Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 07/06/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Il caso Santoro scuote la tv”. Editoriale di Gian Antonio Stella: “Meglio votare fa bene a tutti”. Di spalla: “Il gioiello della giustizia che rischia di morire”. Al centro foto-notizia: “Le cameriere di New York condannano Strauss-Kahn” e “Due partite della Roma sotto inchiesta nello scandalo scommesse”. In un box: “Sanaa teme un trucco del presidente ferito”. In taglio basso: “Una nuvola digitale al posto del pc”. 

LA REPUBBLICA - In apertura: “Napolitano: al referendum voterò”. A sinistra: “La Rai liquida Santoro: ‘Andrà a La7’ ”. Editoriale di Curzio Maltese: “Missione compiuta”. Di spalla: “ ‘Ecco le partite in A truccate con 300mila euro’ ” e “Il calcio e l’omertà del potere”. Al centro foto-notizia: “Le cameriere sfidano Strauss-Kahn: vergognati”. In taglio basso: “La rivincita del Nord-Est. Pil al passo con l’Europa” e “I cyber-bulli della scuola la paura corre su internet”. 

LA STAMPA – In apertura: “Lega-Pdl: avanti fino al 2013” e in due box: “Frattini: gli interessi ora sono convergenti” e “Napolitano: andrò a votare i referendum”. In taglio alto: “Tra le gare sospette c’è Fiorentina-Roma. Nei guai altre di A”, “Le minacce cacciano l’Expo di Israele da Piazza Duomo” e “Veronesi: ricovero di 12 ore per curare il tumore al seno”. Editoriali di Marcello Sorgi: “Una nuova stagione a Viale Mazzini” e di Luca Ricolfi: “Se i politici seguono il gregge”. Di spalla: “ ‘Gli italiani sono sempre più aggressivi’ ” e “Noi, soldati nella guerra dei fatti nostri”. Al centro foto-notizia: “La rabbia delle cameriere contro Strauss-Kahn”. A fondo pagina: “Tanto per cambiare”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Sui bonus poteri a Bankitalia” e in taglio alto: “Angeletti: la Uil pronta a dare la disdetta dell’accordo del ‘93” e “Giustizia civile riordinata su soli tre riti”. Editoriale di Alessandro Leipold: “Cara Europa svegliati, è il momento della verità”. Al centro la foto-notizia: “Ferragamo. Via libera alla quotazione” e “F2i cresce ancora: in consorzio con Axa rileva G6 Rete Gas”. Di spalla: “Derivati, la bolla record sale a 415mila miliardi” e “Berlusconi-Bossi tregua armata. Avanti sul pareggio di bilancio, frenata sulla riduzione delle tasse”. In taglio basso: “Una partita taroccata costa la faccia e 30 milioni”.  

IL GIORNALE - In apertura: “Azzerato ‘Annozero’ ”, con editoriale di Luigi Mascheroni. Al centro la foto-notizia: “Ma questo voltagabbana può governare?” e “Con Strauss-Kahn l’America processa la Francia ‘matrigna’ ”. Di spalla: “L’asse tiene si va avanti (e Ferrara…)”. A fondo pagina: “La suprema lezione d’amore del filosofo vedovo”. 

LIBERO – In apertura: “Ora Santoro è gratis”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Di spalla: “Chi trucca le ‘primarie’ ” e “Tra Silvio e Umberto vince Tremonti”. A fondo pagina: “Si vendevano le partite? Colpa di Berlusconi”. 

IL TEMPO – In apertura: “Una Lei sistema Santoro”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Cav. accontenta Bossi sui ministeri, Tremonti delude il Cav. sul fisco”. In apertura a destra: “L’opposizione greca fa il doppio gioco con l’Ue per andare al voto”. Al centro: “Liberi servi e testimoni di sinistra” e “Cav. e Capranica, stuff happens”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Io vado a votare”. In taglio alto: “Santoro-Rai, divorzio consensuale: va a La7”. (red)

2. Rai, accordo su uscita di Santoro vale 2,3 milioni euro

Roma - “Ha firmato ieri mattina, intorno alle 10, - scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA - poco prima che si riunisse il Consiglio di amministrazione. Michele Santoro ha detto addio alla Rai con una ‘risoluzione consensuale’ del rapporto. Alla fine di una trattativa cominciata nelle ore dell’insediamento di Lorenza Lei alla direzione generale, cioè dal 3 maggio. I due hanno ottimi rapporti personali da anni e stavolta la consegna del silenzio assoluto ha funzionato: tra trattamento di fine rapporto, ‘scivolo’ di 24 mesi, chiusura del contenzioso legale, ferie arretrate, La Rai ha liquidato Santoro con circa due milioni e 300 mila euro. Appena poco di più e il contratto sarebbe passato sul tavolo del Consiglio di amministrazione, col pericolo di ripetere il bis dell’anno scorso quando una identica trattativa con Mauro Masi naufragò proprio perché il ‘pacchetto ‘ prevedeva una collaborazione esterna più la buonuscita, roba da sette milioni di euro. Tutta la ‘sinistra televisiva’ (soprattutto i consiglieri Rai di area Pd, Nino Rizzo Nervo e Giorgio van Straten) era all’oscuro ed ha reagito con evidente irritazione:(‘Se qualcuno ci avesse chiesto un parere al riguardo, ma nessuno, neppure Santoro, ce l’ha chiesto, avremmo espresso la nostra contrarietà e fatto ogni tentativo per trattenerlo’). Freddo anche il residente Paolo Garimberti: (‘ho profondo rispetto per il diritto di ciascuno di essere artefice del proprio destino’). Sullo sfondo c’è la Cassazione, che domani si sarebbe pronunciata definitivamente sulla famosa sentenza del giudice del Lavoro del settembre 2009 che obbligava la Rai a mandare in onda Santoro in prima serata. Fosse stata confermata, per la tv pubblica ci sarebbe stato un ‘obbligo Santoro’ a tempo determinato. Ma se Santoro avesse perso, come assicuravano ieri voci e indiscrezioni non controllabili, avrebbe corso il rischio di sparire dai palinsesti Rai, come da desiderio di Berlusconi. Meglio un accordo. Meglio per entrambi, - prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA - si sono detti Lorenza Lei e Michele Santoro. Altra irritazione stavolta politicamente trasversale, sia di Rizzo Nervo Van Straten che di Antonio Verro, consigliere area Pdl: perché nessuna clausola di non concorrenza? Cioè perché non includere un divieto a Santoro di realizzare su La7 un programma contro la Rai? Già si discute di un contratto che prevede una prima serata (sempre il giovedì per non perdere pubblico) più due seconde serate di speciali monografici. Qualcosa che peserà molto dal punto di vista pubblicitario: ‘Annozero’ portava nelle casse Sipra ogni mese circa un milione e 200 mila - un milione e mezzo di euro di pubblicità. Verro definisce ‘grave errore aziendale e anche politico’ il non aver impedito a Santoro di lasciare la Rai e diventarne immediatamente un concorrente. Ma l’ufficio legale, diretto da Salvatore Lo Giudice, ieri ha spiegato ai consiglieri che questa clausola (applicabile ai dirigenti di aziende industriali) avrebbe finito col violare, se richiesta a un giornalista, l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di manifestazione del pensiero. In più, fa sapere la direzione generale, un ulteriore vincolo avrebbe comportato un nuovo aggravio per le casse di viale Mazzini. Dunque, alla Rai si apre uno scenario nuovissimo. La frattura tra ‘sinistra televisiva’ e Lorenza Lei, la delusione dell’Udc (‘non brindiamo per l’addio ad ‘Annozero’), l’insoddisfazione di una parte del Pdl che vede comunque avanzare Santoro in acque La7. E il possibile naufragio (scomparsa tecnica?) di Raidue che non avrà ‘X Factor’ , forse nemmeno ‘L’isola dei famosi’ e ora perde la cassaforte degli ascolti ‘Annozero’ (le due più recenti puntate hanno registrato share record del 22-23 per cento che hanno alzato tutta la media di rete). Il collasso di una rete – conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA - non è un gioco da ragazzi nemmeno per una Rai che in primavera ha stravinto su Mediaset con un +5.6 come non accadeva addirittura dal 1999”.  (red)

3. Michele e Annozero su La7. “Qui tutti contro”

Roma - “Un ‘contadino di Orvieto’, come si definisce il nuovo editore di Michele Santoro Giovanni Stella, - scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - non può che parlare in maniera molto diretta. Stella, 63 anni, amministratore delegato de La7, è un umbro senza peli sulla lingua. Quando risponde al telefonino (voce squillante, allegra) va quindi oltre la formula dell’‘accordo a un passo’. Santoro ha già firmato per la rete che lui gestisce con pugno di ferro e successo crescente soprattutto da quando è sbarcato al telegiornale Enrico Mentana. ‘L’unico giornalista per cui ho qualche simpatia’, dice Stella facendo capire di che pasta è fatto questo manager, una lunga carriera prima in Eni poi in Telecom, abituato da anni a mettere in riga i suoi dipendenti. Adesso avrà a che fare con un altro ingombrante pezzo da 90. ‘Santoro a La7? I fatti parlano da soli, non crede’, risponde il Ceo di Telecom Italia Media appena diventa ufficiale il divorzio del giornalista dalla Rai. ‘Quando una donna si spoglia e si stende sul letto, c’è bisogno di fare altre domande? No. In certe situazioni non si parla. Ti togli la giacca, ti sfili la camicia e la smetti di chiacchierare’. Queste parole rendono ufficiale l’abbraccio tra Santoro (la donna spogliata) e La7 (l’uomo con la giacca). I sentimenti c’entrano ben poco. Magari verranno. È una nuova sfida per il conduttore. Un’ottima via d’uscita dopo anni di logoramento in Rai dove, ricorda ora Santoro, ‘abbiamo avuto tutti contro, non solo Berlusconi’. È un business per il canale della multinazionale telefonica. Su questo Stella, editore con pochi fronzoli, non scherza. Chiede a Santoro audience e pubblicità redditizia. Gli farà firmare un contratto a rendimento legato ai punti dell’auditel. Il giornalista non ne poteva più non solo della mano politica sulla Rai, ma dello stesso format che lui ha creato, di una formula ormai consumata malgrado i successi. Avrebbe voluto sperimentare. Non succederà a La7. Almeno non subito. Massima autonomia editoriale, - prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - ma regole rigide sul prodotto. Stella vuole Annozero, i suoi numeri straordinari, lo share che fa concorrenza alle fiction più riuscite. Con un altro nome, ma quella trasmissione. ‘Lei conosce una donna e la prima notte di sesso com’è? - spiega il manager - . Normale, tradizionale. Dopo verranno le variazioni sul tema. Ma all’inizio no’. Metafora chiarissima. Questa con Stella non è un’intervista. A conferma della sua fama di duro avverte: ‘Se scrive una sola parola di quello che dico, lei è un uomo perso’. Non gli piacciono i giornalisti, è evidente. Eppure è a caccia di un altro volto dell’informazione Rai. Santoro non basta. ‘Confermo: è molto probabile che arrivino 1 barra 2 conduttori della tv pubblica. Uno è arrivato. Adesso sono sotto il banano, aspetto che scenda un altro macaco’. Il nome nel mirino è quello di Giovanni Floris, che però è confermato nei palinsesti della prossima stagione. La7 vuole crescere, non teme di avere troppi galli nel pollaio. Il dopo Berlusconi è una miniera troppo ricca per non approfittarne, può significare anche la rottura del duopolio Rai-Mediaset. C’è un territorio nuovo. Le metafore di Stella lasciano intendere che Santoro ha cercato la soluzione La7. La separazione con Lorenza Lei, dg di Viale Mazzini, è stata consensuale. Prima della sentenza di Cassazione di domani, le parti hanno trovato un accordo. Il giornalista prende un incentivo all’esodo di due anni più una parte legata alla causa in corso. Totale: circa 2 milioni e mezzo. Sopra questa soglia la buonuscita avrebbe richiesto un passaggio nel cda. Cifra comunque lontanissima dalla precedente trattativa con Masi: si era arrivati a 17 milioni con un pacchetto di docufiction. Oggi nella conferenza stampa il conduttore non sparerà solo contro Berlusconi. Questo raccontano le persone che gli sono vicine. Il contenzioso con Viale Mazzini c’era anche sotto governi di centrosinistra. E con il Pd non c’è stata mai molta simpatia. Nessun commento di peso arriva dai democratici. Paolo Garimberti, il presidente scelto dall’opposizione, è freddo. I due consiglieri del Pd Rizzo Nervo e Van Straten avrebbero voluto la clausola di non concorrenza, cioè lasciare a casa Santoro per due anni. Allora Annozero può cominciare, - conclude De Marchis su LA REPUBBLICA - ma su un altro canale”. (red)

4. Santoro, un divorzio? No, suicidio della Rai

Roma - “Michele Santoro e la Rai si sono lasciati, - scrive Aldo Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - questa volta hanno fatto sul serio. Dopo trent’anni di tumultuosa convivenza, dopo un breve ‘tradimento’ con Italia 1, dopo un estenuante braccio di ferro con l’ex direttore Mauro Masi, è venuto il momento del clamoroso addio. ‘Hanno inteso definire transattivamente il complesso contenzioso’ , si legge in una nota diffusa dalla Rai, con un linguaggio che richiama più i divorzi fra star che le cause di lavoro. Inutile girarci intorno: per Silvio Berlusconi Annozero era diventato un’ossessione. Qualcuno gli avrà pure spiegato che la trasmissione spostava pochi voti e che un servizio pubblico non è a totale disposizione del governo. Non c’è stato verso: Berlusconi voleva la sua testa e il nuovo dg di Viale Mazzini, Lorenza Lei, gliel’ha consegnata con una risoluzione consensuale. Nonostante la condizione di martire lo esaltasse, non dev’essere stato facile per Santoro, specie negli ultimi tempi, lavorare ‘coattivamente’ al programma, tutelato dal pretore del lavoro e non più dalla Rai. È stato più volte osservato come Santoro abbia sempre dato il meglio di sé (almeno in termini di ascolti) quando viene provocato, quando, drammaturgicamente, riesce a trasformare il suo personale patimento in un sacrificio. Però, a ogni puntata, c’era una grana, uno di quegli intoppi che ti impediscono di lavorare con serenità. La situazione ha comunque del paradossale, dell’inverosimile: qualunque network, in qualunque parte del mondo, non licenzierebbe mai uno come Santoro. Bisogna essere autolesionisti per liquidare un programma che veleggia sui 5 o 6 milioni a puntata, con picchi che superano i 7 milioni e uno share che va oltre il 20 per cento. Tutte le volte che si atteggia a Masaniello, Santoro è insopportabile, ma nessuno può negare che sappia fare bene il suo mestiere. Lo sa fare, eccome! Nel tempo – prosegue Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - si è atteggiato a ideologo unico delle nostre coscienze, si è comportato come un televenditore di libertà, ha sviluppato il suo ego in maniera ipertrofica, si è circondato del peggior giustizialismo, si è convinto di ‘essere la perla del Servizio pubblico’ , ha agito spesso con disinvoltura intellettuale, ma ha sempre garantito all’azienda profitti e ascolti: avere una trasmissione che rende all’azienda il doppio di incasso rispetto ai costi e chiuderla è una follia. Il divorzio sarà anche stato consensuale, ma la Rai lancia un segnale di debolezza, di insicurezza, di sudditanza psicologica e ideologica. Lo abbiamo scritto mille volte: sul piano della comunicazione c’era un solo modo per combattere Santoro, fare una trasmissione più interessante della sua. Tentativi ne sono stati fatti, gli esiti li conosciamo: fallimentari. Cosa farà ora Santoro? Si parla di un suo passaggio a La7. Se così fosse, potremmo assistere a una mezza rivoluzione in campo televisivo. Per la rete di Telecom, maggio è stato il mese dell’exploit: gli ascolti medi sono quasi raddoppiati, facendo registrare un 4,5 per cento in prime time che, negli ultimi quindici giorni, è diventato un 5,3 per cento. Artefice primo del risultato è stato Enrico Mentana, che ha saputo occupare gli enormi spazi lasciati liberi da un’informazione sospesa tra partigianeria e pressapochismo. Con un telegiornale delle 20 che viaggia, attualmente, su una media di 2.500.000 spettatori (11,6 per centodi share), e un’edizione delle 13.30 che supera il 1.100.000 spettatori, il direttore ha ‘illuminato’ l’intera rete ed è stato sapiente nel ‘fare squadra’. Se arrivasse anche il pubblico di Santoro – conclude Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - ci sarebbe da ridere. E sarebbe un chiaro segnale che Berlusconi non fa più paura”. (red)

5. Ora Santoro è gratis

Roma - “Santoro se ne va: viva Santoro. Finalmente – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO - si conclude una telenovela che durava da troppo e che è arrivata a sfiorare momenti di comicità. Ad Annozero le beghe tra il telepredicatore e la Rai parevano una rubrica: non c’era puntata in cui Michele non se ne occupasse. Memorabili i duelli tra lui e Mauro Masi, il precedente direttore generale. Ma prima del grand commis prestato da Bankitalia al cavallo pazzo di viale Mazzini c’erano stati altri epici scontri, a cominciare da quello con Gianni Pasquarelli, nell’epoca giurassica della prima Repubblica e della Dc. Santoro fin da allora aveva capito che la parte del martire della libertà di informazione rende. In termini di ascolto prima ancora che di immagine. Dunque le liti fra azienda e conduttore diventarono un pezzo forte dello spettacolo in onda ogni giovedì sera. Un appuntamento fisso che divertiva i telespettatori, un po’ come i finti bisticci tra Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. A parer nostro, però, la commedia alla lunga aveva stufato e dunque la sua conclusione non ci fa né piangere né esultare. Motivi per versare lacrime non ne abbiamo in quanto da sempre riteniamo che le trasmissioni di Michele abbiano poco a che fare con l’informazione e molto con la propaganda. La prova, se mai fosse servita, ci è stata fornita anche l’altra sera, con la puntata dedicata al referendum sul nucleare. Per capire la posta in gioco non c’era bisogno di Celentano, ma Santoro necessitava di un testimonial della paura, un personaggio popolare che con il suo no alle centrali atomiche sapesse rendere sgradita la fissione. E così è stato. Dunque non saremo particolarmente tristi per l’addio del santone rosso alla televisione pubblica. Allo stesso tempo non ci pare il caso di brindare. Innanzitutto perché il commiato immaginiamo costerà alla Rai una discreta somma, e questa non è una buona notizia per un’azienda con i bilanci in rosso. E poi – prosegue Belpietro su LIBERO - siamo convinti che Santoro non andrà in pensione: tra breve rispunterà in video e dunque il suo è solo un arrivederci. Da tempo si mormorava di un passaggio alla 7, la tv di Telecom risvegliata da Enrico Mentana, e siamo pronti a scommettere che l’approdo sarà quello. L’ex Telemontecarlo negli anni ha sempre vivacchiato, non riuscendo mai a superare il 2-3 per cento di spettatori. Ma da quando i ex airettore del Tg5 si è messo a raccontare la politica, togliendole la naftalina e l’ingessatura ufficiale, gli ascolti sono decollati. Santoro è perfetto per quella rete e quel pubblico, il quale da anni si sobbarca le puntate di Gad Lemer senza lamentarsi mai, rimanendo incollato alla poltrona un po’ come Fantozzi durante la proiezione della corazzata Potemkin. Michele si troverà a suo agio, soprattutto se, come pare, La 7 sarà comprata da Carlo De Benedetti, il finanziere in rosso di Repubblica (rossi sono anche i portafogli di chi nel passato gli diede fiducia e investì su Olivetti, ma questa è un’altra storia). Cdb dopo i tracolli delle Borse è al verde e non ha soldi da buttare nella tv. Ma a breve è assai probabile che si ritrovi tra le mani un pacco di milioni. Cinquecento o forse più. Tanti sarebbero i soldi che si vedrebbe piovere addosso grazie alla sentenza Mondadori. E il bello è che a versarglieli sarà il suo arcinemico storico, ossia il Cavaliere. In tal modo l’editore progressista di Ezio Mauro avrà denaro a sufficienza per far concorrenza al Cavaliere non solo in politica, ma pure sul piccolo schermo. In sostanza, quella che si prepara è una stagione bellicosa. Contro il premier non ci sarà solo l’armata cui siamo abituati, con giornali, giudici e anchorman, ma un’intera rete televisiva, soprattutto se - come si sente dire - Santoro sarà presto raggiunto dai compagni di Rai3, la più rossa delle reti pubbliche. Dunque, come dicevamo, di fronte a questa prospettiva non solo non c’è motivo di stappare champagne, ma neppure una bottiglia di spumantino. L’unica consolazione è che il Telesogno di Santoro almeno non lo pagheremo noi. Le sue campagne monocromatiche Michele se le farà finanziare non più dai contribuenti che versano il canone, ma da De Benedetti. Forse – conclude Belpietro su LIBERO - sarà una delle poche volte in cui all’Ingegnere toccherà pagare invece di incassare”. (red)

6. Santoro, Repubblica: Missione compiuta

Roma - “Fine della telenovela, - osserva Curzio Maltese su LA REPUBBLICA - ma non lieto. Santoro lascia la Rai per La Sette. Accordo consensuale, con la firma di Lorenza Lei, che in un mese è riuscita dove l’incapace Mauro Masi aveva fallito. Berlusconi l’aveva anticipato, anzi ordinato, e sarà finalmente contento. In fondo, la chiusura di ‘Annozero’ è il primo obiettivo centrato dal suo governo in tre anni. Gli italiani, popolo lamentoso, avrebbero magari preferito l’occupazione giovanile o la favoleggiata riduzione delle tasse, anche per chi le paga, ma non stiamo a spaccare il capello. Questa è una vittoria politica di Berlusconi, l’unica di questi tempi. Ed è una sconfitta enorme per la Rai, quindi anche una vittoria aziendale. La tv di Stato perde in un colpo uno dei suoi professionisti migliori, il programma d’informazione più seguito, il più ricco di ricavi pubblicitari, sei milioni di spettatori destinati a rimpinguare il boom de La Sette e qualche decina di migliaia di cari abbonati al canone, buoni ma non fessi. D’altra parte, ormai La Sette con il tg di Mentana, la satira popolare di Crozza, l’informazione di Lerner e ora di ‘Annozero’, si candida come il vero servizio pubblico. Quello che fornisce perfino le date esatte per andare a votare. Nella serata lasciata libera da Santoro si potrebbe però provare a rilanciare Sgarbi, fare un ‘meglio di Radio Londra’, scusate il sarcasmo, oppure leggere le poesie di Bondi, così da spargere anche il sale sulle rovine. ‘Annozero’ era una delle più tenaci ossessioni del premier, insieme ai giudici di Milano e alle presunte nipotine di statisti stranieri. Delle tre, la meno giustificata. Come ha ammesso con rammarico lo stesso Santoro, se Berlusconi ha perso le amministrative non è stato certo per il salotto di ‘Annozero’. Dove semmai si nota un certo logoramento della compagnia di giro, a sinistra con Di Pietro e Vendola, a destra con la Santanchè, La Russa e Castelli. Ma il premier, fra altre qualità, è assai vendicativo e non dimentica i torti subìti. A partire dal più grave, la libertà di giudizio. Non potendo più prendersela con Montanelli e Biagi, ai quali rese un inferno gli ultimi anni, si era concentrato nel tempo contro Santoro e pochi altri, con pervicacia degna di miglior causa. Santoro – prosegue Maltese su LA REPUBBLICA - avrebbe firmato la resa già l’estate scorsa, se l’astuto Masi non avesse festeggiato pubblicamente troppo presto. I soldi non sono l’unica spiegazione. Non è facile lavorare soltanto in virtù di una sentenza della magistratura, dentro un’azienda di servi che ti fanno la guerriglia ogni giorno, arrivando al grottesco dispetto di non pagare i collaboratori. A proposito, s’intende che Travaglio e Vauro otterranno dal tribunale quanto spetta loro e probabilmente molto di più. Tanto, come nel caso delle multe al notiziario Luce di Minzolini, pagano i cittadini. Ma si tratta di dettagli, per quanto non irrilevanti. Il punto centrale è che la Rai, come servizio pubblico, non esiste più. Per tanti anni abbiamo scritto della necessità di una riforma televisiva che smontasse il duopolio, a partire dalla privatizzazione di due reti Rai. La politica ha preferito fare le bicamerali e i patti delle crostate. Il risultato – conclude Maltese su LA REPUBBLICA - è che due reti Rai sono state nei fatti privatizzate al padrone di Mediaset. Ma le manteniamo ancora tutti noi”. (red)

7. Una nuova stagione a Viale Mazzini

Roma - “In nessun Paese del mondo – osserva Marcello Sorgi su LA STAMPA - l’uscita di un conduttore da una tv e il suo probabile passaggio a un’altra rete hanno mai provocato quel che è accaduto ieri in Italia all’annuncio della separazione consensuale tra Michele Santoro e la Rai. Una scossa d’adrenalina in tutto il sistema politico, una tale ondata di reazioni, nella maggioranza e nell’opposizione, da far dimenticare le giornate più calde della rovente campagna elettorale appena conclusasi. E’ un’anomalia alla quale è difficile abituarsi, e di fronte alla quale, anzi, non si finisce di stupirsi, anche se le guerre politiche attorno alla televisione, pubblica e privata, durano da oltre trent’anni in Italia, cioè da quando è finito il monopolio statale dell’emittenza, e hanno avuto una recrudescenza da quando il padrone delle tre maggiori reti private, divenuto presidente del Consiglio, ha esteso il suo controllo anche a quelle pubbliche. Nel caso specifico c’è una ragione in più che spiega quanto sta accadendo: oltre a essere il bersaglio numero uno di Berlusconi, che lo aveva silurato già ai tempi della sua prima legislatura al governo nel famoso ‘editto bulgaro’, e ne è stato cordialmente ricambiato in tutti questi anni in cui il famoso conduttore ha potuto trasmettere grazie a una sentenza della magistratura, Santoro è stato proclamato solo pochi giorni fa vincitore delle ultime elezioni, conclusesi, come si sa, con l’elezione dei sindaci Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Naturalmente è tutto da dimostrare che l’endorsement venuto dallo studio di ‘Annozero’ sia stato forte al punto da spingere così in alto i due principali vincitori e aprire un baratro talmente profondo per i candidati del centrodestra. Ma Berlusconi se ne è convinto e lo ha ripetuto fino alla noia ai suoi collaboratori e davanti al vertice del suo partito. Per molti di loro non era affatto una novità: nel 2001, parliamo di dieci anni fa, quando il centrodestra sfrattò di nuovo dal governo il centrosinistra, Berlusconi s’era addirittura fatto fare dai sondaggisti una tabella che faceva vedere a tutti e a suo parere dimostrava come ogni settimana Santoro gli portasse via da un punto e mezzo a due punti di vantaggio sui suoi avversari. E siccome aveva vinto per poco, non faceva che ripetere: ‘Se si fosse votato una settimana dopo, quello lì riusciva pure a farmi perdere!’. Se davvero, come ha annunciato Enrico Mentana ieri sera, Santoro è a un passo dall’accordo con La7, la tv di Telecom che s’avvia ormai a diventare stabilmente il terzo polo televisivo tra Rai e Mediaset, quella di Berlusconi sarà stata una vittoria di Pirro. Sai che soddisfazione, per lui che lo considera il peggior nemico, aver tolto Michele da Raidue per vederselo spuntare alla stessa ora, e magari con maggiori ascolti, su un altro canale. Per questo, all’interno della Rai eternamente in ebollizione, l’annuncio dell’accordo raggiunto con il conduttore ha sollevato reazioni negative anche all’interno del consiglio d’amministrazione, che è da sempre il tramite tra la tv di Stato e la politica, e nel fronte che fa capo al presidente del Consiglio. Curiosamente, sia da parte della sinistra che della destra del cda si sono levate voci che pretendevano che a Santoro, in caso d’uscita, fosse imposto una sorta di patto di non concorrenza per tenerlo lontano dalle telecamere per almeno due anni. Ora, a parte la pretesa di difendere la libertà di stampa, e al suo interno quella del conduttore, imponendogli un bavaglio e cancellandolo dai teleschermi, - prosegue Sorgi su LA STAMPA - è sicuro che a queste condizioni Santoro non avrebbe mai accettato di sciogliere il suo contratto con la Rai. In attesa di conoscere già oggi i dettagli dell’accordo e le intenzioni del leader del partito di ‘Annozero’, si può tentare di stilare un provvisorio borsino dei vincitori del primo tempo di questa partita. Primo, ovviamente, Michele in persona: s’è tolto la soddisfazione di vedere uscire dalla Rai prima di lui Mauro Masi, il precedente direttore generale, che era arrivato a minacciarlo in diretta di sanzioni telefonandogli mentre il suo programma andava in onda, e alla fine di una trattativa abbastanza simile a quella che s’è conclusa ieri non era riuscito a convincerlo e aveva dovuto gettare la spugna. Inoltre, se quello di ieri è solo un arrivederci, e Santoro tornerà presto in scena da La7 o da un’altra emittente, non dovrà temere le proteste del suo pubblico, che si manifestarono sonoramente via Internet la volta scorsa, alle prime indiscrezioni della trattativa con Masi, e potrà togliersi la soddisfazione di far la concorrenza alla tv di Stato che lo ha messo alla porta e di continuare a criticare Berlusconi come gli aggrada. La seconda vincitrice è Lorenza Lei, la nuova direttora generale della Rai. Si dirà che non può diventare un titolo di merito aver accontentato come prima mossa il più forte dei capricci del Cavaliere. Ma nel modo in cui lo ha fatto, riconoscendo a Santoro il valore della sua professionalità, lasciando aperto uno spiraglio a collaborazioni future, rifiutandosi di imporgli assurde clausole di non concorrenza, e trovando così il suo consenso, c’è una prova di autonomia che, pur nell’ambito ristretto in cui un manager della Rai deve muoversi, non è affatto comune. Immaginiamoci le facce dei consiglieri d’amministrazione che dovranno ratificare l’oneroso accordo di buona uscita di Santoro: per rifiutarlo, dovrebbero votare contro Berlusconi. E se lo accettano, dovranno invece riconoscere che la Lei ha deciso da sola, li ha messi di fronte al fatto compiuto e poi è passata all’incasso. Quella della Rai è la storia di una guerra infinita, e anche il caso Santoro, c’è da scommetterci, non finisce qui. Ci sarà un contrattacco, non sarà il primo né l’ultimo. Ma dopo mesi, per non dire anni, di mediocre gestione e di andamento inconcludente, è possibile – conclude Sorgi su LA STAMPA - che dall’inatteso blitz di ieri pomeriggio al settimo piano di viale Mazzini venga un segno di cambiamento”. (red)

8. Vertice di Arcore, “l’asse Berlusconi-Bossi è saldo”

Roma - “Doveva essere il vertice della svolta, - scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - quello dal quale sarebbe scaturito il grande rilancio di un governo che risponde con i fatti alla ‘sberla’ delle Amministrative. Ma quasi quattro ore di summit ad Arcore tra Berlusconi e Bossi, affiancati l’uno dal segretario incaricato del Pdl Angelino Alfano, l’altro dallo stato maggiore della Lega, e il tutto alla presenza del ministro che dovrebbe dare il ‘la’ alla fase due, Giulio Tremonti, non sembrano aver portato ad una rivoluzione. Almeno per ora. Lo dimostrano le parole di Alfano al termine del vertice: un mix di rassicurazioni ma anche di cautela su quello che realmente si è deciso nell’incontro. ‘Il rapporto tra Lega e Pdl, tra Berlusconi e Bossi è solido. Questo governo terminerà la legislatura e darà al paese stabilità e riforme’ . E comunque, sia chiaro: l’impegno dell’Italia per arrivare al pareggio di bilancio nel 2014 — come da richiesta dell’Europa — è ‘confermato’ . Più enfatico Berlusconi, che giura come tra lui, il Senatur e Tremonti sul fisco l’accordo c’è (‘Assolutamente sì!’ ), ma poi scendendo nel merito tutto diventa molto più sfumato: ‘La riforma fiscale è programmata, poi vedremo cosa si potrà fare’ , in ogni caso l’incontro è andato ‘bene, bene’ . Insomma ‘vogliamo sempre abbassare le tasse, ma bisogna vedere se ci saranno le condizioni’ . Parole che — se confrontate a quelle del giorno prima, allo squillante ‘prima di tutto faremo la riforma fiscale’ — suonano come una presa d’atto delle difficoltà oggettive di portare a casa la riforma delle riforme. D’altra parte, il silenzio quasi granitico che ostenta la Lega (solo Maroni ha concesso un ‘è andata bene’ ) fa capire come ad Arcore la tenaglia con cui sia Bossi sia Berlusconi hanno cercato di stringere Tremonti per convincerlo ad inventarsi qualcosa, nei limiti del possibile, per mandare segnali sul piano economico ad un elettorato scontento, non ha funzionato granché: ‘non si possono fare passi azzardati — ha ribadito il ministro dell’Economia —, nessun salto nel buio, lavoreremo ma non possiamo promettere nulla’. Tanto che il Senatur – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - avrebbe detto chiaro e tondo che, se non ci sarà un rilancio, a quel punto è meglio andare a votare nel 2012 che lasciarsi cuocere a fuoco lento. E però, dal vertice è uscita chiara la linea di due partiti che oggi sono costretti a rinnovare l’alleanza che li tiene uniti anche per mancanza di alternative credibili. In questo senso non c’è dubbio — come giurano dal Pdl — che tra Berlusconi e Bossi ‘l’accordo c’è’ . Nonostante il tema del rimpasto di governo non sia risolto, e tantomeno quello della leadership del centrodestra nel 2013. Invece, almeno sulla richiesta dello spostamento di alcuni ministeri al Nord, qualche risposta è arrivata: si pensa di aprire ‘uffici di rappresentanza altamente rappresentativi’ fuori da Roma. Cosa significhi nel concreto ancora non è chiaro, ma la prima replica che arriva dal sindaco di Roma Gianni Alemanno è degna di nota: ‘Se si tratta di uffici decentrati di ministeri che rimangono a Roma, non c’è alcun problema’, ma la titolarità dei dicasteri – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA - deve restare nella capitale”. (red)

9. Pdl e Lega: avanti per tutta la legislatura

Roma - “I leghisti – scrive Amedeo La Mattina su LA STAMPA - raccontano che Bossi è stato spettatore dello scontro tra Berlusconi e Tremonti. Spiegano che il problema vero è tra loro due: un problema difficilmente risolvibile perché il ministro dell’Economia ha gli argomenti forti per tenere i cordoni della borsa chiusi e per non fare la riforma del fisco. Eppure questa volta il capo leghista si è schierato, con moderazione, dalla parte del Cavaliere. Anche lui vorrebbe un segnale tangibile sulla pressione fiscale ma ha trovato un muro nell’inquilino di via XX settembre. Il quale è stato chiaro pure sulla necessità di fare una manovra triennale da 40 miliardi nell’arco per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014. Insomma, il governo galleggia, l’incontro di ieri non ha prodotto grandi decisioni. Non è stato deciso chi sarà il nuovo ministro della Giustizia. Berlusconi ha carta bianca ma prende tempo perché prima deve rendere operativa la nomina di Alfano a segretario politico del Pdl (per fare questo bisogna cambiare lo statuto del partito). Totale impasse sull’allargamento della maggioranza all’Udc (Casini come precondizione vuole la testa del Cavaliere e quindi una crisi di governo). Non c’è traccia di nomine di un vicepremier leghista (a maggior ragione Tremonti) che avrebbe il sapore di commissariare il presidente del Consiglio. Incertezza assoluta sulla futura premiership, nonostante ieri Bossi abbia detto che se Berlusconi intende ricandidarsi avrà il suo sostegno. E questa non è un’affermazione di poco conto perché significa che non c’è ancora il benservito al Cavaliere. Non c’è in questa fase, almeno. Infatti l’unico vero risultato del vertice è stato quello di decidere sulla necessità di serrare i ranghi dopo la sconfitta elettorale e andare avanti insieme, comunque. Senza rinfacciarsi di chi è la colpa della batosta nelle urne. Alla fine del vertice Angelino Alfano dichiara che ‘l’alleanza è solida’ e che andrà avanti ‘sino al 2013’. Così come conferma l’intenzione di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. ‘E’ andata bene’ commenta in serata a Roma Berlusconi. Secondo il quale il taglio delle tasse resta in programma, ‘vedremo come’. ‘Bossi - osservano i berlusconiani - non può alzare troppo la cresta perché di voti, e tanti, ne ha perso pure lui. Siamo nella stessa barca e nessuno può permettersi di scendere’. In altre parole, - prosegue La Mattina su LA STAMPA - Bossi si deve tenere stretto Berlusconi in questo momento. Lo choc post-elettorale è ancora troppo vivo per prendere decisioni politiche importanti. In autunno si capirà meglio quali margini ci sono per continuare la legislatura: se sarà possibile arrivare alla scadenza naturale del 2013 oppure è più opportuno andare al voto anticipato nel 2012. Un’ipotesi quest’ultima, che lo stesso Bossi ha messo sul tavolo del vertice come extrema ratio, e che il premier ha escluso convinto di poter controllare la maggioranza in Parlamento e avviare le riforme. Intanto qualcosa il Carroccio ha strappato: Berlusconi ha dato il via libera al trasferimento ‘operativo’ degli uffici del ministro delle Riforme e della Semplificazione a Milano (cioè di Bossi e Calderoli) pur rimanendo il resto dei due dicasteri a Roma. Così il 19 giugno a Pontida, davanti al suo popolo, Bossi potrà sventolare la bandiera verde con maggiore forza. L’impressione è che il governo abbia il motore imballato e i leghisti hanno la sensazione che il Cavaliere abbia ormai il fiato corto. Ma nessuno sa bene come uscirne. L’unica cosa certa è che dall’incontro di ieri a uscirne vittorioso è stato Tremonti che ha visto confermata la tabella di marcia: nelle prossime settimane verrà preparata una manovrina per aggiustare i conti, poi a settembre ci procederà con la legge di stabilità per il prossimo triennio e con la delega sul fisco che Berlusconi voleva anticipare e approvare entro l’estate come segnale agli elettori che li hanno abbandonato. Il processo al ministro dell’Economia in quanto colpevole di aver fatto perdere una barca di voti non c’è stato. Ma lo scontro c’è stato. Bossi questa volta ha preso le parti di Berlusconi, insistendo su un alleggerimento della pressione fiscale sulle piccole imprese da fare presto. Il premier vuole andare oltre e mettere mano alle aliquote Irpef. Ma il ministro dell’Economia gli ha ricordato che è stato lui a sottoscrivere il patto di stabilità a Bruxelles con gli altri capi di Stato e di governo. E poi, ha aggiunto Tremonti, non è tanto l’Europa a doverci preoccupare, ma i mercati, le borse. ‘Se facciamo un passo falso ci massacrano. E’ questo che volete?’. Chi ha visto dopo il vertice Tremonti, - conclude La Mattina su LA STAMPA - lo ha descritto sereno e soddisfatto”. (red)

10. Pdl-Lega: Intesa formale, intatti tutti i contrasti

Roma - “È difficile non notare il cambiamento. Da luogo anche simbolico dove si celebrava ogni lunedì la saldezza vittoriosa dell’ ‘asse del Nord’, ieri il cancello della villa di Arcore – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è apparso come l’entrata nel Purgatorio del centrodestra. E il numero rilevante dei presenti a quello che fino a pochi mesi fa era il ‘faccia a faccia’ di routine tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, ha accentuato l’impressione di un esame approfondito e non facile dei rapporti fra Pdl e Lega; e fra il premier e il capo dei lumbard. Per la prima volta, si sono incontrati i vertici di due partiti che sanno di non avere più il vento in poppa come prima; e per ritrovarlo debbono compiere uno sforzo che eviti la rottura. Angelino Alfano, segretario designato del Pdl e ministro della Giustizia, è uscito annunciando che l’alleanza è ‘collaudata e robusta’ , e punta al 2013. Significa che per ora ha prevalso la tesi di Berlusconi, deciso a sopravvivere fino al termine della legislatura. Ma della riforma fiscale che il presidente del Consiglio e Bossi volevano strappare al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non c’è traccia. È ‘programmata’ , ha spiegato il premier, senza entrare nei dettagli. Per il resto, con gli alleati ha scansato i possibili motivi di attrito. Dunque, niente ipotesi di crisi di governo e elezioni anticipate; niente candidato del centrodestra per palazzo Chigi nel 2013; silenzio sul successore di Alfano come Guardasigilli e sul trasferimento di alcuni ministeri al Nord. Si accenna soltanto a ‘uffici ministeriali operativi’ , avvolgendoli in un alone di ambiguità. Per capire se l’intesa ha futuro sarà necessario aspettare. D’altronde, dopo una sconfitta bruciante nulla è scontato. Quando si dice che l’esito della legislatura sarà chiaro a fine giugno, non si esagera. Le prospettive della maggioranza, e forse del Paese sono cambiate. La sensazione – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è che il vertice sia stato interlocutorio sul piano operativo, perché l’analisi del voto amministrativo è appena all’inizio e richiederà tempi lunghi: se non altro, la coalizione governativa deve aspettare la controprova dei quattro referendum di domenica e lunedì e i processi nei quali è imputato Berlusconi. Il raggiungimento del quorum del 50 per cento più un voto, per la prima volta dal 1995, sarebbe in sé un successo delle opposizioni e un altro segnale negativo per Palazzo Chigi. Per questo il centrosinistra insiste negli appelli al voto, comunque la si pensi sui quesiti che riguardano nucleare, legittimo impedimento e privatizzazione della gestione dell’acqua: vuole ‘mandare a casa’ Berlusconi. Il premier reagisce cercando di depotenziarli. Per paradosso, non vuole caricarli di significato politico neppure Antonio Di Pietro, il loro promotore: ma perché teme che gli elettori di centrodestra non vadano alle urne, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - facendo fallire il referendum. È una giusta preoccupazione”. (red)

11. L’amicizia e la verità. Ma i problemi vanno affrontati

Roma - “L’incontro di ieri tra i dirigenti del Popolo della libertà e quelli della Lega nord, dopo la sconfitta subita da ambedue le formazioni nelle recenti elezioni amministrative, - osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - è stato interpretato un po’ semplicisticamente come un confronto tra persone e tra caratteri, alla ricerca di sintomi di inimicizia personale tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. E’ un effetto della personalizzazione delle relazioni politiche, divenuta una specie di norma interpretativa prevalente, anche per responsabilità dei due leader del centrodestra. Però, anche in questo caso, vale il vecchio proverbio latino, ‘amicus Plato sed magis amica veritas’. L’amicizia tra Berlusconi e Bossi, cementata da tante vicende, è un dato di fatto, e possiede anche un valore politico che – al di là di alcune insofferenze in settori della base di ambedue i partiti – avvantaggia tutti e due. L’amicizia però non basta. La ‘veritas’ è costituita dai problemi politici ed economici che stanno di fronte al governo, da una prospettiva incerta sul come affrontare la questione dei meccanismi di ricambio al vertice, in entrambi i partiti e nel governo, se anche in futuro si manterrà la maggioranza attuale. Si tratta di una massa di interrogativi – alcuni dei quali colpevolmente trascurati o occultati per troppo tempo – che oggi l’evidenza di una difficoltà di consenso rende impellenti. Non basta certo un incontro per scioglierli, anche perché alcuni temi, a cominciare da quello del percorso per onorare l’impegno all’azzeramento del deficit e contemporaneamente alleggerire le ganasce fiscali che frenano la crescita, non si possono sciogliere solo con l’espressione di una volontà. Ai due partiti e ai due leader conviene governare e riformare, ma questo richiede una diversa capacità di sciogliere nodi e affrontare difficoltà, che non può certo essere garantita solo dalla reciproca lealtà, condizione necessaria ma non sufficiente. Quello che si può constatare di positivo da questo avvio di confronto è che nessuno ha ceduto alla tentazione di scaricare sull’alleato la responsabilità dell’insuccesso, il che permette di guardare al futuro, per quanto complesso da gestire, invece di ingabbiarsi in recriminazioni autolesionistiche. Questo è il massimo che l’amicizia poteva offrire. Per recuperare la fiducia dell’elettorato, - conclude IL FOGLIO - bisogna invece dire la verità: riconoscere le debolezze, selezionare gli obiettivi e, soprattutto, realizzarli invece di limitarsi a illustrarli”. (red)

12. Tremonti respinge l’assedio del Cavaliere

Roma - “È durato molto più del previsto e, alla fine, - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - il vertice di Arcore, dopo un confronto fuori dai denti tra Berlusconi e Tremonti, sulla riforma del fisco ha prodotto soltanto l’ennesimo rinvio. Non è andata in porto l’operazione ‘rilancio’. Un’operazione immaginata da Silvio Berlusconi per uscire dall’angolo e liberarsi dall’ipoteca della sconfitta elettorale. Il Cavaliere avrebbe voluto sentire dal ministro dell’Economia una sola frase: ‘Si può fare’. Ma si è dovuto accontentare di un generico ‘vedremo a settembre’. Il faccia a faccia tra il premier e Tremonti, che ha preceduto la riunione allargata ad altre dieci persone (‘troppe - osserva uno dei presenti - perché si decidesse davvero qualcosa’), è stato per Berlusconi una vera doccia fredda. ‘Giulio, mi rendo conto dei tuoi vincoli, ma dobbiamo fare qualcosa, dare un segnale subito agli elettori’. ‘Mi dispiace, non ci possiamo permettere ora un taglio delle aliquote, non ci sono margini’, gli ha spiegato il ministro dell’Economia senza alzare la voce. ‘E poi i vincoli non li ho stabiliti io, è tua la firma sul piano nazionale di riforme che abbiamo portato a Bruxelles’. Continuando poi a smontare mattone dopo mattone il castello di illusioni del Cavaliere, convinto di poter ‘trattare’ con l’Unione europea un piano di rientro meno drastico grazie alla solidità patrimoniale delle famiglie italiane: ‘I mercati - ha replicato il ministro - non ci perdonerebbero alcun passo falso. Il giudizio sui nostri conti non lo dà Bruxelles, lo danno tutti i giorni le agenzie di rating. Che leggono i giornali molto attentamente’. Insomma, quello di Tremonti è un no su tutta linea. Tant’è che sia i ‘bossiani’ che i ‘berlusconiani’ accusano il ministro di essere l’unico ‘vincitore’ del summit. La novità politica, semmai, è che stavolta, quando il vertice si allarga anche ad Alfano e ai leghisti, Umberto Bossi si sposta sulle posizioni del Cavaliere. Isolando di fatto il ministro dell’Economia, rimasto l’unica sentinella del rigore. Anche la Lega è infatti sotto shock per lo ‘sberlone’ ricevuto nelle urne, il tradizionale asse con Tremonti sta scricchiolando sotto il peso delle esigenze elettorali. Il Carroccio ha capito che il federalismo non paga, servono misure concrete a favore dei piccoli imprenditori, degli artigiani, delle partite Iva. Insomma, - prosegue Bei su LA REPUBBLICA - la riunione di Arcore si trasforma in una sorta di processo a Tremonti, ma senza arrivare a una sentenza. Berlusconi chiede che venga presentata già a fine giugno, insieme alla manovra di correzione dei conti, la legge delega sulla riforma fiscale. Due operazioni che andranno approvate contestualmente: ‘Sono mesi che si riuniscono questi tavoli di studio al tuo ministero, ora ci serve un taglio delle tasse, non l’ennesimo libro bianco’. Il ministro dell’Economia gli spiega che a giugno è troppo presto. L’intenzione sarebbe quella di presentare la riforma del fisco a settembre, insieme alla legge di stabilità. Berlusconi spera di renderla poi esecutiva nel 2012 e quindi ‘tangibile’ nelle dichiarazioni dei redditi che verranno presentate nella primavera del 2013. Guarda caso alla vigilia del voto. Nel frattempo chiede almeno ‘la fine delle vessazioni fiscali’, un freno ad Equitalia, alle ganasce fiscali, al sequestro dell’automobile, ai blitz dei finanzieri ‘che si presentano in divisa e ad armi spianate nei capannoni, come se fossimo in uno stato di polizia’. E su questo, solo su questo, trova udienza nel ministro. Tanto che gli alleggerimenti fiscali e le semplificazioni potrebbero effettivamente trovare posto nella manovra di correzione di giugno. La carota insieme al bastone. Altra piccola concessione, più simbolica che reale, è l’apertura di due uffici di rappresentanza al Nord per i ministeri di Bossi e Calderoli. Uffici ‘altamente operativi’, ma non i ministeri veri e propri. Si discute anche del trasferimento, da Roma a Milano, della sede principale della Consob. Briciole. ‘È andato tutto bene - ha confidato il premier al suo arrivo ieri sera piazza di Siena - tranne che per Tremonti’. In effetti qualche motivo di consolazione il Cavaliere l’ha avuto. Il rapporto con Bossi non cede, almeno per ora: ‘Silvio, finché te la senti noi siamo con te’. I due leader, entrambi indeboliti dalla sconfitta elettorale, hanno deciso di sostenersi insieme. Bossi ha provato a sondare il terreno su un’anticipazione al 2012 delle politiche, trovando tuttavia Berlusconi determinato ad ‘andare avanti fino alla fine della legislatura’. Ma i leghisti – conclude Bei su LA REPUBBLICA - hanno chiesto al premier un ‘cambio di passo’, perché ‘non si può proseguire così altri due anni dando l’impressione di non fare niente. Allora sarebbe meglio giocare d’anticipo’”. (red)

13. Tensione fra Tremonti e Cavaliere. Ora riduzione deputati

Roma - “È andata bene con Umberto Bossi, si affrettano tutti a dire e a dichiarare. Il Cavaliere e il Senatur – scrive Marco Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - hanno rinsaldato l’alleanza: sembra vero. Ma nessuna parola di contenuto e di dettaglio sul fisco, sulla riforma che il capo del governo chiede a Giulio Tremonti da almeno un anno e di cui non si vede ancora traccia. Su questo punto non ci sono numeri nè comunicazioni ufficiali. Eppure ieri ad Arcore il capo del governo e il suo ministro si sono visti da soli, prima del vertice allargato agli altri esponenti della maggioranza. A Tremonti il presidente del Consiglio sembra abbia chiesto, per l’ennesima volta, la ‘contestualità’ fra la manovra di correzione dei conti pubblici e il varo della riforma del fisco, in forma di legge-delega almeno, comunque un primo passo ufficiale da comunicare agli italiani prima dell’inizio dell’estate. L’ha ottenuta? Sembra che la risposta esatta sia un ‘ni’ e che l’incontro a due, per l’ennesima volta, non sia stato dei più sereni. Almeno così riferivano ieri fonti governative che erano presenti ad Arcore. Di certo non si sono esaminate bozze, non si è scritta una riga sull’argomento fisco, non si è rimasti a parlare di numeri e di detrazioni o di recupero dell’evasione per finanziare il quoziente familiare e lasciare nelle tasche delle famiglie più reddito. Sembra che il titolare dell’Economia si sia limitato a ripetere, anche a Bossi, come in altre occasioni, che farà il possibile, che cercherà di individuare in tempo tutte le risorse disponibili e di fare una sintesi del lavoro tecnico sin qui svolto, compatibilmente con lo stato del bilancio e con gli obblighi comunitari. Da questo punto di vista, dunque, è stata l’ennesima riunione interlocutoria. E se ieri sera, a piazza di Siena, il capo del governo dichiarava ai cronisti che esiste un’intesa sul fisco fra lui, Bossi e Tremonti diceva forse una mezza verità: dal punto di visto politico anche il suo ministro riconosce che manovra di correzione del bilancio pubblico e riforma fiscale debbano essere intrecciati, ma con quali tempi e con quali contenuti, ancora non è chiaro. Le ultime – prosegue Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - dicono che la manovra diverrebbe legge certamente prima dell’estate, anche se slittasse di qualche settimana, mentre la legge delega sul fisco, bene che vada, dovrebbe vedere la luce non prima di settembre, contestualmente alla legge di stabilità. È talmente nebulosa ancora la materia che ieri sera nel governo qualcuno immaginava persino uno slittamento di entrambe le cose, mentre sull’intesa con Umberto Bossi le indiscrezioni erano più concrete: intesa sul trasferimento al Nord di alcuni uffici ‘ad alta operatività’ dei ministeri di Bossi e Calderoli, intesa sul trasferimento della Consob a Milano, intesa sul via libera leghista alla riduzione dei parlamentari già in questa legislatura, sulla riforma della giustizia e sul piano per il Sud. Quella della riduzione dei parlamentari, dunque una riforma di stampo costituzionale, potrebbe essere una delle strade scelte dalla maggioranza per risalire nel consenso degli italiani, visto l’alto impatto d’immagine di un tema come questo. Silvio Berlusconi ne parlerà in Parlamento in sede di verifica, prima della fine di giugno: potrebbe essere – conclude Galluzzo sul CORRIERE DELLA SERA - una delle sorprese di programma partorite dal vertice di ieri pomeriggio ad Arcore”. (red)

14. Tremonti delude il Cav. sul fisco

Roma - “In un clima di tensione tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, - scrive IL FOGLIO - Umberto Bossi e i vertici della Lega hanno incontrato il premier ad Arcore. Il vertice ‘è andato bene’, ha spiegato Angelino Alfano presente nella veste di neo segretario del Pdl. E in effetti la Lega non ha assunto un atteggiamento minaccioso malgrado, nelle pieghe dei discorsi, Bossi abbia fatto accenno all’ipotesi di elezioni anticipate al 2012; idea che – dicono al Foglio – Berlusconi ha respinto con un sorriso: ‘Vedrai che governiamo fino alla fine della legislatura’. Ma chissà. La tentazione di anticipare la riforma tributaria, magari spendendo un po’, e andare al voto sull’onda di un provvedimento così popolare è forte. La delegazione leghista ha ottenuto il sì al decentramento dei ministeri al nord, si tratterà di trovare una formula: che sia lo spostamento di alcuni dipartimenti o l’apertura di uffici di rappresentanza. D’altra parte la preoccupazione di Bossi, e dell’intero gruppo dirigente, è quella di non poter offrire nulla al proprio popolo riunito a Pontida il prossimo 19 giugno. ‘Ci farebbero a pezzi’, è stato spiegato al premier. Così toccherà al Cavaliere parlare con Gianni Alemanno, da sempre contrario all’idea del decentramento. Il sindaco di Roma ‘capirà’. Forse. La politica economica è rimasta invece sullo sfondo della discussione, almeno così dice chi era presente. Un filo tuttavia interrotto e più volte ripreso, con il premier sorridente ma fermo nelle sue domande al ministro dell’Economia Tremonti: ‘E’ proprio inevitabile una manovra così dura?’. Risposta: ‘Ci siamo impegnati a centrare il pareggio di bilancio per il 2014’. Berlusconi, che ha riscoperto Bossi a fianco del flemmatico Tremonti, ha platealmente cercato di stemperare la tensione con il ministro: ‘La sconfitta alle elezioni amministrative è stato l’effetto di un complesso di sbagli’. Come dire, non è colpa di una sola persona o soltanto della politica economica. Al premier non sfugge quello che gli hanno suggerito dall’entourage, secondo cui Tremonti è rimasto un po’ infastidito dalla nomina di Alfano a segretario del Pdl. Un incarico che – secondo le malizie – il ministro dell’Economia considera costruito apposta per fare da contraltare alla sua politica al ministero dell’Economia. Almeno così sembra. Si è convenuto – prosegue IL FOGLIO - di rimandare le decisioni sull’economia a una nuova verifica e a un altro vertice. Ma complice Bossi, che gestisce con difficoltà il malumore della base padana e riceve consigli bellicosi da Roberto Maroni, il Cavaliere ha potuto ottenere da Tremonti la conferma di quanto era nell’aria già da settimane: la riforma tributaria si farà, le leggi delega dovranno essere approvate entro l’estate e la norma entrerà a regime a ridosso del 2013. Non è il ‘drizzone’ all’economia che il premier immagina ancora di poter strappare a Tremonti. Bossi è d’accordo, ma mantiene una posizione ancora intermedia, vicina a Tremonti, malgrado Maroni gli consigli esattamente l’opposto. La linea d’intervento più plausibile è una rimodulazione delle aliquote per persone fisiche e aziende accompagnata da un ritocco compensativo (aumenti) dell’Iva. Il superministro ha già messo al lavoro la ragioneria dello stato per trovare le coperture. Per Tremonti il discorso è chiuso, ma il premier lo ha lasciato annunciando una verifica ‘a breve’. E la teoria delle elezioni anticipate al 2012 (universalmente smentita) prende quota: anticipando l’entrata in vigore della riforma, e investendo di più sul taglio della pressione fiscale, - conclude IL FOGLIO - si potrebbe riuscire a contenere gli effetti del calo di consensi che si registra in tutto il paese. ‘E la sinistra non riuscirebbe a governare per più di un anno’”. (red)

15. Tra Silvio e Umberto vince Tremonti

Roma - “Non passerà alla storia il vertice di ieri ad Arcore. Giulio Tremonti – scrive Giuliano Zulin su LIBERO - ha messo sul tavolo troppi ‘no’ per sperare in un’azione di rilancio immediata, almeno sul fronte tasse. Se ne riparlerà nel 2012. Un veto che - a tratti - ha fatto scaldare anche l’amico Umberto Bossi, allineato alla posizione di Silvio Berlusconi: bisogna aprire i cordoni della borsa per sperare di rivincere le elezioni. Il Senatur però non vuole mollare la presa, anche perché fra due domeniche c’è Pontida. E così si è accontentato di una promessa, suggellata dalla presenza del neo segretario del Pdl, Angelino Alfano: dovrebbero essere creati uffici di rappresentanza ‘altamente operativi’ di alcuni ministeri. Qualcosa insomma si muoverà da Roma e questa volta Gianni Alemanno, sindaco della Capitale, si è detto possibilista: ‘Non sarebbe nemmeno una straordinaria novità, l’importante è che sede e titolarità dei ministeri restino a Roma’. Il tema chiave resta comunque quello fiscale. ‘C’è stata solo una discussione generale’, ha fatto sapere Alfano: ‘È confermato l’obiettivo del pareggio di bilancio per il 2014 e quindi tutto andrà fatto secondo i tempi previsti e i vincoli che l’Unione Europea ci assegna’. Parole molto istituzionali che hanno fatto pensare a una discussione molto animata, dove il Senatur si è alleato col premier per tentare di far cedere Tremonti. Il ministro dell’Economia però ha spiegato con molta crudezza che difficilmente si riuscirà ad evitare il default della Grecia da qui a fine anno e che la cosa più importante in questo momento, con un notevole stock di debito pubblico italiano da rinnovare, è quella di dare un se- gnale chiaro e univoco ai mercati sui conti pubblici. Altrimenti invece di fare la riforma fiscale si rischia di allargare l’entità della manovra triennale da 40 miliardi già annunciata per pagare gli interessi crescenti sul debito pubblico. A quel punto – prosegue Zulin su LIBERO - il Senatur e Berlusconi hanno alzato la voce e alla fine si è arrivati a un compromesso: si farà un disegno di legge delega - ipotesi confermata anche a Via XX settembre - con interventi a partire da gennaio 2012, tenendo conto delle proposte emerse ai tavoli della riforma fiscale (vedasi Libero di domenica) sia sui tagli alla spesa secondo la fotografia scattata da Piero Giarda, sia sullo scambio fra riduzione di aliquote e incentivi fiscali. Alfano ha poi spiegato che ‘l’obiettivo della squadra che insieme ha governato bene il Paese è quello di completare il programma arrivando alla conclusione della legislatura nel 2013’. In effetti l’accanimento del ministro delle Riforme alla voce tasse lascia presagire che non c’è alternativa a questa maggioranza. Tradotto: finché Berlusconi resterà a Palazzo Chigi, il Senatur rimarrà alleato. Ne ha discusso anche con i suoi colonnelli in via Bellerio, di ritorno dal vertice di Arcore, ma alternative non ne sono emerse. Il Senatur non è sicuro che l’elettorato padano capirebbe un cambio di campo. Prima piuttosto c’è da ‘ristrutturare il partito’, il Carroccio. Ed è meglio sistemarlo stando al governo. A proposito di governo. Ultima questione: le nomine in vista della verifica in Parlamento, come chiesto dal presidente della Repubblica. Il vicepremier? ‘Non ne abbiamo parlato’, ha concluso il segretario del Pdl. Così come non si è affrontato il tema del nuovo Guardasigilli, - conclude Zulin su LIBERO - qualora Alfano lasciasse il ministero di via Arenula: quella è una poltrona che deciderà il Cavaliere senza consultazioni”. (red)

16. Fisco e immigrati, la Lega torna alla linea dura

Roma - “Torna la Lega ‘cattiva’ . Con gli immigrati. E poi riforma fiscale (quel che si può), e riforma istituzionale. Il summit di Arcore – scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - più che mettere a posto tutte le sparse tessere del mosaico politico è servito soprattutto a stabilire quanto meno un ‘percorso’ . E pazienza se il termine è curiosamente mutuato dalla sinistra. Il giro di boa sarà il raduno di Pontida di domenica 19 giugno. In quella data, Umberto Bossi offrirà al ‘Sacro prato’ alcune parole d’ordine. Non tutte nuovissime, in verità, e certamente non saranno nuove per Silvio Berlusconi, che ne verrà informato in anticipo. Il premier, a sua volta, all’indomani dell’evento padano e forse in sede di verifica di governo, darà il suo pubblico assenso all’alleato. Che cosa chiederà Umberto Bossi per dare nuovo orizzonte alle perplesse legioni padane? Per prima cosa— ancora lei —, sicurezza. Il leader leghista chiederà il pugno di ferro contro i barconi che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo. Blocchi navali? A dir poco. Di quelli duri. Spiega un leghista di peso che ‘il Carroccio chiederà di dispiegare tutti quei deterrenti che già sono stati utilizzati da alcuni governi di sinistra in Europa. Il modello sono Spagna e Grecia’ . Quando un leghista parla di modello greco o spagnolo intende sempre una cosa sola: sparare sui barconi per farli tornare da dove sono venuti. Secondo punto, riforme istituzionali. Con tanto di ‘cronoprogramma’ : taglio del numero dei parlamentari e, soprattutto, Senato delle Regioni. Ma la novità forse più significativa, e per contro meno nitidamente definita, riguarda la riforma fiscale. È vero, Angelino Alfano ha parlato dell’impegno comune per il pareggio di bilancio nel 2014. Significa sciabolare spese per 40 miliardi nel prossimo triennio. Il che lascia supporre – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - che in tema di conti pubblici la linea che conta resti quella di Giulio Tremonti. Che pure, anche ieri pare si sia scontrato energicamente con il premier. Eppure, il severo ministro all’Economia pare abbia alla fine promesso di vedere quel che si potrà fare. E dunque, da qui all’appuntamento sul ‘Sacro prato’ , l’uomo di via XX settembre lavorerà per offrire all’ ‘amico Umberto’ qualche cosa di spendibile. C’è chi parla di cautissimi ritocchi alle aliquote, chi di un inizio di quoziente familiare. Il tutto con una tempistica scandita per dare il meglio di sé a ridosso delle elezioni. L’orientamento, da quel che è dato capire, sarà ‘social’ : per reperire il fabbisogno, uno dei provvedimenti su cui si sta ragionando è il ritocco al rialzo dell’Iva per alcuni beni definiti pudicamente ‘non di largo consumo’ . In ogni caso, i leghisti ritengono la svolta indispensabile. E alcune agenzie attribuiscono a Bossi un secco monito: ‘Altrimenti dopo la sberla ci sarà il ko’ . Per il resto, Berlusconi si è raccomandato con l’ ‘amico Umberto’ di ‘sentirsi, sentirsi molto’ . Il summit doveva infatti servire anche per riprendere le misure di un’alleanza che negli ultimi mesi è apparsa parecchio sfilacciata. Da questo punto di vista, come tutti i partecipanti si affrettano a ribadire, il summit è riuscito. Certo, una parte della base e dei quadri intermedi del partito continua a sperare nel voto anticipato. Di più: si dice convinta che alla fine Umberto Bossi rovescerà il tavolo. O che comunque persuaderà il premier a tornare alle urne nel 2012. Secondo altri colonnelli leghisti, ‘una posizione prepolitica. Certo, non con le carte che abbiamo in mano oggi’ . Ma forse, il dato più significativo è il ritorno ad Arcore di Aldo Brancher, - conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - l’uomo che per anni è stato il gran sacerdote del rapporto tra Lega e berlusconiani”. (red)

17. Frattini: “Pdl a rischio di balcanizzazione”

Roma - Intervista di Antonella Rampino al ministro Franco Frattini su LA STAMPA: “La buona notizia, dice Franco Frattini, è che Bossi non molla Berlusconi: nessun avallo a governi tecnici. La cattiva, è che il Pdl resta ‘a rischio balcanizzazione’. Come se non fosse successo niente: l’esito del vertice di Arcore è l’immobilismo. Basterà, ministro Frattini, di fronte alla batosta che gli elettori vi hanno notificato? ‘Noi siamo ben consapevoli di aver perso elezioni amministrative, non politiche, e che per tornare a vincere occorre una reazione in tempi stretti. Tempi che non ci detta l’opposizione. Ho ascoltato stupefatto un esponente del Pd che, di fronte a una domanda su quando si sarebbero svolte le primarie, ha detto che forse ci sarebbero state prima le elezioni per Palazzo Chigi. Come se quel palazzo fosse vuoto, come se non ci fosse un presidente del Consiglio!’. E’ l’impressione che hanno molti cittadini, e non pochi analisti politici, ministro. ‘E’ un’impressione sbagliata. Abbiamo confermato gli obiettivi macroeconomici, e vi erano dubbi che si potesse eseguire quella manovra che è necessaria per i conti pubblici, e dunque gli impegni con l’Europa saranno rispettati. Ci sarà una riforma fiscale, e sarà non solo di forma e procedura: si è cominciato dalle ganasce fiscali, che interessano non poco il popolo dei nostri elettori. E spero si faccia subito il Piano per il Sud annunciato lo scorso dicembre. In più, è stata scartata l’ipotesi di un vicepremier. Significa che l’impegno della Lega nella maggioranza e nel governo continua. Possiamo passare alle riforme costituzionali, Senato federale, riduzione dei parlamentari, riforma del Csm, e giustizia, con la vera parità tra accusa e difesa’. L’alleanza è salda, lei dice. Eppure quella di Bossi e Berlusconi sembra la somma di due debolezze. L’uno non fa maggioranza senza l’altro, e non ha nemmeno leadership nel proprio partito. ‘Indubbiamente sono due leader che hanno avuto, entrambi, un risultato egualmente negativo nelle ultime elezioni amministrative. Anche per questo, non hanno interessi divergenti. E anche per questo il governo va avanti’. Per forza d’inerzia, però. E avendo davanti la verifica parlamentare, passaggio stretto. ‘E’ un passaggio politico, e come tale l’affronteremo. Bersani...’. Bersani dice che state lì a guardarvi la punta delle scarpe. ‘Beh, se pareggiare il bilancio entro il 2014 è guardarsi la punta delle scarpe... Bersani sperava che oggi la Lega rompesse, che i Responsabili andassero ognuno per conto proprio, che il Pdl implodesse. Sogni catastrofisti, come il governo tecnico’. Progetto che però qualcuno intestava a Tremonti. E al fine di frantumare proprio il Pd, garantendo un futuro al centrodestra. ‘No, un governo tecnico sarebbe anzitutto un fallimento politico per Berlusconi e Bossi, perché i nostri elettori non lo capirebbero. Anche per questo mai Tremonti lo guiderebbe’. E il Pdl? Lei chiedeva un direttorio... ‘Il Pdl resta a rischio balcanizzazione. Alfano, e sono felice che sia lui il segretario, porrà fine alle quote 70-30 con gli ex An, e a correnti e gruppi. Io parlavo di un direttorio, lui costruirà una nuova rappresentatività attorno ai tre coordinatori: una squadra. Meglio ancora, questo è il mio suggerimento, se si comporranno squadre tematiche, una vera e propria filiera su su sino al direttorio. E Alfano deve avere carta bianca anche per l’avvicendamento dei coordinatori’. Una struttura come quella del Pd. Farete vostre anche le primarie? ‘Certo che sì. Io sono stato il primo a parlarne a Berlusconi tre mesi fa. Mi rispose che era un’invenzione del Pd che si era ritorta contro il Pd. Un anno fa parlai del coordinatore unico, e guardi adesso dove siamo: il Pdl ha addirittura un segretario politico...’”. (red)

18. Prestigiacomo: “Primarie per tutti, ma non su Berlusconi”

Roma - Intervista di Alessandro Trocino al ministro Stefania Prestigiacomo sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Sì alle primarie. Non solo per la leadership, ma anche per i candidati a sindaco e i segretari provinciali. Ma farle ora sul nostro leader sarebbe una farsa. Non credo che possa esistere un Pdl senza Silvio Berlusconi per ancora moltissimo tempo: sarà lui a decidere quando e se fare un passo indietro’ . Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, apprezza il nuovo corso che sembra aprirsi per il partito. Giuliano Ferrara vi incita a cambiare tutto. A dare un colpo di reni, a metterci la faccia perché ‘niente è più triste di un declino’ . ‘E ha perfettamente ragione. Considero questa chiamata alla vitalità una provocazione positiva. È un terreno fertile sul quale scendemmo noi di Liberamente un anno fa’. E foste accusati di creare una corrente. ‘A torto. È un concetto che non ci appartiene neanche anagraficamente. Noi sollevavamo un problema di rinnovamento, per un partito che guardasse davvero al futuro’ . Le primarie potrebbero dare una mano in questo senso? ‘Certo, sono uno spazio di democrazia diretta essenziale. Dalle ultime elezioni è emerso che le scelte calate dall’alto non pagano. E le primarie consentiranno di superare i meccanismi delle quote tra Forza Italia e An. A patto che siano vere, non improvvisate, con regole precise’ . L’elezione a segretario di Alfano ha sollevato qualche malumore interno. ‘È un segnale molto positivo. La sua nomina di per sé non risolve tutti i nostri problemi, ma è una risposta importante, il simbolo di una nuova classe dirigente che il partito ha costruito in questi anni e che non ha eguali in altri partiti. Una generazione di quarantenni: la sua nomina è uno spartiacque’ . Come si traduce in concreto la volontà di ‘metterci la faccia’ ? ‘Con un comportamento opposto a quello che leggo sui giornali. Leggo di accordi tra la corrente di Scajola e di altri, tra Alfano e il gruppo di Alemanno. Bisogna fare il contrario, dare all’opinione pubblica l’immagine di una squadra coesa’ . Il Pdl ha sofferto alle Amministrative, perdendo a Milano e Napoli. ‘Al di là di queste sconfitte brucianti, il partito ha tenuto benissimo e rimane il primo d’Italia’ . Qualche difficoltà sembra averla. ‘È chiaro che io ho Forza Italia nel cuore. Resta la forma partito migliore, copiata e imitata da tutti. Nella fusione con An abbiamo complicato le cose. Ora bisogna riprendere lo spirito iniziale, aggiornandolo’ . Come si fa a costruire un partito nuovo con Berlusconi? Si parla di Tremonti successore. ‘Fantapolitica. Silvio Berlusconi è e resterà il nostro leader. Anche se Giulio è stato fondamentale. E lo dico io che ho lamentato spesso tagli eccessivi al mio ministero. Ma ci ha evitato la fine della Grecia’ . A lui e al mancato taglio delle tasse in molti, tra i quali pare Berlusconi, addebitano la sconfitta elettorale. ‘Sono sicuro che lo stesso Tremonti è consapevole della necessità di trovare un equilibrio per la riforma’ . Scajola vorrebbe che il partito cambiasse nome e simbolo e facesse con l’Udc la ‘Casa dei moderati’ . ‘Dal suo punto di vista mi sembra un buon percorso. Dobbiamo costruire un grande partito che allarghi la platea dei moderati del centrodestra. Del resto siamo alleati con l’Udc in una quantità infinita di amministrazioni sul territorio e lo sbocco naturale per Casini è il centrodestra. Se decidesse di posizionarsi con il centrosinistra perderebbe molti elettori’”. (red)

19. Formigoni: “Lunga vita a Berlusconi”

Roma - Intervista di Sabrina Cottone al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni su IL GIORNALE: “Governatore Formigoni, come mai questo movimentismo? La Lombardia le va stretta? ‘Assolutamente no. Ho sempre detto hic manebimus optime e lo confermo: sono felice di essere presidente della Regione. Ma sono e sono sempre stato un uomo di partito. Mi interessa il destino del partito e dell’Italia’. Avrebbe voluto lei il ruolo di segretario del Pdl? ‘No. Ritengo si faccia bene un solo mestiere alla volta. Ma nei momenti di dibattito intervengo e porto il mio contributo’. Un contributo critico? ‘Tutti nel Pdl ci stiamo muovendo. I giornali sono pieni di interviste: è doveroso per uomini di partito come noi siamo. Anzi, nelle trasmissioni tv amiche come Porta a Porta, sono il meno invitato di tutti’. Vespa dice che lei ha una conoscenza non approfondita della politica romana. ‘Queste sue parole dimostrano perché Porta a Porta è in crollo di autorevolezza. Chi va a vedere le registrazioni vede che ho perfettamente ragione io: sono stato invitato una sola volta in cinque anni, nel 2008. Purtroppo Vespa spaccia notizie false e questo per un giornalista è la peggior cosa. Mi chiedo se qualcuno gli faccia da suggeritore’. Parla a nuora perché suocera intenda? ‘Spieghi lui a me e agli abbonati Rai perché questo diverso trattamento’. Dica la verità: qual è il suo obiettivo? ‘Andare su una spiaggia dorata circondato da splendide fanciulle! Sto facendo il presidente della Regione, ho 4 anni davanti a me, con l’Expo e tutto il resto’. E le primarie per l’erede di Berlusconi? ‘Ho sempre detto: ‘lunga vita a Berlusconi’. Ma se ritenesse di non essere lui il candidato premier nel 2013, io ribadisco che dovremmo scegliere il suo successore con le primarie, non nel chiuso di una stanza di potere. In quel caso, probabilmente parteciperò’. E la Lombardia? ‘Se Berlusconi farà un passo indietro, se sarò candidato, se il popolo del centrodestra sceglierà me... Ci sono tre se. In quel caso, con tre se, troveremo una soluzione, se è in ballo il futuro del centrodestra e del Paese’. Non punterà al Quirinale? ‘Le sembro matto?’. Il vertice diArcore si è chiuso con il progetto che Pdl e Lega arrivino alla fine della legislatura. Condivide? ‘Condivido. Questa è l’analisi e questa la prospettiva’. Che ne pensa di Alfano segretario del Pdl? ‘Trova il mio pieno assenso. L’ho incoraggiato’. E le perplessità sullo statuto? ‘Sarà il consiglio nazionale a cambiare lo statuto. Ho proposto che si proceda rapidamente all’elezione dei coordinatori cittadini e provinciali, visto che dal 2008 non abbiamo mai tenuto alcun congresso’. Primarie per i vertici del partito? ‘Alfano mi ha rubatolo slogan ‘primarie per tutti’. Vedo che qualche altro amico di partito, come Mantovani, è più riluttante. È legittimo anche il suo pensiero, discutiamone. Ma le elezioni dei coordinatori devono avvenire entro luglio, al massimo la prima domenica di ottobre. È da tre anni che abbiamo promesso ai nostri sostenitori congressi congressi congressi’. Molti elettori del Pdl non sono andati a votare alle elezioni. Crede che si muoverebbero per le primarie? ‘Le primarie sono uno scossone, danno il senso di un partito che ha capito quel che è avvenuto e che cambia profondamente. In tutto il mondo coinvolgere gli elettori nelle cose che riguardano il partito è il modo di farli sentire responsabili. Noi chiedevamo ai nostri elettori solo divenire a distribuire i volantini. I nostri iscritti si sono un po’ rotti. Bisogna coinvolgerli nelle scelte che contano’. A che cosa si deve il suo nuovo look? Teme la concorrenza dei quarantenni? ‘Non sono un ragazzo del coro e ogni tanto lo faccio notare anche nel look. Ma non c’è stato alcun cambio del look, mi vesto sempre nello stesso modo. Chi ha inventato l’arancione?’ Non è stato Pisapia? ‘No, Formigoni agli Stati generali dell’Expo. Chi è stato il primo a mettere una cravatta verde o gialla in Parlamento? Io negli anni Ottanta, prima della Lega e dell’amico Galliani. Mi sono sempre divertito con i colori. Ora anche i fotografi se ne accorgono: meglio tardi che mai’. Ha invitato gli elettori ad andare al mare invece che a votare per i referendum? ‘Non ho invitato gli elettori ad astenersi. Il Pdl dice libertà di voto. Non c’è l’obbligo di andare a votare per i referendum. Il cittadino Formigoni non andrà a votare’. Di chi è la colpa della sconfitta di Milano? ‘Purtroppo abbiamo perso non solo a Milano ma datante parti’. Ma a Milano c’è stato un drastico cambio di maggioranza. ‘Ho segnalato più volte il disagio profondo del nostro elettorato: ci hanno fatto mancare i voti commercianti, casalinghe, artigiani, piccoli imprenditori. Abbiamo perso perché la nostra gente non è più andata a votare. Sa perché? Non ce la fanno più dal punto di vista economico’. Che ne pensa dell’idea di rifare la Dc? ‘La Dc è un’esperienza gloriosa ma passata. Noi dobbiamo rafforzare il Pdl’. Non la attrae una soluzione centrista? ‘Semi avesse attratto, ci sarei andato quindici anni fa’. Perché frena sull’idea di recuperare Casini e l’Udc? ‘Non freno ma non si può tirare fuori Casini dopo che cene siamo dette di tutti i colori. Abbiamo fatto volare parole troppo pesanti. Bisogna creare condizioni pazientemente. Serve tempo. E fatti, prima delle parole’”. (red)

20. Cav. e Capranica, stuff happens

Roma - “Stuff happens, diceva Don Rumsfeld, una specie di ‘ci sono cose che succedono’. Angelino Alfano, al termine del vertice con Bossi ad Arcore, - osserva Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - garantisce che si tira avanti fino al 2013 con una maggioranza solida, un rapporto con Bossi robusto, riforme già in cantiere. Benissimo. Scajola vuole rifare la Dc, benissimo. Bersani litiga di brutto con Vendola, molto bene. Israele occupa piazza Duomo, dove gli islamici in lotta hanno pregato rivolti alla Mecca, e non intende obbedire alla Questura che vorrebbe chiuderla indoor per proteggerla dagli antagonisti, molto benissimo. Santoro va a La7 e gli altri restano in Rai, benissimo. I giorni della Liberazione procedono radiosi, uno dopo l’altro. E noi al Capranica facciamo la festa a Berlusconi, domani, mercoledì, alle 10 in punto, ingresso libero, dibattito sconnesso, testimonianze di sinistra di quelle che magari fanno male, magari irritano, ma aiutano a capire, passerella dei direttorissimi, intervento della magica Erinni che ha messo a posto Celentano dicendogli che è sexy, idee che può esporre chiunque lo voglia, tante donne, ministre, deputate, senatori, capi e notabili e pubblico osannante. Ci sarà anche lo streaming internettiano, siamo modernissimi. Meno male che Silvio non c’è, però poi arriva. Un happening. Ce n’è bisogno. C’è bisogno di confusione distruttiva perché nasca qualcosa di passabilmente creativo. Se decideremo di rifare la Dc, dovrà essere una Dc rock, non un partito lento. Se decideremo di sostituire Berlusconi, dovrà essere una pop star, non un burocrate segnaposto. La storia delle primarie è il motivo guida, la provocazione guida, anche se pochi sembrano d’accordo sul serio. Secondo noi devono essere fatte il 1mo e il 2 ottobre con un regolamento semplice, incassando se necessario anche il fantasmagorico voto degli ‘infiltrati’, e devono essere fatte perché il leader rinasca dall’ascolto degli elettori e da un uso spregiudicato della parola politica, perché nel Pdl i capi territoriali diventino indipendenti e intraprendenti, eletti regione per regione. Il problema – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - non è il qualcosa ma il qualcuno: il Cav. deve ritirare fuori la sua bella maschera di una vita, deve ridiventare raggiante, rimettersi il sole in tasca, fare e disfare in modo elegante, con garbo, ma con decisione. Ma se è una stupidaggine, saranno accolte e rilanciate altre proposte, eccetto il tran tran, un avvizzimento lento, sornione, inconsapevole, lo spegnimento a fuoco basso di tutto quello che di fantastico il berlusconismo ha prodotto per l’Italia e non solo. Il rilancio del governo è impossibile senza la rilegittimazione politicamente piena, forte, della sua leadership, senza un Cav. aperto, che si assuma le sue responsabilità, che faccia capire al popolo di averlo ascoltato e di volere continuare a guidarlo. Con parole diverse, sia Eugenio Scalfari sia Angelo Panebianco, e molti altri, dicono che questa è un’impresa impossibile, che tutto va in un’altra direzione, che Berlusconi è a fine partita, ineluttabilmente. Verifichiamo in pubblico se hanno ragione loro – conclude Ferrara su IL FOGLIO - o abbiamo ragione noi”. (red)

21. L’asse tiene si va avanti (e Ferrara…)

Roma - “Ogni volta che Berlusconi e Bossi si vedono – osserva Alessandro Sallusti su IL GIORNALE - si parla di ‘incontro decisivo’, ‘chiarimento finale’, sull’onda della speranza della sinistra che l’asse di ferro si spacchi e il governo cada. In realtà il fatto che i due leader della maggioranza si guardino in faccia è un fatto normale, direi ovvio. A volte i problemi sono di routine, altre più pressanti. Ma mai l’ordine del giorno è stato: rottura dell’alleanza. Così anche ieri, al termine del pranzo del lunedì ad Arcore tra i vertici di Pdl e Lega, Bersani e compagni hanno dovuto riporre nel cassetto dei sogni la speranza di una crisi di governo imminente. La fumata è stata bianca, la maggioranza va avanti e ha tutte le intenzioni di arrivare a fine legislatura. Il patto elettorale è stato rinnovato, anche se questo non vuole dire che i problemi siano risolti. Tutto ruota intorno alla possibilità di far quadrare i conti senza penalizzare la ripresa, magari attraverso uno stralcio della tanto attesa riforma fiscale. Il pressing di Berlusconi e Bossi su Tremonti ha aperto qualche crepa del muro che il ministro delle Finanze ha innalzato all’indomani dello scoppiare della crisi. L’esordio di Alfano come referente politico del Pdl ha già portato qualche elemento di tranquillità e di ordine dentro il partito dopo la sbandata delle amministrative. Le varie ipotesi su un teorico dopo Berlusconi stanno rientrando nell’alveo dei dibattiti da salotto e da giornali di sinistra. Con una nobile eccezione, quel Giuliano Ferrara che da giorni sul suo giornale (e domani in un teatro di Roma) preme perché il Pdl si dia una mossa al suo interno. Più che una mossa, Ferrara evoca una scossa capace di rivoltare come un calzino logiche e dinamiche del partito. Personalmente sono scettico, piccoli correttivi spesso portano più benefici di svolte brusche che alla fine dividono e disorientano. Occhio a non gettare il bimbo con l’acqua sporca. Ma su tutto questo, ovviamente, il dibattito è aperto. Noi – conclude Sallusti su IL GIORNALE – non ci tireremo certo indietro. Siamo curiosi di sapere la vostra opinione. L’indirizzo lo conoscete”. (red)

22. Referendum, Napolitano alle urne: “Farò mio dovere”

Roma - “Il primo cittadino d’Italia, Napolitano, - scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA - andrà a votare per i referendum. Quando glielo chiedono, mentre esce da Montecitorio, non si tira indietro: ‘Io sono un elettore che fa sempre il suo dovere’. Top secret su cosa scriverà nella scheda. A fronte del tam tam del centrodestra, pure con ministri e big del Pdl pronti ad annunciare che diserteranno le urne (Sacconi, Matteoli, Scajola, Formigoni), l’annuncio del presidente pesa. Come quello di Romano Prodi (‘Votare è un diritto ma anche un dovere’). Non sono le sole dichiarazioni importanti alla vigilia della decisiva valutazione che oggi la Consulta farà sul quesito nucleare. Ecco, davvero a sorpresa, che Alfonso Quaranta, quando sono le 11 e 15 e lui è stato eletto presidente della Corte da neppure mezz’ora, risponde ai giornalisti. Gli chiedono se la consultazione possa essere cancellata per mano degli alti giudici, lui replica deciso: ‘Personalmente ritengo di no’. Poi, di fronte all’inevitabile meraviglia che l’uscita suscita, segue un’aggiunta, ‘la Corte deciderà dopo aver ascoltato le parti interessate’, che nulla toglie al peso della prima frase. Questo è il clima alla Consulta. Una camera di consiglio destinata a confermare il verdetto della Cassazione. Il leader dell’Idv Di Pietro, "padre" di tre referendum su quattro (acqua, nucleare, legittimo impedimento), ha ritirato, lo ha fatto il costituzionalista Alessandro Pace, i tre conflitti di attribuzione. Ora non resta che sentire le ultime voci, Avvocatura dello Stato e Pd, e decidere. Ma l’argomento forte, e cioè se, una volta fatto il referendum, resterà in piedi una legislazione ‘chiara, evidente, univoca’, è considerato in Corte determinante. E spinge verso il via libera. Prima camera di consiglio per Quaranta. Che ha ottenuto dieci su 13 voti. Assente per malattia la Saulle, mancante perché non scelto dalle Camere un componente, hanno messo una scheda bianca nell’urna, e lo hanno detto, Quaranta e i due nuovi vice, il giudice anziano Paolo Maddalena (si è volutamente fatto da parte con senso di responsabilità per evitare una presidenza troppo breve) e Alfio Finocchiaro. Per la prima volta i vice saranno due. Quaranta, altro segnale di rilievo per la pronuncia sul referendum e su quelle future per i conflitti berlusconiani per Ruby e Mediaset, - prosegue Milella su LA REPUBBLICA - ci ha tenuto a sottolineare che ‘la Corte opererà come sempre con terzietà, collegialità, imparzialità e indipendenza’. Contro ‘inopportune interferenze esterne’. Su Quaranta piovono saluti, tra cui quello del sindaco di Napoli De Magistris che plaude alla sua città ‘culla del diritto’. Ma la sua elezione è quasi messa in ombra dal referendum. Sul quale, nel Pdl, s’intensificano le voci contrarie come quella di Fitto sull’acqua (‘È contro la concorrenza, non contro la privatizzazione’) e ‘sul tentativo della sinistra di politicizzare il voto’. Una consultazione ‘abusiva’ perché il governo, sul nucleare, ha già cancellato la legge. Che però la Cassazione ritiene ambigua in quanto palazzo Chigi ‘include la scelta di fonti nucleari escluse dalla volontà referendaria’. Nell’espressione ‘entro 12 mesi’ la Suprema Corte vede ‘la costanza di intenti energetici nuclearisti’. I detrattori vedono nella sentenza scritta dal giudice Zecca, e non dal relatore Agrò, un segno di possibile dissenso pure al palazzaccio. Sui referendum – conclude Milella su LA REPUBBLICA - si pronuncia in modo definitivo il Terzo polo dopo un vertice tra Fini, Casini e Rutelli. ‘No’ sull’acqua, libertà di coscienza per nucleare e legittimo impedimento. Di Pietro incita tutti al voto. La Finocchiaro (Pd) si dice ‘ottimista’ sul quorum. Vendola conferma i suoi quattro sì”. (red)

23. “La Consulta non può fermare il referendum”

Roma - “‘Personalmente ritengo che non sia nei poteri della Corte costituzionale bloccare il referendum, ma deciderà il collegio’. È l’opinione espressa da Alfonso Quaranta, neo-presidente della Consulta, - riporta Maria Antonietta Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - subito dopo la sua elezione, aggiungendo che la decisione arriverà oggi o, al massimo, domani. Quaranta ha anche affermato di ritenere inopportune ‘le interferenze esterne sull’autonomia della Corte’ , dando un altolà a indebite ‘pressioni’. ‘Questa mia elezione — ha aggiunto riferendosi all’ampia maggioranza di dieci giudici che lo hanno votato, solo tre gli astenuti— fa giustizia di ogni illazione sulla presunta politicizzazione della Corte, che spero cessi’ . La Consulta— ha assicurato— continuerà a operare ‘nel pieno rispetto dei principi di collegialità, terzietà, imparzialità e indipendenza’ . Quaranta è il trentacinquesimo presidente della Corte e resterà in carica fino al 27 gennaio del 2013. Questa volta è stato bypassato il criterio dell’anzianità di carica: ‘La Consulta aveva bisogno di un periodo di stabilità’ , ha commentato un giudice. ‘Stavolta si è ritenuto che l’alternanza di quattro presidenze in un anno (dopo De Siervo, sarebbe toccato a Maddalena, poi Finocchiaro e infine a Quaranta, ndr) sarebbe stata un’anomalia’ . Settantacinque anni, napoletano eletto dal Consiglio di Stato, ritenuto più gradito al centrodestra, già lo scorso dicembre Quaranta aveva sfiorato la presidenza per un solo voto di scarto rispetto a Ugo de Siervo. Uno dei primi messaggi di felicitazioni è arrivato proprio da chi, come il premier Berlusconi, a più riprese ha accusato la Corte di essere in mano a giudici di sinistra. E in serata, arrivando al Carosello per la festa dei Carabinieri, il presidente del Consiglio ha dichiarato: ‘Perché dovrei temere i referendum? Sentiremo cosa pensa l’opinione pubblica e ci adegueremo’ . Berlusconi ha affermato, anzi, di non temere ‘assolutamente’ neanche il referendum sul legittimo impedimento. La Cassazione ha spiegato ieri perché ha deciso di trasferire il quesito referendario sul nucleare alla nuova legge varata a fine maggio. Per la Corte Suprema l’articolo 5 comma 1 e comma 8 ‘non esprime solo programmi per il futuro ma detta regole aventi la forza e l’efficacia di una legge che apre nell’immediato al nucleare’. Un programma, aggiunge la Cassazione, ‘solo apparentemente cancellato’ e ‘con una nuova disciplina che conserva e anzi amplia le prospettive e i modi di ricorso alle fonti nucleari di produzione energetica’. La nuova legge, in sostanza, - prosegue Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - porrebbe le basi per la ripresa della produzione nucleare con l’emissione di un ‘provvedimento adottabile dal Consiglio dei ministri entro il termine di dodici mesi’. Dalle circa dieci pagine dell’ordinanza, risulta che a scrivere le motivazioni non è stato Antonio Agrò, il relatore della causa, ma un altro consigliere, Gaetanino Zecca, evidentemente perché Agrò non ha condiviso la decisione. Intanto continua la battaglia per il quorum. E se Di Pietro, per abbassare l’asticella, pensa a un ricorso per non conteggiare il voto degli oltre 3 milioni di italiani all’estero, aumenta la mobilitazione dei cattolici: l’Azione Cattolica ha invitato ‘soci e cittadini’ perché ‘ci sia un’ampia partecipazione ai referendum abrogativi del 12-13 giugno’”. (red)

24. Onida: “D’accordo sulla sostanza, ma annuncio singolare”

Roma - Intervista all’ex presidente della Consulta Valerio Onida sul CORRIERE DELLA SERA: “‘Lo ha detto già oggi? Be’, lo trovo abbastanza singolare nella forma, anche se lo condivido nella sostanza’. Valerio Onida è stato presidente della Corte costituzionale nel 2004 e di recente ha partecipato alle primarie del centrosinistra a Milano, poi vinte da Giuliano Pisapia, diventato sindaco. Il neo presidente della Consulta, Alfonso Quaranta, a margine del suo insediamento e di fronte ai giornalisti, ha anticipato il suo giudizio rispetto alla riunione della Camera di consiglio: oggi si riunirà per valutare la persistenza delle condizioni per consentire lo svolgimento del referendum sul nucleare, in presenza di una modifica legislativa: ‘Personalmente ritengo che la Corte non possa fermare il referendum’ , ha detto Quaranta. Per poi aggiungere che la decisione collegiale sarà presa solo dopo aver ascoltato, in camera di Consiglio, gli avvocati delle parti interessate. Presidente Onida, la sorprende questa dichiarazione? ‘La trovo un po’ strana, ma comprensibile. Perché immagino che il nuovo presidente abbia voluto chiarire, con quelle parole, che la Consulta non è stata investita da un ricorso del governo, ma da un ricorso d’ufficio’ . C’è stata un’interpretazione errata? ‘Certo. Perché quando una norma viene modificata, la Corte costituzionale viene investita d’ufficio, senza bisogno di un intervento specifico. Io credo che quella frase del presidente sia stata motivata dalla necessità di chiarire i limiti di intervento della Corte costituzionale su questa materia’ . Limiti che le impedirebbero di decidere per l’inammissibilità del quesito? ‘Sì, non vedo quali potrebbero essere i fatti nuovi per decidere di non ammettere il referendum. Credo che la posizione di Quaranta sia corretta’ . Una lettura maliziosa vuole che sia intervenuto per smarcarsi dalla vicinanza politica a Silvio Berlusconi. ‘Non mi metterei a fare letture maliziose. Che sono del tutto fuori luogo. Credo che Quaranta sarà un ottimo presidente’ . Non negherà che c’è talvolta un sospetto di parzialità politica della Corte. ‘Ma è quello che ripetono tutti, a cominciare dal presidente del Consiglio: più che sospetti sono accuse, attacchi frontali. I membri della Corte vengono tirati per la giacca da una parte e dall’altra’ . Dunque, nessuna interferenza politica. ‘Le ripeto, è una frase che non è dimostrata nei fatti, ormai è diventato un luogo comune. Per non parlare dell’affermazione secondo cui undici dei quindici magistrati sarebbero di sinistra. Assurdo, è una favola. Io direi solo una cosa: lasciateli lavorare’”. (red)

25. Se i politici seguono il gregge

Roma - “E’ abbastanza mortificante – osserva Luca Ricolfi su LA STAMPA - lo spettacolo cui dobbiamo assistere in questi giorni, gli ultimi prima dell’appuntamento dei referendum. In un Paese serio si discuterebbe del merito dei quattro quesiti, e cercheremmo tutti di farci un’idea dei pro e dei contro, dei benefici e dei costi, delle opportunità e dei rischi. Opportunità e rischi che, contrariamente a quello che immaginano i fanatici, ci sono sempre, qualsiasi cosa decidiamo di votare. Quello che si svolge sotto i nostri occhi, invece, è un penoso tentativo del ceto politico di non farsi travolgere dal sentimento popolare, percepito come favorevole a un quadruplice sì ai quesiti referendari. Anziché cercare di guidare l’opinione pubblica, facendola ragionare, i politici la seguono acriticamente, come un pastore che rincorre il suo gregge di pecore. Si potrebbe fare, ed anzi qualcuno lo ha già fatto, un elenco dei politici che hanno cambiato posizione, terrorizzati dal clima d’opinione che si è installato in Italia dopo le due Fukushima: quella vera, che ha reso più radioattivo il pianeta, e quella dei ballottaggi, che ha reso radioattivo Berlusconi. Molti dei mutanti sono politici di sinistra, che hanno fiutato il vento e sono improvvisamente diventati referendari, dopo aver a lungo snobbato i referendum. Ma molti sono anche politici di destra, che fino a ieri appoggiavano con convinzione le scelte del governo in materia di acqua e di nucleare, e ora sono assaliti dai dubbi. I primi hanno capito che, in questo momento, i referendum possono risultare utilissimi per disarcionare Berlusconi, i secondi sono in piena ‘revirgination’, per dirla con Luciana Littizzetto: sperano che la verginità acquistata oggi votando qualche sì, o almeno mostrandosi pensosi, li salvi dal disastro quando Berlusconi sarà costretto a lasciare. Ma lasciamo perdere, e non facciamo nomi. Solo una cosa, vorrei dire: chi non perde occasione per difendere la democrazia, la laicità, la qualità della discussione pubblica, non dovrebbe prestarsi a questo gioco. Perché dei quattro referendum solo uno è puramente politico, quello sul legittimo impedimento. Qui l’effetto giuridico del voto è nullo (la Corte Costituzionale ha già di fatto bocciato la norma che si vuole abrogare) e la scelta è quindi solo simbolica, un sì o un no a Berlusconi. Ma gli altri tre referendum no, il loro esito ha anche effetti importanti sulla vita di tutti noi. E non è affatto evidente come dovrebbe votare un cittadino che avesse a cuore solo il bene comune. Sul nucleare è relativamente chiaro quali siano i rischi di una scelta a favore delle centrali, ma è assai meno evidente quali siano i costi di un voto che bloccasse qualsiasi programma nucleare futuro. Quale ulteriore rallentamento della crescita economica dell’Italia? Quali difficoltà per la nostra bilancia commerciale? Quali sovraccosti dell’energia? Quanti posti di lavoro in meno nei prossimi anni? Sono interrogativi su cui poco si ragiona, - prosegue Ricolfi su LA STAMPA - non solo perché andrebbero contro il sentimento romantico e anti-industriale prevalente al momento, ma perché risposte precise nessuno ne ha. E non mi riferisco solo ai referendari, ma anche ai difensori del nucleare, i quali - ad esempio - usano spesso l’argomento dell’attuale sovrapprezzo dell’energia, ma quasi sempre dimenticano che una parte di quel sovrapprezzo non dipende dalla rinuncia al nucleare ma dal livello delle tasse sull’energia. Quanto all’acqua le cose sono ancora più intricate. Si può benissimo essere per il sì ai due quesiti sull’acqua (ad esempio perché molte liberalizzazioni e privatizzazioni del passato ci hanno resi diffidenti), ma l’argomento della ‘privatizzazione dell’acqua’ è basato su una forzatura del significato delle parole, visto che quel che sì renderebbe (parzialmente) privato non è il bene acqua bensì il servizio di distribuzione dell’acqua stessa. Un servizio che ora costa molto, disperde una quantità inaccettabile delle nostre risorse idriche, e in molti contesti - proprio grazie alla sua gestione pubblica - fornisce ai politici una preziosa (per loro) riserva di poltrone, posti di lavoro, incarichi e commesse. Ma in fondo non dobbiamo lamentarci troppo. Se i politici seguono il gregge, è perché il gregge è gregge. Finché ci lasceremo suggestionare dagli slogan, finché saremo accecati dalle nostre simpatie e antipatie, la politica non smetterà di usarci. I politici di destra, che ora cavalcano le paure di Fukushima, domani torneranno a spiegarci che la scelta nucleare è inevitabile, se l’Italia vuole tornare a crescere e creare occupazione per i giovani. E i politici di sinistra, gli stessi che ora ci chiedono di votare contro la ‘privatizzazione dell’acqua’, appena avranno cacciato Berlusconi e riconquistato il governo del Paese – conclude Ricolfi su LA STAMPA - torneranno a intonare l’inno delle liberalizzazioni, delle ‘lenzuolate’ che dovrebbero far ripartire l’Italia. Auguri!”. (red)

26. Il tasso di riformismo del Pd alla prova referendum

Roma - “Il Pd – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 - si è schierato per la partecipazione ai referendum del 12-13 giugno, sostenendo due ‘sì’ sui quesiti che riguardano l’acqua. Ciò stupisce perché il partito guidato da Pier Luigi Bersani si proclama fautore dell’economia di mercato ed europeista, e i due quesiti non riguardano – come si dice comunemente – l’acqua quale bene pubblico, ma l’economicità di gestione delle imprese locali ex municipalizzate. I due quesiti propongono l’abrogazione di una legge di attuazione della normativa europea che, non a caso, reca il nome dell’ex ministro delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, e di quello per gli Affari regionali, Raffaele Fitto. L’acqua è un bene demaniale e tale rimane anche con la legge Ronchi- Fitto, la quale stabilisce semplicemente che gli enti locali non possono gestire come loro imprese al 100 per cento le ex aziende municipalizzate, ma debbono mettere sul mercato almeno il 40 per cento del loro capitale sociale, affidandolo a una gara, in attuazione dei principi di concorrenza vigenti nel mercato comune. Non ha alcun senso che i comuni tengano per sé l’intera proprietà delle imprese più disparate, dalle farmacie municipali alle centrali del latte, dalle aziende di raccolta e smaltimento dei rifiuti, passando a quelle del gas e dell’elettricità, fino a quelle dei servizi idrici. In questo modo, tali imprese non possono crescere come dovrebbero, perché non si possono finanziare sul mercato e non riescono a raggiungere le necessarie economie di scala. D’altra parte, poiché la legge Ronchi-Fitto applica direttive comunitarie, l’abrogazione mediante referendum della norma sulle gare genererebbe un contenzioso in sede europea, che si può sanare solo con un’altra legge e che, comunque, non farebbe certo onore a chi si vanta spesso d’essere europeista. Il secondo quesito cui il Pd vorrebbe che si rispondesse ‘sì’ concerne la norma che stabilisce che la tariffa dell’acqua deve remunerare l’investimento. Abrogandola, saranno i contribuenti a pagare la differenza, perché non esiste il pasto gratis, neppure per l’acqua. E il prezzo sotto costo ne alimenta lo spreco. Il che non è per nulla positivo, anche dal punto di vista dell’ambiente. In definitiva il liberalizzatore Bersani, - conclude IL FOGLIO - che da ieri ha annunciato l’ennesima svolta ‘riformista’, avrebbe dimostrato un po’ di coerenza appoggiando una delle poche riforme liberalizzatrici approvate dal governo di centrodestra”. (red)

27. Meglio votare, fa bene a tutti

Roma - “Dice il ministro della Salute Ferruccio Fazio – scrive Gian Antonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA - che per lui votare ai referendum sarà ‘un bel problema’ perché è residente a Pantelleria: ‘Spero di farcela, ma se non vado a votare non sarà per motivi ideologici’ . I suoi colleghi Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e Claudio Scajola spiegano invece che no, loro non ci andranno alle urne proprio per far fallire le consultazioni. Sulla stessa posizione sta Roberto Formigoni. Che a chi gli rinfacciava che ‘è grave che chi riveste un ruolo istituzionale dichiari di non voler partecipare a un istituto democratico che permette a tutti i cittadini di dire la propria’, ha ricordato piccatissimo che ‘ai sensi delle leggi vigenti non vi è alcun obbligo per i cittadini di andare a votare’. Compreso, ovvio, ‘il cittadino Formigoni’. Il quale, dieci anni fa, quando il governo di sinistra fece esattamente come stavolta quello di destra e cioè rifiutò di abbinare le elezioni e il referendum sulla devolution lombarda fortissimamente voluto dal governatore e dalla Lega per non favorire il superamento del quorum, era furente: ‘Un killeraggio’. In realtà, come ricordava un giorno Filippo Ceccarelli, ‘chi è senza astensionismo scagli la prima pietra’. Pier Ferdinando Casini, per dire, oggi si batte perché tutti vadano a votare ma sulla procreazione assistita era favorevole all’astensione pur avendo sostenuto nel 1997, quando l’invito ad ‘andare al mare’ aveva mandato a monte, scusate il pasticcio, 7 quesiti, che ‘è sempre un giorno triste, quando le urne vengono disertate’. E Piero Fassino, che a quell’appuntamento del 2005 era impegnatissimo a superare il quorum sulla procreazione, aveva due anni prima spiegato, a proposito dell’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese: ‘La strategia passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare’. Perfino i radicali, che più coerentemente hanno sostenuto il valore democratico del voto referendario, hanno qualcosa da farsi perdonare. Fu Marco Pannella, infatti, a ventilare per primo l’ipotesi dell’astensione per far fallire lo scontro sulla scala mobile nel 1985. E da allora è sempre andata così. Da una parte – prosegue Stella sul CORRIERE DELLA SERA - quelli che vogliono vincere ‘pulito’ con il quorum, dall’altra quelli che non vogliono rischiare di perdere e puntano a sommare il loro astensionismo a quello fisiologico. Indifferenti all’accusa, volta per volta ribaltata, di essere dei ‘furbetti’. Prima delle parole dette in questi giorni da Giorgio Napolitano, un altro presidente si era speso per la partecipazione. Carlo Azeglio Ciampi: ‘È ovvio che l’astensione è legittima, ma io ho votato per la prima volta a 26 anni, perché prima in Italia non era dato, e da allora l’ho sempre fatto perché considero il voto una conquista e un diritto da esercitare’. Ecco, per costruire una democrazia compiuta, quali che siano i referendum sul tavolo, i valori in gioco, gli schieramenti politici, si potrebbe partire da qui. Dalla necessità di salvaguardare uno strumento di partecipazione che, dopo 24 fallimenti consecutivi a partire dal 1995, non possiamo più permetterci di mandare a vuoto. Certi cattolici come Mario Segni, controcorrente rispetto alle stesse scelte della Chiesa, decisero ad esempio di andare a votare anche sulla fecondazione assistita. Votarono da cattolici, non da atei, laicisti, anti-clericali. Ma votarono. Convinti che, se avessero vinto nelle urne - conclude Stella sul CORRIERE DELLA SERA - sarebbe stata una vittoria più bella che non quella ottenuta col trucco”. (red)

28. Vendola-Bersani, scontro sull’“affidabilità”

Roma - “La Grande Paura dei democratici affonda radici nel biennio 1993-1994. Quando i progressisti, dopo aver vinto le Amministrative, - scrive Monica Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - si schiantarono alle politiche con la gioiosa macchina da guerra guidata da Occhetto. Evocato prima da D’Alema, poi da Fassino, quindi da Fioroni e Anna Finocchiaro, il fantasma della sconfitta aleggiava ieri sulla direzione nazionale, finché la presidente Rosy Bindi non si è incaricata di scacciarlo: ‘Posso ricordare che il Pd nel ’ 93 non c’era? Non è cosa buona fare questi automatismi...’ . I democratici non hanno dimenticato e le loro riflessioni sono variazioni sul tema ‘come non ripetere gli errori del passato’. Bersani dice di avere le idee chiare e festeggia il ‘risultato eccellente’ . Ha ritrovato l’unità del partito, ma deve vedersela con i potenziali alleati: Vendola che lo insulta da sinistra e i centristi di Casini che lo punzecchiano da destra. Colpa di D’Alema, che ha criticato ‘pigrizie, furbizie e terzoforzismi’ del nuovo polo tirandosi dietro le repliche infastidite dell’Udc. E al leader di Sel non è piaciuto quel passaggio dell’intervista di domenica al Corriere in cui il leader del Pd dice che toccherà, prima del voto, verificare l’affidabilità di Vendola e compagni. Che ‘spocchia’ , si arrabbia il presidente della Puglia. La parte dello ‘scolaretto’ gli sta stretta e pretende scuse democratiche per la ‘dichiarazione un po’ pelosa e meschina’ di Bersani. Finché alle sei del pomeriggio il segretario derubrica il caso a ‘fraintendimento’ e ci scherza su: ‘Non sono un maestrino che detta i compiti...’. Spazza via l’immagine del leader in cattedra, però pianta ben saldi i paletti per un ‘patto forte ed esigibile con il Paese per un progetto di governo impegnativo’. Ma sia chiaro che l’Unione non tornerà, Bersani non ha alcuna intenzione di guidare ‘generiche carovane’ con dentro tutti gli oppositori di Berlusconi. La svolta maggioritaria ricompatta le anime del Pd, però – prosegue Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - infastidisce le altre forze delle opposizioni, che soffrono il ritrovato protagonismo dei democratici. ‘Vogliamo essere il primo partito, si apre una nuova fase per il Paese— guarda alle Politiche Bersani —. Il Pd deve investire su se stesso’ . Tre i fronti aperti per il rilancio dell’iniziativa riformista. Impegno per il referendum, programma per l’alternativa e consolidamento del Pd. Entro giugno tornerà a riunirsi la direzione, poi Bersani lancerà una conferenza nazionale che ‘ci aiuti a migliorare’ . Applausi, voto e relazione approvata all’unanimità. Anche Veltroni loda Bersani, ben contento che il segretario abbia ragionato di partito aperto, messo ‘in sicurezza’ le primarie e chiarito che le alleanze vengono dopo il programma. Quanto alla premiership, Bersani è in campo. Persino Fioroni lo incorona, però lo sfida a candidarsi alle primarie: ‘Con un gruppo dirigente unito le vincerà’ . La via maestra sono le elezioni. Ma D’Alema sa che ottenerle non sarà facile e ribadisce la disponibilità a un governo di fine legislatura: ‘Mi aspettavo che mi attaccasse Cicchitto, ma non l’Unità...’ . L’affondo – conclude Guerzoni sul CORRIERE DELLA SERA - è per Francesco Piccolo che ha definito ‘disarmante’ la sua strategia. D’Alema vi ha colto un sintomo di ‘primitivismo politico pericoloso’ e il direttore Concita De Gregorio ha precisato: ‘Nel commento di Piccolo non c’erano insulti...’”. (red)

29. Rossi: “Lista unica con Sel e Di Pietro scelta vincente”

Roma - Intervista di Simona Poli al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi su LA REPUBBLICA: “‘Non funziona il Pd all´acqua di rose. Invece di inseguire alleanze con Udc e Terzo polo noi dovremmo concentrarci sul rafforzamento dell´asse con Sel e Italia dei Valori: le amministrative dimostrano che dove corre unito il centrosinistra viene premiato’. Non ha dubbi il presidente della Toscana Enrico Rossi: la ricetta per vincere le elezioni politiche si chiama Nuovo Ulivo, una formula usata di recente anche da Romano Prodi. D´Alema non la pensa come lei, anzi dice l´opposto. E anche Bersani lascia la porta aperta a possibili intese con Casini. Sbagliano entrambi? ‘È giusto dialogare con l´Udc sui temi costituzionali e le grandi riforme ma non fare di questo il punto centrale del nostro lavoro. La priorità sono le cose da fare, le proposte, i programmi, la scelta dei candidati con le primarie e soltanto dopo le alleanze. E poi, attenti: il giorno in cui Berlusconi si ritirasse davvero ritengo assai probabile che Casini e Fini giocherebbero la loro partita nel centrodestra. Non servono tatticismi, l´impegno prioritario è compattare le forze di opposizione che possano riconoscersi in quello che chiamo Nuovo Ulivo’. In caso di primarie Bersani e Vendola potrebbero sfidarsi. ‘Facciamo un passo per volta, quando si porrà il problema lo affronteremo. Bersani esce rafforzato da queste elezioni ed è il nostro leader naturale. Io l´ho sostenuto fin dall´inizio, non lo dico certo da ora, sta scritto nello statuto del Pd. E meno se ne parla meglio è’. Non le piace il Pd annacquato, dice. Lo vorrebbe più rosso? ‘Non invoco certo il ritorno ai simboli del passato, in Italia il muro di Berlino è caduto fin troppo tardi. Ma oggi al primo posto c´è la questione sociale, che è la vera e propria emergenza. Il socialismo di Blair ha fallito proprio perché si è lasciato attrarre dalle sirene del liberismo. Così la sinistra ha perso buona parte dei suoi riferimenti, soprattutto nel mondo del lavoro’. Vendola sottoscriverebbe al volo. ‘In Toscana ce lo abbiamo un cattolico che ha fatto proprie le battaglie sociali ed è La Pira: ha requisito le case per gli sfrattati e difeso posti di lavoro. La politica è anche passione, non lo scordiamo, e deve saper parlare al cuore. Dietro al risultato elettorale c´è chi non ne può più di Berlusconi e dei suoi eccessi ma c´è anche una questione di disagio sociale, perché la crisi comincia veramente a colpire. Abbiamo stipendi fermi a 1000-1200 euro, quattro milioni di precari, decine di migliaia di operai in cassa integrazione, un mondo di partite Iva composto da supersfruttamento e 250 miliardi di evasione fiscale. Il Pd deve stare dentro a questo movimento della società ed elaborare proposte serie’. Renzi sostiene che più dei partiti conti la personalità del candidato. ‘Non sono d´accordo. Bisogna utilizzare bene le primarie e lavorare per avere partiti forti e organizzati che siano davvero un luogo di discussione e formazione. Queste elezioni ci insegnano che il partito del padrone subisce una sconfitta, a Milano Berlusconi perde metà preferenze’. Serve un rinnovamento nel partito, almeno? ‘Non c´è dubbio. D´Alema e Veltroni sono i dirigenti che ci hanno fatto vincere, perdere, anche sognare. Ma adesso c´è bisogno di un ricambio, Bersani deve guardare alle esperienze nuove sul territorio, agli amministratori che abbiano dimostrato di avere capacità e di sapere far bene politica’”. (red)

30. Il sospetto di Vendola: vogliono ridurci a un satellite

Roma - “I timori di Nichi Vendola e compagni – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA - sembrano essersi materializzati. Il dirigenti del suo movimento, Sel, subito dopo il risultato delle amministrative nutrivano il sospetto che il Pd potesse mettere il cappello sulla vittoria. E così, secondo loro, è stato. La riprova l’hanno avuta nell’intervista al Corriere della Sera di domenica in cui Bersani mette in dubbio l’affidabilità politica della sinistra. La relazione con cui il segretario ha aperto ieri i lavori della Direzione è apparsa come un’ulteriore conferma. ‘Qui si vuole riproporre un vecchio schema: al centro c’è il Pd e gli altri partiti fanno i suoi satelliti’ , ha confidato a qualche compagno di partito Vendola. E poi ha aggiunto: ‘Non possiamo accettare la logica secondo cui sono loro a darci la patente di legittimità. Peraltro sono sette anni che governo in Puglia, non ho bisogno di prendere insegnamenti dal Pd’ . Il leader di Sel non ama le polemiche, ma questa volta non è riuscito a tacere. E a Repubblica tv ha pubblicamente replicato al segretario del Pd: ‘Ci vuole meno spocchia e più umiltà: la dichiarazione di Bersani è meschina e un po’ pelosa. Nessuno deve mettersi in cattedra e sottoporre gli altri a esami’ . Le parole di Vendola hanno colpito Bersani. Il segretario del Pd ha avuto paura che la sua giornata di gloria in Direzione potesse essere rovinata e che giornali e tv si occupassero più del battibecco con Vendola che della sua relazione. Perciò ha smorzato: ‘Non faccio il maestrino, c’è stato un fraintendimento’ . Il governatore della Puglia ha incassato le scuse e ringraziato: ‘Con lo spirito dell’innovazione potremo dare tutti insieme una prospettiva di alternativa all’Italia’ . Formalmente, almeno per ora, la polemica è chiusa, anche perché, come si è detto, Vendola non ama praticare questo sport assai in voga presso molti politici italiani. Ma in Sel sono ancora tutti sul chi vive. Temono – prosegue Meli sul CORRIERE DELLA SERA - che la tendenza del Pd ad ‘appropriarsi del processo di cambiamento che parte dalla società’ sia troppo forte e non accenni a diminuire. Secondo Vendola ‘sarebbe un errore rinchiudere in uno schema politicista quel che è avvenuto, perché così si rischierebbe di smorzare l’ondata del cambiamento’ . Spiega Franco Giordano: ‘Dobbiamo ricostruire il centrosinistra da queste elezioni, facendo tutti noi partiti un passo indietro e mettendoci al servizio del processo che ha preso le mosse dalla società italiana’ . Sì, un passo indietro. È quello che ripetono con insistenza a Sel, sperando che prima o poi se ne convinca anche il Pd. Del resto, dicono, alla fine Bersani ha ammesso (lo ha fatto ieri in Direzione) che alle primarie ‘il Pd ha sbagliato alcuni candidati’ . Forse tra un po’ ammetterà pure che non è solo la sua vittoria. E qualcuno, in Sel, vorrebbe ricordare a Bersani un paio di passaggi politici del passato recente. Il ‘no, grazie’ che Vendola ha opposto a Di Pietro, quando il leader dell’Idv aveva proposto un’alleanza elettorale come risposta al Pd che snobbava gli alleati per andare appresso all’Udc. Allora Sel declinò l’offerta per evitare rotture con il Partito democratico. E sempre per lo stesso motivo, nonostante la maggior parte della segreteria nazionale fosse favorevole a de Magistris, Sel alla fine optò invece per Morcone, su richiesta pressante (e ultimativa) del Pd. Ora Vendola e i suoi vorrebbero che Bersani ricambiasse tutte queste ‘cortesie’ politiche. Sebbene tra di loro stia sorgendo un altro dubbio: non è che il Pd, in caso di raggiungimento del quorum, metterà il cappello anche sulla vittoria referendaria, quando non ha raccolto nemmeno una firma per i referendum – conclude Meli sul CORRIERE DELLA SERA - e ha cominciato a far campagna solo in queste ultimissime settimane?”. (red)

31. La rivincita del Nord-Est, Pil al passo con l’Europa

Roma - “Il Nord aggancia e supera l’Europa. Il Centro sopravvive. Il Sud è fermo. Nel 2010 – scrive Valentina Conte su LA REPUBBLICA - l’Italia è uscita dalla crisi. Finalmente il segno più, certifica l’Istat, torna ad accompagnare l’indicatore economico della crescita. Il Pil nazionale rivede, così, la luce (+1,3 per cento), dopo il buio del 2008 (-1,3 per cento) e l’abisso del 2009 (-5,2 per cento). Ma lo fa in modo disomogeneo lungo la penisola. Un Pil esplosivo nelle regioni settentrionali, deprimente nel Mezzogiorno. I dati Istat illustrano, purtroppo senza grosse sorprese, il divario territoriale. La ripresa è partita dal Nord-est, dove il Pil nel 2010 è avanzato del 2,1 per cento, addirittura meglio della media dei paesi euro (+1,7 per cento, dato Eurostat), trainato da un’industria fortissima (+3,9 per cento). Altrettanto bene il Nord-ovest (+1,7 per cento), anche qui sostenuto da un’industria in netto recupero (+3,7 per cento). Le regioni centrali, viceversa, segnano una crescita modesta, inferiore al dato nazionale (+1,2 per cento): bene l’industria (+2,3 per cento) e i servizi (+1,2 per cento), male l’agricoltura (-0,5 per cento). Qui ‘gli effetti della crisi nel 2009 erano stati più contenuti’, scrive l’Istat, ‘pertanto anche l’intensità della ripresa nel 2010 è risultata più moderata’. Ma è il Sud a destare le maggiori preoccupazioni. Tutto è fermo, la crescita non esiste (+0,2 per cento). L’industria è a pezzi (-0,3 per cento), non compensata dai servizi (+0,3 per cento). Unica consolazione, l’agricoltura che avanza (+1,4 per cento), meglio del dato italiano (+1 per cento). Un Pil inchiodato e quasi prossimo allo zero ‘assume contorni drammatici’, commenta il Codacons. ‘Ci domandiamo che fine abbia fatto il famoso piano per il Sud. Evidentemente la stessa del piano casa’. A guardare nei numeri, la buona performance dell’industria italiana nel 2010 (+2,8 per cento) ha due facce: l’industria in senso stretto, secondo l’Istat, va molto bene (+4,8 per cento), le costruzioni no (-3,4 per cento). Le diverse voci del Pil, poi, raccontano un Paese ancora impaurito, che spende poco (consumi +0,6 per cento) e che importa di più di quanto esporti (+10,5 per cento contro +9,1 per cento), mentre gli investimenti crescono ancora poco (+2,5 per cento). Così, nel silenzio della politica, - prosegue Conte su LA REPUBBLICA - i dati Istat confermano l’allarme più volte rilanciato in questi cinque anni dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: ripresa lenta, difficoltà a innovare, bassa propensione alla ricerca, dimensione ridotta delle imprese. Fattori, questi, responsabili di una crescita stentata, ulteriormente soffocata dalle ‘strozzature’ del Paese: infrastrutture insufficienti, fisco elevato, burocrazia eccessiva, giustizia lenta. L’efficienza della giustizia civile così come del sistema di istruzione valgono ciascuna un punto percentuale di Pil, ha detto Draghi nelle Considerazioni finali del 31 maggio scorso. E invece l’Italia del 2010 è sempre più ‘vulnerabile’, come scrive sempre l’Istat nel Rapporto annuale, con un Pil lento e la recessione sociale. E le previsioni non consolano. La Commissione Ue – conclude Conte su LA REPUBBLICA - immagina per il nostro Paese una crescita ancora debole sia per il 2011 (+1 per cento) che per il 2012 (+1,3 per cento)”. (red)

32. Troppe minacce. Expo di Israele cacciato da Piazza Duomo

Roma - “Una piazza centrale, ma non la piazza Duomo di Milano. ‘Unexpected Israel’ – si legge su LA STAMPA - l’Expo del paese della stella di Davide, prevista tra il 13 e il 20 giugno, dovrà trovare un’altra location. Più sicura e meno attraente per chi potrebbe voler rovinare l’evento con azioni. Anche terroristiche. Gruppi pro-palestinesi avrebbero minacciato di intervenire sulla kermesse ideata per far conoscere a tutti un po’ più a fondo Israele. La notizia del possibile spostamento dell’evento è stato riportato da Ynet, l’edizione online dello Yedioth Ahronoth, che riferiva che la polizia italiana si sarebbe ‘rifiutata di garantire la sicurezza’ della manifestazione israeliana nel capoluogo lombardo. Ma dalla Questura ambrosiana rispondono che ‘mai e in nessun modo la polizia ha abdicato al dovere di proteggere e prevenire. Il nostro mestiere è garantire l’ordine pubblico. Ci sono state valutazioni stringenti, necessarie e indispensabili per garantire la sicurezza dell’evento. Si sta valutando la delocalizzazione, ma sarà una valutazione non unilaterale e il luogo prescelto non sarà necessariamente al chiuso e lontano dalla possibilità di tutti di usufruire dell’evento’. Si parla del Castello Sforzesco: non un luogo chiuso, non ‘blindato’, accessibile a tutti coloro che vorranno partecipare, ma molto più semplice da gestire sotto il profilo dell’ordine pubblico in caso di intemperanze. Ma è soltanto un’ipotesi: la decisione finale sarà presa soltanto oggi dopo la riunione del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza.. Gli antagonisti italiani, come si legge sul sito Indymedia, vorrebbero opporsi alla settimana israeliana con una manifestazione il 18 giugno che dovrebbe partire da un’altra piazza milanese, Cairoli a due passi dal Duomo, perché ‘non tolleriamo che Milano diventi la passerella per un’operazione di propaganda dell’imperialismo sionista’. L’esposizione prevede per la giornata del 14 giugno un forum economico Italia-Israele, a cui parteciperanno tra gli altri il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, il ministro dell’Industria israeliano Shalom Simhon, e il neosindaco di Milano Giuliano Pisapia che dice ‘se ci sono state minacce ci sono gli organi competenti che devono prendere le decisioni, e io le rispetterò. Quando si parla di sicurezza credo che sia il ministero dell’Interno a prendere delle decisioni sulla base della valutazione della situazione reale. Io faccio il sindaco di Milano e farò mie le decisioni del ministero e degli organi competenti. Non so da dove vengano queste minacce, se sono reali o voci. Ma credo che ognuno deve fare la sua parte. Io voglio fare il sindaco di Milano nell’interesse di tutti e soprattutto della pace. Rispetto a eventuali problemi di sicurezza c’è il ministro dell’Interno, c’è il questore in cui ho grande fiducia e le decisioni che saranno prese le rispetterò come è dovere di un sindaco e ne terrò conto anche rispetto al futuro’. La decisione – conclude LA STAMPA - arriverà a breve e l’evento - che prevede anche la realizzazione di un padiglione, un concerto di Noa, una mostra, una serie di incontri con scrittori israeliani, una mostra di design - si svolgerà, ma non in piazza Duomo”. (red)

33. Dalla Roma alla Fiorentina, le quattro gare sospette

Roma - “Come mai nel mondo degli scommettitori – scrive Claudio Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - si diffuse la convinzione che Genoa Roma del 20 febbraio scorso sarebbe terminata in goleada, con un incredibile 4-3 costato la panchina all’allenatore giallorosso Claudio Ranieri? E come mai lo stesso copione si ripetè, nelle settimane successive, per Fiorentina-Roma (2-2), Lecce Cagliari (3-3) e Genoa Lecce (4-2)? Marco Pirani, il dentista di Sirolo considerato un perno centrale della macchina delle partite truccate, si vedrà porre questi quesiti oggi dal pm Roberto Di Martino che tornerà a interrogarlo a Palazzo di Giustizia. Dal riserbo delle indagini trapelano i nomi delle squadre di serie A ma soprattutto le partite che sarebbero state citate nei primi interrogatori dei giorni scorsi. A spifferarle è stato venerdì proprio Pirani davanti al gip Guido Salvini. Fonti investigative confermano i nomi delle squadre e gli incontri ma precisano che il dentista con il demone delle scommesse sportive avrebbe parlato piuttosto a ruota libera, citando in modo generico nomi di altre squadre di serie B (tra cui Modena e AlbinoLeffe) riportando informazioni di cui non aveva cognizione diretta: avrebbe insomma riferito che nell’ambiente degli scommettitori erano insistenti le voci che quei quattro incontri avevano un risultato scritto in partenza tant’è vero che si scatenarono le scommesse sui cosiddetti ‘over’ , vale a dire sul numero delle reti. Le società coinvolte respingono le accuse al mittente. ‘La Roma è un club serio— ha detto il presidente uscente dei giallorossi Rosella Sensi —, sono allibita da quello che sto leggendo in queste ore’ . Anche la Fiorentina, attraverso un comunicato, ‘si dichiara estranea a qualunque ipotesi di illecito’ . Intanto ieri l’impianto accusatorio ha trovato ulteriori conferme dalle deposizioni di altri due indagati, i calciatori dell’Ascoli Vittorio Micolucci e Vincenzo Sommese, entrambi agli arresti domiciliari. ‘Il mio assistito è una persona che pensa solo al bene della squadra e alla famiglia’ ha detto l’avvocato Daniela Pigotti, difensore di Micolucci prima di affrontare l’esame del gip Salvini. Davanti al giudice però – prosegue Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - il giocatore ascolano avrebbe fornito una versione meno cristallina: ‘Ero pressato dal mio compagno Sommese, che mi chiedeva di truccare le partite, in particolare quella con l’Atalanta. Io gli facevo credere di stare al gioco, ma una volta in campo pensavo a vincere’ . Domanda del giudice: ‘Ma se contro l’Atalanta la sua squadra avesse perso, lei avrebbe intascato i soldi promessi dagli scommettitori?’ . La risposta è stata affermativa. Vincenzo Sommese, dal canto suo, ha descritto un quadro catastrofico di se stesso: messo fuori rosa dall’Ascoli, con la casa ipotecata, debitore di 80mila euro a Pirani che gli aveva pure pignorato un quinto dello stipendio. La sua unica via d’uscita a una situazione economica e personale disperata sarebbe stata quella di mettersi nelle mani di chi truccava le partite. Ieri l’agenzia di scommesse austriaca ‘Skysport 365’ ha confermato che sta preparando un dossier con una serie di 10 partite su cui era arrivata una mole di puntate sospette: nell’elenco sarebbero comprese le squadre di serie A Roma, Lecce, Cagliari, Lazio, Napoli e Bologna. Secondo indiscrezioni il network austriaco sarebbe pronto a collaborare alla task force contro gli illeciti sportivi auspicata dalla Federcalcio. Il dossier sarà inviato alla procura di Cremona ma anche a quella di Napoli che sta indagando su calcio e scommesse; oggi i pm campani Filippelli e Siragusa saranno a Roma per alcune attività investigative – conclude Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - mentre l’altro pm Melillo ha aperto un fascicolo per frode sportiva ancora ai primissimi passi e senza indagati”. (red)

34. “Ecco le partite truccate in A con 300mila euro”

Roma - “‘Fiorentina-Roma 2-2 del 20 marzo, Lecce-Cagliari 3-3 del 17 aprile, Genoa-Lecce 4-2 del 20 marzo’. Eccole, finalmente, - si legge su LA REPUBBLICA - le partite di serie A finite al centro dell’inchiesta sul calcioscommesse. Ed ecco spuntare anche, secondo quanto rivelato da un testimone chiave, la tariffa che serviva per aggiustare i risultati: 300mila euro. Per quanto asettico, questo piccolo elenco, così formulato, rappresenta una sorta di salto di qualità nell’inchiesta di Cremona. Perché per la prima volta dall’inizio delle investigazioni, a parlare di serie A corrotta non è un millantatore qualunque, non è un calciatore fallito, un portiere intercettato o un testimone pieno di debiti. Per la prima volta, a parlare di club come Roma, Fiorentina, Genoa, Cagliari e Lecce è un magistrato. Un pubblico ministero che conosce qualcosa, che sospetta qualcos’altro, e che vuole sapere di più. Venerdì pomeriggio il palazzo di giustizia di Cremona sarebbe deserto se non fosse per lo sciame di giornalisti che bivacca a ridosso della fiorente magnolia al centro del cortile. Dentro, davanti al giudice per le indagini preliminari Guido Salvini e al procuratore capo Roberto Di Martino c’è un personaggio secondario di questa vicenda, il tabaccaio-allibratore abruzzese Massimo Erodiani. Il gip deve contestargli le accuse che lo hanno portato in carcere, il pm vuole vedere se dalle sue risposte si possono immaginare nuovi sviluppi per l’inchiesta. Erodiani, uno che certo non è abituato a stare in cella, dopo due giorni di detenzione non vede l’ora di raccontare tutto quello che sa, nella speranza di tornare a casa il prima possibile dove due giorni dopo suo figlio di 11 anni farà la comunione. ‘Ammetto le mie colpe ma di questa banda io sono un pesce piccolo’, è l’incipit del suo racconto che prosegue però con la descrizione di una sorta di involontaria e pericolosa scalata da parte del gruppo agli affollati ranghi superiori del mondo delle scommesse illegali. Il momento chiave di questa scalata, spiega ai magistrati, è stato quando il gruppo è entrato a contatto con ‘il giro dei bolognesi’, quello guidato da Beppe Signori, quello che – secondo l’accusa - ha la sua base operativa a Bologna, appunto, in uno studio di commercialisti in via Ugo Bassi. ‘Io sono entrato nel giro solo per recuperare i soldi che mi doveva Marco Paoloni’, spiega, ma poi la cosa è sfuggita di mano. E aggiunge – continua su LA REPUBBLICA - di essersi reso conto delle reali dimensioni di quello che stava accadendo solamente una volta arrivato a Bologna per partecipare a una riunione del giro emiliano. Solo allora, racconta, ‘mi accorsi che la loro disponibilità economica era enorme’. A quella riunione partecipava Beppe Signori in persona. E lì si parlò anche di Inter-Chievo (la gara che secondo Paoloni era stata combinata grazie all’intervento dell’attaccante leccese Corvia e che invece finì diversamente da come la banda si aspettava). È più o meno in questo momento dell’interrogatorio che prende la parola il pm Di Martino. E senza girarci intorno chiede ad Erodiani se sappia nulla delle tre partite di cui sopra. Nella stanza scende il gelo. Erodiani capisce subito di cosa si sta parlando. Parlerebbe volentieri, se sapesse. Però dice di non saperne molto, anzi quasi nulla. Di certo non sa che di quelle partite, poche ore prima in quel medesimo ufficio, ha raccontato ai magistrati Marco Pirani, il dentista, uno dei perni, a quanto pare, del gruppo. Non che avesse moltissime informazioni, Pirani. Ma quello che sapeva era già di suo molto sospetto agli occhi degli investigatori: c’erano persone che conoscevano l’esito di quelle partite prima che fossero giocate. Si sapeva, in particolare, che sarebbero state degli over, come si chiamano in gergo le partite con più di tre gol. E come poi in effetti si rivelarono. ‘Io – ripete Erodiani – non ne so molto’. Quello che però sa è che rimase davvero impressionato, entrando in quello studio di Bologna, dalla quantità di soldi di cui si parlava, e soprattutto dalla capacità che sembravano avere quegli uomini di condizionare le partite, anche di serie A. Quello con maggiore disponibilità economica era Signori. E poi era come se ci fosse una sorta di listino prezzi: per ogni incontro di serie A aggiustato l’organizzazione pagava 300mila euro. Un dato, questo, che non può non far pensare al ‘tariffario’ ricostruito dagli inquirenti attraverso altre fonti: il tariffario – conclude LA REPUBBLICA - era stato compilato dal cosiddetto gruppo degli Zingari, quello che per qualche settimana aveva provato a fare affari con Paoloni, Pirani & co. e poi era scappato vista la loro evidente inaffidabilità: 400mila per una partita di serie A, 120mila per una di B e 50mila per una di Lega Pro”. (red)

35. Gli scandali mai scoperti. Il caso Federcalcio

Roma - “Ok, non si possono denunciare alla Procura tutti i gol sbagliati da un metro perché il calcio è strano – scrive Arianna Ravelli sul CORRIERE DELLA SERA - e anche a uno come Samuel Eto’o può capitare. Ok, non si può indagare ogni volta che una agenzia di scommesse segnala giocate anomale perché, come ha spiegato il presidente Figc Giancarlo Abete, la procura sportiva non ha gli strumenti per approfondire e sarebbe meglio che le agenzie denunciassero direttamente alla giustizia ordinaria (e non sempre a giocate anomale corrisponde una partita taroccata). Però la domanda resta: perché il mondo del pallone viene travolto ciclicamente da scandali di vario genere (a partire dalle scommesse dell’ 80 con i carabinieri all’Olimpico) senza che riesca, se non a prevenirli, a scoprirli in autonomia? Cosa impedisce di trasformare i sospetti (che nascono a ogni fine stagione) in indagini e denunce? Il punto di partenza è di carattere etico e lo sintetizza il presidente del Coni Gianni Petrucci: ‘Nel calcio sento parlare solo di soldi’ . Una stoccata a presidenti e giocatori. Scendendo dall’etica alla pratica, i format dei campionati non aiutano (troppe squadre: se nelle ultime giornate i verdetti sono già stati decisi e si giocano solo amichevoli le tentazioni aumentano), le squadre indebitate che non pagano gli stipendi nemmeno, ma, detto questo, la risposta dello sport è che mancano i mezzi per indagare (l’Ufficio della procura federale può interrogare solo i tesserati, non può ordinare intercettazioni né controlli bancari) e va migliorato il coordinamento con la giustizia ordinaria. Dalla parte dell’accusa c’è, da sempre, l’allenatore Zdenek Zeman: ‘Mi stupisco dello stupore diffuso, se n’è sempre parlato, ma non si è mai riusciti a intervenire — ha detto a Sky —. Io negli anni precedenti ho denunciato tentativi di aggiustare la partita ma non è successo niente’ . È vero che in passato, dopo le sanzioni esemplari dell’ 80, c’è stato un eccesso di perdonismo, per esempio in occasione di altri casi di calcio scommesse, nel 2000 e nel 2004. E proprio dalle sanzioni adesso si vuole partire: il consiglio federale di dopodomani deciderà di inasprire le pene per chi scommette (il divieto già c’è) e di stabilire l’obbligo della denuncia (che adesso non c’è) per ‘colpire gli omertosi’, quelli che sentono odore di combine e non denunciano. Si aggiungeranno anche sanzioni pecuniarie perché si pensa siano il miglior deterrente. Ma non basta. Tra i capi d’accusa al ‘mondo calcio’ – prosegue Ravelli sul CORRIERE DELLA SERA - il primo riguarda l’Ufficio indagine che si dice lento e poco vigile. È vero che spesso prevale la volontà di non intaccare i risultati acquisiti sul campo. Si preferisce non scoperchiare il vaso. Ma è anche vero che ‘l’Ufficio indagini è composto da un capo (Stefano Palazzi), cinque vice, una serie di collaboratori: tutti sono volontari, non percepiscono uno stipendio e il loro rimborso spese è di 31 euro al mese’ , come spiegano dalla Federazione. Inoltre, dopo Calciopoli è stato deciso che non ne facciano più parte magistrati in attività, ma solo avvocati, pensionati o neolaureati. Evidente che la struttura va rafforzata, ma servono soldi. A questo proposito, un collaboratore dell’ufficio ha ricevuto la denuncia di Massimo Erodiani (uno dei protagonisti delle recenti intercettazioni) il 14 maggio e il 25 ha mandato un’email all’Ufficio indagini. Forse poteva farlo prima, forse ha voluto approfondire. Palazzi aveva già in programma di sentire Erodiani (che però non è tesserato, quindi non è obbligato a parlargli), ma il 31 è scoppiato lo scandalo con gli arresti. Non è certo questa Procura federale che può tenere a freno la criminalità organizzata. È il punto del presidente del Coni Gianni Petrucci: ‘Non si può chiedere all’organizzazione sportiva di contrastare la malavita. Se il Cio chiede l’intervento dell’Interpol e la Fifa si rivolge all’ex capo dell’Fbi, vuol dire che il problema non può essere risolto in ambito sportivo. Il resto è demagogia’ . Però se il calcio non ha gli strumenti, forse, bisognerebbe che dal calcio partissero più denunce alla giustizia ordinaria che gli strumenti li ha. Franco Carraro, membro del Cio, parte proprio da qui: ‘Serve maggior intesa con la giustizia ordinaria. Questi sono accadimenti ciclici che vanno fronteggiati con una forza speciale’ , la task force di cui ha parlato anche il ministro Maroni. ‘Poi servono esami a campione, come per l’antidoping — continua Carraro —, quando ci sono casi sospetti bisogna mandare i controlli’ . Basterà? L’ex presidente Lega Antonio Matarrese sintetizza: ‘Forse si poteva fare di più, ma questa è la più grande operazione banditesca a danni del calcio. Di sicuro, serve un’opera di moralizzazione tra i calciatori’ . Perché se si comincia a dubitare del gol sbagliato da Eto’o (citato come uno al di sopra dei sospetti), - conclude Ravelli sul CORRIERE DELLA SERA - il calcio è finito per davvero”. (red)

36. Su Sanaa l’incubo della guerra civile

Roma - “Fiato sospeso in Yemen – riporta Massimo Alberizzi sul CORRIERE DELLA SERA - dove la gente attende di sapere la sorte del presidente Ali Abdullah Saleh, ricoverato in Arabia Saudita per le ferite riportate venerdì scorso durante l’attacco alla moschea del palazzo presidenziale, dove stava pregando con altri dirigenti del Paese. Tornerà o non tornerà a Sanaa? Nella capitale, dove i dimostranti hanno continuato a festeggiare la partenza del leader, circola con insistenza la voce che a colpire Saleh non sia stato un razzo lanciato dai suoi nemici, la famiglia Al Ahmar che controlla la confederazione clanica Hashid, ma piuttosto si sia trattato di un attentato organizzato da qualcuno dei suoi sostenitori che l’ha tradito. ‘Forse non è stato neppure un missile, come hanno spiegato le fonti ufficiali — azzarda un commerciante di stoffe che parla un po’ di inglese — ma di una bomba piazzata nella moschea da qualcuno che ha voltato le spalle al dittatore o un razzo sì, ma lanciato dall’interno del palazzo presidenziale. Sono versioni molto più credibili di quelle di un proiettile piombato da chissà dove’ . Chiedere i nomi di chi parla in giro per il mercato è un’impresa. Qualcuno si trincera dietro un comunissimo Mohammed, il nome più diffuso, in dotazione da queste parti a centinaia di migliaia di persone. Sanaa, di solito brulicante di gente che va avanti e indietro, che strilla, che negozia i prezzi al mercato e di mamme che stringono le mani dei loro figli, ieri mattina era semideserta. Molti negozi avevano porte e vetrine sbarrate. Il traffico caotico che contraddistingue ogni grande città araba era insolitamente scorrevole. ‘Un po’ perché la gente ha paura e resta a casa, un po’ perché la benzina scarseggia’ , spiega l’autista di un taxi. Nel pomeriggio però la città si è animata sebbene non sia tornata alla normalità. I governativi non si stancano di annunciare che il presidente sta per tornare in patria: ‘È solo questione di qualche giorno’, spiega la speaker che legge il telegiornale smentendo la notizia diffusa dal network televisivo Al Jazeera, secondo cui a Riad il capo si è portato dietro due mogli e un po’ della famiglia. Resta il fatto che a Sanaa — in controllo della situazione— sono rimasti il figlio Ahmed, capo della Guardia Presidenziale che guida con il pugno di ferro, due fratellastri e due fedelissimi nipoti, Yehia e Ammar, tra i comandanti dei servizi di sicurezza. Non solo. È trapelato che prima di partire il presidente si è rifiutato di firmare il documento che trasferisce, in accordo con la Costituzione i poteri al vicepresidente. Dunque – prosegue Alberizzi sul CORRIERE DELLA SERA - Saleh è proprio deciso a tornare. L’opposizione è convinta che invece il presidente non rientrerà mai più. ‘Anche se volesse— è l’opinione che circola tra gli osservatori qui — saranno i sauditi che lo ospitano a trasformare un soggiorno per motivi di salute in un ritiro per ragioni politiche. Il regno wahabita gioca un ruolo cruciale nell’area e non può permettersi che il vicino Yemen si trasformi in una palude ‘Somali style’, cioè alla somala, con un’eterna guerra civile in grado di destabilizzare tutta la penisola arabica’. D’altro canto sembra che il presidente yemenita abbia scelto la strategia di Sansone: giù il tempio; che crolli addosso a lui e ai suoi nemici. Così viene interpretata la sua pretesa di essere il baluardo contro i fanatici islamici di Al Qaeda che infestano la costa meridionale yemenita. Un gruppo di qaedisti ha fondato attorno a Zinijabar, a est di Aden, nella provincia di Abyan, un severissimo emirato islamico. Secondo Saleh i fondamentalisti hanno sfruttato la situazione caotica creata a Sanaa dalle ‘gang fuorilegge’ ; secondo gli oppositori invece è stato il presidente che ha lasciato apposta mano libera ai radicali islamici per mandare un messaggio ai suoi (ex) protettori americani: ‘Vedete se me ne vado io cosa succede’ ? Insomma sono in tanti a pensare che il presidente, dopo quasi 33 anni di potere, lontano da Sanaa per curare le ferite riportate nell’attacco, abbia ordinato di usare il pugno di ferro nel caso di future manifestazioni, in modo da incoraggiare la violenza e far emergere se stesso e il suo regime familiare come i salvatori della patria, indispensabili per bloccare il terrorismo islamico e impedirgli di dilagare nella penisola araba. Non sembra però che questa strategia abbia colpito i suoi vecchi alleati americani anche se Washington, in effetti, teme che i terroristi possano cavalcare la protesta e alla fine impadronirsi del carro del vincitore. Ed è per questo che il Dipartimento di Stato, per bocca del portavoce Mark Toner, ha detto che il ‘processo di transizione deve essere immediato’ e che può iniziare ‘con il governo che si è ora insediato’ riferendosi al vicepresidente, ora facente funzione di capo dello stato, Abed Rabbo Mansour Hadi. Il cessate il fuoco negoziato tra i contendenti per ora sembra tenere, anche se ieri i governativi hanno sparato contro una postazione di miliziani leali a Sadiq Al Ahmar, uccidendone tre. Cinque leader europei, David Cameron, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, Silvio Berlusconi e José Luis Rodriguez Zapatero – conclude Alberizzi sul CORRIERE DELLA SERA - hanno firmato un documento in cui invitano le parti a rispettare la tregua”. (red)

37. Strauss-Kahn in tribunale: “Mi dichiaro innocente”

Roma - “L’imputato Dominique Strauss-Kahn – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA - va al contrattacco. Nell’aula 51 del Tribunale penale di Manhattan l’ex direttore esecutivo del Fmi si dichiara ‘non colpevole’ dei gravi reati sessuali contestati, innescando un duro scontro fra i legali, che anticipa quanto avverrà al processo. Alle 9,30 in punto Strauss-Kahn, in abito scuro e accompagnato dalla moglie Anne Sinclair, entra a testa alta nell’aula al 13˚ piano e quando il giudice gli chiede di pronunciarsi ‘colpevole o non colpevole’ la risposta arriva con voce chiara e forte: ‘Non colpevole’. La seconda domanda è ‘se è consapevole che sarà processato in contumacia in caso non dovesse presentarsi’ e ancora una volta Strauss-Kahn replica con un netto: ‘Yes’. L’udienza dura appena dieci minuti ma l’approccio di sfida dell’imputato, che rischia fino a 25 anni di carcere, è confermato da quanto avviene poco dopo davanti all’entrata del Tribunale su Centre Street. Il difensore Benjamin Brafman dice ai reporter che il suo cliente ‘ha rilasciato una dichiarazione potente definendosi non colpevole’ e ciò nasce dalla convinzione che ‘quando il caso sarà concluso sarà evidente a tutti che non vi sono elementi per parlare di un rapporto forzato’ con la cameriera ‘Ophelia’ dell’hotel Sofitel che sostiene di essere stata aggredita. ‘Ogni altra ipotesi non è semplicemente accettabile’ incalza Brafman, ostentando certezza nella capacità di dimostrare in aula che è stato un ‘rapporto consensuale’. La difesa critica anche la polizia, denunciando ‘irregolarità’ nell’arresto. Sul fronte opposto i toni non sono diversi. Appena Brafman lascia il selciato, arriva Kenneth Thompson, nuovo avvocato della vittima, e tiene a dire che ‘Daniel Shapiro non fa parte del nostro collegio’. Il cambio di legale – prosegue Molinari su LA STAMPA - implica un approccio più aggressivo: ‘Ipotizzare che si sia trattato di un rapporto consensuale è vergognoso, la mia cliente è venuta in America per inseguire il sogno di una vita migliore e adesso invece è prigioniera di incubi, da quando è stata aggredita non ha più lavorato, ha paura di uscire’. Thompson è afroamericano come la vittima, che viene dall’Africa Occidentale, e non esita a giocare la carta razziale per alzare il tono della sfida. ‘Contro la mia cliente è in atto una campagna di diffamazione’ afferma, chiamando in causa la stampa francese per la tesi del presunto complotto contro Strauss-Kahn. ‘Chiameremo altre donne a testimoniare le aggressioni subite dall’imputato e almeno una è francese’, aggiunge il legale. Alcuni reporter francesi lo incalzano, facendogli notare che la vittima non è ancora andata a deporre in tribunale. Lui risponde brusco: ‘Verrà molto presto’. A conferma della tensione che monta – conclude Molinari su LA STAMPA - c’è un gruppo di 50 cameriere di Manhattan - tutte nere e ispaniche - schierate in divisa davanti al tribunale che insultano Strauss-Kahn quando sale sull’auto che lo riporta agli arresti domiciliari. ‘New York è il posto sbagliato per abusare di una di noi’ gli grida dietro Aissata Bocum, in servizio all’Hotel Ramada”. (red)

Genocidio: una vergogna tedesca

Portogallo: il futuro è già scritto