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PDL: la svolta “democratica”

Berlusconi e i suoi cercano di voltare pagina, dopo il disastro delle Amministrative, e puntano sulla riorganizzazione interna. Essendo ciò che sono, però, continuano a essere incapaci di distinguere la forma dalla sostanza. Vedi le dichiarazioni di Scajola, che teme le primarie e propone invece di cambiare nome e simbolo al partito: «È un fatto di immagine»

di Davide Stasi

Si sa: quando la nave affonda, i primi a fuggire sono i topi. Ora che pure la Corte Costituzionale, dopo l’ennesimo tentativo del governo di bloccare tutto, ha certificato che il referendum sul nucleare s’ha da fare, le truppe che già prima stavano a malapena nei ranghi, sono palesemente in fibrillazione. C’è aria di fine regime, e il pallino, com’è noto, ce l’ha la Lega, che dà più di un segnale di insofferenza. Se i referendum saranno la valanga che i sondaggisti di fiducia di Berlusconi prevedono, è facile attendersi un fuggi fuggi generale. E il primo a fuggire sarà proprio il Carroccio, stufo di sacrificare le aspettative della base e dei territori a vantaggio di un leader che non li sta conducendo da nessuna parte. Se non a risultati tipo quelli di Milano.

A giudicare dagli esiti delle amministrative, infatti, sembrerebbe che buona parte dell’elettorato, compreso il popolo berlusconiano, si stia risvegliando dall’incantesimo, e stia scoprendo gradualmente l’assenza di risultati, da un lato, e il parossismo dell’anomalia-Berlusconi, dall’altro. Il segnale generale parrebbe insomma quello di un diffuso ritorno di fiamma per la normalità istituzionale e per gli ordinari processi democratici, a destra come a sinistra.

Il Cavaliere si trova così a rincorrere, come ha sempre fatto, gli umori popolari. E lo fa da par suo. Primo passo, rinnovare i vertici. Via il triumvirato Bondi-La Russa-Verdini e dentro Alfano, con il ruolo di “segretario”. Le virgolette sono d’obbligo, perché il triumvirato non è affatto sparito, così come le fibrillazioni interne al partito, che il nuovo segretario dovrebbe invece contribuire a sedare. La trimurti permane infatti in background a presidiare correnti e vie di fuga in vista del disastro. La svolta democratica del PDL è quindi puramente immaginifica, uno spot grottesco dove Alfano risulta essere il primo segretario di partito democraticamente nominato dal capo, e non eletto.

Ma la differenza tra apparenza e sostanza, tra immagine e contenuto, continua ad essere non solo poco chiara al PDL, ma addirittura estranea alla sua natura più profonda. Ne è prova vivente Claudio Scajola, tra i creatori di Forza Italia. Con pragmatismo rivoluzionario recentemente ha scandito che «il Pdl ha un simbolo che non ha colpito molto, uno dei cofondatori è andato via. È un fatto di immagine. Credo che se vogliamo rilanciare i moderati del paese, un’idea è anche quella di cambiare il nome».

Certo, la chiave è quella. Se non che qualche audace in odore di eresia ha anche proposto le primarie nel partito. Scajola, superato l’istantaneo shock anafilattico, si è espresso perentoriamente anche su questo: «le primarie sono uno strumento che non so quanto si addica al popolo italiano». In effetti, dopo vent’anni di berlusconismo, i processi democratici rischiano di essere diventati un’entità ignota in Italia. Ad ogni buon conto, il concetto di democrazia interna rappresentato dalle primarie Scajola lo ha molto chiaro in mente e gli garba assai poco: «non mi entusiasmano».

A sostegno della propria opinione porta l’esempio delle primarie-truffa del PD napoletano, sulla base delle quali si potrebbe anche dargli ragione. Ma è evidente che si tratta di un pretesto. Laddove vengano gestite con correttezza, le primarie sono forse l’unico strumento decente per la definizione di una leadership. Creano le condizioni perché si inneschino logiche correntizie, questo è vero, ma denotano comunque una mentalità, un approccio alla politica in senso lato. Esattamente come i congressi che eleggono i segretari e le cariche interne al partito, le primarie rappresentano il principio democratico applicato a monte all’interno di soggetti, i partiti, chiamati poi ad agire la democrazia all’interno delle istituzioni.

Che il PDL sia refrattario a tutto questo non sorprende. Se Forza Italia era il partito di plastica, il PDL, che ne è filiazione, è ancora più evanescente. Entrambi hanno affermato nella cultura politica della sedicente destra italiana una logica padronale. Anche quando si tratta di vecchi democristiani doc, come Scajola, teoricamente in possesso di una formazione politica che per quanto ladronesca è a suo modo rispettosa delle istituzioni e di certi principi, la logica resta comunque la stessa: decide uno. E i molti obbediscano, mentre i pochi si scannano per essere quell’uno. Una logica rivoltante, penetrata gradualmente nel DNA della destra moderata italiana. Per la quale è sufficiente far mostra di cambiare un vertice, un nome, un simbolo, per pensare di poter riagganciare il consenso perduto.

 

Davide Stasi

300.000 migranti (italiani)

Secondo i quotidiano del 08/06/2011