Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiano del 08/06/2011

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “La Consulta: si voti sul nucleare”. In taglio alto: “Società, arbitri, nomi nuovi. Tutte le carte dell’inchiesta” e “La malinconia di Angela e Barack”. Editoriale di Aldo Grasso: “Rai, il silenzio dei garanti”. Di spalla: “Giustizia, legge svuotata ma un sì necessario”. Al centro: “La Ue: bene i conti italiani, avanti senza tagli alle tasse” e “Amina, blogger, arrestata. Il regime siriano ha paura”. In taglio basso: “ ‘Fatture false per 3 miliardi’. I nuovi guai di Verdiglione” e “Arrestato Scotti, il re del riso ‘Mazzette le l’inceneritore’ ”.  

LA REPUBBLICA - In apertura: “La Ue: Italia, niente tagli alle tasse”. Editoriale di Barbara Spinelli: “La forza dell’emozione” e di Giovanni Valentini: “Il diritto oscurato”. Di spalla: “Se i saggi anti-droga bocciano il proibizionismo”. Al centro foto-notizia: “Truccate 30 partite, il pm: combine in serie A. In una telefonata si fa anche il nome di Totti” e “Tripoli sotto le bombe. Gheddafi: io più forte dei vostri missili”. In taglio basso: “Quinto giorno di caos alle Poste. ‘Colpa di Ibm, faremo causa’ ” e “Il parlamentare in mutande ultimo scandalo d’America. 

LA STAMPA – In apertura: “L’Ue: no al taglio delle tasse” e in un box: “La consulta ammette al referendum anche il quesito sull’energia nucleare”. In taglio alto: “Stiglitz: Obama ha sbagliato ricetta” e “Truffa, manette al ‘re del riso’ ”. Editoriale di Mario Deaglio: “L’austerity deve colpire la politica”. Di spalla: “Sindaci, date un volto digitale alle vostre città”. Al centro foto-notizia: “Gheddafi: vivo o morto, resto a Tripoli” e “ ‘Accordi tra società per truccare le gare’ ”. In un box: “La lezione di Trap a Prandelli”. A fondo pagina: “vita della albero L’”. 

IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Il Fisco sorveglia le spese” e a sinistra: “Monito dell’Ue all’Italia: priorità allo sviluppo e al taglio del debito”. In taglio alto: “Barnanke: l’economia Usa è lenta. La Fed manterrà i tassi a zero”. Editoriali di Martin Wolf: “Percorso a ostacoli per la ripresa” e di Luca Paolazzi: “Italia, no industria? No Pil!”. Al centro la foto-notizia: “Calcio-scommesse: trenta le partite sotto inchiesta”. Di spalla: “Il private equity punta su Avio” e “Ministeri al Nord: dalla Lega legge d’iniziativa popolare”. In taglio basso: “Marcegalia: subito l’intesa sulla rappresentanza” e “Per gli appalti arriva lo stop al massimo ribasso”. 

IL GIORNALE - In apertura: “La vera storia della tv anti Cav”, con editoriale di Nicola Porro. Al centro la foto-notizia: “Ferrara, noi e gli altri. La grande adunata dei liberi servi d’Italia” e “Le minacce alla festa d’Israele e il silenzio del sindaco Pisapia”. A fondo pagina: “Tra atei devoti e credenti ribelli”. 

LIBERO – In apertura: “Il grande burattinaio”, con editoriale di Maurizio Belpietro. Di spalla: “Referendum anti Cav, ma si può non votare…” e “Bersani 6 mesi fa voleva dare l’acqua ai privati”. Al centro: “Viva le primarie ‘vere’. Io voto per Maroni” e “Perché tutti si candidano alle elezioni di ‘Libero’ ”. A fondo pagina: “Salviamo Oriana dalla Guerritore” e “Tolti i soldi ai veneti alluvionati”. 

IL TEMPO – In apertura: “Consigli alla servitù”. Al centro la foto-notizia: “Santoro. Dietro il divorzio c’è la mano del Pd”. 

IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “La maledetta primavera dell’occupazione fa fuori l’economista di Obama”. In apertura a destra: “Così nel tramestìo de La7 spunta lo zampino del Corriere”. Editoriale di Giuliano Ferrara: “Prendiamoci sul serio, up to a point”. 

L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Avotar”. In taglio alto: “Consolati, è rivolta contro i tagli”. (red)

2. L’Europa avverte Roma: priorità ridurre il deficit

Roma - “La Commissione europea – scrive Ivo Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - ha invitato l’Italia a continuare con la politica economica ‘prudente’ , attuata finora per affrontare la crisi, e a integrarla entro ottobre con misure aggiuntive in grado di tenere sotto controllo i conti pubblici e di rilanciare la crescita. Di fatto viene scoraggiata la tentazione di considerare interventi con aumenti di spesa e riduzioni delle tasse, che da tempo il premier Silvio Berlusconi sollecita al ministro dell’Economia Giulio Tremonti (rigidamente contrario). Parere positivo viene dato solo all'annunciato progetto di riforma fiscale, che prevede di ‘spostare gradualmente la tassazione dal lavoro ai consumi’ , perché potrebbe rilanciare l’occupazione. Il presidente della Commissione, il portoghese José Manuel Barroso e il commissario per gli Affari economici, il finlandese Olli Rehn, hanno ufficializzato varie raccomandazioni all’Italia presentando nell’Europarlamento di Strasburgo il nuovo Semestre europeo, che rafforza il coordinamento delle politiche di bilancio dei 27 Paesi Ue e valuta i programmi di finanza pubblica dei singoli governi. ‘Raccomandiamo all’Italia tetti vincolanti sulla spesa e il miglioramento del monitoraggio sulle amministrazioni’ ha dichiarato Rehn. La Commissione considera ‘credibile’ la politica economica italiana nell’ambito degli obiettivi fissati per il 2012. Riconosce che, durante la crisi, non sono stati attuati quegli interventi di spesa responsabili dei forti aumenti dei deficit in molti Paesi. Chiede di rilanciare la crescita troppo bassa e critica il debito pubblico previsto al 120 per cento del Pil nel 2011. Invita così a essere pronti ‘per prevenire sforamenti nell’attuazione delle misure di bilancio’ . Eventuali introiti supplementari dovranno essere usati per la ‘riduzione più rapida’ di deficit e debito, sostenendo il conseguimento degli obiettivi 2013-2014 con ‘misure concrete entro l’ottobre 2011’ . L’istituzione di Bruxelles individua elementi di debolezza per l’economia italiana nel mercato del lavoro. Preoccupante viene considerata la disoccupazione soprattutto a livello giovanile, che sotto i 25 anni di età ha raggiunto il 27,8 per cento nel 2010. Il tasso di occupazione femminile resta 20 punti sotto quello degli uomini. Nel Mezzogiorno solo un terzo delle donne tra 20 e 64 anni risultavano occupate nel 2009. A peggiorare la situazione c’è il sistema di sussidi di disoccupazione frammentato e da riformare in modo ‘radicale’ . La Commissione – prosegue Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - sollecita interventi legislativi anche per risolvere il problema del lavoro nero e per aumentare la concorrenza nel settore dei servizi. I salari dovrebbero essere maggiormente ancorati alla produttività. Fondamentali vengono considerati più significativi investimenti nella ricerca e nell’innovazione, in modo da colmare il ritardo rispetto ai più avanzati Paesi Ue. Un secco richiamo è stato lanciato sulla utilizzazione degli ingenti fondi comunitari spettanti all’Italia. Nel programma 2007-2013 solo il 16,8 per cento sarebbe stato mobilitato come media nazionale. I picchi più bassi risultano imputabili alla classe politica delle regioni meridionali (quelle che avrebbero più bisogno dei finanziamenti Ue per rilanciare lo sviluppo). Il Semestre europeo non obbliga ad applicare le raccomandazioni della Commissione. Punta a influenzare le leggi finanziarie nazionali per il 2012. ‘Sono proposte che dovrebbero diventare raccomandazioni del Consiglio (dei 27 governi Ue, ndr)— ha spiegato Rehn— e il Consiglio ci ha già fatto sapere che le appoggia. Ci spettiamo che eserciti pressioni da pari a pari’ . Un passo in questo senso è già programmato per il 14 giugno prossimo con una cena dei ministri finanziari europei, dove si dovrebbe parlare del governo comune dell’economia e dell’emergenza per il debito sovrano in Grecia e in altri Paesi membri. Barroso si è lamentato che molti programmi economici dei governi appaiono ‘poco ambiziosi’ . Non a caso – conclude Caizzi sul CORRIERE DELLA SERA - la previsione sul debito pubblico dell’Eurozona indica nel 2012 una salita all’ 87,8 per cento del Pil con lenta discesa nel 2013 (87 per cento) e nel 2014 (85,1 per cento)”. (red)

3. Crescere tagliando 

Roma - “Se qualcuno – scrive IL FOGLIO - coltiva ancora timide illusioni di una scossa alla crescita a scapito del rigore sui conti pubblici, è bene riporre le speranze. Ieri la Commissione di Bruxelles ha emesso il primo verdetto sul piano di stabilità dell’Italia 2011-2014 e sul piano di riforme al 2020 previsti dalla nuova governance europea, e firmati il 6 maggio non solo dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ma anche dal premier Silvio Berlusconi. E’ una promozione condizionata e sotto sorveglianza. E’ considerato ‘credibile’ il percorso di consolidamento dei conti pubblici da qui al 2014 – riduzione del deficit e messa in sicurezza del debito – ma al momento solo ‘fino al 2012’. Per il biennio successivo non esistono ancora misure certe, attese peraltro ‘a ottobre 2011’. Anche se nel Def (Documento di economia e finanza) inviato a Bruxelles si indica una manovra di correzione pari al 2,3 per cento del pil per il biennio 2013- 2014. Anche la discesa del deficit fissata dal governo al 3,9 per cento del pil quest’anno e al 2,7 il prossimo per poi planare al ‘sostanziale pareggio di bilancio’ (0,2 per cento) nel 2014 è presa con un minimo di beneficio d’inventario. Nei draft ufficiosi infatti figurano due stime, quelle della Commissione e quelle italiane. Gli scostamenti sono minimi nel 2011, maggiori il prossimo anno (3,2 per cento), e derivabili da ‘imprevisti come l’allentamento della politica di bilancio o un minor gettito fiscale’, compreso quello del contrasto all’evasione. Ma sostanzialmente Bruxelles dà per ora credito all’Italia. Aggiungendo una sfilza di raccomandazioni non solo rigoriste: accentuare la politica salariale di produttività ‘per colmare il gap tra lavoro protetto, esposto al mercato e precario’; facilitare l’ingresso delle donne; liberalizzare i servizi e le professioni (si citano le tariffe degli avvocati e i servizi pubblici e si menzionano esplicitamente le indicazioni dell’Antitrust italiana per ulteriori liberalizzazioni); migliorare le politiche di innovazione e ricerca per le quali l’Italia continua a destinare una quota del prodotto interno lordo (1,27 per cento) di un terzo inferiore alla media europea. Infine spendere i fondi di coesione Ue, visto che ne siamo i terzi beneficiari con l’otto per cento nel 2007-2013, e di questa quota ne è stato impegnato solo il 16,8 per cento. Non solo. Il documento fa propria l’idea di Tremonti di introdurre nella Costituzione tetti alla spesa pubblica, ed elogia i poteri rafforzati annunciati per la Ragioneria dello stato. In altri termini, il tremontismo flemmatico al centro del dibattito politico sembra introiettato in pieno dalle autorità europee. Anche se al ministero dell’Economia aggiungono che, visto che sarà in base alla buona condotta nel prossimo triennio che si deciderà se far scattare i tagli automatici al debito, il rigore di oggi potrà tradursi nel sollievo per il futuro. Quanto alle tasse, - prosegue IL FOGLIO - Bruxelles prende nota in due righe e mezzo delle riforme in discussione: ‘Il programma annuncia una riforma del sistema fiscale per spostare progressivamente la tassazione dal lavoro ai consumi, il che potrebbe contribuire ad aumentare l’occupazione’. Ce n’è abbastanza per ritenere che al summit di Arcore del 6 giugno il ministro si sia presentato munito di queste carte, giunte nelle ore precedenti in via XX Settembre. Del resto l’idea di una riforma fiscale a gettito invariato non è condivisa solo dalla Ue, ma pare oramai aver fatto breccia nella Confindustria e nel resto del mondo produttivo, nonostante gli iniziali auspici teorici di un taglio alla pressione fiscale complessiva. ‘Sulla riforma si concentrano aspettative irrealistiche’, ha detto ieri il presidente della Confcooperative Luigi Marino. ‘Ci attendiamo semplificazione e che si punti meno sui redditi e più sui consumi e le cose’. Sia la Confindustria presieduta da Emma Marcegaglia sia Assonime capitanata da Luigi Abete hanno condiviso il percorso tremontiano sulla riforma tributaria e Assonime sta terminando un paper, curato dall’economista Stefano Micossi, direttore generale dell’associazione che riunisce le grandi imprese, con consigli puntuali sui tagli alla spesa pubblica in vista della manovra triennale in gestazione”.  (red)

4. L’austerity deve colpire la politica

Roma - “Senza riduzione del debito pubblico non c’è crescita. Senza crescita, però, - osserva Mario Deaglio su LA STAMPA - la sola riduzione del debito pubblico spinge l’economia verso una nuova fermata. E’ in queste condizioni difficili che la Commissione dell’Unione Europea ha inviato ieri le sue ‘raccomandazioni’ ai ventisette governi degli Stati membri, intenti a preparare le leggi finanziarie per il 2012: una novità del sistema europeo di governo dell’economia, introdotta per evitare ripetizioni della ‘tragedia greca’ della finanza pubblica e impedire politiche troppo disinvolte a spese di tutti. Nelle ‘raccomandazioni’ la Commissione schiaccia fino in fondo il freno del rigore: ‘Non abbiamo alcun desiderio di imporre l’austerità agli europei - hanno scritto i commissari - ma è un fatto che l’insostenibilità delle finanze pubbliche sta limitando il nostro potenziale di crescita’. Giudica generalmente ‘troppo poco ambiziosi’ e troppo vaghi i piani dei governi ai quali indica una serie di priorità: aumento dell’età pensionabile, riduzione dei pensionamenti anticipati, aggancio dei salari alla produttività, semplificazioni burocratiche per le imprese e incentivi per la ricerca e lo sviluppo. Non c’è male sul piano dei principi, soprattutto per chi non deve la propria carica al consenso degli elettori, ma la traduzione di questi propositi abbastanza nobili in proposte concrete è difficilissima per governi alle prese con un’impopolarità crescente. La Commissione bacchetta un po’ tutti, ma indirizza un discorso particolarmente severo proprio all’Italia, forse perché in realtà proprio l’Italia è il Paese-chiave per la tenuta dell’euro. Sostiene che fino al 2012 i programmi italiani sono sostanzialmente in linea con gli impegni presi di riduzione di deficit e di debito, ma che i piani fiscali per il 2013-14 non sono adeguati all’obiettivo; in questo è in linea con il giudizio di Moody’s, l’agenzia internazionale che ha confermato la sua valutazione sullo stato attuale della finanza italiana ma ha peggiorato la valutazione futura. Quello che è richiesto all’Italia è, in pratica, un cambiamento radicale e gigantesco del settore pubblico. Dietro l’espressione, apparentemente ‘innocente’, di ‘riforme di struttura’ si cela un rinnovamento profondo di tutte le procedure amministrative. Rinnovamento, è inutile dirlo, - prosegue Deaglio su LA STAMPA - che risulterà in una sensibile riduzione del numero dei dipendenti pubblici a tutti i livelli nel giro di pochissimi anni. Le forze politiche saranno costrette a presentarsi agli elettori alla fine di questa legislatura- sia che essa arrivi al suo termine naturale sia che invece venga anticipata - non già con la lista dei regali e delle promesse, ma con la lista dei tagli. Al primo posto di questa lista non può non esserci la stessa politica. Tagli profondi nella spesa pubblica non possono essere credibilmente proposti da chi non è disposto a tagliare la spesa relativa alle proprie funzioni. Devono quindi costituire il punto di partenza di chi vuol governare il Paese nel prossimo futuro. A un calcolo approssimativo, non dovrebbe essere troppo difficile ottenere un taglio di 1-2 miliardi di euro l’anno, agendo sulla riduzione sia dei privilegi della politica sia sul numero di quanti ne hanno diritto. Solo con questa premessa sarà possibile cercare davvero di rendere al tempo stesso più efficienti, meno complicate e meno care le procedure amministrative: i burocrati dovranno essere sostituiti, dove possibile, dai computer. Alcune fasi del processo amministrativo dovranno essere saltate, magari prendendo a esempio quanto già si fa in molti Paesi. E un pilastro fondamentale, quello da cui è auspicabile che derivi il maggior contributo, sarà una lotta accanita all’evasione fiscale, un terreno sul quale si è ottenuto parecchio in questi anni ma che comincia a provocare forme vistose di risentimento. Dallo sport all’agricoltura, i sussidi, anche quelli giustificabili e ragionevoli, dovranno essere rivisti con spirito molto critico; nelle ‘libere’ professioni occorre liberalizzare l’entrata, resa sempre più difficile nel corso dei decenni. E’ inevitabile che molte missioni militari all’estero debbano essere terminate. E forse bisognerà decidersi a vendere un po’ di quell’oro, acquistato decenni fa a trentasei dollari l’oncia, che ora ne vale più di millecinquecento, una mossa che i governi di ogni colore sono sempre stati molto restii a prendere in considerazione. Da tutte queste misure risulterà probabilmente un insieme non trascurabile di risorse da destinare non solo alla riduzione del debito ma anche a progetti di crescita. Chi vuole governare questo Paese nei prossimi anni potrà essere davvero credibile agli elettori e ai partner europei solo se si presenterà con un programma in regola su questi punti. In caso contrario, - conclude Deaglio su LA STAMPA - bando alle ipocrisie: prepariamoci, di qui a qualche anno, ad abbandonare l’euro e a riprendere il vecchio ciclo di inflazione e svalutazione”. (red)

5. Il premier non si fida più di Tremonti

Roma - “C’è un tarlo che in questi giorni tiene sveglio Silvio Berlusconi, - scrive Francesco Bei su LA REPUBBLICA - impegnato in un braccio di ferro con il ministro dell’Economia per arrivare al sospirato taglio delle tasse. Un sospetto che gli è stato soffiato nell’orecchio da alcuni ministri del Pdl, categoria nella quale non abbondano gli amici di Tremonti. Il timore del Cavaliere è che il ministro dell’Economia, certo per tutelare il paese da una tempesta sul debito, certo per ottemperare agli obblighi assunti in sede europea, certo per assicurare un futuro ai risparmi degli italiani, sotto sotto stia anche giocando una sua partita molto personale. ‘Tremonti vuole andare al Quirinale al posto tuo’, gli suggeriscono i suoi uomini. E il premier, stupito dall’ostinazione con cui il ministro si oppone a qualsiasi ipotesi di abbassamento della pressione fiscale, se ne starebbe convincendo davvero. È l’incubo ‘Ciampi’, quello che tiene sveglio Berlusconi. Il fantasma di un ministro dell’Economia che salva i conti italiani, si trasforma in un ‘padre della patria’ e viene sospinto con tutti gli onori (e i voti del centrosinistra) sul Colle più alto. Vanificando così ogni sogno del Cavaliere di finire la sua carriera politica entrando nel Pantheon della Repubblica. Con questi pensieri in mente Berlusconi si prepara al duello decisivo con il ministro, che ieri si è fatto forte del richiamo di Bruxelles all’Italia per orientare ogni euro in più alla riduzione del debito pubblico. Senza pensare quindi a tagliare le tasse. Oggi Berlusconi riunirà lo stato maggiore del Pdl, coordinatori, segretario politico e capigruppo, per mettere sul tavolo le richieste da portare al ministro dell’Economia. Lunedì nuovo incontro ad Arcore con Tremonti e Bossi. Si spera quello decisivo. Durante lo scorso ufficio di presidenza del Pdl era stato proprio Tremonti, poco prima dell’inizio della riunione, a chiedere a Berlusconi di non aprire la discussione sulla riforma fiscale. ‘Oggi limitiamoci a parlare di politica, ti prego - gli ha chiesto il ministro - e mi impegno a fornirvi qualche utile materiale per impostare la discussione la prossima settimana’. Quel materiale – prosegue Bei su LA REPUBBLICA - non è ancora arrivato e il Pdl non intende più aspettare. ‘Il problema non è Tremonti - spiega Ignazio La Russa - perché il rigore lo abbiamo accettato tutti. Ma dobbiamo prendere esempio dalla sinistra, che nei momenti di crisi ha sempre avuto un occhio di riguardo per i suoi ceti sociali di riferimento. Si può fare, anche stressando i conti pubblici, perché è necessario dare risposte ai cittadini: partiamo intanto dai militari, dai lavoratori autonomi, dai giovani in cerca di lavoro. La riforma del fisco va bene, ma intanto bisogna fare delle scelte selettive su chi si può aiutare subito’. Anche il Carroccio scalpita per ottenere qualcosa. Ieri il capogruppo a Montecitorio, Marco Reguzzoni, si è preso sottobraccio Niccolò Ghedini, il consigliere del premier, ed entrambi si sono chiusi nella stanza del presidente del Consiglio per telefonare a Berlusconi. Reguzzoni ha annunciato al premier la mozione (poi approvata) che impone a Equitalia di usare la mano leggera con gli evasori che non sono in grado di pagare. Una mozione che il capo del governo è stato felice di avallare: ‘Benissimo, avanti così’. Un altro leghista ieri se la prendeva espressamente con Tremonti: ‘Vuole imporci una manovra da 40 miliardi e non riesce a trovarne dieci per il quoziente famigliare?’. Insomma, anche la Lega è scossa dal ‘mal di tasse’ che ne ha decretato la sconfitta elettorale. E reclama una soluzione miracolistica dal ministro dell’Economia. Lo stesso Umberto Bossi, parlando alla Padania, si guarda bene dall’assumere la difesa della linea rigorista. ‘Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovar la quadra’, premette il Senatur. Certo, il leader del Carroccio ammette che ‘dovremo stare molto attenti, perché non dobbiamo tenere conto solo dell’Europa, contano anche i grandi mercati: Londra, New York...quindi, bisogna essere cauti’. E tuttavia, aggiunge perentorio, ‘alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese’. Il 19 giugno a Pontida Bossi intende arrivarci con qualcosa di più concreto che non la kafkiana duplicazione dei ministeri al Nord. Anche perché di quella e non di altro si sta parlando. ‘L’accordo c’è - rivela Niccolò Ghedini - e riguarda solo l’apertura di uffici di rappresentanza dei ministeri a Milano. I leghisti? Lo sanno benissimo anche loro e infatti ieri ad Arcore ne abbiamo parlato con assoluta tranquillità. Del resto questi uffici a Milano già esistono da tempo e diversi ministri li usano per i loro incontri’. Ogni lunedì ad esempio, tanto per restare in tema, - conclude Bei su LA REPUBBLICA - nel suo ‘ufficio distaccato’ di Milano, il ministro Tremonti dà appuntamento alla gente che conta: imprenditori, ma soprattutto banchieri”. (red)

6. “Varo la delega fiscale solo assieme ai tagli”

Roma - “In pubblico, di tasse e dintorni – scrive Alessandro Barbera su LA STAMPA - non parlerebbe nemmeno sotto tortura. ‘Il momento è troppo delicato’, diceva ieri a chi lo interpellava. Ci sono le tensioni nella maggioranza, indebolita dall’esito delle amministrative, la Grecia, da troppo tempo sull’orlo del baratro, la crescita e i consumi che stentano a ripartire. Giulio Tremonti è stretto in una tenaglia più forte del solito: da un lato ci sono Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, per una volta uniti nel chiedergli (o pretendere?) la mossa capace di risollevare le sorti della legislatura, dall’altra la pressione dei mercati, pronti a fare carne da macello degli spread con i titoli tedeschi non appena cogliessero una deroga alle ragioni del rigore. Se non bastasse, ora si fanno sentire anche le pressioni di Mario Draghi, che ha dedicato alla scarsa crescita l’ultima relazione da governatore, e di Emma Marcegaglia, decisa a rilanciare così il ruolo appannato di Confindustria e della sua burocrazia. Così, dopo aver disertato un palco a lui amico - quello di Confcooperative - Tremonti ha affidato l’unico, laconico commento al sottosegretario Luigi Casero. ‘Le proposte di riduzione fiscale potranno essere prese in considerazione solo all’interno di un quadro ordinato dei conti pubblici’. Il ragionamento, né più né meno, è quello che il ministro dell’Economia ha fatto a brutto muso lunedì sera ad Arcore: ‘Volete subito la delega fiscale? La soluzione è una, l’approvazione contestuale della manovra da 40 miliardi di euro. Senza il pareggio di bilancio non c’è riforma fiscale’. Tremonti lo definisce ‘il punto decisivo della verifica di governo’, l’argomento sul quale dal vertice non è uscita una volontà univoca e del quale Pdl e Lega dovranno tornare a discutere. Due strade, per il ministro dell’Economia entrambe percorribili a fine mese dopo la verifica parlamentare: o l’approvazione dei tagli, tutti e subito, mettendo in definitiva sicurezza i conti italiani di qui al 2014, oppure il rinvio del momento della verità a settembre, quando in Parlamento arriverà la legge di stabilità, la sede in cui troverebbero comunque spazio i tagli per il prossimo triennio. In questo caso il decreto estivo non supererebbe i cinque miliardi, quanto necessario a rifinanziare alcune spese obbligatorie rimaste senza copertura. Ma sempre in questo caso - è l’argomento di Tremonti - di delega fiscale si parlerebbe ‘solo a settembre’. Nella maggioranza – prosegue Barbera su LA STAMPA - la domanda più ricorrente è il perché di tanta prudenza: in fondo, trattandosi di riforma a costo zero, perché temere per la credibilità dei conti italiani? La risposta del ministro è la stessa per tutti: ‘I mercati non si comportano razionalmente’. Al solo sentir parlare di tagli alle tasse - ragiona Tremonti - i mercati potrebbero far schizzare all’insù il costo del debito. E con la Grecia a bordo del Titanic ‘c’è poco da scherzare’. In molti, inutile dirlo, non credono a questa lettura ultrarigorista. In molti nel suo partito lo vedono semmai intento a prendere tempo e a scavare la fossa alla sua maggioranza. Eppure, raccontano i ben informati, Tremonti di ipotesi di riforma fiscale sul tavolo ne ha già più d’una. La più plausibile, quella sulla quale i tecnici si stanno esercitando, somiglia a ciò che Berlusconi e i suoi vorrebbero: la riduzione della prima aliquota Irpef dal 23 al 20 per cento. Sarebbe una operazione popolarissima - in quella aliquota si concentrano la metà dei contribuenti - e onerosa: vale 13,5 miliardi di gettito. Poiché la riforma deve essere a parità di gettito, i tecnici hanno messo a punto tre fonti di copertura certe: il gettito che arriverebbe dall’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20 per cento, un taglio ai contributi a fondo perduto delle imprese (pubbliche e private) per cinque miliardi, ma soprattutto un aumento di due aliquote Iva su tre. L’intermedia salirebbe dal 10 all’11 per cento, quella più alta dal 20 al 21 per cento. L’ipotesi - che nei piani di Tremonti andrebbe a regime nel 2013 - è arrivata all’orecchio attento del premier. Il quale - almeno a parole - in nome di questo sarebbe disposto a ulteriori tagli di spesa. Il momento della verità sarà la prossima settimana, quando Tremonti avrà lo schema della manovra triennale, ovvero dei tagli che comunque ci vorranno, riforma o non riforma: solo allora – conclude Barbera su LA STAMPA - si testerà la determinazione del premier a fare le scelte che - in nome di meno tasse per tutti - in sedici anni non gli è riuscito di imporre”. (red)

7. Nella Lega cresce la tentazione di smarcarsi

Roma - “I maligni – osserva Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - potrebbero pensare ad un’uscita concordata con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma la raccomandazione con la quale ieri la Commissione europea ha chiesto all’Italia di ‘essere pronta’ a scongiurare qualsiasi aumento della spesa pubblica era nelle cose. Rimanda alle ‘debolezze strutturali’ della sua economia. E ricorda che la credibilità del piano che corregge i conti è ‘credibile fino al 2012’ : non fino al 2014. Il fatto che il documento spunti dopo l’incontro ad Arcore fra Silvio Berlusconi, la Lega e lo stesso Tremonti, conferma soltanto quanto sia difficile sciogliere ‘il dilemma fra rigore e sviluppo’ . Le parole affidate da Umberto Bossi alla Padania di ieri parlano di un premier paladino di una riduzione delle tasse; e di un ministro dell’Economia a difesa dei conti pubblici. La novità è che Bossi li invita a ‘trovare la quadra’ . È un linguaggio abbastanza inedito. Fino al voto amministrativo di metà maggio, il capo del Carroccio parlava di Tremonti come dell’unico esponente del governo del quale ci si dovesse fidare: le tensioni di solito si registravano fra il superministro e i colleghi del Pdl. L’apparente equidistanza fra Berlusconi e Tremonti lascia dunque indovinare un’incrinatura. Attenzione ai conti e ai mercati, è la premessa. Ma ‘alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese’ , insiste il leader dei lumbard. Si tratta di una pressione non da poco: sebbene senza conseguenze, per ora. Non lo permettono i costi che una simile riforma implicherebbe. In più, Berlusconi e Bossi sono sì d’accordo a proseguire la legislatura; ma con agende tutte da verificare. Il premier oggi – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA - riunirà i vertici di un Pdl che dopo la designazione di Angelo Alfano alla segreteria politica non trova ancora pace. E le iniziative leghiste sui ministeri trasferiti a Nord, con Roberto Calderoli che deposita alla Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare e raccoglie le firme, sarebbero una reazione ad impegni disattesi da Berlusconi. Spie di un nervosismo crescente come i ‘contratti territoriali’ riesumati dal figlio di Bossi, Renzo. È un leghismo inquieto, quello che si prepara al raduno tradizionale di Pontida del 19 giugno. Stavolta non si preannuncia come una passerella vittoriosa ma come una ‘via crucis’ di fronte a militanti frustrati dalla sconfitta elettorale; e desiderosi di ricevere un messaggio di chiarezza sul centrodestra, sulle prospettive del federalismo, sulle nuove ondate di immigrati. Dopo i ballottaggi la Padania aveva perfino pensato ad un titolo di prima pagina nel quale voleva chiedere alla base se non fosse meglio andare avanti da soli. Non se n’è fatto nulla: ha prevalso la lealtà verso il governo Berlusconi. Ma i colloqui di Arcore sono stati giudicati scoraggianti: anche per le tensioni fra il premier e Tremonti. Quando Bossi chiede a entrambi di trovare una soluzione, di fatto si sfila e li osserva quasi da una certa lontananza. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, però, è esplicitamente favorevole alla riforma fiscale. E sembra che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, prema per una presa di posizione dura sulle scelte economiche. Insomma, tutto lascia pensare che a Pontida si tireranno somme amare: nulla che lasci presagire un lieto fine. Se non c’è una sterzata, la Lega vede altre sconfitte dietro l’angolo. Così, è costretta a sperare che prevalga la ricetta dello ‘sviluppo’ berlusconiano, nonostante le incognite che apre nei rapporti con l’Europa. Ma rimane scettica comunque, di fronte ad uno sfondo che non era stato mai così destabilizzante nella sua inconcludenza. Se non cambia nulla nelle prossime due settimane, la minaccia che il fondatore del Carroccio, oggi ministro delle Riforme, sarebbe tentato di lanciare è quella delle proprie dimissioni dal governo. Può darsi che si tratti soltanto di pretattica: di un disperato tentativo di costringere palazzo Chigi a decisioni che esita a prendere. Certamente, però, - conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA - è anche il segno che i malumori dentro il partito di Bossi stanno lievitando in maniera preoccupante. L’ ‘asse del Nord’ appare lontano anni-luce”. (red)

8. Ministeri, Lega accelera. Bossi chiama Tremonti su fisco

Roma - “Sollevata dai leghisti subito dopo il primo turno delle amministrative, - scrive Lorenzo Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - la questione del trasferimento di alcuni ministeri o dipartimenti da Roma alle Regioni del Nord, è tornata di attualità ieri. E a riproporla è Roberto Calderoli, all’indomani del vertice di Arcore tra Silvio Berlusconi e il gruppo dirigente del Carroccio, un summit sul quale il commento di Umberto Bossi, consegnato alla Padania, suona così: ‘Sono Berlusconi e Tremonti a dovere trovare la quadra sulle tasse’ . Calderoli deposita presso la cancelleria della Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare sulla ‘territorializzazione dei ministeri e delle amministrazioni centrali’ . Superato il vaglio formale dell’ufficio centrale della Suprema Corte — deve accertare che non esista un analogo progetto di legge — incomincerà la campagna per la raccolta delle 50 mila firme a sostegno, come prescrive l’articolo 71 della Costituzione, affinché approdi in Parlamento. Quasi in contemporanea, a Palazzo Grazioli, la residenza privata del Cavaliere, c’è un incontro tra lo stesso Berlusconi, Gianni Letta, il consulente giuridico Niccolò Ghedini e i capigruppo al Senato, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, nel corso del quale si parla di primarie. L’idea è presentare una legge ispirata a due criteri. Il primo fissa le procedure per selezionare i candidati alle cariche elettive monocratiche, ovvero i sindaci, i presidenti di provincia e i governatori delle Regioni. Sulla figura del capo del governo, se possa o no essere scelto con questo meccanismo, si conviene di compiere un ulteriore approfondimento tenendo conto che il premier non viene eletto direttamente ma designato dai cittadini e successivamente nominato dal Capo dello Stato. Il secondo criterio è che il ricorso alle primarie sarà facoltativo, non obbligherà insomma i partiti a utilizzarle per selezionare i candidati. Qualora, però, optassero per questa soluzione le forze politiche dovrebbero seguire la procedura fissata dalla legge. Comunque, se ne riparlerà nell’ufficio di presidenza di oggi che esaminerà anche il rimpasto: ieri, al riguardo, tra i nomi dei possibili successori di Alfano alla Giustizia circolava anche quello di Frattini, attualmente agli Esteri. Un appuntamento, l’ufficio di presidenza del Pdl, - prosegue Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - che si preannuncia caldo dato che gli ex di An si preparano incontrandosi a cena mentre Forza Sud minaccia di uscire dal Pdl e affida al fondatore Micciché il mandato per un colloquio urgente con il premier. In ogni caso, contro l’iniziativa di Calderoli— si noti che giunge a poco più di una settimana dal raduno di Pontida, luogo e appuntamento simbolo per il popolo leghista — scende in campo uno schieramento variegato e soprattutto trasversale. Da sinistra il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ironizza: ‘Una volta la Lega i ministeri voleva ridurli, adesso fanno accattonaggio’ . Concetto non dissimile utilizza il deputato del Pdl, Fabio Rampelli, quando afferma che il Carroccio è passato ‘da Roma ladrona a Padania pappona’ . Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti (Pd), dopo avere invitato tutti i parlamentari del Lazio a ‘chiedere le dimissioni del governo’ , esorta il sindaco Gianni Alemanno e la governatrice del Lazio Renata Polverini, entrambi molto duri con Calderoli, - conclude Fuccaro sul CORRIERE DELLA SERA - a ‘unire le istituzioni e trovare una posizione comune’”.  (red)

9. 50mila firme per i ministeri al Nord, il Pdl non gradisce

Roma - “Per capire con che umore il Cavaliere abbia accolto, 12 ore dopo il vertice di Arcore, l’ennesima uscita di Calderoli sui ministeri al Nord (terza in tre settimane, la prima il 21 maggio e la seconda a ridosso dei ballottaggi), - scrive Carlo Bertini su LA STAMPA - basta sentire la reazione di uno dei ‘papabili’ alla carica di Guardasigilli, Maurizio Lupi: ‘Noi gli uffici di rappresentanza dei dicasteri al Nord già glieli abbiamo dati. Se si vota tra un anno qualcosa nel frattempo lo devono pur fare... Lasciamo perdere, sono ben altri i problemi che dobbiamo risolvere con loro’. Insomma lo stato maggiore del Pdl giudica questa bandiera una forma di propaganda, forse utile ad alzare la posta, sicuramente non di buon auspicio, ma sempre propaganda, pure un po’ stagionata. La prima volta infatti fu a Paesana, in provincia di Cuneo, era l’11 settembre 2010 e tranne Alemanno e la Polverini nessuno a Roma gli diede molto peso. Alla Festa dei Popoli Umberto Bossi indicò la nuova frontiera: ‘Ora che il federalismo è bell’è pronto, possiamo partire con una battaglia per portare democraticamente dei ministeri dappertutto, dal Sud al Nord, perché i ministeri significano moltissimi posti di lavoro e moltissimi soldi e non vedo perché debbano restare tutti a Roma’. Ecco, nove mesi dopo, quel ‘democraticamente’ ha preso la forma di una ‘proposta di legge di iniziativa popolare sulla territorializzazione dei ministeri e delle altre amministrazioni centrali’. Proposta che ieri lo stesso Calderoli ha depositato in Cassazione e sulla quale andranno raccolte 50 mila firme, cominciando guarda un po’ dal raduno di Pontida tra due settimane. Ma se l’ansia di propaganda è forte, le punture tra alleati non mancano e proprio ieri il ministro Matteoli ha bocciato un’altra proposta leghista, la ‘regionalizzazione dell’Anas’ per far pagare pedaggi sulla Salerno-Reggio e sul raccordo anulare di Roma. E alle reazioni stizzite del Pdl fanno da contrappunto quelle non meno disincantate dei destinatari di questo coniglio dal cilindro, cioè i leghisti stessi, di vario rango. Il piemontese Gianluca Buonanno è piuttosto critico: ‘Spero che prima di Pontida tirino fuori qualcosa di meglio, qualche iniziativa forte sul fisco o su altro, perché questa roba qui anche se si realizzasse, cosa cambia?’. Ma pochi – prosegue Bertini su LA STAMPA - hanno il coraggio di dire pubblicamente quello che in aula tra i banchi del Carroccio si tocca con mano ‘e cioè che dei ministeri non gliene importa niente a nessuno’, come confessa un leghista che implora di restare anonimo. Invece sulle onde di Radio Padania la protesta va in scena. Della serie, lasciate stare ‘i parassiti’ e pensate alle cose concrete, come gli incentivi alle aziende o ‘la priorità’ degli immigrati. Dunque anche ieri, come avvenne dopo la minaccia di Calderoli ‘niente ministeri, niente tasse’, ognuno fa la sua parte: i colonnelli del Pdl salendo sulle barricate o dissimulando l’imbarazzo; Alemanno e Polverini tuonando contro ‘l’inaccettabile affronto alla Capitale’; il governo preparando un decreto di palazzo Chigi da far approvare giovedì al Consiglio dei ministri per trasferire al Nord gli uffici dei dicasteri di Bossi e Calderoli. E l’opposizione sfornando battute di profonda indignazione: ‘La Lega a caccia di poltrone, uscita dal vertice di Arcore con un pugno di mosche, sperpera denaro per trasferire ministeri’, attacca il Pd che accantona però l’idea di una mozione di sfiducia al governo proposta dal presidente della Provincia di Roma Zingaretti, ‘perché il trasferimento è una tale sciocchezza che li lasciamo cuocere nel loro brodo’. Bersani invece – conclude Bertini su LA STAMPA - è lapidario: ‘Una volta la Lega i ministeri voleva ridurli, adesso fa accattonaggio’”. (red)

10. Bersani parla con Maroni di riforma elettorale

Roma - “Non è un’apertura al buio. Se Bersani – scrive Giovanna Casadio su LA REPUBBLICA - ha deciso di convocare un ‘caminetto’ dei leader sulla riforma elettorale - domattina alle 9,30 nella sede del partito in largo del Nazareno - è perché un approccio con la Lega c’è stato. Un colloquio con il ministro Roberto Maroni. Nel Pd frenano sulla riuscita del dialogo; ancora di più i lumbàrd, alle prese con i difficili equilibrismi in maggioranza. Comunque sia, il segretario e il responsabile del Viminale si sono parlati sul tema decisivo della riforma del ‘porcellum’, l’attuale legge criticata persino dal suo ideatore, l’altro ministro leghista Roberto Calderoli. E il leader Pd ha deciso allora che è tempo di giocare d’anticipo e mettere sul tavolo per primi le carte. Ovvero un dossier-riforma che può risultare appetitoso per il Carroccio. Dieci articoli, cancellato il premio di maggioranza, ritorno ai collegi uninominali, doppio turno, recupero proporzionale. Luciano Violante - a cui spetta domani fare la relazione introduttiva - garantisce che ‘il bipolarismo non sarà messo in discussione’. Però basta con ‘le coalizione coattive’, come capita adesso, perché ‘il premio di maggioranza impone la coalizione’. Spiega: ‘Sì quindi a un bipolarismo, ma senza avere le mani legate’. Aggiunge: ‘In nessuna parte del mondo esiste che magari solo con il 25 per cento hai il premio di maggioranza. Persino la ‘legge truffa’ era meglio, dovevi avere il 50 per cento più uno per avere il premio’. In realtà nel Pd il dibattito non mancherà di essere anche aspro. Paolo Gentiloni, leader (con Veltroni e Fioroni) della minoranza Modem, esclude modifiche che diano ‘la golden share al Terzo Polo, uscito ridimensionato dalle amministrative, con un modello proporzionale alla tedesca’. Sia Violante, sia Gianclaudio Bressa dicono che la discussione nel partito è aperta, però se ci sarà un sostanziale via libera dei big la proposta passerà in direzione e poi alla discussione dei gruppi parlamentari per essere presentata in Parlamento. Di certo – prosegue Casadio su LA REPUBBLICA - il primo obiettivo che il dossier elettorale si propone è quello di smuovere le acque nell’altro fronte, nella maggioranza. Bersani ammette di stare valutando ‘i margini per la riforma della legge elettorale’, che farla con Berlusconi ‘è altamente improbabile e che difficilmente in questa legislatura ci sarà un altro governo. Alla presentazione del suo libro-intervista ‘Per una buona ragione’ (Laterza), riparla anche dell’affidabilità di Vendola (con cui aveva avuto uno scontro): ‘Vendola è affidabile ma la narrazione non basta’. E a Paolo Mieli che ritiene sia proprio Bersani il ‘papa straniero’ a cui affidare la premiership del centrosinistra: ‘Ringrazio, sì in effetti io un minimo atipico mi ritengo’”.  (red)

11. Bossi prepara Pontida, la carta del patto di stabilità

Roma - “Non è solo un fatto mediatico, non è comunicazione. Dentro il Carroccio, - scrive Marco Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - l’attesa per il raduno di Pontida è febbrile. Sindaci, quadri intermedi, amministratori: tutti in attesa ‘di qualcosa da dire alla nostra gente’ . Mentre qualcuno arriva a sussurrare l’indicibile: sul prato del Giuramento, Umberto Bossi potrebbe annunciare la fine dell’impegno diretto in politica. Magari per ottenere una reinvestitura dal ruggito della folla sul Sacro prato. O forse sono soltanto le ansie di un movimento ancora sotto lo choc da perdita dell’invincibilità. Di certo, il momento resta complicato. ‘Se la devono vedere Berlusconi e Tremonti’ ha detto ieri il leader alla Padania. Non un modo per lavarsene le mani. Ciò che il super ministro all’Economia riuscirà a mettere sul piatto sarà anche uno dei piatti del menù che verrà offerto ai militanti che prenderanno la strada di Pontida. Un menù concordato anche con il premier, fin nel passaggio apparentemente più brusco: secondo alcuni dirigenti leghisti di prima fila, Umberto Bossi subordinerà la fiducia della lega alla verifica sul rimpasto all’accettazione di alcune condizioni. Resta il fatto che a dispetto del rumoreggiare della base, a dispetto di chi dice che ‘in questa partita si capirà se Tremonti gioca con noi’ , Umberto Bossi continua ad avere fiducia nell’ ‘amico Giulio’ . Certo, le ‘concessioni concordate’ con il rigoroso ministro all’Economia dovranno essere a saldo zero. Questo il Carroccio lo sa e, se davvero otterrà qualcosa da spendere il 19 giugno, lo accetta. La consapevolezza è stata resa esplicita da Umberto Bossi: ‘Tremonti dovrà coniugare la riduzione delle tasse con il rigore dei conti’ . Ancora più comprensivo: ‘Dovremo stare molto attenti perché non dobbiamo tenere conto solo dell’Europa. Contano anche i grandi mercati: Londra, New York. Quindi bisogna essere cauti’ . Per una parte del Pdl, - prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - dichiarazioni che certificano ciò che da tempo sospettano: ‘I dubbi sono una manfrina. Bossi e Tremonti puntano a logorare Berlusconi’ . Una delle strade possibili — ma non è chiaro se sia un desiderio leghista o un’ipotesi su cui è concretamente al lavoro anche via XX settembre — è quella che viene chiamata ‘un anticipo di federalismo sul fronte dei premi e delle sanzioni ‘ . L’idea è quella di una modulazione del patto di stabilità degli enti locali che ‘punisca gli spendaccioni e premi i virtuosi’ . Per molti comuni del Nord, sarebbe una vera boccata d’ossigeno. Al di là dei conti generalmente in ordine, non sono pochi i municipi che possono vantare significativi surplus di cassa provenienti dalle dismissioni avviate negli ultimi anni. Per i Comuni dissestati, invece, nulla da fare. Tutti i leghisti che ne parlano forniscono lo stesso esempio: Napoli. In alternativa, fanno un nome: Jervolino. Ma la speranza (di garanzie da parte di Tremonti non si può parlare) è anche la possibilità di annunciare qualche (modesto) ritocco alla grande nemica delle imprese, l’Irap. Oltre a un deciso rilancio dei temi anti immigrazione. Mentre rispetto all’apertura di uffici ministeriali al Nord, ieri è tornato all’attacco il sindaco di Roma Gianni Alemanno, in trasferta a New York: ‘Se Calderoli insiste con questa richiesta, deve dimettersi’ . Il fatto è che il Carroccio sente il fiato sul collo. Teme che il suo elettorato abbia perso il fideismo che ha contrassegnato gli ultimi anni. C’è chi accusa la crisi economica, chi la gestione ‘istituzionale’ dell’emergenza immigrati, chi se la prende perché ‘da troppo tempo la Lega non parla più con una voce sola’ . Ma tutti sono d’accordo su una cosa: il tempo stringe. Ieri, con ammirevole onestà intellettuale, lo ha detto l’unico vincitore delle amministrative 2011 per il centrodestra, il sindaco di Varese Attilio Fontana. Che in relazione al summit di Arcore di lunedì scorso non ha nascosto qualche perplessità: ‘Se le cose stanno così non posso non essere un po’ deluso’ . E ieri notte, intanto, - conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - si è tenuto un vertice a sorpresa tra il premier Silvio Berlusconi, il leader della Lega Umberto Bossi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. La riunione è durata circa tre ore”. (red)

12. Cicchitto: “Primarie? Sì, ma solo per amministrative”

Roma - Intervista di Paola Di Caro a Fabrizio Cicchitto sul CORRIERE DELAL SERA: “Sì alle primarie, ma solo per scegliere i candidati alle amministrative e non il leader, almeno finché Berlusconi sarà in campo. Sì ad un partito radicato sul territorio che elegge i responsabili a livello locale, ma che assieme rilancia i luoghi dell’elaborazione politica senza trasformarsi in contenitore di ‘correnti fatte da ministri e sottosegretari’ o in una ‘rielaborazione della vecchia Dc’ . Ma sì, soprattutto, ad un partito che sostiene il governo sul punto del programma decisivo per vincere o perdere le prossime elezioni: una riforma fiscale ‘compatibile’ con il rigore di Tremonti, ma assolutamente necessaria. E’ questa la ricetta di Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera, per far rifiorire un Pdl che è stato, fino alla nomina di Alfano a segretario, davvero a un passo dall’implosione. Oggi i problemi le sembrano superati? ‘Oggi abbiamo un grande compito da portare avanti. Alfano dovrà lavorare— con i coordinatori, con il gruppo dirigente e parlamentare —, alla riconversione del Pdl da partito nato dal predellino e caratterizzato dalla forte leadership carismatica di Berlusconi, destinata a rimanere in campo anche in questa fase, a partito radicato sul territorio con regole e percorsi democratici definiti’ . Un partito che fa delle primarie la sua bandiera? ‘Le primarie non sono la panacea di tutti i mali. Sono uno strumento utile per selezionare i candidati per le elezioni regionali e amministrative, perché è giusto che le scelte non siano troppo verticistiche. Ma vanno regolate, magari sul modello americano: i cittadini che sono interessati si iscrivono ad un apposito registro e, quando vengono indette le primarie, vanno a votare’ . Sceglierete con le primarie anche il candidato premier? ‘Sicuramente no finché il leader sarà Berlusconi: sarebbe grottesco pensare ad una competizione con lui in campo, non ci sarebbe partita. Per il futuro vedremo, ma non è questione di oggi’ . Ma le primarie sono compatibili con i congressi locali che tutti nel Pdl invocano? ‘Certamente, anzi è proprio attraverso i congressi che si deve selezionare la classe dirigente del partito. Ovviamente, anche qui, per evitare errori del passato e signori delle tessere, bisognerà stabilire un meccanismo di voto ponderato per gli iscritti e per gli eletti. Ma perché il partito sia qualcosa di vivo, chi si iscrive deve poter partecipare a una comunità politica’ . Aree di riferimento esistono già: ci sono componenti come Liberamente, c’è chi come Scajola e Alemanno pensa a un nuovo contenitore dei moderati. Non basta? ‘Guardi, io non credo a correnti di ministri e sottosegretari, come non credo alla ricostituzione della Dc. Anche il Ppe, al quale ci ispiriamo, è qualcosa di molto più complesso di quello che fu la Dc, e comunque Forza Italia è sempre stata qualcosa di diverso, l’incontro tra l’area cattolica nelle sue diverse sfaccettature, quella social-riformista e quella liberale, e a maggior ragione la complessità aumenta con la presenza della destra democratica. Senza voler ricostituire quei partiti, è però a quelle tematiche politico-culturali che ci si può richiamare, magari attraverso le fondazioni che in America svolgono un ruolo decisivo nella progettualità dei partiti’ . Sta dicendo che al Pdl manca l’anima, la politica? ‘Sto dicendo che dobbiamo avere una duplice dimensione: una elettiva, l’altra culturale e sociale. In Forza Italia c’era intenso dibattito culturale, anche grazie a grandi personaggi come Baget Bozzo, come Lucio Colletti. Oggi ci sono figure illustri come Martino, Pera, altri, dobbiamo riprendere quel filo. E per riprendere con il nostro elettorato il feeling che soprattutto al Nord sia il Pdl che la Lega hanno in parte perso, come dimostra il voto amministrativo, va ricostruito un rapporto organico con le associazioni degli artigiani, dei commercianti, con i sindacati come Cisl e Uil che oggi guardano più all’Udc che a noi’ . Come pensate di convincerli? ‘Da una parte il Pdl dovrà impegnarsi sulle grandi riforme, da quella costituzionale a quella della giustizia. Dall’altra, va data piena realizzazione al piano per il Sud, a quello delle Infrastrutture, ma soprattutto sarà decisivo trovare spazi che permettano provvedimenti per attenuare la pressione fiscale’ . Tremonti non sembra disponibile... ‘Sappiamo tutti che la politica del rigore ha salvato l’Italia dalla deriva greca o portoghese, ma proprio assieme a Tremonti dobbiamo trovare il modo per mantenere una politica di rigore che preveda però anche spazio per un abbassamento delle tasse. Perché ormai la politica economica è la molla decisiva per l’esito elettorale’ . Ma in questo quadro, scusi, alla fine ad Alfano cosa resta da fare? ‘Ha un ruolo essenziale, deve mettere in piedi tutto questo processo, deve ristrutturare un partito verticistico, ha un lavoro enorme!’ . Il lavoro di un organizzatore, più che di un delfino designato... ‘E’ un lavoro da segretario che può diventare leader. Nei partiti non ci sono automatismi di carriera come per i magistrati, la leadership si conquista sul campo. E io gli auguro davvero di farcela’”. (red)

13. Prendiamoci sul serio, up to a point

Roma - “Recarsi in un teatro romano, alle dieci in punto, - osserva Giuliano Ferrara su IL FOGLIO - per dire che siamo più di là che di qua, ma ancora respiriamo. E che uno scossone politico, un rivolgimento simbolico e insieme reale, può essere la nostra tenda a ossigeno. E’ un’impresa faticosa, ma forse degna. Entro certi limiti, possiamo perfino prenderci sul serio. Nonostante lo scirocco, le elezioni, il magone e la lingua di legno che ci circonda. Nonostante il feroce scetticismo che da sempre in Italia assedia gli sconfitti. Anche quando non sia ben chiaro chi sono i vincitori. Ieri il Cav. si è riunito con i suoi collaboratori per discutere tra l’altro di primarie. Che legge fare per selezionare seriamente una classe dirigente. Per dare legittimità ai partiti politici nel quadro del maggioritario e del bipolarismo molto imperfetto nel quale da anni viviamo. In che contesto politico. Con quali alleanze, magari in vista di un ritocco della legge elettorale. Mah. Ho i miei dubbi. Siamo sicuri che le primarie non debbano essere prima di tutto un atto libero, regolamentato in modo semplice, per ratificare il primato dell’elettorato, la natura aperta e democratica di un partito, e la legittimità della leadership? A noi del Foglio le primarie sono sempre piaciute. Sono esposte a fraintendimenti, a incidenti. Ma rigenerano, rianimano una politica che non ha trovato un baricentro istituzionale dopo la crisi dei partiti di massa vecchia maniera. Il vicepresidente del gruppo Pdl al Senato, che ne aveva appunto discusso con il Cav., ha dichiarato in serata al Tg3 che Berlusconi non ha alcun bisogno di essere rilegittimato da elezioni primarie, bastano i suoi atti di governo. Ha comunicato una decisione di Palazzo Grazioli? E’ una sua opinione? Discutiamone. Io penso – prosegue Ferrara su IL FOGLIO - che se Berlusconi avesse detto, la sera dei ballottaggi, che indiceva primarie generali libere per il 1mo e il 2 di ottobre, con regole semplici, per eleggere il capo del Pdl e i coordinatori nelle regioni, oggi il suo campo sarebbe rianimato, la palla sarebbe ripassata a lui che l’aveva persa. Il chiacchiericcio velenoso delle correnti e il personalismo opportunista di vario genere sarebbero scomparsi o si sarebbero incanalati nella sana questione: dobbiamo uscire allo scoperto, chi fa la sua onesta corsa con un suo programma, in competizione con il capo storico? Il paese si sarebbe detto: questo ha ancora voglia di esserci, sa come stupirci, vuole passare dall’autocrazia alla democrazia, e per le spicce, com’è suo solito; questo sa muoversi, è flessibile, sa usare anche la cultura proposta dagli avversari, e farà una campagna tambureggiante che può rinnovare il suo rapporto con la metà del paese che si è riconosciuta per anni nelle sue idee, nei suoi modi. Un Berlusconi che si muove così è credibile quando dice che vuole governare con Bossi fino alla fine della legislatura e fare le riforme. Un Berlusconi prigioniero dello schema burocratico di una incerta successione, di un palazzo inquinato dalla sfiducia e dalla guerra dei delfini, dove mai può andare? Parliamone. Con i direttori cognati, ex cognati e affini. Con la gente del Pdl e del governo. E con la sinistra che non ha la puzza sotto il naso – conclude Ferrara su IL FOGLIO - e ha interesse a capire come butta il sistema politico. Al teatro Capranica, alle dieci in punto”.  (red)

14. Consigli dalla servitù

Roma - “Quando Ferrara mi ha telefonato qualche giorno fa proponendomi di aderire e partecipare all’adunata di stamattina al teatro Capranica a Roma – scrive Mario Sechi su IL TEMPO - non ho avuto un secondo di esitazione: ‘Sì Giuliano, conta su di me e Il Tempo’. Era una risposta naturale a un’attenzione altrettanto naturale che l’Elefantino ha per questo giornale e il suo direttore. Il nostro quotidiano fa parte del mondo conservatore ben prima che la destra moderna italiana si formasse, è stato fin dalla sua fondazione nel 1944 una fucina di idee e un laboratorio politico-culturale straordinario. Questo giornale ha una biografia che comincia prima del berlusconismo e continuerà anche dopo perché ha storia, tradizione, radici solide ancorate al simbolo di Roma Capitale e uno sguardo fresco e senza pregiudizi di sorta sul futuro del blocco sociale moderato. Per queste ragioni essere oggi alla manifestazione che provocatoriamente-Giuliano ha chiamato ‘l’adunata dei servi liberi e forti’ è importante: Il Tempo ‘è una voce che non può mancare in un dibattito sul centrodestra e un leader, Silvio Berlusconi, che - piaccia o meno ha segnato diciassette anni di storia italiana. La notizia della riunione della combriccola di pennivendoli ha destato subito la curiosità dei commentatori dei giornali e la diffidenza dei politici del Pdl. Benissimo. Eugenio Scalfari ci ha subito assestato un gancio destro nel suo pezzone domenicale su Repubblica: ‘Cari servi liberi, la vostra richiesta è la più eloquente testimonianza che 17 anni sono stati dissipati. La vostra libera servitù ha soltanto contribuito a creare una palude piena di miasmi nella quale avete impantanato un Paese che ora finalmente ha deciso di alzarsi e camminare senza di voi’. Eugenio la pensa così e non ci sorprende, ciò che invece è notevole è il suo interesse per la riunione dell’allegra brigata di Foglio, Giornale, Libero e Tempo. Scalfari dimostra ancora una volta di essere il più intelligente e acuto di tutti. Ha capito che stamattina in realtà non faremo la festa al Cav., ha compreso che dal palco del Capranica verranno fuori idee, proposte e critiche, una visione del mondo, cose forse disordinate ma che in un congresso di partito del centrodestra non si vedono più da tempi remoti. Scalfari intuisce, da raffinato intellettuale qual è, che questo è pericoloso. Nitroglicerina. Perché se si rimettono in moto i neuro ni, si ritorna a fare politica, cultura e allegra egemonia, la forza tranquilla che ha scelto di esser governata da Berlusconi si risveglia e pensa: ‘Sì, certo, siamo stati sconfitti, ma non siamo morti e forse è ancora presto per celebrare il funerale’. Tutto questo per molti è incomprensibile, addirittura un’eresia. Per altri è un’autorete e per chi vede la vita come una continua partita doppia di opportunismi un errore che si paga a caro prezzo. L’altro ieri una persona cara che mi vuole bene mi ha scodellato questo ragionamento: ‘Perché lo fai? Perché partecipi a una kermesse berlusconiana? Non ti conviene’. Ecco, - prosegue Sechi su IL TEMPO - quando ho sentito il ‘non ti conviene’ ho capito che stavo facendo la cosa giusta. Non ho fatto carriera perché ho sposato ‘un’idea politica o mi sono agganciato a un carro di partito, ma perché so fare i giornali. Non ho mai pranzato con Berlusconi, non frequento salotti di potenti, non organizzo camarille e quando ho un minimo di tempo per me stesso, provo ancora un immenso piacere a leggere e studiare. Scrivo quello che penso e credo che si debba fare a destra quel che fanno (spesso male) a sinistra: discutere in libertà, giocare con il paradosso, aprire la mente, respirare aria nuova e sostenere le buone idee del mondo liberale e conservatore. Non mi pare un’eresia, ma un modo civile e trasparente di condurre la fiera battaglia per conquistare il cuore e la mente di chi ti legge, vede e ascolta tutti i giorni. È una guerra culturale che comincia prima di Berlusconi, prosegue con Berlusconi, va oltre Berlusconi. L necessaria per alimentare il dibattito sociale di un Paese, costringere i propri amici a confrontarsi con gli errori fatti e le promesse mancate, dare ai nemici una visione del mondo che li mette di fronte al dramma di un manicheismo politico fine a se stesso, autodistruttivo. Tutto questo si scontra appunto con la logica dei guelfi e ghibellini, del moralismo un tanto al chilo, della presunta superiorità antropologica della sinistra, del politicamente corretto e della convenienza di piccolo cabotaggio. Per questo oggi al teatro Capranica – conclude Sechi su IL TEMPO - dirò due o tre cose sul Pdl, Berlusconi e il centrodestra”.  (red)

15. Vendola: “Noi e il Pd in un nuovo soggetto”

Roma - Intervista di Maria Teresa Meli al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, sul CORRIERE DELLA SERA: “Vendola, che insegnamento dovrebbe trarre il centrosinistra dal voto? ‘Alle Amministrative ha vinto una spinta anti-oligarchica, che si era già affacciata nello straordinario processo democratico delle primarie e ha restituito vitalità e anima alla proposta politica del centrosinistra. E ha perso il politicismo che domina soprattutto nei palazzi’ . A che cosa si riferisce? ‘A quei ragionamenti astratti sulle formule magiche della vittoria: si vince al centro, il moderatismo è la chiave di volta, ecc. Ciascuno di noi dovrebbe cimentarsi con il futuro invece che con il passato. Lo dico con affetto ai leader del Pd: c’è qualcosa di stantio, c’è puzza di naftalina nell’uso disinvolto delle etichette ideologiche con cui reciprocamente ci chiamiamo... Radicale, riformista, moderato... Rompiamo con il retaggio delle nostre biografie e mettiamoci tutti quanti in mare aperto, a guardare la scena nuova della politica perché c’è una scena nuova della società’ . Vendola, pare di capire che lei stia prefigurando la nascita di nuova sinistra tutta unita. ‘Io non ho ricette già pronte, però dico con umiltà ai miei compagni, a quelli del Pd, e a tutti gli alleati: prendiamo il coraggio di affrontare l’inadeguatezza della forma partito, andiamo in campo aperto. E questo vale per tutti, a cominciare dal mio movimento, Sel: al congresso fondativo abbiamo detto che il nostro obiettivo non era tanto far nascere un partito quanto riaprire una partita. Noi non dobbiamo recuperare lo spazio residuo che fu della sinistra radicale. Sarebbe come scrivere vecchi copioni: il nostro compito invece è quello di rimescolare le carte insieme a tanti altri e altre’ . Ma crede veramente che Bersani e il Pd accetteranno la sua proposta? ‘Nel Pd si è aperta una discussione molto interessante. Bettini propone la creazione di un nuovo soggetto unitario. Latorre invita noi e il Pd a essere i cofondatori di un nuovo partito. Il presidente della Toscana Rossi ipotizza una lista unitaria di Sel, Idv e Pd. Sono tutti ragionamenti incoraggianti. Finalmente c’è un’altra idea della politica. Nel cantiere dell’alternativa non distribuiamo le magliette con i colori delle squadre, ma apriamo piuttosto le porte anche a tanti altri che non vengono dai partiti e che portano, competenze, esperienze di vita, ricchezza di cultura. E in quel cantiere, insieme agli altri, proviamo a farci le domande giuste e a darci le risposte giuste: non è forse questo il programma dell’alternativa?’ . Insomma, secondo lei il Pd, Sel, i partiti del centrosinistra sono pronti sul serio a compiere questo passo. ‘Perché no? È accaduto che parte rilevante della cultura riformista italiana e del Pd, che aveva militato nella trincea dell’energia nucleare, abbia rapidamente ripiegato le proprie bandiere, è accaduta la stessa cosa sul tema dell’acqua di cui molti propugnavano la privatizzazione. E non voglio fare un discorso provocatorio: anche la sinistra radicale deve accorgersi, per esempio, che non si può tenere in piedi il vecchio welfare. Oggi siamo tutti quanti chiamati a metterci in gioco’ . Intanto nei palazzi c’è chi prepara una riforma elettorale che possa piacere anche al terzo polo... ‘Non ho difficoltà a discutere le regole del gioco con tutti, però evitiamo di incartarci’ . E le primarie? Bisogna accelerare, secondo lei? ‘Dovremmo concepirle come il catalizzatore di una formidabile mobilitazione delle idee, sapendo che chi le vince ha come compito primario (se posso usare questo bisticcio di parole) quello dell’allargamento della coalizione’ . Ma potrebbe mai svolgere questo compito lei, il leader di Sel? ‘Io nella mia modesta esperienza ho governato facendo dell’ascolto della proposta dei centristi un mio dover essere quotidiano e oggi ho un rapporto molto buono con l’Udc nel Consiglio regionale della Puglia. Faccio un altro esempio: Pisapia che chiede a Tabacci di entrare in giunta. Mi pare emblematico del fatto che se si libera il campo da argomenti speciosi e pregiudiziali possiamo tutti impegnarci per lo stesso obiettivo’ . Vendola, per caso vuole rubare il mestiere a D’Alema e allargare lei all’Udc? ‘Non mi permetto di rubare il mestiere. Dico solo che mi sento in gioco e spero che tutti quanti si sentano in gioco... alla pari’”.  (red)

16. Fini difende il sì al Terzo polo. Ma con Urso è scontro

Roma - “Gianfranco Fini dà la linea, - scrive Andrea Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - proprio come i leader di una volta. Lo fa al ristorante in terrazza del Grand Hotel Minerva, luogo di alcuni passaggi chiave del distacco da Berlusconi. ‘Non siamo una costola della sinistra!’, dice Fini e registra l’applauso più forte. Ancora: ‘Bisogna cancellare ogni residua ambiguità di Fli: questo partito non è nato per dare vita a una coalizione alternativa al centrodestra, ma per ipotizzare un centrodestra diverso, una volta che il berlusconismo sarà consegnato al giudizio dei posteri’ . Breve pausa: ‘Ma attenzione: questo momento non è ancora giunto. La nomina di Alfano non risolve nulla’ . Ancora: ‘Fli deve essere il cemento dell’alleanza fra moderati e riformatori ‘ , frase che non specifica chi siano gli uni, chi gli altri. Fini ha riunito parte dei parlamentari e dei coordinatori regionali del suo partito per serrare i ranghi, dopo la sconfitta del 14 dicembre in Parlamento, l’adesione al terzo polo, i risultati delle elezioni amministrative. Fini promette che a settembre, al tradizionale festival di Mirabello, partirà una nuova fase, un progetto chiaro, soprattutto con un suo impegno più diretto nella politica, verso le elezioni del 2013. E senza dimissioni da presidente della Camera: lo staff ha un sondaggio che rivela come gli italiani, in maggioranza, non siano turbati dal doppio ruolo di Fini. Troppe voci, dentro Fli, hanno parlato in questi mesi. Prendiamo i referendum. ‘Dobbiamo essere coerenti con le decisioni prese in passato’ , dice Fini. In passato Fini e i suoi approvarono tutte le leggi sottoposte a referendum: erano ancora nel Pdl. E quindi la frase del leader andrebbe tradotta in quattro ‘no’ . Ieri Fini è sceso in particolari solo sull’acqua: ‘Non dico di essere coerenti solo perché quella legge fu fatta da Andrea quando era ministro, ma se allora votammo a favore, perché ora dovremmo votare contro?’ . Andrea è Ronchi, antico portavoce e amico di Fini, ormai sempre più lontano, perché Fli ‘è poco ancorato al centrodestra’ . Sui referendum la chiarezza è relativa, dato che l’altro ieri il terzo polo (Fini, Casini, Rutelli) aveva stabilito la linea comune: due ‘no’ per l’acqua e libertà di voto su nucleare e legittimo impedimento. Dopo la riunione di ieri – prosegue Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - il vicepresidente di Fli, Bocchino, ha parlato genericamente di libertà di voto, mentre l’ala ‘movimentista’ del partito (Granata, Briguglio, Perina, Buonfiglio) ha manifestato l’intenzione per i quattro ‘sì’ . Ronchi ieri ha disertato l’appuntamento al Minerva. C’era invece, l’altro fondatore di Fli in forte disagio, Adolfo Urso, che è intervenuto, seduto accanto a Fini e ha dato vita a duetti polemici. Urso ha detto che Fli alle ultime elezioni è andato meglio quando era alleato col Pdl che col terzo polo e ha affermato che a Milano’. la maggior parte degli elettori del partito ha votato Moratti. Fini lo ha interrotto: ‘Sei troppo intelligente, è impossibile distinguere i flussi del secondo turno a Milano’ . Urso è convinto bipolarista, ha criticato il terzo polo ‘la cui unica strategia sembra essere quella di diventare ago della bilancia in Senato alle prossime elezioni’ e ha esortato a fare alleanze col centrodestra nelle consultazioni elettorali a turno unico. Fini ha ribattuto: ‘È più utile che una strategia persista’ . Urso ha detto: ‘Perché Fli non ha risposto all’appello all’unità dei moderati lanciato da Scajola?’ . E Fini: ‘Accusa strumentale...’ . Urso ha chiesto direttamente a Fini: ‘Dopo Mirabello ti candidi, come leader di Fli, per fare il premier? Costituisci un quarto polo?’ . ‘Poi decideremo’ , ha tagliato corto Fini. Il messaggio finale di Fini è: dopo i referendum si cambia, no alle correnti, dedichiamoci a riempire di contenuti la convention del terzo polo prevista a metà luglio. In settimana Fli – conclude Garibaldi sul CORRIERE DELLA SERA - nomina l’ufficio politico, si installa nella nuova sede di via Poli e abbandona la sede di Farefuturo, presieduta da Urso”. (red)

17. “Legge non esclude nucleare”. Via libera al referendum

Roma - “All’unanimità, tredici giudici su tredici, e in poche ore di camera di Consiglio, - scrive Maria Antonietta Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - la Corte costituzionale ha dato l’ultimo via libera al referendum sul nucleare (scheda grigia), e cioè al quesito così come è stato riscritto dalla Cassazione, dopo l’approvazione della recentissima legge omnibus. Anche secondo la Consulta infatti la nuova legge ‘non soddisfa’ alla richiesta dei promotori del referendum il cui scopo — ha ribadito la motivazione della sentenza redatta da Giuseppe Tesauro— è la ‘mera ablazione della nuova disciplina, in vista del chiaro e univoco risultato normativo di non consentire l’inclusione dell’energia nucleare fra le forme di produzione energetica’ . Lo scopo del referendum è quello di bloccare l’uso dell’energia nucleare, e la nuova legge invece non solo lascia aperta questa possibilità ma fissa un termine di 12 mesi entro cui il presidente del Consiglio deve mettere mano al piano energetico nazionale che non esclude le centrali nucleari. Insomma, anche la nuova legge consente l’uso del nucleare e quindi il referendum s’ha da fare. Il quesito referendario sulla nuova legge inoltre risulta ‘chiaro, omogeneo e univoco’ e non viola i divieti posti dall’articolo 75 della Costituzione. Per questo è stato ammesso. ‘Fermo restando, ovviamente — scrive ancora la sentenza — che spetta al legislatore e al governo, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, di fissare le modalità di adozione della strategia energetica nazionale, nel rispetto dell’esito della consultazione referendaria’ . L’Avvocatura generale dello Stato, per conto del governo, - prosegue Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA - aveva chiesto che il referendum venisse dichiarato inammissibile perché— aveva scritto il vice avvocato generale dello Stato Maurizio Fiorilli — le nuove norme ‘non parlano di nucleare’ e la natura del referendum stesso, con il quesito così riformulato, ‘non avrebbe più carattere abrogativo ma piuttosto consultivo se non propositivo’ . Di parere contrario l’Italia dei valori (rappresentata in giudizio dal professor Alessandro Pace) i gruppi parlamentari di Camera e Senato del Pd (difesi dall’avvocato Gianluigi Pellegrino), i comitati referendari e il Wwf. Dopo la decisione Pellegrino ha dichiarato che ‘si è stoppato il primo tentativo nella storia politica democratica italiana di interrompere traumaticamente una elezione, che per quanto riguarda gli italiani residenti all’estero era già in corso, a pochi giorni dall’apertura dei seggi elettorali in Italia. Per questo si tratta di una vittoria giuridica ma ancor di più di una vittoria politica, di salvaguardia dei diritti di tutto il corpo elettorale’ . Nessuna pronuncia c’è stata, invece, sui tre conflitti tra poteri sollevati dall’Idv per chiedere l’annullamento dell’emendamento al decreto omnibus, poi convertito in legge, e l’annullamento della delibera della Commissione di vigilanza Rai approvata lo scorso 4 maggio con disposizioni ritenute limitative degli spazi temporali in favore dei promotori e dei sottoscrittori dei quattro referendum. Il partito di Antonio Di Pietro ha infatti rinunciato ai conflitti di attribuzione perché— ha spiegato il costituzionalista Pace — ‘si ritiene soddisfatto del successo ottenuto davanti alla Corte di cassazione’. E alla Consulta”, conclude Calabrò sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

18. Il diritto oscurato

Roma - “E adesso? Quale altro espediente potrà mai inventarsi Berlusconi – osserva Giovanni Valentini su LA REPUBBLICA - per cercare di sventare in extremis il referendum sul nucleare? Si rivolgerà alla Ue, all’Onu, alla Corte di Strasburgo o dell’Aja? Dopo aver tentato prima lo scippo e poi l’esproprio del referendum ai danni degli elettori, con il via libera della Consulta ora palazzo Chigi non ha più scuse o pretesti per bloccare la consultazione. Dovrà rimettersi finalmente alla volontà popolare, rassegnarsi al responso delle urne. Era già sconcertante che il governo avesse provato con la legge-trucco a modificare in corsa le norme sul nucleare sottoposte all’iter referendario. E la Cassazione gli ha dato torto, riconoscendo che l’oggetto resta sostanzialmente invariato e trasferendo automaticamente il quesito sulle nuove norme. Ma è ancor più paradossale che lo stesso governo, dopo aver definito inutili i referendum, abbia fatto ricorso successivamente a quella Corte costituzionale che in passato il presidente del Consiglio è arrivato a definire sprezzantemente un ‘covo di toghe rosse’. E ha avuto torto una seconda volta, nonostante i sospetti - alla prova dei fatti malevoli e infondati - sull’avvicendamento alla presidenza della Consulta. Evidentemente, siamo di fronte a un duplice tentativo di manomissione o di scasso delle regole, contro gli interessi legittimi e le prerogative dei cittadini. Da un lato, il governo di centrodestra pretende di negare al corpo elettorale il diritto costituzionalmente garantito di respingere e abrogare una legge approvata dal Parlamento. Dall’altro, punta deliberatamente a boicottare il quorum del 50 per cento più uno degli elettori, senza il quale il referendum non sarebbe valido. Tutto ciò per eludere in realtà la pronuncia sul legittimo impedimento che sta tanto a cuore al premier ed evitare magari un bis della disfatta elettorale a due settimane dalle amministrative. È indegno che, in questa strategia di dissuasione di massa, - prosegue Valentini su LA REPUBBLICA - il servizio pubblico radiotelevisivo abbia assunto e svolto finora il ruolo del fiancheggiatore. Il black-out della Rai sui prossimi referendum, nonostante i ripetuti richiami dell’Autorità sulle comunicazioni, è uno scandalo che offende la sensibilità collettiva e tradisce la missione della tv di Stato. Di fronte a una disinformazione così plateale e recidiva, né l’Authority né la Commissione parlamentare di Vigilanza possono più transigere: la nuova dirigenza di viale Mazzini, a cui va revocata senz’altro la linea di credito appena aperta, dev’essere chiamata a risponderne formalmente sul piano professionale e istituzionale. L’oscuramento dei referendum sulle reti Rai, insieme a quello contestuale sulle reti Mediaset, può essere considerata la più scenografica rappresentazione del duopolio televisivo e insieme del conflitto d’interessi che hanno ipotecato ormai da troppo tempo la vita pubblica italiana. La consultazione del 12 e 13 giugno, dunque, consentirà ai cittadini italiani di pronunciarsi indirettamente su questa incresciosa materia. Oltre al nucleare, all’acqua pubblica e al legittimo impedimento, si voterà virtualmente anche sulla ‘questione televisiva’. A questo punto, ormai, l’unico soggetto che può annullare il referendum è proprio il popolo: rinunciando eventualmente a esercitare il suo diritto-dovere, non andando a votare e quindi impedendo il raggiungimento del quorum. Ma sarebbe una sconfitta per tutti i cittadini: di destra, di centro o di sinistra. Una resa all’arroganza del potere, - conclude Valentini su LA REPUBBLICA - un’abdicazione della sovranità popolare”. (red)

19. Solo la cogestione rende efficiente il servizio

Roma - “Acqua pubblica o acqua privata? Anche pubblica, - scrive Francesco Spini su LA STAMPA - a patto che ragioni come un privato: economie di scala (piccolo, anche nella gestione del ciclo idrico, non è bello), riduzione dei costi, indipendenza dei manager dalla politica. Non è facile, i casi sono più unici che rari. All’istituto Bruno Leoni, per tenersi lontani da un dibattito ideologico sul tema oggetto di uno dei referendum di domenica e lunedì prossimi, hanno saggiato il campo. Comparando tre esempi: due di gestione pubblica del servizio idrico - la Smat di Torino e la Acqua Novara.Vco - e una parzialmente privata, la genovese Mediterranea delle Acque, l’unica ad aver ottenuto l’affidamento tramite gara. Tre i parametri di confronto: l’efficienza economica, quella gestionale e quella ambientale. Chi vince il confronto? A pari merito la privata e una pubblica ma gestita come una privata, la Smat. Il risultato lo sintetizza bene il direttore ricerche e studi dell’Istituto, Carlo Stagnaro: ‘Per quanto il lavoro abbia analizzato solo tre aziende, e per quanto ci sia un problema oggettivo di accesso ai dati che è un baco dell’organizzazione del sistema idrico nel suo complesso in Italia, il nostro lavoro conferma quello che era un pregiudizio teorico: quando il sistema viene spinto a organizzarsi con criteri industriali che presuppongono l’obbligo di avere un equilibrio di bilancio e quindi di non fare spese folli, meglio ancora se con profitti, le cose vanno meglio’. La Borsa, dove è quotata Mediterranea, si dimostra un buon guardiano. ‘Grazie alle garanzie e alla trasparenza’ imposte dal listino ‘l’accesso ai mercati finanziari’ è facilitato, così come la cosa è di stimolo per ‘la riduzione dei costi attraverso attraverso la maggiore efficienza e la ricerca di soluzioni innovative, limitando inoltre l’impatto sulla finanza pubblica già in crisi’. E Mediterranea delle acque ottiene, nella ricerca, il risultato migliore nel confronto di tutti gli indicatori dal ‘99 a oggi. Accanto però a una società pubblica, la torinese Smat. ‘Entrambe - dice la ricerca hanno un adeguato equilibrio economico-finanziario, ottenuto sia grazie all’aumento dei ricavi legati a incrementi tariffario a maggiori margini sulle vendite, sia attraverso la riduzione dei costi, che in parte dipende da una politica di contenimento del personale e dal contrasto alla morosità’. Se però – prosegue Spini su LA STAMPA - la società semi-privata registra performance migliori dal punto di vista economico, ‘Smat si distingue invece per i risultati ottenuti a livello ambientale’. Favorita anche dall’orografia, ha una perdita di rete più bassa rispetto a Mediterranea (ma sono al 26 e al 27 per cento, contro il 37 per cento di media nazionale), con Novara che invece stacca a quota 34 per cento. Ed è Novara a chiudere la carrellata, mostrando ‘dati negativi sotto ogni punto di vista’. I motivi? Tanti. Dalla gestione che appare ancora ‘frammentata’ alle tariffe troppo basse. Rispetto a Mediterranea e Smat, per esempio, ha fatto ‘molti meno investimenti’. Del resto la stessa società sa di averne bisogno ‘ma di non possedere le risorse finanziarie adeguate’. Insomma, Novara ‘si scontra con un alto livello di morosità e tariffe bassissime, più utili a soddisfare esigenze politiche che a migliorare effettivamente il rapporto tra costi e ricavi e gli investimenti pro-capite’. Il modello pubblico, insomma, secondo l’indagine, funziona solo a determinate condizioni. ‘Smat - dice Stagnaro - ci ha stupito per la sua efficienza. Dal nostro punto di vista è promossa a pieni voti. Ma se la si inserisce in un contesto più ampio viene da chiedersi se e quanto sia un’eccezione o un caso comune di pubblico efficiente. La mia sensazione è che non sia così’”. (red)

20. Santoro, addio in diretta. Lei ai big: ridurre compensi

Roma - “Il sipario calerà domani su Annozero – scrive Virginia Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - con una puntata sul legittimo impedimento. Il conduttore spiegherà in diretta perché ha accettato l’accordo che prevede una buonuscita da 2,3 milioni di euro e non preclude un suo ritorno in azienda da esterno. ‘Non escludo di tornare a collaborare in Rai, è stata una delle cose che ho chiesto’ assicura lui stesso che ieri non ha ottenuto dalla Rai la sala per la conferenza stampa di addio. E sul suo arrivo a La7, ancora non concordato del tutto, ma anticipato ieri dal tg di quella rete lui dice, sarcastico ‘chiedete a Mentana’ . Resta il buco in palinsesto non da poco: Annozero aveva una media record del 20,71 per cento con quasi 5,8 milioni di spettatori. Il problema è già esploso ieri e, mentre il dg incontrava i direttori di rete per imbastire una nuova programmazione, è stata rinviata la riunione del consiglio di amministrazione che doveva dare il via a una tornata di nomine. Lorenza Lei ha fatto sapere che analizzerà i candidati solo sulla base del loro curriculum. Per questo ha deciso di prendersi una pausa di riflessione. Quanto agli altri conduttori corteggiati da La7, Fabio Fazio e Serena Dandini, la direzione generale fa capire che non ci sono problemi sui contenuti dei loro programmi. Ma che servirà un ritocco ai compensi, giudicati molto onerosi in un periodo di richiesta di sacrifici per tutti. Per Milena Gabanelli invece – prosegue Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - il direttore generale sarebbe intenzionato a lasciare tutto com’è. Anche se la giornalista di Report non è stata ancora chiamata a discutere del futuro suo e del suo staff. A sorpresa, invece, si infittiscono le voci su un possibile addio a Raitre del direttore Paolo Ruffini, anche lui corteggiato da La7. ‘Tra Santoro che se ne va e altre cose che si annunciano c’è il rischio che il servizio pubblico resti senza pubblico. C’è da essere preoccupati, denuncia il leader del Pd Pier Luigi Bersani a margine della presentazione del suo libro. L’idv Antonio Di Pietro va oltre: ‘La separazione da Santoro è una grave perdita per i cittadini’ e ‘un regalo dei vertici Rai a Berlusconi’ . ‘Vedremo quanto peserà sui bilanci 2011’ evidenzia il pd Luigi Zanda, mentre le associazioni dei consumatori annunciano che si rivolgeranno alla Corte dei conti. Liquidano le polemiche i pdl Antonio Leone e Daniele Capezzone: ‘Ridicolo psicodramma’ , ‘È solo libero mercato’ . Esulta Daniela Santanchè: ‘Ora gli italiani non pagheranno più i comizi di Santoro’. Duro – conclude Piccolillo sul CORRIERE DELLA SERA - l’editoriale di Famiglia Cristiana: ‘Annozero è fuori dalla Rai. Si parla di scelta consensuale, ma per chi va al sodo la realtà è questa: Berlusconi l’ha spuntata e ha fatto cacciare il giornalista’”.  (red)

21. L’autodifesa della Lei: evitato un danno alla Rai

Roma - “‘Non c’è lo zampino di Berlusconi nell’uscita di Santoro. Ho solo risolto un contenzioso giudiziario che andava avanti da 9 anni’. Lorenza Lei – scrive Goffredo De Marchis su LA REPUBBLICA - si difende dall’accusa di aver danneggiato la Rai, di averle sottratto pubblico e pubblicità rinunciando a un campione di ascolti. Lo fa rivendicando un successo per l’azienda, ‘il recupero di un’autonomia editoriale indispensabile’ ha spiegato ieri ai consiglieri di amministrazione che le chiedevano conto della separazione consensuale con il conduttore. ‘La Cassazione poteva confermare la decisione che impone alla Rai di mandare in onda Santoro. Ma questo è un danno per noi. Crea un precedente, toglie la possibilità di scegliere palinsesti e programmi ai direttori e ai manager’. Un discorso che fila dal punto di vista tecnico, forse meno da quello editoriale. E che non vale per altre situazioni aperte e potenzialmente esplosive. Dietro alle quali la mano berlusconiana si distingue con nettezza. Sono in bilico infatti i contratti di Floris, Fazio e Gabanelli, personaggi televisivi poco graditi al premier. Santoro può fare da apripista per altri sbarchi su La7. Il conduttore di Annozero parlerà, anche lui, della sentenza nell’ultimo show sulle reti Rai, domani sera, puntata finale del programma. Santoro spiegherà che la situazione era diventata ‘insostenibile’, che ‘non si poteva più andare in onda solo perché lo dicono i giudici’. In sostanza, che l’azienda e la politica non gli hanno mai dato la possibilità di recuperare la libertà autoriale. Non darà appuntamento su La7 perché giura che non c’è niente di firmato, nonostante le parole dell’amministratore delegato Giovanni Stella a Repubblica e l’annuncio di Enrico Mentana. Santoro, in un’intervista ad Agorà (stamattina su Raitre), non esclude future collaborazioni con la Rai e liquida l’annuncio di Mentana con una battuta: ‘Chiedetelo a lui’. Nella riunione di redazione, ieri, si è sfogato contro il collega. Non ha gradito, insomma, l’accelerazione alla trattativa imposta da Mentana con la notizia data al telegiornale. Ora ci saranno altre uscite? Stella è convinto di sì. Anche Viale Mazzini comincia a tremare. L’ultimo colloquio tra Giovanni Floris e Lei non è andato bene. Il direttore generale vuole superare il format di Ballarò, già dalla prossima stagione o il prossimo anno. ‘Ballarò rimane, non si cambia’, ha risposto Floris. Altrimenti può lasciare anche lui, La7 ha braccia aperte e larghe per accoglierlo. Pare ci sia sul piatto un ultimatum di 24 ore. Quindi – prosegue De Marchis su LA REPUBBLICA - lo scontro è in corso. Fabio Fazio è il caso più urgente, il suo contratto scade alla fine del mese. Ieri l’autore era a Parigi, in serata è rientrato a Milano. Ha verificato il nuovo accordo spedito per fax. ‘Se mancano alcune condizioni, posso mollare anch’io’, ha fatto sapere ai collaboratori. In stand by c’è anche l’intesa con Milena Gabanelli. E su tutti incombe la rapacità di Stella. Oggi Nino Rizzo Nervo chiederà garanzie sulle trasmissioni di punta di Raitre alla Lei. ‘Firme in chiaro o impegni ufficiali’, dice. Se la rete dovesse essere smantellata, anche il direttore Paolo Ruffini, che ne è l’artefice, farebbe le valigie. La7 lo cerca per dirigere la struttura visto che l’attuale capo Lillo Tombolini va in pensione a settembre. Se Lei fallisce nella missione di mantenere l’impianto di Raitre un editto bulgaro strisciante apparirebbe nella sua nettezza. E di dimensioni drammatiche per i conti aziendali, è la situazione di Raidue. Dovevano essere nominati domani il direttore di rete e del Tg2: tutto rimandato. Con Santoro fuori e la chiusura di X Factor il secondo canale rischia il crollo: andare sotto Rete4 e sotto La7. Al posto di Annozero la Rai sta cercando di correre ai ripari con un talent show comprato negli Usa e molto caro ad Agostino Saccà, grande sponsor della Lei. Si chiama ‘The Voice’. E si prepara il recupero dell’Isola dei famosi fin dall’autunno. Non è un programma da servizio pubblico, secondo la visione della Lei. Ma può salvare la baracca”, conclude De Marchis su LA REPUBBLICA. (red)

22. E il governo corre in aiuto del dg con aumento del canone

Roma - “E adesso il governo studia l’aumento del canone. Una bella cura da cavallo, stavolta, - scrive Carmelo Lopapa su LA REPUBBLICA - non l’euro e 50 centesimi del ritocco 2011. Ci sono i costi del servizio pubblico che galoppano, certo, ma dal prossimo anno andrà compensato - tra le altre voci in perdita - anche il mancato introito pubblicitario del prime time del giovedì su Raidue, che con Santoro e Annozero ha garantito dal 2006 incassi a sei zeri. Quando ieri mattina il ministro alle Comunicazioni Paolo Romani ha chiamato il direttore generale Rai Lorenza Lei per congratularsi del benservito a Michele Santoro, per aver compiuto ‘con successo’ la missione nella quale aveva fallito per due anni l’ex Mauro Masi, l’impegno (verbale) è stato preso. La dg le congratulazioni le ha incassate, ma ha anche esternato tutte le sue preoccupazioni per le prospettive non rosee dell’azienda di Viale Mazzini. E l’ex imprenditore televisivo milanese, vicinissimo al premier, su questo è stato in grado di sbilanciarsi, promettendo un intervento del governo. Il dossier "canone" è sulla scrivania di Romani. E tra le ipotesi contempla anche la possibilità di agganciarne il pagamento alla bolletta elettrica. Espediente ritenuto utile per combattere l’evasione, che sulla tv è ancora dilagante. Nella stagione televisiva che sta per concludersi, il programma di Santoro ha avuto una media di 5,8 milioni di spettatori, con uno share del 20,71, stando ai dati diffusi dallo staff di Annozero. Garantendo così a Raidue il successo in prima serata il giovedì: il 12 per cento in più rispetto alla media di rete. Non è un caso, d’altronde, se ieri a Piazza Affari i titoli de La7, la TiMedia, hanno subito un balzo del 17,56 per cento, dopo le indiscrezioni sul passaggio di Santoro alla controllata Telecom. Una crescita del valore delle azioni in Borsa stimato in 29 milioni di euro. A tutto questo, meglio, al già previsto crollo pubblicitario la Rai chiede al governo di porre rimedio. E l’unica leva sarà appunto il canone (oggi già a 110,50 euro). La pillola amara al contribuente sarà somministrata a fine anno, - prosegue Lopapa su LA REPUBBLICA - quando Tesoro e Comunicazioni dovranno annunciare che l’aumento di 1,50 euro del 2011 non è stato sufficiente. Ha permesso d’altronde di incassare 30 milioni di euro in più, poca cosa, appena il 10 per cento rispetto ai 300 milioni di fabbisogno che aveva stimato la dirigenza Rai. Tutto questo, al momento, al presidente del Consiglio Berlusconi interessa poco, raccontano. Soddisfatto com’è del risultato raggiunto con la liquidazione di Santoro. Anche perché al momento della nomina della Lei, il Cavaliere non aveva fatto mistero con la dg del suo personale auspicio. Suo, ma non di Fedele Confalonieri. Sembra che già ieri il numero uno di Mediaset abbia confidato al vecchio amico di sempre tutte le sue preoccupazioni per i pezzi pregiati che la Rai sta ‘regalando’ alla 7, - conclude Lopapa su LA REPUBBLICA - con tutte le ripercussioni che il terremoto dei palinsesti avrà sullo share della tv in chiaro dal prossimo autunno”. (red)

23. Accanto a Santoro spunta lo zampino del Corriere

Roma - “La7 gongola, La7 spopola, ed ecco – si legge su IL FOGLIO - che più di un osservatore sussurra: sì, ma di chi è La7? Della Telecom. E di chi è la Telecom? Di Banca Intesa, Mediobanca e Generali (a parte l’influente partecipazione della spagnola Telefonica). E chi sono Banca Intesa, Mediobanca e Generali? Editori del Corriere della Sera. E’ dunque possibile che Michele Santoro, nuovo quasi-acquisto de La7, che ieri ha minacciato di ‘tornare a collaborare in Rai’, raggiunga Mentana in una tv targata Corriere della Sera-Rcs e non in una tv targata Carlo De Benedetti, concorrente di Rcs con il suo gruppo Espresso-Repubblica ed eventuale compratore de La7 (grazie all’iniezione dei cinquecento milioni di euro che il Cav. dovrà sborsare all’Ing. se la Corte di appello di Milano lo condannerà al risarcimento via sentenza sul Lodo Mondadori). Certo, quello era un bel paradosso, si faceva notare in questa sede, giorni fa: un manipolo di antiberlusconiani talentuosi che si ritrovano a lavorare per una tv di un gruppo editoriale antiberlusconiano comprata con i soldi di Berlusconi. Ancora più paradossale appare però l’idea del cosiddetto ‘regime’ berlusconiano che, dopo aver fatto piazza pulita del monopolio Rai (vedi avvento delle tv commerciali), favorisce, con l’apertura del mercato, la crescita di altri poli (terzo e forse pure quarto). Perché è sotto questo ‘regime’ che i fasti de La7 si manifestano in tutto il loro splendore. E che fasti: lunedì scorso la tv di Telecom (La7 e La7d) otteneva in media il 5,76 per cento di share media, con 7,81 di share in prime time e 7,79 per cento in seconda serata. Il telegiornale di Enrico Mentana totalizzava più di 2,4 milioni di spettatori e il tg della notte faceva il record stagionale con il 5,60 di share media. Ridevano pure Omnibus (4,84 in media e un picco del 6,6), Lilli Gruber (7,90 in media per Otto e Mezzo) e Gad Lerner (7,87 in media per ‘l’Infedele’ sui non proprio cattura-audience referendum). E insomma, La7 si presenta sul mercato come un gigante potenziale con un piede ancora d’argilla ma molti margini di miglioramento: il gruppo Telecom Italia Media ha chiuso il 2010 con ricavi in crescita del 13,7 per cento rispetto al 2009 e un margine operativo lordo (positivo, per la prima volta dal 2003) di 13,2 milioni, e ha ridotto le perdite di 18,1 milioni di euro rispetto all’anno precedente. Telecom Italia Media-La7, in particolare, ha registrato un margine operativo lordo pari a meno 35,6 milioni di euro con un miglioramento di 2,2 milioni di euro rispetto a fine 2009 (meno 37,8 milioni di euro). Nel primo trimestre del 2011 la raccolta pubblicitaria lorda di La7 e La7d è stata di 43,3 milioni di euro (in crescita del 36,6 per cento rispetto al primo trimestre del 2010) mentre il margine operativo lordo è stato pari a meno 3 con un miglioramento di 6,1 milioni di euro rispetto al primo trimestre del 2010. C’è da stappare più di una bottiglia di champagne, ma ieri – prosegue IL FOGLIO - l’ad Giovanni Stella era impegnato piuttosto a frenare con un ‘non ho dichiarazioni’ i ricaschi mediatici del caso Santoro. Francesco Siliato, analista dei media e docente al Politecnico di Milano dice: ‘Come è successo per il tg di Mentana, l’arrivo di Santoro può portare, oltre a un’impennata negli ascolti, anche a un incremento di raccolta pubblicitaria. La7 non può essere definita ‘Terzo polo’ in senso stretto, perché per essere davvero terzo polo dovrebbe fare almeno il 18 per cento. Simbolicamente però è come se lo fosse, visto che, da tv semi-generalista che fa informazione, sull’informazione è un concorrente molto temibile, specie per i canali tematici’. Fatto sta che ieri, mentre Santoro manteneva il mistero anche un po’ con la sua squadra (nonostante la sua squadra sia pronta in massa a traslocare con lui), nei corridoi de La7 si ragionava sul futuro, e non solo sul possibile arrivo di Fabio Fazio o Giovanni Floris (‘trattative a buon punto con il primo’, dice un insider). E ragionare sul futuro voleva dire chiedersi: ci comprano, sì, ma chi? Telecom cerca un partner, ma chi? Qualcuno assicurava di avere ‘fonti tedesche’ convinte del ‘buono stato dei negoziati con Bertelsmann’. Altri si dicevano certi ‘dell’arrivo di Rupert Murdoch’. Molti elucubravano sull’editoriale di Massimo Giannini, vicedirettore di Rep. (‘dice a Telecom di fare cassa, segno che De Benedetti è interessato’). Intanto Pier Luigi Bersani piangeva il divorzio Santoro- Rai al grido di ‘il servizio pubblico rischia di perdere il pubblico’. E se Santoro, sibillino, - conclude IL FOGLIO - diceva ‘chiedete a Mentana’, Mentana rispondeva: ‘Ora sta a lui decidere’”. (red)

24. De Magistris: “Io e Santoro uguali fuori dagli schemi”

Roma - Intervista di Francesca Schianchi al sindaco di Napoli Luigi De Magistris su LA STAMPA: “Forse siamo antropologicamente diversi tutti e due, o tutti e due senza cervello. Io come magistrato e politico e Santoro come giornalista siamo fuori dagli schemi’. Sindaco Luigi De Magistris, infatti secondo il premier Berlusconi ‘Annozero’ le ha fatto vincere le elezioni… ‘A Napoli ho vinto io, non ha perso Berlusconi. Lui è venuto a fare una brutta figura dando dei “senza cervello” a chi mi avrebbe votato, ma a Napoli siamo già oltre Berlusconi. Certo Santoro è stato in questi anni un protagonista dell’anti-berlusconismo, di un modello alternativo al berlusconismo’. Da Santoro e la sua trasmissione nemmeno una mano? ‘Non sono mai stato invitato ad Annozero per questa campagna elettorale, sono stato da Vespa, ad esempio, ma da Santoro no. E le vicende di Napoli sono state tutto sommato poco trattate. C’è una vicinanza come sensibilità, ma quando è così c’è anzi ancora più attenzione a evitare di far pensare a un appoggio’. Però qualcuno sostiene che la sua popolarità sia nata e amplificata proprio nello studio di Santoro... ‘Non è questione di amplificare, ma di racconto dei fatti: Santoro su di me ha raccontato una situazione che si voleva far scomparire come fatto. Nella prima trasmissione che fece su di me, da magistrato, io non c’ero, lui raccontò non solo la mia storia di magistrato ostacolato a fare indagini su certi poteri, ma anche fenomeni come la raccolta di firme in mio favore. Raccontare i fatti fa paura al potere’. A lei piace ‘Annozero’ ‘Mi piace il Santoro delle inchieste, dei reportage di Ruotolo e degli altri inviati. Mi piace quando tratta i temi del lavoro, della giustizia, dell’immigrazione. Mi piace meno il Santoro da tribuna politica, quando comincia la rissa tra centrodestra e centrosinistra che mi ha stancato’. Fatto sta che il contratto tra Santoro e la Rai è risolto: che ne pensa? ‘Penso che Santoro debba collocarsi nel posto in cui può esprimere al meglio il suo giornalismo, senza censure e condizionamenti. Certo è triste che questo non possa avvenire nel servizio pubblico’. Molti hanno criticato la Rai per questa scelta, visto che Santoro portava ascolti stellari... ‘E’ una contraddizione del nostro Paese: Santoro e tutta la redazione che portano profitti all’azienda vengono attaccati, come viene attaccato chi cerca di cambiare la politica o i magistrati che applicano il principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Come si supera il condizionamento nella Rai, politico-partitico e non solo? Non certo con la proposta di privatizzazione del presidente della Camera, ma togliendo la lottizzazione dei partiti e rendendolo un servizio pubblico davvero’. Come si fa? ‘Come avviene per i giudici della Corte Costituzionale, si potrebbe eleggere il Consiglio di amministrazione con una maggioranza qualificata in Parlamento che garantisca un equilibro, e magari con l’indicazione del presidente da parte del capo dello Stato. In modo che il CdA esprima l’arco di sensibilità culturali e scientifiche presenti nel Paese, svincolate dai partiti’”. (red)

25. Rai, il silenzio dei garanti

Roma - “Ma in tutta questa vicenda di Santoro – osserva Aldo Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - qual è il ruolo di Paolo Garimberti? Un presidente di garanzia della Rai può accontentarsi di fare il pesce in barile limitandosi a dichiarare il suo ‘profondo rispetto per il diritto di ciascuno di essere artefice del proprio destino’ ? È indispettito per non essere stato coinvolto nella trattativa? Da qualunque parte la si legga, la vicenda del divorzio di Michele Santoro da Viale Mazzini rappresenta un danno oggettivo per l’azienda. Sì, è vero ci sono rilevanti questioni politiche e partitiche (come sempre, quando si parla di Rai), ma un presidente di garanzia deve innanzitutto tutelare il servizio pubblico che idealmente gli è stato affidato. Se non ci riesce, se viene messo da parte, se viene trattato alla stregua di un notaio, beh forse è il caso di inviare un segnale forte, dare persino le dimissioni, come in passato ha fatto Lucia Annunziata. Santoro faceva un programma fazioso, ‘anti-sistema’ , paradiso degli indignati, a volte con il gusto di irridere l’avversario, lo abbiamo detto più volte, però era anche uno dei pochi programmi che teneva in piedi e ‘illuminava’ Raidue (insieme a X Factor, già cancellato, e a Simona Ventura, dal futuro incerto). In una democrazia matura, in un servizio pubblico, ad Annozero si contrappone un altro talk di segno opposto. Ci hanno provato ed è andata male. Così, la rottura appare non solo come una vendetta personale di Berlusconi, che attribuisce a Santoro la sconfitta nei ballottaggi e come il capitano Achab insegue ossessivamente il suo leviatano, ma anche un danno oggettivo per la Rai. Nel primo round Santoro aveva sconfitto il direttore generale Mauro Masi, costringendolo ad andarsene, nel secondo, ai punti, con guanto felpato, Lorenza Lei ha piegato Santoro, indebolendo però l’azienda. Se il sistema tv italiano non fosse così anomalo, il cambio di guardia di un conduttore o di un giornalista non dovrebbe suscitare tanto scalpore, esattamente come succede nella carta stampata: ciascuno è artefice del proprio destino. Ma con Viale Mazzini, da tempo bottino di guerra dei vincitori, e con Mediaset, di proprietà del presidente del Consiglio, le cose non stanno così. Se, come probabile, Raidue rischierà il tracollo, di chi sarà la colpa? Il presidente Garimberti – prosegue Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - sarà in grado di chiedere la testa della Lei nel caso in cui La7 ‘rubi’ una consistente fetta di audience alla Rai? Di fronte alle proteste dei direttori di rete— Mauro Mazza, Massimo Liofredi e Paolo Ruffini — che hanno abbandonato la sala consiliare per contestare le proposte di palinsesto decise dalla Lei, il presidente di garanzia si limita a prenderne atto? Saltato il consiglio di amministrazione previsto per domani, forse è il caso che, nel frattempo, Garimberti si faccia sentire, forte e chiaro, per tutelare un bene che è di tutti. Un segnale ce lo aspettiamo anche da Sergio Zavoli, presidente della commissione di Vigilanza Rai, soprattutto per la grande stima professionale e istituzionale che proviamo per lui. Non si può andare avanti trattando la Rai come spoglie di guerra (per di più di una guerra di bande cui non è estranea la Lega, fino a ieri corifea del ‘Roma ladrona’ ). Dei morti si parla sempre bene e quando, giorni fa, è mancato Biagio Agnes tutti a dire che aveva tenacemente difeso l’azienda e garantito il pluralismo. Forse – conclude Grasso sul CORRIERE DELLA SERA - è il caso che Garimberti e Zavoli si facciano lodare anche da vivi”. (red)

26. La vera storia della tv anti Cav

Roma - “Quando tre anni fa arrivò a La7, - scrive Nicola Porro su IL GIORNALE - Giovanni Stella fece subito capire co- me stavano le cose: ‘È una tv di fighetti’ che per di più bruciava milioni su milioni. Cosa ti combina dunque Stella, che tutto è tranne che un fighetto? A una settimana dalla sconfitta delle elezioni amministrative di Silvio Berlusconi annuncia che La7 è in vendita. E fa di più, anzi troppo per una società che in fondo resta pur sempre quotata e soggetta alle limitazioni informative che prevede la Consob. Dice ai quattro venti che intende cedere il 40 per cento e che ciò avverrà entro la fine dell’anno. Dopo un paio di giorni non smentisce, ma parla di ‘ipotesi di lavoro’. Insomma, conferma. A questo punto dobbiamo fare un passo indietro, e occorre che ci seguiate, perché la trama, come vedrete, è interessante e ci porterà al Corriere della Sera. La7 è della Telecom, oggi e per i prossimi tre anni, guidata da Franco Bernabè. A sua volta la Telecom è controllata da un trio di poteri forti italiani: Mediobanca, Generali e Intesa. A cui si associano gli spagnoli di Telefonica, incastrati in Telecom perché pensavano diportarsela tutta a casa, ma che oggi si trovano con un titolo che vale meno della metà rispetto a quando lo acquistarono. Mentre la Telecom vivacchia, stretta trai debiti ereditati dal passato e la concorrenza spietata di Vodafone che le ha rubato il primato sui telefonini, improvvisamente la sua La7 inizia a brillare. I conti stanno migliorando, i concorrenti (tra cui Mediaset) si sono messi paura e il titolo (un terzo di La7 è infatti quotato in Borsa) fa faville. Una magia. Diciamo la verità, se per la grande Telecom Bernabè fosse riuscito a fare ciò che Stella ha fatto per la piccola La7, oggi qualche centinaio di migliaia di piccoli azionisti dell’ex monopolista, brinderebbe. Ma questo è un altro discorso. Ritorniamo nel seminato. Stella è riuscito a piazzare qualche bel colpo: uno in particolare. Ha preso a prezzi di saldo il numero uno dei Tg. Enrico Mentana non ha deluso: ha incrementato gli ascolti e il suo prezzo da saldo si è rimpolpato. Tutti felici. Ma La7 non si è fermata e ha fatto capire di volere comprare tutto il comprabile sul mercato: da Santoro a Fazio, dalla Littizzetto alla Gabanelli. Il titolo in Borsa avrebbe dovuto tremare, invece guadagna il 20 per cento. L’umbro dalla barba rossa (Stella) e i mercati non sono né impazziti né ubriachi. La7 – prosegue Porro su IL GIORNALE - sta apparecchiando la tavola per invitare una dama coi fiocchi. Tira fuori l’argenteria per portare a termine il corteggiamento. In finanza si dice: ha aperto il beauty contest. Che con la bellezza c’entra poco, e con i quattrini molto. Telecom infatti non ha un euro da spendere nella tv: e figuratevi voi se ce li ha per gli ingaggi d’oro. La verità resta quella di Stella: La7 è in vendita. Ma la pista sulla quale ci ha condotto è quella sbagliata. Si è parlato infatti di un possibile interesse del gruppo De Benedetti. Naaaa. Ragioniamo per un momento insieme. Gli azionisti di Telecom e di La7 sono più o meno gli stessi di un altro grande gruppo editoriale, che peraltro è provvisto di tutto, tranne che della tv: la Rizzoli-Corriere della Sera. Vi sembra plausibile che l’azionista del Corriere e di La7 ceda la tv che sta rinascendo al suo principale concorrente? Certo dalle parti di via Solferino non abbondano i quattrini in cassa, ma lo stato di crisi è stato chiuso. Prima o poi faranno qualche euro cedendo i periodici. E per di più le normative Antitrust hanno un tetto nel quale la Rcs rientra alla grande (il cosiddetto Sic prevede il divieto per i ‘giornalai’ di comprare tv solo se fatturano più di due miliardi in Italia). Ai tempi di Paolo Mieli direttore del Corrierone si parlò a lungo di un possibile interesse per le tv di Telecom. E oggi quell’amore sembra riprendere corpo. Sintetizziamo. Il numero uno della Telecom (Bernabè) e di La7 (Stella) si trovano tra le mani una televisione che fa acqua da tutte le parti. Mettono i conti più o meno in ordine. Inciampano in Mentana che fa capire loro come la fonte di perdite possa dare soddisfazioni. Vedono che Berlusconi (capo del governo e del principale competitor della loro tv) è in difficoltà. Gettano l’amo alle grandi e costose star della Rai (Santoro e non solo). E confezionano il pacchetto, buono per un grande editore che abbia particolari caratteristiche: non sia presente nelle tv e sia dunque libero da vincoli antitrust. Et voilà. La Rcs è lì pronta a essere il candidato numero uno. Resta qualche problemino. Il più evidente di tutti sono gli investimenti necessari per far decollare La7. La Rcs può fare uno sforzo per comprarla, ma dovrà mettere mano al portafoglio per crederci. Molti degli attuali azionisti di via Solferino sarebbero favorevoli a mettere finalmente la mani su una tv che conti. Ma non tutti. Se la dovranno vedere tra di loro. E poi c’è Berlusconi. Bernabè, fino a oggi è riuscito a mantenere un certo equilibrio con i palazzi della politica. Ma vi immaginate una La7 con Santoro in prima serata, e compagnia cantando, come verrebbe vista da Palazzo Chigi? Bene. Ma la scommessa – conclude Porro su IL GIORNALE - è che l’inquilino del palazzo romano cambi”.  (red)

27. Il grande burattinaio

Roma - “Da anni – osserva Maurizio Belpietro su LIBERO - l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta al conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha tre reti televisive, una casa editrice, partecipazioni nel Giornale e in Mediolanum più tante altre. Tutte cose arcinote, di cui si discute anche per l’interesse quasi maniacale del gruppo Espresso e dei suoi principali collaboratori. Quasi nessuno invece rivolge gli occhi verso un altro conflitto d’interessi, altrettanto grande ma meno conosciuto, anzi occulto: quello di Carlo De Benedetti, il padrone per l’appunto del gruppo Espresso-Repubblica. Qualcuno obietterà: ma l’ingegnere non è il presidente del Consiglio né il capo del maggior partito italiano. Verissimo. Ciò nonostante Cdb è un uomo che sulla scena politica conta tantissimo e in prospettiva ha intenzione di contare ancora di più. Le mosse degli ultimi tempi ne sono la prova. L’influenza esercitata dal quotidiano diretto da Ezio Mauro è nota: negli ultimi trent’anni non c’è stata scelta della sinistra che non sia stata affiancata e indirizzata dal giornale fondato da Eugenio Scalfaci. Barbapapà e i suoi discepoli hanno dettato la linea a Berlinguer, De Mita, Ciampi, da ultimo anche Veltroni, mentre con Napolitano ci provano. L’unico con cui non sono riusciti pare sia stato D’Alema, il quale essendo uno skipper era convinto di dover essere lui a condurre la barca. Come è finita si sa: da 13 anni non tocca il timone, la sola cosa che gli hanno fatto fare è il ministro degli Esteri, perché fuori dall’Italia non poteva far danni. Tornando a Repubblica e alla corazzata di carta dell’Ingegnere, quel che si vede e si legge è solo una parte dell’apparato messo in piedi da Carlo De Benedetti. Qualche anno fa, fiutata l’aria, Cdb ha incoraggiato Sandra Bonsanti e un certo numero di professoroni tutti rigorosamente di sinistra, invitandoli a formare libertà e Giustizia, un gruppo di intellettuali contro Berlusconi. Non che questi avessero bisogno di essere incoraggiati per sputare in faccia al Cavaliere. Ma L&G li ha organizzati, riunendo attorno a sé docenti e professionisti che nei partiti non si sarebbero intruppati volentieri. Libertà e Giustizia è diventato íl punto di riferimento di chiunque voglia un parere giuridico, costituzionale o anche solo morale contro l’odiato premier. Non c’è giorno infatti che Repubblica non interpelli Eco, Zagrebelsky, Valerio Onida o Guido Rossi per fargli dire il peggio contro il premier. Ma queste sono forse le cose più note che l’ingegnere ha in campo. Si sa meno invece del suo ruolo nella spaccatura del Popolo della libertà. De Benedetti è stato abile a soffiare sul fuoco che covava sotto le braci del neonato partito. Una volta capito che Gianfranco Fini non stava più nella pelle dalla voglia di sgambettare Berlusconi, Cdb gli ha lisciato il pelo con i suoi giornali. Francesco Dini, il lobbista del gruppo, ha fatto il resto tramite l’amicizia con Italo Bocchino. Che dalle parti di Repubblica abbiano tenuto a battesimo Futuro e libertà è provato dal numero di interviste al reggente di Fli e anche dal fatto che una collaboratrice di Dini sia diventata assistente del nascente gruppo parlamentare di Fini alla Camera. Lo zampino dell’Ingegnere – prosegue Belpietro su LIBERO - non si intravede però solo nella scissione del Pdl, ma pure a Milano. Giuliano Pisapia, come è noto, è avvocato di De Benedetti nella causa Mondadori e oltre al supporto fornito dai vari Eco e Onida alla campagna elettorale del legale di famiglia, ora si scopre che Bruno Tabacci, ovvero un signore molto legato all’editore di Repubblica, sarà assessore. Non un assessore qualsiasi, ma colui che terrà i cordoni della borsa del Comune di Milano. Tabacci è un democristiano di lungo corso, ma soprattutto uno dei pochi politici ospiti sulla barca di Cdb e nella baita di Sankt Moritz. Insomma, l’Ingegnere è il vero padrino della neonata giunta milanese. Gli interessi politico-economici dell’uomo che affondò la Olivetti non si fermano all’ombra della Madonnina con Pisapia, Eco e compagni. Abbandonati i computer e pure le scorribande in borsa dove pare non avere avuto molta forte a, oggi Carlo De Benedetti si occupa di sanità e energia. Le cliniche guarda caso - sono principalmente concentrate nelle regioni rosse e un po’ in Lombardia. Anche gli investimenti nell’energia sono quasi tutti in luoghi amministrati da progressisti, o che lo erano fino a poco tempo fa, e per giunta si tratta di impianti fotovoltaici o eolici, oltre a qualche impianto a gas. In sostanza, si può dire che il grosso dei suoi affari è nel settore pubblico o comunque influenzato da decisioni pubbliche. Diciamo 4 miliardi di euro su 5 di fatturato, di cui oltre la metà realizzato con le centrali. Se i1 governo rilanciasse quelle atomiche e non sbloccasse gli incentivi al fotovoltaico, per Cdb sarebbe dunque un disastro. Si capisce a questo punto lo slancio con cui Repubblica e i suoi fratelli editoriali sostengono il referendum contro il nucleare. Mettere per sempre una croce sui reattori farebbe ti rare a Carlo De Benedetti un bel respiro di sollievo. Vorrebbe dire assicurare il futuro suo e della sua famiglia per anni e dunque poter dormire tra due guanciali. Ma l’Ingegnere, come tutti i corsari dell’imprenditoria, è bulimico e poi ha in gola un rospo da troppi anni, più o meno da quando Silvio Berlusconi gli fece lo sgambetto con la Sme e la Mondadori. E dunque eccolo alle prese con la tv. Nel passato ha già provato a trafficare con l’etere, ma non gli è andata benissimo: la sua Rete A è stata un flop e il democraticissimo editore di Repubblica è stato costretto a licenziare tutti. Ora però ha la possibilità di rifarsi. La7 è in vendita ed è pure di sinistra, dunque s’intona benissimo al resto del gruppo. Certo costa, mai soldi non mancano. Nonostante ne abbia dilapidati tanti, De Benedetti grazie ai giudici sta per vedersene piovere addosso una montagna Cinquecento milioni o forse più. A tan to ammonterebbe l’indennizzo che il suo arcirivale sarebbe costretto a pagare per avergli soffiato la casa editrice di Segrate. L’Ingegnere, l’uomo con le mille mani in pasta, potrebbe dunque far concorrenza al premier non solo in politica, muovendo i tanti amici nei partiti come finora ha fatto, ma pure sul terreno più tradizionale del Cavaliere. Immaginate: battere Berlusconi in campo televisivo. O per lo meno ferirlo. Per Cdb sarebbe la partita della vita. Il modo – conclude Belpietro su LIBERO - per dare un senso alle molte scorribande. Per nobilitarle oppure farle dimenticare. E per questo che il Grande Burattinaio si prepara a tirare i suoi fili. E presto ne vedremo i risultati”. (red)

28. Milano non cede: Israele ospite in piazza Duomo

Roma - “Dietrofront, anzi no. ‘Unexpected Israel’, - si legge su LA STAMPA - la rassegna milanese dedicata a Israele, si terrà in piazza Duomo, così come stabilito già da un anno. La questura di Milano ha posto così fine alla controversia sulla location dell’evento, una mega esposizione celebrativa in programma dal 13 al 23 giugno, il più grande evento ebraico mai organizzato all’estero. All’origine dell’opportunità di spostare l’expo su Israele da piazza Duomo a un’altra sede erano state le minacce lanciate sul Web da comitati antagonisti filo-palestinesi, che contestavano la kermesse e minacciavano di organizzare una contromanifestazione il 18 giugno perché ‘non tolleriamo che Milano diventi una passerella per un’operazione di propaganda dell’imperialismo sionista’. Comitati che ieri, in una nota, hanno ribadito la volontà di ‘contestare e smascherare pacificamente l’operazione di ripulitura della politica israeliana’, dopo aver incontrato un rappresentante del neo-sindaco Giuliano Pisapia. Visto il clima, la questura l’altro giorno aveva ipotizzato il trasloco della rassegna dal Duomo all’area del Castello Sforzesco, più gestibile sotto il profilo della sicurezza. Ma subito si sono levate le proteste da parte delle istituzioni israeliane in Italia. ‘Cedere alle minacce sarebbe equivalso ad assicurare un successo politico a coloro che stanno diffondendo messaggi di pregiudizio e di odio’, hanno dichiarato il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) Renzo Gattegna e quello della Comunità di Milano, Roberto Jarach, che hanno espresso ‘apprezzamento per il comportamento fermo e coerente tenuto dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia e dal questore Alessandro Marangoni’. Tanto più che l’evento, hanno aggiunto, ‘è finalizzato a rafforzare i rapporti di amicizia e collaborazione tra i due Paesi ed è orientato verso la cultura, il progresso, la tecnologia e l’arte, tutti temi che adeguatamente sviluppati possono solo agire positivamente verso la convivenza e la pace tra i popoli’. La manifestazione, al via lunedì prossimo, prevede un’installazione di 15 colonne sulla piazza del Duomo con altrettanti monitor che illustreranno diverse realtà d’Israele. Tra gli eventi già programmati, - continua su LA STAMPA - il business-forum italo-israeliano il 14 giugno e un appuntamento di grande rilievo culturale il 15 al Teatro Nuovo con lo scrittore David Grossman. E poi mostre, un padiglione di 900 metri quadri e anche un concerto della cantante Noa. A sostegno dell’iniziativa, in questi giorni, si è mosso un po’ tutto l’ambiente ebraico di Milano: 250 intellettuali e personalità legate a Israele hanno lanciato un appello attraverso una lettera aperta indirizzata al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ma anche al presidente della Regione Roberto Formigoni, al ministro dell’Interno Maroni, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al Capo dello Stato Giorgio Napolitano. ‘Comunque si giudichino le vicende - si legge nell’appello - è inaccettabile che gruppi di estremisti impediscano la libera manifestazione del pensiero, sfidino l’ospitalità dell’Italia e siano decisi a impedire ogni contatto con Israele secondo logiche di apartheid’. Solidarietà a Israele anche dal vicepresidente del Consiglio regionale Filippo Penati, che ha dichiarato come ‘ogni forma di attacco a un Paese e alla sua comunità nazionale dev’essere condannato con fermezza. Non garantire il regolare svolgimento della manifestazione in piazza Duomo significa cedere a un ricatto antidemocratico inaccettabile’. Da parte sua il neo-sindaco Pisapia – conclude LA STAMPA - si è limitato a ribadire che ‘Milano è una città aperta e ospitale verso tutti e non può diventare la sede in cui si riproduce uno scontro che da troppo tempo non trova una soluzione positiva e pacifica. Milano è gemellata con Tel Aviv e con Betlemme - ha aggiunto Pisapia - e deve continuare a essere un punto di incontro fra culture, popoli e civiltà’”.  (red)

29. La carica fiscale dei comuni, corsa all’addizionale Irpef

Roma - “L’ora ‘x’ è scattata ieri. Fino al prossimo 30 giugno – scrive Mario Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - i Comuni che non hanno l’addizionale sull’Irpef, o che non superano l’aliquota dello 0,4 per cento, potranno aumentare la sovrattassa già per quest’anno di un massimo dello 0,2 per cento. E a poche ore dall’apertura della finestra spalancata da uno dei decreti di attuazione del federalismo, sono già una quarantina i Comuni, quasi tutti piccoli e medi e concentrati al Nord, già pronti a dare il via all’introduzione o all’aumento dell’addizionale. Accanto a loro, accomunati dalle ristrettezze di bilancio imposte dall’ultima manovra del governo, sono però pronti ad aumentare le tasse anche i sindaci di alcune grandi città, come Vercelli, Empoli, Avezzano, Imola e Venezia. Dove si profila, come in altri capoluoghi e comuni turistici, anche l’introduzione della nuova tassa di soggiorno, anche questa possibile a partire da ieri. Le addizionali comunali vennero congelate allo ‘status quo’ nel 2008. Così, dopo tre anni di blocco, chi è rimasto con il cerino in mano, senza addizionale o con aliquote molto basse, è pronto al recupero. Potenzialmente la possibilità di ritoccare la sovrattassa riguarda 3.543 municipi che sono sotto l’aliquota media dello 0,4 per cento, tremila dei quali hanno un margine di incremento di 0,2 punti già per il 2011. Il ritocco dell’addizionale Irpef comunale ‘minaccia’ , dunque, 16 milioni di italiani, con un aggravio variabile, ma che si aggira in media sui 20 euro pro capite, circa 60 euro per famiglia. Nei comuni dove si è appena votato il rischio è basso. A Milano il neosindaco Giuliano Pisapia non si è finora sbilanciato e altri neoeletti lo hanno escluso categoricamente. La prospettiva di rimpinguare le casse comunali con nuove tasse sui cittadini alletta tuttavia moltissimi sindaci. Tale era l’attesa che, appena varato il decreto sul federalismo municipale, molti di loro hanno subito sottoposto le delibere di aumento alla giunta, e poi al Tesoro, senza aspettare il regolamento ministeriale (che non è mai arrivato) e la data del 7 giugno. Così – prosegue Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - le decisioni prese dai Comuni di Appiano Gentile (Como), Castenedolo (Brescia), Pojana Maggiore (Vicenza), Uboldo (Varese), Istrana (Treviso), Offagna (Ancona), Orte (Viterbo), Taurasi (Avellino) sono state sospese e dovranno essere deliberate nuovamente, insieme a quelle di altri quindici comuni, arrivate troppo presto. In pochi giorni arriveranno, con quelle degli altri comuni che hanno appena deciso o che sono in procinto di farlo. A Empoli l’addizionale è stata portata dallo 0,3 allo 0,4 per cento, recuperando 600 mila euro al taglio da 1,2 milioni operato dal governo per il 2011. A Imola è passata dallo 0,2 allo 0,4, come ad Avezzano (L’Aquila) e a Mandello Lario (Como). A Venezia, finora risparmiata dall’addizionale, arriverà quest’anno una sovratassa dello 0,2 per cento, probabilmente insieme alla tassa sui turisti da 3 euro a giorno, alla quale pensano anche Alghero, Imperia, Agrigento, Rimini, Pisa, Firenze (a Porto Azzurro, Isola d’Elba, e Villapiana, Calabria, la tassa è appena scattata). L’addizionale Irpef tenta anche i sindaci di Agrigento, Asti, Brescia, Como, Foggia, Lecco, Nuoro e Perugia, ma anche nelle ricchissime regioni a statuto speciale, dove si concentrano i Comuni ad addizionale ‘zero’ , ci stanno pensando seriamente. Alessandro Andreatta, sindaco di Trento, ipotizza l’introduzione della nuova tassa a partire dal 2012. Per adesso non c’è alcuna decisione, ma molti suoi colleghi hanno già messo le mani avanti e deliberato fin da ora l’aumento per l’anno prossimo. Quasi tutti i grandi Comuni della provincia di Reggio Emilia hanno già messo tutto nero su bianco: a Cavriago, Correggio, Novellara, Montecchio, Rubiera, Scandiano, Albinea e Rio Saliceto, l’appuntamento con il rincaro delle tasse è già previsto dal prossimo primo gennaio, come a Villafranca (Verona). Non tutti, però, piangono. Nonostante la crisi economica e i tagli di bilancio, c’è qualche sindaco che quest’anno è riuscito addirittura a ridurre le aliquote dell’addizionale Irpef. Sono quindici e, onore al merito, - conclude Sensini sul CORRIERE DELLA SERA - vale la pena di menzionarli tutti: Bonavigo (Verona), Caneva (Pordenone), Pignataro (Frosinone), Vandoies, Vilandro e Sarentino (Bolzano), Vaiano Cremasco (Cremona), Bordano (Udine), Foiano (Benevento), Montirone (Brescia), Arielli (Chieti), San Martino in Pensilis (Campobasso), Avola (Siracusa), Cugnoli (Pescara) e Saviano (Napoli)”. (red)

30. “Trenta partite truccate”. I pm: combine tra società di A

Roma - “Scende la sera dopo una giornata di diluvio e nuvole nere, - si legge su LA REPUBBLICA - e i toni si alzano all’improvviso: ‘Le partite sono truccate anche in Serie A. Solo che sono truccate a livello di società più che di calciatori. E non per organizzare le scommesse ma a fini diversi, diciamo sportivi’. Il procuratore capo Roberto Di Martino ha appena finito di interrogare il primo collaboratore di questa sua inchiesta. Non può parlare degli atti compiuti. Ma si vede che è tristemente sorpreso dal quadro che piano piano si va componendo davanti ai suoi occhi: la Lega Pro è un suk, la Serie B – per la quale ci sono le prove che almeno quattro club hanno passato metà stagione a contrattare sulle partite – un supermercato, la Serie A una boutique. La differenza, l’unica differenza vera, è che per le prime due ci sono ormai prove abbondanti e probabilmente Atalanta e Siena finiranno per pagare, mentre per la Serie A no. E chissà se mai ci saranno. Il testimone che ha messo di cattivo umore il procuratore è Marco Pirani, il dentista col vizio della scommessa. Ha pienamente collaborato e il contenuto del suo interrogatorio è top secret. A differenza del precedente, di garanzia, sostenuto davanti al gip Guido Salvini, questo ha carattere investigativo e quindi il suo contenuto non può essere conosciuto. Gli unici dettagli che a sera si riescono a ricostruire sono numerici. Nelle oltre sei ore di incontro si è parlato in tutto di una trentina di partite (le 18 già note più altre 12), molte di serie minori o di Serie B, una di Serie A (oltre alle tre già note, Fiorentina-Roma; Lecce-Genoa e Cagliari-Lecce). Partite anomale. Perché brutalmente combinate, o perché si sapeva che le squadre non le avrebbero giocate sul serio, per i più svariati motivi. Pirani e il suo giro a volte riuscivano a taroccarle direttamente, specialmente quelle delle serie minori, altre volte si avvalevano delle notizie che copiose circolavano nell’ambiente, specialmente i big match. Una differenza, questa, - continua su LA REPUBBLICA - che segna il primo vero punto di arresto dell’inchiesta: ‘Perché è evidente che questo secondo tipo di scommessa, quello sulla base di informazioni legittime, anche se individuato, finisce per uscire dalle competenze del magistrato e soprattutto per essere indimostrabile’, dice un investigatore lasciando presagire una sorta di rallentamento dell’indagine nella direzione ‘Serie A’. Diverso invece il discorso per quanto riguarda le serie minori. Lì Pirani, Erodiani & co. riuscivano a mettere mano direttamente, a pilotare i risultati e a fare affari d’oro. E quindi è tutto dimostrato. Interessante, invece, quanto ricostruito durante l’interrogatorio di garanzia che si è tenuto in contemporanea davanti al giudice Salvini, quello di Manlio Bruni, uno dei commercialisti di Signori. Bruni, che con le sue dichiarazioni ha praticamente cementato le accuse contro l’ex capitano della Lazio, ha anche aiutato a ricostruire il meccanismo con cui, sia Pirani&Erodiani sia l’intero ‘gruppo dei bolognesi’ si arricchiva alle spalle del calcio. Il perno del quale era l’asse Bologna-Singapore. Signori, attraverso un intermediario ancora da individuare, faceva da garante per le scommesse sul calcio italiano di tutte le categorie, scommesse che venivano effettuate a Singapore. Dove c’era qualcuno in grado di giocare cifre mostruose sulle partite truccate. A conferma della bontà della ricostruzione, gli inquirenti hanno recuperato in casa di Signori un documento inquietante, una sorta di ‘contratto’ con quelli di Singapore: un A4 stilato a mano, diviso in due, da una parte le ‘loro condizioni’, dall’altra le ‘nostre condizioni’. Questo documento verrà contestato oggi all’ex calciatore durante il suo interrogatorio che si prospetta molto importante. A questo punto, infatti, l’unico modo che gli investigatori hanno di mettere le mani sul giro della Serie A è proprio quello di passare attraverso le parole di Signori, il quale dovrebbe avere tutto l’interesse a collaborare, visto che è assediato dalle prove. Un ultimo capitolo, infine, riguarda la giustizia sportiva. Ieri – conclude LA REPUBBLICA - il capo della procura della Figc, Stefano Palazzi, ha chiamato Cremona per chiedere gli atti dell’inchiesta. Gli saranno inviati entro la fine della settimana. ‘La procura federale – avverte però Di Martino – ha strumenti insufficienti per arginare fenomeni come questi. E anche la giustizia ordinaria... Se non cambia la legislazione questa è l’ultima inchiesta che si farà. E da domani ricomincerà tutto come prima con i calciatori a fare finta e i tifosi a riempire gli stadi’. Sempre di meno”. (red)

31. “Partite truccate in A, accordi tra le società”

Roma - “‘Abbiamo l’idea che problemi ci siano anche in serie A, ma si tratta di accordi tra le società non ai fini delle scommesse, ma dei risultati agonistici’. Tutti – scrive Claudio Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - si aspettavano ieri che la ‘bomba’ arrivasse dall’interrogatorio di Marco Pirani, il dentista marchigiano considerato punto centrale del sistema delle partite truccate. E invece sono le dichiarazioni del pm Roberto Di Martino ad aprire nuovi inquietanti sospetti sulla regolarità dei campionati italiani. Il pm è reduce da sette ore di interrogatorio con Pirani, sette ore durante le quali il professionista ex dirigente dell’Ancona Calcio ha confermato l’esistenza delle truffe (o tentate truffe) sul primo gruppo di 18 incontri finito nell’ordinanza di custodia cautelare e ha accennato ad altri match sia della massima serie che di quella cadetta. Al tirar delle somme però il titolare dell’inchiesta risponde alla curiosità dei cronisti proprio sulla serie A, mescolando stupore e cautela per quello che ha ascoltato nella sua stanza nel corso della giornata: ‘Pirani— sottolinea il magistrato — dice di non avere conoscenza diretta di combine, la sua fonte è Erodiani (altro indagato, ndr). Risultati truccati anche nel principale campionato? Questo non è ancora provato ed è comunque qualcosa di estraneo al gruppo sul quale noi indaghiamo. Ma dagli interrogatori si ha la sensazione che dei problemi esistano anche lì visto che le informazioni passate da Erodiani a Pirani sui risultati degli incontri si sarebbero rivelate esatte’ . Secondo quanto si può intuire, tuttavia, gli accordi tra club non erano funzionali alle scommesse ma alla classifica del torneo. In tutto, nelle sette ore di faccia a faccia si sarebbe parlato di una trentina di partire: le 18 del capo d’imputazione e le 4 di serie A già citate da Pirani davanti al gip (Fiorentina-Roma, Lecce Cagliari, Genoa-Lecce e Genoa-Roma); ad esse se ne sono aggiunte altre tre di B (Ascoli-Pescara, Ascoli-Sassuolo e Modena-Siena) più una di A che non è stata svelata (ma ieri sono trapelate voci su Cesena-Chievo). Non si è fatto cenno invece – prosegue Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - a Milan-Bari della stagione appena conclusa, ieri al centro di un piccolo giallo: un’indiscrezione aveva inserito questo incontro tra quelli sospetti sulla base di un’intercettazione dell’ex capitano dei pugliesi Antonio Bellavista. Il difensore di quest’ultimo, avvocato Massimo Chiusolo, però smentisce: ‘È una conversazione ritenuta priva di rilevanza, in essa Bellavista pronosticava una vittoria sonante del Milan poiché il Bari non stava pagando gli stipendi e lo spogliatoio era spaccato; andò a finire che il Bari giocò la partita della vita e i rossoneri pareggiarono solo negli ultimi minuti’ . Un ultimo incontro citato ieri è Varese-Sassuolo, finita 1-1 in serie B, pareggio di cui il mondo degli scommettitori era certo. A farne cenno è stato Manlio Bruni, commercialista amico di Beppe Signori. Bruni è stato sentito dal gip Salvini ma il suo interrogatorio si è concentrato su come il gruppo dei bolognesi, che poteva movimentare milioni di euro, si fosse guadagnato la fiducia di chi operava per loro a Singapore; questo grazie ai buoni uffici proprio di Signori. Le perquisizioni compiute dalla squadra Mobile di Cremona nelle abitazioni e negli uffici dei ‘bolognesi’ hanno consentito di recuperare persino un ‘papello’ sul quale erano fissate le condizioni imposte dai referenti asiatici del gruppo: informazioni sicure, giocate che si interrompono al fischio d’inizio della partita, garanzie finanziarie certe. Ma in seguito ad alcune ‘bufale’ arrivate dall’Italia anche quelli di Singapore avevano perduto soldi e a quel punto Bruni e soci avrebbero temuto vendette. ‘Ma io ho scommesso solo su Inter-Lecce e per giunta mi è andata male— si è difeso Bruni riuscendo a scambiare due battute coi giornalisti lasciando il tribunale —, in questa storia c’è chi ha raccontato un sacco di balle facendoci credere di avere agganci a destra e sinistra nel mondo del calcio e facendoci perdere un sacco di soldi’ . Ma questo – conclude Del Frate sul CORRIERE DELLA SERA - è ancora uno dei grandi interrogativi dell'inchiesta. ‘Non dimentichiamo — sono ancora la parole del pm Di Martino a chiudere la giornata— che questa pentola si è scoperchiata per caso, per l’avvelenamento delle borracce della Cremonese. Le norme in grado di prevenire il fenomeno sono insufficienti. Avessimo dovuto procedere solo per il reato di frode sportiva non avremmo potuto utilizzare né intercettazioni telefoniche né gli arresti’”. (red)

32. “Mazzette per inceneritore”. Arrestato Scotti re del riso

Roma - “Invece di restituire gli oltre 7 milioni di euro di incentivi pubblici che la società aveva incamerato producendo energia con un inceneritore di rifiuti illegale, - scrive Giuseppe Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - il ‘Dottor Scotti’, quello del famoso riso, avrebbe corrotto due funzionari del Gestore dei servizi energetici di Roma con mazzette mascherate dietro una finta consulenza negli Usa. Angelo Scotti, presidente e amministratore delegato della Riso Scotti spa di Pavia, è stato arrestato con i due pubblici ufficiali corrotti e un commercialista. Il gruppo Scotti era finito sotto la lente di ingrandimento della Forestale di Pavia che a novembre, su ordine del gip di Milano Stefania Donadeo, aveva posto ai domiciliari 7 persone per la vicenda dell’inceneritore. L’inchiesta, guidata dai pm pavesi Roberto Valli e Paolo Mazza, aveva scoperto che per produrre energia elettrica teoricamente pulita da fonti rinovabili, e per questo pagata a peso d’oro, l’impianto invece di bruciare lolla, un sottoprodotto della lavorazione del riso, aveva smaltito 40mila tonnellate di rifiuti di ogni tipo, anche pericolosi, con un giro d’affari di 28 milioni. Questo grazie ad autorizzazioni della Provincia e della Regione Lombardia definite di ‘dubbia legittimità’ . Il presidente della Riso Scotti Energia, società del gruppo proprietaria dell’impianto, finì ai domiciliari. Le sue dichiarazioni e quelle di altri indagati, tra cui Giorgio Francescone, direttore tecnico di Riso Scotti energia, e le intercettazioni telefoniche hanno messo nei guai il Dottor Scotti, che ora è ai domiciliari. Radice ha detto che quando da un’ispezione del 2009 emersero le irregolarità e il Gse bloccò gli incentivi chiedendo di restituire oltre 7 milioni, il presidente lo autorizzò a corrompere i funzionari: 115mila euro a Franco Centilli (consegnati 100mila, è in pensione ed è l’unico in carcere), 15mila ad Andrea Raffaelli. Il manager aveva poi aggiunto che ad aiutarlo nella trattativa era stato Nicola Ostellino, il consulente della Scotti che andrà ai domiciliari quando tornerà da un viaggio all’estero. È lui che, intercettato, dice che ‘il Gse è tutto lubrificato’ . L’ente – prosegue Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - si dice pronto a costituirsi contro gli indagati. Per nascondere i pagamenti nel bilancio della società, secondo gli investigatori, grazie al commercialista della Scotti, il milanese Nicola Farina (domiciliari), venne architettato un pagamento per 140mila euro per la finta consulenza di una società americana. Angelo Scotti si era subito precipitato in Procura per dire che sapeva solo che, per risolvere il contenzioso con il Gse, era necessario servirsi di consulenti i quali, però, non potevano essere pagati ufficialmente. Secondo i pm, che ipotizzano oltre alla corruzione anche la truffa ai danni di ente pubblico e la frode in pubbliche forniture, Scotti sapeva molto di più. Il giudice Donadeo ha anche ordinato il sequestro di denaro e beni degli indagati per 17 milioni, ritenuti il profitto dei reati; 8 sono della Scotti”.  (red)

33. “Imbroglio da 3 miliardi”. Verdiglione, nuovi guai

Roma - “Negli anni Ottanta – scrive Giuseppe Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - fu al centro di un caso giudiziario accusato di tentata truffa e circonvenzione di incapace per una vicenda legata alla sua Fondazione. Uno scandalo che fece clamore tanto da spingere un gruppo di intellettuali, tra i quali Bernard-Henri Lévy, ad acquistare una pagina di Le Monde in suo favore. Poi di lui non si è saputo quasi più nulla. Dopo più di 20 anni, il nome di Armando Verdiglione ritorna non come quello dello psicanalista teorizzatore del ‘secondo rinascimento’ , ma di imprenditore e manager al centro di un vortice di fatture false che la Guardia di finanza calcola in tre miliardi di euro con un’evasione fiscale di 300 milioni. Un giro di carta immerso in una galassia di una quindicina di società, associazioni culturali e onlus che fanno capo a lui Verdiglione e a sua moglie Cristina Frua De Angeli, erede di una facoltosa famiglia milanese. Villa ‘San Carlo Borromeo’ , dimora storica del XIV secolo a Senago, parco secolare di 10 ettari, è un hotel 5 stelle lusso a 10 chilometri da Milano. Scelta da grandi aziende per meeting di rappresentanza e congressi, meta di fastosi ricevimenti matrimoniali, può ospitare fino a mille persone in 20 sale, alle cui pareti fanno mostra dipinti dei maestri del Novecento. L’antica residenza è al centro dell’inchiesta che vede coinvolte 26 persone per associazione per delinquere, truffa, reati fiscali e appropriazione indebita chiusa dal pm Bruna Albertini. È stata sequestrata dal gip Cristina Mannocci con un’altra magione storica, Villa Rasini Medolago a Limbiate. Valutate circa 300 milioni, le due ville venivano utilizzate ‘come garanzia per accedere al credito bancario’ , scrive il gip. Mutui e finanziamenti per oltre 83 milioni garantiti presentando alle banche situazioni contabili e bilanci irreali perché ‘gonfiati’ con fatture per operazioni inesistenti con le quali le società del gruppo facevano muovere sulla carta opere d’arte e corsi di formazione. La Finanza – prosegue Guastella sul CORRIERE DELLA SERA - ha anche trovato fatture false che avrebbero consentito di ottenere le sovvenzioni pubbliche destinate al restauro delle due strutture, considerate di interesse storico-architettonico. Accuse ‘fondate su una serie di equivoci di cui solo ora la società è stata messa a conoscenza e che saranno chiariti’ , sostiene Cristina Frua De Angeli i cui avvocati Vittorio Virga e Lucio Lucia parlano di ‘buona fede’: ‘Presto la estraneità dei coniugi risulterà chiara e completa’”. (red)

34. Bombe su Tripoli. Gheddafi: resto qui, vivo o morto

Roma - “Non è la prima volta – scrive Lorenzo Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - che la Nato bombarda la capitale libica durante le ore del giorno. Ma è la prima volta dall'inizio delle operazioni alleate in marzo che i raid sono tanto intensi e ripetuti. Ieri a Tripoli si è respirata davvero atmosfera di guerra. Con i caccia Nato che sfrecciano a quota bassa, i sibili delle bombe, gli scoppi, le sirene, gli spostamenti d'aria che fanno tremare i vetri anche tra le viuzze della città vecchia, le nubi di fumo nero sul quartier generale del regime a Bab al-Aziziya, gli spari in aria dei miliziani sempre più aggressivi, incattiviti, pronti alla vendetta. E con Gheddafi che promette resistenza a oltranza. ‘Non ci arrenderemo mai. Meglio il martirio con il fucile in mano, che l'ignominia della resa’ , ha gridato con la sua caratteristica voce roca, rabbiosa, quasi un ringhio, in un audio diffuso poi ripetutamente alla televisione nazionale. La sua retorica è quella di sempre, graffiante, aggressiva. ‘Noi siamo più forti dei missili Nato. Più forti dei loro aerei. La voce del popolo libico sovrasta le esplosioni’ . Ma a lui replica deciso il presidente Barack Obama, che incontrando il Cancelliere tedesco Angela Merkel ribadisce che la caduta del Colonnello ‘è solo questione di tempo’ . Il Raìs è apparso anche in tv, a un incontro con leader tribali, in un video che le autorità affermano essere di giornata. Propaganda e bombe: ieri Tripoli ha avuto un assaggio — violento e minaccioso — di ciò che l'attende nel caso i tentativi di mediazione e dialogo dell'ultimo minuto non abbiano successo. Dopo il fallimento della missione dell'Unione africana lunedì, adesso è a ancora la volta di Cina e Russia. Il ministro degli Esteri di Gheddafi, Abdul Ati al-Obeidi, sta visitando in queste ore Pechino. E un inviato di Mosca si trova a Bengasi. Sul terreno il numero dei morti, secondo i portavoce del regime, dovrebbe aggirarsi a una trentina in meno di 24 ore. Tutto sommato pochi, visto l'intensità e il numero dei raid: una cinquantina, se si tengono in conto quelli iniziati già ben prima dell'alba. Che la giornata sarebbe stata calda – prosegue Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - si era capito già in primissima mattinata. I rombi degli aerei erano continui con spari di missili occasionali. Verso le undici Bab al-Aziziya era sotto tiro permanente. Una situazione di guerra a macchia di leopardo, con i quartieri attorno agli edifici del regime in allarme rosso e vita quasi normale in altri. All'università Al Fatah, la più importante della capitale, le lezioni si sono svolte regolarmente. I negozi del centro e il mercato della città vecchia gremiti di gente. A mezzogiorno l'emergenza era però ovunque. Camminando per le strade senza la ‘scorta’ dei portavoce del regime è stato possibile raccogliere le reazioni più disparate. ‘Viva Gheddafi. Siamo pronti a morire per lui. Venite tutti a combattere gli invasori della Nato e i loro collaborazionisti traditori libici’ , si sono messi a gridare una quarantina di giovani in borghese incolonnati su auto strombazzanti nei viali attorno alla Piazza Verde. In un caffè, un ragazzone sulla ventina mostra le foto di se stesso con un mitra armato di lanciagranate. ‘Sono pronto a battermi sino alla fine per difendere il nostro fratello leader’ , dice minaccioso. Pure non manca chi plaude alla Nato. Lo fa discreto, attento a non essere visto da spie e informatori pagati dalla dittatura. ‘Brava Nato. Viva l'Italia, bene Sarkozy. Eliminate questa dittatura inumana’ , sussurrano quattro uomini sulla trentina. Un negoziante sostiene che l'offensiva finale contro Gheddafi è alle porte e racconta di decine di manifestazioni ogni notte anche nelle vie del centro. Già alle quindici le vie sono vuote. In serata – conclude Cremonesi sul CORRIERE DELLA SERA - tornano per le strade i fedeli del Colonnello. Si odono lunghe raffiche di mitra nel buio. Ricordano la Bagdad dei tempi peggiori”.  (red)

35. Siria, Assad scatena la repressione

Roma - Riporta Davide Frattini sul CORRIERE DELLA SERA: “Tassista: ‘Lo vedi quel signore con i baffi? Lo conosci? Lo ami?’. Bambina: ‘...’ Tassista: ‘E’ il dottor Bashar, un medico degli occhi. Hai male agli occhi?’. Bambina: ‘...’ Madre: ‘Certo, che lo conosci. Che cosa ti insegnano a cantare le maestre?’. Bambina: ‘Allah , Siria, Bashar’. Tassista: ‘Dio onnipotente, anche chi sta imparando a parlare già pronuncia il suo nome in adorazione’ . Durante quella corsa in auto per le strade di Damasco— racconta la madre, anonima, al settimanale New Yorker— ho tremato. In queste settimane mia figlia va in giro per casa strillando gli slogan ‘Abbattiamo il regime’, ‘Allah, Siria, libertà’. Ho pensato: i tassisti sono quasi sempre spie. Ho pensato: niente paura, non possono toccare una bimba. Ho ricordato: e quelle foto dei ragazzini massacrati a Deraa? Quando ho visto che la piccola stava per riaprire bocca, le ho tirato una sberla. Stava seduta male, ho detto al tassista. Lei ha pianto per il resto del viaggio. Scesa dalla macchina, ho capito di averle insegnato quello che i siriani conoscono troppo bene: la paura. Ho deciso: non voglio che cresca come me. Abbattiamo il regime. I ‘fantasmi’ indossano le tute di nylon, sembrano i Sopranos in un giorno di pausa dal crimine. Dietro le lenti degli occhiali da sole, gli sguardi non sono curiosi, neppure inquisitori. Solo rappresi, come le mani che stringono i bastoni. Gli uomini dei servizi segreti devono spaventare, ridirigere la gente verso casa. Terrorizzare: come i cecchini sui tetti che— sostengono gli attivisti — hanno l’ordine di sparare a un massimo di venti persone. E che gli altri scappino senza uscire più. Adesso che le colonne di blindati e carri armati stanno muovendo verso Jisr al-Shughour, il regime potrebbe aver deciso di togliere quel limite di venti. La città al confine con la Turchia sarebbe ormai deserta, i 40 mila abitanti fuggiti verso la frontiera. Ricordano ancora la strage negli anni Ottanta, quando Hafez Assad massacrò seicento persone, per cancellare la rivolta guidata dai Fratelli Musulmani. Il figlio ha ordinato la rappresaglia per vendicare i centoventi tra soldati e poliziotti che sarebbero stati ammazzati da ‘bande armate’ durante le proteste del fine settimana. La versione – prosegue Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - è quella fornita della televisione di Stato, il presidente e il suo clan hanno bisogno del pretesto per intervenire ancora più duramente nel nord del Paese. Degli oltre mille civili morti dall’inizio della rivolta — secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani— 418 sarebbero stati uccisi nella provincia di Deraa, a sud, la città dove i cortei sono cominciati a metà marzo per contestare l’arresto di un gruppo di ragazzini (avevano dipinto sui muri della scuola scritte anti Assad). La ribellione si sta allargando e sta cambiando tattiche. A Jisr al-Shughour la resistenza alle forze di sicurezza sembra più organizzata, i dimostranti contrattaccano, avrebbero rubato le armi da un deposito. Wissam Tarif, attivista e blogger dell’associazione Insan, racconta che unità locali dell’esercito si sarebbero opposte agli ordini, non avrebbero accettato di sparare sui vicini di casa. La città è a maggioranza sunni- ta, come il resto del Paese, e la famiglia Assad ha piazzato gli ufficiali alauiti (la setta presidenziale, 12 per cento della popolazione) al vertice dello Stato maggiore. Maher, il fratello minore, guida gli uomini della Guardia repubblicana e controlla la Quarta divisione corazzata. Le operazioni per calpestare le manifestazioni sono affidate a lui e alle sue truppe d’élites. Come avrebbe voluto il padre, morto nel giugno del 2000, che ha sempre cercato di dirigerne gli impulsi feroci. Alain Juppé, ministro degli Esteri francese, invita Assad ad andarsene: ‘Ha perso la legittimità per governare’ . L’emittente France 24 annuncia la defezione di Lamia Chakkour, ambasciatrice a Parigi, che avrebbe dato le dimissioni in disaccordo con la repressione. La diplomatica telefona ad Al Arabiya per smentire, la sua voce viene rilanciata dalla televisione siriana per tutta la sera. Il regime non vuole manifestare segni di cedimento. Gli annunciatori ripetono dagli schermi nazionalisti le concessioni del leader: l’amnistia per i detenuti politici, la fine delle leggi di emergenza in vigore dal 1962, la promessa di permettere la nascita di partiti (il sistema è dominato dal Baath). Mostrano i cadaveri dei manifestanti, a fianco un kalashnikov o una pistola, per confermare la teoria del complotto straniero che muove le bande di fondamentalisti (e nella sfida della contro informazione gli oppositori diffondono su Internet i video dei soldati che piazzano le armi vicino ai corpi). Cercano di smantellare gli eroi-martiri, offerti a una rivoluzione senza capi visibili dalla ferocia degli sgherri di regime. Hamza al-Khatib, il ragazzino riconsegnato alla famiglia cadavere mutilato dopo le torture, viene presentato dai notiziari come un pericoloso agitatore di vent’anni. Ne aveva tredici – conclude Frattini sul CORRIERE DELLA SERA - e amava salire sul tetto di casa a lasciar volare i piccioni viaggiatori che allevava”. (red)

36. Sequestrata la blogger Amina, attivista gay e dissidente

Roma - “Lesbica e mezza americana, la blogger Amina Abdallah Araf, - scrive Viviana Mazza sul CORRIERE DELLA SERA - è diventata negli ultimi mesi un’inconsueta eroina della rivolta in Siria. ‘Oggi o domani potrebbe essere l’ultimo giorno per me — aveva scritto domenica —. Oppure domani potrebbe essere il primo giorno della nuova Siria. Ben Ali se n’è andato, Mubarak pure, e pare sia finita anche per Saleh. Assad non ha ancora molto tempo e prevedo di vederlo andar via’ . Il giorno dopo, lunedì, Amina ‘è stata rapita’ da ‘tre ventenni armati’ , secondo un messaggio pubblicato dalla cugina sul blog: le hanno tappato la bocca, l’hanno costretta a salire su una vecchia Dacia Logan rossa. Da allora, non vi sono notizie. Trentasei anni, musulmana osservante, cresciuta tra l’America, dov’è nata la madre, e la Siria, patria del padre, Amina insegnava inglese e a febbraio ha creato il blog ‘A gay girl in Damascus’ (una ragazza gay a Damasco), dove ha pubblicato poesie erotiche, racconti franchi e a volte buffi dei suoi innamoramenti e sul rapporto aperto con il padre: ‘Deve pensare che sia meglio una figlia lesbica piuttosto che etero e promiscua’ . L’omosessualità è illegale nel Paese, ma tollerata. ‘È dura essere lesbica in Siria ma di certo è più facile essere una dissidente sessuale piuttosto che politica’ , ha scritto. Ma sin dall’introduzione del blog la giovane si è detta ispirata dal ‘vento di cambiamento’ in Medio Oriente. ‘Se riusciamo a uscire allo scoperto in modi diversi, gli altri potranno seguire il nostro esempio’ , rifletteva. E ancora: ‘Devo fare qualcosa di coraggioso e visibile. Io posso, perché ho doppia cittadinanza e parenti con ottimi contatti politici’ . Secondo il Guardian, alcuni familiari sono nel governo e altri nella Fratellanza musulmana. Ma non è servito a proteggerla (non è la prima volta: nel 2009 la blogger Tal al Mallohui, 17 anni, fu accusata d’essere una spia degli Usa e condannata a 5 anni di carcere anche se un parente è ex ministro di Assad). A fine aprile due giovani dei servizi di sicurezza si sono presentati a casa di Amina, accusandola d’essere un’estremista islamica. Il padre della ragazza ha riso di loro (‘Ma avete letto cosa scrive?’ ) e li ha convinti ad andarsene. Ma l’hanno cercata a casa ancora. Lei – prosegue Mazza sul CORRIERE DELLA SERA - ha rifiutato di raggiungere la madre a Beirut, ma il padre l’ha convinta a nascondersi: ‘Non c’è niente che io possa fare. Va da qualche parte, non dirmi dove. Stai attenta. Ti voglio bene’ . Amina è stata in 4 o 5 città diverse, girava velata, una volta si è nascosta in uno scatolone in un furgone — ha detto al New York Times la sua fidanzata, Sandra Bagaria, che sta a Montreal e ha lanciato l’allarme via Twitter (la pagina Facebook ‘Free Amina Arraf’ ha già oltre 300 sostenitori). Anche in fuga, continuava ad aggiornare il blog. ‘Siamo andati a nord e abbiamo aiutato a diffondere scintille nelle città... abbiamo ascoltato la gente e trasmesso messaggi’ . Ha raccontato che alcuni manifestanti, temendo che la repressione riesca a schiacciare le proteste pacifiche, intendevano prendere le armi. ‘Io mi sono opposta: vogliamo una nuova Siria... ma se prendiamo il potere uccidendo e torturando, facendo giustizia sommaria, siamo diversi da Loro?’ . Pare – conclude Mazza sul CORRIERE DELLA SERA - che l’auto nella quale è stata portata via avesse sul finestrino un adesivo di Basel Assad, fratello maggiore dell’attuale presidente (che era destinato a succedere al padre ma morì in un misterioso incidente). Saranno stati gli shabiha, i paramilitari fedeli agli Assad a sequestrarla? La cugina scrive: ‘Purtroppo ci sono almeno 18 forze di polizia e numerose milizie e gang di partito. Non sappiamo chi l’abbia presa’”. (red)

37. Stiglitz: “Un fallimento la ricetta anti-crisi di Obama” 

Roma - Intervista di Maurizio Molinari al Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su LA STAMPA: “Barack Obama non è riuscito a risollevare l’economia perché ha sbagliato la ricetta’. Il duro atto d’accusa viene da Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l’economia autore del testo ‘Globalizzazione’ in uscita per i tipi di Donzelli e arricchito, rispetto alla versione originale, da un post-scriptum imperniato proprio sulla denuncia degli errori compiuti dalla Casa Bianca. Lei scrive che la strategia di Obama ha portato a ‘un debito nazionale molto più elevato’ e a ‘un’economia più debole’. Quali sono gli errori più determinanti che gli contesta? ‘La prima mossa di Obama per rilanciare l’economia è stata il varo del pacchetto di stimoli economici. Si è trattato di un pacchetto troppo esiguo e disegnato male. Non ha rimesso in moto l’economia, non ha creato occupazione e non ha consentito di ridurre il deficit mentre il debito continua ad aumentare. Gli effetti sono quelli che abbiamo visto nell’ultimo rapporto sulla disoccupazione, ormai sopra la quota del 9 per cento. Il ritorno alla piena occupazione per adesso non è ipotizzabile’. Cosa intende dire quando afferma che il pacchetto fiscale ‘è stato disegnato male’? ‘Prevedeva sgravi fiscali per i ricchi, consentiva alle banche di continuare a pagare mega bonus ai manager e non aiutava i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui. Il programma di ristrutturazione dei mutui ipotecari è stato un autentico fallimento. Nel complesso, si è trattato di un pacchetto di misure che ha finito per giovare più a chi aveva scatenato la crisi finanziaria, banche e società di mutuo, che non alle vittime, i comuni cittadini. Avrebbe dovuto fare l’opposto. Obama aveva sul tavolo una ricetta differente ma scelse di non seguirla. È stato lui a sbagliare. L’unico merito che si può riconoscere al Presidente è l’aver evitato il collasso totale dell’economia nazionale, ma su tutti gli altri fronti ha fallito’. In realtà la Casa Bianca parla di tendenza dell’occupazione in costante recupero da otto mesi e lamenta le resistenze delle aziende private a investire gli ingenti profitti registrati in posti di lavoro... ‘Se le aziende private non assumono è perché l’economia non cresce abbastanza. Non c’è crescita a sufficienza e dunque non ci sono posti di lavoro. Aver aiutato le banche a risollevarsi in fretta si è trasformato in un boomerang per l’economia nazionale perché ciò non ha portato a far tornare il credito. Senza contare poi gli effetti del più alto livello di indebitamento pubblico: i tagli agli investimenti e ai programmi sociali appaiono senza alternativa con effetti negativi a pioggia su una classe media già flagellata dalla crisi economica. Un americano su sei è in cerca di lavoro, sette milioni di famiglie hanno perso la casa, i mancati riscatti di ipoteche restano a livelli elevati al punto che se ne prevedono due milioni nel 2011 e la concessione dei prestiti da parte delle banche è limitata. È uno scenario negativo, quasi penoso’. Barack Obama è ancora in tempo per correggere gli errori compiuti? ‘Da un punto di vista economico certamente sì. Varare un pacchetto fiscale più consistente, tagliare i benefici fiscali ai ricchi e correre in soccorso delle famiglie oberate dai mutui sono misure che possono ancora essere prese e porterebbero di sicuro giovamento all’economia. A cominciare dal fronte dei consumi. Ma il nodo ora è soprattutto politico’. Che cosa intende dire? ‘A Washington non c’è più il Congresso a guida democratica del 2009 e 2010. La Camera dei Rappresentanti è in mano ai repubblicani che non sono affatto disposti a sostenere Obama nel caso in cui scegliesse di varare interventi strutturali più consistenti. E la cosa non mi sorprende perché la crisi che stiamo attraversando nasce proprio dalle politiche economiche che i repubblicani hanno applicato negli anni precedenti all’elezione di Barack Obama. Non ci si può certo attendere che le smentiscano. Sotto questo punto di vista bisogna riconoscere che sono coerenti’. Dunque, quali previsioni fa per i prossimi 12 mesi? ‘L’America va verso uno scenario simile a quello del Giappone: crescita in stallo tendente al negativo e un tasso di indebitamento in crescita. D’altra parte questa crisi è iniziata nel 2007, sono già passati quattro anni e presto saranno cinque. È una fase lunga, diversa da quanto avvenuto in passato quando l’America viveva brevi recessioni seguite da fasi di espansione economica’. Questo significa che la rielezione per Obama sarà più difficile? ‘Se giudichiamo solo sulla base della disoccupazione le prospettive per Obama non sono rosee. La realtà è che la Casa Bianca puntava ad arrivare al voto delle presidenziali nel novembre 2012 con un tasso di disoccupazione sceso attorno al 5-6 per cento. Ma adesso sappiamo che, anche nel migliore dei casi, sarà fra il 7,5 e l’8 per cento. Non è uno scenario facile per chiedere agli americani la conferma del Presidente in carica ma la forza, o fortuna, di Barack Obama è che al momento sul fronte opposto il partito repubblicano non sembra ancora in grado di mettere in campo dei candidati in grado di insidiarlo seriamente’. Quanto pesa la crisi del debito europeo in tale contesto? ‘È un elemento che accentua le difficoltà dell’amministrazione. Quando Obama varò il pacchetto di stimoli, l’Europa era in condizioni migliori, ora invece la crisi del debito che investe i Paesi piccoli come Grecia e Irlanda minaccia di avere conseguenze anche per la Germania che è il traino della zona-euro. Ciò comporta il rischio di un indebolimento dell’euro e una flessione delle esportazioni commerciali Usa verso l’Ue. L’instabilità che avete nei vostri Paesi ha un impatto immediato da noi’”.  (red)

38. Primavera dell’occupazione fa fuori economista di Obama 

Roma - “Lunedì sera la Casa Bianca – scrive Mattia Ferraresi su IL FOGLIO - ha annunciato che Austan Goolsbee, il capo dei consiglieri economici di Obama, lascerà il suo incarico per tornare alla prestigiosa cattedra all’Università di Chicago, dopo quattro anni. Se il più giovane ufficiale dell’Amministrazione prolungasse ulteriormente il suo mandato politico perderebbe il diritto a insegnare nell’università dove ha lavorato per quattordici anni e così si spiega la sua decisione di fare le valigie e lasciare Washington in autunno. La squadra economica di Obama è passata in mezzo a ogni genere di turbolenza, ha cercato di reimpostare la strategia con nuove persone e nuove idee, ma non è riuscita nell’obiettivo dichiarato all’inizio del mandato presidenziale: contenere la disoccupazione dopo lo choc finanziario del 2008. In maggio il settore privato ha creato soltanto 54 mila posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione al 9,1 per cento, il peggiore nel 2011. Sotto l’Amministrazione Obama molti personaggi di alto profilo della politica economica hanno abbandonato la nave (o sono stati spinti giù dal ponte): il peso massimo Larry Summers è tornato ad Harvard all’inizio dell’anno, mentre il mese scorso è toccato al capo dei consiglieri economici del vicepresidente, Jared Bernstein. L’unico dell’Amministrazione sopravvissuto ai postumi della crisi è il segretario al Tesoro, Tim Geithner, che all’inizio pareva, impacciato e legato com’era a Wall Street, il primo dei sacrificabili. Goolsbee non è stato costretto a mollare per una congiura filosofica come quella che ha fatto rotolare la testa del suo predecessore, Christina Romer, invisa a Summers e alla scuola economica dominante; Goolsbee è, come ha detto Obama, ‘uno dei miei più fidati collaboratori’ e sarà utile dall’osservatorio privilegiato di Chicago, il quartier generale della campagna elettorale. Ma quella percentuale di disoccupati in aumento è un macigno che pesa sull’operato del presidente, da qui alle presidenziali del 2012. Romer aveva provato senza successo una ricetta basata sulla spesa e senza tagli fiscali, mentre il più moderato Goolsbee ha provato una via intermedia. Ma anche questa non sta dando frutti visibili. Quando sono usciti i pessimi dati di maggio Goolsbee ha detto che ‘ci sono sempre dei dossi sulla strada della ripresa, ma la traiettoria generale dell’economia è migliorata enormemente negli ultimi due anni’. Il ragionamento del giovane economista è chiaro: in una situazione complessivamente grave, l’economia americana è in una tendenza debole ma costante verso il miglioramento. Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 i segni positivi di tutti gli indicatori economici (tranne quello del mercato immobiliare) corroboravano il pensiero di Goolsbee e a gennaio il tasso di disoccupazione era al 9 per cento. Ma per il capo dei consiglieri economici è stata una maledetta primavera. Ad aprile, - prosegue Ferraresi su IL FOGLIO - quando si è passata di nuova la fatidica quota del 9, l’analista del mensile The Atlantic, Daniel Indiviglio, ha detto che ‘un’altra flessione estiva dell’economia sarà inevitabile se il trend di aprile prevarrà nei prossimi mesi’. Maggio ha confermato il trend. Per Obama il problema della disoccupazione ha un naturale riflesso politico, ma fra la sicurezza nazionale, le missioni diplomatiche e l’inizio della campagna elettorale, il presidente non si è dedicato anima e corpo al dossier economico e ha persino eliminato il briefing quotidiano dall’agenda presidenziale. Eppure molto della rielezione si giocherà sulla capacità di convincere gli elettori che nonostante i ‘dossi’ la freccia della ripresa è rivolta verso l’alto. Un sondaggio del Washington Post dice che il 57 per cento degli americani non crede che la ripresa sia davvero iniziata, come invece sostiene Goolsbee con tabelle alla mano, e la percezione popolare è un dato politico di cui il presidente deve tenere conto. Obama non ha buttato giù dal ponte il suo amico Goolsbee, compagno di battaglie vinte dai bei tempi del Senato, ma nel cercare la ricetta giusta ha modificato il ruolo stesso del suo consiglio economico. Così, come scrive Ezra Klein sul Washington Post, - conclude Ferraresi su IL FOGLIO - quello ‘è un ruolo importante se il presidente può seguire i tuoi consigli. Altrimenti è solamente frustrante’”. (red)

39. Batterio killer, Germania sotto accusa per gestione

Roma - “Arrivano gli aiuti europei agli agricoltori rovinati dal panico per il batterio-killer, - scrive Andrea Tarquini su LA REPUBBLICA - ma il governo italiano, la Coldiretti e altre organizzazioni di produttori protestano: sono assolutamente insufficienti. La Germania è sotto tiro, criticata dagli altri governi dell’Unione ma anche dai suoi media, per la pessima, caotica gestione dell’emergenza. Tanto che ieri sera Berlino ha persino dovuto rettificare il conto delle vittime: non ci sono nuovi morti, contrariamente a quanto detto poche ore prima. Oggi il commissario europeo alla Salute, John Dalli, sarà nella capitale federale per un vertice sull’epidemia. Il governo Merkel, che tanto spesso è considerato nella Ue il primo della classe o come tale si comporta, è chiamato con urgenza da tutti a una politica più rigorosa di difesa della salute dei cittadini d’Europa, esortato a controlli a tappeto. E il federalismo tedesco, preso da tutti come modello, rivela in questo caso difetti clamorosi di incomunicabilità tra burocrazie. Dalla riunione dei ministri europei dell’agricoltura e della difesa del consumatore – prosegue Tarquini su LA REPUBBLICA - è uscito finalmente un primo impegno della Ue: aiuti per 150 milioni di euro agli agricoltori. Ma a tutti sembrano troppo poco, a fronte degli oltre 400 milioni già andati in fumo per i coltivatori europei, e del prevedibile aggravarsi del bilancio delle loro perdite. ‘Temo che siano misure insufficienti, e se la crisi continuerà siamo chiamati a discuterne’, ha detto il ministro italiano, Saverio Romano. Aggiungendo critiche alla Germania: ‘Non bisogna criminalizzare un paese intero solo perché i suoi Stati del Nord hanno agito male, ma non credo proprio che stiano gestendo al meglio questa emergenza. Per dirla con una metafora, guardano ai buoi fuggiti dalla stalla, invece è ispezionando le stalle che si combattono le cause’. Trovandosi insolitamente sul banco degli accusati in Europa, il governo federale tenta di fare muro. ‘La gestione dell’emergenza funziona’, si ostina a ripetere il ministro Ilse Aigner. La contestano prima di tutto i media: Bild parla di caos assoluto, Die Welt dà ampio spazio alle dure accuse d’inefficienza delle opposizioni. Critiche alla Germania – conclude Tarquini su LA REPUBBLICA - vengono anche dalla Commissione europea, che denuncia gli allarmi prematuri (i cetrioli spagnoli diventati untori) ‘che hanno creato panico ingiustificato’ e incita Berlino ad agire a fondo. Ma mentre il potere tedesco e i politici europei litigano e si contraddicono, il morbo avanza ancora. I paesi colpiti sono 13, con i primi casi in Canada, i contagiati oltre 2.500”. (red)

PDL: la svolta “democratica”

Ci siamo: sul nucleare si voterà