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Indignados, i Ribelli di Spagna

Il vento della protesta inizia ad alzarsi anche in Europa, con una chiarezza di idee che lascia ben sperare. Le singole rivendicazioni si fondono finalmente in una visione d’insieme, diventando il rifiuto dell’intero assetto economico e politico. Il popolo apre gli occhi: gli obiettivi di questa classe dirigente sono incompatibili con quelli della generalità dei cittadini 

di Alessio Mannino

«Noi siamo contro il sistema perché il sistema è contro di noi.» Grazie, spagnoli: oggi, noi pochi veri anti-sistema italiani (scusate, ma è così) siamo meno soli. 

I pensieri degli indignados di Spagna sono i nostri pensieri, le loro parole d’ordine le nostre parole d’ordine. «Vogliamo cambiare questo sistema dei partiti», dicono i cittadini dell’autoproclamata “Repubblica libertaria di Puerta del Sol”, la piazza di Madrid dove sono accampati (Il Sole 24 Ore, 21 maggio). «No a Zapatero, no a Rajoy», gridano. Qui lo sosteniamo da un pezzo: basta con il regime dei partiti, nè destra né sinistra, Berlusconi o Bersani nessuna differenza. «Apoliticos, superpoliticos», è lo slogan dei giovani in rivolta. 

In Italia chi osa rifiutare di essere complice della politica di palazzo viene bollato con l’accusa di fare “antipolitica”, mentre esercita solo il diritto di fare una politica diversa, libera dalla cupola delle segreterie.  «Perché vincono i banchieri se non li abbiamo votati?», cantano a Valencia. Per la prima volta, un intero movimento popolare e spontaneo individua con chiarezza la radice di tutti i mali: la dittatura occulta delle banche. L’autorità spagnola, tramite la Commissione elettorale centrale, ha dichiarato illegali le concentrazioni di massa dei giorni scorsi. Gli autoconvocati delle città insorte non si sono fatti spaventare e all’annunciato coprifuoco hanno risposto con un «grido muto contro divieti e censure». Non c’è traccia di violenza, ma la determinazione è la prova di una coscienza nuova: finalmente si è capito che solo dalla piazza, fonte d’origine della sovranità, si può cambiare il proprio destino. 

Sono notizie che fanno ben sperare, queste. Parlando attraverso Facebook con un entusiasta “indignato” madrileno, ho scoperto che il mio personale sentimento di frustrata attesa per qualcosa di radicalmente alternativo è lo stesso che anima lui e i suoi compagni di lotta: «era da tanto tempo che aspettavo una sollevazione di questo tipo», mi ha confessato con gioia. Sono sicuro che in quell’abbondante 40% di italiani che non vanno a votare c’è una maggioranza di gente stufa marcia della gabbia partitocratica, che non ne può più di farsi dissanguare dall’interesse bancario, che va in bestia quando sente che la propria esistenza dipende dal rating di Standard&Poor’s o dalle riunioni segrete della Bce. 

Gli asini che difendono questa nostra democrazia di cartapesta accusano noi ribelli, noi che non ce la beviamo, di essere pericolosi estremisti, apprendisti stregoni di un possibile autoritarismo (è il ricatto di sempre: o sei conforme o sei un cripto-fascista), se ci va bene illusi utopisti. Ma noi siamo assetati di un ideale con cui dare un senso a noi stessi come uomini, come “animali politici”. E in fondo il nostro ideale cos’è? Vivere con dignità, a testa alta. Senza umilianti dipendenze, che sia pesare sulle spalle dei genitori oppure accettare servitù neo-feudali al padrone aziendale o al padrino politico. Ieri il pur blindatissimo Corriere della Sera riportava testimonianza significative della disperazione che si fa azione. Alberto, 24 anni: «Sono indignato perché voglio un lavoro, per potermi comprare un’auto e una casa. E lo voglio non perché sono un consumista, ma perché fin da bambino tutti ti dicono che questi sono gli obbiettivi da raggiungere. Però poi nessuno ti dà un’opportunità. Mi sento oppresso e ingannato». Claudio, 20 anni: «A vent’anni, non abbiamo futuro, abbiamo l’acqua alla gola. Quanto resteremo qui? Tutto il tempo necessario per cambiare questo sistema. A cominciare dal bipartitismo: non è democrazia vera». 

La dilagante disoccupazione giovanile è il detonatore della protesta, ma gli scopi guardano lontano e centrano il cuore del problema: ad essere sbagliato è il sistema in sé, non un suo aspetto secondario o un suo protagonista del momento. È l’intero modello di sviluppo che va per conto suo e sta producendo sempre più grosse sacche di disagio sociale e esistenziale: questo è il nemico reale a cui la gioventù spagnola ha pacificamente dichiarato guerra. Un obbiettivo ambizioso, ma che a ben guardare è terra terra: avere di che vivere, liberi da entità immani e dittatoriali (le banche centrali, i mercati, l’Fmi, il Wto, la Nato, l’Onu).

Chiamateci sognatori, anarchici, facinorosi, quel che volete. Noi ragazzi dell’Europa in rivolta (“People of Europe rise up”) chiediamo soltanto una vita più umana. Forse voler restare umani, oggi, è la cosa più rivoluzionaria che ci sia. 

 

Alessio Mannino

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