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Calcioscommesse. Sveglia, tifosi!

Se ne vociferava da tempo: organizzazioni clandestine che truccavano le partite per spennare i bookmaker. Adesso che è esploso lo scandalo dilagano le dichiarazioni di rito sulle “mele marce da togliere di mezzo” e sullo “sport da salvare”. Ma il problema vero è che questo calcio non è più uno sport. E che gli appassionati farebbero meglio a indirizzare le loro energie sui problemi reali

di Davide Stasi

Da una parte il calcio. Dall’altra la spesa sociale. Ambiti diversissimi che si snodano su direttrici completamente distinte. Il calcio è sinonimo di business. La spesa sociale rimanda alla voragine del debito pubblico, e al ridimensionamento dei servizi che ne deriva. 

Eppure sono entrambi fenomeni importanti, che risentono pesantemente del degrado generale. Cominciamo dal calcio. Molto tempo fa era uno strumento di identità comunitaria, una partecipazione appassionata e condivisa a degli eventi agonistici. Poi è entrato il mercato, gli sponsor sono apparsi sulle magliette dei giocatori e via via si è arrivati fino all’alleanza letale con la televisione e ai faraonici diritti di trasmissione delle partite. Parte da questa deriva l’adagio popolare degli “undici miliardari in mutande che rincorrono una palla”, tipico di chi non ama lo sport nazionale.

Che, come è noto dalle cronache, negli ultimi tempi non ha perso occasione per mostrare cosa accade quando il profitto a tutti i costi entra in questioni che con il denaro dovrebbero avere poco o nulla a che fare. Il cadavere di “calciopoli” non è ancora freddo ed ecco che già spunta un nuovo scandalo, stavolta legato al mondo delle scommesse: secondo le accuse, in parte già confermate, alcuni calciatori ed ex calciatori, con il supporto esterno di personaggi avidi, alteravano i risultati per lucrare il più possibile sulle loro puntate, intervenendo soprattutto sugli incontri di serie B e Lega Pro ma con qualche propaggine, sembra, anche nella serie A. Una “Calciopoli”, forse ancora più cinica, che non mirava al successo di una squadra particolare ma solo all’arricchimento degli scommettitori.

Pare strano, di fronte a tanta ripetuta evidenza, che ci siano ancora persone che riescano ad appassionarsi ai diversi campionati. Si sa, l’Italia è il paese del “Bar dello sport”, dove tutti, nessuno escluso, sono commissari tecnici migliori di quelli veri. Dove, ovunque possibile, si disserta di marcatura a zona, a uomo, fuorigioco e calciomercato con una perizia che spesso tiene testa agli esperti sparsi nelle varie trasmissioni TV o radiofoniche. Uno sforzo di intelligenze votato a un fenomeno ormai palesemente inquinato e truffaldino, ma che, ciononostante, attira a sé un numero impressionante di persone, incuranti dall’evidenza di essere palesemente prese per il naso. Non c’è spazio per il “disamoramento”, benché sia ormai chiaro il livello di inquinamento dell’ambiente calcistico, dove tutto, o quasi, è deciso a tavolino, a seconda di come girano i soldi.

E veniamo al secondo fenomeno. La spesa sociale. Lo si è detto spesso qui sul Ribelle: il debito pubblico non è un’entità così astratta. È un fenomeno che ha delle ricadute tangibili nell’aumento delle tasse, o nel taglio dei servizi, quindi sulle persone. Ed è sufficiente informarsi un minimo per venire a sapere che ovunque gli enti locali stanno ritoccando, a norma di legge, tutti gli aiuti che venivano dati all’area del disagio. La mancanza di fondi fa miracoli: disabili al 100% che si ritrovano con un rating del 75%, e per questo privati di assistenza. Minori in disagio, anziani non autosufficienti, portatori di handicap fisici, mentali o sociali, vengono gradualmente espulsi fuori dal perimetro dell’assistenza.

Di fronte a questa riduzione delle garanzie di vita per chi patisce un qualsivoglia disagio, la reazione generale è di rassegnata noncuranza. Tutto accade nel silenzio. Dei media, ovviamente, ma soprattutto di quella parte di società colpita da questo abbandono. Un’arrendevolezza che stupisce se paragonata al grande dispendio di intelligenza e alle mobilitazioni generati dal calcio-truffa dell’era moderna. Solo ieri il capo ultrà dell’Atalanta annunciava una manifestazione nel centro di Bergamo, per solidarizzare con la squadra. Utili idioti in marcia, si potrebbe dire. Mentre nessuno muove un dito di fronte all’abbandono graduale della società a se stessa, o meglio in balia del business privato.

Si dirà: il tifo è organizzato. Ma ci vorrebbe poco per fare politica, ossia per organizzare chi, direttamente o indirettamente, patisce un disagio a causa dell’abdicazione da parte dello Stato ai suoi doveri naturali. Dice Chomsky: «nella nostra società abbiamo cose sulle quali potremmo usare la nostra intelligenza, come la politica, ma in realtà la gente non vi si può impegnare molto seriamente, perciò si dedica a cose come lo sport». Ma non solo: «una delle funzioni fondamentali dello sport spettacolo nella società in generale è quella di tenere la popolazione occupata e scoraggiarla dal provare a impegnarsi nelle cose davvero importanti. Anche per questo le istituzioni dominanti sostengono così tanto lo sport spettacolo».

Il sogno di un paese normale passa anche dall’auspicio che, a forza di scandali, si possa ridimensionare il potere di questa devastante arma di distrazione di massa, eliminando la pietosa figura del tifoso beota, gabbato e irretito. Magari facendo confluire gran parte dell’intelligenza sprecata, della passione e della capacità mobilitativa verso un attivismo a difesa di ciò che veramente conta.

 

Davide Stasi

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