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Palestina: i soliti auspici

Obama prova a forzare i tempi di un accordo risolutivo e afferma che Israele dovrà abbandonare le zone che occupa dal 1967. Peccato che Tel Aviv non abbia nessuna intenzione di accogliere la richiesta. E che Washington non dica nulla su come pensa di uscire dall’impasse, in assenza sia di un intervento diretto dell’Onu che di sanzioni contro lo Stato ebraico

di Federico Zamboni

A qualcuno potrà sembrare un discorso convincente e innovativo, quello di Obama. Che nel sollecitare una definitiva soluzione del problema palestinese afferma con la massima chiarezza che una delle precondizioni indispensabili è che Israele rinunci ai Territori Occupati per tornare ai suoi confini originari. E che sia pure con tutte le premesse del caso, ribadendo cioè i legami di amicizia basati «su valori storici e condivisi», sottolinea come il processo di pace vada rilanciato con la massima urgenza e come ciò sia possibile solo se entrambe le parti accetteranno di fare dei passi avanti decisivi. Da un lato i palestinesi dovranno riconoscere una volta per tutte la legittimità dello Stato ebraico. Dall’altro il governo di Tel Aviv dovrà uscire dal suo consueto arroccamento: «Lo status quo è insostenibile – ha detto Obama – e  Israele deve agire per una pace duratura».

Le repliche non si sono fatte attendere, ma sono entrambe negative. E mentre sul versante palestinese si può almeno distinguere tra l’atteggiamento possibilista dell’ANP e la chiusura assoluta di Hamas, che liquida le richieste statunitensi con un secco «Discorso schierato. Obama è di parte. Non riconosceremo mai Israele», su quello opposto c’è solo la reazione di  totale contrarietà del governo di Tel Aviv, che è l’unico soggetto abilitato a rispondere. In attesa del faccia a faccia di domani a Washington, il premier Benyamin Netanyahu esclude a priori che si possa tornare alla situazione precedente il 1967. Al punto che c’è da chiedersi quale possa mai essere lo scopo dell’incontro, quanto meno riguardo alla questione fondamentale della Palestina.

Per valutare davvero la posizione della Casa Bianca, quindi, non è possibile accontentarsi delle parole pronunciate da Obama, ma bisogna vedere se e come si deciderà di passare ai fatti. Visto che gli auspici a una maggiore elasticità cadono puntualmente nel vuoto, va da sé che limitarsi ai suggerimenti non porta a nient’altro che a lasciare le cose come sono. Ovvero a consolidare certe situazioni illegittime, come gli insediamenti arbitrari dei coloni, rendendo sempre più difficile il ripristino di una situazione corretta.

La via d’uscita più logica, e non da oggi, sarebbe una decisione autoritativa dell’Onu, che riconosca lo Stato palestinese e ne stabilisca i confini, ridefinendo al contempo quelli di Israele. Ma proprio su questo punto, guarda caso, il presidente Usa non vuole neanche sentirne parlare. Riferendosi all’ipotesi di un appello diretto alle Nazioni Unite, ipotizzato per il settembre prossimo, Obama afferma che «azioni simboliche per isolare Israele all’Onu non creeranno uno Stato palestinese».

Un’ulteriore possibilità sarebbe quella delle sanzioni a carico di Tel Aviv, ma considerati i rapporti con Washington è un’ipotesi meramente astratta. Ed ecco spiegato perché anche quest’ultimo discorso del presidente Usa finisce con l’essere tutt’altro che convincente e innovativo: se non è in grado di portare a nulla di concreto, e se non si chiede nemmeno come reagire al mancato accoglimento delle richieste avanzate, si riduce a niente di più che l’ennesimo mazzetto di buone intenzioni, sia pure formulate con accenti (apparentemente) più volitivi del solito. 

Federico Zamboni

 

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