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Complottisti vs debunker

Gli uni rifiutano le versioni ufficiali per principio. Gli altri le avallano in modo indiscriminato. Contrapposti nelle tesi finiscono entrambi con lo scontare i vizi di un approccio precostituito e fazioso fino all’ottusità. Con uno spreco di energie e di intelligenze che spiana la strada alla manipolazione collettiva da parte del potere

di Davide Stasi 

Dalla diffusione della notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, il dibattito sui media, e specialmente in Rete, ha preso fuoco. A fronteggiarsi in una specie di guerra santa sono i complottisti di professione e gli anti-complottisti, i cosiddetti debunkers. I primi, per inclinazione o per scelta, mettono in dubbio qualunque versione ufficiale, spingendo alle estreme conseguenze quello che all’origine è un sano e sacrosanto spirito critico, ossia pensare che sulle questioni sostanziali nulla di quello che ci raccontano sia vero e che anche le prove apparentemente inoppugnabili siano frutto di costruzioni artificiose. I secondi giocano il ruolo dei maestrini dalla penna rossa: arroccati su una radicale e irremovibile conformazione alle “verità di Stato”, non ammettono osservazioni critiche e ribattono alle controparti con una chiusura assoluta, che spesso scivola nel dileggio. Quello che ne risulta è una guerra tra fazioni. Utile a nessuno, se non a chi trae vantaggio dal disordine informativo.

Quando avvengono eventi come quello di Abbottabad, qualunque cosa vi sia accaduta veramente, la posta in gioco sul tavolo degli equilibri internazionali è talmente grande che lo sforzo comune dovrebbe essere quello di isolare i pochi fatti accertati, esaminandoli nel loro contesto, con un occhio alla storia e l’altro alle conseguenze future. Un confronto pacato e critico riuscirebbe facilmente a mettere in fila fatti e dati condivisi, su cui impostare una riflessione. Invece lo schema conflittuale da tifoseria calcistica si replica inesorabilmente, con due eserciti agguerriti che si fronteggiano senza negarsi colpi bassi e attacchi personali: da una parte chi sostiene che Bin Laden sia morto da tempo o che al contrario sia ancora vivo, per cui Abbottabad sarebbe comunque una pura messinscena, e dall’altra chi invece prende ogni comunicato stampa delle autorità USA come oro colato, senza sentire la necessità di verifiche terze.

Entrambe le fazioni, ripulite delle rivalità personali dei leader dei due schieramenti, hanno un’origine più che comprensibile. Chi solleva dubbi segue un naturale istinto alla ricerca di una verità solida e comprovata; chi cerca ansiosamente dati e cifre per rafforzare il proprio conformismo, segue un istinto altrettanto naturale verso l’acquisizione di verità pronte e impacchettate, come tali capaci di non generare inquietudine. Quando queste attitudini, invece di confrontarsi e compenetrarsi, si radicalizzano, avviene l’arroccamento, la divisione, l’irragionevole contrapposizione e lo sbeffeggio gratuito tra chi, come antipatici primi della classe, si ritiene a priori dalla parte della ragione.

Buone menti si sprecano in sterili guerricciole, dunque. Intanto, chi davvero muove i fili della comunicazione di massa può agire indisturbato. Di fronte a comunicati stampa ufficiali, l’atteggiamento più arduo è quello di un confronto tra opinioni diverse, con l’annesso tentativo di trovare una sintesi sufficientemente critica e ragionevole. L’atteggiamento più facile è invece quello di irrigidirsi in una posizione estrema già codificata: arruolandosi in via definitiva nelle schiere dei complottisti extracritici o dei debunker omologati. E chi si arruola fa sempre parte di una minoranza ancora cocciutamente convinta di avere l’obbligo di informarsi e di prendere posizione. La massa preferisce astenersi, assorbendo passivamente le comunicazioni ufficiali per quelle che sono.

Così, essendo troppo impegnato nelle scaramucce reciproche, anche chi ha lo spirito e la preparazione per dare letture critiche sensate perde la sua funzione migliore: quella di sollevare davanti all’opinione pubblica delle obiezioni critiche razionali e alternative alle comunicazioni ufficiali. Magari arrivando addirittura a controinformare. Ed è su questo stato di cose che si fa la storia oggi. Su questa mancanza di un confronto non conflittuale e non partigiano, chi vuole somministrare una verità alla massa, riesce a farlo indisturbato, nella passività generale, imponendo versioni dei fatti ripetute ossessivamente a reti unificate.

E parlo di “una” verità, perché, almeno per quanto riguarda la vicenda di Bin Laden, ma anche per altre recenti, “la” verità è ben lontana dall’essere conosciuta. Si può solo sperare nella presenza di un nuovo Chomsky che fra trent’anni vada a spulciare i documenti desecretati per raccontarci davvero com’è andata. Per il momento dobbiamo accontentarci dello spettacolo penoso con cui gli USA spacciano al mondo la loro verità-fiction. Ultimamente condita anche da un’ingenua operazione di demolizione del mito-Bin Laden, di recente ridotto da “sceicco del terrore” a larva pornofila dal pisello moscio.

 

Davide Stasi

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La decrescita, spiegata con una favola