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Secondo i quotidiani del 25/05/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il governo ottiene la fiducia”. In taglio alto: “Fincantieri, operai in rivolta. Scontri e feriti a Genova”. Editoriale di Michele Ainis: “La bonaccia delle Antille”. Di spalla: “Confindustria, una macchina con qualche costo di troppo”. Al centro: “La lista dei favori di Anemone: ‘Anche un frullatore a Scajola’ ”. In due box: “Tremonti contro l’Istat: sulla povertà dati discutibili” e “Sassaiole e barricate per fermare la Tav. Fondi Ue in pericolo”. In taglio basso: “Fiat-Chrysler. L’elogio di Obama” e “La nube avanza e lascia a terra 500 aerei in Europa”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Dietrofront sui ministeri al Nord”. Editoriali di Barbara Spinelli: “Propaganda tossica” e Carlo Galli: “Se i moderati sono questi”. Di spalla: “L’ultimo mistero di Allende 40 anni dopo”. Al centro foto-notizia: “Rivolta degli operai Fincantieri, scontri e feriti” e “ ‘Servono manovre per 46 miliardi’ ”. In un box: “Netanyahu: pronti a compromessi dolorosi per la pace”. In taglio basso: “A Roma le carte su Scajola: ‘Indagatelo per riciclaggio’ ”. 

LA STAMPA – In apertura: “ ‘Fisco più leggero e un piano per il Sud’ ” e in taglio alto: “Barack nella suite di Will e Kate” e “Sarkò sapeva tutto di Strauss-Kahn”. Editoriale di Giovanna Zincone: “Anche i cattivi alla fine sono buoni”. In due box: “Decentrare? Costa troppo” e “Il voto scuote il Giornale”. Al centro foto-notizia: “Fincantieri, la rabbia degli operai”, “Nei conti segreti di Anemone i soldi per la casa di Scajola” e “Chrysler restituisce il prestito. Obama: è una pietra miliare”. A fondo pagina: “Nuove regole per Internet” e “Scuola: dal gesso al web”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Fiat salda il debito Chrysler” e in taglio alto: “Il governo accelera: in agosto l’asta per le frequenze mobili”. Editoriale di Gian Maria Gros-Pietro: “Grandi navi, un primato da difendere”. Al centro la foto-notizia: “Banche inglesi nel mirino. Moody’s pronta a declassare 14 istituti di credito della Gran Bretagna”. Di spalla: “Più che divario una simbiosi” e “I ministeri al Nord: spostamento ‘congelato’ ”. In taglio basso: “A giugno una manovra da 40 miliardi in tre anni” e “L’opposizione in Grecia blocca il piano di tagli chiesto da Europa e Fmi”. 

IL GIORNALE - In apertura: “L’islam marcia sul Duomo”. Editoriale di Alessandro Sallusti: “Bassetti e i plebei. Due punti per Letizia”. Al centro la foto-notizia: “ ‘Vogliono intimidirci a colpi di multe’ ”, “Gli operai di Fincantieri fanno esplodere la guerriglia” e “Macché aziende in crisi: 17 miliardi ai risparmiatori”. Di spalla: “Che orrore il patto con i fanatici di Allah” e “Quei cattolici rossi pronti a farsi fregare”. A fondo pagina: “Offresi statua del Papa a chi ci libera dalla monnezza”. 

LIBERO – In apertura: “110 mila posti di lavoro ma nessuno li vuole”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Al centro la foto-notizia: “Se cade Silvio, occhio al portafogli” e “Pisapia e il giallo degli islamici al Duomo”. Di spalla: “La verità sulla D’Urso ad Arcore”. A fondo pagina: “E il Duce sbottò: ho intorno troppi leccapiedi” e “Caccia a Gheddafi: stragi di civili”. 

IL TEMPO – In apertura: “Luca e Giulio giù dal ring”. Al centro la foto-notizia: “Rivoluzione. Negli istituti tecnici tornano le imprese”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Sempre più ardua la via tra rigore tremontiano e crescita indispensabile”. In apertura a destra: “In Iran il piano anti sanzioni di Ahmadinejad sta finendo in fumo”. Al centro: “Quei narcisi autoconvocati”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Fronte del porto”. In taglio alto: “ ‘Il governo non reggerà al voto’ ”. (red)

2. Fincantieri, la rabbia degli operai

Roma - “Una rabbia disperata – si legge su LA STAMPA - che monta come un’onda e dal Ponente operaio si abbatte sul centro della città schiantata dall’afa e dalla mazzata dell’annunciata chiusura di Fincantieri, 800 posti di lavoro cancellati, 2500 con l’indotto. Una rabbia che esplode nella violenza di scontri tra lavoratori, da una parte quelli dell’industria, dall’altra quelli dello Stato, operai con la testa spaccata dalle manganellate e poliziotti feriti dal lancio di bottiglie e sanpietrini. Si sono fronteggiati per ore, sotto il sole cocente, gli uni aspettando la notizia di un incontro romano per ricominciare a sperare, gli altri per difendere il Palazzo del Governo dagli assalti ripetuti. Il bilancio è di sette feriti tra i manifestanti, di cui due finiti all’ospedale per trauma cranico, e sei tra i poliziotti, il più grave con una lesione a un tendine che gli ha deformato un dito. ‘Chiedevamo l’attenzione dello Stato, questo è ciò che abbiamo ottenuto’ il commento di uno dei due operai ridotti a una maschera di sangue. ‘Perché non devo dirlo che mi hanno spaccato la testa con una manganellata? - si chiede un giovane, cui qualcuno consiglia di fornire un’altra versione al pronto soccorso, temendo successive denunce -. Io non mi vergogno di quello che ho fatto. Si vergognino loro’. ‘Giratevi e mescolatevi a noi’ gridano ai poliziotti. ‘Ci hanno tirato sassi, bottiglie, fumogeni, con tanta forza da spaccare uno scudo, ci hanno aggredito strappando via anche un manganello. Noi non abbiamo nemmeno caricato’ il commento amaro degli agenti, alla fine di una giornata assurda ed esplosiva, un’angosciata tensione che ha portato un lavoratore a reagire con un pugno in pieno volto a uno studente che gli aveva lanciato addosso dell’acqua. Una giornata cominciata alle 9 a Sestri Ponente, da dove è partito il corteo guidato dal sindaco Marta Vincenzi, accanto alle delegazioni sindacali, agli striscioni, ai cartelli con scritto ‘Bono e Romani vogliono distruggerci. Sestri dice no’. ‘Questo piano è una beffa - dichiara Vincenzi -. Siamo pronti a uno sciopero generale della città’. Il Consiglio regionale viene interrotto, - continua su LA STAMPA - in Prefettura arrivano assessori e presidente della giunta di centrosinistra Claudio Burlando, il presidente dell’assemblea Rosario Monteleone (Udc) e il consigliere della Lega Edoardo Rixi che si prende una bordata di fischi e insulti. Gli operai non gli perdonano il Veneto leghista salvato dal piano industriale a scapito di Liguria e Campania e la presenza del ligure Belsito, sottosegretario, nel cda dell’azienda. Il Pdl è rappresentato da un solo consigliere, gli altri sono rimasti in Regione per alcuni incontri. Il corteo si spalma in via Roma, davanti alla Prefettura, intorno alle 10,30. Ci sono tanti giovani, l’età media dei dipendenti di Fincantieri è di 35 anni. Ci sono stranieri, pachistani, africani, in parte dipendenti, in parte lavoratori dell’indotto. Entrano i rappresentanti delle istituzioni, porte aperte anche ai segretari sindacali. Però vogliono entrare anche gli operai, vogliono occupare il cortile del Palazzo del Governo. Il portone si chiude. Esplode la violenza. Prima uno, poi due, poi tre assalti. Bombe di vernice colpiscono la facciata di Palazzo Spinola, poi i fumogeni e le bottiglie. Gli agenti respingono, per arginare la pressione muovono uno dei mezzi e lo fanno avanzare a fare da barriera. I manifestanti rispondono con una barriera di cassonetti della spazzatura. La tensione si stempera intorno all’una, quando dopo le ripetute insistenze del prefetto dal ministero dello Sviluppo economico viene fissata la data dell’incontro. Ma gli operai non si fidano e aspettano per tre ore il fax di conferma”. 

“Quello che fa più specie – si legge ancora su LA STAMPA - è un busto di Garibaldi decapitato. La testa gli inservienti l’hanno trovata in uno dei bagni del piano terra, incastrata in un sanitario. Quel pugno di operai che sostano nella sala del consiglio comunale sono solo i lontani parenti dell’orda vandalica che si è abbattuta su Palazzo Farnese, sede del Municipio di Castellammare. Un sacco in piena regola: quasi cinquecentomila euro di danni, secondo e terzo piano passati a ferro e fuoco, la sala della civica assise completamente a pezzi, con la distruzione di alcuni mobili di fine Ottocento. In questa stanza, dove furono girate alcune scene di Fortapasc, il film sulla vita di Giancarlo Siani, si sono salvati solo un crocifisso e la foto del Capo dello Stato. Ciò che non è rotolato per le scale è stato distrutto in loco e quello che ancora resisteva è stato bruciato in un falò improvvisato davanti al portone del Comune. Non una furia cieca però: alcuni uffici - aperti e senza difese - non sono stati sfiorati da quella fiumana di gente che schiumava rabbia. Da Roma erano tornati in quattrocento: ma c’è voluto poco perché la notizia della chiusura dello storico stabilimento Fincantieri attirasse in strada un altro centinaio di persone. Sono più di 600 le persone impiegate direttamente nel cantiere di Castellammare e altre 1500 lo sono nell’indotto. Che la cosa stesse prendendo una brutta piega lo si è capito quasi subito, quando il coraggioso manipolo di poliziotti è stato sopraffatto dal numero degli assalitori e dai colpi assestati a suon di spranghe e di transenne. Che in quel gruppo di disperati ci fossero anche ‘infiltrati’ lo pensano in tanti. Il sindaco Luigi Bobbio non ha dimenticato come si fa il magistrato e passa in rassegna il luogo del delitto. ‘Ci sono elementi che mi fanno pensare che i timori di un’infiltrazione della camorra nelle proteste degli operai Fincantieri sia qualcosa in più di una semplice sensazione’, ha spiegato, soprassedendo sulle scritte ‘ornate’ con il marchio degli anarchici e la falce e martello. La meno ingiuriosa gli dà del fascista. ‘La prima aggressione - rincara la dose il vicesindaco Giuseppe Cannavale - è stata fatta da chi arrivava qua dopo le proteste a Roma, pugni contro i muri e sfoghi verbali, ma nulla di più. La seconda più tardi, quando agli operai si erano affiancati altri, interrompendo l’erogazione dell’energia elettrica e devastando tutto’. L’assalto è durato qualche ora, mentre il sindaco e diversi appartenenti alla giunta si erano barricati nella sua stanza, dopo aver rinforzato la trincea con un pesante divano. Sono stati liberati quando ormai erano passate le tre, e dopo aver ricevuto una rappresentanza ‘pacifica’ di operai. ‘Anche a nome di tutti i sindaci del territorio interessato all’attività del cantiere di Castellammare di Stabia, chiedo le immediate dimissioni dell’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, o, in alternativa, chiedo al Governo di espellerlo dal posto che ha dimostrato definitivamente, di non saper ricoprire’, ha detto Bobbio prima di partire - insieme alla scorta voluta per lui dal questore - alla volta di Napoli, destinazione Palazzo Santa Lucia, dove ad attenderlo c’era una riunione col governatore Caldoro. A Castellammare – conclude LA STAMPA - l’aria è pesante: molti commercianti hanno chiuso i negozi per solidarietà e anche per paura di devastazioni. Un centinaio di operai si è asserragliato nel cantiere che sorge nei pressi di Pozzano, mentre una folta delegazione ha bloccato per tutta la giornata la statale Sorrentina. Il vescovo, monsignor Felice Cece, ha aperto le porte del Santuario della Vergine di Pozzano per una veglia di preghiera”. (red)

3. Fincantieri, si muovono il governo e l’Ue 

Roma - “Alla ricerca della quadratura del cerchio, - scrive Luigi Grassia su LA STAMPA - il governo prova a convocare i sindacati il 3 giugno presso il ministero dello Sviluppo economico per discutere (e forse limare) il piano industriale lacrime e sangue di Fincantieri, il polo italiano delle costruzioni navali. Sulla carta sembra che gli spazi di manovra non esistano: da una parte la società vuol chiudere due siti produttivi e mezzo e smobilitare più di 2500 lavoratori, dall’altra i sindacati hanno subito fanno muro. Ieri l’amministratore delegato Giuseppe Bono ha detto che ‘solo un piano duro ma coraggioso può assicurare un futuro alla nostra impresa e confermarle la leadership che le viene riconosciuta’, ma adesso ‘è in gioco la sopravvivenza’. Però il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sembra prendere le distanze da Fincantieri: dice che ‘non esiste’ un piano che preveda una tale quantità di uscite, ne serve uno ‘che salvaguardi i siti produttivi e minimizzi gli esuberi’. Si mobilita anche la Commissione europea: il vicepresidente (italiano) Antonio Tajani ha detto ieri che ‘saranno messi in campo gli strumenti di cui l’Europa dispone, in primo luogo il Fondo europeo di aggiustamento per la globalizzazione’. Disponibili alcune decine di milioni di euro. I sindacati non possono accettare un taglio degli organici del 30 per cento. Ma qualche dichiarazione di apprezzamento verso la convocazione da parte del governo arriva. ‘Può essere utile a stemperare il clima’ dice ad esempio Mario Ghini, segretario nazionale della Uilm. Però le cifre del mercato sono tremende. Fincantieri è stato il numero uno mondiale nelle navi da crociera prima che la domanda globale quasi si azzerasse (per tutti, non solo per Fincantieri), e ha una posizione di rilievo nelle costruzioni militari. Nel 2007 in tutto il pianeta vennero ordinate 16 navi da crociera e Fincantieri se ne aggiudicò la metà, otto. Un’epoca d’oro che chissà quando rivedremo. Ma anche nel 2008, quando la crisi cominciò a mordere, Fincantieri conquistò due ordini su tre, e nel 2009 l’unico ordine mondiale di quell’anno. Anche nel 2010 – prosegue Grassia su LA STAMPA - si è aggiudicata due ordini, su sei (questo parziale recupero è stato dovuto a interventi di governi stranieri per sostenere la cantieristica nazionale con apposite commesse salva-chiusura degli stabilimenti). Ancora qualche cifra sui (recenti) anni dorati: Fincantieri dal 2002 al 2008 ha avuto ordini per 79 navi, con una media di 11 all’anno, fra cui 27 da crociera, 18 ferry-boat e 34 fra militari e altro. Per anni il polo italiano ha surclassato i concorrenti Stx Europe e Meyer Werft. Non lo si può accusare di scarsità di investimenti, inventiva, qualità del prodotto. È la domanda che è sparita. Adesso la prospettiva com’è? Fra il 2009 e il 2010 oltre agli ordini di 3 navi da crociera ne sono stati acquisiti per altre 7 di altro tipo, in media 5 all’anno, contro una capacità produttiva di Fincantieri tarata per 11 o 12 navi all’anno. Per saturare le capacità di lavoro ci sarebbe bisogno di almeno raddoppiare gli ordini annui. Al momento Fincantieri fa questi calcoli: nel triennio 2008/2010 i suoi siti produttivi hanno lavorato per 13 milioni di ore all’anno; in questo 2011 si scende a 7 milioni; nel 2014 è previsto un lieve recupero a 9 milioni, ma insufficiente (secondo i vertici aziendali) a evitare tagli agli impianti. Negli ultimi tre anni la cantieristica europea ha tagliato 50 mila dei suoi 180 mila posti di lavoro (-27 per cento). La crisi – conclude Grassia su LA STAMPA - sta generando una scrematura dei concorrenti: i soggetti più deboli sono usciti dal mercato, altri hanno abbandonato la produzione navale e sono stati riconvertiti ad attività con una base occupazionale ridotta (per esempio in Germania il cantiere di Emden di ThyssenKrupp Marine System)”. (red)

4. Superdecreto, fiducia con 313 sì. Nucleare congelato

Roma - “Il voto finale alla Camera è previsto per oggi pomeriggio ma ormai, per la maggioranza – scrive Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - è cosa quasi fatta se la Cassazione darà il suo via libera. Il referendum sul nucleare, dunque, non si dovrebbe più tenere perché a due mesi e mezzo dall’incidente di Fukushima il governo porta a casa il decreto che ‘congela’ tutti i programmi sull’atomo ‘al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche’ . Ma il vero obiettivo politico dichiarato con il 43mo voto di fiducia della legislatura, come ricorda il capogruppo Fabrizio Cicchitto (Pdl), è quello di disinnescare anche gli altri referendum indetti per il 12 e 13 giugno (acqua e legittimo impedimento) che, invece, insieme al quesito nucleare avrebbero buone chance di raggiungere il quorum necessario del 50 per cento. Così— grazie al voto di fiducia (313 sì, 291 no)— il decreto ‘omnibus’ è arrivato al capolinea: il testo che ora passa alla firma del capo dello Stato porta con sé — oltre a nuove accise sulla benzina per finanziare il Fondo unico spettacolo, gli interventi per Pompei e le norme sugli incroci proprietari tra tv e stampa— la moratoria nucleare, appunto. Per l’occasione – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - il voto ha richiamato in aula il governo al gran completo con appena 8 assenti tra i banchi della maggioranza (Moffa, Gaglione, Mannino, Nucara, Tanoni, Latteri, Angeli, Lazzari) e 4 deputati che non hanno ritenuto di interrompere la missione (Cossiga, Lombardo, Melchiorre e Micciché). Sorvegliati speciali quelli di Fli: assenti-malati Divella, Moroni, Patarino e Ruben (che è negli Usa) mentre Urso e Ronchi hanno votato contro la fiducia insieme al gruppo. Soddisfatto il premier che è giunto in aula a metà pomeriggio: ‘Il voto è la conferma che c’è una maggioranza con la quale si può lavorare per le riforme...’ . Invece, Rosy Bindi, presidente del Pd, ha parlato di ‘doppia rapina’ varata per decreto: ‘Aumentano il prezzo della benzina e impediscono il voto sul nucleare’ . Fuori Montecitorio, si sono visti caroselli in bicicletta e tante bandiere gialle degli ambientalisti contro il nucleare (srotolate anche nella tribuna dell’aula dal ex deputato verde Turroni, subito bloccato dai commessi). Il dibattito sui referendum – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA - ha raggiunto anche la Conferenza episcopale italiana: ‘L’acqua è un bene di tutti’ e per questo è un ‘aspetto che va salvaguardato’ , ha detto monsignor Mariano Crociata. Che, però, ha aggiunto: ‘Tutte le espressioni di volontà popolare sono da incoraggiare e apprezzare come elemento di democrazia; nel merito, sui temi quali l’acqua e simili, bisogna sempre esercitare vigilanza e responsabilità sociale...’ . Per cui, ‘invitiamo tutti i credenti a rispondere alla loro coscienze’”. (red)

5. L’ultima carta del premier: fisco leggero e piano Sud

Roma - “Mossa spericolata del Cavaliere, il quale oggi – scrive Ugo Magri su LA STAMPA - tenterà di mettere nel sacco coloro che lo aspettano al varco lunedì sera, quando saranno noti i risultati dei ballottaggi. Berlusconi sa che rischia non una ma due scoppole dolorose, a Milano e pure a Napoli. E D’Alema dà voce a quanto nei palazzi romani molti pensano: una tale catastrofe elettorale ‘non potrà non avere conseguenze politiche’. Come minimo la Lega, è il ragionamento, vorrà ridiscutere l’alleanza profittando del dibattito parlamentare già apparecchiato in tavola sul ‘rimpastino’. A quel punto il presidente del Consiglio si troverà a trattare non dall’alto in basso, com’è abituato lui, ma da posizione decisamente scomoda, dunque debolissimo. Qualcuno vede la crisi di governo in autunno, intanto si torna a parlare di Tremonti, di Letta, di successione dietro l’angolo... E allora, che cosa sta escogitando in queste ore la mente creativa di Silvio per tirare avanti fino al 2013? Stando a chi nella giornata di ieri ha trascorso molte ore con lui, Berlusconi giocherà d’anticipo. Annuncerà in giornata un piano di rilancio del suo governo: come se domenica prossima non si votasse, come se il centrodestra non fosse sull’orlo di una drammatica sconfitta, come se l’esito delle urne a Milano e a Napoli fosse di nessun peso, al massimo una gomma forata che si cambia e vai. ‘Io come Zapatero’ Berlusconi lo ripete a tutti, ‘il primo ministro spagnolo non si è dimesso nonostante abbia perso Barcellona dopo 40 anni’, al confronto cosa volete che sia Milano? Seguirà passo passo l’esempio del socialista Zapatero. La fiducia di ieri sul decreto Omnibus conferma, a giudizio del Cavaliere, ‘che c’è una maggioranza con cui attuare un piano importante di riforme finora impedito dai veti e dai contrasti interni’. Così dunque, oggi all’ora di pranzo, riunione dell’ufficio di presidenza Pdl per rendere partecipi i gerarchi della trovata. Quindi a sera irruzione nel salotto televisivo di Vespa, dove non è sicuro che il Cavaliere lancerà petardi nella campagna elettorale ormai agli sgoccioli; invece è certissimo che vorrà proiettarsi oltre, tracciare il cammino dei prossimi due anni, mostrare idee chiare e animo sereno. Secondo anticipazioni di fonte autorevole, dopo tempo immemorabile Silvio non metterà più davanti a tutto la riforma della giustizia, vale a dire le sue private vicende di cui l’Italia è satolla, bensì insieme a fisco e sviluppo, Sud e occupazione. Cioè quanto vorrebbe sentirsi dire dal premier chi ancora acquisterebbe da lui una macchina usata. Incombe sull’Italia – prosegue Magri su LA STAMPA - una manovra triennale da 40 miliardi di euro. Come farà dunque stasera Berlusconi a riproporre l’obiettivo (fin qui mai nemmeno sfiorato) di ‘tagliare le tasse’? E a vaticinare una stagione di sostegno al Sud? Con Tremonti, il Cavaliere s’è incontrato verso l’ora di pranzo, e c’erano pure Bossi, Calderoli, Bonaiuti, il guardasigilli Alfano. Non è durata a lungo, perché il Senatùr aveva fame: lui poi è tornato a incontrare Berlusconi sul far della sera, e pare abbia dato distrattamente via libera agli annunci odierni (tanto i conti veri si faranno quando dice l’Umberto). Quanto a Tremonti, la Lega lo difende a spada tratta. ‘In questo momento bisogna tenere i conti in ordine, altrimenti il Paese salta per aria’, dice in pubblico Bossi. Ma sbaglia chi immagina Giulio nei panni del sabotatore: ‘In questa fase non rema contro’, assicura chi è addentro alle strategie, ‘anzi Tremonti comprende perfettamente che l’ideale sarebbe avere i conti pubblici in ordine e anche, possibilmente, le urne elettorali piene alle prossime Politiche, specie se l’eredità del Cavaliere dovesse toccare a lui...’. Ministeri in stand-by Si affloscia la polemica sul trasloco al Nord: la disputa tra Pdl e Lega verrà affrontata dopo i ballottaggi. Bossi insiste, ‘i ministeri decentrati sul territorio ci sono in tutta Europa, Berlusconi si convincerà’. Ma senza toni da ultimatum. Per spiazzare gli alleati, il Senatùr sceglie un altro terreno. ‘Alcuni referendum sono interessanti, per esempio quello sull’acqua’, butta lì, - conclude Magri su LA STAMPA - mentre Piazza Montecitorio è presidiata dal popolo ecologista”. (red)

6. “Nessuna alternativa a questo governo”

Roma - “Alla Camera vota l’ennesima fiducia incassata dalla sua maggioranza, la numero 43, - scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - poi si chiude nella stanza dedicata al presidente del Consiglio. Una fila di deputati e ministri attende di parlare con lui: da Bossi sino all’ultimo dei peones. In tanti hanno qualcosa da chiedere, uno sfogo da depositare, una promessa da portare a casa. Berlusconi lascia Montecitorio a metà pomeriggio dicendo che non ha capito la polemica ‘strumentale’ sui ministeri, che ‘è stata montata dai giornali’ , che ‘non c’è nulla di deciso’ , che con la Lega si troverà un’intesa e che del resto si sta discutendo di una questione di minima importanza, perché al massimo coinvolgerebbe dei ministeri senza portafoglio, con pochissimi dipendenti (ragion per cui ‘Alemanno avrebbe fatto meglio a tacere’ ). ‘Non ne so nulla’ , dice il Cavaliere ai cronisti che gli chiedono delle altre dichiarazioni di Bossi, dell’intento di cambiare la legge elettorale in senso proporzionale e di farlo d’intesa con il Pd. Mentre sulla fiducia incassata ‘è la conferma che non esiste un’alternativa a questo governo e che esiste una maggioranza con la quale si può lavorare, senza quei veti che avevamo prima’ . Di questa maggioranza oggi discuterà un ufficio di presidenza del Pdl, appositamente convocato, - prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - sui tempi del ‘piano importante di riforme’ da approvare nei prossimi due anni. Lo rimarca lo stesso premier parlando con i suoi parlamentari, tornando a ribadire che il voto di Milano e Napoli, sul quale si esprime con malcelata sfiducia, non avrà ricadute sul governo nazionale. L’esito del voto Berlusconi lo conoscerà come tutti lunedì prossimo, ma non si troverà in Italia, bensì a Bucarest, per un incontro bilaterale con il governo rumeno. Nei tanti incontri alla Camera il capo del governo si lamenta con i suoi della situazione di questi giorni, dei contrasti nel Pdl, della sentenza in arrivo su Mondadori, della multa dell’Agcom, ‘non mi vogliono fare parlare — dice a questo proposito —, ogni mia parola costa 800 euro di multa, siamo ormai all’assurdo, non posso dire tutto quello che penso’ . Con Bossi si vede anche a Palazzo Grazioli, nel tardo pomeriggio, assieme al ministro Calderoli. Poi arrivano anche i capigruppo del Pdl: ‘Abbiamo parlato dei ballottaggi e fatto una prima riflessione sul rilancio dell’azione di governo, anche alla luce della fiducia’ , dice Fabrizio Cicchitto, uscendo dalla residenza del premier. In serata una telefonata a Sora per ribadire che il governo è atteso da due anni di riforme, finalmente possibili senza Fini e Casini. E poiché a Sora – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - il Partito democratico ha preso il 2,5 per cento, ‘votano persone molto intelligenti, che hanno capito che far vincere la destra al Comune significa rafforzare il governo’”. (red)

7. “Non accetterò un altro ribaltone. Garanzie subito”

Roma - “Saltare a piè pari il risultato (che si prevede catastrofico) dei ballottaggi a Milano e Napoli. Provare a far finta di niente, proiettando l’azione del governo sui prossimi mesi. Allontanare lo spettro di quel governissimo che è tornato a materializzarsi su palazzo Chigi. A questo – scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - servirà l’ufficio di presidenza convocato oggi da Berlusconi, dopo essersi coperto le spalle con il faccia a faccia di ieri sera con Umberto Bossi. Un incontro a tratti teso, durante il quale il premier ha chiesto conto all’alleato di quei ‘rumors’ su una trattativa segreta imbastita dal Carroccio con le opposizioni sulla legge elettorale. ‘Umberto — ha scandito il Cavaliere — la riforma elettorale è una mossa studiata a tavolino per far saltare il governo e rompere la nostra alleanza. Ve ne rendete conto? Ma se pensate che a pagare ai ballottaggi possa essere soltanto io vi sbagliate di grosso. Non me ne starò certo zitto mentre preparate un ribaltone. Mi dovete dare garanzie ora’. La fragile tregua che faticosamente viene siglata alla fine del summit — con la decisione di accantonare la querelle sul trasferimento dei ministeri e la promessa di marciare uniti sulla riforma elettorale — servirà dunque ad arrivare almeno fino al voto senza ulteriori scossoni. Ma non allontana la prospettiva di uno show-down traumatico a urne chiuse. Il Cavaliere è determinato comunque ad andare avanti e stasera, a Porta a Porta, ripeterà come un mantra le tre parole d’ordine che saranno messe nero su bianco dal vertice del Pdl: riforma del fisco, piano per il Sud, riforma della giustizia. Nulla di nuovo, se non l’ennesimo annuncio di uno sblocco dei dieci miliardi di euro di fondi strutturali europei. Ma il contropiede deciso ieri nella riunione con Verdini, Bonaiuti, Cicchitto e Alfano, prima che arrivassero i leghisti, serve appunto a gettare preventivamente una rete di sicurezza per quello che potrebbe accadere da lunedì, quando Napoli e Milano potrebbero ritrovarsi con due sindaci di centrosinistra. ‘Proveranno a farmi fuori —ha spiegato Berlusconi — e noi dobbiamo anticiparli, dobbiamo togliere ogni valenza politica al voto. E dare una prospettiva di legislatura al governo’. Più facile a dirsi che a farsi. Sapendo, ad esempio, che il Terzo polo ha fatto capire di essere pronto a rientrare in maggioranza in caso di passo indietro del Cavaliere. Ieri sera, però, a palazzo Grazioli mancava il protagonista, il ministro che dovrebbe garantire l’attuazione della riforma fiscale e del piano di interventi per il Mezzogiorno. Nonché uno dei principali sospettati per guidare quel governo di unità nazionale che Berlusconi teme come la peste: Giulio Tremonti. Il quale ieri, annusata l’aria, ha detto chiaro e tondo quello che pensa: ‘Non condivido la frase ‘adesso che è finita la crisi si può fare... allargare i cordoni della borsa, reperire risorse, trovare soldi’. C’è un deficit di comprensione di quello che è successo e di quello che non può continuare a essere’. Dunque niente soldi. Anzi, la prospettiva è nera, con l’imminente arrivo di tagli per 40 miliardi di euro in tre anni, di cui una decina da trovare subito. Oltretutto Tremonti può farsi forte del pesante giudizio dato ieri dalla Corte dei conti. I magistrati contabili sostengono che per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito occorrerà un intervento ‘del 3 per cento all’anno, pari a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia’. Una mazzata ‘di dimensioni paragonabili a quella realizzata nella prima parte degli anni Novanta per l’ingresso nella moneta unica’. Per taluni ministri – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - la copertura politica di un governo di salvezza nazionale. È come se tutti i nodi venissero al pettine, le questioni lasciate in sospeso presentassero il conto tutte insieme a Berlusconi: il bilancio dello Stato, lo stato del Pdl, la sconfitta (possibile, probabile) alle amministrative, il rapporto con la Lega. Un ministro del Pdl non si fa illusioni sui margini di manovra rimasti al capo del governo: ‘Se lunedì perdiamo a Milano viene giù tutto. Berlusconi a quel punto può decidere da solo di fare un passo indietro subito e governare così la sua successione. Oppure, se insiste a far finta di niente, tempo tre mesi qualcuno si incaricherà di farlo fuori comunque ‘. Gli scricchiolii già si avvertono e, a dispetto delle rassicurazioni notturne e dei pugni affettuosi che Bossi gli assesta sul palmo della mano, è sul Carroccio che si appuntano tutti i sospetti. ‘I leghisti — confida il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa — ci stanno avvicinando discretamente per proporci la riforma elettorale. Al loro interno c’è dibattito su questo ed è chiaro che la proporzionale è il salvagente che gli consentirebbe di non affondare insieme a Berlusconi. Potrebbero presentarsi da soli alle elezioni e poi trattare con chi vince’. Anche nel Pdl si ragiona come se il dopo-Berlusconi fosse già iniziato. Ma il nome che potrebbe mettere tutte le correnti d’accordo, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - lasciando impregiudicata la scelta del candidato premier per il 2013, è uno soltanto: Gianni Letta”. (red)

8. Crescono incognite su voto e rapporto Lega-Cavaliere

Roma - “Il vertice di ieri sera fra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è apparso quasi riparatore: tanta era la distanza accumulatasi nelle ultime ore fra il presidente del Consiglio e il capo della Lega Nord. La ‘grande sorpresa’ che i due alleati avrebbero dovuto fare in vista del ballottaggio di domenica e lunedì a Milano è diventata un oggetto misterioso. ‘Non lo so, io non sono Roberto Calderoli’ l’ha liquidata Bossi scaricandone la responsabilità sul suo ministro. Ancora, il Carroccio ha offerto una sponda a Pd e Udc su una riforma elettorale in senso proporzionale che archivierebbe un’intera stagione. E ancora, si è spinto a definire ‘attraenti’ alcuni dei referendum dell’Idv di Antonio Di Pietro. Non si capisce bene se questi potenziali motivi di attrito siano messi in fila per trattare con Palazzo Chigi da posizioni di forza; o se anticipino una strategia destinata a prendere forma dopo un secondo turno amministrativo che potrebbe rivelarsi da incubo per il centrodestra. E rimane da vedere quanto l’elettorato apprezzerà gli scarti nei confronti di Berlusconi. La stessa proposta di trasferire alcuni ministeri al Nord è appesa alle versioni contrastanti che ne danno il premier e Bossi. Ma l’effetto di questi contrasti striscianti comincia a pesare in modo vistoso. Il sindaco uscente Letizia Moratti ammette di non sapere ancora quali leader nazionali la affiancheranno nel comizio finale. E ieri ha voluto precisare che ‘i cittadini milanesi non sono chiamati a un voto politico o nazionale’ . Bossi e Berlusconi continuano a dichiarare che vinceranno ai ballottaggi. Eppure Giuliano Pisapia sembra attraversare indenne le raffiche di accuse che gli arrivano dagli avversari. E le voci che arrivano da Napoli – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - accreditano un finale in bilico fra Gianni Lettieri del centrodestra e Luigi de Magistris dell’Idv. Insomma, rispetto al 16 maggio scorre un canovaccio totalmente diverso. Il presidente del Consiglio insiste elencando le ragioni per le quali Pisapia non sarà, o non dovrebbe essere, eletto. E addita de Magistris come candidato di una sinistra che ‘si propone come il nuovo ma è il vecchio’ . Ma l’Idv di Antonio Di Pietro e il Pd cominciano ad accarezzare la prospettiva di espugnare Milano e, forse, la stessa Napoli. D’altronde, le tensioni non sono soltanto fra Berlusconi e Bossi. Si riflettono sulla giunta della Lombardia e sui rapporti fra la Lega e un Pdl che ha problemi enormi al Sud e non può permettersi di assecondare le richieste ministeriali del Carroccio. Per quanto indefinito, spunta un futuro nel quale come minimo si indovina una trasformazione del Pdl, visto come un’esperienza superata; ma potrebbe anche arrivare una crisi di governo che rimetterebbe in discussione la leadership del centrodestra. L’unico ostacolo, non da poco, è Berlusconi: tuttora convinto di andare avanti ancora per due anni; e di realizzare le riforme che si è prefisso, senza bisogno di imbarcare l’Udc. E pazienza – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - se Pier Ferdinando Casini conferma di non volersi arruolare ‘in due eserciti in disfacimento’”. (red)

9. La guerra intorno al Cav.

Roma - “Cacciando Fini senza tanti complimenti e rigettando le regole intrinseche di una coalizione a più teste, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - Berlusconi si è indebolito. Anche l’imbecille politico, specie non rara, dovrebbe averlo capito. Una maggioranza parlamentare asfittica è peggio di una maggioranza che deve fare i conti con un controcanto fastidioso e talvolta un po’ vacuo. La tesi di questo giornale era che con Fini, nonostante la sua vacuità, si dovesse mediare a oltranza riorganizzando i termini del gioco di squadra. Quando Berlusconi vinse le elezioni avendo cacciato Casini, ci chiedemmo, per portarci un poco avanti col lavoro: e ora come farà il premier a governare i conflitti, come funzionerà Letta senza un gruppo democristiano nell’esecutivo, come riuscirà a districarsi tra Maroni e Tremonti? Carta canta, bastava leggere. E così purtroppo è andata: Palazzo Chigi ha perso il suo baricentro subito dopo essersi liberato di un giocatore spesso molto sleale, il democristiano dei piccoli, e delle sue trame. Il risultato è che, partito l’indecoroso assedio al nostro amico Berlusconi, lo spazio per rispondere con una grande politica, fondata sulle riforme e sulla crescita economica e sociale del paese, non c’era più o era impraticabile. E il Cav. si è visto ridotto alla sola veste di imputato combattivo e comprensibilmente rancoroso con i suoi persecutori, il che però non basta a bloccare e rigettare la crociata del gruppo Espresso-Repubblica che si è letteralmente mangiata la politica dell’opposizione di sinistra. L’attacco giudiziario era tanto più vile in quanto portato con argomenti di miserabile moralismo da gruppi che non hanno titolo morale per fare lezioni ad alcuno (come si è visto nella gestione loffia del caso Strauss-Kahn, trattato all’insegna della doppia verità), ma era politicamente insidioso. E la risposta non doveva essere il bunker, piuttosto l’esatto contrario. Per un certo tempo – prosegue IL FOGLIO - la Lega ha aiutato, con il suo fiuto politico, ora si è messa anch’essa nel bunker, ma non si sa che cosa farà per uscirne dopo le dure difficoltà elettorali al Nord. Intanto intorno a Berlusconi, che come sempre lancia il cuore oltre l’ostacolo, ma stavolta sembra lanciare con eccessivo sprezzo del pericolo anche il senso comune e il suo fiuto politico, sono cominciate le grandi e le piccole manovre di smarcamento e di posizionamento di gruppi e leader impressionati, per così dire, dalla durezza dei tempi. Tutto questo è fisiologico, i partiti vivono di aspettative di potere, e quando sono partiti veri questa attesa è fatta di idee, di identità, di programmi e di patriottismo. Dalla facilità con cui nella battaglia di Milano si misurano, ancora prima dei ballottaggi, linee spericolate che disconoscono il candidato della coalizione alla vigilia del voto e immettono nella contesa un radicalismo estraneo al carattere moderato dell’elettorato laico borghese e alle potenziali alleanze del centrodestra nella città cattolica di rito ambrosiano, si vede quanto sia aspra la guerra, non contro il nemico, - conclude IL FOGLIO - ma intorno a Berlusconi”. (red)

10. Due scenari per il dopo voto

Roma - “La politica – osserva Mario Sechi su IL TEMPO - ha una straordinaria capacità d’accelerazione e frenata. Venti giorni fa era impossibile immaginare un film come quello che stiamo vivendo. Il quadro politico è come una mappa di continenti che si muove provocando terremoti di varia intensità. L’esito dei due ballottaggi di Milano e Napoli avrà un impatto serio sul sistema dei partiti. Se il centrodestra dovesse perdere entrambi i confronti (è una possibilità) avremmo di fronte due scenari: 1. La maggioranza cede e si apre un periodo di caos in cui si farà strada un governo di transizione che conduce il Paese verso le elezioni nel 2012; 2. La maggioranza tiene, ma i rapporti di forza tra i partiti mutano e si apre la stagione delle trattative e alleanze variabili (e avariabili) per il futuro. Il primo scenario è da implosione improvvisa e presuppone un’alternativa più o meno percorribile fin da subito. Ma all’orizzonte una soluzione post-berlusconiana pronta all’uso non c’è. Il secondo scenario è quello sulla carta più probabile e, in questo senso vanno letti i contatti tra Lega e Pd per discutere di una nuova legge elettorale. In entrambi i casi il logoramento colpisce Berlusconi, il quale potrebbe anche tentare la via secca delle elezioni anticipate per evitare di sprofondare nelle sabbie mobili. In questo oceano di incertezze navigano già alcune caravelle che guardano al domani. Giulio Tremonti e Luca Cordero di Montezemolo hanno dato ieri l’assaggio di un confronto del futuro nell’area moderata. Ma presto vedremo altri bastimenti (e armatori) prendere il largo. Non c’è niente di cui stupirsi, - conclude Sechi su IL TEMPO - è la politica nella sua essenza, anche se in questo caso e meglio cambiare la prima vocale e parlare di assenza”. (red)

11. Vertice a Roma, Bossi rassicura il premier

Roma - “Il trasferimento dei ministeri? ‘Berlusconi si convincerà’. Tensioni tra Lega e Pdl? ‘Non c’è nessuno scontro’ . I ballottaggi? ‘Si vinceranno’ . La legge elettorale? ‘In ogni caso ne parleremo prima con Silvio Berlusconi’ . Umberto Bossi – scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - torna a Roma e mostra la sua faccia meno scura. Non usa toni da piromane, si dice persino disponibile a un pubblico evento con Letizia Moratti: ‘Se lei me lo chiede, sì...’ . Certo, non ha rinunciato alla ‘capitale reticolare’ con i dicasteri diffusi per la penisola, ma usa comunque i toni più soft del suo registro. Soltanto, lascia cadere una battuta sui referendum di giugno: ‘Ce ne sono alcuni di attraenti. Per esempio, quello sull’acqua...’ . A cui il governo è contrario. Così, in serata, gli scout di Lega e Pdl capiscono che ci sono i margini per perfezionare la strategia della distensione. E arriva il summit: Berlusconi e Bossi a Palazzo Grazioli. Mai, forse, un faccia a faccia tra i due alleati è stato più ‘mediatico’ . Nel senso che il preminente scopo dell’incontro, al di là dei molti contenuti di merito che possono essere stati affrontati nel colloquio, era quello di rassicurare i rispettivi partiti ed elettori: l’asse che ha retto l’Italia per otto degli ultimi dieci anni non sta naufragando. Allo scopo, l’incontro è stato aperto a una gran quantità di partecipanti e non soltanto all’abituale pattuglione leghista: i capigruppo del Pdl nei due rami del parlamento, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, il coordinatore pdl Denis Verdini. Il più interessato a un buon esito del summit – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - era forse Silvio Berlusconi: il premier sa bene che tutte le componenti del Pdl hanno già convocato allarmate riunioni per i prossimi giorni. Ma lo stesso Umberto Bossi si rende conto che anche nel suo fin qui ferrigno movimento stanno cominciando a sorgere perplessità e dubbi, in primo luogo proprio sull’alleanza con Berlusconi. E allora, la linea che trapela a fine incontro è quella più rasserenante: il governo c’è e subito dopo i ballottaggi ripartiranno riforme e stimoli all’economia. Quanto al trasferimento dei ministeri, ‘è congelato’ , spiegano dal Pdl. ‘Il che non significa che sia stato archiviato, ma soltanto rimandato’ , tengono a sottolineare nel Carroccio. Difficile dire se i due leader, al di là della necessità di fare quadrato in vista di ballottaggi al cui esito positivo credono sempre meno, abbiano affrontato i tanti nodi che arriveranno al pettine dopo il voto. Di certo il Pdl non gradisce le continue prese di distanza del Carroccio: dal lavorio su una modifica della legge elettorale (con l’aggravante dalle ipotesi di governi tecnici per prepararla) fino alla sortita sui referendum. Ieri Bossi infatti spiegava che la Lega una legge sull’acqua la voleva: ‘Ma si è messo in mezzo Fitto e nessuno l’ha fatta’ . Poi, però, - conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - il leader leghista ricorda che è il giorno dei sorrisi: ‘Ne riparleremo la settimana prossima, in questo momento meglio evitare qualsiasi polemica’”. (red)

12. La Lega fa sentire il fiato sul collo di Berlusconi

Roma - “Palazzo Chigi torna a essere il bunker – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - dove Silvio Berlusconi intende resistere anche in caso di sconfitta a Milano e a Napoli. ‘Zapatero ha perso Barcellona dopo 40 anni di amministrazione socialista e non si è dimesso. Perché dovrei farlo io che in Parlamento ho la maggioranza per fare le riforme?’. Il premier è un inguaribile ottimista, tuttavia sull’esito del ballottaggio a Milano non nutre grandi speranze di vittoria, mentre è convinto che a Napoli è ancora possibile farcela. ‘Non riesco a capire questo risultato del primo turno: quando vado in giro la gente mi osanna, mi bacia, mi abbraccia. Quelli che mi fischiano sono una piccolissima minoranza’. Le sue truppe però hanno l’umore sotto i tacchi. Ieri nel suo ufficio della Camera, dopo il voto di fiducia, la processione di ministri e deputati Pdl si è svolta in un’atmosfera di preoccupazione e di accerchiamento. Molti nel partito e nel governo sentono l’affanno del capo e il fiato sul collo della Lega. Al suo arrivo a Roma Bossi ha insistito sulla necessità di spostare i ministeri al Nord, si è smarcato sui referendum, ha voluto ancora una volta ricordare che lui nella missione in Libia non voleva entrarci. Ma il massimo della fibrillazione c’è stato quando i berlusconiani hanno avuto la conferma dall’Udc di contatti avviati proprio dal Carroccio per riformare la legge elettorale in senso proporzionale e per cancellare quel premio di maggioranza tanto caro al Pdl. Contatti anche con il Pd dove, anche quelli che hanno sempre tifato per il maggioritario, farebbero carte false pur di affossare il ‘Cinghialone Silvio’. Insomma clima da allarme rosso, di sospetti per quello che potrebbe Bossi all’indomani di una probabile sconfitta a Milano e forse a Napoli. ‘E’ chiaro - spiega un ministro ex Fi - che sono cominciate le manovre per sostituire Berlusconi con Tremonti con la scusa della crisi internazionale, la necessità di fare una manovra economica pesante, riscrivere le regole con una larga maggioranza. Ma il presidente non molla e si prepara a rispondere rilanciando con la riforma fiscale e il Sud’. La sensazione è che si tratti di armi spuntate. Oggi comunque l’ufficio di presidenza del Pdl servirà anche per tenere insieme un partito sempre più balcanizzato, con tante fazioni in lotta che il Cavaliere non riesce più a controllare. La richiesta di decentrare alcuni ministeri – prosegue La Mattina su LA STAMPA - ha messo in subbuglio i romani e il sindaco Alemanno ha chiesto che la proposta di Bossi sia archiviata ufficialmente dall’ufficio di presidenza. In effetti la cosa è già stata messa in stand-by dallo stesso Berlusconi e Bossi nel vertice di ieri sera a Palazzo Grazioli. I due leader della maggioranza avrebbero convenuto sulla necessità di accantonare la questione, con l’intenzione di studiare in un secondo momento modi e strumenti per valorizzare i territori. Dalle fonti berlusconiane vengono versati litri di camomilla, come la versione secondo cui all’incontro tra Berlusconi, Bossi e Calderoli si sarebbe registrato un pieno accordo sulla necessità di andare avanti con le riforme, a cominciare da quella fiscale. Parlano di totale sintonia sulla necessità di uno ‘sprint’ all’azione del governo nei prossimi due anni. Il punto è che ieri sera a Palazzo Grazioli era assente Tremonti, che di riforma fiscale come la vorrebbe il premier non vuol sentire parlare. Berlusconi vuole uno slancio anche per il partito che vorrebbe rivoluzionare, cambiandogli nome (non è stato ancora individuato il nuovo). Addirittura è disposto a ricorrere alle primarie, emulando il Pd, per scegliere chi dovrà guidare il centrodestra alle prossime politiche. Con la sicurezza di poter essere lui di nuovo a correre per la premiership. Fa di tutto per evitare il governo tecnico e il suo pensionamento. Ma nel Pdl – conclude La Mattina su LA STAMPA - hanno la certezza che Bossi ha il piatto già pronto: caro Silvio, guida tu la successione, altrimenti noi faremo il nostro gioco”. (red)

13. La bonaccia delle Antille

Roma - “La politica è in vacanza. Non i politici, però: loro lavorano fin troppo. O meglio – osserva Michele Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - urlano, sgomitano, s’accalcano in tv. Per forza: c’è in vista un’elezione. E allora giù con un diluvio di parole, promesse reboanti per gli amici, accuse infanganti per i nemici. Ma i fatti no: non si sa mai, gli elettori potrebbero distrarsi. Sicché in Parlamento è calata la grande bonaccia delle Antille, avrebbe detto Italo Calvino. Vanno in votazione solo i decreti legge, com’è successo ieri; altrimenti scadono, e dopo sono guai. Ma la riforma dello Stato? Non ve n’è traccia, al pari della soppressione delle Province, del bicameralismo prossimo venturo, del premierato, per non parlare poi della legge elettorale. E il nuovo articolo 41, che a giudizio del governo libererà da vincoli e laccioli la nostra economia? La Camera l’ha messo in calendario a giugno, sempre che la commissione abbia concluso i suoi lavori. Vatti a fidare, quando in Senato 22 disegni di legge attendono da mesi che la commissione Bilancio esprima il suo parere, mentre altri 7 sono orfani della relazione tecnica da parte della Ragioneria generale. Un caso per tutti: le norme contro la corruzione. Scritte e pure emendate, ma per 230 giorni chiuse a chiave nei cassetti della commissione, in attesa di responso. Evidentemente i politici italiani sono più pensosi di Diogene dentro la sua botte. E la giustizia? Un’emergenza a corrente alternata. Perché dopo gli annunci, i dibattiti, gli appelli, ha avuto il sopravvento questa lunga pausa elettorale. E dunque stop alla riforma costituzionale, stop alla legge sulle intercettazioni, al processo breve, alla prescrizione fulminante. Stop anche ai temi etici: la legge sull’omofobia è su un binario morto, quella sul testamento biologico va alle calende greche, grazie a un rinvio bipartisan benedetto sia a destra che a sinistra. Già che ci siamo, - prosegue Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - stop all’elezione del quindicesimo giudice che ormai da un mese manca alla Consulta. E la verifica sul governo reclamata da Napolitano? In pausa pure quella. Se ne parlerà dopo i ballottaggi, e sempre che la vigilia dei referendum non consigli un’altra pausa. Durante quella breve intermittenza, forse la Camera troverà anche il tempo di discutere la mozione Gnecchi sulla riforma pensionistica, in calendario a giugno. Però con calma, senza fretta. D’altronde quest’anno l’aula del Senato ha lavorato per 176 ore, quella di Montecitorio ha dedicato 143 ore appena all’attività legislativa. Ma nessuna democrazia al mondo può correre con un Parlamento zoppo. Le istituzioni rappresentative assolvono a una duplice funzione: riflettere e deliberare. Invece queste Camere immerse in una perenne campagna elettorale non sanno fare né l’uno né l’altro mestiere. Non riflettono l’energia che nonostante tutto accende i nostri giovani, i ceti produttivi, i lavoratori al servizio dello Stato. Non decidono più nulla, perché i politici italiani hanno ormai paura dei propri elettori. D’altronde si sa come vanno queste cose: tu scrivi una legge che parrebbe dettata da Minerva, poi c’è sempre qualcuno che spara a palle incatenate. Sarà anche vero, - conclude Ainis sul CORRIERE DELLA SERA - ma non è affatto una buona ragione per starsene inchiodati al palo”. (red)

14. Se i moderati sono questi

Roma - “Come è possibile essere al tempo stesso moderati e estremisti? Come ci si può adeguare a un modus, a una misura, a una regola e però essere anche smisurati, prevaricatori, esagerati? Non è – osserva Carlo Galli su LA RPUBBLICA - un interrogativo retorico, né un’ipotesi accademica. È la nostra esperienza quotidiana di cittadini mortificati — oltre che infastiditi — dalla campagna elettorale milanese della destra, dalla sua violenza che si accompagna alla sua banalità. Una prima risposta è che anche un moderato diventa estremista quando ne va della sua vita: la sindrome del cornered rat, del topo costretto all’angolo, è ben nota agli etologi — e anche agli storici, del resto — , che sanno quante disperate risorse, quanta aggressività supplementare, quanto cieco fanatismo, possano caratterizzare la lotta per la vita e per la morte (in questo caso politica, s’intende). Ora, questa spiegazione ha del vero: può infatti svilupparsi un ‘effetto domino’ dalla eventuale sconfitta di Berlusconi (la Moratti in tutto ciò è periferica), che come una valanga inarrestabile va dalla perdita di Milano alla perdita di Roma, cioè alla crisi di governo; e che di qui passa in una possibile sconfitta elettorale nel 2013, o anche prima; il che implicherebbe non solo un addio ai sogni di gloria quirinalizia, ma anche un rischio giudiziario imminente, nella sopravvenuta impossibilità di portare a termine il complesso dispositivo di leggi e riforme costituzionali che dovrebbero sancire la salvezza del premier e la debellatio della magistratura. Ma forse è una spiegazione che spiega fin troppo; infatti, non è detto che la gravissima ferita simbolica e politica che verrebbe a Berlusconi dalla vittoria di Pisapia debba produrre necessariamente tanta catastrofe: gli effetti negativi possono essere gestiti, le ferite possono essere cicatrizzate e trattate dalla chirurgia plastica. Il tempo c’è: due anni. Il prezzo della sconfitta di Milano potrebbe essere ‘solo’ un ulteriore deterioramento dell’immagine e del potere del premier, a tutto vantaggio della Lega — che però senza Berlusconi non ha grandi prospettive (e viceversa, naturalmente) — e di Tremonti (la vera variabile è infatti la ripresa economica e la tenuta dei conti pubblici). Ipotesi a cui Berlusconi ha già fatto il callo. È quindi probabile che alla spiegazione attraverso la categoria della ‘disperazione’ se ne debba aggiungere un’altra, non contingente ma strutturale. Che cioè Berlusconi, col nucleo duro del suo elettorato, non è moderato. E che le categorie con cui interpretare la sua politica, ma anche la politica in generale, non siano soltanto quelle che si dispongono lungo l’asse orizzontale moderazione-estremismo, ma che a esse se ne debbano aggiungere altre, verticali: le categorie di ‘superficiale’ e ‘radicale’ (o ‘profondo’), che si accompagnano a quelle di ‘miope’ e ‘lungimirante’. La destra nella sua versione italica contemporanea non è moderata: né nei toni né nella sostanza. Della propria dismisura, anzi, si fa vanto, con accenti neodannunziani o neo-autoritari (a seconda dei casi, e degli attori politici): la sua ostilità al concetto stesso di legge e di garanzia costituzionale ne è la prova. Ciò che la caratterizza veramente – prosegue Galli su LA RPUBBLICA - è la superficialità, lo scambiare gli effetti per le cause, il rifiuto della critica, sostituita dall’invettiva o dall’argomento ad personam (‘lei dice queste cose perché è di sinistra’), l’abbarbicarsi ai luoghi comuni rafforzati dalle grida scomposte. Questa superficialità si sposa benissimo, infatti, con l’estremismo, che la destra evidenzia con abbondanza: questo, da parte sua, altro non è se non la fuga (in avanti o all’indietro) dalla complessità concreta della realtà, e della politica che voglia essere qualcosa di più che pura cosmesi o inconcludente illusionismo. Davanti a questa complessità, che per essere compresa esige profondità e radicalità d’analisi, la destra superficiale e estremista scarta, accusando chi se ne fa portatore di essere un ‘comunista’. Ovvero, alle analisi che vanno alla radice, e che guardano lontano, preferisce la miopia. Preferisce cioè offrire (falsamente) ministeri a Milano — nella logica assistenziale e clientelare che a suo tempo spostava al Sud prefetture, carceri e caserme, per garantire qualche posto di lavoro — anziché progettare sviluppo di stile europeo; offre il timore irriflesso di neri, islamici e zingari anziché un’immagine di cosmopolitismo civile e creativo. E, contro ogni evidenza, tratta Pisapia da estremista — o da paravento degli estremisti — perché scambia ogni radicalismo, e ogni lungimiranza, per estremismo; perché non comprende — non avendo né l’una né l’altra qualità — come si possa essere ‘radicali’ e al contempo ‘moderati’; perché ignora che essere ‘moderati’ non significa essere egoisti, né indica solo la pratica del ‘giusto mezzo’ ma implica soprattutto pacatezza di modi, equilibrio di giudizio, misura intellettuale e politica, rispetto di sé e degli altri pur nella capacità di opporsi all’avversario politico. Ecco perché, infine, la destra di governo, oggi, non ha le qualità solide e severe della borghesia produttiva e del proletariato (non a caso sempre più vicini a Pisapia): perché è una destra plebea, guidata dai magnati populisti, per i propri interessi particolari, al prezzo della concessione al ‘popolo’ di qualche soddisfazione simbolica ai danni delle élites. Uno schema, già visto mille volte nella storia, - conclude Galli su LA RPUBBLICA - di cui potrebbe cominciare a Milano l’inizio della fine”. (red)

15. Quei narcisi autoconvocati

Roma - “Se fosse per la borghesia che vagheggia di togliere il tappo ‘all’unica possibile ‘glocal city’ a sud delle Alpi’, come scrive rapito Alberto Statera su Repubblica, e di mandare a casa ‘il blocco sociale conservatore’, - osserva IL FOGLIO - a Milano non ci sarebbero manco i pochi parcheggi che ci sono da un decennio, grazie al blocco conservatore, e che la borghesia tanto avversò; i grattacieli in costruzione non deturperebbero lo skyline caro alla bella gente del semicentro residenziale e l’Expo sarebbe un febbrile cantiere, ma a Smirne. Ci sarebbe ben poco di global, e anche di local, cui togliere il tappo. E’ perfettamente legittimo, per gli elettori, pensare che sarebbe meglio così. Ma da qui a credere che i beautiful people autoconvocatisi nel Comitato per il 51 (per cento, a Pisapia) di Piero Bassetti possano essere il ‘blocco sociale nuovo e propulsivo’ per rilanciare Milano verso le dimensioni mitiche dell’Eldorado che fu, se mai lo fu, ne corre. Piero Ostellino osserva scettico e si attiene rigorosamente alle parole di Marx: ‘I governi delle democrazie liberali altro non sono che ‘il comitato d’affari della borghesia’. Ora a Milano si oppongono due opposti e concretissimi interessi a governare la città. Due comitati’. La verità, per Ostellino, è che a Milano va in scena la ‘pessima rappresentazione di uno scontro tra blocchi di potere molto più ampio’, dal cui senso e dalla cui portata i cittadini sono esclusi. Invita a ridimensionare la mitologia del nuovo che avanza lo scrittore e giornalista economico Giancarlo Galli, che fatti e misfatti di quella borghesia milanese conosce bene: ‘Bassetti, la Giulia Maria Crespi, Marco Vitale… E’ la rivincita anagrafica, tolto Profumo – che però è accomunato al giro dei primi della classe dal fatto di essere un loser – di una borghesia che in quegli anni non è riuscita a realizzare il proprio progetto. E che adesso ha fiutato la possibilità di rientrare in scena, approfittando più che altro della debolezza di quell’altro blocco di potere, incarnato dall’odiata Moratti’. Per Galli quella borghesia ha abdicato da tempo a qualsiasi forza propulsiva, economica e ideologica: ‘La Crespi il suo Corriere, e sappiamo quale era, lo vendette e uscì di scena. Bassetti è un fanatico della programmazione, per Milano fece molto, ma quando tentò di sbarcare a Roma fallì. Vitale è un genietto della finanza, ma non è mai diventato Cuccia. C’è un certo tasso di megalomania, di astrattezza. Ora giocano alla seconda giovinezza, ma il problema è che non rappresentano nessun blocco sociale, né economico’. E’ un vecchio dibattito della storiografia milanese, - prosegue IL FOGLIO - se la borghesia a Milano sia finita nel 1963, con la nazionalizzazione della Edison. Poi si sono estinti i cognomi, nelle fortune, nei luoghi di formazione del consenso. Ma anche senza prenderla alla lontana, per Galli oggi i commercianti, i costruttori, la borghesia dei danée, restano parte di un blocco sociale diverso. Mentre quello del ‘Comitato 51’ finisce per saldarsi con la sinistra ex sessantottina, quella che subì la sua mutazione genetica negli anni di Tangentopoli. Per Galli ‘una borghesia che rifiuta la responsabilità, che delega, non riformista. Bassetti alla regione nel 1970, Formentini sindaco nel ’93, in fondo furono due voti separatisti, secessionisti, non nazionali’. Un giudizio analogo lo ha Dario Fertilio, scrittore e storica firma culturale del Corriere della Sera, che gli anni dell’egemonia della borghesia progressista li ricorda bene. ‘Non c’è oggi un blocco sociale’, dice: ‘C’è una borghesia intellettuale che da anni era minoritaria, frustrata, che ora ha intravisto nella debolezza dell’avversario la possibilità di prendersi una rivincita. Ma non vedo una novità culturale, in questo, è l’antiberlusconismo, o la crisi del berlusconismo, che mette insieme borghesia, centri sociali e l’elettorato genericamente di sinistra. E’ un generico conformismo di sinistra, politicamente corretto, che per anni era stato travolto e ora riemerge’. Ma è un blocco che può avere una forza operativa? ‘No, assolutamente. Ma è la storia di Milano: questa borghesia è stata da sempre egemone, attraverso la sinistra. Solo nel ’94 quell’egemonia è stata scompigliata da Berlusconi, - conclude IL FOGLIO - che si è imposto dando voce a un altro blocco sociale, le partite Iva, i ceti produttivi. Anche se la Moratti perdesse, è questo il blocco sociale vivo’”. (red)

16. Pdl all’attacco su multe Agcom. Rai, nomine rimandate

Roma - “Nessun pacchetto di nomine in consiglio di amministrazione Rai, che si riunisce oggi e domani. Il direttore generale Lorenza Lei – scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - sembra non aver ancora trovato l’intesa per condurre in porto una serie di significativi interventi. Fino a ieri mattina si parlava di Susanna Petruni al Tg2, Gianluigi Paragone a Raidue, Mauro Mazza alla Fiction prendendo il posto di Fabrizio Del Noce, spostato alla presidenza di Rai Cinema, Angelo Teodoli a Raiuno, Maria Pia Ammirati a Raitre e Paolo Ruffini vicedirettore generale, Piero Gaffuri alla nuova direzione Intrattenimento, Giuseppe Sangiovanni alla Produzione tv, Carlo Nardello capo del personale, Valerio Fiorespino alle Risorse tv. Ma è mancata una condivisione nel consiglio, e non solo tra maggioranza e opposizione: screzi anche nel centrodestra. Tutto rimandato. Ma probabilmente nemmeno alla prossima settimana, perché il centrosinistra insiste per esaminare e votare i palinsesti (il che significa avere garanzie sui contratti di Fazio-Saviano, della squadra di Santoro, di Floris per ‘Ballarò’ ). Intanto esplode la polemica sull’Agcom. Il centrodestra attacca l’autorità garante per le Telecomunicazioni presieduta da Corrado Calabrò, dopo le multe ai Tg Rai e Mediaset per la videointervista di Berlusconi di venerdì scorso. Per Fabrizio Cicchitto, Pdl, - aggiunge Conti sul CORRIERE DELLA SERA - ‘la decisione dell’Agcom è grottesca e faziosa. La par condicio da sempre viene applicata tenendo conto del complessivo dei minuti e non in una singola edizione dei tg. Multare tutti i telegiornali che hanno mandato in onda un’intervista al premier è segno di una caccia alle streghe indegna’ . E aggiunge: ‘Calabrò si sta assumendo delle gravissime responsabilità e sta venendo meno al ruolo del garante super partes’ . Secca replica di Calabrò: ‘Non dò valutazioni politiche neanche quando rispondo all’onorevole Cicchitto. Le nostre sono decisioni prese solo sulla base di principi giuridici’ . Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, attacca Cicchitto: ‘Affermazioni sconsiderate e lunari. Lascio il giudizio agli italiani’ . Il presidente della Rai Paolo Garimberti (in missione a Bruxelles, dove ha incontrato i vertici del Parlamento Europeo con il capo delle Relazioni internazionali Marco Simeon) parla delle multe al Tg1 (258mila euro) e al Tg2 (100mila): ‘Spiace che siano arrivate queste sanzioni perché il servizio pubblico dovrebbe essere capace di evitare multe di questo tipo, perché dovrebbe essere in grado di stare sopra le parti e dovrebbe dare le notizie con completezza e pluralismo’ . Alessio Butti, del Pdl, ha chiesto un’istruttoria Agcom sul Tg3 per l’intervista ad Antonio Di Pietro del 20 maggio. Quattro commissari (Antonio Martusciello, Stefano Mannoni, Roberto Napoli, Enzo Savarese) – conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA - hanno chiesto di aprirla con urgenza. Bianca Berlinguer, direttore del Tg3: ‘L’equilibrio e la par condicio sono state ampiamente rispettate, come del resto avviene nell’informazione del Tg3 ad ogni tornata elettorale’”. (red)

17. La doppia mossa di Moratti e Pisapia

Roma - “Doppia mossa. Giocano nuove carte, i due candidati sindaco di Milano. Lui – si legge sul CORRIERE DELLA SERA - dichiarando il suo sì al registro delle coppie di fatto (davanti ai cattolici delle Acli) e il voto agli immigrati per i consigli di zona, lei con l’informativa di giunta che consentirà ai milanesi di non pagare più Ecopass dal primo ottobre e ai residenti di parcheggiare sulle strisce blu senza pagare. In più il colpo a sorpresa: licenze taxi congelate fino al 2015, con l’ovvio beneplacito della categoria. ‘Era un impegno preso con gli addetti del settore’ , spiega il vicesindaco De Corato. ‘Servirebbe un servizio migliore con una diminuzione del traffico’ , dice però lo sfidante Pisapia. Confronto sui programmi. Ma a distanza. Dopo il faccia a faccia di Sky lui non ne vuole sapere di bis, ‘aspetto ancora le scuse e che mi dica i mandanti’ . Lei incalza lo sfidante: ‘Gli elettori hanno il diritto di conoscere le proposte. Pisapia sfugge al confronto’ . Resta il gelo tra i due e arriva l’annuncio: oggi Pisapia presenterà una denuncia-querela ‘per azioni dirette a screditare il candidato sindaco e a dissuadere gli elettori da una scelta che viene prospettata in maniera menzognera’ . Traduzione: ‘In questi giorni abbiamo ricevuto tante segnalazioni che riferiscono di finti operai intenti a fare sopralluoghi dichiarando di prendere le misure per la costruzione della ‘nuova moschea per Pisapia’. Oppure la presenza in molti mercati di giovani rom, o persone travestite da rom, che distribuiscono volantini spacciandosi per nostri sostenitori. O ancora la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici che ascoltano musica a tutto volume e che, alle proteste dei passeggeri, rispondono ‘noi siamo per Pisapia’‘ . Ipotesi di reato: diffamazione aggravata. Clima tesissimo, - continua sul sul CORRIERE DELLA SERA - nonostante l’intervista su Vanity Fair di Cinzia Sasso, nella quale la moglie di Pisapia rivela un insospettabile lato del marito: ‘Trova Berlusconi simpatico, anche se inadatto a governare’ . Il tema di giornata sono le coppie di fatto. Pisapia ne parla davanti alle Acli. ‘Nel mio programma c’è il registro delle unioni civili. Questa vuole essere il riconoscimento di una realtà che esiste’ . Applausi. Il sindaco in carica sfrutta invece le armi istituzionali. Convoca una riunione di giunta per ‘informare’ gli assessori della fine di Ecopass e della rivoluzione del sistema di sosta. Poi Letizia Moratti spinge sull’acceleratore della mini-sanatoria per le multe Ecopass. Il mandato è chiaro: i tecnici sono al lavoro per una soluzione che annulli i verbali del febbraio dell’anno scorso, quando sull’onda dell’emergenza smog si tolsero d’urgenza le deroghe ai veicoli commerciali. Ma il tema che continua a tener banco è il mancato confronto pubblico tra i due sfidanti. Letizia Moratti rilancia il guanto di sfida: ‘Pisapia si è appellato ad un codicillo dei regolamenti televisivi rifiutando di partecipare a una trasmissione Rai’ . Infine, - conclude il CORRIERE DELLA SERA - Roberto Formigoni. Che ospite in radio a ‘Un giorno da pecora’ , oltre a rivelare di essere pronto a un passo in avanti in caso di uno indietro di Berlusconi e a dichiararsi favorevole alle primarie del centrodestra, si distingue per un singolare appello elettorale: ‘I cittadini che considerano di essere nella padella con la Moratti non cadano nella brace di Pisapia’”. (red)

18. Bassetti e i plebei. Due punti per Letizia

Roma - “La sinistra mette in campo tutto, ma proprio tutto, per espugnare Milano. Dal baule della soffitta – osserva Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - ha estratto e rispolverato anche Piero Bassetti, il più vecchio tra i vecchi arnesi della politica. L’ex rampollo di una delle famose famiglie borghesi lombarde ebbe il suo momento di gloria quarant’ anni fa quando si insediò come primo presidente della Regione Lombardia. Un democristiano, e cattolico, di sinistra, snob e rancoroso per essere stato presto accantonato dalla politica che conta. Parcheggiato in Parlamento, tentò di rientrare nel giro candidandosi sindaco di Milano per la sinistra. Riuscì nell’impresa, difficile, di perdere contro il primo candidato leghista della storia, quel Marco Formentini che grazie a lui governò sotto la Madonnina per cinque anni. Più di recente si fece notare perché uscì dal letargo per scommettere sulla vittoria di Penati, candidato del Pd, al ballottaggio per la Provincia contro Guido Podestà. Ovviamente Penati perse, e anche per via di questo ora Pisapia scaramanticamente si tocca. Bassetti è tornato in pubblico lunedì sera grazie a un altro che da anni non ne azzecca una, Gad Lerner, che all’Infedele ha messo in scena una delle tante trasmissioni super partes che piacciono tanto alla sinistra, cioè un mega spot a Pisapia. Per Bassetti, chi vota Lega e Pdl fa un po’ schifo, sono dei rozzi plebei. Certo, noi non portiamo cognomi altisonanti, non abbiamo studiato in America, però a differenza sua non siamo dei falliti, sconfitti dalla storia, oltre che da Formentini. Bassetti è il prototipo del salotto milanese chic che si sta mobilitando contro Letizia Moratti, supportato dal Corriere della Sera e da una parte della curia. Quella che si indigna per le nostre critiche al cardinale Tettamanzi (come ha fatto ieri il quotidiano dei vescovi Avvenire) rivendicando la apoliticità della gerarchia ambrosiana. Peccato – prosegue Sallusti su IL GIORNALE - che questi severi censori non battano ciglio quando alti prelati fanno campagna elettorale esplicita per la sinistra, peccato non intervengano quando altri giornali sterzino, per la verità senza troppo alterarle, in chiave antiberlusconiana le parole del cardinale. Piuttosto alterato invece è il contenuto di una intervista che mi ha fatto Vanity Fair, altro giornale caro alla sinistra chic. Non mi sembra che ci possano essere dubbi su cosa penso del caso Milano. Per Letizia Moratti è una sfida difficile, ma può e deve farcela. E vero che partiva sfavorita e che al ballottaggio sarà dura, non per meriti di Pisapia ma per quell’anno di feroce campagna mediatico-giudiziaria che ha preparato non a caso l’appuntamento con le urne. Sono convinto che tenere alti i toni è stata una legittima difesa che ha aiutato il sindaco uscente a stare in corsa. Le liti dentro il Pdl certo non hanno aiutato, ma prendersela coni cosiddetti falchi (tra i quali hanno arruolato anche noi de il Giornale) è ingiusto. La linea l’ha data Berlusconi, uno che di solito l’azzecca. Chi tra gli elettori del centrodestra era scettico a riconfermare la fiducia nella Moratti almeno ha saputo chi è davvero Pisapia e a quali rischi va incontro non votando centrodestra. Tutto il resto – conclude Sallusti su IL GIORNALE - sono soltanto inutili pettegolezzi”. (red)

19. “Dirigista e poco mercato. Pisapia offre ricette vecchie”

Roma - Intervista al direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi sul CORRIERE DELLA SERA: “A pochi giorni dal ballottaggio meneghino per la poltrona di sindaco c’è un’ombra che più di altre preoccupa Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl): ‘Quella del Comune imprenditore’ . ‘Ci tengo a sottolineare che potrei dire la stessa cosa per il programma economico di Letizia Moratti ma, in ogni caso, ciò che colpisce anche per quello di Giuliano Pisapia è l’assenza di richiami, seppure vaghi, a una visione liberale dell’economia a Milano, in una città che è il centro economico del Paese’ . Il mercato è il grande assente ed è anche l’argomento che sta molto a cuore all’Ibl, visto che si tratta del principale think tank ultraliberista italiano. Parliamo di contenuti: quale punto la colpisce di più nel programma del candidato del centrosinistra? ‘Sostanzialmente se vogliamo metterla con uno slogan racchiude vent’anni di slogan della sinistra del dopo 1989. Ci sono tutti i luoghi comuni’ . Mi dia un elemento preciso. ‘Per esempio: siamo tutti favorevoli a una più ampia partecipazione delle donne nella governance. Ma mettere come primo punto la presenza di genere nei consigli di amministrazione delle municipalizzate mi sembra un luogo comune. È la cosa più rilevante? È questo il problema delle utilities?’ . Ne fa una questione di priorità? Andava bene ma in un’altra posizione? ‘Vede, sulle partecipate c’è un elenco di meravigliose invenzioni: limitare lo spoil system, avere un comportamento esemplare negli affidamenti’ . Sono in molti a richiedere queste riforme da ambedue gli schieramenti, no? ‘Sono buone intenzioni ma non vanno ad incidere sul nodo delle municipalizzate’ . Che cosa dovrebbero proporre? ‘Diciamo che comportarsi bene è importante ma bisognava contemplare la possibilità di privatizzarle’ . Torna al liberismo che è la vostra forma mentis. Il programma di Pisapia parla di socializzazione delle partecipazioni. Non sarà solo una contrapposizione di vedute? ‘Guardi, non solo valutazioni di carattere politico e per quello ho voluto fare la premessa sulla Moratti. Il punto è che il programma di Pisapia è orientato a chiedere al Comune una regia anziché l’ascolto del territorio e lo si vede anche nelle proposte’ . Un esempio? ‘Viene rilevato che bisogna tornare a produrre in città e che il Comune discriminerà i progetti anche su questo elemento. Dal punto di vista della gestione di una città come Milano la priorità non può essere il ritorno dello Stato nell’economia. Un po’ per la mancanza di fondi e un po’ perché siamo la città più proiettata verso l’Occidente’ . C’è un passaggio che condivide? ‘La disponibilità a disfarsi delle quote della Serravalle. È positiva. Anche se si collega a una seconda cosa che è molto negativa. Parte dei soldi per le dismissioni dovrebbero essere usati per costituire un fondo di venture capital pubblico con un vincolo territoriale. Dalla padella nella brace’ . Eppure il venture capital è un innovativo strumento di mercato. ‘Se mi chiede se il programma è stato scritto nel 2011 o nel 1920 le dico che è stato scritto nel 2011, ma solo perché cerca di declinare un certo armamentario ideologico in chiave moderna’ . Torniamo ai contenuti? ‘È anacronistico che ad ogni problema si risponda con un nuovo sportello comunale. Uno per il trasferimento tecnologico, uno per l’imprenditoria giovanile’ . Cosa si poteva fare? ‘Gli sportelli andrebbero ridotti grazie alla tecnologia. Oppure si potrebbe dire che non tutte le risposte possono essere date dal Comune’ . In questo caso non lo avrebbero accusato di fare filosofia? ‘E nell’altro no?’”. (red)

20. Tettamanzi: resisto agli attacchi. Cei dice sì a moschea

Roma - “‘Quando intervengo lo faccio come credente e da vescovo dico quel che dice il Vangelo, il testo più umano che ci sia, in cui tutto gioca a favore dell’apertura, del dialogo e dell’umanità. Le reazioni alle mie parole non turbano la mia missione’. Il cardinale Dionigi Tettamanzi – si legge su LA REPUBBLICA - è sereno mentre presenta in Vaticano le catechesi in vista dell’Incontro mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano nel giugno 2012. Ripete i concetti che gli sono costati un ennesimo, pesante attacco da parte del Giornale, contenuto in un editoriale firmato dal direttore Alessandro Sallusti. ‘Il messaggio che viene da Milano è un messaggio di speranza per il Paese e di rilancio per le tante cose belle e positive che le persone esprimono: anche io andrò a votare domenica sera o lunedì’, scandisce Tettamanzi, dopo aver incassato la solidarietà della Cei. Nell’editoriale di Avvenire il direttore Marco Tarquinio si dice ‘letteralmente senza fiato’ di fronte all’attacco pensato per ‘tirare la volata al sindaco uscente di centrodestra menando fendenti ingiusti e scriteriati contro l’arcivescovo di Milano’. Tarquinio definisce le accuse a Tettamanzi una ‘cantonata gigantesca dal punto di vista morale e sul piano politico’. Non è l’unico segnale positivo dal mondo cattolico raccolto ieri dal candidato sindaco del centrosinistra Giuliano Pisapia, che ha incontrato le Acli e altre associazioni raccogliendo più di un applauso: ‘Abbiamo gli stessi valori ‘, ha detto Pisapia. Che ha spiegato la sua proposta sul registro delle unioni di fatto: ‘Non deve far paura a nessuno, non significa mettere sullo stesso piano le unioni di fatto con la famiglia sancita dalla Costituzione. Non è una promozione, semplicemente il riconoscimento di una realtà che esiste’. Pisapia, in serata, ha anche annunciato la presentazione di un esposto in Procura contro ‘le azioni deliberatamente orchestrate dirette a screditare il candidato sindaco e il suo programma elettorale’, sulla base di numerose segnalazioni ricevute dai cittadini: finti operai che dichiarano di prendere le misure per la costruzione della ‘moschea di Pisapia’, rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso spacciandosi per sostenitori di Pisapia o che vagano con abiti e borse sporchi e maleodoranti e che sono immancabilmente equipaggiati con shopper arancioni con la scritta ‘x Pisapia’... Sul fronte opposto – continua su LA REPUBBLICA - Letizia Moratti, che ieri ha proseguito nella strategia delle passeggiate in città insieme al suo predecessore Gabriele Albertini, ha fatto approvare dalla giunta comunale una informativa sull’abolizione dell’Ecopass per i residenti e sul parcheggio gratuito dentro le strisce blu. Ma anche ieri sono rimasti centrali i temi dell’immigrazione e della moschea. ‘La maggior parte degli immigrati a Milano è di religione cattolica — ha commentato Tettamanzi — ma è in vista anche l’Expo: avremo tanti visitatori, alcuni saranno islamici. Non pensiamo che qualcuno di loro avrà voglia di pregare?’ Sul tema della moschea è uscito allo scoperto anche monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei: ‘La costruzione di una moschea risponde diritto fondamentale della libertà religiosa, che è poter disporre di un luogo di culto’. Ancora, Tettamanzi ha commentato lo slogan ‘Zingaropoli ‘ che campeggia sui manifesti elettorali di Lega e Pdl. ‘Mi sembra una boutade: quanti sono gli zingari davvero a Milano? Bisognerebbe contarli. E quanti sono i milanesi al cento per cento? La gente magari ha paura degli islamici, ma questa paura nasce dal fatto che non ci si conosce. Bisognerebbe agire non mossi dalla paura ma dalla razionalità’”. (red)

21. Formigoni: “Lasciamo fuori Chiesa. Primarie? Dopo Silvio”

Roma - Intervista al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni su LA REPUBBLICA: “‘L’attacco del Giornale a Tettamanzi? Riprovevole e impossibile da condividere. Tettamanzi non ha mai dato indicazioni politiche’. Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni dagli studi di RepubblicaTv difende l’arcivescovo di Milano dal ‘fuoco amico’ del quotidiano di Berlusconi che lo accusa di sostenere l’ascesa di Giuliano Pisapia. Anche lei è stato accusato di non aver sostenuto Letizia Moratti al primo turno. ‘Ma figuriamoci, non siamo certo ‘tafazzisti’. Il mio mondo ha sostenuto la Moratti. La Compagnia delle Opere ha dato indicazioni chiare su quali partiti incarnassero meglio i nostri valori. ReteItalia, che ho fondato e che raduna cristiani e non, ha indicato cinque candidati nelle liste del Pdl. Se la Moratti vincerà diventeranno consiglieri e magari assessori. Perché avremmo dovuto votare Pisapia? Ho fatto campagna elettorale, ma con toni più pacati’. A proposito, Pisapia presenterà un esposto alla procura di Milano per denunciare la campagna diffamatoria ai suoi danni. Cosa ne pensa? ‘E’ un grosso scivolone. Siamo nel cuore di una competizione elettorale, non è che si va davanti al giudice perché c’è una polemica politica. Quali sono questi atti contrari alla legge? Se Pisapia sostiene che abbiamo detto il falso, mi offendo’. Il voto dei milanesi al primo turno è la bocciatura dell’amministrazione Moratti? ‘Sono stati fatti alcuni errori, soprattutto di comunicazione. Ad esempio dovevamo essere più chiari nel far capire ai cittadini che i benefici dell’Expo arriveranno solo a ridosso dell’evento’. Cosa succederà se il centrodestra perderà Milano? ‘Faremo una riflessione per cambiare la nostra linea programmatica. Ma se qualcuno, come D’Alema, spera in un governo di transizione, rimarrà deluso. Il governo ha una salda maggioranza in parlamento. Si imporrà una accelerazione per fare riforme, per rilanciare l’economia e completare la riforma federalista. In due anni, il governo ha la possibilità di farle’. E dopo? Sarà lei il successore di Berlusconi? ‘Il Pdl in questo momento ha ancora bisogno di Berlusconi. Quando farà un passo indietro, o uno in avanti verso un altro incarico, il nostro partito deciderà il suo futuro. Quale metodo migliore se non chiedere al nostro popolo, con le primarie, il nome della nuova guida dei moderati? Io, se ci saranno, mi candido’. E crede davvero che, nonostante tutti gli scandali, Berlusconi possa diventare presidente della Repubblica? ‘Perché no? Se nel 2013 il centrodestra avrà la maggioranza del parlamento in seduta comune, Berlusconi è il candidato naturale’”. (red)

22. D’Amato sceglie l’ex pm: “Berlusconi mi ha deluso”

Roma - Intervista all’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato su LA REPUBBLICA: “‘Stiamo attraversando una terribile e rischiosa stagione di transizione. Siamo alla fine di un ciclo politico che era stato portato avanti e giocato tutto su una pretesa innovazione, un’antipolitica del fare. Ma non è andata così. Il ciclo berlusconiano è stato invece caratterizzato da una falsa contrapposizione alle vecchie logiche della prima Repubblica, di cui sta riproponendo le peggiori degenerazioni’’. Antonio D’Amato, 54 anni, il patron del gruppo Seda (12 stabilimenti in Europa, 2000 dipendenti, 500 milioni di fatturato), presidente di Confindustria dal 2000 al 2004, volta definitivamente le spalle al premier che pure, in passato, lo aveva corteggiato per il ruolo di ministro, governatore o sindaco di Napoli. Tempi lontanissimi. Nella capitale di un Mezzogiorno gravemente ferito dalla crisi, oggi, il Cavaliere del lavoro D’Amato si schiera, aspramente e sin dal primo tempo, contro il candidato del premier, Gianni Lettieri. Gira una battuta allo staff di de Magistris: ‘D’Amato, quando hai scoperto di essere un compagno?’. ‘Resto un convinto riformista liberale. Il paese vive una profonda crisi economica, politica e sociale e ha bisogno di riforme incisive, vere, autentiche. Per rilanciare la competitività, creare occupazione, svolgere un ruolo forte in un’Europa più unita. E a queste esigenze il governo non risponde. Il governo che vanta la più larga maggioranza parlamentare, la impiega per stare a rimorchio della Lega, senza fare nulla’. Lei, da presidente di Confindustria, fu acceso sostenitore del disegno berlusconiano. ‘Ma non ci sono più punti di contatto tra il come siamo partiti e il dove siamo finiti. Nel 2001 c’era una forte spinta che ha prodotto la riforma delle pensioni, quella del mercato del lavoro, l’avvio della riforma fiscale. Poi quella spinta si è prosciugata perché Berlusconi ha espulso, uno dopo l’altro, gli spiriti liberali e riformisti grazie ai quali quella proposta si innervava nel paese. Dal governo del fare siamo passati al governo del galleggiare. Prima era colpa di Follini, poi di Casini, poi è stata la volta di Fini, tutti fatti fuori, e adesso di chi è la colpa?’. Se questo è accaduto, è anche per responsabilità di una larga parte della classe imprenditoriale. ‘Difatti. Negli ultimi anni il Sud è sparito non solo dall’agenda del governo, ma anche da quella delle associazioni imprenditoriali e sindacali. Non solo siamo un Paese fermo. Si sta realizzando nei fatti la secessione dell’Italia nell’illusoria prospettiva che una Padania liberata dal peso del Sud possa fare di più in Europa. Ma è vero il contrario: solo un’Italia più unita e più forte può svolgere un vero ruolo in Europa e sul piano internazionale’. A Napoli, per il ballottaggio, lei è per de Magistris. Cosa avete in comune lei e l’ex pm? ‘La voglia di cambiamento, la difesa della legalità, per esempio. Sto con quelli che vogliono fare le riforme. Non credo alla cultura dei commissariamenti continui, degli interventi straordinari e alla politica dei miracoli. De Magistris ha espresso un progetto di buona ordinaria amministrazione, a partire dal quotidiano. E su questa base ha ottenuto un’investitura fortissima non solo dalla sinistra, ma dal centro e dalla destra, e da tantissimi giovani. Ho apprezzato che non abbia fatto alcun apparentamento, e che abbia manifestato l’intenzione di costruire una squadra di governo che sia la sintesi delle migliori energie della città. Io penso che in questa fase cruciale bisogna avere il coraggio di fare scelte poco convenzionali pur di rimettere in piedi Napoli’. Lei ha definito Lettieri ‘inadatto eticamente’. Lui ha risposto tirando in ballo un suo progetto familiare per la riqualificazione di Napoli est. ‘Non cado nella trappola, mi spiace. Non si può ridurre a mera contrapposizione personale la profonda distanza tra culture e modi di intendere il servizio allo Stato e alle istituzioni. E inoltre sono convinto che non sia possibile fare al tempo stesso impresa e politica’. Ammetta che de Magistris è un ripiego e che lei è un fan del Terzo polo. ‘Pasquino, il rettore candidato del Terzo polo, e de Magistris sono la vera novità di queste elezioni a Napoli. Sono gli unici ad essersi posti come gli interpreti di un nuovo modo di fare politica fuori dalle consorterie, in alternativa ai trasversalismi e agli intrecci consociativi’. In sintesi. Uno come lei volta pagina: perché? ‘Perché bisogna superare questo modo feudale di far politica, dove decide solo l’imperatore. E avviare una nuova fase che avrà protagonisti tutt’affatto diversi. Auspico che le nuove aggregazioni che stanno emergendo sappiano formare il loro progetto di governo intorno a tre valori fondamentali. Le riforme indispensabili a far ripartire il paese. La capacità di un forte rilancio della prospettiva europea. E l’attenzione autentica e costante per il Mezzogiorno’”. (red)

23. “Con i vincoli dell’Europa una manovra da 46 miliardi”

Roma - “Se è una svolta, o solo un episodio, si capirà tra poco. Nel 2010, però, - scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - la spesa pubblica italiana, per la prima volta, si è ridotta in termini assoluti rispetto all’anno precedente. E, secondo la Corte dei Conti, insistere sulla strada dei tagli è l’unica che può garantire all’Italia di mantenersi a galla, senza aumentare le tasse, che comunque visti gli impegni europei non potranno essere ridotte. Anche perché, senza contare la manovra da 35-40 miliardi di euro che servirà da qui al 2014 per portare il deficit vicino al pareggio, dal 2015 in avanti ci sarebbe bisogno di fare ogni anno una manovra da 46 miliardi di euro per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito pubblico. ‘La fine della recessione economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico, richiedendosi piuttosto sforzi anche maggiori di quelli finora accettati’ ha detto il procuratore generale della Corte dei Conti, Luigi Mazzillo, presentando il Rapporto 2011 sulla finanza pubblica, in Senato, davanti al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Che è parso concordare in pieno con l’analisi dei magistrati contabili, anche se ha evitato di esporsi sull’entità delle manovre necessarie per la correzione dei conti. ‘Il rigore di bilancio con il quale l’Italia ha affrontato questi tre anni di crisi non può essere allentato, ma è ancora nel nostro presente e sarà nel nostro futuro’ ha detto il ministro nel suo intervento. Nessuna parola sulla maxi manovra strutturale ipotizzata dalla Corte dei Conti, né sulle indiscrezioni che circolano ormai con insistenza sul decreto per l’aggiustamento dei conti da qui al 2014, con una correzione da 35-40 miliardi spalmata su tre anni (insieme al rifinanziamento di alcune spese non coperte del 2011). L’unica possibilità di alleggerire l’onere della finanza pubblica dopo il 2015, - prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA -sarebbe solo una crescita dell’economia molto più forte di quella prevista, ma secondo Tremonti non è un obiettivo realizzabile con la politica di bilancio. ‘C’è chi dice che bisogna allargare i cordoni della borsa, che bisogna reperire risorse per la crescita. Sono parole in cui si sente un deficit di valutazione di quello che è successo e che non può continuare ad essere ‘ ha detto il ministro, criticando le sollecitazioni che arrivano dall’opposizione e da alcuni settori della maggioranza. I fattori di crisi di questi tre anni, che secondo la Corte dei Conti hanno prodotto una perdita permanente di prodotto interno lordo pari a 140 miliardi di euro, che saliranno a 160 nel 2013, secondo il ministro, ‘sono ancora tutti lì’ . ‘Forse la crescita attuale dell’Italia non è sufficiente, ma senza la tenuta di bilancio non ci sarebbe stata nemmeno quella’ ha detto Tremonti. Che poi – conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA -ha criticato la rappresentazione del rapporto dell’Istat di lunedì scorso. ‘Leggo che un italiano su quattro sarebbe povero, ma francamente credo che questa rappresentazione sia discutibile’ ha detto il ministro, mentre il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, puntualizzava: ‘Sono rimasto sorpreso da quanto riportato dai giornali, che hanno utilizzato una riga della sintesi di 25 pagine del Rapporto. E hanno confuso i dati sulla povertà col rischio di povertà e il rischio di esclusione sociale’”. (red)

24. Sempre più ardua via tra rigore tremontiano e crescita

Roma - “Il rigore è cominciato – scrive IL FOGLIO - e per la prima volta l’anno scorso si è ridotta davvero la spesa pubblica. La crescita ancora non c’è, è ancora asfittica. Anzi, se continua così questa legislatura si chiuderà con una perdita di prodotto nazionale pari a 160 miliardi rispetto alle stime del 2008. Dopo l’Istat lunedì, anche la Corte dei Conti si lancia in scenari e prescrizioni. La magistratura contabile simula l’effetto delle nuove regole europee e rende ancor più pesante il risanamento finanziario. ‘Non sarà sufficiente limare al margine la spesa, ma bisognerà di nuovo ridefinire i confini e i meccanismi dell’intervento pubblico in economia’. Insomma, uno stato se non minimo, almeno leggero. Vasto programma che ha suscitato la replica di Giulio Tremonti, il quale finora – assieme a tutto il governo – proprio sul rispetto del rigore dei conti ha fondato ogni sua risposta agli attacchi delle opposizioni. Il ministro dell’Economia ha definito il rapporto ‘un genere letterario non da happy hour’, ha parlato di riforme ‘non istantanee, ma graduali’, per ‘camminare sulla via del progresso evitando gli eccessi degli agitati e le secche dei retrogradi’, ha detto citando Cavour. Ma ha messo in guardia chi lo tira per la giacchetta chiedendo più crescita: ‘Primum vivere’. Non solo: ‘Nel mondo le economie che crescono di più sono quelle non liberali’, una puntura di spillo ai mercatisti che non smettono di incrociare il fioretto. Ieri Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera ha suggerito una soluzione interna per sostituire Mario Draghi in Banca d’Italia, tagliando fuori il candidato del ministro (Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro). Tremonti ha riservato una stilettata anche a Diego Della Valle (‘il mio ideologo di riferimento’, ha ironizzato il ministro) che aveva definito i cittadini ‘azionisti del paese’: ‘Ai valori mobiliari preferisco quelli civili’, ha rimbeccato Tremonti. Il ministro s’è invece rallegrato nel leggere che le autorità cinesi nelle cui mani è circa il 13 per cento del debito italiano, giudicano ‘infondato’ l’outlook negativo assegnato da Standard & Poor’s. La Corte dei Conti ha riconosciuto che ‘per la prima volta le spese si sono ridotte, non solo in quota di prodotto lordo, ma in valore assoluto, segnando una flessione superiore di oltre 14 miliardi rispetto a quanto previsto dal governo’. Nel 2010 diminuisce sia la spesa primaria (al netto degli interessi sul debito) sia quella totale; sia la spesa corrente (pensioni, stipendi pubblici, enti locali) sia quella in conto capitale. Anche se l’aggiustamento pesa ancora in modo corposo su questa seconda componente, ‘sino a sottoporre per il 2010 tagli del 4 per cento alle spese correnti al netto degli interessi e oltre il 50 per cento per la spesa in conto capitale’. Ma siamo solo all’inizio. Perché per rispettare la nuova regola dell’Ue, i paesi con rapporto tra debito e pil superiore al 60 per cento dovranno ridurre lo scarto di un ventesimo l’anno. Per l’Italia significa tre punti di pil, circa 46 miliardi annui. La riforma in senso restrittivo di Maastricht – prosegue IL FOGLIO - non è stata ancora varata, lo sarà probabilmente al Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, ricordano al Foglio fonti del Tesoro. La Corte dei Conti sottolinea che si tratta di un’operazione massiccia, pari a quelle del 1992 e del 1997, questa volta, però, l’austerità dovrà continuare nel tempo. Infatti, dicono ambienti governativi, già a metà giugno il Consiglio dei ministri imposterà una manovra triennale di correzione dei conti pari al 2,3 per cento del pil fino al 2014. Il rapporto dà ragione a Tremonti sulla tassazione. Non c’è spazio per ridurre le imposte in nessuna delle tre simulazioni nelle quali i magistrati si sono avventurati (uno sviluppo di qui al 2015 dell’1,1 per cento, del 2,1 o superiore). Nel caso migliore (auspicabile, ma non realistico), ‘si aprirebbe uno spazio per la riduzione della pressione fiscale pari appena a 1,5 punti di pil; forse troppo poco per esercitare un effetto sensibile sul rilancio dell’economia’. Eppure, anche per vivere bisogna crescere, così si allevierà anche il peso del debito pubblico. La pressione sul governo arriva da tutte le parti: imprenditori e istituzioni, dalla Banca d’Italia all’Istat passando per la Corte dei Conti. Gli stimoli allo sviluppo non possono venire dal bilancio dello stato, né attraverso le uscite né con le entrate che l’anno scorso sono cresciute grazie alla lotta all’evasione, diventata ormai, sottolinea la Corte, la fonte principale per reperire nuove risorse: 63 miliardi. Le ‘ganasce’ fiscali sono strette e lo resteranno. Non resta che agire con maggior lena su riforme all’insegna di liberalizzazioni, deregolamentazioni, e magari privatizzazioni, - conclude IL FOGLIO - dirà domani la Confindustria riunita in assemblea”. (red)

25. Gelmini: “Con super-istituti tecnici 110 mila occupati”

Roma - Intervista di Flavia Amabile al ministro Mariastella Gelmini su LA STAMPA: “Quasi 60 super istituti tecnici, quattro semestri di studio per 1800/2000 ore circa e nessun professore in più da pagare. Cinquecentomila euro di dotazione iniziale ad ogni scuola per un totale di circa 29 milioni di euro di investimento, e nessun rischio che Tremonti si alzi una mattina e dica che soldi non ce ne sono più: è il piano messo a punto dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini per creare la manodopera specializzata che in Italia tutte le aziende cercano e nessuno riesce a trovare. Lei non si nasconde le difficoltà ma è convinta di farcela. Ministro Gelmini, era necessaria una nuova scuola post-diploma? ‘È il completamento dell’istruzione tecnica e professionale, un piano realizzato in continuità con il precedente governo, un altro tassello di una riforma che vuole dare pari dignità a istituti tecnici e licei. Ed è la risposta migliore al dato allarmante fornito dall’Unioncamere: 110 mila posti per lavoratori esperti in tecnologie non sono coperti. Esiste una domanda di lavoro che in questo momento il nostro Paese non è in grado di soddisfare, in questo modo speriamo di riuscirci senza avere un atteggiamento rassegnato nei confronti della disoccupazione’. La cifra investita è notevole, non si corre il rischio che finisca nei soliti tagli del ministro Tremonti? ‘Si tratta di risorse che il ministero ha a disposizione, non verranno toccate. Una parte arriverà anche dalle aziende’. I nuovi istituti tecnici partiranno dal prossimo settembre. Circa duemila ragazzi potranno iscriversi già quest’estate. È possibile far funzionare una struttura del genere in così poco tempo? ‘È già tutto in fase avanzata, ora si tratta di farlo conoscere, di parlarne. È una grande opportunità offerta ai giovani ma anche ad adulti che sentano la necessità di un aggiornamento. Potranno formarsi nelle aree tecnologiche del piano di intervento Industria 2015: efficienza energetica; mobilità sostenibile negli ambiti della logistica, del trasporto aereo, marittimo e ferroviario; nuove tecnologie per il made in Italy nei settori meccanica, moda, alimentare, casa e servizi alle imprese; beni, attività culturali e turismo; informazione e comunicazione. E potranno farlo grazie al coinvolgimento delle università, dei centri di ricerca, delle camere di commercio, delle imprese e di altre strutture in grado di creare le figure necessarie per mantenere alto il nome del made in Italy’. Come si potrà garantire che i professori abbiano già da settembre le competenze per insegnare queste materie? ‘I professori che arriveranno dalle scuole saranno solo una parte e a loro competerà la parte teorica dell’insegnamento. Gli altri arriveranno dalle università, dai centri di ricerca e soprattutto dalle aziende. Un terzo almeno delle ore di lezione si dovrà tenere nelle imprese con personale specializzato che avrà le competenze per insegnare le materie previste’. Chi deciderà programmi e quota delle lezioni da realizzare in azienda o negli istituti? ‘Gli Istituti Tecnici Superiori saranno Fondazioni e avranno l’autonomia necessaria per mettere a punto l’intera struttura. Il ministero definirà a livello centrale la figura professionale da formare e le competenze di cui dovrà essere in possesso lo studente all’uscita dal corso di studio. E realizzeremo un monitoraggio per essere certi che tutto vada come deve’. Si rischia di creare l’ennesima scuola per diplomati, una sorta di ritorno della laurea breve dopo averle cancellate. ‘Il rischio esiste, vogliamo evitare che si tratti dell’ennesima scuola. Faremo di tutto per mantenere la peculiarità di questi Istituti che devono impartire un’istruzione prevalentemente pratica. La difficoltà è di far cadere le diffidenze fra il mondo della scuola che accusa le imprese di voler trovare manodopera a buon mercato e le imprese che invece accusano le scuole di non essere in grado di preparare le persone di cui hanno bisogno. Se riusciremo a trovare un equilibrio fra questi due mondi così diversi avremo vinto la nostra sfida’”. (red)

26. 110 mila posti di lavoro ma nessuno li vuole

Roma - “Qualche lettore – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - mi ha rimproverato per l’articolo di ieri sull’impoverimento delle famiglie. A uno in particolare non è piaciuto il giudizio sui disoccupati, i quali a mio parere sono tali soprattutto perché non accettano un lavoro diverso da quello che si sono prefissati. ‘Lei non sa di cosa parla e non capisce il dramma delle persone che non hanno un posto’, mi ha ammonito. Ammetto: il periodo di disoccupazione più lungo che ho patito in vita mia è durato undici giorni. Dunque non ho un curriculum minimo per dare lezioni a chi l’impiego non c’è l’ha. Però anch’io come altri prima di strappare un contratto fisso ho dovuto sudare, accontentandomi di lavoretti o posti diversi da quelli ambìti. Per almeno tre anni sono stato quello che si dice un precario, poi alla fine ce l’ho fatta. Si dirà: altri tempi. All’epoca - oltre trent’anni fa - il mercato del lavoro tirava e bastava spedire una decina di lettere per essere richiesti. Mica vero: tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta le aziende licenziavano di brutto e non era facile sistemarsi. Ma lasciando perdere i fatti miei, che non sono certo rilevanti, non voglio sottrarmi al rimprovero e cerco di spiegarmi meglio di quanto abbia fatto ieri. Secondo l’Istat, per effetto della crisi economicanel2010 si sono persi oltre mezzo milione di posti: quasi tutti nell’industria. Per contro però se ne sono guadagnati quasi 200 mila in settori tipo l’edilizia, l’agricoltura, la sanità e il lavoro domestico. Il problema è che questi lavori sono stati occupati dagli stranieri. Non intendo negare le difficoltà del mercato, ma provate a immaginare se questi impieghi fossero stati accettati dagli italiani: non avremmo 200 mila disoccupati in meno? Si dirà che questi posti non sono qualificati e che per persone con titolo di studio sarebbe poco dignitoso accettarli. Ma è proprio questo il problema. Noi, intendo dire le generazioni dal dopoguerra in poi, siamo cresciuti convinti che una laurea fosse la chiave per ottenere l’elevazione sociale e che bastasse quella per non fare più il lavoro su cui si erano spaccati la schiena i nostri padri. Molti hanno pensato - e ancora pensano che il mercato del lavoro sia infinito e che ci sia o ci debba essere posto per tutti. Purtroppo non è così e nel futuro lo sarà sempre di meno, soprattutto se lo sviluppo dei Paesi fino ad oggi svantaggiati crescerà. Il lavoro migliore, quello meglio remunerato, quello ad alto valore aggiunto, si sposterà dall’Occidente verso l’Asia o verso il Sudamerica. La produzione emigrerà, perché là ci saranno i lavoratori più qualificati e più professionalizzati. Da noi rimarranno i servizi o i posti meno allettanti. L immaginabile che tutti possano trovare impiego nei servizi? Ovviamente no. E allora cosa resterà se non l’occupazione che un tempo veniva scartata perché giudicata non adatta al curriculum scolastico conseguito? Ahimé l’Italia – prosegue Belpietro su LIBERO - è vittima di un equivoco e cioè che il percorso scolastico sia una variabile indipendente dal mercato del lavoro. Anziché stabilire quanti ingegneri ci servono indirizzando i ragazzi verso questo corso, si lascia che l’iscrizione all’università sia affidata alla moda. Con il risultato che vi sono cicli in cui abbondiamo di medici e altri in cui i dottori in scienze politiche sono un esercito. La stessa cosa accade alle scuole superiori: tutti vogliono fare il liceo, perché pensano poi di diventar professore o giornalista. Pochi pensano alle scuole professionali per diventare perito industriale. Non sono fesso e so bene che sui giovani ha più presa l’idea di fare il dottore o il prof piuttosto che il tecnico di una macchina a controllo numerico. Così come è comprensibile che pochi italiani abbiano voglia di lavorare vicino ad un altoforno e infatti quasi tutti lasciano posto ai senegalesi. Ma chi regge le briglie del carrozzone che si chiama Stato ha il compito di instradare il Paese e i suoi cittadini nella direzione giusta e, talvolta, anche di dire cose spiacevoli. Anziché piangersi addosso, come hanno fatto alcuni giornali ieri, per gli oltre 2 milioni di giovani che non hanno un lavoro, non lo cercano e neppure si sottopongono a un corso di formazione professionale, c’è da chiedersi come mai questi giovani non hanno voglia di lavorare o di studiare. Altro che sfiducia nelle nuove generazioni: qui siamo di fronte a ragazzi viziati i quali non si rendono conto che il futuro rischia di essere peggiore di quanto viene loro offerto oggi. Mi ha molto colpito ieri l’intervento di Mariastella Gelmini nella sala conferenze della Camera. Presentando il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, il ministro ha rivelato che in Italia ogni anno c’è bisogno di circa 110 mila peri ti, male aziende non li trovano. Mi sono informato: il dato è stato elaborato da Unioncamere e direi che, fatta la tara alle statistiche, è affidabile. Mentre cioè ci si lamenta della disoccupazione, mentre i giovani si annoiano ma non pensano al loro futuro, mancano oltre centomila persone che facciano un lavoro professionale nelle medie e piccole industrie. Vi pare poco? Forse non sarà uno spazio nel mercato in grado di riassorbire tutti i disoccupati, ma di sicuro li ridurrà e aiuterà a far ripartire le imprese. Però, per occupare quei posti, bisogna capire una cosa. Ossia – conclude Belpietro su LIBERO - che il lavoro non è una scrivania o una cattedra, una poltrona in tv o una in un centro di design, ma è anche altro. Anzi: è soprattutto altro”. (red)

27. Sassaiole e barricate per fermare Tav. Fondi Ue a rischio

Roma - “La Maddalena di Chiomonte è l’imbuto. Dal pendìo che si affaccia sulla riva sinistra della Dora Riparia, altitudine tra i 500 e i 600 metri, passa il destino del buco grande. Così da queste parti – riporta Marco Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA - chiamano la linea ad alta velocità Torino-Lione, quella Tav che dovrebbe collegarci al celebre corridoio 5. Tra una trentina d’anni, se tutto va bene, e al riguardo non ci sono certezze. Il tunnel della Maddalena è tecnicamente una galleria esplorativa di 7,5 chilometri, che servirà a studiare l’assetto geologico della montagna e dovrebbe arrivare fino al punto d’incontro con il futuro tunnel di base della Tav. I condizionali sono d’obbligo. Perché la Maddalena è anche la prova che l’Europa ci chiede. L’Ue ha pazientato per quasi sei anni, ha accettato il congelamento dell’opera dopo gli scontri di Venaus, era il novembre 2005, e l’avvio del tavolo con le comunità locali. Poi ha fissato una scadenza, quella del 31 maggio 2011, martedì prossimo. Entro quella data dovrà essere aperto il cantiere di Chiomonte, altrimenti l'Italia potrà scordarsi i 671 milioni di finanziamenti comunitari. Quel foro rappresenta un esame di riparazione prima della bocciatura definitiva. C’era tempo per fare le cose in modo decente, ma il momento non era mai quello giusto. L'imperativo era di congelare tutto fino al voto per il sindaco di Torino, adesso incombe la tappa del Giro d’Italia, che i No Tav minacciano di bloccare, e domenica c’è il ballottaggio per Milano, Dio non voglia che eventuali scontri possano venire strumentalizzati, da una parte e dall’altra. Così, al solito, è toccato alla Polizia andare allo sbaraglio. Sondare il terreno, lassù in valle. Non è stato un trionfo. I No Tav, loro, si sono mossi, i tempi della politica e le questioni di opportunità non sono patemi d’animo che li possano riguardare. Erano preparati. Sono giorni che il loro tam-tam chiama a raccolta per quella che viene definita ‘la madre di tutte le battaglie’ . Intravedono lo spiraglio per gettare sabbia nel motore della Tav, già ansimante di suo, e bloccarlo del tutto. I sette ettari sui quali dovrebbe sorgere il cantiere sono delimitati dalle bandiere con le scritte rosse su sfondo bianco. Al centro del terreno i No Tav hanno avuto il tempo di costruire una casetta in muratura, dotata di cucina, bagni e posti letto. Ci sono due roulotte, un’altra piccola baita e una casa sull’albero, persino un pilone votivo in legno e roccia, con due pietre che arrivano dritte dal santuario di Medjugorie, in Polonia. Ma lunedì notte – prosegue Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA - gli operai della ditta valsusina che ha vinto l’appalto per il tunnel esplorativo non si sono neppure avvicinati a quell’area. C’erano duecento manifestanti che sul viadotto della Torino-Bardonecchia aspettavano la colonna dei camion che trasportavano il materiale necessario per costruire lo svincolo che collegherà il nuovo cantiere all’autostrada. L’invito a tornare indietro è stato perentorio. Le vie d’accesso erano bloccate con tronchi d’albero e traversine ferroviarie messe di traverso. Sull’autostrada è volato di tutto, contro operai e poliziotti. Ieri mattina sono state raccolte 700 pietre, per un peso totale superiore ai 120 chili. La marcia indietro è stata rapida e obbligata. Se ne riparla lunedì, e non sarà una passeggiata per nessuno, la ritirata notturna almeno è servita a chiarire i termini della contesa. Tutto come prima, allora. Come a Venaus, duemila giorni fa, quando gli scontri notturni furono così violenti da indurre lo Stato a una ritirata. Non è proprio così, in sei anni qualcosa è cambiato. Il progetto è stato modificato almeno cinque volte, fino alla versione low cost, e il tracciato è stato ridisegnato per evitare il passaggio in paesi ostili, fino alla decisione di fare la Torino-Lione per fasi, lasciando per ultima la bassa Val di Susa, il regno dei No Tav dove i lavori cominceranno nel 2023. Il movimento contro l’alta velocità non è più compatto come un tempo, come dimostra il sì all’opera del sindaco di Chiomonte, un’altra differenza rispetto al 2005, quando il primo cittadino di Venaus guidò la protesta. Ma il suo potere di veto rimane intatto, e la politica ha fatto di tutto per conservarlo. Anche oggi la condanna degli scontri copre l’intero arco istituzionale, a parte grillini e Rifondazione, ma ognuno ha qualcosa da rimproverarsi. Il centrodestra piemontese non ha mai manifestato grande entusiasmo per l’opera, mentre il Pd sconta il peccato originale del 2009, quando antepose le sue guerre intestine a ogni ragione, consentendo l’alleanza tra i suoi sindaci e i No Tav, che da allora controllano le sorti della Comunità montana. Tutti hanno i loro peccati, ma le pietre vengono scagliate dai No Tav. Gli unici ad aver capito da subito che la Maddalena di Chiomonte è l’imbuto. Se non parte il cantiere, diventa inutile chiedere i finanziamenti all’Europa. Da qui si deve passare, per forza. Loro lo sanno, e aspettano. Adesso – conclude Imarisio sul CORRIERE DELLA SERA - sono gli unici che se lo possono permettere”. (red)

28. Prestiti rimborsati, Fiat al 46% di Chrysler

Roma - “Obama nell’Independence day di Chrysler, - scrive Teodoro Chiarelli su LA STAMPA - il giorno in cui la casa di Detroit si è ‘liberata’ del fardello di 7,6 miliardi di dollari del prestito dei governi Usa e canadese. Una liberazione che avviene con sei anni di anticipo sulla tabella di marcia fissata nel 2009 quando la Chrysler sembrava condannata a fallire. Un’impresa che il presidente americano ha definito ieri ‘una pietra miliare’ e un segnale che l’industria dell’auto si sta riprendendo. Sergio Marchionne, che della scommessa Chrysler è stato l’ispiratore, il promotore e l’artefice, ieri ha voluto celebrare l’evento della firma, che contemporaneamente porta Fiat a detenere il 46 per cento della casa Usa, avvicinando così l’obiettivo di salire al 51 per cento entro l’anno, presso l’impianto di Sterling Heights. In una telefonata a Marchionne anche il vice di Obama, Joe Biden, si è congratulato per la restituzione del debito e per il ritorno ‘alla creazione di posti di lavoro’. Una scelta carica di significati: due anni fa lo stabilimento avrebbe dovuto chiudere, mentre oggi rappresenta l’emblema di una rinascita, con la produzione della berlina 200 protagonista dello spot da record con Eminem lanciato durante il Super Bowl. ‘Meno di due anni fa - ha detto l’amministratore delegato di Chrysler e di Fiat - ci siamo impegnati a rimborsare i contributi americani e canadesi e oggi manteniamo la promessa fatta’. Più in dettaglio Chrysler ha rimborsato 5,9 miliardi di dollari al dipartimento del Tesoro Usa e 1,7 miliardi di dollari alla Export Depelopment Canada, holding del governo canadese e di quello dell’Ontario. L’operazione di rifinanziamento consentirà alla Chrysler di risparmiare 350 milioni di dollari l’anno grazie ai più bassi tassi di interesse ottenuti con la nuova linea di credito che è stata negoziata con le banche. Ma i prestiti appena restituiti non hanno rappresentato per Chrysler solo una seconda possibilità, quella di dimostrare il proprio valore, come ha sottolineato Marchionne. È stata anche un atto di fiducia sull’alleanza italoamericana, sul fatto che Fiat e Chrysler potessero dar vita a qualcosa di migliore e duraturo. Una scommessa che ben pochi, due anni fa, - prosegue Chiarelli su LA STAMPA - sembravano disposti a sottoscrivere. ‘L’annuncio - ha detto Obama - consente a Chrysler di costruire sul proprio progresso e di continuare a crescere mentre l’economia si riprende. Sostenere il settore automobilistico ha reso necessarie decisioni difficili, ma non abbiamo abbandonato i lavoratori di Chrysler e le comunità che contano su questa iconica società. Avevo detto che se Chrysler e i suoi azionisti fossero riusciti a compiere passi difficili e necessari per diventare più competitivi, l’America li avrebbe sostenuti e l’ho fatto’. Secondo il presidente americano c’è ancora molto lavoro da fare, ‘ma iniziamo a vedere vendite più forti, l’aggiunta di ulteriori turni e segni di forza nell’industria automobilistica e nell’economia’. Di fronte al risultato ottenuto e a un attestato di stima come quello di Obama, la soddisfazione di Marchionne è più che comprensibile. Il manager italo-canadese col maglioncino nero esulta: ‘Yes we did it!’ (‘ci siamo riusciti ‘) e guarda già avanti. ‘Quello che conta adesso - ha scritto in una lettera indirizzata ‘alle persone della Fiat’ - è che possiamo imprimere un’accelerazione fondamentale al disegno di creare un costruttore di auto mondiale, determinato a posizionarsi tra i leader del settore. Ci troviamo alla vigilia di una svolta unica. Ci sono tutte le condizioni per accelerare e consolidare, nei prossimi mesi, il grande progetto di integrazione industriale tra le nostre due aziende’. Alla fine, - conclude Chiarelli su LA STAMPA - per descrivere lo stato dell’arte fra le due aziende, Marchionne ha usato una metafora pittorica. ‘Come sanno bene i pittori, tutti i quadri, anche i più grandi capolavori, all’inizio non erano che macchie di colore su una tavolozza. E dare vita a un’opera d’arte non è solo una questione tecnica, è molto di più: è una questione d’ispirazione, di passione e di visione’. Con un’avvertenza: ‘La maggior parte del colore è ancora da stendere e abbiamo un lavoro enorme davanti a noi’”. (red)

29. Malpensa, il flop dopo le promesse

Roma - “Il fuoco amico (o presunto tale) del centro-destra lombardo e nazionale – scrive Ettore Livini su LA REPUBBLICA - affonda un’altra volta Malpensa. ‘Grazie al nostro lavoro abbiamo superato l’addio di Alitalia’ aveva annunciato urbi et orbi un paio di mesi fa Letizia Moratti. Il sogno dell’hub? No problem– aveva vaticinato con rara preveggenza il 16 aprile scorso – ‘potrebbe farlo Lufthansa, il primo operatore del nostro aeroporto’. Detto fatto: due giorni fa la compagnia tedesca ha annunciato la fine dei suoi sogni di gloria su Milano. Niente hub, spostati altrove i nove aerei della base meneghina, cancellati più di un centinaio di voli alla settimana. L’ultimo “regalo” ai cieli del Nord del tris di dottori – Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni e Letizia Moratti – che dal 2008 si è seduto senza troppa fortuna al capezzale della Malpensa per salvarla, così garantivano, dalla cessione di Alitalia ad Air France. Di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata molta: il Cavaliere – sulle ali della campagna per salvare lo scalo bustocco – ha riconquistato Palazzo Chigi. L’ex compagnia di bandiera (in effetti) non è finita direttamente a Parigi ma è stata parcheggiata protempore nelle mani della cordata dei patrioti tricolori, con Air France in agguato come socio di minoranza. L’unico obiettivo fallito è quello cui Milano teneva di più: il rilancio della Malpensa. ‘Non ne permetteremo la desertificazione ‘, tuonava allora Formigoni. ‘La Lombardia è il motore dell’Italia, da qui si deve poter partire per ogni angolo del mondo’, garantiva Berlusconi. Peccato che tre anni dopo i numeri raccontino tutt’altra storia: lo scalo lombardo è un deserto dove nel 2010 sono passati 18,9 milioni di passeggeri, due in meno di quelli che transitavano dai suoi check-in dieci anni prima e il 25 per cento in meno del 2007. Di più: a Linate, dove Alitalia non ha cancellato un volo, hanno viaggiato l’anno scorso 8,2 milioni di persone, il 18 per cento in meno del 2007.Con buona pace della Lega che – malgrado gli interessi politici in zona – ha assistito senza batter ciglio all’eutanasia degli scali meneghini. Sacrificati, dicono le malelingue, sull’altare del federalismo fiscale. Ognuno dei tre cavalieri arrivati in soccorso di Malpensa ha dato il suo valido contributo al flop. La prima coltellata alle spalle l’ha tirata lo stesso premier vendendo Alitalia a Roberto Colaninno & C. La cordata italiana, appena messa la mano sulla cloche, si è comportata esattamente come lo spauracchio Air France: scegliendo Fiumicino come hub e tagliando anche l’ultimo cordone ombelicale con Malpensa. Non solo: il presidente del Consiglio, per convincere gli imprenditori tricolori ad aprire i cordoni della borsa, ha sospeso per tre anni i poteri antitrust su Alitalia. Risultato: a Linate – in particolare sul Milano-Roma – l’ex compagnia di bandiera opera in sostanziale monopolio, malgrado sul tavolo della Sea ci siano richieste per operare 54mila slot da parte di tutti i colossi mondiali. La stessa Lufthansa – prosegue Livini su LA REPUBBLICA - aveva fatto domanda (respinta, va da sé) per volare tra il Duomo e la capitale, minacciando azioni legali. E secondo fonti vicine al vettore tedesco, gli investimenti su Milano, hub compreso, non sarebbero saltati se fosse stato aperto al vettore di Francoforte il city-airport milanese, il cui guai sono legati a filo doppio all’ombrello salva-Alitalia. Non è comunque l’unica occasione persa. L’esecutivo, negli ultimi tre anni, ha messo in più occasioni i bastoni tra le ruote a Malpensa. Certo, il ministero degli esteri ha rinegoziato alcuni accordi bilaterali. Ma è l’unico squarcio di sereno. Sul tavolo di Giulio Tremonti (che ne pensa la Lega?) è fermo da tempo il decreto per l’aumento delle tas-se aeroportuali necessario a finanziare gli investimenti per rilanciare lo scalo. Singapore Airlines ha chiesto da mesi al dicastero dei trasporti l’autorizzazione a collegare direttamente Milano con New York. Ma la domanda sonnecchia sotto un dito di polvere perché nessuno se la sente di aggiungere un altro concorrente sulle rotte transatlantiche a un’Alitalia che fatica a decollare. E Malpensa paga. Qualche peccatuccio (non da poco) l’hanno pure Formigoni e Moratti. La Regione ha latitato per anni – salvo un timido colpo di reni di recente – sul fronte dei collegamenti tra Milano e il suo maggior aeroporto. Tanto che la stessa Lufthansa, un po’ esasperata, ha sottoscritto un accordo con un operatore di pullman privati per trasportare i passeggeri allo scalo prima di gettare la spugna. Il sindaco invece – impegnato a svendere i gioielli di famiglia di Palazzo Marino per tappare i buchi del bilancio cittadino e pagare le sue promesse elettorali – sembra aver scambiato Malpensa per un bancomat. I conti della società di gestione, grazie al gran lavoro di taglio dei costi del management guidato da Giuseppe Bonomi, sono in utile. E così, approfittando della quotazione della Sea prevista il prossimo autunno, Moratti ha deciso di spremerne un altro po’ le casse, staccandosi un dividendo straordinario di 110 milioni di euro. Soldi che con questi chiari di luna (e con sul tavolo della Sea un piano di investimenti da 1,4 miliardi) avrebbero fatto molto comodo alla società di gestione degli aeroporti meneghini. Lo schiaffo di Lufthansa, ma c’era da immaginarselo, non ha cambiato i progetti del Comune. Pecunia non olet:’L’operazione resta in piedi allo stesso prezzo’, garantisce l’assessore al bilancio Giacomo Beretta. Malpensa può attendere. Le elezioni incombono – conclude Livini su LA REPUBBLICA - e con lo spettro di Giuliano Pisapia sulla soglia di Palazzo Marino bisogna trovare i soldi per condonare le multe ai milanesi”. (red)

30. “Caparra per casa Scajola”. I regali della lista Anemone

Roma - “Ha pagato case, bollette di luce e gas, vacanze, persino le contravvenzioni. Ha saldato i conti dei fornitori, comprato auto, divani, tendaggi, ristrutturato interi appartamenti. Tutto – scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - per soddisfare i potenti e così diventare il loro interlocutore privilegiato quando si trattava di assegnare gli appalti pubblici. La procura di Perugia scova l’archivio contabile del costruttore Diego Anemone nel computer della sua segretaria Alida Lucci. E ricostruisce l’elenco dei suoi versamenti segreti. Si scopre così che fin dal 2001 il giovane imprenditore aveva rapporti economici con l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola, preoccupandosi di retribuire con un milione di lire il suo autista. E quattro anni dopo non si occupò soltanto di stanziare 900mila euro per l’appartamento vista Colosseo di via del Fagutale a Roma: nonostante l’interessato abbia sempre negato, i documenti dimostrano come Anemone abbia messo a disposizione pure i 200 mila euro per la caparra. Soldi e bonifici anche per l’ex ministro Pietro Lunardi, auto di lusso per il cerimoniere di Sua Santità monsignor Francesco Camaldo, denaro sui conti del cardinal Sepe. E una fattura da 30.000 euro in favore di Olivia Bertolaso, la figlia dell’ex capo della Protezione Civile. Una girandola di movimentazioni finanziarie che tra il 2001 e il 2009 ha legato Anemone a politici, funzionari, pubblici, alti prelati disponibili a favorirlo negli affari conclusi per i ‘Grandi Eventi’ . Con un’attenzione particolare per la famiglia di Angelo Balducci che veniva mantenuta in ogni spesa, anche minima: basti pensare che, oltre alle case, agli arredi e alle macchine di moglie e figli del Provveditore, Anemone badava alle utenze, all’Ici e persino alle pendenze con Equitalia. Disponibile per tutti, se si pensa che tra le ‘uscite’ è registrato addirittura un ‘frullatore per ministro’ , secondo gli inquirenti destinato proprio a Scajola. Nei libri contabili c’è un elenco sterminato di persone e società che dovrà essere adesso esaminato dai magistrati romani ai quali i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno trasmesso le carte processuali con l’esplicita richiesta di valutare eventuali episodi di riciclaggio. Le case dei ministri ‘Spese autista Scajola’ è la ‘voce’ registrata il 31 ottobre 2001. Poca cosa, appena un milione di lire, ma serve a dimostrare quanto antico fosse il rapporto tra i due visto che risale al periodo dell’arrivo al Viminale del politico di Forza Italia. Tanto che tre anni dopo, quando si tratta di scegliere l’appartamento, Anemone è a disposizione. Finora si sapeva del versamento di 900mila euro consegnato attraverso l’architetto Zampolini alle proprietarie al momento del rogito. Nella nuova lista c’è ben altro. ‘Compromesso (200) ± agenzia (30) Scaj’ registra la segretaria il 19 maggio del 2004, due mesi prima che si perfezioni l’acquisto. E una settimana dopo si occupa addirittura di versare 83,20 euro per ‘terra per seg Scaj’ . Un altro versamento da chiarire – prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - avviene il 21 ottobre dello stesso anno. Sui libri contabili è annotato ‘c/c via del Fagutale rimb. a Maria Corse 168mila euro’ e ora si dovrà capire chi sia questa signora e a che titolo abbia avuto i soldi. Nuovi accertamenti riguarderanno i rapporti tra Anemone e l’ex ministro dei Trasporti Pietro Lunardi che nel giugno 2004 -grazie alla mediazione di Balducci -acquistò da Propaganda Fide un palazzetto in via dei Prefetti, al centro di Roma, per tre milioni di euro a fronte di un valore stimato dall’accusa che superava i nove milioni di euro. Il reato ipotizzato nei suoi confronti è la corruzione, anche se la Camera ha finora negato l’autorizzazione a procedere. Di quello stabile l’imprenditore si occupava sin dal 2003 pagando le bollette della luce e del gas, la tassa sui rifiuti, la manutenzione. Un’abitudine mantenuta anche dopo il passaggio di proprietà. Non solo. Sui libri contabili sono annotati i versamenti a una tale Martina che gli inquirenti individuano nella figlia del ministro. In realtà si tratta di quelle che apparentemente appaiono due operazioni di ‘giroconto’ il 28 ottobre 2004 rispettivamente da 80.350 euro e da 50.251 euro. Ben più consistente è il versamento del 2 gennaio 2006 quando viene trascritto: ‘Martina x via pref. 250.000 euro’ . Le spese di Bertolaso Sinora le contestazioni dei pm — che per lui come per Balducci, Anemone e gli altri componenti della ‘cricca’ hanno sollecitato il rinvio a giudizio— riguardavano l’uso dell’appartamento di via Giulia, l’incontro con una prostituta al circolo Salaria Sport Village e il versamento di 50mila euro in contanti. Ma a scorrere le spese sostenute dall’imprenditore si scopre che Guido Bertolaso avrebbe ricevuto anche altro. Sarà lui a dover chiarire a che cosa si riferisca la ‘voce’ del 27 settembre 2006 ‘a Diego x ft. Olivia Bertolaso emessa odd’ visto che sembra riguardare sua figlia. E poi spiegare l’elenco delle spese per le utenze della casa al centro di Roma che gli fu messa a disposizione da gennaio 2003 ad aprile 2007, ma anche quell’annotazione del 23 marzo 2005 ‘Alida-Marilleva (G. Bert) 20mila’ che gli inquirenti sospettano si riferisca a una vacanza in montagna. Come già era emerso esaminando la lista delle ristrutturazioni, Anemone si occupava della manutenzione di molti enti e istituzioni e dunque a questo dovrebbero riferirsi i versamenti relativi a Quirinale e Palazzo Chigi che compaiono più volte nei libri contabili, ma la conferma potrà arrivare soltanto al termine delle nuove verifiche disposte in vista dell’udienza preliminare che si svolgerà il 15 giugno. I soldi ai prelati Era stato l’autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi a raccontare di aver portato più volte Anemone agli appuntamenti con monsignor Camaldo. E scorrendo le ‘uscite’ emerge come il 12 luglio 2007 il costruttore abbia versato 3.250 euro per le spese del fuoristrada del cerimoniere del Papa, presumibilmente l’assicurazione. Denaro anche per monsignor Francesco Di Muzio che è stato capo ufficio di Propaganda Fide. Per una sua benedizione il 19 maggio 2004 l’imprenditore ha pagato ben 5mila euro. E poi ha continuato a occuparsi di lui: nel 2008 oltre 600 euro sono stati spesi in profumeria. Il 12 novembre 2004 c’è una voce ‘C. Sepe 5.000 euro’ che secondo i magistrati si riferisce al cardinal Crescenzio Sepe che all’epoca guidava Propaganda Fide ed è indagato per corruzione insieme all’ex ministro Lunardi. In cambio della cessione del palazzo di via dei Prefetti – conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA - avrebbe infatti ottenuto la ristrutturazione della sede della Congregazione attraverso i finanziamenti della Arcus per un esborso complessivo di 10 milioni di euro”. (red)

31. “Parte da Bengasi la riconquista del Mediterraneo”

Roma - Intervista di Marco Zatterin all’Alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton su LA STAMPA: “L’obiettivo non è cambiato, Gheddafi se ne deve andare e la violenza in Libia deve finire. Tuttavia c’è qualcosa di nuovo, a Bengasi e oltre: la gente parla già del futuro, pensa e fa piani; nessuno vuole che alla caduta del rais si crei un pericoloso vuoto politico’. Catherine Ashton è appena tornata dalla Cirenaica dove ha aperto il primo ufficio a dodici stelle, in tempo per farsi criticare dal drappello di governi che contesta il suo Servizio Esterno e varare, oggi col collega per l’Allargamento Stefan Füle, la revisionata strategia per il vicinato dell’Ue, 27 miliardi di fondi in tre anni, la metà dei quali indirizzati ai Paesi Mediterranei del Sud. ‘Si attendono molto dall’Europa - assicura la baronessa inglese -. Non possiamo tradirli’. La novità è che il sostegno ai vicini diviene più ricco e condizionato, secondo il principio ‘More for more’, più soldi per chi fa di più. ‘Le risorse vanno spese bene - ha detto la Signora Ashton parlando con alcuni europei -, sono denari dei contribuenti e devono finire laddove a cui sono destinati’. In passato non sempre è successo. ‘Io la chiamo “responsabilità reciproca” - insiste il capo della diplomazia europea e vicepresidente della Commissione -. Noi dobbiamo rispondere a loro, loro a noi’. È il tanto sventagliato nuovo piano Marshall? ‘Esito a usare questa definizione. Quando il generale George Marshall chiese 13 miliardi al Congresso nel 1947, cercava i mezzi per ricostruire una Europa devastata dalla guerra. La nostra proposta ha solo qualche similitudine, soprattutto i prestiti e l’esigenza d’un piano onnicomprensivo e coordinato. Non c’è l’elemento della distruzione bellica ed è una iniziativa europea a cui se ne aggiungeranno altre’. Dite ‘More for more’. Tuttavia in molte capitali si inneggia al ‘più per meno’, con riferimento agli immigrati. ‘Gli egiziani che ho incontrato, come i tunisini e libici, sono orgogliosi di ciò che sono e non mi pare che in molti pensino a prendere una barca e venire da noi. Chi è costretto alla fuga sa di perdere qualcosa. La gente con cui ho parlato vuole essere aiutata a ricostruire il proprio Paese per restare dov’è’. Che possiamo fare? ‘Dobbiamo approfondire le prospettive di mobilità nei due sensi. Si tratta di favorire la formazione per costruire i lavoratori di domani. Poi sviluppare le professionalità di cui abbiamo bisogno noi. Il fine del piano deve essere chiaro, per i vicini del Sud dell’Est: è una maggiore integrazione con la Ue’. Rafforzare i legami commerciali? Gli stati sono d’accordo? ‘I tempi economici sono duri e le opzioni sono solo due. O abbiamo partner economici che crescono e consumano creando le premesse per una maggiore stabilità complessiva. Oppure non apriamo i mercati e poniamo le basi perché si avveri lo scenario opposto. È evidente cosa ci conviene’. Va bene. Però in Libia c’è la guerra. ‘Vero. Tuttavia a Bengasi ho visto prender forma una nuova società civile. Sono nati 55 giornali in tre mesi, si fondano associazioni umanitarie e politiche. C’erano persone venute da Tripoli e Misurata, tutta gente che ha interessi comuni e non era mai stata nella stessa stanza. C’è chi tenta di scrivere il prossimo capitolo. Vogliono il voto, ma come parte di un processo più grande’. E la Siria nel caos? ‘Ci sono state le prime sanzioni, poi le altre. Cerchiamo un dialogo sul territorio. Occorre trovare una via per convincere il governo a fermare la violenza. Il lavoro è in corso’. L’hanno contestata in molti, lunedì in Consiglio. ‘E’ stato un buon dibattito. Ho chiesto ai ministri di esser aperti e lo sono stati. Il Servizio è attivo da cinque mesi in uno scenarioricco di conflitti e, tutto sommato, è in buona forma. Certo sono delle nuove sfide e delle risorse che servono. Se inauguri un ufficio a Bengasi devi poterlo tenere aperto’. Però perché l’Ue ha tre uomini a Kabul e sette alle Bahamas? ‘Chi l’ha detto è stato inopportuno. Ci sono luoghi che sembrano esotici se ci vai in vacanza, ma che i realtà nascondono una terribile povertà rurale. Succede a Bahamas, come a Mauritius. Lì i nostri non sono ambasciatori, bensì esperti sociali che svolgono un lavoro importante. Mi sembra che questo faccia la differenza’”. (red)

32. Netanyahu: “No confini del ’67, ma compromessi dolorosi”

Roma - “Era atteso come il discorso ‘della sua vita’ – scrive Fabio Scuto su LA REPUBBLICA - quello che ieri mattina il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha pronunciato davanti al Congresso americano. Interrotto per 30 volte dagli applausi dei parlamentari americani — e in verità anche da qualche contestazione — Netanyahu si è detto a favore dei ‘due Stati’ e pronto a ‘dolorosi’ compromessi per raggiungere una ‘storica pace con i palestinesi’, ma ha fissato delle condizioni che non saranno facili da accettare per il presidente Abu Mazen. Il premier israeliano ha addossato la responsabilità del fallimento dei negoziati ai palestinesi, non disposti a riconoscere lo Stato ebraico, il conflitto ‘non è mai stato sulla creazione di uno Stato palestinese’ quanto piuttosto ‘sull’esistenza dello Stato ebraico’. Netanyahu, ha parzialmente respinto le proposte avanzate da Obama per una ripresa dei negoziati in Medio Oriente, sostenendo che Israele non tornerà mai ai confini del 1967, né è disposto a dividere la città di Gerusalemme che ‘è e resterà per sempre la capitale di Israele’. Si è detto pronto a ‘dolorosi’ compromessi per raggiungere la storica pace con i palestinesi, ‘saremo generosi sulle dimensioni del futuro stato palestinese ‘, ma è impossibile tornare ‘ai confini indifendibili del 1967’, perché — ha spiegato — ‘dobbiamo tenere conto dei cambiamenti demografici e economici della regione’. ‘La nostra presenza in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr) è una presenza sulla terra dei nostri padri — ha detto il premier — non è come quando la Gran Bretagna controllava l’India o il Belgio occupava il Congo. Lo stato degli insediamenti verrà deciso solo nei negoziati, ma dobbiamo anche essere onesti. Così oggi dico qualcosa che dovrebbe essere detta pubblicamente, da tutti quelli che vogliono seriamente la pace. In qualsiasi accordo di pace che metta fine al conflitto, parte degli insediamenti sarà al di là dei confini di Israele’, ha proseguito il primo ministro che non ha mai fatto riferimento — come invece aveva fatto Obama giovedì scorso — a uno scambio compensativo di territori fra Israele e palestinesi. Il rifiuto israeliano di estendere la moratoria alle costruzioni dei coloni a Gerusalemme est e in Cisgiordania - prosegue Scuto su LA REPUBBLICA - ha portato al fallimento dei negoziati di pace alla fine dello scorso anno e ieri Netanyahu non ha preso nessun impegno sul blocco di queste costruzioni. Anzi ha addossato la responsabilità del fallimento dei negoziati ai palestinesi, non disposti a riconoscere lo Stato ebraico: il conflitto ‘non è mai stato sulla creazione di uno Stato palestinese’ quanto piuttosto ‘sull’esistenza dello Stato ebraico’. Il presidente palestinese ‘stracci il patto con Hamas, sieda con noi e negozi la pace’. E’ questa l’altra condizione posta ieri da Netanyahu che ha definito l’annunciata decisione palestinese di ricorrere all’Onu un grave errore perché ‘la pace non può essere imposta, deve essere negoziata e deve essere negoziata con un partner impegnato per la pace’, non Hamas che vuole ‘la distruzione di Israele’ definendo il movimento integralista che controlla la Striscia di Gaza come ‘la versione palestinese di al Qaeda’. Negative, com’era prevedibile, le reazioni dell’Anp. Netanyahu ‘pone altri ostacoli sulla strada della pace’, il primo commento dell’ufficio di Abu Mazen a Ramallah che giudica inaccettabile ‘alcuna presenza israeliana nel futuro Stato palestinese’, ribadendo che la pace ‘deve basarsi sui confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese’. ‘Siamo noi a non avere un partner per la pace’, la reazione di Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Anp”, conclude Scuto su LA REPUBBLICA. (red)

33. Il piano anti sanzioni di Ahmadinejad sta finendo in fumo

Roma - “Ieri – scrive IL FOGLIO - un’esplosione ha distrutto una sezione di una raffineria iraniana pochi minuti prima che il presidente Mahmoud Ahmadinejad la inaugurasse in diretta televisiva. Due persone sono rimaste uccise, altre 25 ferite e un denso fumo nero ha avvolto l’impianto. Ma Ahmadinejad ha tenuto lo stesso il suo discorso davanti ai giornalisti, senza mai citare lo scoppio ma con abbondanza di riferimenti, come è solito fare, alle ingerenze americane in medio oriente e al conflitto tra Israele e i palestinesi. L’agenzia ufficiale Mehr esclude con certezza categorica – ma è stata troppo rapida per non suscitare sospetti – il sabotaggio e parla di un guasto tecnico, ‘una fuga di gas’, come causa dello scoppio. Il sospetto di un sabotaggio per assassinare il presidente, però, è naturalmente circolato. I nemici in cerca di una chance non mancano. La zona della raffineria è nel sud est del paese, vicino al confine con l’Iraq, zona turbolenta e vulnerabile alle infiltrazioni. Un ampio schieramento di servizi segreti, dai quelli sauditi a quelli israeliani, ha motivi per tentare l’assassinio di Ahmadinejad, uomo simbolo della politica estera aggressiva di Teheran e della sua volontà di potenza nucleare. E nemmeno mancano i nemici interni, da quelli di basso livello, il popolo che vuole la fine del regime – nell’agosto 2010 a Hamadan dalla folla qualcuno lanciò una granata contro la macchina presidenziale – a quelli di alto livello, che tramano contro nei palazzi. Se si trattasse realmente di un guasto tecnico, sarebbe quasi altrettanto imbarazzante per il regime. L’Iran possiede le seconde riserve di greggio al mondo, ma non riesce a soddisfare la propria domanda di carburante raffinato. E’ costretto a spedire fuori dai suoi confini il 40 per cento del proprio greggio, in raffinerie straniere, e a re-importarlo. Questo sistema espone il regime e la malandata economia iraniana alle sanzioni internazionali imposte per fermare il programma nucleare. Per questo, nel 2007, Teheran ha annunciato con grande clamore un programma autarchico per costruire raffinerie iraniane su suolo iraniano che provvedessero finalmente il carburante senza passare per gli impianti stranieri. Nel 2007 gli esperti del settore guardavano al piano iraniano con scetticismo. ‘La retorica dell’Iran è tutta sul liberarsi del tallone d’Achille della mancanza di raffinerie – diceva a Reuters Saad Rahim, analista a Washington per la PFC Energy, un’agenzia di consulenza sul petrolio – ma ci sono grossi ostacoli. Con le sanzioni internazionali, quali imprese andranno a costruire le raffinerie?’. L’America – prosegue IL FOGLIO - proibisce alle proprie compagnie e scoraggia quelle di altri paesi dall’investire nei settori del petrolio e del gas iraniano, bloccando gli sforzi iraniani per accedere alla tecnologia. ‘Le sanzioni hanno diminuito il trasferimento di tecnologia, hanno alzato i costi e hanno rallentato il ritmo dello sviluppo’, ammoniva un altro analista, Stuart Lewis, direttore della sezione medio oriente dell’agenzia IHS. Ma soprattutto il problema, dicevano in coro gli analisti, è che non possono farlo perché non hanno abbastanza soldi. Il budget 2007 della compagnia petrolifera di stato in Iran non era sufficiente nemmeno per costruire una raffineria. Gli esperti avevano ragione. Ahmadinejad, che dopo avere cacciato il ministro del Petrolio ricopre ad interim anche quel ruolo, non vedeva l’ora di mostrare ai suoi iraniani che il piano quinquennale stava avendo successo. La raffineria di Abadan avrebbe supplito da sola al 10 per cento del fabbisogno di carburante iraniano. Eppure i tecnici avevano avvisato il presidente, l’impianto non poteva funzionare , non era sicuro, come molti settori in Iran soffre del blocco delle importazioni tecnologiche (è lo stesso motivo per cui gli arei cadono, i treni si fermano, gli impianti petrolchimici vanno a singhiozzo). Il risultato è stato il disastro di ieri. Sul piano della propaganda, la linea del regime ‘Le sanzioni non ci toccano’ sembra sempre più intenibile. E da ieri ne stanno arrivando altre. Washington ha annunciato sanzioni contro la Pdvsa, la compagnia petrolifera di stato del Venezuela, e altre sei compagnie più piccole, per i rapporti commerciali con l’Iran, e lunedì i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno aggiunto altre 100 tra compagnie e persone fisiche alla lista nera. In Iran, l’ostinazione di Ahmadinejad, che tiene per se l’interim al ministero del Petrolio – che controlla l’80 per cento degli incassi del paese – sta scatendando l’ira dell’establishment e ha costretto il Consiglio dei Guardiani a lanciare un avvertimento. Ahmadinejad starebbe espandendo troppo i suoi poteri. Ma il suo consigliere legale personale ha respinto le accuse. La faida sul controllo del ministero – oltre a rafforzare le ipotesi di sabotaggio, quale occasione migliore per fare fare una figuraccia al presidente? – fa parte di una lotta più vasta che sta infuriando tra una fazione ristretta di fedeli ad Ahmadinejad – che si comporta da pazzo, dicono i critici, ‘è vittima di un incantesimo’, ad aprile è sparito per dieci giorni interi – e la Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei. Non c’era mai stata prima d’ora – conclude IL FOGLIO - una spaccatura così profonda al vertice del potere rivoluzionario a Teheran”. (red)

34. Il vulcano lascia a terra 500 aerei

Roma - “Ieri 500 voli annullati, sui 29.000 previsti nei cieli d’Europa. Oggi, forse, - scrive Luigi Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - molti di più: ma niente è sicuro, tutto dipende dal colore rosso sugli schermi dell'Ufficio meteo di Londra. Quel rosso sta a significare: più di 4.000 microgrammi di cenere vulcanica per ogni metro cubo d’aria. E ‘raccontata’ al computer, la nuvola sputata dal vulcano Grimsvotn è appunto un dito scarlatto che dall’Islanda punta a Nord, verso la Groenlandia, e poi torna indietro, incurvandosi sulla Scozia, e tuffandosi verso la Germania, l’Olanda, la Francia, il cuore d’Europa. Dove forse arriverà dopodomani. Gli ansiosi possono seguirne la marcia su Internet (http://www. metoffice. gov. uk/volcano/public/eurasia. html). Con un avvertimento mai abbastanza ripetuto: è una simulazione, ‘sono possibili errori’ . Alcuni vulcanologi islandesi credono che l’eruzione sia già in calo, e che per sabato tutto sarà tornata alla normalità: ‘Il peggio è passato’ . Anche il commissario europeo ai Trasporti, Slim Kallas, è moderatamente ottimista. Però l’ansia, per chi prende l’aereo, resta: dopo i 500 voli cancellati ieri, oggi potrebbe toccare agli scali della Gran Bretagna e della Germania; poi alla Danimarca, alla Svezia, alla Norvegia. Per tutti questi Paesi esiste una ‘forte probabilità’ di un peggioramento della situazione. Anche la Ryanair ha annullato tutti i suoi voli da e per la Scozia, ma solo dopo aver spedito in aria un suo ‘aereo-cavia’ , e aver annunciato che ‘non c’è alcuna traccia di cenere’ : più tardi, smentita dalle autorità che hanno dimostrato come l’aereo era rimasto ben alla larga dalla ‘zona rossa’ , la compagnia privata ha dovuto fare marcia indietro. A proposito del test effettuato da Ryanair, il presidente dell'Enac Vito Riggio ha commentato: ‘Dipendesse da me, gli toglierei immediatamente la licenza’ . Domani potrebbe essere a rischio il traffico aereo in Belgio, Olanda, nell’Europa dell’Est. E venerdì, nella giornata forse peggiore per via delle condizioni meteorologiche previste, potrebbe toccare alla Spagna, a Parigi e alla Francia, dove a Deauville in Normandia è fra l’altro prevista la riunione del vertice G8. Quanto all’Italia, secondo una simulazione eseguita dagli scienziati dell’Università de L’Aquila la nube potrebbe arrivare nei nostri cieli fra il 29 e il 30 maggio. L’Enac, l’Ente dell’aviazione civile, - prosegue Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - ritiene invece che, dopo aver toccato venerdì la Spagna e la Francia, la nuvola potrebbe anche non arrivare per nulla dalle nostre parti. A decidere se volare o no, caso per caso, saranno i piloti con i dirigenti delle compagnie aeree e dei singoli scali. O le autorità nazionali, se si tratterà di chiudere un vasto spazio aereo. Ma non tornerà, tutti assicurano, il caos conosciuto nell’aprile 2010 con l’eruzione dell’altro vulcano islandese: ora vi sarebbero regole più chiare. Come ha spiegato la scienziata italiana del Cnr Gelsomina Pappalardo, ‘quest’anno abbiamo più informazioni: nel 2010 la mancanza di una soglia di sicurezza generò molta cautela nei voli, quest’anno il limite che fa scattare lo stop ai voli è quella stimata oltre i 4 milligrammi per metro cubo di ceneri. Oltre questa soglia non è consigliato volare’ . I capricci del vulcano non risparmiano le celebrità. La squadra di calcio del Barcellona ha anticipato di due giorni la partenza per Londra dove sabato disputerà la finale della Champions League. La Casa Bianca ha monitorato la situazione della cenere per evitare problemi al viaggio europeo di Barack Obama. Infine Elton John, che si trova a Londra, ha annullato un suo concerto nella Francia Settentrionale: perfino ‘Rocket Man’, di fronte a un vulcano così, - conclude Offeddu sul CORRIERE DELLA SERA - preferisce restarsene a terra”. (red)

Il Congresso USA ogni tanto ne fa una (quasi) giusta

I Verdi italiani si sono svegliati. Forse