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Un referendum da Guinness

Questo referendum, ormai alle porte, è il referendum dei primati. Innanzitutto il primato delle firme. Di quelle raccolte in Italia, con un milione e quattrocento mila nominativi a favore della consultazione referendaria per l’acqua pubblica, e di quelle per la sottoscrizione degli appelli lanciati da artisti e sindacati. Poi il primato dei contrordini dei partiti e dei loro esponenti di primo piano: Bossi, tanto per fare un esempio, ha dato pareri contrastanti ai propri elettori, passando dal dubbio all’indicazione di voto, ogni volta diverso, fino a dichiarare che non andrà affatto alle urne.

Ancora: il primato dei corsi e ricorsi legislativi per evitare che questo referendum si svolgesse. Soprattutto quello che riguarda il nucleare, visto che si tratta di uno degli argomenti che stanno più a cuore agli italiani e che, al contrario, ci sono enormi interessi economici a lasciare tutto com’è. Il fuoco di sbarramento è stato incessante. La prima sventagliata è stata l’annuncio verbale che il programma sarebbe stato sospeso per una “pausa di riflessione”. La seconda il varo del decreto Omnibus che resterà negli annali come uno dei peggiori pasticci normativi (e politici) del nostro Paese, che pure ne ha già accumulati innumerevoli altri. La terza il coinvolgimento della Cassazione nella speranza che decretasse la sopravvenuta inutilità del referendum. La quarta, e ultima, l’estremo ricorso alla Consulta contro la riformulazione del quesito da parte della Suprema Corte.

Proseguiamo. 

Il primato dei diritti schiacciati, visto che l’effetto del decreto Omnibus è stato l’annullamento del voto degli italiani all’estero, che si erano espressi sulla stesura originaria. Il tutto tentando, però, di tenerne comunque conto ai fini del calcolo degli aventi diritto, in modo da alzare il quorum. Da qui, il ricorso di Di Pietro alla Cassazione sollevando altresì eccezione di incostituzionalità.

Il primato dei politici colti in fallo, tra cui il Presidente del Consiglio non ha mancato di farsi notare, passando dall’ammettere di aver sospeso il programma nucleare per evitare che l’opinione pubblica glielo bocciasse a uno stupito «Perché dovrei temere il referendum?», quando era ormai palese che i suoi tentativi di evitarlo non avrebbero avuto buon esito.

Il primato degli appelli al voto, degli spot, delle iniziative pro referendum. Dal “San Tommaso is back”, con sconti e concerti gratuiti per chi si presenta con la tessera elettorale timbrata, agli spot cui hanno collaborato attori e personaggi famosi del mondo artistico e sportivo, dagli appelli dei leader politici a quelli delle Associazioni dei consumatori.

Il primato della disinformazione, e delle note di contestazione emesse dall’Agcom nei confronti della Rai, che ormai costituisce il “disservizio pubblico” più efficiente d’Europa a forza di violazioni di ogni tipo:  dalla mancata trasmissione delle tribune politiche, dei messaggi autogestiti dai comitati promotori e degli spot informativi nelle fasce di maggior ascolto, fino agli “errori” commessi dai cosiddetti giornalisti del TG1 e del TG2 quando, dopo aver finalmente cominciato a parlare dei referendum, hanno indicato come date della consultazione il 13 e il 14 anziché il 12 e il 13. Primato che ne ha scatenato un’altro, quello delle iniziative volte a strappare qualche minuto di attenzione nei telegiornali tra cui spicca l’iniziativa “il miglio nudo” che avrebbe dovuto portare centinaia di persone a correre senza vestiti per la città di Roma pur di obbligare le televisioni e i giornali a occuparsi del referendum. L’iniziativa è stata poi bloccata sulla base di un'ordinanza comunale sul decoro pubblico, nella quale si prevede una multa per chiunque se ne vada in giro per la Capitale a torso nudo.

L’ultimo primato, invece, resta da raggiungere ed è il più importante. Una grande affluenza e una netta maggioranza dei Sì su tutti e quattro i quesiti. Una grande dimostrazione popolare di autonomia dai partiti e dai media. 

Sara Santolini


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