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Referendum: Acqua, la favoletta della concorrenza (3)

Essendo essenzialmente degli imbonitori (pardon: degli esperti di marketing) gli araldi del liberismo hanno un nutrito repertorio di fanfaluche (pardon: di messaggi promozionali) e le sciorinano a getto continuo allo scopo di convincere i gonzi (pardon: la loro rispettabilissima audience).

Una delle più tipiche è quella della privatizzazione. Che, introducendo un regime di libera concorrenza tra i diversi operatori, avrebbe effetti benefici, per non dire miracolistici, a 360 gradi: cominciando dagli enti pubblici, finalmente sollevati dall’onere di svolgere delle attività economiche tanto impegnative e bisognose di un know how spiccatamente imprenditoriale, e finendo con gli acquirenti dei diversi beni e servizi affidati al mercato. Sempre secondo questa tesi, il prezzo al consumo tenderebbe a scendere nonostante l’esistenza, connaturata agli investimenti di carattere privato, di un lucro. Quest’ultimo fattore, infatti, sarebbe neutralizzato dal contenimento dei costi di produzione: dove le municipalizzate spendono e spandono a piene mani e con risultati a dir poco mediocri  – un po’ per la loro intrinseca inettitudine e un po’ per la loro, malaugurata, tendenza alla corruzione – le provvidenziali SpA a capitale privato applicherebbero, con la sorridente facilità e l’innata grazia di una Mary Poppins, le infinite accortezze del management specializzato. 

Ed ecco (supercalifragilisticespiralidoso!) che d’incanto si verifica l’auspicato prodigio. I costi si riducono a tal punto che, pur sommandosi al doveroso profitto, il prezzo di vendita diminuisce. Oppure, ed è comunque un vantaggio, non diminuisce ma si accompagna a una maggior qualità. Oppure ancora, specie in presenza di forti investimenti, aumenta sì, ma solo in attesa di diminuire in seguito. Anche se, purtroppo, non è possibile dire esattamente quando, poiché persino i rigorosi studi dei manager devono fare i conti, ahimè, con molte e subdole varianti di non agevole interpretazione.

A mettere un po’ di puntini sulle i, nell’approssimarsi dei referendum, provvede ora il mensile Altreconomia. Che in uno speciale realizzato ad hoc e messo in distribuzione gratuita on line (http://www.altreconomia.it/allegati/contenuti/phpgDFvSY5108.pdf) passa in rassegna i “falsi miti” relativi alle pessime prestazioni dei servizi di distribuzione dell’acqua gestiti direttamente dagli enti pubblici e, di contro, alle ottime performance di quelli già passati nelle mani dei privati. A titolo di esempio citiamo solo il primo.  

Mito numero 1: con la legge Ronchi (166/2009) si completa la liberalizzazione del servizio idrico integrato.

Falso: acquedotti, depurazione e fognature sono un “monopolio naturale”; affidarne la gestione a un privato, significa privatizzare un monopolio. Perché non può esistere concorrenza in un mercato di questo tipo.

Da parte nostra, invece, richiamiamo l’attenzione su un’altra mistificazione. Che, guarda caso, viene spacciata per il suo esatto contrario. Ovverosia come quel lampo di verità che dovrebbe porre rimedio alla Grande Bugia diffusa dai promotori dei referendum sull’acqua. La tesi dei sostenitori del No è che sia del tutto ingiustificato parlare di “privatizzazione dell’acqua”, dal momento che vengono privatizzati solo i servizi di distribuzione della medesima. L’acqua in quanto tale, sostengono loro, rimarrebbe di tutti, proprio come oggi. E semmai, come abbiamo già ricordato, ci sarebbero dei miglioramenti in termini di efficienza.

Ma è proprio è questo distinguo a essere specioso, e quindi fuorviante, e quindi manipolativo. Come avviene per altri regimi di concessione, infatti, il possesso equivale alla proprietà, dal momento che consente a chi lo detiene di imporre ai destinatari del servizio le sue scelte e, ancora prima, le sue logiche. Il parallelo con le frequenze radiotelevisive, o telefoniche, è di tutta evidenza. Si prende qualcosa che appartiene alla popolazione nel suo complesso e la si mette a disposizione di operatori privati. Che potranno anche agire in concorrenza tra loro, ma pur sempre all’interno del medesimo orizzonte. Che è di tipo lucrativo, per non dire speculativo. E che lascia il più ampio spazio a degli accordi di cartello, i quali oltretutto, in presenza di oligopoli, non hanno neanche bisogno di essere stabiliti di volta in volta ma sussistono a priori, per effetto delle comuni finalità di profitto, e che sfuggono agli accertamenti e alle sanzioni dell’Antitrust. 

Il vero nodo, al di là delle definizioni giuridiche sulla proprietà dei diversi beni e dei servizi che vi si ricollegano, è nella finalità che si intende conseguire. I liberisti pensano che lo scopo ultimo sia la remunerazione dell’imprenditore. Oppure, peggio, quella degli azionisti che si limitano a conferire i loro denari nella speranza di ritrarne un dividendo, quanto più cospicuo possibile. Noi pensiamo – noi sappiamo – che solo escludendo a priori il lucro si pone una barriera preventiva alla più tipica tentazione dei manager privati: scovare sempre nuovi modi per aumentare gli incassi dell’azienda e i relativi guadagni. Chiave di volta per ottenere massicci incrementi dei loro stipendi.

 

Federico Zamboni

 

E gli Usa continuano a sprofondare

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