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Scioperi veri. Tutta un’altra storia

I sindacati si preoccupano solo di sopravvivere. I dipendenti dei diversi comparti badano solo alle loro specifiche rivendicazioni, settore per settore e persino azienda per azienda. Quella che manca del tutto è una visione complessiva del rapporto tra lavoratori e imprese. Spianando la strada ai Marchionne di turno

di Alessio Mannino  

Lo sciopero generale della Cgil di venerdì scorso è stato uno dei tanti, stanchi scioperi inutili di una classe lavoratrice che non esiste più. Intendiamoci: non perché non esistano più i lavoratori sfruttati, tutt’altro. Il lavoro sta subendo una fosca parabola discendente in termini di diritti acquisiti, e sta tornando alla sua nuda e cruda essenza di abbruttimento e alienazione (e questo è un male da cui può nascere un bene). 

La classe come categoria marxiana è morta poiché è scomparsa la coscienza di classe che ne era il presupposto. Oggi abbiamo a che fare con proteste di settore scollegate e basate esclusivamente sulla rivendicazione economica, sganciate da una visione d’insieme e da qualsiasi afflato di palingenesi sociale. I sindacati, quando non sono scopertamente padronali come la Cisl e la Uil, si limitano, bontà loro, al compito statutario della vertenza. Ingaggiano lotte contrattuali che suscitano clamore e scaldano un po’ gli animi grazie al richiamo all’antiberlusconismo generico e alla vuota retorica dei tempi che furono, cantando “Bella ciao” e usando slogan giurassici. 

A che serve uno sciopero come questo, di poche ore, magari garantendo la fascia protetta per non disturbare? A testimoniare, mi si risponde, che esiste chi non accetta la politica regressiva e repressiva del governo e gli abusi degli industriali, forti di un andazzo che mira dritto alla cancellazione dello Statuto dei Lavoratori. Traduco: a dimostrare che il sindacato esiste e nulla più. Lo sciopero come testimonianza, come verifica e auto-convincimento che si è ancora letteralmente su piazza. 

Ridotti all’impotenza, guardati come animali strani dai benpensanti del riformismo trionfante, i sindacalisti organizzano periodicamente la messinscena della prova di forza. Sapendo, almeno i più avveduti, di non avere in realtà nessuna forza davvero incisiva, nessun potere di condizionamento sulle tendenze di lungo periodo. Negli ultimi venti anni la Cgil si è spesa in grandi manifestazioni di dissenso contro le scelte che tappa dopo tappa hanno eroso la dignità del lavoro, ma al dunque si è messa a cuccia e ha ingoiato tutto. Non è riuscita non dico a fermare, ma neppure a ridimensionare la potente ondata di flessibilizzazione e delocalizzazione che dal pacchetto Treu (centrosinistra) alla legge Biagi-Maroni (centrodestra) fino alle genuflessioni al marchionnismo hanno fatto carne di porco della gente che vive aspettando fine mese. La sua costola più viva e battagliera, la Fiom, ha opposto una benemerita resistenza, ma nell’isolamento e nel discredito generale, anche all’interno dello stesso sindacato “rosso”. 

Questi sono scioperi simbolici, fatti per coprire la debolezza di un sindacato perdente e che va di rimessa. Scioperare ritornerebbe ad essere un’arma efficace unicamente a una condizione: che si bloccasse il paese a oltranza facendolo capitolare. Senza mediazioni, senza pudori imbelli, fino alla resa della controparte. Nel 1995 in Francia il governo conservatore di Alain Juppé dovette piegarsi a un’astensione del lavoro dei trasportatori pubblici che durò ben tre settimane di fila. Questo se vogliamo limitarci all’utilità immediata. Se poi volessimo allargare lo spettro dei possibili significati dell’atto di sciopero, penso che, con un po’ di amarezza ma obbligatorio realismo, dovremmo constatare la necessità di guardare indietro esattamente a un secolo fa. A quando nel movimento socialista europeo (allora la parola “socialismo” poteva avere un senso) si affermava il sindacalismo rivoluzionario, in particolare, in terra francese e italiana, nella versione di Georges Sorel. 

Secondo questa corrente, su cui successivamente è calato un colpevole oblio, lo sciopero è il culmine di un’agitazione permanente volta ad abbattere la democrazia borghese. Un’azione politica e rivoluzionaria. Non una passeggiata e un comizietto. I tempi non sono ancora maturi, ma le premesse per una guerra sociale si stanno accumulando e la loro formazione può preludere anche a un sindacato diverso, combattivo e con un’ideologia alle spalle. In un futuro non troppo lontano Sorel potrebbe tornare molto utile. 

 

Alessio Mannino

Come vendere le spiagge (facendo finta di no)

Secondo i quotidiani del 09/05/2011