi: avrebbe mai detto, qualche mese fa, che l’onorevole Granata avrebbe invitato a votare per Pisapia a Milano? Diamo tempo al tempo. Comunque, al ballottaggio gli elettori vanno dove li porta il cuore e di questi tempi il cuore non porta a Berlusconi’. Torniamo al Pd, e a Bersani. ‘Il voto rafforza la sua leadership e premia uno stile politico. Non è andato dietro a Berlusconi chiedendo un referendum su se stesso, e ha fatto bene. Che Bersani oggi sia molto più forte è un vantaggio per tutti: elimina dal campo tanta confusione e favorisce l’unità del centrosinistra, che dipende - io credo - prima di tutto dall’unità e dalla forza del Pd. Ci sono naturalmente aree in cui il partito va curato e rimesso in piedi, e penso a Napoli prima di tutto: ma il voto dimostra che il Pd è radicato e ha gruppi dirigenti riconosciuti sul territorio. I ballottaggi lo confermeranno, a dispetto delle tante sciocchezze che spesso si scrivono su di noi’”. (red)

11. Gli scivoloni anticipano la guerriglia in arrivo

Roma - “Le scosse di assestamento postelettorali – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non depongono bene per il governo. Alcuni scivoloni di ieri in Parlamento dicono che lo choc delle amministrative non è smaltito. E la miscela di lealtà e avvertimenti dispensata da Umberto Bossi al Pdl significa, come minimo, che Silvio Berlusconi dovrà affrontare nelle prossime settimane un percorso di guerriglia. La sconfitta a Milano aleggia come un incubo che minaccia di avverarsi entro dieci giorni; e di complicare i rapporti con una Lega che tende a trattare il partito del premier quasi come una zavorra. Quando Bossi assicura che il Carroccio ‘non si farà trascinare a fondo’ , parla a palazzo Chigi. Non è un avviso di sfratto, perché i vertici dei lumbard per ora non vedono alternative; e perché la loro presenza nei ministeri è massiccia e di peso. Ma che si sia iniziata un’altra fase è evidente: il problema-principe è come uscire dall’attuale senza farsi troppo male. La rimonta di Letizia Moratti, sindaco uscente di Milano, è teoricamente possibile ma in salita. E il ‘no’ di Pier Ferdinando Casini ad appoggiare il centrodestra, in apparenza la rende più ripida. In realtà, la scelta del leader dell’Udc era prevedibile. Non ha preso abbastanza consensi per avere una propria proposta. Non vuole aiutare Berlusconi ad uscire dall’angolo. Ma Casini – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - non può neanche appoggiare candidati di una sinistra agli antipodi rispetto al suo elettorato moderato. Così, la sua equidistanza finisce per irritare quasi di più il Pd che non il fronte berlusconiano. E infatti la stessa Lega mostra di essere meno liquidatoria verso l’Udc rispetto al passato. Se il tentativo, quasi disperato, è di ricalibrare il profilo di un centrodestra presentatosi in maniera aggressiva e respingente per una parte dell’elettorato, l’alternativa è di non martellare contro un ‘Terzo Polo’ che continua a perdere pezzi sul versante di Gianfranco Fini; e che ai ballottaggi non è un concorrente. Il calcolo, però, non si limita a domenica 28 maggio. Il governo sa che dopo la concordia obbligata di questa coda elettorale, Pdl e Lega si ritroveranno a contare vittorie e soprattutto sconfitte; e a cercare di ritrovare un equilibrio ed una sicurezza che il voto ha scalfito per la prima volta dal successo del 2008. Senza sponde esterne, e meno raccogliticce di quelle trovate da Berlusconi negli ultimi mesi, il limbo nel quale la coalizione – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - sta cercando di sopravvivere potrebbe diventare non una parentesi in vista del rilancio, ma una lunga agonia”. (red)

12. Governo terremotato

Roma - “Bisogna riconoscere – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - che in questa legislatura non ci viene fatto mancare nulla. Per un anno intero abbiamo dovuto registrare i botta e risposta fra Fini e Berlusconi. Poi, liquidato il presidente della Camera, è iniziato il balletto con la Lega, partito di governo ma sempre più spesso di lotta. Ora è il turno dei Responsabili, i quali pur essendo nati da pochi mesi già stanno contraddicendo il nome che portano dimostrando di essere irresponsabili. Ieri, ad esempio, alcuni parlamentari del nuovo gruppo hanno disertato le votazioni e alla Camera il governo è andato sotto. Intendiamoci: nulla di grave. Si trattava di faccende di secondaria importanza che non hanno arrecato alcun danno ai provvedimenti in discussione. Ma il problema non consiste in ciò che è stato bocciato o approvato all’insaputa dell’esecutivo. La questione è che per cinque volte la maggioranza si è ridotta a una minoranza. L’esperienza suggerisce che in genere queste cose non avvengono per caso. I deputati assenti non lo erano per improrogabili esigenze fisiologiche né per alti e nobili motivi istituzionali. Non erano in aula semplicemente perché avevano deciso di non esserci. Si tratta cioè di un segnale, non di un errore. In pratica da quando sono state fatte le nomine dei nuovi sottosegretari, alcuni Responsabili che sono rimasti esclusi dagli incarichi iniziano a sentirsi un po’ meno responsabili. In questo modo gli onorevoli sollecitano il rispetto di impegni che ritengono disattesi o temono non essere più rispettati. L un grido di dolore, il loro. Alcuni già si vedevano seduti su scranni prestigiosi e ora – prosegue Belpietro su LIBERO - soffrono all’idea che l’ambizione possa essere frustrata. Così c’è chi si prepara all’ennesima capriola. Basta Responsabili, meglio una Federazione del Sud, cioè un gruppo nuovo di zecca, che si aggiunga a quelli usciti dalle elezioni, diventando la quarta gamba della maggioranza. Non conta che l’arto appaia corto ed esile. L’importante è tenersi le mani libere, soprattutto cercar di liberare qualche poltrona per poterla poi occupare. Tutto ciò ovviamente non ci scandalizza: sappiamo che la politica è l’arte del possibile, e soprattutto dell’incredibile oltre che dell’impudenza. Ma se non ci stupiscono, le acrobazie dei Responsabili ci preoccupano. A forza di tirar la corda c’è il rischio che si spezzi e in questo caso, a spezzarsi, o sarebbe più corretto dire a rompersi, rischiano di essere gli elettori, i quali da tempo vedono passare sulle proprie teste giochi di potere che non capiscono e prima o poi potrebbero dire basta. Noi non sappiamo cosa reclamino questi Responsabili né se le loro richieste siano legittime. Sappiamo solo che fra due settimane si torna a votare a Milano e a Napoli e se il centrodestra riesce a farsi sfuggire l’una e l’altra città, non ci sarà più nulla da reclamare né incarico da conquistare. Ci sarà solo da far le valigie. Naturalmente con responsabilità. Vale a dire: in fretta”, conclude Belpietro su LIBERO. (red)

13. La fronda dei Responsabili. Nasce “Sud”

Roma - “Arturo Iannaccone, sprofondato su un divanetto del Transatlantico di Montecitorio, - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - mostra il tagliando del parking di Villa Borghese: ‘Non ho trovato posto con la macchina...’ . Elio Belcastro estrae dalla tasca il ticket dell’aereo che lo ha portato a Roma ‘troppo tardi’ , impedendogli di fare il suo dovere di deputato: ‘Tutta colpa delle infrastrutture italiane’ . Ma qualche metro più in là Antonio Razzi spazza via le ‘scuse’ dei colleghi: ‘Possibile che tutti gli aerei erano in ritardo? Io non ci credo’ . Uno dopo l’altro i ‘responsabili’ , tra i principali indiziati del tonfo del governo in aula sulle carceri, provano a spostarsi dal mirino. E giurano che le assenze di mezzo gruppo parlamentare alla riapertura della Camera sono ‘puramente casuali’ . Ma se l’esecutivo, come è accaduto ieri, va sotto cinque volte e dodici esponenti del gruppo nato per fare da terza gamba alla maggioranza lasciano vuoti i loro banchi, sospettare è lecito. A maggior ragione quando, nello stesso giorno, una costola di Iniziativa responsabile fa balenare lo spettro della scissione. ‘Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma tra pochi giorni formeremo un nuovo gruppo — dichiara Belcastro, sottosegretario mancato —. Si chiamerà semplicemente ‘Sud’’ . Chi ne farà parte? ‘Micciché e io saremo le due anime. Voglio ricomporre la squadretta di ‘Noi Sud’, c’è la volontà di andare avanti tutti insieme. Usciremo in sei o sette...’ . Verrà anche Antonio Milo, col quale avete litigato per una poltrona al governo? ‘Abbiamo un ottimo rapporto— giura Belcastro —. È tutto chiarito. La nostra missione nei Responsabili è finita, ci siamo annacquati troppo. Verranno anche esponenti del Pd e può essere che, in una seconda fase, esca anche Luciano Sardelli’ . Il gruppo che a dicembre salvò da morte certa la legislatura starebbe dunque per sfaldarsi, col rischio che si sfili persino il presidente: Sardelli, appunto. Scilipoti, Razzi, Grassano e gli altri si aggirano per il Transatlantico inquieti e sbandati e lui, il capogruppo, si affanna ad assicurare che ‘i Responsabili hanno una funzione decisiva e sono legati a doppio filo con il governo’ . Ma Berlusconi – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - è preoccupato, le assenze tra i deputati acquisiti dalle minoranze non possono lasciarlo tranquillo, anche se Sardelli gli ha spedito una lettera rasserenante: ‘Caro Silvio, siamo con te...’ . Eppure, a creare tanta agitazione ha contribuito lo stesso capogruppo, quando l’altra sera ha messo a verbale che ‘il discorso dei nuovi sottosegretari è chiuso, non se ne parlerà più’ . L’ex finiana Maria Grazia Siliquini fa buon viso a cattivo gioco: ‘Io mi occupo di giustizia e non sono in attesa di nulla’ . Non aspira più al governo? ‘A me interessano le riforme. Sento in giro strane dietrologie’ . Perché non ha votato, allora? ‘Il mio volo da Torino era in ritardo, ho trovato traffico e sono arrivata all’una’ . Le è dispiaciuto restare fuori dal rimpasto? ‘Non mi riguarda. Poi se tra noi c’è qualcuno che ha questo problema, io non lo so. La legislatura durerà e i personalismi devono rientrare’ . Anche Silvano Moffa scagiona i responsabili, assicura che ‘non c’è una recondita volontà di mettere in difficoltà il governo’ . Bruno Cesario ha un alibi: ‘Ero dal ministro Tremonti con gli altri sottosegretari’ . E Belcastro, prendendo il collega a braccetto: ‘Vedete che anche i responsabili soddisfatti non hanno votato?’ . Passa Maurizio Grassano e anche lui si giustifica: ‘Sono arrivato tardi perché ero dal ministro dell’Agricoltura, ho portato a Saverio Romano un imprenditore del Nord, Federico Radice Fossati’ . E Giuseppe Ruvolo, deputato del Pid: ‘In questa storia non c’è niente di politico, davvero. Eravamo con il ministro in commissione Agricoltura...’”. (red)

14. Romano: “Un segnale? Non facciamo ridere i polli”

Roma - Intervista di Monica Guerzoni al ministro Saverio Romano sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Un segnale al governo? Non facciamo ridere i polli’ . Ministro Saverio Romano, quando la maggioranza è andata sotto diversi Reponsabili erano con lei. È un caso? ‘C’erano Maurizio Grassano e Pippo Gianni, ma stavamo affrontando questioni legate all’agricoltura. Io ho finito a mezzogiorno in commissione e, quando sono arrivato al ministero e ho acceso Televideo, la frittata era fatta, il governo era già andato sotto quattro volte’ . Bossi non affonderà col Pdl. Crisi di governo in vista? ‘Berlusconi non ha nessuna voglia di affondare. Si vince e si perde insieme. Dopodiché, un governo va a casa se non ha più una prospettiva e se non ha la maggioranza in Parlamento’ . Ieri non l’aveva... ‘Io guardo ai numeri di tenuta e non a un incidente di percorso su una mozione. E non mi pare che il centrosinistra stia meglio. Vincono le candidature estreme e il terzo polo diventa quarto, lasciando il posto a Grillo’ . La maggioranza è nel caos. ‘Paradossalmente, questo quadro politico rafforza il governo. Qual è l’alternativa? A Napoli l’Udc ha preso il cinque per cento. E il Pid invece, che ha solo l’onorevole Pisacane, è arrivato al 2,5...’ . Torniamo ai Responsabili. In Aula mancava mezzo gruppo. ‘Le cause delle assenze sono tante, lunedì sono finite le elezioni e molti sono rimasti in periferia’ . Elio Belcastro farà la scissione? ‘Se escono è perché hanno un problema dentro Noi Sud, non c’entra nulla col sostegno al governo’ . Belcastro voleva fare il sottosegretario. E così Pionati, la Siliquini... ‘La delusione ci può anche stare, il che non significa negare il sostegno al governo’”. (red)

15. Pionati: “Mi faccia ministro, ha preso solo rottami”

Roma - Intervista di Antonello Caporale a Francesco Pionati su LA REPUBBLICA: “‘Tu sei Berlusconi’. Facciamo finta. ‘E vuoi giungere fino alla fine della legislatura, dare linfa al governo e respiro strategico all’alleanza’. Certamente. ‘Allora premiami!’ Francesco Pionati arriva così duramente al cuore del problema non per un’ansia da poltrona. ‘E’ un assillo che non provo. Ma faccio politica, e guardo in avanti. Finora il governo è stato riempito di rottami’. Di sottosegretari non se ne parla più. ‘Per fortuna’. Resta vacante la poltrona da ministro per le Politiche comunitarie. ‘Un riconoscimento al partito che rappresento. Sarebbe una felice intuizione per questa legislatura’. La poltrona era stata riservata ad Andrea Ronchi, appena fosse stato possibile il suo rientro. E il momento sembra giunto. ‘Ma Fli cos’è? Un’entità gassosa, una nuvoletta in mezzo a mille di un cielo per l’appunto a pecorelle. Fli è solo un colpo di tosse’. Dura il tempo di un breve espettoramento. ‘Non vorrei apparire presuntuoso ma la mia formazione... ‘. L’Adc. Da non confondere con l’Udc. ‘Casini è un opportunista’. Pionati ministro. Ora o mai più. ‘Anch’io dico ora’. Prima dei ballottaggi. ‘Anche un momento dopo. Siamo tutti impegnati pancia a terra a rovesciare l’esito del primo turno’. Infatti oggi lei non era alla Camera a votare. ‘E scusi, cosa le ho appena detto? Dove c’è polvere da mangiare ci sono io. Dove c’è una piazza, mani da stringere, corpi da trascinare, menti da convincere’. Dia un suggerimento alla Moratti. ‘Prontissimo. Basta che Letizia tiri fuori la pagina 27 del programma di Pisapia. Rom + islam e il gioco è fatto’. Se si vince, lei è straministro. ‘A Campobasso siamo al 6 per cento, anche a Sannicandro’ E a Ginosa? ‘Al sette, al sette!’ Ministro. ‘A Latina surclassiamo Fli e ci attestiamo all’1,5 per cento’. Se la Lega tiene, lei entra a palazzo Chigi dal portone principale. ‘Temo che la Lega sbraghi e tutto vada a monte’. Riflettendoci, è lo stesso mio timore. ‘Buonasera’”. (red)

16. Rinvio su verifica, demolizioni e biotestamento

Roma - “L’effetto-ballottaggi – scrive Maria Antonietta Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - ha provocato subito almeno tre importanti rinvii nell’attività parlamentare, stabiliti dalla Conferenza dei capigruppo. Prima di tutto il dibattito in Parlamento sulla maggioranza di governo, chiesto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a seguito della nomina dei nuovi sottosegretari, che si svolgerà alla Camera dopo il secondo turno delle amministrative. Poi, sempre a Montecitorio, slitta a lunedì prossimo l’avvio delle votazioni sul decreto legge omnibus, che era in calendario ieri e che contiene le norme blocca-referendum sul nucleare (indetto per il 12 e 13 giugno). Ennesimo rinvio, addirittura sine die, invece per il ddl sul testamento biologico, su richiesta in Aula, prima dall’ex segretario del Pd Walter Veltroni, poi dallo stesso capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. Insomma questa settimana non si affronteranno voti parlamentari che possano innescare nuove polemiche preelettorali e influenzare così l’esito delle sfide più importanti a cominciare da Milano. La Camera ha poi approvato all’unanimità la proroga di sei mesi della legge delega che introduce il cosiddetto ‘fallimento politico’ (con l’impossibilità a presentarsi di nuovo alle elezioni) per i responsabili delle Regioni e degli enti locali che portino bilanci in rosso. Adesso – prosegue Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - la norma passa al Senato. E quindi, anche in questo caso, si tratta nei fatti di un rinvio. Il decreto di attuazione che introduce premi per i governatori ‘virtuosi ‘ (dal punto di vista finanziario) e sanzioni per chi non lo è, ‘viola la Costituzione e si pone in contrasto con la stessa legge che introduce il federalismo’ , secondo la conferenza delle Regioni. Quest’ultima ancora ieri non è arrivata a raggiungere un’intesa con il governo perché chiede che analoghe sanzioni vengano previste per l’amministrazione centrale dello Stato a partire dai ministeri. Il ministro Roberto Calderoli è d’accordo sul merito di questa obiezione. Secondo l'esponente leghista ‘è inammissibile che le sanzioni non si applichino anche alle amministrazioni centrali’ . Per proseguire l’analisi del provvedimento, come hanno chiesto i presidenti, ‘non c'era tempo’ , ha detto Calderoli. Il testo deve essere trasmesso alla bicameralina entro oggi e per questo è stato convocato alle 8.30 un Consiglio dei ministri straordinario a Palazzo Chigi. La discussione sulle richieste delle Regioni e degli Enti locali, potranno così proseguire nella Bicamerale sul federalismo. Al Consiglio dei ministri – conclude Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - oggi slitterà anche (per un impedimento del ministro Matteoli) il decreto contro le demolizioni e l’abusivismo edilizio, promesso dal premier Berlusconi in campagna elettorale a Napoli”. (red)

17. Moratti-Pisapia: a Milano riparte la sfida

Roma - “Ormai è un rapporto a tre. Il Pdl – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - che attacca Giuliano Pisapia, il comunista ‘mascherato’ amico dei centri sociali. Il candidato del centrosinistra che si difende replicando che si attende altre ‘manciate di fango’ da qui al voto e che l’unico vero estremista è ‘Silvio Berlusconi’ . Letizia Moratti che ‘non pensa al ballottaggio’ ma si dedica a risolvere i problemi della città. Anche se ieri ci sarebbe stato un contatto tra il sindaco uscente e Gianfranco Fini. Una telefonata di mezzora che non avrebbe portato nessun risultato. Nuova svolta della campagna elettorale. Con ruoli e strategie ben definite. Dopo una notte trascorsa con i vertici del Pdl e con Paolo Glisenti (tornato a gestire la campagna elettorale), il sindaco Letizia Moratti inaugura il nuovo corso. Dimostrare e far vedere che esiste una squadra ben collaudata in grado di garantire una buona amministrazione alla città. Il compito di fare ‘incursioni’ contro la parte avversa e ricordare il passato ‘estremista’ di Pisapia toccherà al centrodestra. Il sindaco uscente si è ritagliato invece il ruolo del buon amministratore. ‘Non mi pongo il problema del ballottaggio — ha risposto la Moratti lasciando stupiti i cronisti che le chiedevano come intende affrontare la sfida decisiva del 29 e 30 maggio —. Sono sindaco di questa città e ho il dovere di continuare a lavorare per dare le risposte che ci chiedono i cittadini’ . Non a caso, il sindaco ha dedicato l’intera giornata con i suoi assessori e i consiglieri a una serie di riunioni di lavoro, tenute simbolicamente nella sala della Giunta, per programmare le iniziative culturali dell’estate, i lavori per il rifacimento delle strade, i programmi di assistenza familiare. ‘La città ha bisogno di sapere che ci sono amministratori che si stanno occupando dei problemi: siamo sereni al lavoro, non esiste frattura tra noi’ . Poi, una volta ricompattate le anime della sua coalizione, da oggi la Moratti tornerà tra i cittadini, accompagnata da assessori e testimonial politici che sono nel cuore dei milanesi, come l’ex sindaco Gabriele Albertini, il governatore Roberto Formigoni, la senatrice Ombretta Colli e il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi. Giuliano Pisapia – continua sul CORRIERE DELLA SERA - continua nel suo ascolto della città. Perlustrazione capillare dei quartieri che proseguirà da qui al ballottaggio. Ma per lui è anche l’occasione di rispondere alle accuse lanciate il giorno prima da Silvio Berlusconi e da tanti esponenti del Pdl: ‘Mi aspetto di tutto in questi ultimi giorni. L’uso della menzogna è ormai un’abitudine del centrodestra. Hanno detto che avrebbero cambiato strategia e invece non l’hanno cambiata perché anziché colpire me come persona colpiscono me come posizione politica’ . Il riferimento è ai manifesti che il centrodestra starebbe preparando ma che non sono ancora usciti: ‘Già si parla di migliaia di manifesti che dovrebbero apparire a Milano e in cui si dice che se vincerò governerà il Leoncavallo e amenità del genere’ . Rivolge l’accusa di estremismo al premier: ‘L’estremismo ormai è di destra e trova il suo punto di riferimento in Silvio Berlusconi e in personaggi come Roberto Lassini — continua Pisapia —. Se volessi mettermi sullo stesso livello potrei cercare le dichiarazioni di 6-8 mesi fa quando dicevano che ero ragionevole, ma i milanesi mi conoscono’ . Lui però non se ne preoccupa. ‘Più fango mi hanno gettato addosso più voti ho preso. Io ho avuto la maggioranza in tutte le zone e non saranno dei manifesti falsi a far cambiare opinione ai milanesi’ . Infine l’appello agli elettori: ‘Abbiamo fatto un miracolo. Ora basterebbe che tutti tornassero a votare e a quel punto non ci sarebbe più speranza per la Moratti. Ma se qualcuno è sicuro di vincere ed evita di andare a votare si perde’ . Strizza l’occhi ai grillini: ‘Sono incompatibili con la Moratti’ . Messaggio chiaro. Ripetuto ieri sera – conclude il CORRIERE DELLA SERA - davanti alla folla traboccante dello Smeraldo: doppi turni per fornire materiali e istruzioni ai sostenitori per il ballottaggio”. (red)

18. Pisapia: “La mia battaglia non è finita”

Roma - Intervista a Giuliano Pisapia su LA REPUBBLICA: “Avvocato Pisapia, se lo aspettava il suo 48 per cento? ‘No. Ero certo che si arrivasse al ballottaggio, sentivo una grande mobilitazione intorno a me, come mai è stato per una coalizione di centrosinistra a Milano. Però pensavo che con Letizia Moratti saremmo giunti alla pari, o mi immaginavo un punto sotto di lei. Perché il possibile exploit lo captavo ma la mia abitudine alla cautela ricacciava indietro quell’idea’. Invece il miracolo, come dicono in tanti. ‘Un miracolo costruito e non calato dall’alto, determinato dalle migliaia di persone che si sono mobilitate. Ho fatto altre campagne elettorali, nessuna è stata bella come questa, nessuna così piena di speranze’. Merito suo o degli sbagli di Berlusconi? ‘E’ stata preponderante la partecipazione dei milanesi e la spinta di tanti giovani. E poi ha giocato il fallimento politico della Moratti. Dei cento punti del suo programma non ne ha realizzati neanche due. Non ha lavorato per la città, chi vota lo sa. In questo quadro io sono riuscito a coagulare le esigenze del centrosinistra, di una coalizione molto estesa e credibile che è stata capace di non litigare e di amare la buona politica’. Propone un modello da esportare su scala nazionale? ‘Le posso dire solo che la mia campagna elettorale è iniziata a luglio dello scorso anno, è stata una fatica enorme ma pure un lavoro indispensabile per arrivare a questo successo. Spesso negli incontri di quartiere ormai mi danno del tu, nessuno mi accusa di presentarmi all’improvviso per chiedere voti, conosco la gente e la gente mi conosce, può decidere in piena coscienza se fidarsi o no. Dunque sì, mi piacerebbe che il nostro risultato fosse una novità estendibile a tutto il centrosinistra ‘. Nuove strategie per il ballottaggio? ‘Intanto invitare tutti a votare. Basterebbe che chi mi ha scelto tornasse a farlo per vincere e governare la città. Al tempo stesso non bisogna essere sicuri della vittoria. Quindi io e la mia coalizione dobbiamo parlare e parlare ancora con gli indecisi, confrontarci con chi si è astenuto. Non è affatto finita’. Il Terzo Polo non dà indicazioni di voto. ‘Né chiedo io apparentamenti ‘. E come farà a convincere il ceto moderato? ‘Ho sempre dialogato con tutti, anche quando ho fatto politica nazionale. La moderazione del linguaggio non significa moderazione dei principi, però per me l’ascolto dell’altro è un valore. Chi andrà a votare troverà un punto di riferimento nella qualità del mio programma e nelle aperture che contiene’. Non teme contromosse di Berlusconi e Moratti? ‘Mi aspetto di tutto. L’uso della menzogna è ormai un’abitudine del centrodestra, ma nel mio caso non gli ha portato fortuna. Nonostante questo, non mi pare che stiano cambiando: prima hanno colpito la mia persona, ora la mia politica. Nuovi manifesti accusano che con me governerà il Leoncavallo, un centro sociale. Esponenti del Pdl mi danno dell’estremista. Se volessi mettermi allo stesso livello andrei a cercare dichiarazioni delle medesime persone, le loro parole di otto mesi fa: raccontavano che ero ragionevole e dialogante. Non lo farò perché mi tranquillizza il fatto che a votare saranno i milanesi e che il centrodestra è sempre più diviso, ogni giorno Pdl e Lega dicono cose diverse ‘. L’attacco al fotofinish della Moratti, nel confronto tv, secondo lei quando le ha giovato? ‘Credo abbia influito ma non posso sapere esattamente quanto, forse l’1 o il 2 per cento. Di certo dopo la gente non mi parlava d’altro, trovava orribile tanta violenza, mentre io sono stato costretto a cercare in fretta e furia carte di trenta anni fa per dare una risposta piena e onesta. Però quell’attacco non mi ha fermato: nella stessa giornata ho continuato a girare, non ho rinunciato agli appuntamenti elettorali che avevo, ho raccolto altre delusioni di cittadini sulle mancanze della città’. Adesso non dica che ha un messaggio anche per i grillini. ‘Legalità, verde per Milano e no alla casta. Sono tre punti del mio programma, oltre che priorità del Movimento a 5 stelle’”. (red)

19. Ballottaggi, si spacca subito il Terzo polo

Roma - “Né a destra né a sinistra. Né con Pisapia o la Moratti a Milano, né con Lettieri o De Magistris a Napoli. Il Terzo polo – scrive Paolo Festuccia su LA STAMPA - sceglie la terza via: nessun apparentamento in vista e libertà di scelta per i ‘suoi’ elettori ai ballottaggi. Punto e a capo. Con una chiusa, tra le righe, però quasi d’autore: ‘a Milano siamo per il cambiamento a Napoli per la legalità’. Questa la sostanza e il pensiero del vertice tra Casini, Fini e Rutelli in vista dei match finali di fine maggio. Un’indicazione, peraltro, che già il leader dell’Udc Casini aveva ampiamente anticipato, a caldo, subito dopo il responso delle urne sostenendo che ‘agli elettori non serve il Bignami, perché adulti e vaccinati’. Ieri, quindi, la conferma. Una conferma che se scontenta il Pdl non mette certo di buonumore il Partito democratico. E così, se per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ‘il Terzo polo decida quello che vuole’, noi tanto ‘parleremo ai loro elettori’, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani prima esorta i terzopolisti affinché ‘ripensino’ la loro decisione, poi commenta amaro che ‘quando non scegli c’è sempre qualcuno che sceglie per te, in questo caso saranno gli elettori’. Insomma, posizioni ‘distinte e distanti’, come aveva intonato Italo Bocchino, con Casini che aggiunge: ‘Il nostro programma resta la nostra stella polare’. Del resto, ‘non siamo noi dirigenti nazionali a dover dire cosa dovranno fare i singoli candidati sindaci. Sono Manfredi Palmieri e Raimondo Pasquino ad averci messo la faccia e sono loro gli unici legittimati a decidere cosa fare di qui al ballottaggio’. Tesi condivise, e pure vincolanti. Al punto che nessun esponente di Udc-Fli e Api – prosegue Festuccia su LA STAMPA - potrà fare campagna elettorale per gli sfidanti in campo a Napoli e Milano. Regola, naturalmente, che vale anche ‘per chi ha già espresso un’altra opinione’, precisa Gianfranco Fini. Cioè, Urso e Ronchi. Tant’è, argomenta il presidente della Camera, che ‘chiunque pensi di creare divisioni nel Terzo polo in vista dei ballottaggi e nei futuri mesi dell’attività parlamentare è meglio che cambi programma’. Insomma, a buon intenditore poche parole. E giù, la prima immediata conseguenza: le dimissioni di Andrea Ronchi da presidente dell’assemblea nazionale del Fli. Un primo passo, insomma, verso un addio definitivo, e un quasi certo ritorno nella casa del Pdl. La scelta terzopolista, dunque, divide il Fli e gela le attese dei contendenti. E se Letizia Moratti dice di non porsi il problema del ballottaggio, ‘sono sindaco di questa città e ho il dovere di dare risposte ai cittadini’, Giuliano Pisapia, invece, cita un sondaggio per argomentare che ‘il 50 per cento degli elettori del Terzo polo ha fiducia nella mia persona e solo il 28 per cento nella Moratti: il mio problema è trasformare quella fiducia in un voto e in appoggio al secondo turno’. L’argomento divide, naturalmente, anche De Magistris e Lettieri. Il candidato dell’Idv – conclude Festuccia su LA STAMPA - si dice convinto che il voto di Pasquino ‘si trasferirà su di me’, del resto ‘con lui ho un dialogo continuo ed escludo che chi ha votato per lui possa votare il Pdl’, mentre per Lettieri del Pdl ‘gli elettori di centro sono a noi vicini per cultura, radici comuni, oltre che evidenti ragioni politiche. Noi rappresentiamo il nuovo e sono convinto di riuscire a ottenere il voto anche dei moderati’”. (red)

20. Lezione a destra e sinistra: processi fuori da elezioni

Roma - “Il voto dei milanesi – osserva Antonio Polito sul CORRIERE DELLA SERA - contiene una ventata di aria salubre per l’intero sistema politico italiano che sarebbe un peccato disperdere. Consegnando un successo insperato agli oppositori di Berlusconi, ha infatti ridato loro la fiducia nel meccanismo elettorale che sembravano aver persa, spingendoli disperati verso soluzioni extra-elettorali. Solo così si spiega il successo, sorprendente a sinistra, del giustizialismo politico: se Berlusconi ha troppi soldi, troppe tv e troppo fascino per essere battuto nelle urne, l’unica è che sia battuto in un’aula di tribunale. Avendo Milano invece dimostrato che Berlusconi è battibile perfino a casa sua, perfino quando ai suoi soldi aggiunge quelli della Moratti, e perfino se ‘sovraesposto’ sul Tg1, ecco che ne dovrebbe discendere l’abbandono da parte dell’opposizione della scorciatoia giudiziaria, a vantaggio della via maestra elettorale. Del resto a Milano si è presentata con un leader, Giuliano Pisapia, finalmente refrattario al giustizialismo, non foss’altro perché è un avvocato; e che non ha mai usato i processi di Berlusconi come arma elettorale. L’avvocato Pisapia, del quale va ricordato che non divenne ministro della Giustizia di Prodi perché l’Anm pose un veto sul suo nome, appartiene a un filone culturale del tutto diverso da quello da cui discende Luigi de Magistris, il candidato della sinistra a Napoli. L’ex pm incarna quell’ideale che lo scrittore spagnolo Javier Cercas definisce il ‘fiat iustitia et pereat mundus’ , un’etica politica che si interessa solo alla purezza delle azioni ma non alla bontà delle conseguenze (e il rischio del perire a Napoli è molto attuale). Pisapia invece riscopre un terreno ormai da tempo abbandonato dalla sinistra politica, e cioè il terreno del sociale, dove bisogna occuparsi piuttosto della bontà delle conseguenze delle proprie azioni. Il modello-Milano è in questo senso una vera e propria novità per la sinistra, dopo tanti anni passati a compulsare brogliacci di intercettazioni e tanti pm portati in Parlamento. Ma la novità – prosegue Polito sul CORRIERE DELLA SERA - riguarda anche il centrodestra. Gli elettori di Milano hanno infatti respinto la richiesta, esplicitamente venuta da Berlusconi, di usare la cabina elettorale per proscioglierlo dai suoi processi, dandogli una sorta di assoluzione che rendesse assoluto il potere politico e dunque sovra-ordinato al potere giudiziario, al punto da poterlo tenere sotto scacco con una commissione d’inchiesta del Parlamento. Si è detto che il premier ha sbagliato a trasformare il voto di Milano in un referendum su di sé. Ma è invece naturale e legittimo che un premier chieda un giudizio sul suo operato e contro i suoi nemici politici. L’errore è stato trasformarlo in un referendum su Edmondo Bruti Liberati e Ilda Boccassini, con quelle scene un po’ sgangherate da processo del lunedì che hanno segnato la campagna elettorale di Berlusconi a Milano, perché usavano la città come mero sfondo televisivo di una battaglia legale, invece che come protagonista di una battaglia politica. A questa richiesta di ordalia, i milanesi si sono educatamente sottratti, decidendo l’indecidibilità elettorale delle cause penali. E, si badi bene, non i milanesi che votano a sinistra, i quali sono più o meno gli stessi di quelli che votarono per Ferrante cinque anni fa; ma i milanesi che votano centrodestra, e che a decine di migliaia stavolta hanno disertato il referendum anti-procura. Se il sistema politico nazionale sapesse far tesoro del voto di Milano, l’opposizione dovrebbe dunque archiviare il giustizialismo alla Di Pietro vedendo quanto è stato moscio nelle urne, senza lasciarsi abbagliare dal botto dell’ennesimo Masaniello napoletano, e costruire invece una proposta sociale ed economica per tentare il miracolo di trasformare un voto amministrativo in un voto politico, quando si tratterà di scegliere un governo e non un sindaco. Ma, d’altro canto, Berlusconi dovrebbe ascoltare ciò che gli ha già detto Milano, comunque finisca il ballottaggio, e scindere la sua sorte processuale da quella del suo governo e della sua coalizione. Se non lo fa lui, ecco una buona occasione perché sia la Lega a fermare tutto l’ambaradan ad personam che si annuncia alla riapertura delle Camere: sarebbe il più efficace dei modi per tener fede al proposito di Bossi di ‘non lasciarsi trascinare a fondo’ . Allora Milano, culla di Tangentopoli, - conclude Polito sul CORRIERE DELLA SERA - avrebbe davvero ripristinato in Italia la separazione dei poteri tra giustizia e politica”. (red)

21. Omofobia, bocciata la legge. Carfagna: voto con Pd

Roma - “L’orologio che, sul sito di Anna Paola Concia, segna quanti giorni sono passati dall’inizio della discussione sulla legge anti-omofobia subisce un altro, bruttissimo colpo. Ieri – scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - segnava quota 960. Domani continuerà a correre perché Pdl e Lega, ma pure l’Udc, non lo hanno fermato. Assieme, in commissione Giustizia alla Camera, hanno bocciato la proposta della Pd Concia che istituiva una circostanza aggravante specifica per chi commette un reato ‘in ragione della omosessualità o transessualità della persona offesa’. Alle 15 votano per andare avanti Pd, Idv e Fli. Ma vanno sotto. Era già successo il 13 ottobre 2009. Allora in aula. Contro la legge che, dice la Concia, ‘c’è in tutta Europa’. Gli stessi falchi avevano votato per la pregiudiziale di costituzionalità. Il centrosinistra grida ‘allo scandalo e alla vergogna’. Ma mezz’ora dopo la reazione più forte e sorprendente, il caso della giornata, si apre nel Pdl. Dove il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna prende rumorosamente le distanze dai suoi. Con parole forti. Eccole: ‘Il Pdl ha perso un’occasione. Il testo non prevedeva il reato di omofobia, ma introduceva aggravanti per i reati commessi a scopo discriminatorio. Una norma di stampo europeo ‘. Poi la maggiore sorpresa: ‘Voterò a favore del ddl non appena arriverà in aula’. Poi si sfoga in Transatlantico: ‘Mi sono già messa d’accordo con la Concia, lunedì, quando andremo in aula, presenterò con lei un emendamento che ripropone l’aggravante e la amplia anche ad altre categorie di discriminati per sesso, razza o condizione’. Poi, seccata: ‘C’è stato un eccesso di zelo, pure Avvenire è favorevole e non è vero che la legge apre la strada alle unioni civili tra gay’. Se a sinistra tutti si aspettavano l’imboscata di Pdl e Lega, e davano per scontato che l’Udc, per il suo legame con la Chiesa, si sarebbe messa di traverso, nessuno presagiva una mossa così pesante della Carfagna. Che mette in difficoltà il Pdl dove il capogruppo in commissione Enrico Costa non demorde: ‘Vogliamo una legge sull’omofobia, ma non questa del Pd perché è incostituzionalità. Avevano chiesto un rinvio per riflettere’. Ma 960 giorni sono tanti. Lo dice, infuriata, la Concia: ‘Hanno avuto tanto tempo per esaminare due soli articoli. E pure la faccia tosta di chiedere una proroga per approfondirli ancora. Quando ci siamo opposti sono usciti allo scoperto per quello che sono: gente che dice no a una battaglia di civiltà’. Aggredita a due passi da Montecitorio due settimane fa, - prosegue Milella su LA REPUBBLICA - la Concia è delusa. Incassa la solidarietà di tutte le associazioni dei gay. Il Pd è con lei. La rassicura Dario Franceschini con un ‘è veramente inaccettabile’. Poi: ‘Retromarcia incomprensibile. Il 23 andremo in aula col testo di Soro ‘. Tecnicamente lo spiega Donatella Ferranti che descrive la lunga mediazione politico-tecnica per arrivare all’aggravante dell’omofobia. Ma la Lega, il partito dell’aggravante (poi bocciata dalla Consulta) di clandestinità, è contro. Perché, ironizza Carolina Lussana, ‘non introdurre aggravanti per chi aggredisce chi la pensa diversamente in politica o nel tifo calcistico?’. Chiosa la Concia: ‘È una vergogna. La gente sappia la verità: il centrodestra ha detto no a una battaglia di civiltà per cui era a favore Napolitano ‘. La sostengono Nichi Vendola (‘Segno di incultura e inciviltà ‘) e Vladimir Luxuria (‘La maggioranza abbia la decenza di non rilasciare finte dichiarazioni di solidarietà quando veniamo aggrediti’). Perché resti agli atti della cronaca, si spacca pure il Terzo polo. Mentre si svolge la conferenza stampa di Fini, Casini e Rutelli, l’Udc vota in modo opposto da Fli. Diranno i finiani Falvia Perina e Nino Lo Presti che la bocciatura ‘è un fatto molto grave’ e che ‘Pdl e Lega si confermano forze estremiste’. Ma la divisione – conclude Milella su LA REPUBBLICA – resta”. (red)

22. Ruby, 6 luglio Consulta sull’ammissibilità del conflitto

Roma - “Incredibilmente, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - il conflitto d´attribuzioni della Camera per Ruby arriva alla Consulta tre settimane dopo quello di palazzo Chigi per Mediaset. Ma riesce a spuntare ben tre mesi per avere il primo vaglio importante, quello di ammissibilità. L´ex presidente Ugo De Siervo aveva rispettato i tempi naturali e Mediaset era finita al 5 ottobre. Il supplente Paolo Maddalena - in corsa per diventare prossimo presidente, ma ostacolato da Alfonso Quaranta -, con un vero e proprio blitz, 24 ore dopo l´arrivo delle 39 pagine di pugno dell´avvocato Roberto Nania, controfirmate dal presidente Fini, fissa il dibattito al 6 luglio. Fatto inusuale. Che alla Corte scatena più di una lettura. Da quelle malevole: è un modo per stoppare la campagna interna ed esterna della destra a favore del più giovane Quaranta e ottenere quei voti. A quelle più bonarie: è un modo per mostrarsi efficiente. La conseguenza sarà una: con 14 alti giudici (ne manca uno di nomina parlamentare), è difficile che la Consulta si pronunci su due piedi contro l´ammissibilità. A quel punto – prosegue Milella su LA REPUBBLICA - il Pdl presenterà e farà approvare subito (se il governo regge) la norma blocca-Ruby-Mediaset, per rendere obbligatoria la sospensione del processo in presenza di un conflitto. Ma c´è anche chi, alla Corte, ha dei dubbi sul ricorso. Presentato con incredibile ritardo (deliberato in aula il 5 aprile). Un testo dove non è mai citato il nome di Ruby, né la telefonata di Berlusconi alla questura di Milano per far rilasciare la nipote di Mubarak. Da qui la concussione per il premier. Di questo neppure un cenno. La disquisizione è formale. Riguarda la lesione delle prerogative della Camera ignorata del tutto dalla procura e dal gip di Milano, i quali hanno indagato e mandato a processo il Cavaliere. E si sono arrogati il potere di decidere che la concussione era un reato ordinario. Senza inviare tutto al tribunale dei ministri. Ironia della sorte, in piena legge per separare le carriere, Nania scrive pure che quel tribunale, in quanto ‘sorteggiato solo tra chi esercita funzioni giudicanti’, garantisce di più. Citata di continuo la sentenza della Consulta sul ministro Matteoli, di fatto ignorata quella della Cassazione che, a marzo, - conclude Milella su LA REPUBBLICA - ha attribuito solo ed esclusivamente ai giudici il potere di decidere la ministerialità di un reato. Un conflitto che qualcuno già considera ‘suicida’”. (red)

23. Perché le parole di Brusca deludono i pm di Palermo

Roma - “‘Vedete, io ho un difetto: molte volte esprimo il mio pensiero come se fosse un fatto certo’. Con questa frase, ieri, - scrive IL FOGLIO - il pentito Giovanni Brusca ha disarmato i pm della procura di Palermo, che, con un Massimo Ciancimino in debito di credibilità, hanno deciso una trasferta a Rebibbia, pur di ottenere scampoli di confessioni sulla presunta trattativa stato-mafia. A dire il vero il processo è al generale Mario Mori, per il presunto ritardo nell’arresto del boss Bernardo Provenzano. Ma ai pm interessano più che altro due cose: ottenere indizi di collusioni fra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e la mafia; cementare l’inizio della trattativa prima della strage di via D’Amelio – per sostenere il vecchio teorema: il giudice Paolo Borsellino è stato ucciso perché contrario ai negoziati tra i boss corleonesi e le istituzioni. Fino allo scorso giovedì santo, c’era un testimone utile per entrambi i teoremi: Massimo Ciancimino, figlio e ventriloquo dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Il suo elenco dei registi della trattativa si è rivelato farlocco, la credibilità del ‘papello’ con le richieste dei boss allo stato vacilla, la procura non sa che fare con la dinamite che gli ha trovato in giardino e allora c’è bisogno di un cambio a centrocampo: esce Ciancimino, entra Brusca. La vecchia guardia del pentitismo, però, ieri si è rivelata deludente. E’ stato per caso lei a scrivere il ‘papello’? ‘No’, risponde Brusca. L’ha mai visto? ‘No’. Chi le ha parlato del contenuto e della sua esistenza? ‘Totò Riina, che però, anche se ci vedevamo due volte a settimana, me ne ha accennato soltanto una volta, prima della morte di Falcone, e poi una seconda, ad agosto, quando gli era stato risposto che le richieste erano troppo esose’. Lei l’ha visto il ‘papello’ consegnato da Ciancimino Jr.? ‘Sì, mi hanno lasciato perplesso i riferimenti al 41 bis, di cui abbiamo iniziato a discutere dall’estate del ’92, e alla defiscalizzazione della benzina, di cui nessuno aveva mai parlato’. ‘Nel ‘papello’ si parla di ‘cessare le stragi’’, osserva il presidente della corte, che chiede: ‘Ma se c’era appena stata quella di Capaci, quali sono le altre che avevate già fatto?’. ‘E’ una domanda che mi sono sempre posto anch’io, signor presidente’, risponde Brusca, che prova ad arruolare l’omicidio di Salvo Lima nella categoria ‘stragi’, per poi riparare su un ‘alle sedi della Dc avevamo fatto tanti piccoli attentati’. Pizzo per il Cav., querela per l’Espresso Brusca, l’uomo che ha azionato il congegno che ha ucciso Falcone con moglie e scorta, ora ha deciso di dire tutto, dopo (ricorda piangendo) un incontro con un familiare di una vittima di mafia. Della trattativa, però, - prosegue IL FOGLIO - racconta poco: non sa chi l’ha condotta, ma ricorda che Mancino era ‘il terminale’ e che ‘Borsellino l’abbiamo ucciso solo per vendetta, l’avevamo deciso già dal febbraio ’92’. Su Berlusconi è più incisivo: pagava una ‘messa a posto’ di ‘forse 600 milioni di lire all’anno’, racconta. Ignazio Pullarà, dice Brusca, si era inventato un attentato, nell’86, per convincere il Cav. a ricominciare a pagare il pizzo, questa volta al boss Bontade e non più al mandamento di Santa Maria di Gesù. Riina non era stato avvertito e avrebbe preso l’occasione per arrogarsi il pizzo del Cav. e sfiduciare Pullarà, anche ‘se c’era una questione di donne, che per cosa nostra è più importante’. Brusca ripete quello che ha detto ai pm fiorentini: ‘Berlusconi può essere accusato di tante cose, ma nelle stragi del ’92-’93 non c’entra niente, non facciamolo diventare un martire’. Il pentito sa che leve usare: ha detto di aver suggerito a Mangano di usare una balla ad hoc per convincere Dell’Utri ad attenuare il regime carcerario ai mafiosi: ‘Di’ che i servizi e la sinistra sapevano della trattativa’. Ieri è stato sentito anche Angelo Siino, il ‘ministro dei Lavori pubblici’ di cosa nostra. Ha detto che ‘era notorio che Ciancimino Jr. fosse un contafrottole’, tale e quale al padre. Una mazzata – conclude IL FOGLIO - che si aggiunge a quella di Brusca, che ha smontato il racconto della trattativa secondo ‘Massimuccio’: ‘Per me, Provenzano non aveva bisogno di mappe per dire dove stava Riina’”. (red)

24. Crimini e silenzi

Roma - “Quando li vedi svolazzare tra piazze e convegni o quando ascolti le loro geremiadi compunte e ossessive sullo stato della giustizia, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - potresti anche pensare che i magistrati comizianti di Palermo siano animati dal sacro spirito dell’intransigenza. Ma appena provi ad alzare il velo del martirio, sotto il quale spesso nascondono forzature e ipocrisie, ti accorgi che il gioco forse sta facendosi pericoloso. Non solo per la dignità delle istituzioni, ma anche per la sicurezza e la libertà di ciascuno di noi. Prendiamo quello scandalo che va sotto il nome di Massimo Ciancimino. Per capire che il figlio di don Vito fosse un pataccaro ci hanno impiegato tre anni. E quando, messi di fronte all’evidenza, sono stati costretti ad arrestarlo per calunnia, il dottore Ingroia e il dottore Di Matteo hanno cominciato a spaccare ogni capello in quattro nel tentativo di trovare nelle sue scempiaggini altri riscontri ai loro teoremi. Una tenacia a dir poco impudica: una magistratura seria e responsabile avrebbe dovuto fare subito ammenda dei propri errori e liquidare il cosiddetto superteste per quello che realmente si è dimostrato: un gaglioffo di provincia la cui unica preoccupazione non era tanto quella di fornire verità, come andava cianciando in giro per ‘Annozero’ e le aule dei tribunali, ma di salvare il patrimonio accumulato dal padre mafioso. I pm comizianti di Palermo invece continuano imperterriti a trattare Massimuccio con i guanti bianchi. Il pataccaro, come si ricorderà, - prosegue IL FOGLIO ha confessato subito dopo l’arresto di tenere nascosti a casa venti candelotti di dinamite, debitamente dotati di miccia e detonatore. Un arsenale capace di abbattere un intero palazzo e provocare una strage. La legge sulle armi non ammette deroghe. Se un povero cristo viene sorpreso con una scacciacani o una pistola priva di cartucce viene immediatamente buttato in galera e processato per direttissima: perché la prova, come insegna la giurisprudenza, sta ‘in re ipsa’. Ma per Ciancimino Jr. il rigore dei tempi è stato benevolmente sospeso: la procura di Palermo indaga, ma senza fretta. A un mese dal ritrovamento di quella spaventosa santabarbara non gli è stato nemmeno notificato l’ordine di cattura. Uno scandalo nello scandalo. Ma i magistrati, si dirà, avranno probabilmente le loro ragioni. Come il ministero di Giustizia, che a più riprese ha ventilato l’ipotesi di una ispezione, senza mai però metterla in pratica. Non ha alcuna spiegazione invece la cortina di silenzio che i grandi giornali hanno steso attorno a questa limacciosa storia di Crimini & Patacche. Per alcune testate l’imbarazzo si può anche intuire: i loro cronisti giudiziari sono entrati a piedi giunti nel gioco pilotato dalla procura e, dopo avere contribuito con i loro articoli a trasformare il figlio del boss in una ‘icona dell’antimafia’, ora hanno difficoltà a ingranare la marcia indietro. Ma gli altri, - conclude IL FOGLIO dove sono gli altri sbandieratori della libera stampa?”. (red)

25. Libia, così si sfalda un regime

Roma - “Negli ultimi giorni a Tripoli – riporta Maurizio Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - i segni dello sfibrarsi del regime si sono fatti così evidenti che è proprio il loro sommarsi a rendere ancora più vistoso il carattere coriaceo del blocco di potere sul quale si è retto finora Muammar Gheddafi, costruito a partire dal colpo di Stato del 1969 e poi consolidato, ristrutturato e soggetto a stratificazioni per 41 anni. Una settimana fa si sono avuti echi di una ripresa delle proteste contro il Colonnello nella zona del ‘mercato del venerdì’ , una delle prime ad attirare in febbraio una sanguinosa repressione. Non essendo tutti intenzionati a rischiare le pallottole per manifestare, si racconta inoltre a Tripoli, i sostenitori degli insorti avrebbero verniciato cani e gatti randagi con i colori rosso, verde e nero della bandiera libica pre-colpo di Stato. A raffiche di kalashnikov, uomini di Gheddafi avrebbero fatto fuori quelle bestie, sgraditi mezzi di propaganda in circolazione per le strade. Alla Farnesina risulta che ieri alcuni abitanti avrebbero portato sui tetti dei palazzi, per farli distribuire dal vento nelle zone circostanti, i volantini con l’appello a schierarsi per una Libia democratica lanciati martedì sulla città da un C-130 dell’aeronautica italiana. Piccoli gesti favoriti da un aumento delle defezioni aperte in febbraio da diplomatici e proseguite nei giorni scorsi, mentre il Colonnello doveva ricorrere a un messaggio audio alla tv per dimostrarsi vivo. In una telefonata con il ministro degli Esteri Franco Frattini per aggiornamenti reciproci sulla situazione, - prosegue Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - ieri dagli Usa il segretario di Stato Hillary Clinton ha apprezzato il volantinaggio dell’Italia. Eppure il regime non è crollato ancora. Perciò nei Paesi che mandano i piloti a bombardare in Libia ogni segnale o sospetto di distacco viene valutato per cercare di stimare quante sono le ulteriori capacità di sopravvivenza del regime. Benché non sia affatto scontato che la presenza della figlia del Colonnello, Aisha, e della seconda moglie, Safiya Farkash, a Djerba, Tunisia, significhi fuga, la partenza per l’estero dei familiari del capo di un Paese in guerra non è ordinaria. All’origine del viaggio, secondo quanto si vocifera, potrebbe esserci il ricovero del primogenito del Colonnello, Mohammed, in una clinica di Djerba a causa di una depressione. La madre di Mohammed, Fathia Khaled, prima moglie del leader, sarebbe già da tempo in Tunisia. In ogni caso, la loro assenza da Tripoli si somma a quella di uno degli uomini importanti per pagare la macchina da guerra dei Gheddafi, il ministro del Petrolio Shukri Mohammed Ghanem. Alla Farnesina risulta che questo ex primo ministro sia a Vienna, ma ieri altri non escludevano che fosse in Italia. A Roma, da tre giorni, - conclude Caprara sul CORRIERE DELLA SERA - sull’ambasciata libica sventola la bandiera verde, rossa, e nera e anche questo rientra tra i segni dell’indebolimento del regime”. (red)

26. Washington impone sanzioni contro Assad

Roma - “Barack Obama – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - impone sanzioni contro il leader siriano Bashar Assad e i suoi sei più stretti collaboratori, indicandoli come diretti responsabili delle gravi violenze contro i civili che hanno causato centinaia di vittime. L’atto della Casa Bianca ‘blocca le proprietà di alti funzionari del governo della Siria’ impedendo da subito transazioni, donazioni e movimenti finanziari, con il risultato di congelare tutti i beni di Damasco sul territorio americano. È una misura analoga a quella adottata nei confronti del colonnello libico Muammar Gheddafi in reazione alla repressione contro i ribelli di Bengasi. Questa volta però a essere colpita è la spina dorsale del regime del Baath: il presidente siriano Bashar Assad, il vicepresidente Faruk al-Shara, il primo ministro Adel Safar, il ministro degli Interni Mohammad Ibrahim al-Shaar, il ministro della Difesa Ali Habib Mahmud, il capo dell’intelligence militare Abdul Fatah Qudsiya e il direttore della polizia politica Mohammed Dib Zaitun. Sono i massimi vertici istituzionali del governo di Damasco, cui Obama addebita la ‘continua escalation di violenze contro il popolo siriano’, in particolare ‘attacchi contro i manifestanti, arresti, repressione dei cambiamenti democratici e l’esecuzione di numerose persone’. Rispetto alle sanzioni adottate tre settimane fa, - prosegue Molinari su LA STAMPA - si è scelto di chiamare direttamente in causa Assad: una svolta politica di rilievo, perché finora Barack Obama aveva evitato di farlo, lasciando intendere che riteneva possibile una sua svolta riformista. Ma ciò non è avvenuto e, di fronte a un bilancio di vittime che ha superato le 800 persone, il vicesegretario al Tesoro David Cohen, responsabile per la lotta al terrorismo, spiega che l’intenzione è di ‘far capire al presidente Assad e al suo regime che devono porre immediatamente fine all’uso della violenza contro i civili, rispondere alle richieste della popolazione di avere un governo più rappresentativo e dare inizio a un significativo processo di riforma’. Il passo della Casa Bianca arriva alla vigilia del discorso al Dipartimento di Stato nel quale il presidente si propone di disegnare la strategia a sostegno delle rivolte nel mondo arabo. Non a caso, l’altra decisione presa ieri da Obama è stata di affidare al consigliere anti-terrorismo John Brennan la telefonata in cui è stato chiesto al presidente yemenita Saleh di ‘rompere gli indugi e firmare l’accordo per il passaggio dei poteri’ al fine di dare inizio alla transizione concordata da tempo. È questa pressione su despoti e tiranni del Medio Oriente – conclude Molinari su LA STAMPA - che terrà banco nel discorso di oggi”. (red)

27. Per fermare massacro Obama colpisce Assad con le sanzioni

Roma - “Gli Stati Uniti – scrive Carlo Panella su IL FOGLIO - hanno approvato nuove sanzioni economiche contro il presidente della Siria, Bashar el Assad, e sei uomini del suo regime. E’ così che il presidente americano, Barack Obama, cerca di allentare la pressione sui civili che protestano da settimane in ogni città della Siria chiedendo riforme e democrazia. Oltre ad Assad, sulla lista del dipartimento del Tesoro ci sono il vicepresidente, Farouq al Shara, il primo ministro, Adel Safar, il responsabile dell’Interno, Mohammad al Shaar, il capo della Difesa, Ali Habib, quello dell’intelligence militare, Abdul Fatah Qudsiya, e il direttore dell’Ufficio per la sicurezza politica, Mohammed Dib Zaitoun. Le sanzioni permettono di congelare i loro beni negli Stati Uniti e di impedire ogni loro movimento sul mercato americano. L’Ue si muove con lo stesso passo: ha dato il via libera ad alcuni provvedimenti contro Damasco, ma ha preso tempo per decidere se includere el Assad nel pacchetto. Secondo gli attivisti siriani, 700 civili sono già morti dall’inizio della protesta. L’esistenza di una fossa comune a Deraa denunciata nei giorni scorsi dall’opposizione è stata confermata da una fonte dell’amministrazione locale. Il quotidiano libanese as Safir, che solitamente esprime aperte simpatie per la Siria, ha citato le parole di un funzionario anonimo di Daraa: ‘Domenica scorsa è stato reso noto il ritrovamento di cinque corpi nella zona di Bahhar, nella parte vecchia di Daraa’. Secondo la stessa fonte, ‘una commissione governativa sta indagando su quanto accaduto. Un medico dell’ospedale di Daraa, Ali F., ha dichiarato che i funerali di 25 di queste vittime si sono tenuti ieri, e che la sepoltura è stata seguita da una manifestazione di protesta’. In realtà, Amar Qurabi dell’organizzazione per i diritti umani Ondus ha denunciato l’esistenza di due fosse comuni, una con 24 corpi – compresi quelli di donne e bambini con il volto sfigurato – e l’altra con sette corpi. Secondo altre fonti, in una delle fosse sarebbero stati trovati 43 corpi. La conferma della pratica delle fosse comuni dimostra l’efferatezza delle milizie del regime e ricorda le abitudini dei due partiti Baath – quello siriano e quello iracheno – e dei loro leader. Bashar al Assad rinnova le stesse tecniche stragiste messe in atto da Saddam Hussein contro le rivolte degli sciiti e dei curdi iracheni. La rivoluzione siriana, tuttavia, - prosegue Panella su IL FOGLIO - non si è ancora fermata. Le forze dell’opposizione hanno indetto ieri uno sciopero generale che anticipa l’appuntamento dei ‘venerdì della collera’. Non sono filtrate notizie sul successo di questa nuova forma di protesta, ma è evidente che – nonostante la ribellione sia ancora viva a Tal Kalakh, Nawa, Suwayda, Kanakir e a Homs – nel complesso la crudeltà della repressione è riuscita a indebolire la mobilitazione popolare. E’ terribile la testimonianza di un manifestante di Tal Kalakh, dove ieri sono stati uccisi otto oppositori: ‘Sembra una città fantasma, ci sono decine di feriti che non possiamo evacuare, è un massacro’. L’agenzia ufficiale Sana parla di nove vittime militari (compreso il capo della polizia politica) negli scontri scoppiati a Homs. I soldati non sono morti per l’azione di ‘terroristi’, come dice la tesi ufficiale del governo, ma più probabilmente nelle sparatorie tra milizie fedeli al governo e militari di leva sunniti che si rifiutano di sparare sulla folla. E’ avvenuto lo stesso sia a Daraa sia a Latakia. Certo è che Bashar el Assad ritiene di avere avuto ragione della protesta, come ha detto ieri Issam Maatuq, il membro di una delegazione di ‘gente comune’ del quartiere sunnita Midan di Damasco, che è stato ricevuto dal rais. Per Maatuq, ‘il presidente ha detto che la crisi è alla sua fine’. El Assad avrebbe anche ammesso che ‘ci sono stati errori interni che si sono accumulati e che hanno contribuito a creare il terreno per la situazione attuale, i mezzi d’informazione ne hanno poi approfittato per sobillare’. E’ presto per valutare se la sicumera dimostrata dal raìs siriano sia o meno giustificata e se la protesta sia destinata a soccombere sotto i colpi delle milizie fedeli al fratello del presidente, Maher el Assad, i cui carri armati continuano a occupare molti centri del paese. Di sicuro si è registrata la colpevole lentezza della comunità internazionale nell’esercitare pressioni efficaci per costringere el Assad a cessare la sua politica di eccidi. La scelta europea di evitare al presidente le sanzioni personali stabilite contro tredici esponenti del regime – nella speranza di indurlo a una politica riformista – è stata ripagata dalla scoperta delle fosse comuni. Ora, sia la Casa Bianca sia l’Unione europea applicano nuove e più pressanti sanzioni contro Damasco. Ma il presidente russo, Dmitri Medvedev, ha annunciato che Mosca opporrà il veto alla risoluzione di condanna della Siria nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu: ‘Non darò sostegno alla risoluzione neanche se mi pregheranno di farlo. E’ triste come queste risoluzioni possano essere manipolate’. Il riferimento alla Libia è evidente. Troppo poco, dunque, - conclude Panella su IL FOGLIO - e troppo tardi. E lo spirito di Sreberenica incombe ormai sulla Siria”. (red)

28. Obama ridisegna la via alla democrazia per il mondo arabo

Roma - “La questione palestinese – scrive Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - rimossa dal centro del palcoscenico diplomatico. Tutti i riflettori puntati, invece, sulla ‘primavera araba’ e sui modi in cui gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente possono sostenere movimenti libertari che fin qui non hanno dato grande spazio alla protesta anti Usa e nemmeno anti Israele. Un piano di aiuti economici americani a Egitto e Tunisia, i Paesi che hanno già avviato la transizione verso possibili sbocchi democratici. La fine del ‘doppio standard’ che aveva fin qui tenuto la Siria al riparo di una condanna severa della sua repressione sanguinaria. A due anni dal suo celebre messaggio all’Islam, pronunciato al Cairo nel giugno del 2009, Barack Obama rimodulerà oggi l’intera strategia mediorientale della Casa Bianca con un discorso che, pur invitando a una ripresa del negoziato sulla Palestina e contemplando anche una critica serrata all’alleato israeliano per aver tollerato la costruzione di insediamenti illegali nelle zone occupate dopo la guerra del 1967, finisce per accantonare l’annosa questione prendendo atto che in questo momento nessuna delle due parti è disposta a scommettere su un’iniziativa audace capace di portare ad un accordo duraturo. Il presidente americano che, pure, è reduce dai colloqui di martedì scorso col re Abdullah di Giordania e che domani incontrerà a Washington il premier israeliano Netanyahu, alla fine ha rinunciato a costruire la sua nuova strategia per il Medio Oriente e il Nord Africa attorno a una proposta di pace che, dopo l’accordo tra i palestinesi moderati di Abu Abbas e Hamas, un’organizzazione che non riconosce il diritto all’esistenza di Israele, ha ben poche possibilità di produrre progressi significativi. Anche se è consapevole che la situazione in Palestina potrebbe farsi esplosiva, ora che l’Onu sembra accingersi a riconoscere dignità di Stato all’Autorità palestinese, Obama oggi preferisce concentrarsi sul sostegno alle forze che si oppongono ai vecchi regimi. A partire da una brusca svolta verso quello di Damasco che, dopo molte incertezze, ora subisce una condanna durissima, non diversa da quella che due mesi fa, all’inizio della rivolta libica, si abbatté sulla famiglia Gheddafi. In sostanza il presidente americano punta a capitalizzare il successo conseguito nella lotta al terrorismo con l’eliminazione di Bin Laden e a evitare che i fermenti democratici in Nord Africa e Medio Oriente cambino rotta, soffocati o egemonizzati ai movimenti dell’integralismo islamico. Convinto che povertà e disperazione – prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - possano far deragliare i nuovi fermenti, Obama annuncerà oggi un vasto piano Usa di aiuti a Egitto e Tunisia fatto di cancellazione di debiti, sostegno ai progetti infrastrutturali, incentivi per nuove imprese. Ulteriori piani di sostegno economico verranno, poi, discussi la prossima settimana al G8 di Deauville, in Francia. Obama, però, cerca anche di eliminare contraddizioni e curve a gomito dal ‘path to democracy’ , il suo sentiero verso la democrazia. Da ieri, ad esempio, l’America ha smesso di chiudere gli occhi davanti alla feroce repressione del regime siriano finora condannato con molta meno durezza di quello di Gheddafi sulla base di complesse considerazioni geopolitiche. Da ieri il presidente Assad, la sua famiglia e i sei principali esponenti del governo siriano sono sottoposti a sanzioni finanziarie simili a quelle imposte a Gheddafi all’inizio della crisi. Rimane vero che Damasco non è isolata politicamente come il regime di Tripoli, che la Siria mantiene una valenza strategica ben diversa dalla Libia. Non sembrano ipotizzabili interventi militari in territorio siriano: del resto la Russia ha già detto chiaramente che si opporrebbe col suo potere di veto a un’eventuale risoluzione Onu analoga a quella adottata nei confronti della Libia. Ma da oggi gli Stati Uniti cercano di rendere più lineare— e quindi più credibile — la loro linea di sostegno ai fermenti democratici. Un messaggio, quello di Obama, che dovrebbe avere grande spessore politico, ma non privo di rischi, a cominciare da quelli della sottovalutazione della questione del nucleare iraniano e della partita palestinese, gestita fin qui con un approccio un po’ troppo semplicistico. L’irrigidimento di Abu Abbas – conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - dipende anche da questo: ‘Obama mi ha invitato a salire con una scala sull’albero del congelamento degli insediamenti’ , ha raccontato tempo fa lo stesso leader palestinese a Newsweek. ‘Ho accettato e sono salito, ma poi la scala è stata tolta e Obama mi ha detto: adesso salta’”. (red)

29. Obama: “Aiuti a chi fa le riforme”

Roma - “‘È più essenziale che mai che israeliani e palestinesi tornino al tavolo dei negoziati, per creare due Stati che convivano nella pace e nella sicurezza’. È uno dei passaggi cruciali – scrive Federico Rampini su LA REPUBBLICA - del discorso che terrà oggi Barack Obama: due anni dopo il celebre appello lanciato al Cairo per una ‘nuova èra’ nei rapporti tra l’America e il mondo islamico. Obama ci riprova, aggiorna la sua ‘dottrina’ alla luce degli sconvolgimenti accaduti dall’inizio dell’anno in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, ci aggiunge una sorta di Piano Marshall con la promessa di consistenti aiuti economici a chi fa le riforme. Lo fa subito dopo aver varato sanzioni contro il dittatore siriano Assad: ieri un ordine esecutivo del presidente ha ‘congelato tutti i beni di Assad’ e dei sette principali esponenti del regime presso le banche americane. È un passo verso l’isolamento, che ricorda le prime tappe nell’escalation di toni contro Gheddafi. Una svolta, visto che finora Washington aveva usato più cautela verso la Siria, sperando di staccarla dall’Iran. Ma le continue repressioni sanguinose contro le proteste della popolazione siriana hanno convinto Obama: ‘Assad guidi la transizione, o lasci il potere’. Il vero test del discorso di oggi però è un altro, come per tutta la politica americana verso il Medio Oriente: lo stallo nel dialogo di pace tra Israele e i palestinesi, i segnali recenti di nuove tensioni, rischiano di vanificare tutto quello che è accaduto di positivo sugli altri fronti. Dalla pacifica uscita di Mubarak, fino all’uccisione di Osama Bin Laden, l’America sembrava aver segnato parecchi punti. Oggi Obama metterà l’accento sugli aspetti positivi, ‘il dischiudersi di una nuova èra di battaglie per i diritti umani e le libertà ‘, così come ‘l’assenza di ostilità verso l’America, verso l’Occidente, la presa di distanza dai fondamentalismi religiosi’ che contraddistingue quei movimenti. Darà un forte incoraggiamento alle riforme democratiche in tutta l’area. Spiegherà a quali condizioni i paesi arabi possono aspettarsi sostegno e generosi aiuti economici dall’Occidente, compresa la cancellazione del debito estero e un piano di ricostruzione finanziato con strumenti simili alla Berd, la banca europea per i paesi dell’Est: ‘Elezioni libere, rispetto delle minoranze, diritti delle donne, e relazioni pacifiche con tutti i vicini incluso Israele’. È su quest’ultimo punto che tutti lo aspettano al varco. Un editoriale del New York Times dà un giudizio severo della politica di Obama sul dossier israelo-palestinese: ‘Da quando lui è alla Casa Bianca, i leader israeliani e palestinesi hanno avuto solo tre settimane di dialogo diretto. E l’inviato speciale di Obama in Medio Oriente, George Mitchell, si è dimesso. Obama ha fatto poco per uscire dallo stallo. Non si vede come possa parlare in modo convincente dei cambiamenti nel mondo arabo senza mostrare ai palestinesi uno sbocco pacifico e positivo. È ora che Obama metta un suo piano e una mappa sul tavolo’. Ma fino all’ultimo – prosegue Rampini su LA REPUBBLICA - Obama è stato titubante, sul fatto di richiedere formalmente che Israele torni ai confini pre-1967, come condizione per il rilancio dei negoziati sullo Stato palestinese. La sua perplessità è dettata anche da considerazioni di politica interna: per avere delle chances come mediatore fra isareliani e palestinesi il presidente americano dovrebbe impegnarsi molto, in prima persona. Siamo a meno di 18 mesi dalle prossime elezioni per la Casa Bianca, un periodo in cui Obama deve concentrarsi prevalentemente sui problemi domestici. Nel frattempo però la situazione in Medio Oriente peggiora a vista d’occhio. I militari israeliani domenica hanno sparato sui palestinesi che cercavano di varcare le frontiere, facendo oltre una dozzina di morti. Il Fatah, il partito dell’autorità palestinese guidato da Mahmoud Abbas, ha stretto un accordo con la forza islamica di Hamas. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che arriva domani a Washington ha detto che ‘non è un partner per il dialogo di pace un governo dove la metà dei membri dichiarano la loro volontà di distruggere lo Stato d’Israele’. I palestinesi da parte loro puntano a un voto dell’Onu a settembre per il riconoscimento della Palestina entro i confini pre-1967. Gli Stati Uniti, votando contro per non isolare Israele, - conclude Rampini su LA REPUBBLICA - si troverebbero di nuovo contro l’intero mondo arabo”. (red)

30. Strauss-Kahn, lo scandalo penalizza l’Europa

Roma - “La caduta di Strauss-Kahn – scrive Marta Dassù su LA STAMPA - è la fine simbolica di un’era per lo status dell’Europa nel mondo. In un’ennesima parabola del potere Strauss-Kahn ha prima rilanciato, con grande capacità, la guida europea sul Fmi. E poi l’ha bruciata. In mezz’ora. Può anche darsi che una donna francese, Christine Lagarde, sia considerata la persona più adatta per rimediare a uno scandalo gallico in terra americana. In breve: è possibile, forse probabile, che la guida del Fmi resti per ora in mani europee. Ma se guardiamo al dibattito suscitato dal caso Strauss-Khan negli Stati Uniti e in Asia, l’impressione è che il giudizio di una Corte di New York verrà usato non contro un uomo soltanto ma contro ciò che ha rappresentato fin qui: l’influenza internazionale del Vecchio Continente. Dalla metà del secolo scorso in poi, Stati Uniti ed Europa hanno guidato, rispettivamente, la Banca mondiale e il Fondo monetario. Quest’assetto, immaginato dopo la seconda guerra mondiale come cardine del sistema economico atlantico, non riflette da tempo gli equilibri di un mondo spostato verso il Pacifico. Per Paesi come la Cina o l’India, continua infatti a conferire un peso eccessivo all’Europa, a svantaggio delle economie emergenti. Non solo. Che la guida del Fondo spetti agli europei è posto ormai in discussione anche dagli Stati Uniti. Il disprezzo con cui Washington ha chiesto le dimissioni di Strauss-Kahn tradisce l’insofferenza diffusa per un Continente vecchio, troppo frammentato e in genere di poco aiuto. Si sta formando così una sorta di coalizione degli insoddisfatti: una coalizione ancora poco in grado di esprimere candidature unitarie ma che considera il peso degli europei nelle istituzioni internazionali come un’anomalia storica da superare. E come un ostacolo a istituzioni più rappresentative del secolo attuale. Il problema è che l’Europa offre vari pretesti a tesi del genere. Dopo avere evocato per anni un ‘multilateralismo efficace’, con la riforma delle istituzioni di Bretton Woods, la realtà è che il Vecchio Continente finisce per difendere lo status quo. Al di là di una revisione parziale delle quote e dei diritti di voto nel Fmi, approvata lo scorso anno, l’Europa non sembra disposta ad andare. Per due ragioni molto semplici. La prima è che l’assetto ereditato dal secolo scorso continua a convenirle, proprio perché ne sovrastima le posizioni. La seconda è che qualunque riforma seria delle istituzioni internazionali comporta una razionalizzazione della presenza degli europei. E cioè una diminuzione dei pesi nazionali in cambio di un’influenza complessiva: un trade-off che i Paesi grandi dell’Ue non sono disposti a contemplare e di cui quelli piccoli non si fidano. Lo conferma il dibattito ricorrente sulla riforma del Consiglio di sicurezza, con le divisioni fra la Germania - che rivendica un proprio seggio nazionale permanente - e il vasto fronte mobilitato dall’Italia, favorevole a un aumento dei soli membri non permanenti e in prospettiva a seggi regionali, fra cui un seggio Ue. Questo sfondo – prosegue Dassù su LA STAMPA - spiega perché il caso Strauss-Khan venga visto come un’occasione possibile - dal partito degli euro-critici su entrambi i lati del Pacifico - per contestare vizi e difetti della rendita di posizione europea. E per scrollarsela di dosso alla guida del Fondo monetario. Qui entra in gioco, tuttavia, il peso della crisi greca, o più largamente della periferia dell’euro. Dal 2009 in poi, il Fondo monetario si è in effetti quasi trasformato in un’Agenzia di salvataggio degli anelli deboli dell’euro, in accordo con la Bce e i governi nazionali. Ciò significa che, come europei, siamo ormai parte integrante del problema e non solo della sua soluzione. In teoria, una condizione del genere delegittima la guida europea del Fondo. Nei fatti, la rende necessaria ancora per qualche tempo: perché - questo l’argomento che potrebbe prevalere a Washington - una guida europea avrà migliori capacità di gestire quella che è vista come una crisi potenzialmente sistemica, con effetti globali. In sostanza: è la vulnerabilità dell’Europa ad aumentarne in questa fase il peso contrattuale. In un momento già delicato per i rapporti transatlantici, con un presidente americano proiettato verso l’Asia, questa ricetta per salvaguardare l’influenza internazionale dell’Ue non potrà durare molto a lungo. La ricetta della ‘debolezza come forza’ sta esaurendosi, anche nel campo della sicurezza: il dibattito americano sulla Libia, con le polemiche ricorrenti sull’aiuto all’Europa perfino nel proprio cortile di casa, lo dimostra. Se gli europei fossero disposti a fare i conti con la realtà, il campanello d’allarme del caso Strauss-Kahn servirebbe a qualcosa. Le rendite di posizione ereditate dal secolo scorso sono agli sgoccioli. Non è affatto chiaro in che modo i Paesi europei potranno restare uno dei principali blocchi economici al mondo se non sapranno ripensare le forme di un’influenza politica collettiva. La tentazione tedesca è di immaginarsi come nuovo Paese ‘emergente’ sul piano nazionale, una sorta di Bric europeo: la richiesta di un seggio alle Nazioni Unite, insieme a India e Brasile, è appunto simbolo di questo modo di pensare, per cui la Germania, da Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale, diventa uno dei vincitori del secolo attuale. Senza l’Europa e i suoi vincoli. È una scommessa difficile da vincere per la Germania; - conclude Dassù su LA STAMPA - e perdente per l’Ue nel suo insieme”. (red)

31. Gli Usa in pressing sull’Fmi

Roma - “Il ministro delle Finanze turco, Mehmet Simsek, il governatore della Banca centrale del Messico, Augustín Carstens e un drappello di candidati tedeschi — dal capo del fondo di salvataggio europeo, Klaus Regling al presidente della banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, Thomas Mirow, al ‘numero uno’ di Deutsche Bank, Josef Ackermann — sono le new entry – scrive Massimo Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - nella classifica dei candidati più gettonati alla successione di Dominique Strauss-Kahn. In pole position rimane Christine Lagarde, il ministro delle Finanze francese, ma la sua candidatura solleva molti dubbi per via dell’inchiesta giudiziaria aperta in Francia da una procura che ipotizza il reato di abuso di potere del ministro per un suo intervento del 2007 in una controversia tra il discusso finanziere francese Bernard Tapie e il Credit Lyonnais. Per ora non c’è stata alcuna incriminazione, ma il rischio di ritrovarsi con un altro capo (un altro francese) ‘azzoppato’ da una vicenda giudiziaria accentua l’ansia dei direttori dell’Fmi ancora sotto shock per l'arresto di Strauss-Kahn. Che, contrariamente a quanto previsto dai suoi collaboratori e dalla diplomazia francese, non ha ancora rassegnato le dimissioni dall’incarico. Una situazione che sta creando, dopo lo sconcerto iniziale, crescente disagio nelle cancellerie europee e anche nel governo americano: lo stesso ministro del Tesoro Usa, Tim Geithner, ieri ha dichiarato che Strauss-Kahn ‘ovviamente non è più nelle condizioni di poter governare il Fondo’ e ha auspicato che l’organismo internazionale colmi il vuoto di potere nominando il suo vice, l’americano John Lipsky, direttore generale ad interim in attesa che i direttori dell’Fmi (che rappresentano i 187 Paesi membri) individuino il nuovo capo. ‘Già fatto’ , ha subito risposto il portavoce del Fondo, William Murray, spiegando che, da ‘acting managing director’ , Lipsky ha tutti i poteri necessari per la gestione degli affari ordinari dell’organismo internazionale. Una risposta che cerca di tranquillizzare: in effetti quando, come spesso accade, il capo del Fondo è in viaggio, c’è sempre un vice che lo sostituisce. Ma i direttori sono anche consapevoli che una simile situazione non è sostenibile a lungo, visto che il gestore supplente deve limitarsi ad attuare ciò che è già stato deciso senza fare nuove scelte. Un problema sentito soprattutto dagli europei: - prosegue Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - gli interventi a favore del Portogallo e della Grecia sono stati già deliberati e vanno avanti (proprio ieri il Fondo ha chiesto più impegno per le privatizzazioni al governo di Atene), ma se nelle prossime settimane si dovesse presentare qualche altra emergenza, l’Fmi avrebbe le mani legate. Di più: ogni rinvio indebolisce i tentativi dell’Europa di mantenere la guida dell’organismo. Nonostante il processo di riequilibrio dei pesi a favore dei Paesi emergenti avviato negli anni scorsi, infatti, gli europei controllano tuttora 8 dei 24 seggi del ‘board’ dei direttori (7 più uno in condominio tra spagnoli e messicani, per la precisione). Anche se asiatici e sudamericani chiedono da tempo di contare di più, con qualche concessione, un po’ di abilità diplomatica e col sostegno degli Usa, l’Europa potrebbe, insomma, spuntarla ancora una volta. Anche perché l’Asia, che ormai rappresenta più di un terzo dell'economia mondiale, non ha un candidato comunque sul quale convergere. Di nomi, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, ne circolano diversi, ma si eliminano reciprocamente: i più accreditati sono quelli di esponenti indiani, indonesiani e di Singapore, ma ci sono anche un sudafricano, il messicano Carstens e il banchiere centrale brasiliano Fraga. Un lungo vuoto di potere al vertice del Fondo, però, potrebbe dare a questi Paesi il tempo per concordare una soluzione di compromesso. Punta a questo, ad esempio, la Turchia che si propone come Paese-cerniera tra Europa e Asia, tra passato e futuro. Ma, probabilmente, la sua mossa è prematura. Oltretutto l’autocandidatura di Simsek, membro del governo in carica, taglia le gambe all’ex ministro Kemal Dervis, ben più conosciuto e apprezzato a livello internazionale per il ruolo svolto all’Onu come capo del dipartimento per lo Sviluppo economico. Il pallino, quindi, potrebbero averlo ancora per una volta in mano gli europei: a patto che la crisi si risolva rapidamente e che emerga un candidato forte. I nomi fatti finora – conclude Gaggi sul CORRIERE DELLA SERA - presentano tutti qualche handicap: giudiziario (Lagarde) di inesperienza (Ackermann non ha mai ricoperto incarichi pubblici ed è cittadino svizzero) o di scarso peso politico (Regling e Mirow)”. (red)

32. Giovani e “indignados” in piazza contro Zapatero

Roma - “‘Non siamo antisistema è il sistema che è contro di noi’, dicono migliaia di giovani che da giorni occupano il centro di Madrid. Non ci sono leader, né partiti, né sindacati, - riporta LA REPUBBLICA - la forza che ha trascinato migliaia di persone a protestare nella capitale e in tutta la Spagna alla vigilia delle elezioni amministrative è la disperazione dei senza futuro. Crisi, economia stagnante e un tasso di disoccupazione che, tra coloro che sono in cerca di prima occupazione, supera il 40 percento: sono la fotografia di quella che gli economisti definiscono ‘generazione perduta’. I social network hanno fatto il resto trasformando angoscia e malcontento in un fiume di rabbia che, come in Egitto e in Tunisia, ha trovato le sue piazze. La storica Puerta del Sol, nel centro di Madrid, e Plaza de Catalunya a Barcellona. ‘È il virus di piazza Tahrir che sbarca in Europa’, scrivono i commentatori spagnoli. Ieri, al terzo giorno di manifestazioni spontanee convocate via Twitter e Facebook, la Giunta elettorale ha negato l’accesso alla Puerta del Sol perché la protesta ‘può limitare l’esercizio della libertà di voto e la campagna elettorale’ delle elezioni regionali e amministrative che si terranno domenica prossima. Ma migliaia di giovani hanno sfidato il divieto e i cordoni della polizia. Si sentono schiacciati dalla crisi, dalla precarietà e denunciano una disoccupazione al 21 per cento nel paese, 44 per cento per i minori di 25 anni. Sono studenti, disoccupati, casalinghe e si riconoscono in una piattaforma ‘Democracia real ya’ (Vera democrazia subito) e nel movimento ‘15 Maggio’; chiedono una ‘democrazia partecipativa’, e rifiutano un sistema politico dominato dal bipartitismo socialisti (Psoe)-conservatori (Pp), che vedono nelle mani di una casta nella quale serpeggia la corruzione. Le rivendicazioni esposte nei loro cartelli colorati vanno in tutte le direzioni. ‘Con l’euro le banche sono 4 volte più ricche’ spiega un manifesto che enumera le differenze di prezzi fra il 1999 e il 2011. Altri riprendono la poesia del maggio francese nel ‘68: ‘Se non ci lasciate sognare, noi non vi faremo dormire’, annuncia un pezzo di cartone. ‘Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri’, accusa un foglio rosso. ‘Abbiamo il diritto di indignarci’, dice un altro. La protesta degli ‘indignados’ si è estesa un po’ in tutto il paese. I partiti – si legge su LA REPUBBLICA - stanno a guardare colti di sorpresa alla vigilia di un voto che nelle previsioni dovrebbe cambiare lo scenario a favore del centro-destra, oggi all’opposizione. Il principale obiettivo della protesta sociale è il premier socialista Zapatero, al governo dal 2004, colpevole - secondo gli ‘indignati’ - di non aver saputo reagire ad una crisi che in Spagna per l’anno in corso prevede una crescita irrisoria del Pil (lo 0,8 per cento). Zapatero ha già annunciato che non si candiderà alle politiche nel 2012, ma sul banco degli accusati c’è tutta la classe politica, di destra e di sinistra”. (red)

33. Scaroni segreto su Libia, concorrenza francese e nucleare

Roma - “Pensate che l’Eni stia vivendo con preoccupazione l’offensiva militare dell’occidente contro il regime di Gheddafi con cui il gruppo italiano ha chiuso in passato fruttuosi accordi? Pensate che il Cane a sei zampe tema la concorrenza in Libia del colosso francese Total? Pensate che il colosso petrolifero italiano sia ben contento che il nucleare dopo l’incidente di Fukushima è in declino non solo in Germania? Bene. Però sappiate – riporta IL FOGLIO - che contro tutte queste vostre convinzioni il capo azienda dell’Eni, Paolo Scaroni, dimostra tesi esattamente contrarie. A dimostrarlo è stato lo stesso Scaroni nel corso di un recente intervento riservato ai giovani studenti della Bocconi che il Foglio è in grado di ricostruire. ‘La logica d’intervento portata avanti dalla comunità internazionale in alcune aree del mondo con carenza di democrazia – ha detto Scaroni – ha portato conseguenze positive’. A partire dall’Iraq? ‘Anche se il percorso continua a essere molto difficile, la sicurezza e la democrazia hanno fatto grandi progressi. Ne è un esempio lo svolgimento delle ultime elezioni nel paese, alle quali hanno partecipato più del 60 per cento degli iracheni. Nella stessa direzione vanno i dati sull’alfabetizzazione, sull’accesso ai servizi sanitari, sulle utenze di Facebook (che forse possiamo considerare un nuovo indicatore di libertà di pensiero e associazione), sul pil, cresciuto del 5,5 per cento nel 2010, e non ultimo sulla performance dell’Iraq Stock Exchange, che negli ultimi dodici mesi ha registrato un incremento del 35 per cento’. Però l’intervento in Iraq aveva anche ragioni energetiche, ha riconosciuto il capo azienda dell’Eni davanti ai giovani bocconiani. ‘L’aver portato l’Iraq nel novero delle nazioni democratiche del mondo indubbiamente ha un’altra ricaduta positiva, che ci riguarda tutti, sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici globali. Dal punto di vista energetico, l’Iraq è un colosso potenziale, con 115 miliardi di barili di riserve, equivalenti al 10 per cento delle riserve globali. Ora può ritornare a essere un colosso reale: il paese si è posto il target di produrre 12 milioni di barili di petrolio al giorno al 2017, ovvero il 40 per cento di più di quello che oggi produce l’Arabia Saudita. Che l’Iraq riesca in questo gigantesco sforzo, al quale Eni partecipa, è una questione tutta da vedere, ma non c’è dubbio che, con i campi iracheni progressivamente in produzione, la sicurezza energetica globale migliorerà in modo significativo’. Scaroni segue in questi giorni con attenzione – qualche osservatore direbbe con apprensione – i cambi di regime nel nord Africa. Nessuna apprensione, invece, secondo Scaroni, nonostante gli accordi sottoscritti in passato con Muammar Gheddafi: ‘La cosa che salta all’occhio è che la Libia ha imboccato un percorso diverso dagli altri stati arabi. Le rivoluzioni in Egitto e Tunisia sono state relativamente pacifiche, mentre episodi di violenza in altri stati non hanno a oggi stimolato un intervento internazionale’. ‘Come se lo spiega?’, gli hanno chiesto i bocconiani. ‘Leggendo i giornali, potrebbe sembrare che l’occidente abbia scelto di intervenire in Libia, e soltanto in Libia, per ragioni di sicurezza energetica’. I giornali non dicono il vero? ‘Questa teoria non trova supporto nei dati. Per quanto riguarda il petrolio, - prosegue IL FOGLIO - il contributo della Libia è assolutamente minimo: meno del 2 per cento del consumo mondiale di petrolio viene soddisfatto dalla Libia, e dall’inizio della crisi l’Arabia Saudita ha aumentato le sue produzioni per compensare la sospensione delle esportazioni libiche’. Però nel metano il peso di Tripoli è maggiore. ‘Nel settore del gas la Libia gioca un ruolo più importante, ma ancora relativamente contenuto: le esportazioni libiche di circa 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, equivalgono a poco più del 10 per cento del consumo italiano, e circa il 2 per cento del consumo europeo. Tra capacità di stoccaggio, che in Italia ammonta a 13 miliardi di metri cubi, e fonti alternative di approvvigionamento, per il momento possiamo far fronte alla sospensione delle esportazioni libiche con relativa serenità’. Scaroni è ricorso a un paragone per ridimensionare la rilevanza strategica della Libia: ‘L’Algeria gioca un ruolo molto più importante della Libia per quanto riguarda la nostra sicurezza degli approvvigionamenti; più del 30 per cento del consumo italiano viene soddisfatto dall’Algeria, e oltre il 10 per cento del consumo europeo’. Difficile negare, come hanno rimarcato tutti gli osservatori, che gli interessi francesi sulla Libia mirano a soppiantare l’Italia, e l’Eni, come partner privilegiati di Tripoli. Eppure Scaroni ha detto: ‘Sotto il capitolo ‘chiacchiere da bar’ metterei la teoria secondo la quale la Francia ha assunto un ruolo preminente nell’intervento militare contro Gheddafi nella speranza che, una volta instaurato il nuovo regime, questo potesse favorire la compagnia energetica francese Total’. Scaroni ha poi spiegato, rassicurando: ‘Le attribuzioni di concessioni petrolifere non funzionano così. Innanzi tutto sono regolate da contratti internazionali, validi anche in situazioni di cambio di regime, con clausole arbitrali forti e particolarmente efficaci in casi come quello della Libia, che ha ingenti somme congelate in banche internazionali. Oltre alla legge, poi, spingono per la continuità delle concessioni gli interessi di un nuovo regime: chi arriva vuole ricominciare a produrre petrolio – e a incassare – il più rapidamente possibile. Questo favorisce un operatore come Eni, che in Libia conosce campi e uomini, e che può riportare la produzione ai livelli pre-crisi rapidamente. Non ultimo, la Libia esporta il suo gas attraverso un tubo, il Greenstream, che la collega a Gela in Sicilia. Questo tubo non si può spostare: il gas non può essere esportato in Spagna o in Francia. Ne consegue che qualunque regime ha tutto l’interesse a mantenere gli accordi esistenti, in particolare con noi’. Il realismo del capo azienda dell’Eni si estende anche al nucleare: ‘A Fukushima sono seguite chiusure e ritardi nei programmi nucleari di tutto il mondo. Credo che questa sarà una policy di breve durata, perché il nucleare è troppo importante per la diversificazione delle fonti energetiche e per la riduzione delle emissioni’. Quel che è certo – conclude IL FOGLIO - è che ‘sospensioni e ritardi nel nucleare si tradurranno in un aumento dei consumi di gas naturale, che è il combustibile fossile più pulito, e che è inoltre abbondante e facile da utilizzare. Solo in Giappone, il disastro porterà a un aumento dei consumi di gas di 10 miliardi di metri cubi all’anno, quantità che verranno principalmente dal Qatar’. Da dove verrà tutto questo gas? ‘A oggi l’unico paese fornitore dell’Europa in grado di far fronte d un forte incremento della domanda è la Russia, che è già il nostro primo fornitore’”. (red)

La Spagna in piazza contro - tutta - la classe politica

No Ikea, no problem