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Bin Laden: solo una messinscena

Le “ricostruzioni” dell’omicidio cambiano di continuo ma non convincono affatto. Ancora meno, però, convincono le trionfalistiche interpretazioni di Obama e dei suoi alleati-succubi. Come ha detto Edward Luttwak, che non è esattamente un complottista antimperialista: «Obama ha ucciso un fantasma. Da anni Al Qaeda, era stata smantellata, prima in Iraq e poi in Afghanistan»

di Alessio Mannino

Punto primo. Ammesso e non concesso che Osama Bin Laden fosse ancora vivo, visto che non dava più segni di vita da un pezzo la sua morte influisce poco o nulla sull’effettiva attività della cosiddetta Al Qaeda.

Se vogliamo credere a quanto più volte sostenuto da un analista non certo sospettabile di dietrologismo anti-americano come Guido Olimpio del Corriere della Sera, la rete terroristica del saudita ex agente Cia consisterebbe in un arcipelago di cellule più o meno organizzate e autonome fra loro, gruppi in sonno concentrati nello Yemen e nel deserto del Maghreb, bombaroli solitari e mitomani fanatici sparsi nel mondo. Traduzione: Al Qaeda come centrale planetaria, con un vertice unico, non esisterebbe da anni (addirittura, secondo l'ex capo dell'antiterrorismo francese Alain Chouet, dal 2002). A tenerla in vita nell’immaginario mondiale era appunto la sopravvivenza dell’icona Osama. Ora che il suo spettro non si aggira più nei cinque continenti, i giustizieri Usa possono annunciare trionfalmente di aver decapitato il nemico pubblico numero 1.

In realtà hanno tagliato una testa priva di un corpo. Se in futuro l’Occidente e i suoi proconsolati musulmani subiranno attentati, i colpevoli dovranno essere ricercati, esattamente come prima, in “qaedisti” autoproclamatisi tali, non certo in una Spectre di cui non è mai stata provata l’esistenza. Ha scritto un altro esperto, americano e conservatore, insomma tutto fuorché un complottista antimperialista, Edward Luttwak: «Obama ha ucciso un fantasma. Da anni il suo quasi omonimo, Osama, aveva smesso di essere una minaccia effettiva. Viveva nell’isolamento totale, protetto - ormai ci sono pochi dubbi - dall’ala integralista dell’Isi, i servizi segreti pachistani. La sua organizzazione, Al Qaeda, era stata smantellata, prima in Iraq e poi in Afghanistan».

Punto secondo. Lo capisce anche un bambino che averlo scovato dopo dieci anni di caccia serrata, in un Pakistan “alleato” nella lotta al terrore, con i mezzi e le tecnologie di Cia e Pentagono, significa due sole cose: o l’intelligence degli Stati Uniti è fatta di una manica di incapaci, o un’azione di commando come questa, mirata e a sorpresa, che necessita di una lunga e meticolosa preparazione, è stata decisa secondo una tempistica e una motivazione ben precise. È stato un assassinio a orologeria che serviva ad Obama per rilanciare la sua immagine appannata da tre anni di cocenti delusioni in politica interna e fallimentari debolezze in politica estera. Il presidente nero e “pacifista” non aveva mai rinnegato la guerra infinita di bushiana memoria, le aveva solo dato una mano di bianco ripulendola dalle asprezze del predecessore. Adesso però bisognava dare un colpo di reni, e da buon americano fedele al mito western si è presentato all’opinione pubblica come il cowboy che fa giustizia con un colpo di pistola. Risultato: folle in delirio, e via alla campagna elettorale.

Punto terzo. Fatto fuori il simbolo, la paura del terrorismo non cesserà di essere il grimaldello con cui Washington e i suoi lacchè occidentali giustificheranno futuri interventi “democratici” e “umanitari”. In un clima, però, più congeniale a quel grandissimo falsario che è Obama: toni meno tesi e accesi, mentre la sostanza dell’imperialismo a stelle e strisce non muta di una virgola. Questo è un elemento chiave, altrimenti non sarebbe possibile coprire ideologicamente la pelosa supervisione in funzione anti-islamica, ad esempio, sui governi sorti nei paesi arabi come l’Egitto dove le forze politiche d’ispirazione musulmana sono forti e potenzialmente condizionanti.

In definitiva, per coloro che in questo decennio di menzogne non hanno portato il cervello all’ammasso, l’esecuzione di Bin Laden può interessare come caso a dir poco grottesco di manipolazione. Ormai, assuefatta com’è a ogni velina, l’audience globale si beve tutto: il corpo che sparisce invece di essere mostrato come trofeo, l’invenzione del rituale di sepoltura in mare, la scopertissima ambiguità pakistana (per tacere del ridicolo autogol della foto taroccata dalla televisione locale). C’è una sola conseguenza importante che potrebbe scaturire sul campo: lo scopo, le forme e l’intensità dell’occupazione Nato dell’Afghanistan, in gran parte sotto controllo talebano. Il fantoccio Karzai, che non vede l’ora che gli stranieri si disimpegnino dal suo paese per tentare di salvare la pelle, si è subito affrettato a dire che ora non c’è più ragione di tallonare così pesantemente la sua gente.

Se non fosse un viscido corrotto, Karzai farebbe quasi pena: è destinato a impersonare il ruolo di traditore che si è scelto fino a quando gli eroici talebani non espugneranno Kabul e non faranno, loro sì, giustizia, giustiziandolo come merita. 

Alessio Mannino

 

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