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Cospirazionista a chi?

Il talk show di Canale 5 si occupa della morte di Bin Laden, con le sue molte ambiguità, e come al solito la discussione resta intrappolata nel solito schema. Mettere in discussione le versioni ufficiali equivale a essere considerati complottisti per partito preso. Se non proprio amici dei terroristi

di Davide Stasi

Giovedì sera è andata in onda una puntata di Matrix emblematica sotto molti aspetti. Ospiti in studio Pietrangelo Buttafuoco (Il Foglio), Giulietto Chiesa (Alternativa), Giampaolo Pansa e Piero Sansonetti (Calabria Ora). In collegamento il blogger ed esperto debunker (“demistificatore”) Paolo Attivissimo e Massimo Mazzucco, esperto di teorie alternative a quelle ufficiali. Tema della puntata: Bin Laden, la sua morte e la narrazione che se ne è fatta e si sta facendo. Si è trattato di una puntata emblematica soprattutto per il modo con cui le diverse opinioni si sono contrapposte: all’italiana, con posizionamenti ideologici ed etichettature a priori. Un bel contributo al disordine informativo, insomma. Ma vediamo nel dettaglio.

Il programma s’incarta subito sulla foto del corpo di Bin Laden. Sulla cui disponibilità si sono scatenati gli opposti schieramenti. Un falso problema, in realtà, per di più mal posto. Non è la foto in sé che si pretenderebbe, infatti, ma un’evidenza quale che sia e certificata da terzi, in grado di dimostrare da un lato la veridicità di ciò che viene raccontato, dall’altro la credibilità di chi diffonde le informazioni, ossia gli USA.

La prima dimostrazione era dovuta perché l’uccisione di Bin Laden, che solo in seguito è stata confermata da Al Qaeda, è un passaggio storico-chiave, e come tale va ampiamente documentato nel momento stesso in cui lo si annuncia. La seconda è altrettanto dovuta perché il pulpito da cui arriva la predica non ha un gran curriculum, in fatto di correttezza. Come ha ricordato Mazzucco, da Lee Harvey Osvald alle armi di distruzione di massa di Saddam, passando per il Golfo del Tonchino e per chissà quanti altri casi, gli USA non si sono mai fatti mancare grandi mistificazioni globali pur di costruire quei casus belli che gli permettessero di aggirare la realtà e il diritto ed entrare quindi “legittimamente” in guerra.

La trasmissione, dunque, si impunta su singole questioni in un gioco di accuse e controaccuse che delinea bene il modo di discutere qui in Italia. A chi ritiene necessaria la visione da parte di terzi del corpo di Bin Laden, risponde chi ritiene sufficienti le dichiarazioni della figlia del leader di Al Qaeda. Sansonetti rafforza questa posizione dicendo che la ragazza ha reso le sue dichiarazioni all’emittente Al Arabiya. Facendo debunking ai debunker si potrebbe facilmente replicare (cosa che però in trasmissione non fa nessuno), che la giovane non ha reso alcuna intervista, ma che le sue dichiarazioni, se mai sono state fatte, sono passate tramite il filtro dei servizi segreti pachistani. E, dunque, hanno una credibilità pari a zero.

Si potrebbe andare avanti per ore, con uno stillicidio ozioso di botta e risposta. Ancor più quando la trasmissione vira sulle teorie sull’11 settembre, senza mai avvicinarsi alla verità. Che viene sfiorata solo in qualche punto. Quando Chiesa, ad esempio, fa notare che il corpo di Bin Laden, così com’era accaduto al “Che”, avrebbe potuto essere esposto, prima di scaricarlo in mare, alla stampa internazionale. Già sarebbe stata una dimostrazione “terza” utile, anche se non decisiva, a non suscitare dubbi. Si potrebbe aggiungere che la figlia di Bin Laden poteva essere messa di fronte alle TV di tutto il mondo e sottoposta alle domande dei giornalisti, permettendo così di incrociare le sue risposte con la versione ufficiale. Quando Clinton finì nei guai, la credibilità di un presidente fu considerata così importante che il mondo arrivò a sapere tutto, anche nei dettagli. In questo caso no, e con mille pretesti.

Il problema chiave è a monte, come sempre. Ed è quello, nelle parole di Buttafuoco, di non «ridurre a caricatura chi si fa delle domande». Oggi è così. Chi ha un approccio critico e sviluppa teorie alternative, o semplicemente non comprende taluni dei passaggi benedetti ufficialmente, viene etichettato come “cospirazionista”, trovandosi perciò piazzato, suo malgrado, su una barricata dove non aveva intenzione di essere. La ricerca di letture più convincenti, che per forza di cose deve avvenire tramite domande scomode, viene screditata a priori. E dunque disinnescata nella sua funzione propria, che è quella di un pungolo al servizio della verità: gli avvocati del diavolo servono proprio per rafforzare la credibilità di chi afferma delle tesi. Invece di un dialogo a colpi di prove e ragionamenti basato su questo semplice concetto, ci si trova davanti a un conflitto al calor bianco tra chi abbraccia in ogni caso le versioni ufficiali e chi fa del cospirazionismo una religione. L’obiettivo, alla fine, non è avvicinarsi alla realtà dei fatti, ma delegittimare la controparte, cercando il più possibile di fare la figura di quello che la sa più lunga, per poi magari vantarsene in Rete.

Non si chiede molto, in fondo. Si chiede che la più grande (ex?) potenza mondiale dia evidenze dimostrabili delle tesi che sostiene. Trattandosi di questioni, e di tesi, in grado di porre i presupposti per cambiamenti epocali, sembra una domanda legittima. Senza questa pretesa, ognuno può dire ciò che vuole, se ha i mezzi mediatici ed economici per farlo. E in Italia ne sappiamo qualcosa. Ciò nonostante, deve essere non solo consentito ma doveroso nutrire ed esporre dubbi: senza fare di essi un credo, certo, ma nemmeno senza essere etichettati e archiviati come folli visionari. Come fa Sansonetti, tutto preso dal suo amore sconfinato per Obama, quando ulula che il cospirazionismo cancella la politica. Quando in realtà basterebbe aver letto con attenzione Machiavelli per sapere che, nelle giuste dosi, serve invece a svelarla e a capirla. E qualche volta a prevenirla.

 

Davide Stasi

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