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Film - Zack e Miri: Amore al primo sesso

“Zack e Miri: Amore al primo sesso”, di Kevin Smith, è un po’ il film del momento, grazie anche al fatto che questo è tradizionalmente il momento di massima stanca della stagione cinematografica, uno di quelli che vengono promossi al massimo dagli uffici stampa, che provano anche giocare su piccole polemiche dovute al fatto che il film è stato vietato ai 14, divieto che ha le sue giustificazioni, peraltro. Insomma, uno di quei film che sembrano pronti a deludere i palati fini, e non solo quelli.

Invece è un film che merita il prezzo del biglietto, anche se non racconta nulla di nuovo: è la classica situazione in cui una coppia di amici, di sesso diverso per giunta, teme che facendo sesso il delicato equilibrio del loro collaudato rapporto veda a spezzarsi, condito dalla paura a lasciarsi andare al nuovo sentimento di amore. Tutto, apparentemente, già visto, e pure in film che hanno lasciato un segno nella storia della commedia romantica statunitense, come “Harry ti presento Sally”. Ma, in fondo, gli schemi delle storie si ripetono sempre, o quasi. L’innovazione è altrove.

Mentre il nucleo di fondo, quindi, è risaputo, la salsa in cui è condito è alquanto innovativa: non siamo di fronte a una coppia della middle/upper class che si incontra nelle rarefatte atmosfere di Manhattan, fra il Greenwich Village e Central Park, ma siamo di fronte ad una coppia del sottoproletariato bianco, al limite del white trash, che vive in una città della cintura industriale del nord degli USA. Sembra poco eppure cambia molto, anche perché dalle delicate atmosfere e dialoghi arguti ci si ritrova fra gente incolta che va dritta al sodo: col rischio di scivolare nella più profonda volgarità, anche perché i nostri due eroi faranno sesso sul set di un porno autoprodotto.

“Volgarità”, infatti, ce ne sono tante, ma nessuna è gratuita, e, nonostante diverse scene piuttosto esplicite, il film resta pienamente nel solco della commedia romantica made in USA. Anche se “Zack e Miri” non rientra propriamente nel filone della commedia raffinata, come il sopra citato “Harry ti presento Sally” o “Sleepless in Seattle”, resta per molti versi un film garbato: Kevin Smith compie una notevole impresa, sarebbe bastato un nulla per farne un filmaccio. Se proviamo ad immaginare come sarebbe stato il film se girato dai Vanzina o, peggio, da Neri Parenti rabbrividiamo.

Di opportunità per degenerare nella facile risata volgare ce ne sarebbero tante, a partire dal fatto che ciò che porterà i nostri amici bianchi sottoproletari a passare dall’amicizia all’amore, attraverso il freddo sesso, è, come si diceva sopra, un porno fai da te, ma nessuna di questa viene colta. Le volgarità intrinseche della storia vengono, anzi, utilizzate per smascherare molti dei tic dei porno, specie quelli da web, e dileggiarli. Le scene esplicite e le situazioni volgari, che non sono poche, vengono sempre trattate con leggera ironia. Una lezione di cinema che molti dei nostri maestri del cinepanettone dovrebbero imparare.

Oltre a molte sane risate, però, c’è di più. Il film, specie nella parte iniziale, si prende bellamente gioco delle fisime del politicamente corretto in tema razziale, e senza per questo portare avanti tesi razziste. Al contrario. C’è poi qualcosa di fortemente innovativo: il maschio fa miglior figura della femmina, e addirittura vi riesce nel gestire ed accettare le nuove emozioni, nell’essere pronto ad accettare l’amore e le sue responsabilità, anziché averne paura, cosa rara nel cinema degli ultimi anni, dove l’uomo fa sempre delle figure barbine.

Il limite della pellicola potrebbe essere trovato nel finale un po’ troppo smielato. Nulla però che vada oltre le regole della commedia romantica, che il film segue rispettosamente, nonostante la trama si svolga in situazioni che appaiono esser loro antitetiche. Ma è proprio questa è la forza della pellicola, che meriterebbe di essere scelta anche fosse uscita in un periodo più ricco di alternative.

 

Ferdinando Menconi

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