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300.000 migranti (italiani)

Il dato, inquietante, è contenuto in un’inchiesta del settimanale inglese The Economist. E se la cifra è allarmante in se stessa, lo è ancora di più quello che viene indicato come la causa principale del fenomeno: l’onnipresente sistema delle raccomandazioni. Che opera sia nel pubblico che nel privato e che impedisce ai migliori di emergere

di Ferdinando Menconi 

Un’ondata di 300.000 migranti, secondo l’autorevole fonte di The Economist, si è silenziosamente riversata nel mondo negli ultimi anni: una grande vergogna per l’Italia, perché non si tratta dei barconi di Lampedusa, ma dei brillanti cervelli dei nostri giovani, costretti a farsi migranti per vedere debitamente riconosciuto, e retribuito, il loro valore.

Migranti senza strepito, salvo qualche mugugno, qua e là, e qualche formale parola da parte dell’opposizione di turno. Che poi, però, quando va al governo non fa nulla per cambiare le cose, anche perché, elettoralmente, rende molto di più il buonismo indignato sui barconi di Lampedusa. Peccato che all’atto pratico non siano risolutivi neanche su questo: né accolgono, né rimpatriano, i nostri parolai. Auspicano soltanto. E intanto i nostri ragazzi emigrano anche loro.

Dovremmo incazzarci molto più, per questo obbligo travestito da scelta. È un fenomeno che resta grave e innaturale, al di là del fatto che spesso i nostri giovani abbiano la fortuna di essere accolti a braccia aperte vista la loro preparazione, ignorata qui ma apprezzata ovunque essi vadano. Inutile continuare ad indagare, sociologicamente e finanziariamente, sui motivi che spingono alla fuga dei cervelli: si è detto tutto e il contrario di tutto a partire dalle retribuzioni fino al “da noi non si fa ricerca”. Le retribuzioni sono, effettivamente, ridicole per i “ricercatori”, anche se va riconosciuto che abbiamo ricercatori con lauree in materie ancora più ridicole delle retribuzioni e che essi, una volta assunti, non ricercano un bel nulla, mentre quelli che hanno voglia di muovere il culo fuori dall’università e che sono davvero bravi si collocano facilmente all’estero. Oppure finiscono nel mondo del lavoro nostrano dove saranno sfruttati dall’industria nazionale, o da una multinazionale che all’estero li pagherebbe molto meglio: non sono solo i lamentosi ricercatori ad essere sottopagati in questo paese. Misteri dello sfruttamento capitalista. E non usiamo il termine sfruttamento imprenditoriale, perché quest’ultimo è un termine assolutamente fuori luogo in Italia. Qui da noi il padrone è abituato a pretendere tutto senza dare nulla.

La ricerca autentica è una rarità: il privato ha i suoi centri specializzati all’estero, vuoi per la nostra cronica carenza infrastrutturale e vuoi perché da noi, viste le retribuzioni troppo basse, ci si dovrebbe accontentare dei disperati di tutto il mondo; il pubblico è ancora meno attivo, ma questo non solo in Italia. La ricerca, anche universitaria, è non di rado legata a doppio filo con l’interesse privato: nella medicina, ad esempio, dove si sfornano farmaci che cronicizzano la malattia mortale, perché questi rendono molto di più di quelli che guariscono. Da noi, inoltre, la ricerca pubblica è stata smantellata per un altro motivo: perché non è (ancora) possibile quella commistione di interessi che consente al privato di usare per i propri fini dei fondi pubblici, passando oltretutto da benefattore.

L’Economist, comunque, ha il merito di individuare, e denunciare, il motivo principe per cui i meritevoli fuggono, e non tornano: il lato economico e quello della soddisfazione professionale sono sì importanti, ma ciò che frena il rientro dei cervelli è innanzitutto il sistema delle “raccomandazioni”, termine che guarda caso è usato in italiano nell’articolo originale. Contro questo sistema radicatissimo, nel pubblico come nel privato, non c’è sgravio fiscale o altro incentivo economico che tenga.

È triste dover dare ragione a una testata che è portavoce di interessi che aborriamo e che non è mai tenera col nostro paese quando al governo non ci sono i servi dei suoi stessi padroni (altrimenti, pur se nulla cambia, tutto va bene Madama la Marchesa). Ancora peggio, però, è nascondersi dietro un dito: la situazione denunciata dal settimanale londinese è reale. E per una persona di valore è più frustrante vedersi superata dai peggiori, grazie ai meriti di tessera o parentela, che l’essere mal pagata. Abbiamo solo una marginale difesa da opporre all’Economist: le cose non vanno così solo per colpa dell’odiato Berlusconi. Andavano così da prima e così continueranno ad andare, anche se il premier sarà sostituito da gente che loro amano, tipo i Prodi e i Bersani, ma che noi abbiamo motivo di avversare tanto quanto Berlusconi. Non è una gran consolazione, però. Anzi, è motivo di ulteriore tristezza.

Dalle statistiche emerge un altro importantissimo dato: solo una minoranza dei nostri migranti è composta dai ricercatori. Intorno all’80 per cento, infatti, si tratta di persone impiegate nelle aziende private a livello dirigenziale. Da noi, pubblico o privato che sia, è il raccomandato che emerge. Non il meritevole, che rivestirà sempre ruoli di secondo piano e sottopagati, salvo poi mandare avanti la baracca che garantisce alti stipendi a manager incompetenti, saprofiti che sono la causa prima della delocalizzazione delle imprese e della fuga dei migliori.

Al momento, purtroppo, non c’è nessun segnale che l’ondata di migranti nostrani tenda ad estinguersi. Più facile finiscano gli sbarchi a Lampedusa. Per chi decide di andarsene il vento non è cambiato, come non è cambiato per l’Italia. I nostri laureati, eccellenti o mediocri che siano, non possono neppure sperare di svoltare la vita facendo causa all’Università, magari perché aveva promesso loro che il 70 per cento dei laureati trova un buon lavoro, così come ha fatto Anna Alaburda, laureata in giurisprudenza col massimo dei voti ma priva di lavoro adeguato, contro la Thomas Jefferson School.

Qui da noi il sistema, scolastico e universitario, è talmente squassato che chiunque intenti una causa del genere verrebbe dichiarato infermo di mente. Chi può ancora credere che la nostra Università, a prescindere dai mille corsi di laurea in materie buffonesche, possa garantire un posto di lavoro decoroso, se non all’estero? Questo del posto di lavoro, decoroso e giustamente remunerato, non è, però, un problema esclusivo dei laureati: lo sfruttamento generale disconosce di fatto il valore legale del titolo di studio.

 

Ferdinando Menconi

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