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Caso Santoro: la falsa pista degli introiti pubblicitari

C’è un vizio comune, tra chi si rallegra della fuoriuscita di Santoro dalla Rai e chi se ne rammarica: quello di spostare la discussione dalla sua effettiva natura, che è giornalistica, e di riflesso politica, all’aspetto economico, che per quanto importante è e deve restare del tutto collaterale.

Quale che sia il giudizio su Annozero e sul suo conduttore, infatti, la questione decisiva non può essere l’afflusso pubblicitario e i relativi proventi. In un servizio pubblico come la Rai – che è certamente una grande azienda da gestire con un occhio al bilancio, ma che di contro non è affatto un’impresa a fine di lucro in cui il marketing prevale su tutto, ovverosia sulle funzioni istituzionali – lo share deve rimanere nulla di più che uno dei criteri di valutazione. Il che significa anche, sia detto en passant, che sarebbe più che mai opportuno non limitarsi a calcolare il numero dei telespettatori (e stendiamo un velo pietoso sull’Auditel come sistema di rilevazione) ma indagarne a fondo le caratteristiche e, soprattutto, le effettive reazioni. Un po’ come avveniva, a suo tempo, con “l’indice di gradimento”, che non si accontentava di contare le teste ma cercava di sapere, sia pure sommariamente, se nelle medesime era passato un bagliore di soddisfazione o un fremito di fastidio, al di là della permanenza davanti al teleschermo. 

Il problema vero da affrontare, quindi, non è se e quanto la Rai ci rimetterà dal punto di vista strettamente contabile, ma se e quanto il venir meno di Santoro migliori o peggiori la qualità dell’informazione all’interno della televisione di Stato. Tenuto per fermo ciò che ha scritto ieri Valerio Lo Monaco nel suo articolo di ieri, precisando fin dal titolo che «la libertà è un’altra cosa» e concludendo poi che «se si percepisce Santoro come il paladino della verità allora lo spazio per gli altri, nell'opinione pubblica, ve ne sarà ancora meno», non c’è dubbio che la fine del rapporto sia l’esito di una scelta politica, anziché editoriale. Sia pure con tutti i suoi limiti, Annozero si pone comunque nella prospettiva di una riflessione su ciò che accade in Italia. Benché lo stesso Santoro gigioneggi al di là del lecito, conscio com’è che la sua forza contrattuale dipende innanzitutto dalla sua capacità di imporsi come personaggio, e benché la scelta degli ospiti sia colpevolmente ripetitiva e punti assai più alla spettacolarizzazione dei dissidi che non a un vero approfondimento, nell’insieme la trasmissione mantiene dei motivi di interesse. Nel senso che formula delle domande non del tutto ovvie e che fornisce almeno dei brandelli di risposta, non foss’altro che evidenziando cosa passa nella mente dei vari esponenti della maggioranza e della (cosiddetta) opposizione.

A meno di voler ridurre l’intera offerta informativa della Rai alla vacuità assoluta, vedi le interviste in ginocchio a Berlusconi e i tg alla Minzolini che cianciano di gossip e di altre amenità fini a se stesse, l’obiettivo non è eliminare il Santoro che dà noia ma moltiplicare gli spazi di approfondimento. Come ha scritto ieri persino Marcello Veneziani sul Giornale, «Visto che è impossibile e forse noiosa una tv tutta neutrale, innocua e cerchiobottista, allora cerchiamo di diversificare l’offerta. Magari una rete, l’ammiraglia, tenda all’obbiettività, e le altre due offrano punti di vista opposti, opinioni forti e schierate. Sì a Santoro se c’è un AntiSantoro, e il cittadino-utente decide sovrano con lo zapping». 

Non è difficile. E dovrebbe essere persino ovvio. Così come dovrebbe esserlo il fatto che è assurdo che la Rai continui a essere gestita senza distinguere tra programmi di intrattenimento, che si “giustificano” solo come eventuale fonte di introiti, e programmi di pubblica utilità, che servono a mettere a disposizione dei cittadini ciò che nelle reti private non viene trasmesso. La soluzione è elementare: i fondi del canone devono essere destinati esclusivamente alla programmazione culturale e giornalistica, mentre il resto va finanziato coi proventi della pubblicità, stornando l’eventuale sovrappiù all’integrazione di quanto già incassato attraverso l’abbonamento-tassa. 

Il punto non è privatizzare la Rai, cosa che è una contraddizione in termini, ma dividerne attentamente le attività e le relative risorse. Considerato il quadro generale, a cominciare da quello politico, di sicuro non sarebbe ancora un toccasana. Ma un presupposto sì. 

 

Federico Zamboni

 

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