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Corto Maltese: un marinaio in pinacoteca

La pinacoteca di Parigi ospita fino al 21 agosto*, a fianco delle collezioni dei Romanov, una temporanea dedicata a Hugo Pratt e Corto Maltese, perché in Francia il fumetto può avere dignità di arte.

Naturalmente parliamo di fumetti di un certo livello, non i settimanali usa e getta della catena di montaggio Bonelli, ma l’album “cartonato” alla francese, che può raccontare saghe infinite o infiniti episodi autoconclusivi di eroi immortali, come il nostro Corto Maltese. Nostro perché Corto esce dalla fantasia di Hugo Pratt che, in Francia, così come Crepax e Manara, è molto più stimato che non in patria, dove invece è un grande artista e narratore solo per una ristretta nicchia che incanutisce ogni giorno di più.

Narratore: Pratt è soprattutto quello, un narratore di pura avventura che raggiunge livelli di profondità, nell’indagare l’animo umano, irraggiungibili per molti fini e sensibili intellettuali del romanzo. Se si vuole azzardare un paragone col romanzo Pratt è il Conrad del fumetto, che non necessariamente è una forma di narrazione inferiore al libro. Anzi, visto quello che si stampa, oggi i migliori narratori si trovano nelle, ampie, sezioni che le librerie francesi dedicano alla BéDé. Non solo, talvolta è proprio il fumetto ad essere  il miglior mezzo per raccontare una storia: Pratt mise in forma di racconto la sua “Ballata del mare salato”, ma non raggiunse i livelli del fumetto originale, che è una pietra miliare del genere, forse il più bel fumetto mai disegnato e scritto, parto di una unica mente e di una unica mano, mica di uno scientifico pool di sceneggiatori e scrittori.

Narratore soprattutto. Però per i narratori non ci sono spazi nei musei, questi sono per scultori e pittori, ma Pratt non usurpa niente: i suoi acquerelli sono arte vera, perché supportata da una tecnica che manca a tanti celebrati maestri dell’arte moderna, che sono solo fuffa creata da mercanti dell’ “arte” apprezzano solo speculazione, profitto e intortamento del fine intellettuale da salotto. Molto meglio le tavole originali della “Ballata”, dove Pratt senza prendersi sul serio, come il suo eroe Corto, scherza col lettore, senza per questo percularlo facendo parlare i suoi selvaggi di Guinea in dialetto veneziano. Disegnando il tutto con un tratto rivoluzionario, criticato quasi come lo furono i futuristi, e che ancor oggi sarebbe innovativo, ma che solo chi ha padronanza del mezzo che usa può permettersi: rasoiando tele non si raccontano storie, sarebbe come mettere lettere a caso per farlo, mentre anche le parole in libertà dei futuristi erano comunque parole ed avevano una loro grammatica, per questo raccontavano storie, così come il loro contemporaneo Corto Maltese le viveva.

Pratt si può permettere di scherzare col dialetto Papua perché poi è rigorosissimo come nessun altro quando si tratta di uniformi e armi, bandiere e storia, magari cambia un po’ i nomi dei guidatori statunitensi di ambulanza sul fronte italiano della grande guerra: trasformando Hemingway in Hernestway, ma quella è abilità di narratore, che così può far immedesimare il lettore nel personaggio di sua scelta, che non può certo essere Corto: chi oserebbe mai? Anche se il sogno inconfessabile è quello.

Così, poi, ci si  può anche innamorare delle donne dei fumetti Pratt, cui è dedicata una sezione della temporanea, fra le quali spicca una Pandora Groovesnore adulta, e se non sapete chi sia: peggio per voi perché chiunque l’abbia conosciuta, se ha un cuore e un’anima, si è innamorato di lei, forse anche Corto, però a baciarla è stato solo il tenente Slutter, ma questa storia del mare salato fatevela raccontare da Pratt, che è un narratore molto più bravo.

Avventura e poesia quindi, ma poesia virile: quando Pratt racconta di Saint-Exupéry, racconta il suo ultimo volo, quello che Pratt disegna è l’aviatore avventuriero, non il raccontafavole, negli immensi spazi del deserto, dove, come nell’oceano, si può ancora sperare di ritagliarsi un momento di avventura. Anche se Corto, ma lui è unico, sa trovarla e trasmetterla anche in arcane rune trovate fra le calli di Venezia e così introduce il lettore alla triste storia di Ipazia, molto prima delle megaproduzioni che hanno portato all’eccellente film di Amenabar.

Questa immersione urbana nell’avventura, però, può avvenire solo nella penombra delle sale della Pinacothèque de Paris, dove un italiano, un volgare fumettaro, viene giustamente celebrato come grande artista. Ma, purtroppo per Pratt, né lui né Corto Maltese sono dei provinciali, al contrario di grande parte dei pittori e narratori nostrani, che si permettono di tirarsela solo perché sono acclamati in “circoscrizione”, e denigrano, magari, veri artisti che il mondo lo hanno visto e saputo raccontare, altro che tre anni di militare a Cuneo. Di questo mondo Parigi ne è, al contrario di Roma, lasciamo perdere poi Milano, una delle capitali e quindi sa apprezzare il vero artista, anche quando si tratti di un disprezzabile Macaronì, fatto che dà ancor più valore al riconoscimento che la capitale francese ha reso a Pratt e al marinaio Corto. Che, per qualche generazione andata ma ancora sulla breccia, è stato l’esempio di ribelle supremo da seguire. Un ribelle talmente forte che la censura francese non è riuscita a togliergli, come a fatto con la pipa di Tati, l’immancabile sigaretta di bocca: molto più dura, ma contemporaneamente romantica, la sua rivolta libertaria esistenziale di quella di tutti i Bogart delle Casablanche d’America, anche se...

Forse, riflettendo bene fra una duna, un’onda e gli occhi di Pandora, Pratt è anche profondo saggista e filosofo, oltre che narratore. Così come lo è ogni marinaio, anche se solo disegnato: c’è più ribellione e libertà nelle tavole di Pratt che in mille e mille pallosissimi saggi, che Corto comunque butterebbe a mare, proprio come fa Sean/Coburn con Bakunin in “Giù la testa”, mentre tiene stretto in mano il timone del suo destino scrivendo, per noi, storie sul mare salato.

 

Ferdinando Menconi 

 

* http://www.pinacotheque.com/index.php?id=5

Grazie Draghi, che vegli su di noi

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